Criss Cross Garage – Michael Beutler

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: Le tue installazioni, le tue opere (si può distinguere una parte dal tutto?) sono costruzioni belle e eccessive, di un eccesso, per quanto paradossale appaia il dirlo, senza ridondanza. Come se riuscissi a attivare solo alcune possibilità all’interno delle molte che esistono dentro al disordine. Heinz Von Foester aveva teorizzato il principio di “order from noise”, secondo cui un sistema auto-organizzato è in grado di produrre ordine muovendo dal rumore ambientale, facendo diminuire, seppure in forma aleatoria, la
ridondanza. Etimologicamente la parola caos è legata alla casualità, tuttavia nulla appare casuale nel tuo processo, la flessibilità che implica la tua visione sembra piuttosto legata all’idea di circostanza. Il disordine non è una circostanza, semmai è consustanziale alla materia, deterministica e strutturata in sé. Il disordine non può venire eliminato, permane accanto alla relazione circolare ordine/organizzazione e fa di ogni processo, di ogni tuo progetto un miracolo sospeso e provvisorio di cui ogni sviluppo, ogni informazione, ogni progresso si paga in entropia. Il tuo lavoro ha l’impianto a-prospettico della pittura fiamminga, che restituisce il mondo attraverso una somma dei particolari in cui ci si può perdere come dentro a un bosco, perché ammesso che l’invisibile esista, si disperde anch’esso nell’immanenza di quel bosco fittissimo. E’ possibile che stia lì l’idea di non-finito, di work in progress delle opere di Michael Beutler?

Michael Beutler: La galleria, la mostra, il lavoro, l’installazione,… La situazione è probabilmente quella del punto di vista all’interno di un fitto bosco. Esserci è avere una leggera distanza dalla densità della foresta, è un po’ come essere in una radura, “Lichtung” in tedesco. C’è la possibilità nell’ambito della realizzazione che alcuni legni e rami di quella foresta vengano ri-arrangiati in un’altra esistenza. Un sistema d’installazione similare a quello auto-generativo di una foresta, nonostante sia fondato sulla natura intrinseca
della fisica comune. Nessun miracolo, semplici osservazioni di relazioni tra azione e materiale, impegno
sociale, realtà vibrante.
Vorrei segnalare un testo che una volta Gerry Bibby è stato così gentile da scrivere:

Problema della soluzione o
Fabbrica dell’Invenzione Imperfetta

Nulla di più di una grande e riverberante faccenda di fioritura, dentro cui le forze si stavano coagulando. Intorno elementi sparsi non attivi, mentre qualcos’altro si stava impegnando alla soluzione di un problema. Sollecitando questo, schiacciando quello, spingendo e piegando, tagliando e giuntando, sono nate le forme.
E’ stato percepito un altro corpo che potrebbe agire sugli elementi. Proverebbe a imitare le forme ancora incerte. Poi nacque. Aveva parti mobili, usava cose bagnate, cose pesanti, cose dure. Strappando e avvolgendo, sono state date in pasto a questo corpo che non è cresciuto. Ha sputato fuori immagini di sé, che per quanto assomigliassero al problema, non era mai davvero somigliante il loro rispecchiarlo.
A loro, da sole, potrebbero essere dati nomi divertenti, stanno all’interno del posto più grande e hanno descritto un impulso. In varie costellazioni dello stare insieme tuttavia – determinate per esempio impilando, appoggiando, tessendo – queste figure sono diventate ancora altre forme che hanno approssimato la
soluzione.
È comparsa una porta che conduce a un lungo corridoio stretto, in cui la luce da sopra faceva splendere le pareti. Si sono ricordate di stare in quel punto dove prima non c’era una parete o una porta e si sono ricordate anche il suono del grugnito, un grande campo piatto era alterato fino a comportarsi come se questa via di fuga fosse segnata in giallo.
La soluzione era fare qualcosa, perché no e dove magari? Il suo problema ha tradotto il come, con che cosa e da chi.
Guarda. Guarda cosa è successo! Quell’azzurro ostacola questo colore verdastro striato da quel rosa.
Le due pareti di fondo di una stanza rettangolare erano anch’esse rettangolari e stavano implorando un triangolo equilatero con i lati uguali alla base della parete, con il suo vertice che quasi perforava il soffitto.
Ricava il modo migliore di proiettare questo triangolo attraverso la lunghezza della stanza. Il problema aveva dato il suo corpo, che non era cresciuto, dopo che si era deciso a proposito del combustibile, lo si era raccolto, ne erano stati testati i limiti e investigate le possibilità. Poi è stato passato da pochi a molti, che hanno imitato quest’altro corpo, che quasi assomigliava al loro, facendo cose con esso e nutrendolo ripetutamente.
Sposta questo, tira quello, picchia quello e spingi. Urta questo, incolla quello, solleva e spingi. A volte l’ingenuità delle nascite originali perdono il loro big bang e “coloro” che aggiungono altri elementi e metodi infine esagerano il processo del problema. Altre volte, il combustibile ha fallito, si è stravaccato un po’ e ha alterato la superficie della soluzione, illuminando uno scherzo.
Un gran mucchio di soluzioni stavano attorno, forse a abbellire quel particolare del muro al quale stavano vicino. Si era presentato proprio lì anche se il suo problema si riproponeva dappertutto. La decisione di lei di aggiungere questo poi quella di lui di lasciare da parte quello, il peso e l’equilibrio di quella sezione e l’aggeggio che hanno usato ha imbevuto tutta la soluzione di mobilità indelebile.

