Exhibition view of Plamen Dejanoff's Heritage Project private view, organized by Pinksummer in collaboration with Stephan Stoyanov at Art Agency Ltd, Sofia 2026.

Plamen Dejanoff – Heritage Project | Private view

PINKSUMMER GOES TO… SOFIA

Plamen Dejanoff – Heritage Project | Private view

10 febbraio – 26 aprile 2026

Art Agency Ltd | Sofia, Bulgaria

Exhibition view of Plamen Dejanoff's "Heritage Project", a private view by Pinksummer in collaboration with Stephan Stoyanov, Sofia, Bulgaria, 2026.
Plamen Dejanoff, Heritage Project (Stephan Stoyanov Collection), private view, Art Agency Ltd, Sofia, 2026. Exhibition view.

In occasione della personale di Plamen Dejanoff presso la Credo Bonum Foundationin collaborazione con il curatore della mostra Stephan Stoyanov, Pinksummer è lieta di presentare la prima edizione bulgara di Pinksummer Goes to…, con una private view con opere della serie Heritage Project presentata da Pinksummer nel 2024 e visibile su appuntamento presso Art Agency Ltd, Sofia, dal 10 febbraio 2026 e per tutto il periodo della mostra.

 

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10 febbraio – 26 aprile 2026
Opening: 10 febbraio 2026 | 20.00
Art Agency Ltd | Sofia, Bulgaria
Invitation card for Plamen Dejanoff's Heritage Project exhibition's private view organized by Pinksummer in collaboration with Stephan Stoyanov in Sofia in 2026

Pinksummer è lieta di presentare

 

 

PINKSUMMER GOES TO… SOFIA

 

Plamen Dejanoff – Heritage Project | Private view

 

In collaborazione con Stephan Stoyanov
10 febbraio 2026 – 26 aprile 2026
Opening: 10 febbraio 2026 | 20.00
Art Agency Ltd | Sofia, Bulgaria

Comunicato Stampa

 

«Negli anni Settanta, il Partito Comunista bulgaro iniziò a costruire licei altamente specializzati per promuovere in modo più efficace i talenti dei giovani.

Esistevano scuole superiori con indirizzo matematico… linguistico… musicale… di belle arti… e sportivo.

Quando avevo dodici anni fui selezionato (senza che mi venisse chiesto) per il liceo sportivo di Tarnovo. Il mio sogno, in realtà, era diventare un artista, ma qualcuno decise che appartenevo senza dubbi alla scuola sportiva. Nel liceo sportivo di Tarnovo avevamo almeno sei o sette ore di sport ogni giorno (sei giorni alla settimana), più alcune altre materie.

Dopo molti sforzi da parte dei miei genitori, un anno più tardi riuscii a lasciare il liceo sportivo e a trasferirmi in un collegio artistico, dove ricevetti ogni giorno sei o sette ore di lezioni di arte, architettura e design (sei giorni alla settimana per cinque anni).

Tuttavia, i miei amici del liceo sportivo di Tarnovo (tra cui il mio “idolo”, Trifon Ivanov) crebbero molto bene e, negli anni Novanta, sette degli undici giocatori della nazionale bulgara di calcio provenivano da questa scuola. Sei dei giocatori che conquistarono la medaglia di bronzo per la Bulgaria ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti provenivano proprio dal mio liceo di Tarnovo!»

 

Questo episodio segna l’inizio della Trifon Ivanov Collection di Plamen Dejanoff, attraverso la quale l’artista ha progressivamente costruito un ampio corpus di opere — quasi un museo in sé — composto da fotografie, adesivi e pubblicazioni. Le opere in porcellana, prodotte dall’artista in collaborazione con Augarten Wien, fondata nel 1718, sono sculture ibride collocate a metà strada tra zuppiere e trofei calcistici.

 

«Alla fine degli anni Novanta il sistema educativo in Bulgaria collassò completamente e uno dopo l’altro i licei specializzati vennero chiusi. Anche il leggendario liceo sportivo di Tarnovo fu chiuso e, cinque anni fa, brutalmente trasformato in una scuola di turismo. Attraverso l’Heritage Project sono riuscito a salvare dalla distruzione una parte dell’edificio (che non era più necessaria). Con grande sforzo ho smontato una sezione del liceo sportivo di Tarnovo con l’idea di incorporarla in Heritage Project».

