Michael Beutler – Keep beating below 65°

Comunicato stampa

Abbiamo deciso di lasciare sospese le domande stimolate dalla lettura della corrispondenza e-mail con Michael Beutler. Michael Beutler se lo vorrà ci risponderà a mostra aperta.

Michael Beutler: L’estate è molto calda. Sto fondendo lontano dal mio studio. Non ho deciso ancora niente circa il tema della mostra. Vorrei proprio fare una grande installazione. Così non sarà una mostra di frammenti come la scorsa volta, ma un’installazione che dialoghi con l’architettura in qualche modo. In questi giorni fantastico di grandi volumi e immagino di produrre una specie di polistirolo fatto di palle di carta. È un po’ collegato a un lavoro che avevo previsto di fare per una personale a Ludwigshafen al Wilhelm Hack Museum. Ludwigshafen è la città della BASF dove tra tanta plastica producono anche polistirolo.
Immagino un grande volume che assomigli un po’ a una roccia artificiale.
L’unico problema, ma è anche la parte bella del lavoro, è il suo volume gigante…  Potrebbe essere problematico per il trasporto e per le vostre porte piccole e ovviamente anche per il magazzino. Sto anche valutando alternative, una soluzione dal volume meno ingombrante per l’installazione nella vostra galleria. Ma questa volta lì vorrei proprio un lavoro grande.
Costruirò un piccolo modello dello spazio e l’installazione e alcuni esempi di materiale così avremo tra le mani qualcosa di cui parlare.

(Pinksummer: Il tuo lavoro tende a incoraggiare nel visitatore la produzione di significati, piuttosto che il consumo di significati chiusi. Se non fossi l’autore che significato produrresti di fronte a una mostra “monolitica”, piuttosto che a una “frammentaria” del medesimo autore, vale a dire rispetto a un’unità di stille e alla coerenza tematica?).

M.B.: La base di molti dei miei lavori è l’idea di pensare alla galleria come fosse un contenitore che è stato costruito per ospitare un certo oggetto, piuttosto che considerare la galleria come pre-esistente e rispetto al lavoro. Il VASA Museum a Stoccolma è probabilmente un buon esempio per questo genere di architettura.
Detto ciò lo spazio sociale cambia a un grado altissimo. L’opera controlla il movimento delle persone. Queste si trovano in una situazione speciale, devono tenere in considerazione l’opera e comunicare tra di loro.
Un’altra parte di questa strategia è non dare la possibilità di vedere l’intero lavoro: il visitatore deve muoversi attorno per osservare, dovrà ricordare e dovrà assemblare assieme i pezzi dell’oggetto nella sua testa.
Mi è sempre piaciuto della vostra galleria il bel soffitto voltato. Vorrei proprio giocarci e penso che questa potrebbe essere l’occasione giusta.
Vediamo…
Immaginate la mostra a Portikus (Il castello di Portikus) dentro alla galleria, o una grande roccia di materiale in equilibrio sopra una parte più piccola che lasci pochissimo spazio per muoversi all’interno della galleria.
Ho pensato a ciò che devo fare per organizzare il trasporto ect…
L’intera mostra di Venezia è entrata in un solo camion. Magari funziona anche questa volta, incrociamo le dita.

(Ps: La domanda principale che le persone si pongono di fronte a una nave in bottiglia è come si è potuto inserire in uno spazio così piccolo una creazione così grande.
Sotto il profilo tecnico, a cui tu non sei mai estraneo, le navi in bottiglia possono essere costruite in due modi:

  • La tecnica antica prevedeva la costruzione del modellino fuori dalla bottiglia e la spiegatura della velatura avveniva una volta che lo scafo era stato inserito all’interno della bottiglia, attraverso fili.
  • La tecnica moderna prevede la costruzione della nave direttamente in bottiglia attraverso strumenti di precisione.

Comunque la più antica nave in bottiglia risale al 1780. Inizialmente venivano costruite da marinai, guardiani di fari, prigionieri. Erano merci di scambio nelle bettole e nei bordelli.
Gli oggetti più antichi in bottiglia erano soprattutto preghiere, croci, che la gente di mare portava in viaggio per ancorarsi a qualche certezza in forma di amuleto. La bottiglia era un semplice contenitore per proteggere il porta fortuna dalla salsedine e dall’umidità.
Le navi in bottiglia a volte assomigliano un po’ a ex voto: oggetti dati in dono a una divinità a seguito di un impegno che il richiedente assumeva affinché venisse esaudita una richiesta. L’ex voto è un ringraziamento come fosse una manifestazione tattile della preghiera.
Gli ex voto però come le navi in bottiglia sono piccoli oggetti da guardare da fuori, qui tu ci porti dentro alla bottiglia dove l’oggetto è inafferrabile e ci richiede, per essere percepito, memoria, logica e forse anche immaginazione. La tua roccia artificiale limitante è una metafora o una menzogna per citare il saggio di Harald Weinrich? E per citare Baudrillard quando la prigione non esiste più il sequestro e la reclusione possono avvenire in qualsivoglia spazio/tempo?).

