TOMÁS SARACENO – ANCESTRAL FUTURES | HAUS DER KUNST, MONACO, 17.07.26 – 07.02.27

TOMÁS SARACENO – ANCESTRAL FUTURES | HAUS DER KUNST, MONACO, 17.07.26 – 07.02.27

“Ancestral Futures” di Tomás Saraceno riunisce i campi delle scienze naturali, dell’architettura e delle conoscenze ecologiche tradizionali nella più grande mostra del suo lavoro mai allestita in Germania.

Tomás Saraceno, El Santuario del Agua, 2026 (digital rendition).
«Quando il lama beve dalle stelle e il ragno tesse i cicli della vita, dove il cielo tocca la terra e il tempo si espande come il sale…» — così Tomás Saraceno descrive la mostra “Ancestral Futures”.

LUCA TREVISANI – KOTIKEYE | CASA MUSEO JORN, ALBISSOLA MARINA, 30.05.26 – 25.08.26

LUCA TREVISANI – KOTIKEYE | CASA MUSEO JORN, ALBISSOLA MARINA, 30.05.26 – 25.08.26

Casa Museo Jorn presenta Kotikeye, mostra di Luca Trevisani che segna l’esito di un articolato progetto dell’artista curato e prodotto dall’Associazione BLU–Breeding and Learning Unit di Genova, vincitore della 13ª edizione dell’Italian Council (2024), il programma di promozione internazionale dell’arte contemporanea italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Luca Trevisani, Kotikeye, Casa Jorn, Albissola, Italy, 2026. Exhibition view. Photo © Andrea Rossetti.

Dopo aver attraversato in forma performativa una serie di contesti internazionali–dal FRAC Corsica all’Académie Internationale de la Céramique di Ginevra, dal Museo Nazionale d’Arte Moderna di Zagabria al Palazzo Ducale di Genova– e prima di entrare nella collezione del Museo Madre– Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee di Napoli, la serie di sculture in grès nata nell’ambito del progetto è esposta per la prima volta al pubblico presso la Casa Museo Jorn.

Le opere, realizzate in collaborazione con Danilo Trogu del laboratorio La Casa dell’Arte, parte delle rinomate manifatture ceramiche di Albissola, entrano in dialogo con il suggestivo luogo in cui Asger Jorn ha teorizzato e vissuto la fusione tra architettura, natura e arte, oggi parte della Fondazione Museo della Ceramica di Savona.

La nuova serie di sculture nasce da una profonda indagine sulle Grotte di Toirano (Savona), luoghi ancestrali dove la stratificazione geologica conserva tracce di una convivenza millenaria tra natura e cultura, gesto umano e traccia animale, memoria e materia. Qui, accanto alle impronte lasciate da esseri umani migliaia di anni fa, sono visibili anche quelle di alcuni cani che si ritiene vivessero in prossimità dell’uomo, forse addomesticati. Trevisani ha esplorato le cavità carsiche delle grotte liguri alla ricerca di queste impronte, leggendole come soglie di contatto tra specie, storie condivise, punti di frizione e trasformazione reciproca, segni sospesi tra il biologico e il simbolico.

Le sculture in grès, ispirate alla morfologia delle grotte, hanno assunto forme porose e tattili che incorporano tracce organiche e di cibo, evocando processi di sedimentazione e ritualità.

 

Il titolo Kotikeye richiama un’espressione usata dai missionari cristiani in Antartide che, non potendo fare riferimento all’“Agnello di Dio” dove non esisteva l’agnello, indicarono nello sguardo del cucciolo di foca la massima espressione di innocenza. Uno sguardo animale e sacro, capace di attraversare le barriere tra specie e culture. Le opere si offrono così come contenitori di relazioni, strumenti di prossimità, superfici sensibili in cui ciò che è umano e ciò che è animale si toccano, si riconoscono, si modificano a vicenda. Le sculture sono state attivate nel corso di una serie di banchetti performativi, presentazioni conviviali concepite come rituali di relazione. In questi eventi, ogni gesto diventa linguaggio: il cibo si modella attraverso le sculture e si fa strato, impronta e traccia, coinvolgendo i corpi in una danza di prossimità e scoperta.

Kotikeye trasforma le impronte preistoriche custodite delle Grotte di Toirano in sculture porose, soglie di contatto tra umano e animale, memoria e materia – afferma Trevisani –. I calchi in ceramica dei passi di una famiglia preistorica, e forse del loro cane, magici e inquieti, celebrano un’alleanza interspecifica e un pensiero che attraversa corpi, gesti e tatto.

Il cibo, servito sulle sculture, invita a mangiare con le mani in una coreografia sensoriale che restituisce al tatto il ruolo di lingua originaria. Le sculture, nel loro attivarsi, rivelano il proprio doppio statuto: oggetti e soggetti, strumenti e presenze, simboli e corpi. Il progetto, nel suo insieme, mette in discussione l’idea stessa di scultura e di utensile, di cibo, forma e funzione, e propone una riflessione radicale sulla domesticazione come dispositivo culturale profondo, in cui si intrecciano controllo, affetto, violenza e reciprocità.

CESARE VIEL – SI PUÒ TREMARE PER UNA FRASE | LIBRO

CESARE VIEL – SI PUÒ TREMARE PER UNA FRASE | LIBRO

Si può tremare per una frase è un libro curato dallo stesso artista che raccoglie i testi performativi di Cesare Viel, scritti in più di trent’anni di attività artistica.

Cesare Viel

Si può tremare per una frase. Testi performativi 1990-2024, 2026

Postmediabooks

Lingua: Italiano

Pagine: 192 (51 ill.)

ART DUBAI 2026 | DUBAI, 14.05.26 – 17.05.26

ART DUBAI 2026 | DUBAI, 14.05.26 – 17.05.26

Pinksummer partecipa all’edizione speciale di Art Dubai con un’opera digitale di Tomás Saraceno.

Tomás Saraceno, Poetic Cosmos of the Breath, 2013. Installation view at Art Dubai Special Edition, United Arab Emirates, 2026. Courtesy of the artist and Pinksummer. Photo © Faiz Khan.

Poetic Cosmos of the Breath

 

Ispirata al lavoro di Dominic Michaelis, architetto e inventore inglese che ha ideato la tecnologia per una mongolfiera a energia solare, Poetic Cosmos of the Breath è una cupola solare sperimentale a tempo che si alza in volo solo in determinate condizioni climatiche. Utilizza materiali apparentemente semplici: una sottilissima lamina accompagnata da alcuni sacchi di sabbia e da una manciata di partecipanti per produrre un effetto sorprendentemente etereo e scintillante. Messa in scena all’alba, quando le condizioni di temperatura cambiano naturalmente, l’aria all’interno della mongolfiera viene riscaldata dall’effetto serra e il materiale leggero si solleva lentamente da terra completamente senza l’ausilio di macchinari o energia elettrica. Allo stesso tempo, la luce del sole che filtra attraverso il materiale crea un vibrante bagliore iridescente dai toni dell’arcobaleno. Commissionata inizialmente da The Arts Catalyst nel 2007 come azione performativa al Gunpowder Park nell’Essex, l’installazione è stata successivamente presentata nel 2013 a “Mobile M+: Inflation!”, Hong Kong, come evento temporaneo che si svolgeva periodicamente durante la mostra.

Art Dubai 2026 | Special Edition

Madinat Jumeirah

14.05.26 (Preview)

15.05.26 – 17.05.26 (Public days)

Pinksummer's stand at ARCO Madrid 2026.

ARCO MADRID 2026 | MADRID, 04.03.26 – 08.03.26

ARCO MADRID 2026 | MADRID, 04.03.26 – 08.03.26

Pinksummer partecipa alla 45ª edizione di ARCO Madrid con opere di Mark Dion, Peter Fend, Koo Jeong A e Tomás Saraceno.

Pinksummer's stand at ARCO Madrid 2026.
Pinksummer, ARCO Madrid 2026. Installation view. Photo © CHOREO – Lars-Ole Bastar & Roman Häbler.

Artistic Activism for an Interdependent Planet

 

In un mondo che affronta un collasso ecologico senza precedenti, l’arte non deve solo riflettere — deve attivare. Questo progetto riunisce quattro artisti visionari le cui pratiche, pur distinte, convergono in un impegno condiviso verso l’attivismo artistico. Ogni opera in mostra costituisce un invito a ripensare il nostro intreccio con la Terra, promuovendo nuove forme di percezione, responsabilità e cura planetaria.

Peter Fend trasforma la cartografia in resistenza. Con Global Desert, si appropria dei codici visivi delle corporation energetiche per svelare le devastanti realtà della dipendenza dai combustibili fossili. Le sue mappe e le sue proposte non sono metafore, ma vere e proprie strategie — progetti ecologici che ridisegnano il territorio secondo linee idrologiche e biopolitiche. Il suo lavoro mette in luce le contraddizioni del capitalismo estrattivo offrendo al contempo alternative concrete fondate su un’etica planetaria.

Tomás Saraceno ci invita a una coabitazione radicale con mondi non umani. Le sue opere collaborative con i ragni — intricate sculture di ragnatele — e le sue installazioni iridescenti, aerostatiche e basate sulla schiuma propongono uno spostamento di coscienza. Ci chiedono: cosa significherebbe abitare l’aria, la rete, il vuoto — non come dominatori, ma come ospiti? La pratica di Saraceno fonde scienza, architettura e immaginazione, costruendo utopie di solidarietà interspecie e futuri post-fossili.

La serie SS(Seven Stars) di Koo Jeong A traccia un percorso lirico e metafisico attraverso ecologia, astronomia e percezione. Le sue opere immaginano una realtà in cui alberi, stelle e spettatori sono legati da linee invisibili di luce, tempo e cura reciproca. Confrontandosi con la dimensione dimenticata della notte — oggi oscurata dall’inquinamento luminoso — le sue tele luminescenti restituiscono il buio come spazio di visione e riflessione. La sua pratica, profondamente antispecista, recupera l’intelligenza delle piante e la silenziosa saggezza dei ritmi planetari.

Mark Dion rivolge la propria attenzione ai fragili ecosistemi della vita marina. Noto per la sua pratica di assemblare esposizioni pseudo-scientifiche che imitano l’estetica dei musei di storia naturale, Dion conduce lo spettatore in un’indagine che è al tempo stesso ecologica e politica. Catalogando specie, manufatti e tracce dell’impatto umano, mette in evidenza ciò che è in gioco nei nostri oceani: non solo la perdita di biodiversità, ma anche l’erosione della memoria culturale e ambientale. Attraverso questo lavoro, Dion sottolinea come gli ambienti costieri e sottomarini siano testimoni in prima linea della crisi climatica, ricordandoci che la conservazione non è nostalgia, ma resistenza: un impegno a difendere la pluralità delle forme di vita contro le forze omologanti dell’estrazione e dell’urbanizzazione.

Insieme, questi quattro artisti articolano una politica dell’urgenza ecologica — una politica che rifiuta lo spettacolo e abbraccia conoscenza, cura e intervento. Questa non è una mostra su temi ambientali; è una costellazione di opere-agenti che tracciano nuovi immaginari di coesistenza, resistenza e trasformazione.

ARCO Madrid 2026

Padiglione 9, Booth 9D10

04.03.26 – 05.03.26 (Preview)

05.03.26 – 08.03.26 (Public days)

Exhibition view of Plamen Dejanoff's solo show "Heritage Project (United)" at Credo Bonum Foundation, Sofia, 2026

PLAMEN DEJANOFF – HERITAGE PROJECT | CREDO BONUM FOUNDATION, SOFIA, 11.02.26 – 26.04.26

PLAMEN DEJANOFF – HERITAGE PROJECT | CREDO BONUM FOUNDATION, SOFIA, 11.02.26 – 29.03.26

Sette anni dopo aver presentato The Bronze House nel centro di Sofia, l’artista bulgaro-austriaco Plamen Dejanoff torna in Bulgaria con la mostra Heritage Project

Exhibition view of Plamen Dejanoff's solo show "Heritage Project (United)" at Credo Bonum Foundation, Sofia, 2026
Plamen Dejanoff, Heritage Project (United), Credo Bonum Foundation, Sofia, 2026. Exhibition view. Photo © Kalin Serapionov.

Heritage Project è stato presentato per la prima volta nel 2024 al Kunsthaus Graz in Austria e ora arriva in una nuova versione alla Credo Bonum Gallery, invitando a riflettere sulla necessità di imparare dal passato tracciando percorsi attraverso gli strati dell’esperienza culturale collettiva. Come suggerisce il titolo, Heritage Project è dedicato al patrimonio culturale come valore supremo e bene condiviso — uno che richiede responsabilità e cura.

 

Per l’artista, la sua città natale Veliko Tarnovo e il vicino villaggio di Arbanasi, da cui proviene la sua famiglia, diventano un campo di ricerca approfondita. Dejanoff utilizza i mezzi della scultura classica, la conoscenza delle tradizioni artigianali e i processi di restauro, conducendo allo stesso tempo attività di ricerca, raccolta, esposizione e promozione di manufatti culturali attorno ai quali costruisce un contesto culturale sostenibile.

 

Al centro di Heritage Project si trova un oggetto specifico: un grande cancello d’ingresso in ferro battuto prodotto da una compagnia austro-ungarica nel 1830, installato all’ingresso del Sinodo di Tarnovo a metà del XIX secolo e danneggiato durante il terremoto del 1913. Il cancello diventa un’immagine dei movimenti e delle influenze culturali che inevitabilmente accompagnano lo sviluppo umano.

 

Riccamente decorato e restaurato passo dopo passo fino al suo aspetto originale, il cancello è oggetto dell’ampia ricerca di Dejanoff, che coinvolge diversi specialisti. L’artista stesso acquisisce competenze artigianali tradizionali, confrontandosi in prima persona con le sfide poste dai diversi materiali. In stretta collaborazione con maestri artigiani specializzati dei laboratori dell’Austrian Federal Monuments Authority, si sviluppa un processo che si colloca tra funzionalità, restauro e libertà artistica. Il risultato finale è allo stesso tempo un oggetto di patrimonio culturale e un’opera d’arte autonoma.

 

Plamen Dejanoff è nato a Veliko Tarnovo e vive e lavora a Vienna da oltre 30 anni. Ha studiato presso accademie d’arte a Sofia, New York City, Vienna, Los Angeles, Tokyo e Stoccolma. È noto per le sue ricerche sugli oggetti artigianali e industriali, così come sulle diverse forme di consumo, sulle merci e sul design.
Nel 2010, Plamen Dejanoff e Bernhard Heinz (avvocato e collezionista) hanno fondato una fondazione la cui missione è la rivitalizzazione culturale di Veliko Tarnovo, l’affermazione dell’arte contemporanea nella percezione pubblica in Bulgaria e la realizzazione di progetti specifici come Heritage Project. La fondazione opera all’interno di contesti artistici ed è sostenuta da numerose istituzioni e da privati.

 

Il progetto BG-RRP-11-016-0045 “Cultural Heritage” è finanziato nell’ambito della Componente 11 “Inclusione sociale”, Investimento 6 “Sviluppo dei settori culturali e creativi”, attraverso la procedura del Sistema Informativo per il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza BG-RRP-11.016 “Schema di sovvenzioni per la presentazione al pubblico bulgaro di produzioni europee contemporanee provenienti dal settore delle industrie culturali e creative”, come parte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

 

Testo © Credo Bonum Foundation

In occasione della mostra e in collaborazione con il curatore della mostra Stephan Stoyanov, Pinksummer organizza una private view con opere della serie Heritage Project presentata da Pinksummer nel 2024 e visibile su appuntamento presso Art Agency Ltd, Sofia, dal 10 febbraio 2026 e per tutto il periodo della mostra.

Exhibition view of Plamen Dejanoff's "Heritage Project", a private view by Pinksummer in collaboration with Stephan Stoyanov, Sofia, Bulgaria, 2026.

PLAMEN DEJANOFF – HERITAGE PROJECT | PRIVATE VIEW, ART AGENCY LTD, SOFIA, 10.02.26 – 29.03.26

PLAMEN DEJANOFF – HERITAGE PROJECT | PRIVATE VIEW, ART AGENCY LTD, SOFIA, 10.02.26 – 26.04.26

In occasione della personale di Plamen Dejanoff presso la Credo Bonum Foundation e in collaborazione con il curatore della mostra Stephan Stoyanov, Pinksummer organizza una private view con opere della serie Heritage Project presentata da Pinksummer nel 2024 e visibile su appuntamento presso Art Agency Ltd, Sofia, dal 10 febbraio 2026 e per tutto il periodo della mostra.

Invitation card for Plamen Dejanoff's Heritage Project exhibition's private view organized by Pinksummer in collaboration with Stephan Stoyanov in Sofia in 2026

Comunicato stampa

 

«Negli anni Settanta, il Partito Comunista bulgaro iniziò a costruire licei altamente specializzati per promuovere in modo più efficace i talenti dei giovani.

Esistevano scuole superiori con indirizzo matematico… linguistico… musicale… di belle arti… e sportivo.

Quando avevo dodici anni fui selezionato (senza che mi venisse chiesto) per il liceo sportivo di Tarnovo. Il mio sogno, in realtà, era diventare un artista, ma qualcuno decise che appartenevo senza dubbi alla scuola sportiva. Nel liceo sportivo di Tarnovo avevamo almeno sei o sette ore di sport ogni giorno (sei giorni alla settimana), più alcune altre materie.

Dopo molti sforzi da parte dei miei genitori, un anno più tardi riuscii a lasciare il liceo sportivo e a trasferirmi in un collegio artistico, dove ricevetti ogni giorno sei o sette ore di lezioni di arte, architettura e design (sei giorni alla settimana per cinque anni).

Tuttavia, i miei amici del liceo sportivo di Tarnovo (tra cui il mio “idolo”, Trifon Ivanov) crebbero molto bene e, negli anni Novanta, sette degli undici giocatori della nazionale bulgara di calcio provenivano da questa scuola. Sei dei giocatori che conquistarono la medaglia di bronzo per la Bulgaria ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti provenivano proprio dal mio liceo di Tarnovo!»

 

Questo episodio segna l’inizio della Trifon Ivanov Collection di Plamen Dejanoff, attraverso la quale l’artista ha progressivamente costruito un ampio corpus di opere — quasi un museo in sé — composto da fotografie, adesivi e pubblicazioni. Le opere in porcellana, prodotte dall’artista in collaborazione con Augarten Wien, fondata nel 1718, sono sculture ibride collocate a metà strada tra zuppiere e trofei calcistici.

 

«Alla fine degli anni Novanta il sistema educativo in Bulgaria collassò completamente e uno dopo l’altro i licei specializzati vennero chiusi. Anche il leggendario liceo sportivo di Tarnovo fu chiuso e, cinque anni fa, brutalmente trasformato in una scuola di turismo. Attraverso l’Heritage Project sono riuscito a salvare dalla distruzione una parte dell’edificio (che non era più necessaria). Con grande sforzo ho smontato una sezione del liceo sportivo di Tarnovo con l’idea di incorporarla in Heritage Project».

 

Plamen Dejanoff ha iniziato un’approfondita ricerca sull’artigianato per indagare il patrimonio culturale europeo, concentrandosi sia sul senso di responsabilità sia sull’identità nazionale. Attingendo a conoscenze architettoniche, artistiche e artigianali, le sue opere funzionano come citazioni scultoree e architettoniche che raccontano storie sulle loro origini e sulle qualità estetiche dell’artigianato tradizionale.