PS: Luciano Gallino, che insegnava sociologia all’università di Torino e si è occupato della trasformazione del lavoro e anche della disoccupazione, affermava che un paese che si non si cura dell’industria manifatturiera intesa come industria in senso stretto, non può che diventare una colonia, giacché l’industria manifatturiera oltre a assicurare occupazione e reddito struttura la vita delle persone entrando nelle case.
Entrando nella tua grande casa/studio in un momento di fervore operativo collettivo in vista di un progetto imminente, siamo impattati in un sistema auto-organizzato che per quanto aperto e permeabile, di diventare colonia non ne sente ragione. Anche la macchina del caffè della tua cucina, abbiamo notato che presentava alcune piccole modifiche tecnico/estetiche riconoscibili rispetto alla tua mano e scherziamo un po’ sapendo che non fosti tu il cuoco, ma di fatto anche il bellissimo strudel di rapa rossa che abbiamo mangiato, sembrava informato dal medesimo realismo magico o piuttosto mirabolante che contraddistingue
la tua ragione funzionale oltre a delimitare il tuo spazio.
La tecnica di fatto appare una questione imprescindibile rispetto alla tua produzione, in “Der Arbeiter” Ernst Jünger scriveva a proposito del lavoratore “In esso c’è l’ebrezza della conoscenza la cui origine non è soltanto logica, e c’è un orgoglio di conquiste tecniche, l’orgoglio verso uno sconfinato dominio dello spazio, cui si avverte il presagio, di recondita volontà di potenza, ancora in germe…” e poi “Tutte le conquiste tecniche servono semplicemente da armatura per impreviste battaglie e insospettate rivolte”. Opponendosi al ruralismo mistico del Blut und Boden, Jünger affermava che dovunque un agricoltore può usare la macchina, non si può parlare di un contadino. Cosa si potrebbe dire di un artista che le macchine se le inventa di sana pianta per esibirle accanto alle opere, al gesto consumato della loro stessa funzione, esaltandole l’obsolescenza repentina. Si potrebbe azzardare che tendi a risolvere il mito dell’arte nella sua stessa funzione produttiva, di fatto la tua estetica tecnicizzata ha un sentore profondamente politico, quasi esistenziale. È forse un invito alla resistenza, rispetto a un consumo che struttura l’esistenza degli individui e delle collettività, al di là di ogni progresso, con il solo scopo di perpetrare se stesso e la sua propria
obsolescenza ormai tangibilissima?