M.B.: Ho strapazzato alcuni pensieri e preso alcuni appunti nel mio studio. Da questo processo ho distillato un titolo:
Keep beating below 65° (Continua a sbattere sotto i 65°)
È una lettura errata dell’etichetta di un latte d’avena in bottiglia di un bar, del cui contenuto schiumoso ho goduto stamane insieme al mio caffè. Erano istruzioni stampate sulla confezione che consigliano come rendere la schiuma del latte nel migliore dei modi.
I miei lavori si prestano ad avere dei manuali considerando che non sono l’unico a produrli. Tuttavia ho un rapporto ambiguo con i manuali. Non mi piacciono tanto le ricette.
Faccio piuttosto degli esperimenti e lavoro con ciò che c’è, apro i miei sensi al materiale che ho disponibile. Senza contare che uso anche internet per trovare informazioni su come le cose potrebbero essere fatte. Facendo ciò ho sempre la sensazione di avere sprecato il mio tempo.
Dal momento in cui ho iniziato la mia pratica circa 20 anni fa, gli strumenti per raccogliere conoscenza sono cambiati parecchio. All’inizio dovevo davvero capire da solo come piegare le maglie della rete metallica. Oggi potrei aprire una pagina web e sempre trovare qualcuno che l’abbia già fatto, e che ne ha anche fatto un filmato. Ma questo ci può aiutare? Sono ancora qui con i materiali tra le mani, semplicemente non voglio fare quello che ho visto in questi video, e non voglio ripetere un processo sapendo che perderei tutta la meraviglia della scoperta. Nessuno di questi manuali aiuta a fare arte, neanche Sol Lewitt.
Con il mio caffè tra le mani sono passato accanto a un mucchio di libri nel corridoio dove si trova la nostra libreria. Vedo un piccolo opuscolo che ho realizzato al laboratorio di ceramica Kahjiro Kaway a Kyoto durante la nostra residenza del Goethe Institut del 2018.
Sulla copertina dice “Nessuno lavora da solo”; così vero penso e immediatamente mi sembra di sapere perché sto faticando ad assemblare le mie cose. Ho fatto un’intera gamma di esperimenti e nessuno ha realmente funzionato. Ho fatto questi esperimenti per trasferire il mio lavoro ai miei aiutanti. Per razionalizzare una tecnologia fragile e riuscire a convertirla in un processo ripetibile. La riproduzione crea credibilità e stabilisce un sistema oltre all’apparenza di uno solo degli oggetti.
Sto facendo questi esperimenti pensando a come la produzione in galleria avrebbe potuto essere. Mi prefiguro sempre una situazione: i materiali sono tutti già disposti, tutti gli attrezzi sono sistemati e curati da persone indaffarate e curiose che si divertono con qualsiasi aggeggio passi loro tra le mani. Sì – “Nessuno lavora da solo” – io certamente no. Ma come fare di questi tempi. Mi piace fare questi esperimenti, devo davvero farli da solo per far lavorare i miei sensi. Ma quando effettivamente inizia la produzione allora avrò bisogno degli altri.
Il Covid 19 è ancora in circolazione e verrà affrontato solo quando lavoreremo tutti assieme.
Internet ha aiutato a diffondere l’informazione e a tenere la gente impegnata nelle loro case solitarie. Ma continua a spargere informazioni errate e molte teorie cospirazioniste. Internet mi ha dato modo di parlare con i miei studenti, ma incontrarci dopo qualche mese ci ha reso felici.
Così suppongo Keep beating below 65° perché non vogliamo che la bella schiuma collassi.
Sbattere energicamente ma con cautela, sbattere intendo.
Voglio davvero tanto incominciare il piccolo workshop in galleria che con solo 3 o 4 persone riuscirà a creare forme schiumose, che lentamente cresceranno per formare questa grande struttura che conquisterà lo spazio separandoci di nuovo l’uno dall’altro, ma che, si spera, mostrerà anche la gioia della realizzazione tutti insieme.

(Ps: Perché hai usato metafore culinarie per descrivere la progettazione della mostra? Strapazzi i pensieri come fossero uova, parli dei manuali come fossero ricettari. Non è un malinteso che tu intitoli la mostra reinterpretando le istruzioni sull’imballaggio di un latte d’avena atte a rendere la schiuma al meglio. Keep beating below 65° ci appare come una volontà:
A proposito della schiuma Roland Barthes scriveva in miti d’oggi: Quanto alla schiuma, è nota la sua significazione di lusso; prima di tutto ha un’apparenza di inutilità; in secondo luogo la sua proliferazione abbondante, facile, quasi infinita, lascia supporre nella sostanza da cui esce un germe vigoroso, un’essenza sana e potente, una grande ricchezza di elementi attivi in un piccolo volume originario; infine seconda nel consumatore un’immagine aerea della materia, un modo di contatto leggero e verticale insieme, perseguito come una felicità…. La schiuma può perfino essere segno di una certa spiritualità nella misura in cui lo spirito è ritenuto capace di ricavare tutto dal nulla, una grande superficie di effetti da un piccolo volume di cause…).

Ps: A proposito di Roland Barthes e de La morte dell’autore e anche di Foucault e del testo incipit di Suzanne Prinz della tua ultima monografia Things in Slices in che rapporto sei con l’autorialità e con l’idea di avanguardia e di capolavoro? È più importante l’autore, l’opera, la sua riproducibilità o il visitatore?

Ps: Circa il riciclo come si può distinguere un lavoro sostenibile da uno insostenibile?).