 

Plamen Dejanoff ha iniziato un’approfondita ricerca sull’artigianato per indagare il patrimonio culturale europeo, concentrandosi sia sul senso di responsabilità sia sull’identità nazionale. Attingendo a conoscenze architettoniche, artistiche e artigianali, le sue opere funzionano come citazioni scultoree e architettoniche che raccontano storie sulle loro origini e sulle qualità estetiche dell’artigianato tradizionale.

 

In collaborazione con il BDA (Bundesdenkmalamt) di Vienna, autorità per la tutela dei monumenti in cui artigiani e restauratori hanno affiancato l’artista, Dejanoff ha prodotto una serie di piccole sculture che rimandano a elementi architettonici storici. Queste opere sono realizzate in ferro e rifinite utilizzando tecniche medievali, tra cui la pittura a olio con pigmenti di malachite e azzurrite frantumati e mescolati con olio di lino.

 

I dipinti su vetro sono realizzati a mano e prodotti in collaborazione con Lamberts, l’unica azienda in Europa che produce ancora vetro soffiato a mano, attiva dal 1934. Il lampadario è una riproduzione composta da circa 150 elementi ed è basato su un lampadario originale dell’Impero austro-ungarico.

 

La private view di Plamen Dejanoff in collaborazione con Stephan Stoyanov sarà visibile su appuntamento dal 10 febbraio e per tutto il periodo della mostra presso Art Agency Ltd (Blvd. Bulgaria 58, Entrance C, Suite 16, 1680, Sofia, Bulgaria).

Exhibition view of Michael Beutler's solo show Onion at Pinksummer, 2026.

Michael Beutler – Onion

Michael Beutler – Onion

14 febbraio – 11 aprile 2026

Pinksummer | Palazzo Ducale, Genova

Exhibition view of Michael Beutler's solo show Onion at Pinksummer, 2026.
Michael Beutler, Onion, Pinksummer, 2026. Exhibition view. Photo © Federico Ghillino.

Per la sua terza personale Pinksummer, Onion, Michael Beutler trasforma la galleria in un congegno architettonico a strati in cui l’opera si fa “stanza nella stanza”.

 

Al centro della riflessione, il valore del lavoro materiale come atto di resistenza: ad un 2026 dominato dagli algoritmi, Beutler risponde con una macchina che “avrebbe potuto essere realizzat[a] già cent’anni fa” low-tech, manuale, partecipativa: l’installazione che dà il nome alla mostra, di fatto, si attiva solo attraverso l’interazione del pubblico.

 

Con le dodici Salzschätzen (scatole per il sale) prodotte dagli scarti di Onion, Michael Beutler completa la definizione di uno spazio di gioco e disobbedienza in cui, per riconnettersi alla realtà oggettiva e alla sapienza del lavoro artigianale, è sufficiente “la punta del dito”.

 

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14 febbraio – 11 aprile 2026
Opening: 14 febbraio 2026 | 18.00
Pinksummer | Palazzo Ducale, Genova
Invitation card of Michael Beutler's Onion exhibition at Pinksummer, 2026.

Pinksummer è lieta di presentare

 

Michael Beutler – Onion

 

14 febbraio – 11 aprile 2026
Opening: 14 febbraio 2026 | 18.00
Pinksummer | Palazzo Ducale, Genova

Comunicato stampa in forma di intervista

 

Pinksummer: Un paradosso della filosofia è che intenda che il lavoro non esistesse prima di Hegel se non come informe macula servile, a parte qualche eccezione — come la Sancta Regula dettata da San Benedetto con il suo ora et labora, prega e lavora. Hegel, di fatto, nel IV capitolo della Fenomenologia dello spirito focalizza sulla dialettica servo-padrone affermando che il lavoro ribalta i punti di forza, giacché il padrone, non lavorando, dipende dal servo, e finisce per perdere il contatto con la realtà oggettiva.

Mentre il servo, lavorando, imprime la propria forma e razionalità sulla materia, questo atto gli conferisce auto-coscienza e una libertà superiore. Hegel vede il lavoro come atto di auto-generazione dell’uomo, l’uomo è il risultato del proprio lavoro. Soddisfacendo i bisogni della società civile, il lavoro inserisce il singolo in una rete di dipendenza reciproca e di cooperazione. Lavorando si diventa soggetti storici. Hegel ha intravvisto appena il pericolo della meccanizzazione dell’uomo rispetto al lavoro astratto e parcellizzato dalla rivoluzione industriale. La critica di Marx rende l’idea di lavoro più materiale e sensibile, e soprattutto intende lo Stato come lo strumento delle classi dominanti e il capitalismo come la distorsione economica del mercato sganciato dalla necessità e dall’utilità collettiva.