 

In collaborazione con il BDA (Bundesdenkmalamt) di Vienna, autorità per la tutela dei monumenti in cui artigiani e restauratori hanno affiancato l’artista, Dejanoff ha prodotto una serie di piccole sculture che rimandano a elementi architettonici storici. Queste opere sono realizzate in ferro e rifinite utilizzando tecniche medievali, tra cui la pittura a olio con pigmenti di malachite e azzurrite frantumati e mescolati con olio di lino.

 

I dipinti su vetro sono realizzati a mano e prodotti in collaborazione con Lamberts, l’unica azienda in Europa che produce ancora vetro soffiato a mano, attiva dal 1934. Il lampadario è una riproduzione composta da circa 150 elementi ed è basato su un lampadario originale dell’Impero austro-ungarico.

 

La private view di Plamen Dejanoff in collaborazione con Stephan Stoyanov sarà visibile su appuntamento dal 10 febbraio e per tutto il periodo della mostra presso Art Agency Ltd (Blvd. Bulgaria 58, Entrance C, Suite 16, 1680, Sofia, Bulgaria).

Tobias Putrih

Bio e CV

Tobias Putrih (1972 Kranj, Slovenia) vive e lavora a Cambridge, Massachusetts, USA, e a Lubiana, Slovenia.

 

 

 

MOSTRE PERSONALI

2024

Order of Sweetness, Cukrarna, Lubiana, Slovenia

 

2022

Steel Industry, The Museum of Modern and Contemporary Art Koroška, Ravne, Slovenia

 

2021

Perceptron, Museum of Modern and Contemporary Art, Lubiana, Slovenia

Internal affair, Pinksummer, Genova

 

2016

Pa da, da, da, Galerija Kula, Split, Croazia

Slight Agitation, Fondazione Prada, Milano, Italia

Group Form, Galerie Greta Meert, Bruxelles, Belgio

Compressōes, Galeria Luciana Brito, San Paolo, Brasile

Obfuscation, Pinksummer, Genova, Italia

 

2015

Pale Guardians, Galerija Gregor Podnar, Berlino, Germania

 

2014

Solar Limb, Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera

Routine Inspection, Zollamt, Bad Radkesburg, Austria (parte dello Steirischer Herbst Festival)

Inspección rutinaria, Flora, Bogotá, Colombia

 

2013

Death of Tarelkin, Galerie Greta Meert, Bruxelles, Belgio

Revolution Square, ARKO Art Center, Seul, Corea del Sud (catalogo)

An Ode to the Egg, P74 Gallery, Lubiana, Slovenia

 

2012

White City, Villa Merkel, Esslingen, Germania (catalogo)

Apropos Polly Magoo, Natalie Seroussi, Meudon, Francia

Book Tower Studio, SMAK, Ghent, Belgio

 

2011

When Language Goes on Holiday, Meulensteen/Protetch Gallery, New York, USA

Spogliando un vicino, Pinksummer, Genova, Italia

A,H,O,I,!, Galerija Gregor Podnar, Berlino, Germania

 

2010

Siska, International, Espace 315, Centre Pompidou, Parigi, Francia (catalogo)

After Frei Otto, Ludlow38, New York, USA

Majestic, Wexner Center, Columbus, Ohio, USA

 

2009

Without Out, MIT List Visual Arts Center, Cambridge, Massachusetts, USA (catalogo)

Overhang, BALTIC Center for Contemporary Art, Gateshead, Regno Unito

Intervention #10, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, Paesi Bassi

 

2008

Restless Subject, Kunsthaus, Zurigo, Svizzera (con Runa Islam)

White Cube, Londra, Regno Unito (con Runa Islam)

Cinéma attitudes, attitudes, Ginevra, Svizzera

Re-projection, Galerija Gregor Podnar, Berlino, Germania

Lost Cinema Lost, Galleria Civica, Modena, Italia (con Runa Islam) (catalogo)

 

2007

Venetian, Atmospheric, Padiglione della Repubblica di Slovenia, 52ª Biennale di Venezia, Italia (catalogo)

Quasi-Random, Neuberger Museum of Art, Purchase, New York, USA (catalogo)

Repertoire, Max Protetch Gallery, New York, USA

Paradise, Pinksummer, Genova, Italy

Max Protetch Gallery – Project Space, New York, USA

 

2006

A Place by Two, Galerija Gregor Podnar, Ljubljana, Slovenia

Laumeier Sculpture Park, St. Louis, Missouri, USA (catalogo)

 

2005

Max Protetch Gallery, New York, USA

Grazer Kunstverein, Graz, Austria

 

2004

Galerie Almine Rech, Parigi, Francia

 

2003

Max Protetch Gallery, New York, USA

Mala galerija, Museum of Modern Art, Ljubljana, Slovenia

 

2002

Science Fiction, Bezigrajska Galerija, Ljubljana, Slovenia

 

2001

Movie Tales, Galerija Skuc, Ljubljana, Slovenia

 

1999

Galerija Kapelica, Ljubljana, Slovenia

 

 

MOSTRE COLLETTIVE

2024

Moments, La Triennale della Cultura e dell’Arte Contemporanea Mitteleuropea, Olomouc, Repubblica Ceca

Against the Stream, 10ª Triennale d’Arte Contemporanea, Moderna Galerija, Ljubljana, Slovenia

 

2023

(Everything Is) Not What It Seems, Piran Civic Gallery, Piran Coastal Galleries, Slovenia

Counterimaginaries, Tromsø Kunstforenings, Tromsø, Norvegia

 

2021

Čudovitost spomina / The Wonderfulness of Memory, Cukrarna, Ljubljana, Slovenia

Bigger than Myself. Heroic Voices from ex-Yugoslavia / Più grande di me. Voci eroiche dalla ex Jugoslavia, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma, Italia

 

2019

Biennale del Cairo, Egitto

Fresh Window, MUDAM – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

Negativer Raum, ZKM, Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe, Germania

A World Viev: The Tim Fairfax Gift, Toowoomba Regional Art Gallery, Gympie, Australia

 

2018

Temporary Structures, PLATO, Ostrava, Repubblica Ceca
Triennale d’Arte Echigo Tsumari, Niigata-ken, Giappone
Volcano Extravaganza, Villa Lunatica, Stromboli, Italia
Recollection – A Journey After 28 Years, PROYECTOSMONCLOVA, Città del Messico, Messico

Futurologija – Kaj lahko umetnost jutri naredi za vas?, Mestna galerija Nova Gorica, Nova Gorica, Slovenia

The Swamp School, Il Giardino Bianco Art Space, Castello, 16ª Biennale di Architettura, Venezia, Italia

 

2017

La Biennale di Curitiba, Curitiba, Brasile

trigon 67/17. ambiente nuovo/ post environment, Künstlerhaus, Halle für Kunst & Medien, Graz, Austria.

 

2016

A History. Contemporary Art from the Centre Pompidou, Haus der Kunst, Monaco, Germania

Shape of Time – Future of Nostalgia – National Museum of Contemporary Art (MNAC), Bucharest, Romania

Biennale DeCordova New England, Lincoln, Massachusetts, USA

Um die Ecke denken – Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera

Low-Budget Utopias – Museum of Contemporary Art Metelkova , Ljubljana, Slovenia

 

2015

Reverse Order: Troika, Tobias Putrih, Larry Bell, Anne Mosseri-Marlio Galerie, Basilea, Svizzera

Crises and New Beginnings: Art in Slovenia 2005–2015, Museum of Contemporary Art Metelkova, Ljubljana, Slovenia

Vanità/Vanitas, Museo Ettore Fico, Torino, Italia

1ª Biennale TRIO, Rio de Janeiro, Brasile

Timely Manoeuvres – Ikkan Art Gallery, Singapore

The magic of art. Protagonists of Slovenian contemporary art 1968-2013, Glyptotheque, Zagreb, travelled to Künstlerhaus Wien, Vienna, Austria

Mainzer Ansichten – Kunsthalle Mainz, Magonza, Germania

 

2014

Une histoire, art, architecture et design, des années 80 à aujourd\’hui – Centre Pompidou Musée National d ́Art Moderne, Parigi, Francia

Art & Me – MUDAM – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo
Coffee & Ink – Casas Riegner Gallery, Bogotá, Colombia
September Show – Galerie Gregor Podnar, Berlino, Germania
La Magia Dell’Arte – I Protagonisti Dell’Arte Moderna Slovena 1968-2013 – Villa Manin. Centro d’arte contemporanea, Codroipo, Udine, Italia

Urbane Perspektiven – Dark City – Schafhof – Europäisches Künstlerhaus Oberbayern, Freising The Empty Pedestal – Museo Civico Archeologico di Bologna, Bologna, Italia
Film Without Film, Oberhausen Film Festival, Oberhausen, Germania

 

2013

Triple Identity: Favaretto, Maljkovic, Putrih, Contemporary Museum Istria, Pula, Croazia

Off-Modern: Ruins of the Future, Special projects of the 5th Moscow Biennale of Contemporary Art, Mosca, Russia
Ways of Working: the Incidental Object, Fondazione Merz, Torino, Italia

OK ExtraKino, OK Zentrum, Linz, Austria

Cinematic Scope, Georg Kargl Fine Arts, Vienna, Austria

 

2012

TRACK, SMAK, Ghent, Belgio

Light and Landscape, Storm King Sculpture Park, Mountainville, New York, USA
One Sixth of the Earth, MUSAC, Leon, Spagna; mostra itinerante presentata anche presso ZKM Zentrum, Karlsruhe, Germania

Les Detours de L’Abstracion, Mudam, Lussemburgo
Cantenmus – Choirs, the Sublime and the Exegesis of Being, Argos, Centre for Art and Media, Bruxelles, Belgio
Wir sind alle Astronauten, Zeppelin Museum Friedrichshafen, Germania

 

2011

MärklinWorld. Kunsthal KAdE, Amersfoort, Paesi Bassi
Auditorium Moscow. A sketch for a Public Space. Bielie Palaty, Mosca, Russia

Un’Espressione Geografica, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia

Spaceship Earth, Centre of Contemporary Art Znaki Czasu, Torun, Polonia
We Are All Astronauts – Universe Richard Buckminster Fuller, MARTa Herford, Germania

 

2010

Rehabilitation, Wiels, Bruxelles, Belgio
21st Century: Art in the First Decade, Queensland Art Gallery, Queensland, Australia

29ª Biennale di San Paolo, Brasile
Yesterday’s Tomorrows, Musée d’art contemporain de Montréal, Canada
Material World, Mass MoCA, North Adams, Massachusetts, USA
Star City: The Future Under Communism, Nottingham Contemporary, Regno Unito

Brave New World, Mudam, Lussemburgo

 

2009

Projections, Musée d’art contemporaine de Nimes, Francia
Go East II, Musée d’art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

Warsaw Under Construction, Museo d’Arte Moderna, Varsavia, Polonia

Tiempo como materia, Museu d’art Contemporani de Barcelona, Barcellona, Spagna

Là où je suis n’existe pas, Les Abattoirs, Toulouse, France

 

2008

Psycho Buildings: Architecture by Artists, The Hayward Museum, Londra, Regno Unito

Megastructure Reloaded, Berlino, Germania

Peripheral Vision and Collective Body, Museion, Bolzano, Italia

Fast-Forward, Project Space 176, Londra, Regno Unito
Transmediale 08 : Conspire, Haus der Kulturen der Welt, Berlino, Germania

 

2007

Anachronism, Argos, Bruxelles, Belgio
Multiplex – Directions in Art, 1970 to Now, MoMA, New York, USA
Forms of Resistance, Van Abbemuseum, Eindhoven, Paesi Bassi

 

2006

Erzahlungen, -35/65+ Zwei Generationen, Kunsthaus Graz, Graz, Austria

Eldorado, Mudam – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

ArtUnlimited, Galerija Gregor Podnar, ArtBasel 37, Basilea, Svizzera

Dialogo II, Galleria Enrico Fornello, Prato, Italia

 

2005

Certain Tendencies in Representation, Thomas Dane Gallery, Londra, Regno Unito
Greater New York, PS1, Long Island City, New York, USA
Monument for America, Wattis Institute for Contemporary Arts, San Francisco, California, USA; mostra itinerante presentata anche a White Columns, New York, USA
Downtime: Constructing Leisure, New Langton Arts, San Francisco, California, USA
Trend, City Art Muesum Ljubljana, Slovenia

 

2004

Collective Effort, Baltimore Museum of Art, Baltimora, Maryland, USA

Mediteraneo, MACRO, Roma, Italia

Den Haag Skulptuur, L’Aia, Paesi Bassi
Seven Sins, Museum of Modern Art, Ljubljana, Slovenia

 

2003

ArtUnlimited, Art Basel 34, Basilea, Svizzera
In the Gorges of the Balkans, Kunsthalle Fridericianum, Kassel, Germania
U3, Museum of Modern Art, Ljubljana, Slovenia
Peter Donaldson, Kalin Lindena,Tobias Putrih, Transmission Gallery, Glasgow, Regno Unito

 

2002

Manifesta 4, Francoforte, Germania
September Horse, Kunstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania
Kunstexpeditionen, Forum del Sony Center a Postdamer Platz, Berlino, Germania

Max Protetch Gallery, New York, USA
Skuc Gallery Project, Art Moscow, Moscow, Russia
Twinklings, Galerija Skuc, Ljubljana, Slovenia

 

2001

Becomings, Museum of Contemporary Art, Tirana / City Art Museum Ljubljana, Slovenia

Shall I or shall I not?, Pavel-House, Laafeld, Austria

 

 

COMMISSIONI PUBBLICHE, BANDI

2016

UMass Lowell Art commission, Lowell, Massachusetts, USA

 

2015

Southbank Tower commission, Londra, Regno Unito

Commissione per l’Arte Pubblica della città di Ravne, Slovenia

 

2012

Public art commission at Public School 224, Queens, New York, USA

 

2011

Auditorium Moscow, Mosca, Russia

 

2010

WWB2 Auditorium, Museo d’Arte Moderna, Varsavia, Polonia

Padiglione per il Museo d’Arte Moderna di Varsavia (su invito, 2º posto – con gli architetti del MOS, New York)

 

2009

Sculpture park design, Canal & Varick Street, New York (con gli architetti dell’Interboro, New York)

 

 

COLLEZIONI PUBBLICHE (SELEZIONE)

Centre Pompidou, Musée National d ́Art Moderne, Parigi, Francia

Musée d’art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

Museu d’art Contemporani de Barcelona, Barcellona, Spagna

Museum of Modern Art, New York, USA

Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, Paesi Bassi

Fondazione Prada, Milano, Italia

Sprengel Museum, Hannover, Germania

Installation view of Koo Jeong A's Land of Ousss [ GRAVITTA ], Kunsthaus Bregenz 2026.

KOO JEONG A – LAND OF OUSSS [ GRAVITTA ] | KUNSTHAUS BREGENZ, 31.01.26 – 25.05.26

KOO JEONG A – LAND OF OUSSS [ GRAVITTA ] | KUNSTHAUS BREGENZ, 31.01.26 – 25.05.26

Installation view of Koo Jeong A's Land of Ousss [ GRAVITTA ], Kunsthaus Bregenz 2026.
Koo Jeong A, Land of Ousss [ GRAVITTA ], Kunsthaus Bregenz, 2026. Installation view. Photo © Markus Tretter. © Koo Jeong A, Kunsthaus Bregenz

Koo Jeong A orienta il nostro sguardo verso l’incidentale, verso quelle zone marginali dell’esperienza che vengono colte solo dopo un’osservazione paziente. I fenomeni invisibili possono essere vissuti attraverso suoni, odori e gesti minimi. L’inventato e il ritrovato, il concreto e l’intangibile scivolano l’uno nell’altro, privi di confini fissi. Allo stesso tempo, il lavoro di Koo Jeong A è caratterizzato da una straordinaria moderazione: pochi elementi, disposti con precisione, sono sufficienti a generare una presenza. In questo senso, la Kunsthaus Bregenz diventa una cassa di risonanza ideale. Le sue dimensioni e la sua ampiezza permettono a ciò che è appena visibile, sottile o a malapena percettibile di esprimersi appieno.

 

Per il piano terra della Kunsthaus Bregenz, Koo Jeong A sviluppa un oggetto da pavimento: un frammento di skatepark estrapolato dal suo contesto, la cui superficie fosforescente brilla nell’oscurità. La scultura si estende come una curva ampia che riorganizza l’area espositiva. In dialogo con l’architettura di Peter Zumthor, emerge uno spazio che permette di esperire esteticamente e poeticamente la materia, la luce e il movimento. Come per i precedenti skatepark dell’artista — legati alla Biennale di Venezia nel 2024, alla Triennale di Milano nel 2019, così come alle mostre di Arles, Liverpool, San Paolo e Seoul — la curva del tracciato adottata da Koo Jeong A assume, anche alla Kunsthaus Bregenz, la forma di un nastro di Möbius. Qui appare come una scultura sviluppata specificamente per il sito, formulata con precisione e integrata nell’atmosfera spaziale.

 

Un tema significativo per Koo Jeong A è l’esplorazione di fenomeni che si collocano al limite o oltre la soglia della percezione umana. In uno dei piani superiori sono esposti oggetti a parete composti da magneti, fissati ai muri tramite supporti girevoli. Fluttuano come potenti paraventi metallici davanti agli angoli della stanza, rendendoci consapevoli dell’azione di forze che rimangono invisibili a occhio nudo.

 

Un altro piano è dedicato all’olfatto. Nel 2024, Koo Jeong A ha sviluppato un profumo con il marchio di fragranze coreano NONFICTION per ODORAMA CITIES presso il Padiglione della Corea alla Biennale di Venezia. Ora, anche a Bregenz si apre uno spazio per la percezione olfattiva, per l’invisibile, per ciò che può essere colto solo dai sensi.

 

All’ultimo piano viene proiettato un film, circondato da una moltitudine di stelle fluorescenti verdastre, emblemi luminescenti del cosmo che accennano alla vastità e all’infinito.

 

Le installazioni di Koo Jeong A non sono palcoscenici o narrazioni; creano invece atmosfere di permeabilità, spazi di spostamenti energetici e fenomeni raffinati. Le opere prendono vita non attraverso il significato o l’interpretazione, ma attraverso la presenza, la coerenza e un’energia nascosta seppur chiaramente percepibile.

 

Testo © Kunsthaus Bregenz

Michael Beutler – Onion

Pinksummer è lieta di presentare

MICHAEL BEUTLER

Onion

opening 14.02.26 | 18.00

visibile fino all’11.04.26

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: Un paradosso della filosofia è che intenda che il lavoro non esistesse prima di Hegel se non come informe macula servile, a parte qualche eccezione — come la Sancta Regula dettata da San Benedetto con il suo ora et labora, prega e lavora. Hegel, di fatto, nel IV capitolo della Fenomenologia dello spirito focalizza sulla dialettica servo-padrone affermando che il lavoro ribalta i punti di forza, giacché il padrone, non lavorando, dipende dal servo, e finisce per perdere il contatto con la realtà oggettiva.

Mentre il servo, lavorando, imprime la propria forma e razionalità sulla materia, questo atto gli conferisce auto-coscienza e una libertà superiore. Hegel vede il lavoro come atto di auto-generazione dell’uomo, l’uomo è il risultato del proprio lavoro. Soddisfacendo i bisogni della società civile, il lavoro inserisce il singolo in una rete di dipendenza reciproca e di cooperazione. Lavorando si diventa soggetti storici. Hegel ha intravvisto appena il pericolo della meccanizzazione dell’uomo rispetto al lavoro astratto e parcellizzato dalla rivoluzione industriale. La critica di Marx rende l’idea di lavoro più materiale e sensibile, e soprattutto intende lo Stato come lo strumento delle classi dominanti e il capitalismo come la distorsione economica del mercato sganciato dalla necessità e dall’utilità collettiva.

