Bojan Šarčević – What remains is the threat
Bojan Šarčević – What remains is the threat
Opening 02.10.26
Pinksummer | Palazzo Ducale, Genova

Pinksummer è lieta di presentare
Bojan Šarčević
What remains is the threat
Opening 02.10.26 | 6 pm
Pinksummer | Palazzo Ducale, Genova
“Cara Antonella,
Grazie per tutte queste domande. Sono davvero interessanti e mi hanno fatto ripensare a molte delle questioni che ruotano attorno a questo lavoro. Tocchi aspetti della violenza anche molto diversi tra loro, e non sono sicuro di riuscire a rispondere su tutti in modo erudito o teorico. Probabilmente posso parlare in maniera più semplice, partendo dall’origine del lavoro e dalla mia esperienza personale.
Hai ragione a creare una connessione con Vieille Lâcheté, la mostra che abbiamo fatto insieme qualche anno fa. Quella mostra aveva a che fare con il tema della mostruosità, e vedo What remains is the threat proprio come una sua continuazione. Forse le mie preoccupazioni sono diventate solo più specifiche. Dopo la mostruosità, in qualche modo, viene la violenza. E poi il trauma, l’ansia, la paura e la questione di come tutte queste cose si integrano nei nostri corpi, nella nostra educazione e, infine, nelle strutture ordinarie delle nostre vite.
Credo che ciò che mi interessa oggi sia proprio il fatto che la violenza non è eccezionale. Certo esiste una violenza spettacolare—la guerra, l’omicidio, il massacro—ma esiste anche una violenza molto più silenziosa, che ci circonda costantemente e che ormai facciamo fatica a riconoscere. È istituzionale, economica, politica, psicologica. Diventa parte del modo in cui funziona la società.
Forse è per questo che l’idea della banalità del male mi risulta ancora così potente. Ratko Mladić è ovviamente un esempio estremo, ma ciò che fa paura non è soltanto l’individuo che commette questi atti. È tutto ciò che, intorno a lui, li rende possibili: le persone che li accettano, li razionalizzano, li amministrano o semplicemente vanno avanti con la propria vita mentre accadono.
E forse tutto questo è ancora più strano oggi, perché abbiamo una prossimità costante con la violenza. Ce la portiamo dietro sugli schermi. Possiamo guardare le immagini di una guerra o di una città distrutta e, letteralmente pochi secondi dopo, guardare un ristorante, una mostra, un paio di scarpe, le vacanze di qualcuno. Non c’è quasi più transizione. Queste realtà completamente diverse coesistono sulla stessa superficie.
Lo trovo molto inquietante. Non perché pensi che le persone siano indifferenti o in qualche modo moralmente peggiori che in passato.Credo semplicemente che esista un limite a quanto uno può assorbire. Non si può vivere permanentemente nella piena consapevolezza di tutta la violenza che avviene nel mondo. Sarebbe insopportabile. Così la normalizziamo. La integriamo. Troviamo dei modi per continuare.
Ed è forse da qui che nascono i lavori. La violenza che contengono non arriva proprio come un’esplosione. È già accaduta, o forse sta ancora accadendo, ma da qualche parte all’interno della struttura. Il metallo piegato, le giacche di pelle vuote, le scene medievali di divoramento, i serpenti—non illustrano la violenza. Sono più come delle cose che l’hanno assorbita.
I rilievi medievali mi hanno interessato proprio per questo motivo. Oggi queste immagini di corpi divorati ci appaiono mostruose, ma erano anche strumenti di organizzazione morale. Mostravano che cosa accade a chi si colloca al di fuori di un determinato ordine. In questo senso il mostro è già amministrativo. Ti dice a quale posto appartieni e che cosa succede se non ci rimani.
E forse i nostri stessi sistemi non sono poi così diversi. Sono semplicemente molto più levigati.
Per questo faccio anche fatica a credere che la violenza appartenga a un qualche passato primitivo che la civiltà starebbe progressivamente lasciandosi alle spalle. Non sono sicuro di avere una visione hobbesiana dell’umanità e non credo necessariamente che gli esseri umani siano fondamentalmente violenti. Ma penso che la violenza sia stata presente lungo tutta la storia della civiltà e che abbia una straordinaria capacità di adattamento. Cambia linguaggio, aspetto e tecnologia. A volte diventa meno visibile proprio perché si è integrata meglio.