Hai sempre detto che rispetto alla tua opera il processo è importante quanto il risultato, e che il lavoro, soprattutto il lavoro comunitario, appare fondamentale per ogni realizzazione. Crediamo che tu abbia una concezione del lavoro materiale oltremodo spirituale circa l’auto-generazione, la formazione umana e l’auto-coscienza.

Nel 2026 I lavoratori non sono solo separati dal prodotto finito come dopo la rivoluzione industriale, ma in questa fase di capitalismo finanziarizzato il lavoratore viene proprio scollato dalla sua intelligenza, talvolta utilizzata per addestrare algoritmi che potrebbero sostituirlo. L’algorithmic management dell’AI decide assunzioni, licenziamenti e carichi di lavoro basandosi sui big data. Il potere aziendale diventa poco penetrabile, opaco e difficilmente contestabile.

Cosa direbbero oggi Hegel e Marx sulla precarizzazione dal lavoro, sulla compressione dei salari,  sulla de-professionalizzazione, sulla sussunzione reale del lavoro al capitalismo digitale? Il lavoro uscirà definitivamente dall’umanità per entrare nello spurio calcolo algoritmico?

 

Michael Beutler: Immagino che il lavoro ci sarà sempre, in parte piuttosto distaccato e in parte com’è sempre stato. Ci sono lavori che l’IA non può sostituire, come quello dell’idraulico. E anche se c’è una grande ricerca su come i processi edilizi possano essere resi più individualizzati grazie all’IA e agli strumenti robotici… c’è anche il lento passaggio alla comprensione dei limiti della tecnologia. Tutto diventa semplicemente più complesso e meno piacevole. C’è un forte desiderio di routine più semplici, di modi di lavorare insieme più semplici e più comunicativi. Credo che gli esseri umani manterranno il lavoro alla loro portata. Ma è vero che la situazione attuale è preoccupante e non tutti hanno il potere di decidere per sé. Non voglio immaginare quante persone perderanno il lavoro a causa dell’IA. Che cosa faranno invece?

 

PS: Il tuo fare rimanda all’attivismo DIY, all’approccio anticonsumista e all’empowerment che promuove l’autosufficienza, creando alternative altamente creative e solidali che preparano un sostrato ontologico sia nei team che formi che nei visitatori. Tutti diventano partecipanti, come nel Progetto dello scorso anno Bozar Monumental Flow Motion, nella Horta Hall. Le macchine manuali che inventi on the job per la realizzazione delle tue installazioni sono parti ineludibili della mostra, come a sottolineare il fertile rapporto tra lavoro e conoscenza tipica degli artigiani, in un mondo dominato dall’automazione AI.

In passato il progresso e il fiorire di invenzioni era opera di lavoratori manuali in un clima collettivo, preparato in termini filosofici dalla rivoluzione scientifica: Thomas Newcomen, inventore della macchina a vapore nel 1705, era un fabbro; John Kay, che nel 1733 inventò la spoletta volante, un filatoio meccanico, era un commerciante di stoffe; Abraham Darby, pioniere dell’industria siderurgica del Settecento, era un fonditore ex mugnaio. Lavoratori con tanta voglia di sperimentare e energia da vendere. L’ascesa sociale passava per l’ufficio brevetti.

Il capitalismo finanziarizzato che vola su ali tecnologiche, come del resto quello manifatturiero prima di esso, si basa sul consenso sociale, e in questo senso i social e le fabbriche di fake news sovranazionali  sono decisamente pane per i suoi denti.

Abbiamo sempre inteso la tua estetica tecnicizzata come uno spazio di disobbedienza e anche una strategia di sopravvivenza.

Ancor oggi nessuno dovrebbe  parlare seriamente parlare di lavoro senza mai aver annusato l’odore del metallo tornito e fresato?