Hai sempre detto che rispetto alla tua opera il processo è importante quanto il risultato, e che il lavoro, soprattutto il lavoro comunitario, appare fondamentale per ogni realizzazione. Crediamo che tu abbia una concezione del lavoro materiale oltremodo spirituale circa l’auto-generazione, la formazione umana e l’auto-coscienza.

Nel 2026 I lavoratori non sono solo separati dal prodotto finito come dopo la rivoluzione industriale, ma in questa fase di capitalismo finanziarizzato il lavoratore viene proprio scollato dalla sua intelligenza, talvolta utilizzata per addestrare algoritmi che potrebbero sostituirlo. L’algorithmic management dell’AI decide assunzioni, licenziamenti e carichi di lavoro basandosi sui big data. Il potere aziendale diventa poco penetrabile, opaco e difficilmente contestabile.

Cosa direbbero oggi Hegel e Marx sulla precarizzazione dal lavoro, sulla compressione dei salari,  sulla de-professionalizzazione, sulla sussunzione reale del lavoro al capitalismo digitale? Il lavoro uscirà definitivamente dall’umanità per entrare nello spurio calcolo algoritmico?

 

Michael Beutler: Immagino che il lavoro ci sarà sempre, in parte piuttosto distaccato e in parte com’è sempre stato. Ci sono lavori che l’IA non può sostituire, come quello dell’idraulico. E anche se c’è una grande ricerca su come i processi edilizi possano essere resi più individualizzati grazie all’IA e agli strumenti robotici… c’è anche il lento passaggio alla comprensione dei limiti della tecnologia. Tutto diventa semplicemente più complesso e meno piacevole. C’è un forte desiderio di routine più semplici, di modi di lavorare insieme più semplici e più comunicativi. Credo che gli esseri umani manterranno il lavoro alla loro portata. Ma è vero che la situazione attuale è preoccupante e non tutti hanno il potere di decidere per sé. Non voglio immaginare quante persone perderanno il lavoro a causa dell’IA. Che cosa faranno invece?

 

PS: Il tuo fare rimanda all’attivismo DIY, all’approccio anticonsumista e all’empowerment che promuove l’autosufficienza, creando alternative altamente creative e solidali che preparano un sostrato ontologico sia nei team che formi che nei visitatori. Tutti diventano partecipanti, come nel Progetto dello scorso anno Bozar Monumental Flow Motion, nella Horta Hall. Le macchine manuali che inventi on the job per la realizzazione delle tue installazioni sono parti ineludibili della mostra, come a sottolineare il fertile rapporto tra lavoro e conoscenza tipica degli artigiani, in un mondo dominato dall’automazione AI.

In passato il progresso e il fiorire di invenzioni era opera di lavoratori manuali in un clima collettivo, preparato in termini filosofici dalla rivoluzione scientifica: Thomas Newcomen, inventore della macchina a vapore nel 1705, era un fabbro; John Kay, che nel 1733 inventò la spoletta volante, un filatoio meccanico, era un commerciante di stoffe; Abraham Darby, pioniere dell’industria siderurgica del Settecento, era un fonditore ex mugnaio. Lavoratori con tanta voglia di sperimentare e energia da vendere. L’ascesa sociale passava per l’ufficio brevetti.

Il capitalismo finanziarizzato che vola su ali tecnologiche, come del resto quello manifatturiero prima di esso, si basa sul consenso sociale, e in questo senso i social e le fabbriche di fake news sovranazionali  sono decisamente pane per i suoi denti.

Abbiamo sempre inteso la tua estetica tecnicizzata come uno spazio di disobbedienza e anche una strategia di sopravvivenza.

Ancor oggi nessuno dovrebbe  parlare seriamente parlare di lavoro senza mai aver annusato l’odore del metallo tornito e fresato?

 

MB: Beh, no. Chiunque dovrebbe avere il diritto di parlare. Credo sia positivo per tutti capire che ciascuno ha una comprensione diversa di ciò che fa. Un manager che non abbia mai toccato il legno potrebbe comunque avere delle buone idee su come gestire una sedia realizzata da un falegname. Penso che siamo molto fortunati a vivere in questo mondo insieme, e non da soli. Non sento nessun bisogno di rivendicare tutta la conoscenza che ho del mio lavoro. Lavoro come lavoro per essere indipendente, ma questo non significa che non mi interessi l’opinione di qualcuno che magari non ha la minima idea di ciò che faccio.

 

PS: Una volta hai detto che per un contadino la macchina più bella è quella che è a tal punto parte del sistema della sua agricoltura che si dissolve completamente in esso, scardinanado completamente, aggiungiamo noi, l’idea di consumo passivo. Credi che si potrebbe tornare un poco indietro e immaginare con metodo l’idea di espressione libera senza apparire idioti? Potrebbe essere questo il senso del turning gate nella mostra Onion che presenterai da Pinksummer e quello del Flow Motion del Bozar? Senza tropi nostalgici, li si potrebbe un po’ intendere come Puertas del retorno per riancorarci un pochino a quella che Hegel considerava la realtà oggettiva? Il senso dello zootropio all’interno di Flow Motion ci è apparso come una sorta di addestramento rispetto alle illusioni.

 

MB: Non so cosa farà Onion alle persone, né se girerà e galleggerà oppure affonderà del tutto… non è ancora finito. Ma Flow Motion era quasi bizzarro. È così a bassa tecnologia. Tutto quello che c’era avrebbe potuto essere realizzato già cent’anni fa… Mi piace molto la semplicità e il modo in cui il nostro stesso sistema visivo ci inganna. Quella relazione tra noi stessi e la struttura è una cosa speciale di questo lavoro, ma la parte davvero bella è vivere la magia insieme: osservare come anche tutti gli altri si interrogano intensamente sulla realtà non appena entrano nel cancello rotante.

 

PS: Abbiamo sempre l’impressione, di fronte al tuo lavoro, che tu riesca a tirare fuori veri e propri conigli reali da cappelli metafisici. Forse è solo stupida immaginazione, ma tutta questa metafora delle cose rotanti, e in particolare l’idea del turning gate, ci ha rimandato al film del regista coreano Hong Sang-soo del 2002 On the occasion of remembering a turning gate, un film che parla d’amore senza essere un film sentimentale, un’opera in cui si cerca il contatto, ma si trova il vuoto. Nel film si sente due volte pronunciare la battuta: “E’ difficile essere umani, cerchiamo di non diventare mostri”. Il regista muove dalla favola/leggenda coreana del popolano che s’innamora della principessa e si reincarna in un serpente il quale, seguendola, rimane fuori dalla porta del tempio — il turning gate, un cancello del tempo — in un’attesa indeterminata e inutile fino a quando una tempesta di tuoni e di fulmini lo spaventa, facendolo scappare indietro.  Il turning gate appare una metafora del destino, e a proposito di serpenti e della Corea ci è venuta anche in mente la figura dell’imugi, un serpente antico, una sorta di divinità, un oracolo che presiede al confine tra il sacro e il profano. L’imugi sogna di diventare drago; è una creatura in divenire che aspira a una evoluzione spirituale e rappresenta un potenziale non ancora realizzato. Se la sua attitudine di desiderio e perseveranza tende a finalizzarsi, diventa un  protettore delle acque e della natura; se la sua volontà è frustrata, diventa uno spirito vendicativo.

In questo particolare momento della Storia, l’umanità appare assai frustrata e vendicativa: un cancello che gira potrebbe assomigliare a un simbolo di vita e di cambiamento necessario.

A proposito di memoria, sono trascorsi oltre cinque anni e tre mesi dalla tua ultima mostra da Pinksummer, Keep Beating below 65°. Era l’ottobre del 2020, il Covid era iniziato a febbraio, eravamo rimasti chiusi nelle nostre case per tutta la primavera, l’estate ci aveva fatto ritrovare il respiro e nell’intervista comunicato stampa di quella mostra affermasti: “Il Covid 19 è ancora in circolazione, e verrà affrontato solo quando lavoreremo tutti assieme. Internet ha aiutato a diffondere l’informazione e a tenere le persone impegnate nelle loro case solitarie, ma continua anche a spargere informazioni errate e molte verschwörungstheorien (teorie cospirazioniste). Internet mi ha dato modo di parlare con i miei studenti, ma incontrarci dopo qualche mese ci ha reso molto felici. Quindi, suppongo, Keep beating below 65° — perché non vogliamo che questa bella schiuma collassi. Sbattere energicamente ma con attenzione, direi. Vorrei tantissimo organizzare un piccolo workshop nella galleria, con solo tre o quattro persone a creare delle belle forme schiumose, che lentamente cresceranno, insieme, fino a formare una sorta di grande struttura che conquisterà lo spazio e ci separerà di nuovo gli uni dagli altri, ma mostrerà anche — spero — la gioia della sua creazione collettiva”.

Proprio durante la realizzazione della mostra, molti ragazzi del team che improvvisammo si ammalarono di Covid — senza brutte conseguenze grazie al cielo, si trattava di giovani. Si presentò un lungo inverno, non terribile in Italia come durante il primo lockdown, ma cupo ugualmente.

Le tue parole e quella bella mostra che escludeva la solitudine ci avevano rincuorato, ma le forme schiumose della società civile appaiono da allora un po’ collassate, come se l’umanità fosse rinchiusa ancora in un arcano meccanismo di difesa che si attiva per respingere emozioni spiacevoli provocate da esperienze negative. Come se l’ansia e la paura ci avessero buttato in un circolo vizioso. Il turning gate potrebbe rappresentare un meccanismo psicologico di avvitamento in questo senso, in considerazione delle prospettive in atto nel presente, ammesso che il tempo si mantenga lineare però come un serpente arrotolato?

 

MB: I cancelli rotanti e le altre opere sull’acqua creano tutte situazioni intense e in cui di solito le persone fanno gruppo. Non è tanto il laboratorio dell’ultima mostra a creare un legame sociale, quanto questa strana esperienza visiva condivisa con gli altri visitatori che potresti trovare all’interno della giostra (i cancelli rotanti sono, naturalmente, anche giostre, solo che qui non sei mosso… vieni trasportato mentalmente).

Quando entri in un cancello, tutto intorno a te si muove. Nessun suono accompagna il movimento o dà prova acustica della sensazione visiva. Il tuo corpo percepisce il movimento, ma i piedi non camminano. Per un momento potresti sentirti completamente distaccato dallo spazio familiare che la galleria ti aveva promesso entrando, e per un attimo, potresti distaccarti anche da tutti i problemi là fuori. Una magia puramente fisica ti risucchia all’interno.

Per un buon numero di persone, il Flow Motion del Bozar era troppo intenso. Dovevano lasciare rapidamente il cerchio interno, e allora potevano trovare sollievo osservando da fuori il rotore in continuo movimento.

Sono gli stessi spettatori a ruotare il cancello. Il movimento c’è solo dove c’è interazione. Con la punta del dito, hai il potere di far girare la struttura, per te e per tutti gli altri.

L’Onion dipende anche dalle persone. Ti invita a giocare. Il gioco ha potenziali ed effetti positivi, ed è profondamente connesso alle creature di questo pianeta, non solo umane. Moltissime persone, sedendosi dentro al Flow Motion, si sono limitate a sorridere con trasporto.

 

PS: La tua nuova personale da Pinksummer si chiama Onion, “cipolla”, e anche su questo abbiamo ragionato nel nostro modo strambo. Per gli antichi egizi la cipolla, con i suoi strati concentrici, le sue “tuniche”, rappresentava la vita eterna; nell’esegesi biblica era un simbolo di corruzione della mente e di dolore pungente; in altre epoche, simbolo di doppiezza per le false lacrime che provoca. La cipolla è stata anche uno strumento di pratiche divinatorie: le ragazze indecise sui pretendenti incidevano le iniziali di ciascuno sulle cipolle, e la prima che germogliava indicava l’uomo da scegliere.

Ovviamente ci è venuta in mente The Onion, la performance di Marina Abramović del 1995. Per semplificare, diremmo che la performance focalizzava sul potere positivo e liberatorio del pianto.

La poetessa polacca Wisłava Szymborska, in una poesia, parla della “cipollosità” della cipolla, che, “cipolluta” fino al cuore, “potrebbe guardarsi dentro senza provare timore”.

Perché hai chiamato Onion la terza personale di Michael Beutler da Pinksummer?

 

MB: Per via di un libro per bambini italiano, Le avventure di Cipollino. Ho provato a leggerlo a mia figlia, ma credo di dover aspettare ancora un po’. Potrebbe essere più una coincidenza che altro. Un altro motivo è l’uso architettonico della cipolla come simbolo di molteplici strati termici nelle pareti, per creare aree definite con temperature specifiche. In sé, Onion è una stanza all’interno della galleria, che a sua volta è una stanza all’interno del palazzo. E dentro Onion ci sono altri strati: una piscina, una barca a forma di anello con un altro anello al centro e un palo, come ancoraggio interno a questo centro. Il palo impedisce alla barca di urtare i bordi della piscina, e allo stesso tempo permette i movimenti di galleggiamento della struttura. Il centro della fontana non coincide quindi necessariamente con il centro del movimento. La rotazione non segue tanto la linea di un cerchio, quanto piuttosto… di una cipolla.

Anna Scalfi Eghenter

Nata a Trento, Italia, 1965.

Vive a Trento.

 

 

Istruzione

2013

Essex Business School, University of Essex, Colchester, UK, Dottorato di Ricerca in Management Studies

 

2003

Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento, Trento, I, MSc in Sociologia

 

1991

Accademia Nazionale di Arti Drammatiche “Silvio D’Amico”, Roma, I, MFA in Recitazione

 

1988

Accademia di Belle Arti di Brera, Milano, I, MFA in Pittura (corso di Luciano Fabro)

 

 

Performance, progetti, mostre (selezione)

2025

Collectors Anonymous, Pinksummer, Genova

Die Komödie! [The comedy!], 13esima Biennale di Berlino, Berlino

 

2024

The fluo swan, AR/GE Kunst, Bolzano

The Museum Game, Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum, Innsbruck

 

2023

Faites vos jeux, Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum, Innsbruck

 

2021

Interim Measure, Teatro Sociale, Centro Servizi Culturali S. Chiara, Trento

 

2019

La fabbrica c’è ancora, MUSE – Museo delle scienze, Trento

 

2018

Green Woman on the Traffic Lights in LA STRADA. DOVE SI CREA IL MONDO, a cura di Hou Hanru con il team curatoriale, MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma (permesso negato)

 

2016

Property Free Certification, Res Communis Omnium, Matrici irregolari, Paesaggio Privato, in “De Rerum Rurale”, a cura di Matteo Lucchetti, 16esima Quadriennale d’arte. Altri tempi, altri miti, Palazzo delle Esposizioni, Roma

Unflagged, in Der Blitz 2016, a cura di Denis Isaia, Federico Mazzonelli, MAG Museo Alto Garda, Riva del Garda

Qual mobil veste allo spirto de popoli, per Giornata del Contemporaneo AMACI, MAG Museo Alto Garda, Riva del Garda

 

2014

S’ils n’ont pas de cerfs, qu’ils chassent des princesses, a cura di Rebecca De Marchi, Eco e Narciso, in Stupinigi Fertile, Palazzina di Caccia Stupinigi, Musei in Mostra – Artissima 21, Torino

Partoutoù les circonstances l’exigeront, in Esercizi di Rivoluzione, a cura di MAXXI, Nomas Foundation, MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma

Homage, in Iconica, a cura di Bartolomeo Pietromarchi, Maria Alicata, CONI, Foro Italico, Roma

 

2013

La stanza delle asole, in ARTE PUBBLICA. Modelli ed esperienze nazionali e internazionali a confronto sul tema arte pubblica e reti socio-economiche, a cura di IFM Foundation, Nomas Foundation, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, Roma

Agonale, in Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell’arte italiana contemporanea, a cura di a.titolo, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Bologna

Property Free Certification, a cura di Matteo Lucchetti, Circolo dei Lettori, Sala Grande, in Legally, a cura di Gianmaria Ajani and Alessandra Donati, Biennale Democrazia 2013, Torino

 

2012

Tennnis. Homage to Albertina Eghenter, a cura di Giovanna Nicoletti, MAG Museo Alto Garda, Circolo del Tennis Riva, Casina delle Magnolie, Riva del Garda

Grande Disegno, in Dialogo con Pinot Gallizio, a cura di Francesca Comisso con Archivio Gallizio, Chiesa di San Domenico, Alba

a.property, in Mente locale, nuovi committenti per una mostra / VIAPAC project / a cura di a.titolo / Il Filatoio di Caraglio, Caraglio

reset, in Enacting populism in its mediæscape, a cura di Matteo Lucchetti / Kadist Art Foundation, Parigi

 

2011

L’Apocalisse non avrà tempo di essere annunciata, in Lo stato dell”arte – Trentino Alto Adige, iniziativa Speciale del Padiglione Italia, 54esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Palazzo Trentini, Trento

Liturgia Breve, a cura di Maria Rosa Sossai, Avelino Sala, Reale Accademia di Spagna a Roma, Tempietto di Bramante, Roma

’68TN, a cura di Andrea Viliani, Fondazione Galleria Civica-Centro di Ricerca sulla Contemporaneità , Trento

 

2010

Histogram, Palais de la Bourse, Bruxelles

L’opera è il pubblico, in Il titolo è il pubblico, a cura di Denis Isaia, Südtiroler Kunstlerbund, Bolzano

 

2009

Traccia 0, via Belenzani 46, Trento, a cura di Andrea Viliani, Fondazione Galleria Civica-Centro di Ricerca sulla Contemporaneità , Trento

 

2008

Italia, esterno notte, in Del Paese e altre storie. Politica, rappresentazione e nuovo realismo nella giovane ricerca artistica italiana, a cura di Denis Isaia, Loggia degli Abati, Palazzo Ducale, Genova

Celata (sotto la piazza scorre una roggia), in Manifesta7 parallelevents, a cura di Denis Isaia, Piazza Duomo, Trento

Always Half Full, in Dai tempo al tempo, a cura di Fiona Parry, Joseph del Pesco, Pelin Uran, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Re Rebaudengo, Guarene d’Alba

 

2007

Money Will Save the World, Palais Brongniart, Place de la Bourse, Parigi

Welcome to Italy, a cura di Julia Trolp, Mart-Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto

 

2005

Aesthetics, Trading of Time and Creativity, Mart-Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto

 

 

Progetti nelle Università, conferenze (selezione)

2017

Rilevatore posturale di saluto, in Frammentazioni, LUISS Business School, Villa Blanc, Roma

Campo da Legalità, in Università per la Legalità – Fondazione Falcone, Università di Palermo, Palermo

Sopralluogo per sperimentare la consistenza giuridica degli spazi, Polo Carmignani, Università di Pisa, Pisa

Permission d’arrêter et de retour, Scuola di Economia, RomaTre, Roma

 

2016

Permission d’arrêter et de retour, in “De Rerum Rurale” a cura di Matteo Lucchetti, 16esima Quadriennale d’arte. Altri tempi altri miti, Scuola di Economia, RomaTre, Roma

 

2015

The Game of the Rules, CETCOPRA / Università Paris 1 Pantheon-Sorbonne, Parigi

Keynote, in Organizational Creativity, Play and Enterpreneurship, Chania, Creta

 

2013

Agonale. Managers and Entrepreneurs (CUOA Business School) con Cristiano Seganfreddo, MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Bologna