MB: Le macchine mi incuriosiscono. Completano il quadro e non sono proprio macchine, quanto attrezzi manuali. Semplicemente aiutano riguardo l’aspetto dell’ordine e si occupano di una parte di produzione probabilmente noiosa. Ora ho un problema, poiché l’attrezzo che ho inventato, quello che è abbastanza fondamentale per le cose che mostrerò da pinksummer, si trova nel mio studio e è una normale combinata, una piallatrice o una giuntatrice… Bene, ho aggiunto alcuni pezzi alla cosa per far si che tagli solo il legno della superfice in determinate zone, in modo da poter intrecciare il legno secondo uno schema specifico.
Che cosa ci farebbe questa piallatrice nella galleria, quando è così fermamente legata allo studio in cui vive?
Questa situazione sembra diversa. Il cerchio della mostra sembra esser debordato da quella foresta fin dentro al mio studio. Sono qui con i miei assistenti, produciamo una fornitura di questo materiale e lavoriamo con esso, per tirar fuori le sue possibilità, valutare opzioni e trovarci a usare non solo la piallatrice ma anche un normale pennello. Direste che va bene per un artista inventore di macchine usare un pennello? In realtà mi ci sono abbastanza divertito per un po’ a dipingere un paio di spigoli, ma poi ho avuto voglia di passare il lavoro a terzi, dando alcune istruzioni, sviluppando un sistema di pittura. Le macchine si dissolvono in azione. E per questo lavoro specifico il semplice pennello è l’attrezzo migliore. Non serve alcuna invenzione.
Altre azioni hanno bisogno di più materializzazione per diventare indipendenti, potenti forse. Così anche se se ne stanno silenziosi tra la produzione questi attrezzi, macchine, oggetti materiali rappresentano l’azione e la possibilità o se volete un invito all’attività e non tanto all’obsolescenza. Il suggerimento che mi viene da Ernst Jünger è anche di dissolvere l’idea della macchina intesa come preparazione contro qualcosa piuttosto che della macchina come preparazione all’interno di qualcosa,
qualcosa che insomma connette. Credo che la macchina più bella per un contadino sia quella che è a tal punto parte del sistema della sua agricoltura che si dissolve completamente in esso. Se questo poi possa far fronte alle richieste coloniali, è un’altra questione.

PS: Sarà stata la tua aurea da craftman, ma prima di cenare con te avremmo scommesso che fossi vegetariano e avremmo perso la scommessa, perché con il tipo vegetariano non c’entri niente.
Che ti piaccia giocare si capisce certo dal tuo lavoro, ma con il tipo adulto dell’homo ludens non hai niente a che vedere. Il tuo giocare non è superfluo e il gioco non s’impossessa mai di te come giocatore. Giochi con la serietà dei cuccioli, non importa che siano di uomo, di gatto o di orso. Mentre scriviamo, stiamo pensando a quel tuo video buffo, che ti riprende in un interno serio e affaccendato in qualche compito specifico legato a qualche costruzione, con una macchinina, che ha l’aria del giocattolo. I materiali poveri che usi, su cui si è fatta tanta letteratura rispetto alla tua opera, sono appunto economici e di conseguenza facilmente reperibili rispetto all’idea di laboratorio, ma è dimostrabile, te la cavi bene anche con il cemento e i mattoni quando si presenta l’occasione giusta, seppure con essi nella vita ordinaria si costruiscano “seriamente” grattacieli e
infrastrutture. Perché hai deciso di agire in questa sfera temporanea del gioco senza celia dell’arte? E’ un problema di libertà, di sviluppare un’autonomia più selettiva?

MB: La mia cara sega a nastro ha dei problemi. Ho questi attrezzi che appartengono al regno della vita normale. Sono fantastici, quando funzionano. Quando hanno un problema possono condurti nei posti più strani nei quartieri più assurdi per trovare ricambi e consigli. Il problema della sega è molto grande, ma è solo una piccola graffiatura sulla superfice dell’organismo meccanico là fuori. Potrei probabilmente averlo risolto e ho sentito di un tale Rudi, che potrebbe verosimilmente truccare la mia sega a nastro e farla correre a qualsiasi velocità, ma sarei completamente in balia di quel tipo e del tempo necessario per fare qualcosa.
Quando si gioca, si può modulare il tempo e dargli forma. Se mi costruisco gli attrezzi da solo, decido anche quante pieghe vengano fatte, in quanti minuti, ore o giorni. Il risultato potrebbe essere limitato a quei semplici materiali, ma ciò significa anche maggiore libertà di gioco, di decisione, di possibilità e intraprendere quei percorsi fuori strada, che vengono in superficie solo quando si è coinvolti nell’esperienza diretta di tutto il processo. Mi piacciono quei percorsi.

PS: Criss Cross Garage è il titolo che hai dato alla tua prima personale da pinksummer. Che significa questo titolo? Cosa presenterai da pinksummer?

MB: I garage sono posti meravigliosi quando vengono trasformati in officine. Io trasformo le gallerie in officine, da qui il nome mostre garage. Faccio una mostra garage da pinksummer. Di che cosa è fatta quella mostra garage? Di materiale incrociato. Mi piace tessere. Potrei aver preso questa passione dal lavoro che ho fatto per il mio precedente insegnante Thomas Bayrle, o dal background della mia casa artigianale, o potrebbe piacermi semplicemente perché è un modo così semplice di realizzare una superficie partendo da
linee.
Ho questa fornitura di materiale che si può tessere prodotto qui e la porterò con me a Genova. Mi tengo la decisione di cosa farne per il giorno in cui arriverò al pinksummer garage.