 

MB: Beh, no. Chiunque dovrebbe avere il diritto di parlare. Credo sia positivo per tutti capire che ciascuno ha una comprensione diversa di ciò che fa. Un manager che non abbia mai toccato il legno potrebbe comunque avere delle buone idee su come gestire una sedia realizzata da un falegname. Penso che siamo molto fortunati a vivere in questo mondo insieme, e non da soli. Non sento nessun bisogno di rivendicare tutta la conoscenza che ho del mio lavoro. Lavoro come lavoro per essere indipendente, ma questo non significa che non mi interessi l’opinione di qualcuno che magari non ha la minima idea di ciò che faccio.

 

PS: Una volta hai detto che per un contadino la macchina più bella è quella che è a tal punto parte del sistema della sua agricoltura che si dissolve completamente in esso, scardinanado completamente, aggiungiamo noi, l’idea di consumo passivo. Credi che si potrebbe tornare un poco indietro e immaginare con metodo l’idea di espressione libera senza apparire idioti? Potrebbe essere questo il senso del turning gate nella mostra Onion che presenterai da Pinksummer e quello del Flow Motion del Bozar? Senza tropi nostalgici, li si potrebbe un po’ intendere come Puertas del retorno per riancorarci un pochino a quella che Hegel considerava la realtà oggettiva? Il senso dello zootropio all’interno di Flow Motion ci è apparso come una sorta di addestramento rispetto alle illusioni.

 

MB: Non so cosa farà Onion alle persone, né se girerà e galleggerà oppure affonderà del tutto… non è ancora finito. Ma Flow Motion era quasi bizzarro. È così a bassa tecnologia. Tutto quello che c’era avrebbe potuto essere realizzato già cent’anni fa… Mi piace molto la semplicità e il modo in cui il nostro stesso sistema visivo ci inganna. Quella relazione tra noi stessi e la struttura è una cosa speciale di questo lavoro, ma la parte davvero bella è vivere la magia insieme: osservare come anche tutti gli altri si interrogano intensamente sulla realtà non appena entrano nel cancello rotante.

 

PS: Abbiamo sempre l’impressione, di fronte al tuo lavoro, che tu riesca a tirare fuori veri e propri conigli reali da cappelli metafisici. Forse è solo stupida immaginazione, ma tutta questa metafora delle cose rotanti, e in particolare l’idea del turning gate, ci ha rimandato al film del regista coreano Hong Sang-soo del 2002 On the occasion of remembering a turning gate, un film che parla d’amore senza essere un film sentimentale, un’opera in cui si cerca il contatto, ma si trova il vuoto. Nel film si sente due volte pronunciare la battuta: “E’ difficile essere umani, cerchiamo di non diventare mostri”. Il regista muove dalla favola/leggenda coreana del popolano che s’innamora della principessa e si reincarna in un serpente il quale, seguendola, rimane fuori dalla porta del tempio — il turning gate, un cancello del tempo — in un’attesa indeterminata e inutile fino a quando una tempesta di tuoni e di fulmini lo spaventa, facendolo scappare indietro.  Il turning gate appare una metafora del destino, e a proposito di serpenti e della Corea ci è venuta anche in mente la figura dell’imugi, un serpente antico, una sorta di divinità, un oracolo che presiede al confine tra il sacro e il profano. L’imugi sogna di diventare drago; è una creatura in divenire che aspira a una evoluzione spirituale e rappresenta un potenziale non ancora realizzato. Se la sua attitudine di desiderio e perseveranza tende a finalizzarsi, diventa un  protettore delle acque e della natura; se la sua volontà è frustrata, diventa uno spirito vendicativo.

In questo particolare momento della Storia, l’umanità appare assai frustrata e vendicativa: un cancello che gira potrebbe assomigliare a un simbolo di vita e di cambiamento necessario.

A proposito di memoria, sono trascorsi oltre cinque anni e tre mesi dalla tua ultima mostra da Pinksummer, Keep Beating below 65°. Era l’ottobre del 2020, il Covid era iniziato a febbraio, eravamo rimasti chiusi nelle nostre case per tutta la primavera, l’estate ci aveva fatto ritrovare il respiro e nell’intervista comunicato stampa di quella mostra affermasti: “Il Covid 19 è ancora in circolazione, e verrà affrontato solo quando lavoreremo tutti assieme. Internet ha aiutato a diffondere l’informazione e a tenere le persone impegnate nelle loro case solitarie, ma continua anche a spargere informazioni errate e molte verschwörungstheorien (teorie cospirazioniste). Internet mi ha dato modo di parlare con i miei studenti, ma incontrarci dopo qualche mese ci ha reso molto felici. Quindi, suppongo, Keep beating below 65° — perché non vogliamo che questa bella schiuma collassi. Sbattere energicamente ma con attenzione, direi. Vorrei tantissimo organizzare un piccolo workshop nella galleria, con solo tre o quattro persone a creare delle belle forme schiumose, che lentamente cresceranno, insieme, fino a formare una sorta di grande struttura che conquisterà lo spazio e ci separerà di nuovo gli uni dagli altri, ma mostrerà anche — spero — la gioia della sua creazione collettiva”.