Il curatore giuridico. Esercitazioni nella palestra giurisdizionale, a cura di a.titolo, Dipartimento di Giurisprudenza, Università di Torino, in Legally, a cura di Gianmaria Ajani e Alessandra Donati, Biennale Democrazia 2013, Torino

 

2012

Traccia 68, Sociologia, Trento, in Tracce fuori mappa, Facoltà di Sociologia, Trento

Percorso Metodologico, in La notte dei ricercatori, Università di Trento, Trento

Il campo è ovunque, Libera Università di Bolzano, Bolzano

 

2010

Three Years Later, FBK>Arte, Fondazione Bruno Kessler, Povo

Metodologie di conversione linguistica applicata, in Platform Translation, a cura di Silvano Manganaro, Barbara D’Ambrosio, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza, Roma

habitAzione [trad. Anna Scalfi], in Clean floor, di Chiara Leonardi (FBK), Massimo Zancanaro (FBK), Fabio Pianesi (FBKNetcarity), Francesca Gennai (IRSRS), FBK-Fondazione Bruno Kessler, Via S. Croce, Trento

 

2009

Between the Brain and the Bunny [trad. Anna Scalfi], in Clean Floor, di Paolo Avesani (FBK CIMEC), in The Researchers’ Night, FBK-Fondazione Bruno Kessler, Via S. Croce, Trento

Through the Looking-Glass [trad. Anna Scalfi], in Clean Floor, di Michele Zanin (FBK), Paul Chippendale (FBK), in The Researchers’ Night, FBK-Fondazione Bruno Kessler, Povo

I’m Here [trad. Anna Scalfi], in Clean Floor, di Paolo Massa (FBK), Maurizio Napolitano (FBK), in The Researchers’ Night, FBK-Fondazione Bruno Kessler, Povo

Differenze di classe (spazio di 1° classe e spazio di 2° classe), Facoltà di Sociologia- Università degli Studi di Trento

Chat, Facoltà di Economia-Università di Venezia Ca’Foscari, Cannaregio, Venezia

 

2006

From Inside (I Like the System), University of Essex, Colchester

Disclaimer, Akademia Pedagogiczna, Cracovia

The Scholars’ Desk, Centro Conferenze Panorama, Sardagna

This Is Not a Written Sentence, University of Essex, Colchester

 

2005

Not Yet Titled (Women at Work), Facoltà di Sociologia-Università degli Studi di Trento, Trento

Free University, Freie Universität Berlin, Berlino

Do Not Cross the Passion Line, Università degli Studi di Trento, Trento

Listening 2.433, Burg auf der Creuzburg, Creuzburg

 

2004

Untitled 2004 # Paris, ESCP-EAP, Parigi

 

2003

The Iron Cage with Density Spectrum Zone 0.1 di Loris Cecchini, Facoltà di Sociologia- Università degli Studi di Trento, Trento

 

 

Progetti nel pubblico, eventi indipendenti (selezione)

2020

Fiori dalla fabbrica S/20, streaming, Trento

Collectors Anonymous, Milano

Fiori dalla fabbrica (Trento, Michelin 1927-1999), Trento

 

2017

Il cancello della fabbrica, 1927/2027, timelapse, in I natali della fabbrica, Quartiere Le Albere, Trento

GenderGapPay, 1-4/06, Trento

Paesaggio Privato, in Patrimonio, a cura di Cecilia Canziani e Davide Ferri, Festival Ipercorpo 2017, Forlì

GapTransfer, New York

 

2016

La Venere Giocatrice, Via Durini 24, Milano

 

2015

La Venere giocatrice, Ventura Contemporary Art Night, Officina temporanea, Milano

Unequal Fields, European Forum Alpbach, Alpbach

GapTransfer, Lambrate, Milano

Scalfi&Eghenter Ltd, Ventura Lambrate 2015, Milano Design Week, Milano

 

2014

Scaccchi, Private Collection, Roma

Situation as of 1st May 2014 (Flag Europe), in Domenica24ORE, 6/7

Sea Specific A, Private Collection

 

2013

Collectors Anonymous, dall’11/06 Basilea, 17/10 Londra, 24/10 Parigi

Colo, is, colui, cultum, ère, in La cultura: spesa o investimento, cantiere MUSE – Museo delle scienze, Trento

Integrity, Collezione Privata, Basilea

Corporate Temporary Shop and Temporary Offer, in The Gift of Betrayal, a cura di Matteo Lucchetti, Delire Gallery, Brussels

 

2012

Demo, in Scuola politica, Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, Pieve Tesino

Salita inversa, Madonna di Campiglio, Pinzolo

 

2011

True cursor, IGF Italia, Fondazione <ahref, Le Gallerie di Piedicastello, Trento

Annissima. Vendo ergo sum.. L’artista esiste fuori dal mercato?, con Cesare Pietroiusti, Palazzo Sinigaglia, Torino

Il tempo è il luogo, a cura di Giulia d’Amaro Valle e Silvia Ferri de Lazara, Art&Co 2011 – Festival delle Città Impresa, Fondazione March, Villa del Conte, Padova

 

2010

Frazioni multiple I, in Critical Complicity, a cura di Lisa Mazza, Julia Moritz, Lungomare Bozen-Bolzano (ulteriori partner di progetto Kunsthalle Exnergasse, Vienna; Galerija Skuc, Ljubljana)

Tennnis. Homage to Albertina Eghenter, a cura di Angelika Burtscher, Daniele Lupo, Lungomare Bozen-Bolzano; Centre Court, Centro Tennis, Meranarena, Merano

Institutional Tattoo, from 14/09

Formalization of the dealer-artist relationship between Cesare Pietroiusti & Anna Scalfi, Studio di Cesare Pietroiusti, Trastevere 259, Roma

 

2009

On a Sheet of Paper, in The Invisible Generation. A Vision Forum di Per Hüttner, Daniele Balit, Margaret Lawrence Gallery, Melbourne

Chat, in Creative Emergencies, a cura di Maria Livia Brunelli, Silvia Cirelli, Piazza S. Francesco, Ravenna

pro forma, in Playlist – Ognuno è internazionale al suo presente, 25/06, a cura di Denis Isaia, neon>campobase, Bologna

indeposito, dal 04/02, a cura di Denis Isaia

 

2008

Situation as of 31st August 2008 (Roma), in Independence! Workshop sulle politiche ed economie delle iniziative indipendenti, a cura di Cecilia Canziani, Francesco Ventrella, 1:1 projects, Roma

Private Portrait, dal 06

 

2006

W.W.W. (Wonderful Women Working), dal 25/08

The Chorus Portrait, San Vandemiano-Conegliano, Treviso con Coro della SAT

Money Will Save the World, Festival dell’Economia, Teatro Sociale, Trento

 

2005

Untitled 2005 (Green Woman on the Traffic Lights), strada pubblica, Rovereto

Infirmitas sexus, Corte Civile del Tribunale,Trento

Home Sweet Om, casa privata, Via San Pantaleo, Roma

 

 

Solo voice, concerti (selezione)

2003

Melodramma del Prometeo moderno per attrice e 15 strumenti, FRAU FRANKESTEIN, di Giorgio Battistelli, in “Frankenstein”, con Elio delle Storie Tese in FRANKENSTEIN di H.K. Gruber, Regista: M. Dini Ciacci, Ensemble Pocket Opera Italia, Opera Barga

 

2002

Ormond Brasil 10, melologo scenico per voce e pianoforte, di Fabio Cifariello Ciardi, con video di Rivka Rinn e piano di Patrick Trentini, Festival Musica ‘900, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento

 

2001

Asma Asmaton o estin to Salomon, musica di e con OTEM Ensemble, International Festival of the European Organ Academy, Schloss Goldrain, Goldrain

 

1999

Cantico dei Cantici di Salomone, trad. Guido Ceronetti, musica di e con OTEM Ensemble, Festival Il Silenzio e L’Ascolto

 

1998

Riflessi d’ombra, di Mauro Marcantoni, musica di e con Emilio Galante

 

1994

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? Quattro storie di spose blindate, di Toti Palma, Anna Scalfi, musica di e con Max Biasioni, scenografie Enrico Job, Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Teatro Argentina, Roma

 

1990

Sinfonia 14 di Shostakovich, con Sofia Orchestra, Festival Musica ‘900

 

1989

Pasolini, poetries, regia di Marco Bernardi

 

 

Insegnamento, presentazioni, ricerca (selezione)

2019

Seminario di credito, Pratica artistica organizzativa: ricerca sul campo nell’area ex Michelin di Trento, Università di Trento (incarico)

 

2018

Rule of Law in our Mind –Brainstorming workshop – Institut d’etudes avancees de Paris (partecipazione)

 

2017

Master Progettare cultura – ALMED – Università Cattolica, Milano (testimonianza)

 

2015

10th Organization Studies Summer Workshop, Chania, Creta (Keynote Speaker)

Cfa in Curatore Museale ed Eventi, IED Istituto Europeo di Design, Roma (assistente all’insegnamento)

 

2013

Biennio di scultura, Accademia di Brera, Milano (collaborazione)

 

2006

Junior researcher in the project Research Methods for the Aesthetic Understanding of Organizations, La ricerca qualitativa: teorie, metodi ed applicazioni, MIUR

 

2005

Master of Art and Culture Management, Trento School of Management, Rovereto (assistente all’insegnamento)

CdL in Psicologia Cognitiva Applicata, Università degli Studi di Trento, Rovereto (collaborazione)

Dal 2005 membro di “Research Unit on Communication, Organizational Learning and Aesthetics” (RUCOLA)

Dal 2005 membro di “Arts, Aesthetics, Creativity, and Organisation Research Network” (AACORN)

 

2004

School of Business Management, Università Bocconi, Milano (collaborazione)

Master in Management of Social, Political and Institutional Communication, Università di Lingue e Comunicazione – IULM, Milano (incarico)

 

Installation view of Michael Beutler's Flow Motion at Bozar, 2025.

MICHAEL BEUTLER – BOZAR MONUMENTAL: FLOW MOTION | BOZAR, BRUSSELS, 27.06.25 – 31.08.25

MICHAEL BEUTLER – BOZAR MONUMENTAL: FLOW MOTION | BOZAR, BRUSSELS, 27.06.25 – 31.08.25

A partire dall’estate 2025, Bozar inviterà ogni anno un artista a creare un’installazione nella Horta Hall: Bozar Monumental. Qualcosa di simile alla Turbine Hall della Tate Modern? Sì, ma in questo caso pensato su misura per quello che l’architetto Victor Horta aveva originariamente concepito come una sala per sculture. Michael Beutler dà il via al progetto.

Installation view of Michael Beutler's Flow Motion at Bozar, 2025.
Michael Beutler, Flow Motion, Bozar 2025. Installation view. Photo © We Document Art.

Il laboratorio di Michael Beutler ha sede a Berlino. Il suo studio sembra un incrocio tra un negozio di bricolage perfettamente organizzato e un ambiente di lavoro industriale. Con una varietà di materiali, strumenti autoprodotti e metodi ben affinati, lui e il suo team realizzano i componenti delle sue installazioni. Il processo creativo è più importante del risultato finale. Gli ultimi ritocchi vengono sempre realizzati in loco, e spesso si utilizzano materiali e tecniche locali.

 

Innanzitutto, Beutler considera la Horta Hall come un luogo di passaggio, non come uno spazio espositivo. Il suo obiettivo è trasformarla in un luogo in cui le persone possano fermarsi, un punto di orientamento. Per questo sceglie quella che definisce una “situazione fluttuante”. Per il Bozar, Michael Beutler costruisce una struttura cilindrica al centro della sala. Questa struttura sarà collocata sopra una vasca d’acqua, con una piattaforma girevole al centro su cui i visitatori potranno sedersi. Ci troviamo nel mezzo di un enorme zootropio, un antico predecessore del proiettore cinematografico che si può trovare alla Cinematek. Uno zootropio è costituito da un cilindro verticale con fessure e disegni sulla parete interna. Se il cilindro viene fatto ruotare e si guarda attraverso le aperture, le immagini si fondono tra loro creando una primitiva animazione. Nel progetto di Beutler non siamo soltanto spettatori, ma partecipanti: guardiamo verso l’esterno attraverso le aperture e animiamo lo spazio circostante. Grati di esserci fermati a osservare.

 

Nelle ultime settimane, Michael Beutler e il suo team hanno lavorato intensamente per trasformare la Horta Hall, passo dopo passo. Come sempre, l’artista utilizza strumenti manuali progettati da lui stesso. Per Beutler, il processo è importante quanto il risultato: aperto, collaborativo e visibile. Sviluppa tecniche proprie, spesso produce autonomamente i materiali di costruzione e reagisce a ogni spazio come un vero bricoleur — guidato dal momento, dal luogo e dalle possibilità che emergono. Le sue installazioni sono giocose e immaginative, invitano all’interazione e alla meraviglia. Anche questa nuova costruzione non fa eccezione: è realizzata direttamente sul posto, in dialogo con l’architettura e modellata dal lavoro manuale del team.

 

Testo © BOZAR

Anna Scalfi Eghenter – COLLECTORS ANONYMOUS

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Anna Scalfi Eghenter

COLLECTORS ANONYMOUS

Opening il 3 ottobre 2025, 18.00 – 21.00

Orari di apertura: da martedì a sabato, 15.00 – 19.30 o su appuntamento

 

 

Comunicato stampa in forma di intervista

 

Pinksummer (d’ora in poi PS): “Socrate: quale conoscenza dunque possiamo dire che costoro avessero quando posero i nomi e furono legislatori, prima ancora che alcun nome fosse stato dato e che quelli lo conoscessero, se non è possibile imparare le cose altrimenti che dai nomi?”. Nel Cratilo, Platone mette in tensione l’idea che i nomi abbiano un legame naturale con le cose e quella che essi siano, al contrario, pura convenzione. Il tuo Lavoro tratta con le regole dei codici (del gioco, della strada, della legislazione): pensi che i tuoi dispositivi, le tue opere, tendano a mostrare una verità naturale e preesistente oppure che le tue traduzioni e interpretazioni ne rivelino il carattere convenzionale e negoziabile?

Anna Scalfi Eghenter (d’ora in poi ASE): Mi interessa capire le regole del gioco in atto in ogni campo di cui varco la soglia, e ancora a monte mi interessa sperimentare le dinamiche di accesso a quel campo, con quale dispositivo emerso da quel campo se ne può rinnovare la visione.

PS: Foucault ci ha insegnato che il linguaggio non è mai neutro, ma parte di un sistema di potere che disciplina e normalizza. Nella tua pratica artistica, con le sue peculiarità alternate, la sovversione linguistica sfiora, talvolta senza incarnarlo, il paradosso (come quello di aprire un teatro con un supermercato durante una pandemia); questa sovversione linguistica diventa anche sovversione dei dispositivi di potere?

ASE: Mi diverte svelare il paradosso senza la retorica della sovversione predisposta dai dispositivi di potere.

PS: Alcuni miti aborigeni australiani raccontano che il mondo è nato cantandolo. Le tue opere nascono sempre da una urgenza di dire qualcosa: credi che l’arte sia un modo di “creare il mondo”, o quantomeno di colmare le sue contraddizioni attraverso il linguaggio? Può essere l’arte un canto collettivo che apre nuovi spazi di realtà?

ASE: L’urgenza è un sentimento che diventa progettuale nella determinazione del suo concretizzarsi.

PS: Huizinga e Caillois hanno visto nel gioco una matrice fondativa della cultura. Se, come nelle tue pratiche performative, il linguaggio è un gioco (con regole, ruoli, turni, mosse), nel tuo caso la posta in gioco è la consapevolezza? La libertà?

ASE: È il processo, il continuum e l’istante che lo compone multiplo e costruttivo. L’equilibrio in questa disponibilità permanente a rinnovare la consapevolezza e la libertà possibile.

PS: Nel tuo Lavoro sembri mettere costantemente alla prova l’idea di confine – tra arte e società, tra norma e sovversione, tra linguaggio e azione “senza parole e senza numeri”. Il linguaggio per te è una porta, una trappola o uno strumento di abitazione del mondo? Credi  che rinominare o quantomeno ribattezzare il mondo possa cambiarlo?

ASE: Il frame può cambiare ogni performance in atto ritenuta oggetto. Il frame è l’oggetto.

PS: Che cos’è la bellezza?

ASE: Esclusa quella naturale o spirituale è un codice la cui presunzione legittima pratiche di discriminazione.

PS: Abbiamo come l’impressione che Pinksummer, in qualità di galleria privata, sia il frame ideale del progetto che presenterai; in questo senso non vogliamo introdurre la tua mostra, come accade facciano le gallerie private, come la prima personale con noi. Non abbiamo idea se ce ne saranno altre – e anzi a noi sembra che ti piaccia non avere una galleria che ti rappresenti con annunci solenni, non avere opere pronte e détourné da vendere ai collezionisti, avere il tuo centro studi per affiancare le tue produzioni ibride, aver fondato Scalfi & Eghenter LTD per seguire le commissioni private e finanziarti i progetti che ancora devono accadere. Sul piatto crediamo ci sia un progetto che ti calza a pennello, e che negozierai con noi. Che cosa presenterai da Pinksummer?

ASE: Avendolo evitato con molta determinazione nel corso degli anni, non potrebbe esserci occasione più giusta per iniziare a collaborare con una galleria privata di questa, in cui è necessaria al progetto stesso. Anche qui ho cercato di capire le regole del gioco per partecipare dal mio punto di vista, rispettando il contesto, chi lo anima, con quali obiettivi.  L’opera sono i collezionisti, la linfa che può nutrire la ricerca, queste persone del mondo reale che però deviano straordinariamente nella complicità di immaginare possibili azioni non richieste, senza precedenti, irrazionali, talvolta spiazzanti. A Genova, in palazzo Ducale, nella vostra sede, intervengo su questo, sull’urgenza da parte dei collezionisti di acquistare un lavoro e sostenere lo sviluppo della ricerca di cui quell’oggetto è parte.  Sulla fascinazione estetica e concettuale che li induce a partecipare. Il progetto iniziò nel 2013 durante le fiere a Basilea, Londra, Parigi e successivamente a Milano, pubblicando nei maggiori quotidiani degli annunci per “collezionisti anonimi”, proponendo riunioni di mutuo aiuto per coloro che non possono smettere di collezionare arte contemporanea. Avranno luogo varie sessioni, durante le quali prendere atto dei contenuti condivisi, che verranno a loro volta tradotti su altri supporti. Alcuni saranno già presenti nello spazio, altri verranno aggiunti nel corso delle settimane. Nella stanza più piccola, dove una scala collega a spazi senza accesso, sono installati artefatti di ricerca eventualmente aperti alla partecipazione dei collezionisti, tramite i quali possono essere riattivati e contestualizzati. Pronti ad ogni evenienza.