Persino qualcosa di ordinario come il telefono nelle nostre mani ci mette in relazione con l’estrazione di risorse in qualche altra parte del mondo, con condizioni di lavoro che non vediamo, forse persino con conflitti che si stanno svolgendo a migliaia di chilometri di distanza. Quindi la difficoltà sta nel fatto che noi non siamo esterni a queste strutture. Il nostro stesso benessere vi partecipa. Anche la cultura vi partecipa. Io sicuramente sì.
Questa consapevolezza è diventata molto più forte per me negli ultimi anni. Ecologicamente, finanziariamente, politicamente, tutto sembra in qualche modo amplificato. Forse quando ero piùgiovane conservavo ancora l’idea piuttosto ingenua che certe forme di violenza appartenessero alla storia. Il che è strano, perché in realtà io stesso ho vissuto la guerra e lo sfollamento. Ma forse proprio per questo, per molto tempo ho avuto bisogno di immaginarli come qualcosa che era accaduto, qualcosa che uno si poteva lasciare alle spalle.
Adesso ne sono meno sicuro.
La tua ultima domanda tocca per me questo punto nel modo più diretto. Come fa la persona della porta accanto a diventare improvvisamente il nemico? Come fa un collega, un vicino o un amico a diventare qualcuno che deve scomparire perché un’identità possa sopravvivere? Ho visto qualcosa del genere accadere in Jugoslavia. Ancora non lo capisco del tutto. Ciò che mi spaventa è la rapidità con cui identità che sembravano relativamente fluide possono irrigidirsi quando vengono organizzate attraverso la paura. Una volta che le persone si convincono che la propria esistenza dipende dall’esclusione di qualcun altro, la violenza può improvvisamente apparire non soltanto accettabile, ma necessaria.
Ed è per questo che non saprei dire se il conflitto in sé sia davvero l’origine della violenza. Anche il conflitto può essere produttivo. La differenza può essere produttiva. Forse la violenza comincia quando il conflitto non è più in grado di tollerare la complessità—quando l’altro deve diventare completamente altro, quando l’ambiguità diventa insopportabile, quando qualcuno deve essere ridotto a una categoria prima di poter essere escluso o distrutto.
Quindi sì, in questo senso è possibile che la violenza sia una scorciatoia. Elimina la complessità.
Ma esito a fare di tutto questo una teoria generale. Non ho risposte a queste domande, e non credo che la mostra ne proponga. I lavori sono nati più come una reazione, qualcosa che si è accumulato per molto tempo e si è coagulato a un certo punto in una questione urgente.
La frase «Viviamo tra ciò che rimane, non come sopravvissuti ma come archivisti di catastrofi sottaciute» [nostra trad.] probabilmente nasce da questa sensazione. Siamo circondati dalle conseguenze di cose che non abbiamo necessariamente vissuto in maniera diretta eppure in qualche modo abbiamo ereditato. Edifici, oggetti, immagini, istituzioni, persino gesti possono portare con sé delle storie che non sono più visibili. Noi viviamo all’interno di questi strati. La catastrofe non scompare quando l’evento è finito. Cambia forma.
È questo che intendo quando dico che la violenza è una struttura piuttosto che un evento. Persiste e circola. Diventa architettura, burocrazia, immagine, abitudine, a volte persino bellezza.
Ma non voglio neanche concludere con l’idea che tutto sia inevitabilmente violento e che non esista la possibilità di qualcosa di diverso. La cosa curiosa è che i lavori che sto iniziando ora si stanno dirigendo verso tutt’altro. Per la prima volta dopo molto tempo sono tornato a lavorare con le immagini, e ho sviluppato un interesse per l’origine della vita—il modo in cui la vita appare, si organizza e diventa progressivamente più complessa.
Forse è semplicemente il mio modo di lasciarmi questo ciclo alle spalle. O forse, dopo aver trascorso tanto tempo a pensare alla distruzione, avevo bisogno di pensare a ciò che viene prima di essa, o a ciò che potrebbe venire dopo.
Quindi forse, dopotutto, c’è anche una qualche forma di speranza. Deve esserci, in un modo o nell’altro.