Proprio durante la realizzazione della mostra, molti ragazzi del team che improvvisammo si ammalarono di Covid — senza brutte conseguenze grazie al cielo, si trattava di giovani. Si presentò un lungo inverno, non terribile in Italia come durante il primo lockdown, ma cupo ugualmente.

Le tue parole e quella bella mostra che escludeva la solitudine ci avevano rincuorato, ma le forme schiumose della società civile appaiono da allora un po’ collassate, come se l’umanità fosse rinchiusa ancora in un arcano meccanismo di difesa che si attiva per respingere emozioni spiacevoli provocate da esperienze negative. Come se l’ansia e la paura ci avessero buttato in un circolo vizioso. Il turning gate potrebbe rappresentare un meccanismo psicologico di avvitamento in questo senso, in considerazione delle prospettive in atto nel presente, ammesso che il tempo si mantenga lineare però come un serpente arrotolato?

 

MB: I cancelli rotanti e le altre opere sull’acqua creano tutte situazioni intense e in cui di solito le persone fanno gruppo. Non è tanto il laboratorio dell’ultima mostra a creare un legame sociale, quanto questa strana esperienza visiva condivisa con gli altri visitatori che potresti trovare all’interno della giostra (i cancelli rotanti sono, naturalmente, anche giostre, solo che qui non sei mosso… vieni trasportato mentalmente).

Quando entri in un cancello, tutto intorno a te si muove. Nessun suono accompagna il movimento o dà prova acustica della sensazione visiva. Il tuo corpo percepisce il movimento, ma i piedi non camminano. Per un momento potresti sentirti completamente distaccato dallo spazio familiare che la galleria ti aveva promesso entrando, e per un attimo, potresti distaccarti anche da tutti i problemi là fuori. Una magia puramente fisica ti risucchia all’interno.

Per un buon numero di persone, il Flow Motion del Bozar era troppo intenso. Dovevano lasciare rapidamente il cerchio interno, e allora potevano trovare sollievo osservando da fuori il rotore in continuo movimento.

Sono gli stessi spettatori a ruotare il cancello. Il movimento c’è solo dove c’è interazione. Con la punta del dito, hai il potere di far girare la struttura, per te e per tutti gli altri.

L’Onion dipende anche dalle persone. Ti invita a giocare. Il gioco ha potenziali ed effetti positivi, ed è profondamente connesso alle creature di questo pianeta, non solo umane. Moltissime persone, sedendosi dentro al Flow Motion, si sono limitate a sorridere con trasporto.

 

PS: La tua nuova personale da Pinksummer si chiama Onion, “cipolla”, e anche su questo abbiamo ragionato nel nostro modo strambo. Per gli antichi egizi la cipolla, con i suoi strati concentrici, le sue “tuniche”, rappresentava la vita eterna; nell’esegesi biblica era un simbolo di corruzione della mente e di dolore pungente; in altre epoche, simbolo di doppiezza per le false lacrime che provoca. La cipolla è stata anche uno strumento di pratiche divinatorie: le ragazze indecise sui pretendenti incidevano le iniziali di ciascuno sulle cipolle, e la prima che germogliava indicava l’uomo da scegliere.

Ovviamente ci è venuta in mente The Onion, la performance di Marina Abramović del 1995. Per semplificare, diremmo che la performance focalizzava sul potere positivo e liberatorio del pianto.

La poetessa polacca Wisłava Szymborska, in una poesia, parla della “cipollosità” della cipolla, che, “cipolluta” fino al cuore, “potrebbe guardarsi dentro senza provare timore”.

Perché hai chiamato Onion la terza personale di Michael Beutler da Pinksummer?