Tomás Saraceno – ANIMA∞LE

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Tomás Saraceno – ANIMA∞LE

La mostra inaugurerà il 30 novembre 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 01.03.2025

Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19.30

 

Comunicato stampa

 

Nel bel testo che Tomás Saraceno ha scritto per il catalogo della mostra tenutasi alla Serpentine nel 2022, Web(s) of Life, dopo aver affermato che la Fondazione Aerocene dal 2015 supporta direttamente attività che né le gallerie dell’artista, né lo Studio Saraceno con le loro produzioni di arte possono sostenere, rispetto alla solidarietà e al vero e proprio attivismo contro l’estrazione del litio che consuma acqua in luoghi del “Sud Globale” in cui l’elemento è prezioso per il sostentamento dei popoli e delle creature di quelle latitudini: “Un accordo con le mie gallerie significa anche che ogni profitto rispetto ai lavori connessi con la Fondazione Aerocene sia diviso in tre: lo Studio, le gallerie e per le comunità della Salinas Grandes e della Laguna Guayatayoc attraverso una NGO locale in Argentina che si chiama FARN” e continua: “Dobbiamo anche chiederci da dove vengano i nostri ospiti. Chi sono? Cosa accade quando un museo prende in considerazione i visitatori non-umani? Chi ha il potere di deciderlo? Noi diamo il benvenuto ai cani nella nostra mostra e essi conteranno nelle nostre statistiche. Vorranno rimanere tutti gli uccelli e i ragni quando finirà la mostra? Alcune case per gli uccelli diventeranno stabili qui? Io non posso remunerare i ragni/ragnatele, la cui autorialità e saggezza hanno un posto centrale in Web(s) of Life, continuiamo a cercare modi non-estrattivi e sensitivi per supportare la ricerca e le pratiche di quelli della comunità Aracnophilia […]  che attraverso la pratica divinatoria del Ŋgam dù rivelano un vero dialogo interspecista […]  Abbiamo anche discusso come le sculture di Cloud Cities, quando sono occupate dagli uccelli, potranno rimanere stabili nel luogo, e dunque la proprietà di una tale opera dovrà essere estesa per istanza ai suoi ospiti volanti come co-proprietari insieme a futuri collezionisti. Decrescita della proprietà… ricrescita della responsabilità. Lo abbiamo chiamato certificato di autenticità e implica: se un collezionista acquisisce la scultura, sarà in co-proprietà insieme all’uccello e non gli sarà consentito di trasportarlo e trasferirlo fino a quando l’uccello nidificherà dentro di essa” e infine Saraceno afferma: “Con l’immagine di un seme dormiente, in uno stato latente di speranza, io e molti altri abbiamo provato a dare un piccolo contributo al movimento di decrescita, aggiungendo a questa nozione quella di ri-crescita, un segno di rigenerazione piuttosto che di negazione. Questo progetto è imperfetto, lento e talvolta può apparire come un tentativo goffo di prendere il passo verso una transizione meno estrattiva e più eco-sociale; non solo una transizione rispetto al flusso di energia, ma un movimento di scambio di conoscenza e di modi nei quali differenti forme di sapere siano rispettate, supportate e valorizzate”.

 

La mostra Anima∞le presenterà una forma di Cloud Cities, se vogliamo meno austera, teorica e elegante, ma accogliente anche per i visitatori non-umani: ragni, insetti, uccelli, cani e a Genova da Pinksummer anche gatti. Una declinazione di Cloud Cities che focalizza ancor più sulla teoria che l’universo non ha frontiere e che appartiene anche ai non-umani di tutte le specie a cui siamo accomunati dallo stesso destino, soprattutto di fronte alla consapevolezza della minaccia ecologica.
Quel seme dormiente di speranza di cui scrive Saraceno, rispetto a trovare il passo verso comportamenti meno estrattivi e più eco-solidali, si sta manifestando anche con il cambiamento del rapporto della nostra complessa società umana verso gli animali. Come tratta un articolo su “Wired” di Marco Grieco “Gli animali hanno un’anima? Ora se lo chiede anche la Chiesa”:  nel periodo dirigistico iper estrattivo del boom economico il cinema metteva in scena Uccelli di Alfred Hitchcock (1963), Lo Squalo di Steven Spielberg (1975), inquadrando con precisione il rapporto conflittuale tra l’uomo e il resto del regno animale, atteggiamento fedele peraltro a una tradizione favolistica moderna sconfinata. Nel 2019 la serie Netflix Giù le mani dai gatti: caccia a un killer on-line ribalta la prospettiva. Ispirata a una storia vera, la serie inizia con la testimonianza di due internet nerds che non si conoscono e che si sono incontrati on line perché entrambi sono rimasti sconvolti da un video in cui qualcuno uccide due gattini. Assieme a altri hanno deciso di trovare il killer, lavorando come investigatori senza uscire da casa. Con l’ utilizzo della tecnologia  scovano indizi, uniscono i puntini per trovare luoghi, tempi e un volto, quello infine di Luka Magnotta,  killer dei gatti che si scoprirà essere  anche l’assassino dello  studente cinese Jun Lin a Montréal.
Chi è feroce verso gli animali non umani lo è spesso con quelli della propria specie, nell’ultimo romanzo Schegge di Bret Eston Ellis, il serial killer chiamato nel libro Pescatore a Strascico, poco prima di uccidere la sua vittima umana, rapisce e tortura i suoi animali domestici e quelli del quartiere. Leggendo il romanzo ogni volta che il giovane protagonista Bret, rientra nella sua ricca casa sulla Mulholland Drive a Los Angeles, priva di genitori perennemente in vacanza in Europa,  assale una densissima ansia fino a quando il piccolo cane Shingy non si manifesta.
Porfirio di Tiro (III secolo d.C.), la cui scrittura dai frammenti lascia intravedere una sorta di pubblicista contemporaneo, che da buon neoplatonico riprende I pitagorici e nel trattato De Abstinentia afferma che chi ama la natura animata non odierà nessuna classe di esseri innocenti e quanto sarà il suo amore per il tutto, tanto più coltiverà la giustizia.
Porfirio inoltre afferma che la dieta vegetariana rende più buoni della dieta carnivora, perché procura un senso di pace della ragione.
Konrad Lorenz, per il suo saggio narrativo sul linguaggio comportamentale degli animali non-umani, L’anello di Re Salomone, muove dalla leggenda che il re possedesse un anello  che gli dava il potere di parlare con gli animali, lasciando intendere che la saggezza del mitico sovrano derivasse proprio da questa pratica.
Rispetto a Leonardo da Vinci il Vasari afferma: “Veramente mirabile e celeste fu Lionardo…. E non avendo egli si può dir nulla, e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de’ quali si dilettò molto, e particolarmente di tutti gli altri animali, i quali con grandissimo amore e pacienza governava. E mostrollo ché spesso passando dai luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia a pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n’era richiesto, li lanciava in aria a volo, restituendogli la perduta libertà”. Si dice che Leonardo non mangiasse carne. D’altra parte anche nella Genesi Dio invita l’uomo a cibarsi dei frutti degli alberi e non degli animali e pare che i cristiani primitivi si attenessero a questo precetto, come del resto Francesco d’Assisi fece in seguito.
Sempre nel medesimo articolo sull’anima degli animali di “Wired” si legge basandosi su statistiche precise che in Italia nel 2020, anno della pandemia, si è registrato un boom di adozioni di cani e gatti per un totale di 17.600 animali domestici, il 15% in più dell’anno precedente e che anche a tavola l’Italia sta cambiando, pur essendo il quarto produttore di carne bovina in Europa, negli ultimi dieci anni il consumo è diminuito di un terzo.
Ammesso che l’uomo possegga o meno un’anima immortale, riesce davvero difficile o alquanto irrazionale pensare che il soffio degli animali sia più restio a una qualche ascensione metafisica, ma non è importante, l’etica riguarda soprattutto la Terra considerata come divinità laica. D’altra parte ci sono stati momenti della Storia, in cui si diceva che anche la donna fosse priva di soffio divino, come altre specie umane ritenute inferiori. La cultura patriarcale è tuttora irragionevole, anche sotto il profilo capitalistico della finanza, svincolata da ogni forma di produzione, che non sia il denaro per il denaro anche quello nuovo digitale straperformativo.
Vogliamo credere che queste sculture di Cloud Cities pensate da Tomás Saraceno per accogliere gli “zóa”, contengano il seme della speranza che conduce al manifestarsi di un mondo rinnovato e più evoluto in cui vitella/o e leoncella/o pascoleranno assieme a una piccola/o fanciulla/o, per citare l’Isaia della Bibbia.
Benvenuti saranno I vostri animali non umani in questa mostra di Tomás Saraceno e benvenuti saranno anche quelli che speriamo giungano non accompagnati da umani per appropriarsi delle sculture Cloud Cities per uccelli e insetti sistemate nel Cortile Maggiore di Palazzo Ducale.
Ci verrebbe da concludere con la favola di Esopo Il Ragno e la Podagra, ma non ci sembra appropriato, Cloud Cities combattendo le frontiere e lo specismo, vuole andare oltre alle forme di classismo divisivo. Come a dire che tutti beneficierebbero di un certo tipo di decrescita che implica il ritorno necessario dello Welfare, inabissato dai capitali folli del neo-liberismo di matrice individuale indotto dalla globalità nei fatti un po’ di cartapesta, come una quinta teatrale che nasconde il backstage.
Lasciamo piuttosto spazio a Alberto Pesavento, collaboratore e fondatore della comunità del Museo Aero Solar con Saraceno, una comunità la cui visione ha contribuito anche alla formazione della Fondazione Aerocene, che ci racconta di un’opera speciale che sarà presentata in mostra.

 

Titolo: “Ora d’aria”
Serie di favi di miele naturali costruiti dalle api mellifere all’interno di un coprifavo posizionato al contrario sopra il nido dall’apicoltore.
L’apicoltore: “Qualche volta le api vanno a farsi una passeggiata nei dintorni e portano con sé tutto il necessario: cera e miele. Sembra poi che le api preferiscano occupare questo spazio vuoto piuttosto che quello che offriamo loro di solito: un nido a misura d’uomo.”
Tutti i proventi di quest’opera d’arte saranno utilizzati per preservare l’apicoltura sostenibile su piccola scala e i
progetti educativi sulle api da miele.
In collaborazione con âseméil
www.asemeil.it

 

Pinksummer ringrazia per il supporto alla produzione
Painting S.R.L. Verniciature Industriali, Luzzara RE, Italia

Peter Fend – AZIONI SULLA TERRA

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Peter Fend – AZIONI SULLA TERRA

La mostra inaugurerà il 19 ottobre 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 20 novembre 2024

Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19.30

 

Comunicato stampa

<< Le opere principali in mostra sono state realizzate nel 2019-2020 per Manifesta, una biennale europea per città in crisi o in cambiamento, allora ospitata a Marsiglia.

All’arrivo a Marsiglia, nel 2019, Peter Fend è stato accompagnato a incontrare i funzionari del porto e la sede di Marsiglia della società Interxion.  La società gestisce una rete di cavi di telecomunicazione sottomarini dall’Europa all’Africa e all’Asia meridionale.  La rete si estende dall’Irlanda alla Francia occidentale, a tutte le città portuali dell’Africa e dell’Asia meridionale, fino a Hong Kong.   La rete costituisce sostanzialmente Internet.  Questa è una realtà fisica che Cina, India, Iran e tutta l’Africa devono affrontare.

Ora l’Africa è un campo di battaglia tra Cina, Stati Uniti, Italia e UE (“Operazione Mattei”), India, Turchia e Russia.  Quali sono le regole del gioco?

Come detto, Fend ha iniziato la sua vita adulta con il rifiuto della Banca Mondiale e del colonialismo occidentale.  Era il 1974.  Ora, nel XXI secolo, tale rifiuto è diventato una sorta di moda.  Ma in che modo?  Il governo italiano ha presentato all’ONU, nel 2018, una proposta per organizzare tutto il mondo secondo l’Oceano.  Il Programma ambientale delle Nazioni Unite ha avviato, sempre dal 1974, un programma marino regionale.   Fend ha parlato con i vertici dell’UNEP e del Programma regionale dei mari, ideato da uno jugoslavo (non croato, ha insistito) di nome Stepkjan Keckes.  Tutti i terreni sono delimitati in base al loro drenaggio nei mari salati.

Pensando in modo simile, il governo italiano ha guidato una conferenza all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con tre Paesi come referenti: Italia, Monaco e Palau.  Il relatore principale italiano era Andrea Orlando, che è stato ministro dell’ambiente nel 2013-14.  Cosa direbbe ora?  E cosa disse lui, allora a capo del Ministero dell’Ambiente? E cosa direbbe Giorgia Meloni nel promuovere l’Operazione Mattei in tutto il Mediterraneo e in Africa, in linea con le recenti direttive politiche dell’UE?

Il governo italiano ha aderito al programma europeo basato sulla pesca, chiamato Fisheries Local Action Group (con l’acronimo “FLAG”). Fend ha prodotto una mappa dei bacini d’acqua salata di Ognuno dei 67 FLAG d’Italia.  Lo ha fatto utilizzando la legge irlandese del 1959 (anch’essa membro dell’UE) per organizzare tutta l’Irlanda (compresa la parte detenuta dal Regno Unito) nelle sue baie di acqua salata, o “aree idrometriche”.  Fend viaggia accanto all’Irlanda per questa pratica.  Organizza coerentemente tutto il mondo in questo modo.  Questo perché rifiuta qualsiasi nozione di madrepatria o patria, affermando che l’unico imperativo territoriale è la conservazione e la forza dell’Oceano Madre.

A causa delle leggi e delle pratiche italiane, Fend si vede qui non tanto come un artista che propugna qualcosa di nuovo, quanto come un’ostetrica che aiuta a dare forza e potere legale a iniziative già realizzate all’interno dello Stato italiano.

I risultati storici sono evidenti.

I risultati sono riassunti in un manifesto realizzato da Fend in collaborazione con l’artista canadese Ryan Foester per una mostra che si è tenuta a New York nel marzo 2024, intitolata RODENTS RESTORE AMERICA, from the Antarctic to the Arctic”.

Rispondendo a un impero arricchito da aziende come Apple e Microsoft, ovvero la “Repubblica Popolare Cinese”, Fend si è basato sulle proposte artistiche di Documenta, di varie biennali e di conferenze scientifiche, secondo cui l’umanità dovrebbe essere subordinata alle esigenze di BIRDS, REPTILES, INSECTS, CARRION (us mammals), SEAFISH.

*Abbiamo lasciato la sequenza di parole in inglese, perché le lettere iniziali formano la parola BRICS

che rappresenta la sigla dei paesi considerati emergenti nell’economia globale, i paesi emergenti inizialmente erano Brasile, Russia, India e Cina.

I tempi dei “popoli” sono finiti.  Ora è il momento della restaurazione di tutti gli animali selvatici.

Questo era previsto per Manifesta a Marsiglia.  Ma… ma… come troppo spesso accade, qualcuno in qualche paese ha commesso un grosso errore.  La RPC ha commesso un errore a Wuhan.

L’errore ha portato a una pandemia.   La pandemia ha fatto chiudere la mostra di Marsiglia.

Quello che mostriamo ora arriva con quattro anni di ritardo.

Quello che Fend mostra complessivamente ha un ritardo di circa quaranta o cinquant’anni.   La maggior parte della responsabilità ricade sui mezzi di produzione radicati: petrolio, nucleare, grandi dighe, parchi solari.  Combattono con le unghie e con i denti, spesso con l’omicidio, per rimanere dominanti. Per Fend, questa è stata una grande sorpresa.  Pensava che la Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, e tutti i trattati a livello mondiale, gli avrebbero dato una possibilità di intervento.  Non è così.  Per niente.

Qui in Italia cerchiamo il progresso.

Ogni oggetto mostrato è il più accurato possibile.  Si tratta di una documentazione scientifica di luoghi specifici dell’emisfero orientale, dall’Irlanda a Hong Kong.

La logica viene dall’icona di Marcel Duchamp, la principale del nostro tempo: l’orinatoio.

L’arte della Terra sarà prevista dopo, soprattutto nei deserti che ora si estendono da Dakar a Pechino.

In gruppi di lavoro collaborativi, ci proponiamo di andare non “avanti” ma “molto indietro”, a circa 6.000 anni fa, quando luoghi come il Sahara e l’Arabia erano popolati da orde di animali selvatici.  In questo modo, diamo seguito a una richiesta fatta a Ocean Earth dall’ambasciatore algerino in Francia nel 1985.  Egli chiese se i giganteschi Earthworks che abbiamo visto con i satelliti nella zona di guerra Iran-Iraq, tutte molto simili alle opere degli artisti pionieri della Earth Art, possano essere costruiti di nuovo, in Nord Africa, per ripristinare la savana che tanto tempo fa prosperava?

Il nostro obiettivo: INVERTIRE I DESERTI.

La nostra missione principale: ripristinare le popolazioni di roditori in quello che ora è un deserto, con grandi afflussi di uccelli migratori e insetti, in modo che l’acqua nel suolo, sottoterra, torni ad essere abbondante.

Non troppo presto potrebbe accadere.  Lo testimonia la desertificazione in atto in Sicilia.

Qual è, come si diceva a Milano negli anni Settanta, “la risposta adeguata alle condizioni riconosciute”?

Lo dimostriamo in Pinksummer?

Forse questi punti aiutano.

Peter Fend è un cittadino statunitense che nel corso della sua vita ha sempre cercato di rispondere ai principali problemi del mondo.

A Milano negli anni Settanta, secondo un articolo della rivista “Kunst”, l’arte era vista come “la risposta appropriata a condizioni riconosciute”.

La condizione riconosciuta ora, e già da qualche decennio, è che l’umanità sta distruggendo le sue basi di sopravvivenza nella fauna selvatica.

Se gli esseri umani continuano a distruggere le foreste pluviali tropicali, o l’oceano nel suo splendore ittico, o i Poli nel loro controllo climatico, peggioreranno ulteriormente rispetto a ciò che sta già accadendo: clima estremo, desertificazione, peste e guerra.

Una “risposta appropriata” non è ancora iniziata.  La scala d’azione dovrebbe essere di miliardi di euro.

Le opere che Fend mostra dovrebbero portare a progetti in loco di grandi dimensioni, con budget su scala militare. In miliardi di euro.

Le idee dell’arte degli ultimi due secoli, se convertite in tecnologia o in mezzi di produzione, possono soddisfare le esigenze attuali.

Questo non accade perché chi è al potere manovra per rimanere al potere, ritardando i cambiamenti necessari, e il regno dell’invenzione, come l’arte, evita le realtà storiche e sceglie piuttosto di essere tollerato come “innocuo”.

Su quasi tutto ciò che mostra, Fend pubblica nel mondo scientifico e in contesti politici come il Congresso degli Stati Uniti e le Nazioni Unite, oltre a think tank su questioni ecologiche e militari. Le idee vengono dall’arte, ma il mondo dell’arte è solo un luogo.

Tutto ciò che viene mostrato è destinato a accadere nella realtà storica e economica.

Ogni spettatore può venire, vedere e fare domande.  Tutte le obiezioni o i dibattiti sono benvenuti.

La vita di Fend.  Dopo aver conseguito la laurea, accademicamente qualificato per i migliori programmi di dottorato o di legge, si è recato in California e poi a Washington, dove gli è stato offerto un lavoro presso la Banca Mondiale.  Ma una settimana di prova è stata uno shock: ha visto che la Banca Mondiale perpetuava il colonialismo del XIX secolo.  Ora pensa che sia l’ONU a farlo.  L’idea iniziale era quella di organizzare tutto il territorio della Terra in base al drenaggio nei mari salati.  La stessa organizzazione potrebbe essere fatta sulla Luna, o su Marte, o in qualsiasi altro luogo in cui l’uomo voglia insediarsi.   Fend esclude quindi l’estrazione di combustibili fossili, o di combustibili nucleari indistruttibili, o di dighe alte (che bloccano il flusso di nutrienti verso il mare), o di pannelli solari sul terreno.  Sono i mezzi di produzione, tutti a livello di settore primario, che aumentano l’abbondanza naturale che dovrebbe circondarci.  Il poeta-soldato Spenser scrisse che “l’arte è ciò con cui la Natura rende più Natura”.  Tutto ciò che viene esposto a Pinksummer quest’autunno ha questo scopo.>>

Peter Fend

 

Abbiamo deciso che il comunicato stampa arrivasse direttamente dalla tastiera dell’artista, scritto in terza persona.Anche se Peter Fend si definisce fisiocrate e come tale agisce nell’immanenza, crediamo che la sua opera sia intimamente collegata al movimento trascendentalista americano, in questo senso gli dedichiamo alcune piccole strofe citate in Walking da Henry David Thoreau:

When he came to the grene wode,
In a mery mornynge,There he herde the notes small
Of byrdes mery syngynge
It is ferre gone, sayd Robyn,
That I was last here;
Me lyste a lytell for to shote
At the donne dere.*

*”Giungendo nel verde bosco/un ridente mattino/egli udì l’armonia/dell’allegro canto degli uccelli/è
da molto tempo disse Robin/che non vengo qui;/vorrei cacciare un poco/i bruni cervi”.