Bojan”
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Nelle tue opere recenti guardi alla violenza come a un continuum, come a qualcosa di strutturale: la violenza pare essere colta come ben al di là dello scenario dell’eccezione. Sembra piuttosto assumere forme ordinarie quotidiane, apparentemente legali, rintracciabili nelle zone oscure dei “corridoi levigati dell’Occidente umanitario” come scrive in un bel saggio di antropologia della violenza Roberto Beneduce muovendo dai concetti di malattia, di devianza, di esclusione. I massacri veri e propri accadono invece in un altrove mutevole. Come definiresti o classificheresti la violenza considerando la pluralità delle sue espressioni?
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Credi che sia troppo ingenuo pensare a una politica scollata dal potere, ossia non fondata dal potere e sul potere, ma piuttosto sul presupposto di uguaglianza tra tutti gli esseri contro la logica della sovranità dello Stato moderno (il “potere destituito” di Giorgio Agamben)? Una politica libera dall’aggressività coloniale e dalle smanie di conflitto? È il conflitto la radice della violenza?
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Sembra che tu abbia una visione hobbesiana pessimistica della natura umana—homo homini lupus. Credi che la violenza sia ontologica e solo distruttiva o credi che l’aggressività possa essere regolamentata e ritualizzata, come la “combattività” di cui si parla in etologia, assumendo anche connotati benigni e rimandi all’idea di cooperazione in natura sia rispetto agli umani che alle altre specie animali?
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Non credi che la violenza sia una sorta di scorciatoia che nega la complessità del conflitto?
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Nel 2013 lo psicologo americano Steven Pinker ha pubblicato uno studio molto importante sul declino della violenza, The Better Angels of Our Nature, in cui afferma che l’epoca che stiamo vivendo è la più pacifica della Storia umana. Le opere di What remains is the threat presentate prima da BQ a Berlino e poi da Pinksummer, pur essendo contemporanee nei contenuti come forse nella tecnica, hanno un’aura medievale e rimandano al sottile fantasma di una violenza potente: nel Medioevo, se non si sapeva amare e odiare con tutta la passione possibile, si veniva emarginati. Cosa intendi affermando “Viviamo tra le vestigia, non come sopravvissuti ma come archivisti di catastrofi inespresse [inesprimibili?]”?
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In Design for Evolution, il filosofo, astrofisico e ingegnere Erich Jantsch afferma che l’universo non è una macchina statica, ma si auto organizza sistematicamente in nuovi processi inventando nuovi livelli di complessità, e che così è la vita così è la mente e così sono le società. Il concetto di gliding evolution mostra che la violenza si arcaicizza e si modernizza in una provvisoria danza spazio-temporale. Non credi che la violenza moderna, l’egoismo predatorio e la distruttività abbiano a che fare con l’incapacità di comprendere la natura stratificata dei cambiamenti, soprattutto quelli di natura tecnologica? Il tasso di criminalità minorile non è mai stato così elevato. È possibile per il sistema del consorzio umano tentare delle linee coevolutive rispetto alla velocità delle tecnologie?
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Abbiamo letto che i serial killer stanno scomparendo. Il decennio che va dalla fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta è stata l’epoca d’oro di questo genere di criminali, inizialmente chiamati “mostri” per creare con il linguaggio un’alterità radicale rispetto al concetto di umano. Di fatto, alcuni di loro sono diventate delle sorte di star, e nel 1992 è stata messa in commercio una serie di figurine dedicate ai serial killers dal titolo Bloody Visions. La nascita del profiling, che mette in relazione la violenza e la perversione con la società, unitamente al DNA, ai telefoni cellulari, alle telecamere di sicurezza—insomma, alla tracciabilità—permette di predire futuri omicidi. E poi l’autostop non si fa più.
In Le schegge, Bret Easton Ellis afferma che i serial killer non esistono più perché è cambiata la società, e che oggi, in Occidente, sono in voga le stragi. Alcuni criminologi affermano che uccidere ripetutamente appartiene ai meccanismi primordiali della sopravvivenza umana. Credi che manchino i coni d’ombra nelle mappe o questo genere di crimine è diventato desueto?
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Quando sei stato con noi a Genova per la tua personale Vieille Lâcheté, che peraltro ci appare fortemente collegata a What remains is the threat, per la prima volta ci hai parlato dalla tua fuga, giovanissimo, da Belgrado. Il generale Ratko Mladíc è morto pochi giorni fa. Perché le guerre a volte trasformano in straniero, in minaccia da espellere o addirittura da eliminare il vicino di casa, il collega, il coniuge, l’amico? Perché si uccide tentando di preservare l’identità?
#comingsoon




