 

MB: Per via di un libro per bambini italiano, Le avventure di Cipollino. Ho provato a leggerlo a mia figlia, ma credo di dover aspettare ancora un po’. Potrebbe essere più una coincidenza che altro. Un altro motivo è l’uso architettonico della cipolla come simbolo di molteplici strati termici nelle pareti, per creare aree definite con temperature specifiche. In sé, Onion è una stanza all’interno della galleria, che a sua volta è una stanza all’interno del palazzo. E dentro Onion ci sono altri strati: una piscina, una barca a forma di anello con un altro anello al centro e un palo, come ancoraggio interno a questo centro. Il palo impedisce alla barca di urtare i bordi della piscina, e allo stesso tempo permette i movimenti di galleggiamento della struttura. Il centro della fontana non coincide quindi necessariamente con il centro del movimento. La rotazione non segue tanto la linea di un cerchio, quanto piuttosto… di una cipolla.

INTERVALLO | Febbraio 2026

] INTERVALLO. Landscapes in-between [

Koo Jeong A, Tobias Putrih, Tomás Saraceno

03.02.26 – 10.02.26

Pinksummer | Palazzo Ducale, Genova, Italia

Nella pausa tra la prima personale Pinksummer di Anna Scalfi Eghenter Collectors Anonymous e la terza personale Pinksummer di Michael Beutler Onion, Pinksummer è lieta di annunciare l’inaugurazione della prima edizione di INTERVALLO. Landscapes in-between, uno speciale allestimento intermedio dedicato a opere selezionate dell’archivio di Pinksummer.

Nell’edizione di INTERVALLO di febbraio 2026, Pinksummer espone una selezione di opere di Koo Jeong A, Tobias Putrih e Tomás Saraceno.

 

3 febbraio 2026 – 10 febbraio 2026

Pinksummer | Palazzo Ducale, Genova

Exhibition view of "Why Should We Not Enjoy an Original Relation to the Universe?", group show at Senarega organized by Pinksummer in 2020

WHY SHOULD WE NOT ENJOY AN ORIGINAL RELATION TO THE UNIVERSE? | Group show

Why should not we enjoy an original relation to the universe?

con Peter Fend, Koo Jeong A, Tomás Saraceno, Mark Dion,

Luca Vitone, Bojan Šarčević, Cesare Viel, Luca Trevisani

 

Castello di Senarega, Valbrevenna (Ge)

30 luglio – 13 settembre 2020


La mostra sarà aperta dal venerdì alla domenica, 16-20 e su appuntamento

 

COMUNICATO STAMPA

Pinksummer goes to, dopo Roma e Palermo, andrà in villeggiatura nel castello del piccolo borgo medioevale di Senarega, in alta Valbrevenna, ai piedi del monte Antola, montagna cara ai genovesi, il cui nome deriva dalla parola greca ἄνθος (antos) che significa fiore, montagna fiorita dunque, dove il sedicenne Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955), sulla strada sul crinale tra Pavia e Genova, bivaccò una notte, osservando per la prima volta, in quel cielo misterioso, quanto fosse bizzarra l’orbita disegnata da Mercurio. D’altra parte, per quest’anno, niente appare più appropriato della villeggiatura e dell’otium che ne consegue, per rinfrancarci in anticipo da viaggi o vacanze eventuali, in un futuro che non sappiamo ancora ridisegnarci in forma confidenziale.

Una mostra di mezza estate, che aprirà i battenti del castello dei Fieschi di Senarega a fine luglio e chiuderà in prossimità dell’autunno, il cui nome l’abbiamo pescato nell’introduzione di Nature di Ralph Waldo Emerson (Boston, 25 maggio 1803 – Concord, 27 aprile 1882) e recita: Why Should Not We Enjoy an Original Relation to the Universe?

Friedrich Nietzsche (Röcken, presso Lützen, 1844 – Weimar 1900) stesso si lasciò ispirare dal pensiero di Emerson quando immaginò a Genova La Gaia Scienza.