Da “A Little Geste of Robin Hode” cfr. Robin Hood: A collection, London 1823, p.58.

THE MORBID PALACE – Summer show

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra collettiva THE MORBID PALACE 
In mostra ci saranno opere, in ordine alfabetico, di:
Mariana Castillo Deball, Plamen Dejanoff, Luca De Leva, Mark Dion, Peter Fend, Invernomuto, Koo Jeong A, Tobias Putrih, Jorge Queiroz, Tomás Saraceno, Bojan Šarčević, Georgina Starr, Luca Trevisani, Cesare Viel.
La mostra inaugurerà il 27 giugno 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 27.09.2024
Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19 o su appuntamento
Location: Ex Chiesa dell’Angelo Custode, Vico Squarciafico 6R, Genova – Entrata da Piazza delle Scuole Pie

 

Comunicato stampa

 

 

“We are a blaze in the northern sky” cantavano i Darkthrone negli anni Novanta.

Si potrebbe però aggiungere con Eugene Thacker che il luogo dell’orrore, quel genere di orrore metafisico che si attua dentro una prospettiva materialistica e schiettamente laica, rende il pianeta un posto magico.

Questa premessa per introdurre una collettiva estiva di Pinksummer dal titolo The Morbid Palace, il Palazzo Morboso, titolo anche suggerito dal luogo in cui si terrà la mostra, che non sarà la galleria, ma uno spazio rimasto segreto e abbandonato e in qualche modo protetto dalle logiche asfissianti del tardo capitalismo. La stanza assai curiosa e imponente è dentro a un palazzo del XIII secolo, nel centro della città, vicinissimo alla cattedrale di San Lorenzo: abbiamo saputo della sua esistenza grazie all’amico architetto Valter Scelsi. Per secoli chiesa dell’Angelo Custode di Vico Squarciafico, dall’inizio del XX secolo fino al secondo dopoguerra è stata invece una centrale elettrica e infine è stata dimenticata fino a questa nostra mostra. Ringraziamo qui i nuovi proprietari che hanno appena acquisito l’immobile per aver acconsentito a prestarci questo luogo speciale e ad aprirlo al pubblico dopo settant’anni con la mostra The Morbid Palace.

La mostra, essendo una collettiva di galleria – seppur verranno presentate anche opere nuove prodotte per l’occasione e una performance inaugurale di Georgina Starr, con in seguito una seconda performance di Luca De Leva – non meriterebbe forse elucubrazioni tipiche da comunicato stampa, ma per noi le collettive, rare in verità, sono un’occasione per intravvedere, negli artisti che rappresentiamo, ciò che ci piace tanto e che vorremmo venisse fuori nella mostra. Vale a dire quell’attitudine tipica che li accomuna “al di là del bel canto”, che pur muovendo tutti da una prospettiva pessimista, non la risolvono mai in una contemplazione intimista chiusa nei propri affetti, ma si trasforma piuttosto in stimolo, impulso di vita attiva e combattiva del presente, impegnata. L’attitudine per noi, un po’ romantiche, potrebbe essere riassunta in quella lettera che Lovecraft scrisse nel 1935 a Catherine L. Moore “Se vuole essere arte autentica deve raffigurare in primis la cristallizzazione e la simbolizzazione di una precisa disposizione d’animo umano, non la delineazione degli eventi”. Sì, l’opera deve restituire un’atmosfera rispetto a “quell’infruttuosa aspirazione umana”, come direbbe Shopenhauer, che rende la contemplazione estetica il farmaco che ci rigenera, fuori dall’illusione, dalla paura che diventa ansia, così comune nei tempi che incombono, in cui l’uomo per la prima volta ha a che fare oltre che con la sua inadeguatezza ontologica, con il fatto certo che l’Antropocene non prevede soluzioni eroiche.

L’approccio squisitamente anti-umanistico di The Morbid Palace è solo per contrastare la hybris del genere umano nella Storia, con Leopardi la mostra potrebbe enunciare “L’uomo è solo una menomissima parte dell’universo”; tuttavia l’angoscia si trasforma nello stimolo per un nuovo umanesimo: solo quando l’uomo avrà acquisito, fatta propria, la convinzione che non rappresentiamo che un piccolo insignificante aspetto dell’immensa vita della materia universale, troveremo la forza per superare gli odi, le divisioni e trovare una nuova fraternità universale, una civiltà basata non sulla lotta, ma sulla solidarietà rispetto a un rapporto, mediato dalla coscienza (errore evolutivo?), uomo-natura impari che condividiamo con tutti gli esseri. Le differenti personalità che compongono The Morbid Palace sembrano ambire a questa nuova civiltà e la mostra appare, di fatto, come un’elegia alla fragilità.

KOO JEONG-A – KOREAN PAVILION – BIENNALE D’ARTE CONTEMPORANEA, VENEZIA – 2024

KOO JEONG A – ODORAMA CITIES, Korean Pavilion 2024, La Biennale di Venezia, Installation view, Courtesy of Pilar Corrias, London, and PKM Gallery, Seoul, Photo by Mark Blower.

Korean Pavilion at Biennale Arte 2024 Giardini, Venice
20 April – 24 November 2024

The Korean Pavilion presents ODORAMA CITIES by Korean artist Koo Jeong A. In this new commission, the artist will delve into the nuances of our spatial encounters, investigating how we perceive and recollect spaces, with a particular emphasis on how scents, smells, and odours contribute to these memories.

During the summer of 2023 over the course of three months, Koo collected scent memories for ODORAMA CITIES with the aim of building a portrait of the entire Korean peninsula. After a public open call issued by Koo and the pavilion curatorial team via social media, advertisements, one-to-one meetings, Koreans and non-Koreans with a relationship to Korea submitted descriptions in response to one central question: “What is your scent memory of Korea?” This process generated more than 600 written statements recollecting the country through the prism of scent.

“On spring days when Korean rosebays are in bloom, I find myself missing my hometown even more. Here in South Korea, I smell the flowers, hoping to find the same scent as the ones back in North Korea. And indeed, they share the same scent.”1

Thereafter, Koo and the curators tasked and collaborated with perfumers to translate and categorise these memories into 17 distinct scent experiences created specifically for the pavilion. At the pavilion itself, Koo will explore an expanded tactility – returning to key interests that mark the artist’s work including immaterialism, weightlessness, endlessness, and levitation. Those concerns are embedded and engraved as infinity symbols directly into a new wooden floor for the Korean pavilion and manifest as two floating wooden möbius-shaped sculptures and a levitating, scent-diffusing bronze figure, and ultimately are symbolized in the scents that transform the pavilion into a sprawling collection of olfactory memories.

An exhibition catalogue will accompany the pavilion presentation including contributions from Frank Boehm, Grégory Couderc with Jean- Claude Ellena, Hyesoon Kim, Namjo Kim, Seolhui Lee & Jacob Fabricius, Sooyon Lee, Young June Lee, Jessica Morgan, Hans Ulrich Obrist with Koo Jeong A, Eva Tind, Luca Turin, and Kyung Jin Zoh.

—-

Commissioner: Arts Council Korea (ARKO)

Curators: Seolhui Lee & Jacob Fabricius

Artist: Koo Jeong A

Assistant Curators: Yoojin Jang, Najeong Lee

Architect: Jens Rønholt Schmidt

On-Site Manager: Eunjeong Kim
Editorial Manager: Haelee Kim, Sarah Quigley
Graphic Designer: kontaakt (Wonseop Lee, Wonyeong Baque) Publisher: Distanz

In partnership with Hyundai Motor
Partners: NONFICTION, LUMA Foundation, Dinesen
Collaborator: LUSH
Sponsors: ILJIN Culture Foundation, Bloomberg Philanthropies, Nicoletta Fiorucci Foundation, Agnès b, Bazaar Art, Art Hub Copenhagen
Supporters: Albarrán Bourdais, Pilar Corrias, Pinksummer Gallery, PKM Gallery
PR: Sutton Communication

https://www.korean-pavilion.or.kr

https://www.instagram.com/koojeonga/?hl=it

PLAMEN DEJANOFF – HERITAGE PROJECT

Photo credit: Federico Ghillino

Plamen Dejanoff – Trifon Ivanov Museum

PINKSUMMER È LIETA DI ANNUNCIARE LA NUOVA MOSTRA DI PLAMEN DEJANOFF – TRIFON IVANOV MUSEUM
VIA SAN FERMO 7 , 20121 MILANO
LA MOSTRA INAUGURERÀ IL 21 MARZO 2024, ORE 18-21, E SARÀ VISIBILE SINO AL 06.04.2024
ORARI DI APERTURA: DA MARTEDÌ A SABATO, ORARIO 15 – 19

 

PINKSUMMER È LIETA DI ANNUNCIARE LA NUOVA MOSTRA DI PLAMEN DEJANOFF – HERITAGE PROJECT
LA MOSTRA INAUGURERÀ IL 22 MARZO 2024, ORE 18-21, E SARÀ VISIBILE SINO AL 15.06.2024
ORARI DI APERTURA: DA MARTEDÌ A SABATO, ORARIO 15 – 19.30

 

Comunicato stampa
«Negli anni Settanta il partito comunista iniziò a costruire in Bulgaria scuole superiori altamente specializzate per meglio promuovere i giovani talenti.
C’erano scuole superiori specializzate in matematica… in lingue… con quelle che avevano come materia principale la musica… le arti… e gli sport.
Quando avevo 12 anni fui scelto (senza che mi fosse chiesto) per la scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo.
Il mio sogno era veramente quello di diventare artista, ma qualcuno decise che io dovessi appartenere alla scuola superiore di competenza sportiva.
Nella scuola sportiva di Tarnovo avevamo almeno 6-7 ore di sport ogni giorno (6 giorni alla settimana) e un paio d’ore di poche altre materie.
Dopo un grande sforzo da parte dei miei genitori, riuscii a lasciare la scuola sportiva e l’anno dopo fui preso in quella a indirizzo artistico dove avevo 6-7 ore di lezione di arte, architettura e design ogni giorno (per 6 giorni alla settimana per 5 anni).
Comunque i miei amici della scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo (incluso il mio “Idolo” Trifon Ivanov) crebbero bene e nel 1990, sette degli undici giocatori della squadra nazionale bulgara provenivano da quella scuola.
Al campionato mondiale di calcio negli Stati Uniti del 1994, la squadra nazionale bulgara vinse in modo sensazionale contro Francia… Grecia… Messico, contro l’Argentina di Maradona, contro la Germania che deteneva il titolo di campione del mondo… e raggiunse le semi-finali contro l’Italia.
La Bulgaria perse sfortunatamente 2-1 e l’Italia perse due giorni dopo ai rigori contro il Brasile.
Sei giocatori che vinsero la medaglia di bronzo per la Bulgaria di quel campionato mondiale di calcio del 1994 negli Stati Uniti provenivano dalla scuola superiore di Tarnovo!
Alla fine degli anni Novanta, il sistema educativo in Bulgaria collassò totalmente e tutte le scuole specializzate chiusero una dopo l’altra.
La leggendaria scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo fu chiusa anch’essa e brutalmente convertita in una scuola turistica 5 anni dopo.
In quanto parte di Heritage Project, riuscii a salvare frammenti dell’edificio (quelli che non erano più necessari) dalla distruzione.
Con grande difficoltà ho smantellato parte della scuola superiore sportiva di Tarnovo con l’idea di includere questa parte di edificio in Heritage Project.»

 

Heritage Project di Plamen Dejanoff è una sorta di realismo speculativo di matrice identitaria. Ripercorrendo il progetto dell’artista nella sua Bulgaria rispetto alla Fondazione Plamen Dejanoff a Veliko Tarnovo, la sua città natale, si comprende che tutti i capitoli  di questo radicale progetto a lungo termine, un progetto di vita, rimandano a una necessità personale di radicamento, come un tentativo di ancorarsi rispetto alla superficie liscia, fluida e senza confini del monoteismo mercantile, del capitalismo tendente per vocazione a ridurre l’altro all’identico. Di fatto l’impostazione di Heritage Project appare come un manifesto che si oppone alla reductio a unum di quella globalizzazione che qualcuno ha iniziato a chiamare globalitarismo  tendente a modellare un’umanità apolide, precaria, migrante, affrancata da ogni radicamento territoriale, munita di zaino leggero, di bagaglio a mano, delocalizzata in ogni dove, giacché percepisce ogni luogo, anche quello d’origine, come transeunde. Un’umanità flessibile, nomade, privata della sua struttura simbolica, dentro a un mondo miniaturizzato senza confini e differenze.
Rispetto al percorso di Dejanoff si può quasi azzardare che l’artista parta dall’assunto che la realtà è già così squisitamente reale che ogni tentativo di tradurla implicherebbe il fallimento. Una realtà costituita da una molteplicità di oggetti, concreti e immaginari, la cui valenza strutturale ha ben poca importanza. L’estetica di Dejanoff, con le sue piattaforme, i piedistalli, intesi come temporanei recinti o meglio parentesi, rimanda a una sorta di ontologia, tendente a svelare le qualità sensuali degli oggetti reali. L’arte di Dejanoff non allude al reale, non lo rappresenta, lo ripresenta e lo riproduce: si potrebbe affermare che l’arte di Dejanoff è anti-letterale.
A differenza dei filosofi orientati agli oggetti però, quella di Dejanoff non è una ontologia piatta, senza gerarchia, al centro c’è ancora l’uomo e la sue velleità identitarie, seppure mai nostalgiche.  Alcuni oggetti ci devono ricordare la nostra appartenenza, altri si devono accettare come diversi e questo è forse il senso di Heritage Project, ricercare oggetti capaci di scaldare il cuore e la nostra quotidianità senza rendere superflui la nostra storia e il nostro passato, per resistere all’eterofobia della globalizzazione e del suo falso multiculturalismo.
La fenomenologia tassonomica dello sradicamento tipica del colonialismo implica l’estraniazione, l’isolamento e la superfluità rispetto alle culture considerate altre  circa la teleologia imperialista del capitalismo contemporaneo, una forma di colonialismo solo apparentemente più soffice e orizzontale. Di fatto ogni forma di colonialismo priva i popoli della loro tradizione, della loro anima, riducendo gli individui, le persone  a materia umana, a mera materia interscambiabile. Dentro a un presente senza storia e senza memoria può accadere ogni sopraffazione, ogni orrore. L’io un tempo era solo un elemento nella costellazione del gruppo, della comunità, adesso è l’elemento predominante: non ci si impegna con il mondo, ma co se stessi e tale dinamica implica una grave forma di intolleranza e conduce alla progressiva secolarizzazione e  al manicheismo che informa la contemporaneità
Simone Weil in Écrits de Londres et dernières lettres scrisse: «L’anima umana ha bisogno più di ogni altra cosa di essere radicata in molteplici  ambiti naturali e di comunicare con l’universo per il loro tramite. La patria, gli ambiti definiti dalla lingua, dalla cultura, da un passato storico comuni, la professione, il paese sono ambienti naturali.
È criminale ciò che ha per effetto di sradicare un essere umano e impedire che metta radici.»
Lo sradicamento è una patologia tipica della modernità, Heritage project di Plamen Dejanoff appare in questo senso come un’indicazione per costruire società più pacifiche e sostenibili che riconoscano l’importanza centrale delle comunità e delle persone come produttori del senso che attiva gli oggetti e le pratiche, rendendole appunto patrimonio culturale, una risorsa fondamentale per il benessere dei popoli.
Non ci stupisce che Plamen Dejanoff, che ha mimato la deregulation neoliberista del capitalismo contemporaneo, fin dal suo cambio d’identità nel 2002, presenti oggi con Heritage Project un contributo alla preservazione della memoria storica e del patrimonio culturale della ricchezza e della competenza che vengono tramandate da generazioni, da maestro a apprendista.

Plamen Dejanoff – Heritage Project

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Plamen Dejanoff – HERITAGE PROJECT
La mostra inaugurerà il 22 marzo 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 15.06.2024
Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19.30

 

Comunicato stampa
«Negli anni Settanta il partito comunista iniziò a costruire in Bulgaria scuole superiori altamente specializzate per meglio promuovere i giovani talenti.
C’erano scuole superiori specializzate in matematica… in lingue… con quelle che avevano come materia principale la musica… le arti… e gli sport.
Quando avevo 12 anni fui scelto (senza che mi fosse chiesto) per la scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo.
Il mio sogno era veramente quello di diventare artista, ma qualcuno decise che io dovessi appartenere alla scuola superiore di competenza sportiva.
Nella scuola sportiva di Tarnovo avevamo almeno 6-7 ore di sport ogni giorno (6 giorni alla settimana) e un paio d’ore di poche altre materie.
Dopo un grande sforzo da parte dei miei genitori, riuscii a lasciare la scuola sportiva e l’anno dopo fui preso in quella a indirizzo artistico dove avevo 6-7 ore di lezione di arte, architettura e design ogni giorno (per 6 giorni alla settimana per 5 anni).
Comunque i miei amici della scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo (incluso il mio “Idolo” Trifon Ivanov) crebbero bene e nel 1990, sette degli undici giocatori della squadra nazionale bulgara provenivano da quella scuola.
Al campionato mondiale di calcio negli Stati Uniti del 1994, la squadra nazionale bulgara vinse in modo sensazionale contro Francia… Grecia… Messico, contro l’Argentina di Maradona, contro la Germania che deteneva il titolo di campione del mondo… e raggiunse le semi-finali contro l’Italia.
La Bulgaria perse sfortunatamente 2-1 e l’Italia perse due giorni dopo ai rigori contro il Brasile.
Sei giocatori che vinsero la medaglia di bronzo per la Bulgaria di quel campionato mondiale di calcio del 1994 negli Stati Uniti provenivano dalla scuola superiore di Tarnovo!
Alla fine degli anni Novanta, il sistema educativo in Bulgaria collassò totalmente e tutte le scuole specializzate chiusero una dopo l’altra.
La leggendaria scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo fu chiusa anch’essa e brutalmente convertita in una scuola turistica 5 anni dopo.
In quanto parte di Heritage Project, riuscii a salvare frammenti dell’edificio (quelli che non erano più necessari) dalla distruzione.
Con grande difficoltà ho smantellato parte della scuola superiore sportiva di Tarnovo con l’idea di includere questa parte di edificio in Heritage Project.»

 

Heritage Project di Plamen Dejanoff è una sorta di realismo speculativo di matrice identitaria. Ripercorrendo il progetto dell’artista nella sua Bulgaria rispetto alla Fondazione Plamen Dejanoff a Veliko Tarnovo, la sua città natale, si comprende che tutti i capitoli  di questo radicale progetto a lungo termine, un progetto di vita, rimandano a una necessità personale di radicamento, come un tentativo di ancorarsi rispetto alla superficie liscia, fluida e senza confini del monoteismo mercantile, del capitalismo tendente per vocazione a ridurre l’altro all’identico. Di fatto l’impostazione di Heritage Project appare come un manifesto che si oppone alla reductio a unum di quella globalizzazione che qualcuno ha iniziato a chiamare globalitarismo  tendente a modellare un’umanità apolide, precaria, migrante, affrancata da ogni radicamento territoriale, munita di zaino leggero, di bagaglio a mano, delocalizzata in ogni dove, giacché percepisce ogni luogo, anche quello d’origine, come transeunde. Un’umanità flessibile, nomade, privata della sua struttura simbolica, dentro a un mondo miniaturizzato senza confini e differenze.
Rispetto al percorso di Dejanoff si può quasi azzardare che l’artista parta dall’assunto che la realtà è già così squisitamente reale che ogni tentativo di tradurla implicherebbe il fallimento. Una realtà costituita da una molteplicità di oggetti, concreti e immaginari, la cui valenza strutturale ha ben poca importanza. L’estetica di Dejanoff, con le sue piattaforme, i piedistalli, intesi come temporanei recinti o meglio parentesi, rimanda a una sorta di ontologia, tendente a svelare le qualità sensuali degli oggetti reali. L’arte di Dejanoff non allude al reale, non lo rappresenta, lo ripresenta e lo riproduce: si potrebbe affermare che l’arte di Dejanoff è anti-letterale.
A differenza dei filosofi orientati agli oggetti però, quella di Dejanoff non è una ontologia piatta, senza gerarchia, al centro c’è ancora l’uomo e la sue velleità identitarie, seppure mai nostalgiche.  Alcuni oggetti ci devono ricordare la nostra appartenenza, altri si devono accettare come diversi e questo è forse il senso di Heritage Project, ricercare oggetti capaci di scaldare il cuore e la nostra quotidianità senza rendere superflui la nostra storia e il nostro passato, per resistere all’eterofobia della globalizzazione e del suo falso multiculturalismo.
La fenomenologia tassonomica dello sradicamento tipica del colonialismo implica l’estraniazione, l’isolamento e la superfluità rispetto alle culture considerate altre  circa la teleologia imperialista del capitalismo contemporaneo, una forma di colonialismo solo apparentemente più soffice e orizzontale. Di fatto ogni forma di colonialismo priva i popoli della loro tradizione, della loro anima, riducendo gli individui, le persone  a materia umana, a mera materia interscambiabile. Dentro a un presente senza storia e senza memoria può accadere ogni sopraffazione, ogni orrore. L’io un tempo era solo un elemento nella costellazione del gruppo, della comunità, adesso è l’elemento predominante: non ci si impegna con il mondo, ma co se stessi e tale dinamica implica una grave forma di intolleranza e conduce alla progressiva secolarizzazione e  al manicheismo che informa la contemporaneità
Simone Weil in Écrits de Londres et dernières lettres scrisse: «L’anima umana ha bisogno più di ogni altra cosa di essere radicata in molteplici  ambiti naturali e di comunicare con l’universo per il loro tramite. La patria, gli ambiti definiti dalla lingua, dalla cultura, da un passato storico comuni, la professione, il paese sono ambienti naturali.
È criminale ciò che ha per effetto di sradicare un essere umano e impedire che metta radici.»
Lo sradicamento è una patologia tipica della modernità, Heritage project di Plamen Dejanoff appare in questo senso come un’indicazione per costruire società più pacifiche e sostenibili che riconoscano l’importanza centrale delle comunità e delle persone come produttori del senso che attiva gli oggetti e le pratiche, rendendole appunto patrimonio culturale, una risorsa fondamentale per il benessere dei popoli.
Non ci stupisce che Plamen Dejanoff, che ha mimato la deregulation neoliberista del capitalismo contemporaneo, fin dal suo cambio d’identità nel 2002, presenti oggi con Heritage Project un contributo alla preservazione della memoria storica e del patrimonio culturale della ricchezza e della competenza che vengono tramandate da generazioni, da maestro a apprendista.

Invernomuto – SANTA LUCIA

Bojan Šarčević & Luca Trevisani – Pinksummer goes to Milan

Bojan Šarčević in dialogo con Luca Trevisani 

Opening: 20.12.2023 ore 18-21

Date di apertura: 20.12.2023 – 03.02.2024

Sanfermosette, Via San Fermo 7, Milano

 

 

comunicato stampa

 

«E’ attraverso la nostra pelle che siamo in relazione e in osmosi con ciò che proviene dall’ambiente esterno. Siamo in contatto con impressioni di umidità, secchezza, caldo, queste sono relazioni sensoriali e sensuali.
L’indumento di pelle è come una seconda pelle, che potrebbe essere vista come un involucro sostitutivo, essendo la nostra pelle un involucro e una sorta di indumento primario.

Un nuovo corpo di lavori che ha a che fare con il concetto di mostruosità.

La trasformazione di una giacca di pelle di seconda mano, simbolo di ribellione, indipendenza, aggressività e anche come primo strumento che ha permesso alla specie umana di regolare la temperatura del corpo nel clima duro.

Una sorta di “scuoiatura” di un indumento di moda per trasformarlo in una rappresentazione.
Inserendo nelle cuciture aperte dell’indumento gli occhi da tassodermista, la figurazione allude alla bestialità e a un presenza minacciosa che ci osserva. Il cuoio senza forma rimanda al test di Roscharch.

Il concetto di mostruosità può essere visto come una formalizzazione delle ansie perché rappresenta una manifestazione visiva delle nostre paure circa il mondo intorno a noi e il tempo in cui viviamo.

Le figure mostruose sono spesso una rappresentazione dell’ignoto, dell’anormale, del minaccioso e in quanto tali, incarnano la nostra angoscia più profonda.»

 

Bojan Šarčević

 

 

«Del taglio è una serie di coltelli in guisa degli animali che mangiamo e che tagliamo, costruiti per stabilire una corrispondenza tra forma, materiali, usi e sensi.
Un arcipelago di forme taglienti, oggetti ma anche soggetti, che si fanno carico della gestione spirituale del rapporto di forza che intercorre tra il nostro stomaco e il mondo, sublimandosi in talismani contraddittori e provocatori. Le diverse tipologie delle forme di vita, come fantasmi per mettere in crisi il nostro rapporto passivo e automatico con l’idea di cibo, dieta e materia. La morfologia del vivente come grimaldello in cui incarnare tutta una serie di tensioni e rapporti che troppo spesso rimangono silenti e invisibili, per indagare la percezione occidentale del mondo, spostarne il baricentro, dagli occhi ad altre parti della mente.
Il taglio come forma del pensiero, come figura scultorea con cui trovare le buone articolazioni del mondo, il taglio e la sua paradossale dolcezza, il taglio come gesto culturale e cultuale, come mitologema. La bocca, la mano, il nutrimento: una scrittura perenne dove la distinzione tra il sé, il corpo e l’ambiente non sono più così certe.

Il nutrimento come scambio energetico, quale incessante produzione e distruzione di forme, supremo crogiolo di metamorfosi. Che per esser compreso va formalizzato, coagulato, replicato.
Fare scultura è quel modo specifico in cui l’uomo sembra aver sempre cercato di fermare l’impermanenza della vita, per dare al tempo un corpo solido, e fare dell’attimo la Storia. È una pratica energetica, un’esperienza che incarna forze immateriali, un atto di immaginazione che unisce le parti occulte e visibili del mondo in un impasto inedito.

Tagliare, separare, ma anche raddrizzare, o liberare, è il tabù del pericolo. I coltelli sono oggetti apotropaici pensati per allontanare la malasorte, unendo una funzione protettiva e devozionale a quella decorativa. Un oggetto ordinario ma anche l’espressione di epos popolare, strumento essenziale per l’economia agropastorale, simbolo di legami sociali, incarnazione del potere.
Lavorare su un paradigma archetipico come quello del coltello, su un fossile culturale, è un modo di disarticolare la nostra idea di tecnologia, di progresso digitale e di svincolarsi dalle frenesie e dagli stereotipi del presente. Il passato è il solo futuro del nostro futuro.»

 

Luca Trevisani

LUCA DE LEVA – THYSELF AGENCY

info point genova post

English text below

 

 

Thyself Agency apre il suo primo INFO POINT a Genova, ospite di Pinksummer e spazio Campo XS.

 

Thyself Agency è un’agenzia di viaggio. Organizza spedizioni nell’ignoto, dove praticare la maieutica attraverso tre specifici esercizi:
– Scambiarsi la vita
– La Settimana dei 9 giorni
– gli Occhiali

 

L’INFO POINT è un ufficio per la sperimentazione di pratiche esistenziali – Luca De Leva propone nuovi metodi di ricerca, esercizi personali e intimi per scardinare automatismi comportamentali e facilitare la ricerca di altri modi di vivere e relazionarsi con il mondo.

L’INFO POINT sarà aperto dal 15 dicembre al 17 dicembre 2023. Tre giorni di attività intensiva dove sarà possibile conoscere il lavoro dell’Agenzia in maniera diretta, dalle parole vive dei suoi agenti e di chi ha partecipato agli esercizi. Il 15 dicembre dalle ore 18 alle ore 20 l’Agenzia verrà presentata al pubblico, mentre nei successivi due giorni verranno accolti i candidati, i disperati e i curiosi, per delle sessioni personali, dalle 12 alle 19.
Se anche tu sei tra loro, regalati quello che non conosci.

 

Ti aspettiamo in via del Campo 40R a Genova.

 

 

///

 

 

Thyself Agency opens its first INFO POINT in Genova, hosted by Pinksummer and Campo XS space.

 

Thyself Agency is a travel agency. It organizes expeditions into the unknown, where it practices maieutics through three specific exercises:
– Life exchange
– 9 days week
– the Glasses

 

The INFO POINT is an office for experimentation in existential practices – Luca De Leva proposes new research methods, personal and intimate exercises to unhinge behavioral automatisms and facilitate the research for other ways of living and relating to the world.

The INFO POINT will be open from December 15 to 17, 2023. Three days of intensive activities where it will be possible to learn about the agency’s work in a direct way, from the living words of its agents and those who participated in the exercises. On December 15 from 6 to 8 pm the Agency will be presented to the public, while on the following two days candidates, curious and hopeless people will be welcomed for personal sessions, from 12 to 7 pm.
If you are also among them, gift yourself what you don’t know.

 

We look forward to seeing you at Via del Campo 40R in Genova.

info point genova post retro

INVERNOMUTO – SANTA LUCIA

comunicato stampa

 

 

Un cantico di Francesco Urbano Ragazzi scritto in occasione della mostra.

 

 

RISVEGLI

Io, prima di tutto, ero vivo. Nessun dubbio su questo. Ma il motivo per cui lo sapevo, di essere vivo, era purtroppo davvero spiacevole. Da qualche mese a questa parte, ogni giorno verso le sei di sera, mi cominciavano a lacrimare gli occhi: entrambi e copiosamente appena il sole tramontava dietro ai palazzi. Gocce che percepivo elastiche e un po’ viscose scendevano senza sosta ai lati del mio naso, mi si appoggiavano sulle labbra, scendevano ancora fino alla punta del mento, al centro del quale si accumulavano. E da lì poi cadevano, finalmente, oltre la superficie della mia pelle.

Poiché ogni giorno quell’inarrestabile sgocciolamento durava per più di qualche ora, dapprima cercavo di arrestarlo tamponando l’estremità dei dotti lacrimali con un fazzoletto; poi però la mia mano cominciava a indolenzirsi, a poco a poco mi stancavo di esercitare quella lieve pressione, ed ero costretto mio malgrado ad arrendermi. Lasciavo allora scorrere il torrentello di lacrime così come veniva, cercando di leccare con la lingua quante più gocce potessi, di tanto in tanto asciugando le molte che mi sfuggivano con la manica del maglione.

La lacrimazione non era indolore. Già nei primi minuti di quel pianto senza motivo i miei bulbi iniziavano a infiammarsi, regalandomi una fastidiosa sensazione di pizzicore che cresceva di intensità man mano che il tempo passava. Era come se la superficie dei miei occhi diventasse a poco a poco un grande lago in cui cadevano infiniti elettrodomestici accesi.

Ecco la dolorosa prova della mia esistenza! Era sufficiente un Cartesio un poco ferrato in oftalmologia per dimostrarla. Da quando iniziava alle sei di sera fino a quando terminava molte ore più tardi, per tutto il tempo pensavo e ripensavo a quel lacrimare. Lacrimavo e pertanto ero vivo, ero vivo fintantoché lacrimavo. In quelle condizioni, non potevo che pensare a me stesso incessantemente.

Come sempre accadeva nel momento in cui l’inspiegabile fenomeno si ripresentava, anche quella sera ero seduto davanti al computer per sbrigare qualche lavoro di poca importanza. Iniziai allora, ancora una volta, un esercizio di meditazione che mi concedeva un po’ di pace, facendomi dimenticare per qualche istante il mio lacrimevole ego. Era diventato ormai un rituale.

L’esercizio non mi era stato insegnato da qualcuno, né era difficile da eseguire. Facevo piuttosto istintivamente quello che fanno tantissimi esseri umani quando vogliono perdere la cognizione del tempo e di sé stessi. Aprivo Chrome a tutto schermo sul monitor del computer e iniziavo a cercare, e cercare, e cercare.

Dopo molte ore, la ricerca mi portava a battere territori inimmaginabili, ma il punto di partenza era più o meno sempre lo stesso: scrivevo a caso le parole corrispondenti ai sintomi che sentivo di avere e leggevo i risultati sul motore di ricerca, saltando di pagina in pagina con ritmo sempre più insofferente. Non so se per troppa concentrazione o per troppa distrazione, ma in pochi minuti non percepivo più di avere un corpo, e con esso quei due occhi umidi e infiammati. Senza accorgermene diventavo nulla, il mondo attorno a me diventava nulla, mentre le informazioni che accumulavo finivano per coincidere col mondo, col tutto.

La routine era più o meno sempre la stessa. A cambiare, col passare dei giorni, era stato soltanto il mio stile di scrittura. Nei primi tempi, avevo digitato a caso lemmi piuttosto generici: lacrimazione, dolore agli occhi, malattie agli occhi. Poi le descrizioni si erano fatte più precise: persistente lacrimazione con bruciore agli occhi. Verbose: inarrestabile lacrimazione con infiammazione concentrata sul perimetro di entrambi i bulbi oculari, sporadiche teleangectasie. Quasi ermetiche: occhi lacrimanti si infiammano alla sera. Fino a tornare alla semplicità iniziale, ma arricchite da qualche trucco del mestiere: “lacrimazione” persistente + “infiammazione” + “occhi” + related:humanitas.it. E così avevo finito per credermi discretamente esperto di almeno una ventina tra disturbi e malformazioni, i quali però non coincidevano mai, per un motivo o per un altro, con quello di cui soffrivo io.

Congiuntivite (virale, batterica o allergica), blefarite, cheratite, distacco della retina, glaucoma, uveite, sindrome di Sjögren, cellulite orbitaria, febbre da fieno, herpes, blefarospasmo, disturbi della superficie oculare, condropatia corneale, tumori oculari o palpebrali, pterigio, nevralgia del trigemino, sindrome dell’occhio secco. Sapevo tutto di questi argomenti, ma questo tutto non serviva mai a nulla.

Ero passato dalla consultazione di portali divulgativi come my-personaltrainer.it, medicitalia.it, farmacoecura.it, starbene.it, alla lettura di pagine dedicate all’omeopatia, alla fitoterapia, allo yoga e all’ayurveda; da lì, alla frequentazione di forum i cui utenti, sparuti e paranoici, proponevano rischiosi rimedi naturali o l’uso massiccio di allucinogeni. Approdato alla cinquantesima pagina dei risultati offerti dal motore di ricerca non distinguevo più il verosimile dal falso. Le informazioni che incameravo si mescolavano in un unico piano d’irrealtà che sospendeva il mio giudizio: cercando trovavo tutto, tranne la soluzione che stavo cercando.

Di andare da un dottore non se ne parlava. Non perché avessi paura di affrontare una potenziale diagnosi infausta. Ma per pigrizia, o per una strana forma di smemoratezza. Durante il giorno, quando gli ambulatori erano aperti, i miei occhi ritornavano normali. Se ne stavano al loro posto senza darmi fastidio, come se sparissero dalla mia vista. Dimenticavo perciò l’urgenza di farmi vedere da un dottore fin quando l’effluvio non ripartiva al primo buio della sera.

L’esercizio di meditazione che praticavo davanti al computer era molto efficace, ma provocava un effetto collaterale piuttosto prevedibile. Implicando un discreto sforzo visivo, le molte ore trascorse a fissare il monitor mi facevano sì scordare il dolore per qualche ora, ma allo stesso tempo lo peggioravano. Più mi perdevo nei bagliori dello schermo e meno sentivo la mia condizione; meno sentivo la mia condizione e più i miei occhi si consumavano. Puntualmente, dopo una buona mezz’ora trascorsa in uno stato d’incosciente impermanenza, una nuova scossa dolorosa mi costringeva a tornare nel mondo.

Quella sera, mentre l’ultima fitta bruciava ancora sotto le mie palpebre, mi tornò in mente di aver letto da qualche parte una frase filosofica che forse faceva al caso mio. A dire la verità mi sembrava riguardasse il mal di denti, ma ero sicuro centrasse con ciò che stavo vivendo. La sentenza in questione diceva a grandi linee così: solo il dolore di una carie rende percepibile il dente in sé e per sé, il dente in quanto dente. Qualcosa del genere. Il senso della frase doveva però alludere a un significato ben più generale. Forse aveva a che fare col legame tra il dolore e la percezione degli organi interni, con la relazione tra il male e la conoscenza delle parti, o con la fine dell’idea di corpo come intero. Non ricordavo bene, ma la frase aveva sicuramente a che fare con un significato che andava al di là del perimetro di una bocca, per quanto spalancata.

Ero certo che la citazione, vagamente custodita nella mia memoria, facesse al caso mio. Ero altrettanto sicuro coincidesse con un celebre paragrafo di Sigmund Freud. Credendo dunque di poter rintracciare senza troppa fatica le parole dello psicoanalista su internet, mi gettai sulla tastiera. Una volta individuata la frase esatta, l’avrei ricopiata sull’agendina che tenevo sempre aperta vicino a me. Chissà che un giorno non mi sarebbe tornata utile, pensai.

Dovetti rivedere ben presto le mie aspettative. Dopo un quarto d’ora immerso in letture inconcludenti, tutto quello che racimolai fu il resoconto di un sogno in cui un’anonima governante, all’apparenza giovane e piacente, mostrava di tenere in bocca una vecchia dentiera mal sistemata. Nel sogno, Freud ispezionava la cavità della donna, scoprendo al suo interno un misterioso bagliore biancastro.

Che fare? Approfondire il significato della scena oppure proseguire diritto sulle tracce della citazione ancora irreperibile? Normalmente, la sete di conoscenza mi avrebbe spinto ad aprire una lunga parentesi di minuziosa divagazione. Questa volta decisi però di non desistere, di tenere salda la mia volontà iniziale. Spremendomi un po’ le meningi, ebbi d’improvviso l’impressione di ricordare. Mica che per caso di carie e di denti si fosse occupato Merleau-Ponty? Non era lui ad aver scritto pagine fondamentali sul modo in cui il tatto, integrandosi col senso della vista, riesce a farci percepire l’invisibile?