Una mostra, quella di Pinksummer a Senarega, per ragionare di un tempo, il nostro, in cui seppure non sembriamo più cercare un rapporto diretto con la natura né con Dio, sprofondati entrambi nel mito, ma a differenza degli antenati, ci è stato concesso di guardare con i nostri occhi, la biopolitica in azione. La rete dei poteri che ha gestito, o meglio sta gestendo le discipline del corpo e la regolazione della popolazione. Per dirla appieno con Michel Foucault (Poitiers, 15 ottobre 1926 – Parigi, 25 giugno 1984): un’area in cui il potere ha accesso al corpo per garantire la vita. Uno spazio in cui alla legge, viene sostituita la norma, duttile e plasmabile sulla circostanza come il metallo fuso, che garantisce al potere la zona franca dello stato di eccezione, che, Giorgio Agamben (Roma, 22 aprile 1942) avverte, nella ultra-modernità sta diventando, per un motivo o per l’altro, una consuetudine. Norma che negli ultimi mesi si è trasformata a livello planetario in un distillato velenosissimo di terrorismo puro, molto al di là dell’aberrazione linguistica di indicare anche l’esile pioggia di primavera con la parola allerta, seguita da quella che indica il colore giallo.

Why Should Not We Enjoy an Original Relation to the Universe? Presenterà le opere di otto artisti rappresentati da Pinksummer Koo Jeong A, Peter Fend, Tomás Saraceno, Mark Dion, Luca Vitone, Bojan Šarčević, Cesare Viel, Luca Trevisani. Una mostra che nel nostro intento fragile, vorrebbe rivendicare la vita piena, bruciando, come fosse uno spaventapasseri di paglia e cenci, la vita nuda. Un passaggio, come quelli che si celebrano sulle montagne, per scacciare con un rito di fuoco l’inverno e accogliere al meglio la rigenerazione.

Una mostra rituale tra le ripide montagne di una valle chiusa dell’Appennino ligure, per celebrare il diritto dell’individuo, giovane o vecchio che sia, alla soggettività e alla intersoggettività, anche inter-specie volendo, alla libertà e alla soddisfazione dei desideri veri, contro ogni scienza o ogni disciplina statistica o sociologica che ci ha trascinato inermi nel solco di una normalità fasulla e spaventosa rispetto all’attività biologica.

Un’esposizione germogliata per ricordarci che qualcosa di profondamente distopico è accaduto, e che l’accadimento è avvenuto nella cornice del neoliberismo pervasivo e deviato, forse anche patologico, che tende a appiattire la natura nell’eco ecologico-ambientalista, rendendoci dimentichi che la natura, quando le garba, sa essere davvero maligna con i suoi esseri, tutti, anche con l’uomo, senza eccezione, componendoci e dissolvendoci quasi fossimo delle nuvole. La natura che richiede ai nostri corpi e alla nostra intelligenza continui adattamenti. La natura che non ha eguali tra gli esseri e per perfidia e per istinto della bellezza e mai potremmo eguagliarla circa l’indifferenza.

Una mostra viziosa e anti-ecologica, come il circolo chiuso del pensiero poetico di Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli,14 giugno 1837), tra il tedio e il titanismo eroico dell’uomo, che potrebbe, con qualche aggiustamento disinteressato, smettere di considerarsi la locusta del pianeta, o farsi paragonare alla meteorite caduta sullo Yucatan, o ai rettili giganteschi, consumatori della preistoria.

La razza umana di fatto è un’eccezione tra le specie, e nel nostro umanesimo forse avventato, sappiamo che anche tra i castori più bravi a costruire dighe, non si può trovar alcun Galileo Galilei e neppure un Michelangiolo.

La mostra è un invito a prendersi una pausa, in breve, dal quadro igienico e igienizzante smaccatamente neoliberista della bio-politica perché al di là delle chiacchere misantrope dello gnomo o del folletto delle Operette Morali, anche Giacomo Leopardi riconosceva che l’eroismo della razza umana risiede nella consapevolezza.

Alcune opere presentate in mostra sono inedite, fresche fresche di produzione, altre sono fantasmatiche come i sogni, tutte sono umanizzate e umanizzanti nell’accezione più positiva.

 

EVENTI:

  • 30 luglio conversazione con l’artista Luca Vitone
  • 8 Agosto la scrittrice Rosa Matteucci farà una lettura dei Tarocchi realizzati da Tomás Saraceno
  • 15 agosto performance del collettivo di artisti Mefistofele Documenta
  • 22 settembre l’apicultore Alberto Pesavento parlerà di api di alveari e indirettamente della polis
  • 29 agosto Cesare Viel performance Campo del Prete

 

Si ringraziano il Comune di Valbrevenna, Trattoria Il Pioppo e i partecipanti agli eventi: Rosa Matteucci, Alberto Pesavento, Cesare Viel, Luca Vitone, il collettivo Mefistofele Documenta

 

info@pinksummer.com

010 2543762