La fenomenologia non rientrava nel mio campo di specializzazione, ma ricordavo chiaramente quell’esempio del dito che, infilato in un guanto, sente la forma del vuoto dentro l’oggetto, arrivando dove l’occhio non può. Non poteva darsi, magari, che tra le pagine del Visibile e l’invisibile ci fosse un altro esempio nel quale un dente si sostituiva al guanto e una carie faceva le veci del dito? Dopo un’altra mezz’ora di ricerche dovetti constatare che ancora una volta lo schermo non voleva darmi ragione. Nessuna traccia appariva, sulla sua superficie, dell’interesse che Merleau-Ponty avrebbe nutrito per i molari cariati.

Data la cocente frustrazione, sentii chiara la voglia – sproporzionata rispetto al contesto, me ne rendo conto – di sciogliermi in un pianto consolatorio. Se solo le mie guance non fossero già state rigate di lacrime…

Che il sentimento da cui ero pervaso coincidesse con la mia espressione facciale senza che tra i due fatti vi fosse correlazione mi paralizzò. Sentii di essere come un attore che, obbedendo alla sceneggiatura di uno spettacolo, gridasse «Al fuoco! Al fuoco!» e che un attimo dopo s’accorgesse di un vero incendio divampato in platea. Come quel grido d’allarme, anche il mio pianto sembrava così sincero e così finto, interiore ed esteriore, appropriato e inappropriato allo stesso tempo.

Forse per allontanarsi in fretta dall’indecidibilità del paradosso, il mio cervello fece balenare in me un nuovo e più puntuale ricordo. Dal buio emerse chissà come la certezza che la citazione da me anelata riguardasse un tema specifico. Ero adesso sicurissimo che, nella frase, il dente simboleggiasse un oggetto la cui naturale funzione consisteva nel penetrare, mentre la carie l’eventualità che l’oggetto penetrante venisse penetrato a sua volta. Ecco perché all’inizio m’ero fissato su Freud e la psicoanalisi! La sequenza di parole doveva rappresentare un’inversione di ruoli, una qualche dialettica di cui ancora andava chiarito il punto.

Mi alzai di scatto dalla sedia e andai a frugare nella libreria. Nell’ordine che io stesso avevo stabilito e che conoscevo a menadito, le mie mani carpirono d’istinto quel che stavo cercando. Che vittoria sarebbe stata per il ventesimo secolo se fossi giunto alla conclusione della mia indagine tramite il metodo analogico!

Tirai fuori due tascabili da uno scaffale posizionato non troppo in alto sulla libreria. La risposta al mio peregrinare doveva per forza trovarsi nell’uno o nell’altro volumetto. Seduto a gambe incrociate direttamente sul pavimento, mi misi a sfogliare i due libri quasi in contemporanea, facendo scorrere veloce lo sguardo sui paragrafi già sottolineati. Alla mia sinistra tenevo aperto The Penetrated Man di Jonathan Kemp, una storia letteraria della passività maschile nell’età moderna; alla mia destra brandivo invece Speculum. De l’autre femme di Luce Irigaray, nelle cui pagine veniva condotta una psicoanalisi femminista su alcuni classici del pensiero psicoanalitico: la struttura dell’argomentazione sembrava in effetti riflettere la dinamica della carie e del dente.

Mi tuffai a lungo nella rilettura dei due saggi. Fu divertente constatare quanto in uno di essi Freud fosse celebrato come una specie di progressista queer, mentre nell’altro la sua figura venisse fatta a brandelli. Nonostante il magro divertimento, tuttavia, della mia agognata citazione non v’era l’ombra.

Sebbene il risultato non fosse cambiato e io mi trovassi ancora in svantaggio sulla mia fallace memoria, un sentimento più compassionevole si era impossessato di me. Due o tre lacrime erano cadute su quei fogli ruvidi che mille volte avevo sfogliato da studente. L’acqua salata aveva sciolto alcune note a margine scritte da me con calligrafia ancora scolastica ormai decenni prima.

Ero tornato d’un tratto indietro nel tempo. Che ne era stato di quella persona ora che le cellule del suo corpo erano state tutte sostituite, a una a una, da cellule nuove? In fin dei conti era sempre lo stesso individuo. Perfino allo specchio la sua immagine era rimasta quasi la stessa. C’era ancora tempo perché le sue potenzialità venissero espresse e capite. Non era ancora troppo tardi.

Rinvigorito dalla sensazione di essermi ritrovato, mi convinsi pian piano che la ricerca iniziata ormai due ore prima non foss’altro che una perdita di tempo. Dovevo smettere di cercare a tutti i costi una frasetta che comunque non mi sarebbe servita, che sarebbe rimasta per chissà quanto lettera morta nel mio quadernino. Dovevo concentrarmi su degli obiettivi reali e lasciar andare la piccola ossessione che m’era presa. Dovevo rimanere nel presente.

Volendo radicarmi nel qui e ora, abbandonai i libri per terra e mi sedetti a gambe incrociate. Portai la mia intera attenzione sul ritmo del respiro, iniziando a usare la tecnica del sobbing che avevo imparato da poco.

In un tutorial visto qualche giorno prima si diceva di compiere due veloci inspirazioni ravvicinate prima di espirare a fondo. Si diceva poi di ripetere il ciclo, a cadenza quotidiana, per almeno cinque minuti. L’obiettivo dell’esercizio consisteva nell’imitare il genere di respirazione che istintivamente si compie quando smettiamo di piangere e ritroviamo la forza in noi stessi. Un’équipe di psicologi aveva verificato che le aree del cervello regolatrici della serotonina si attivavano in automatico già al terzo minuto di ripetizioni. Spinto dalla fede nella neuroscienza, cercai di respirare con diligenza anche io.

Non arrivai alla decima ripresa che il mio pensiero era già galoppato altrove. Tornai per la verità quasi al punto di partenza della mia divagazione. Mi ritrovai infatti a meditare di nuovo su Descartes e sul suo dubbio metodologico. Quasi per gioco mi chiesi se il motivo per cui non ero capace di reperire la citazione potesse risiedere in una qualche forma di inganno radicale. Senza tirare in ballo entità ultraterrene, potevo immaginare per esempio che il mio cervello fosse l’unica cosa rimasta di me; potevo immaginare ancora che l’organo fosse immerso in un recipiente collegato a una macchina, la quale mi avrebbe inviato informazioni sbagliate ogni qualvolta avessi cercato una frase su internet. Se davvero le cose fossero state così, non avrei avuto modo di saperlo. Sarei stato condannato a un inferno di ricerche senza successo, ma in cambio avrei trovato piena giustificazione alla mia incapacità. Mi chiesi pertanto se, in qualche modo, la possibilità che quell’ipotesi fosse reale non mi consolasse. Non riuscii a negarlo a me stesso e me ne vergognai.

L’immagine del cervello nella vasca non era davvero originale, questo lo sapevo. Era ispirata a un esperimento mentale messo a punto da Gilbert Harman nel 1973 e confutato da Hilary Putnam nel 1981. Eppure, nonostante quella visione fantascientifico-filosofica fosse consunta da decenni di riflessioni, essa accendeva ancora in me un fortissimo interesse. Poco dopo la fine dell’università avevo perfino pensato di scriverci sopra un breve saggio, che però non ero mai riuscito a terminare.

Per certi versi, il ragionamento che avevo cominciato a imbastire a quei tempi mi convinceva ancora oggi poiché si basava su un fatto piuttosto palese. Sostenevo nel saggio: per dimostrare che la nostra esperienza è sempre irreale non c’è affatto bisogno di ipotizzare l’esistenza di vasche in cui sarebbero immersi dei cervelli. Per farlo, basta rendersi conto di come funzionano le macchine che già sono collegate ai nostri organi di pensiero. Consideriamo bene l’evidenza. I due occhi di cui siamo dotati vedono l’uno un panorama leggermente diverso da quello dell’altro. Se si chiudono le palpebre una dopo l’altra lo intuiamo chiaramente. Eppure, la costitutiva doppiezza della visione ci viene nascosta attraverso un inconsapevole lavoro di sintesi. Non è quindi la prima bugia della nostra percezione, e la più costante, quella che ci porta a vedere una sola immagine là dove in realtà ce ne sono due?

Il mio mentore dell’epoca mi aveva caldamente sconsigliato di proseguire nella stesura del testo. Vi individuava così tante contraddizioni, insensatezze e cattive comprensioni della filosofia che non avrebbe davvero saputo da dove iniziare a correggermi. Poiché provavo per lui estrema soggezione, seguii senza fiatare il suo offensivo consiglio. Ora che però riconsideravo con mente adulta i miei argomenti, non ero più tanto sicuro di aver fatto la scelta giusta. Non solo le premesse dei miei sillogismi mi parevano concatenarsi alle conclusioni come ingranaggi d’orologio, ma il ventaglio di esempi che avevo portato a sostegno della tesi mi sembrava incontestabilmente erudito. All’inizio del secondo sotto-capitolo avevo perfino trovato il modo di mettere a paragone due opere d’arte: Stereoscopie à la main di Marcel Duchamp e 3D Mutoscope di Robert Breer.

All’improvviso mi assalì un senso d’inganno. Come mi ero potuto lasciar convincere ad abbandonare quell’ambizioso progetto? Dopo tanto riflettere, la vampata di rabbia che mi assalì fece riemergere nella mia coscienza la gravità del peso corporeo. Poiché ero rimasto immobile sul pavimento per molti minuti, mi accorsi inoltre che tutte le lacrime scese senza sosta dai miei occhi mi avevano nel frattempo inzuppato il collo del maglione. Quella sensazione di stagnante umidità si trasformò subito in un brivido di ribrezzo.

Basta! Non potevo più sopportare l’idea di essermi ridotto alla stregua di un rubinetto guasto. Era il momento di fare qualcosa! Senza più alcuna esitazione infilai tutte e dieci le dita nelle orbite oculari ed estrassi il contenuto molliccio che vi trovai dentro. Due lumache nel loro guscio. Non sentii il minimo dolore, ma non ne fui sorpreso. Lanciai tutto ciò che avevo in mano contro il muro davanti a me, ascoltando il rumore secco restituito dal gesto. Infine inserii di nuovo le dita nelle due brecce che avevo appena aperto sul mio viso.

Finalmente le lacrime si erano fermate. Che enorme sollievo! I polpastrelli delle dita mi restituirono un’impressione liscia e cristallina che avevo sentito solo sfiorando certi bicchieri di ristoranti stellati. Finalmente tutto era chiaro. Finalmente tutto era calmo. Come se guardassi d’un colpo il perimetro del mio sguardo, tutto ciò che potevo vedere era una sola immagine:

auge

Si ringrazia

Painting S.R.L. Verniciature Industriali, Luzzara RE, Italia

painting

TOMÁS SARACENO – Life(s) of webs, arachnophobias, arachnophilias, and other stories

Tomás Saraceno, Life(s) of Webs, arachnophobias, arachnophilias, and other stories. Courtesy the artist. Photography by Studio Tomás Saraceno.

 

 

Summary of the Public Program 

November 24 2023, Panel Discussion at Casa Cava, Matera, 18:00 (while seats last) with Tomás Saraceno, Gianni Garrera, Claudia Attimonelli and Salvatore Bevilacqua. 

25th 2023, Life(s) of Webs, arachnophobias, arachnophilias, and other stories, permanent installation at Chiesa della Madonna del Carmine, Palazzo Lanfranchi, Museo nazionale di Matera; Fly with Pacha, into the Aerocene (2017-2023 ongoing) Film Screening & Artist Talk dedicated to local schools at Cine-teatro “G. Guerrieri” – Matera, Italy 

Spring, 2024, Artist Book Launch & Panel Discussion, Matera, Italy 

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Matera Basilicata Foundation 2019, together with The National Museum of Matera, are delighted to present Life(s) of Webs, arachnophobias, arachnophilias, and other stories, a permanent installation at Chiesa Madonna del Carmine, Palazzo Lanfranchi by Tomás Saraceno, from 25th November, 2023. The artwork serves as the opening to collaborative research that fits within this syncretic, Arachnophilia project, culminating with the launch of an artist book which will bring together a diverse network of material from philosophers, artists, writers and arachnologists. On the 24th November, Tomás Saraceno will be in conversation with philologist, translator and playwright Gianni Garrera, writer and researcher Claudia Attimonelli and anthropologist and researcher Salvatore Bevilacqua. On 25th November, students from Matera’s high schools will be invited to learn more about Saraceno’s thought and work, through a viewing of one of his films, Fly with Pacha, into the Aerocene (2017-2023 ongoing). 

In 2023, in the Chiesa Madonna del Carmine in Matera at Palazzo Lanfranchi – National Museum of Matera, Saraceno’s artwork—a Catholic confessional box—is found, in which spider/webs emerge in the place of the priest, with the intention to share their ancestral wisdom. It’s a call to humanity, one to listen closely to: “we have lived on Earth for more than 380 million years, while most of you humans, merely 200 thousand years… we invertebrates represent 95% of all animals on planet Earth, yet we are threatened by extinction, something that would endanger all lives on earth. We ask you to care for the rights of our webs of life. Can we join forces and weave together ways of living, with lifestyles that do not affect climates, for more just, eco-social inter- intra-species societies for all?” 

It is through a new syncretic ensemble of myths, beliefs, liturgies, ceremonies, histories of divination, rituals, food practices, songs & dances, that Lives of webs responds to this call. “We invite you to join us in this movement for new collective multispecies futures. Come closer, sense wisely, feel the vibrations. Every contribution matters. These are times to act and to be part of something larger, and infinitely smaller, than yourself”. 

“With the work of artist Tomás Saraceno, the Matera Basilicata 2019 Foundation completes the path of Matera European Capital of Culture 2019 and opens a focus, through contemporary art, on one of the themes at the center of the new programming, that of the environment. The invaluable collaboration with the National Museum of Matera has made it possible to welcome a site-specific work that remains with the city on a permanent basis, so that we can develop around it a long-lasting programming, linked to the main emergencies of contemporaneity.”

Thanks to Pinksummer Gallery for collaboration in the development of the Life(s) of Webs project

 

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Opening Hours 

Life(s) of Webs, arachnophobias, arachnophilias, and other stories 

National Museum of Matera – Palazzo Lanfranchi, Chiesa della Madonna del Carmine Opening hours: 9 a.m.-8 p.m. – last admission 7 p.m. 

Closing: Tuesday 09:00 – 14:00 

Photo 

The photo shoot of the artwork, by photographer Amedeo Benestante, will be available from 26 November 2023. 

For enquiries: ufficiostampa@matera-basilicata2019.it 

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Life(s) of webs 

arachnophobias, arachnophilias, and other stories 

Amongst Maya Peoples, the spider/web represents the placenta of Ix Chel, the Maya goddess of childbirth and patron saint of weavers, and for whom the spider creates the thread of life from within itself. For the ancient civilisation of the Nazca, the spider was imaged in their geoglyphs–engraved directly onto the ground of the Nazca Desert in southern Peru–as schematic-geometric figures that span a length of nearly 50 meters. In Peru, a special class of pre-Inca Chavín diviners (known as pacchacatic) once consulted the spider as deity and oracle, divining their future based upon its falling movements. In late pre-Hispanic times, and still today in regions of modern highland Peru, spiders are observed to predict rainfall and other other climate events. 

During the origins of the Qixi festival in China, a celebration derived from the myth of cloud-weaving goddess Zhinü, it was customary on the “Seventh Night” for young girls who practiced needlework to observe house spiders of the court (xizi), storing them until dawn in hopes to reveal their fortune. If the spider had spun a tightly-woven web, it was a positive omen and read as a reflection of the young woman’s skills. If the web was sparse or unbuilt, the opposite was true. 

In Christianity, we encounter the tale of Saint Felix di Nola who, upon being persecuted due to his preaching, slipped through a narrow gap in a nearby ruinous house in order to conceal himself. Once inside, by God’s command, spiders spun a protective web across the opening, tricking his persecutors into believing no one could have traversed the space, who then continued on their path. The spider-as-trickster appears myriad: in North America for the Cheyenne Peoples as Veeho, for the Lakota as Iktómi; in West Africa as Kwaku Anansi—a rogue, arachnid folk hero whose cunning, unpredictable and liminal figure mediates between the gods of the sky and earth-bound humans. 

Tarantism, a phenomenon originally believed to be caused by a bite from the Lycosa tarantula or Latrodectus tredecimguttatus, is a form of ‘hysterical’ behavior—and accompanying dancing mania—originating in Southern Italy. The tarantella dance, a series of folk dances with roots in Calabria (Sonu a ballu), Campania (tammurriata) and Puglia (pizzica), evolved as a speculative therapy—a type of musical exorcism—for the ‘victims’ of such spider bites: it is said that such convulsion-invoking rhythms, performed publicly, often for days on end, were used to revive and heal those who had succumbed to the spider’s venom. 

In North America, the Hopi and Navajo Peoples count on their Mujer Araña as both a powerful spirit and ally, whose magical agency of the Earth would teach them to weave; for other Californian tribes, she is an avenging spirit that punishes evil. In Greek mythology, the figure of Arachne is entangled within a ‘web of resistance’ with goddess Athena, revealing another tale of mediation: of two women who use embroidery as a performative textuality, confronting and defending the social order. 

Mediation across lines of species and language continues today: the historic ŋgam dù spider divination, as practiced by the Mambila People in the borderlands of Cameroon and Nigeria, brings its diviners and consultees into acute relation, awareness and sensitivity to a spider’s oracular capacities. During a consultation, a set of binary questions is presented to a ground-dwelling spider. Cards placed at the entrance to its burrow, made from stiff plant leaves and featuring cut-out shapes (ŋgèe) with specific symbolic meanings, are rearranged by the spider whose response is then interpreted by the diviner.

 

Myths for syncretic belief 

Starting from an object like the confessional, and from a nature like that of the spider/webs, Tomás Saraceno’s idea is to conceive and devise a new liturgy and set up a ritual for a festive day, as if for the public it was not only a matter of visiting an exhibition, but of sanctifying (or making meaningful, important, profound) a day through participation in a ritual. 

Liturgy is a science and an art, made of objects, gestures, signs, words, because it is a concrete and beautiful action that—through contact with sensible elements and postures—makes known a greater reality (a truth): there are no spontaneous gestures in it. The arachnophilia project which Saraceno will conceive, includes readings (prayers, lessons, music from the various traditions and in accordance with various converging liturgies concerning an attention and reverence for Nature) objects (the confessional), mysteries (the spider/webs) and ritual gestures or attitudes (greetings, ablutions, etc.) so that the audience is no longer the absolute and spontaneous master of its own movements (because of the erasure of the self and anonymity that flow from the liturgy). The resulting catalog, too, will be like a small breviary or lectionary containing the readings, the stories of this ceremony and its cosmological correspondences. 

It is not a matter of simulating a liturgy, but of actually setting it: the pacing and reflection up to the confessional, the kneeling, the participation in the mystery contained therein. For Saraceno, the Confessional recapitulates all the secrets of tradition: it is also a chapel—like those chapels one encounters on street corners—treasure chest. Inside, there is, as Nietzsche wrote, a God-spider weaving, just as a weaving is every ceremony. Saraceno’s purpose is also to restore a liturgical sensibility to people (solemn repetition of a gesture, cyclical ceremonies and fixed readings). 

Logically, all the paraphernalia that will be used and all the gestures and operations that will be carried out—as is typical of a liturgy—refer back to a meaning: liturgy is not choreography, but every position refers back to such signification. If, for example, one conceives of man’s relationship with Nature still as unequal, in order to convey the mystery of the equality of humans and animals, certain gestures will have to ritually make one understand the hidden meaning to which one is referring—and as already written: we confess to Nature, we confess our ecological guilt against Nature: man—through the confessional—asks forgiveness from the Cosmos, therefore Saraceno’s rite is first and foremost a non-sacrificial rite…and its profound function is precisely to revoke all the sacrificial rites of the past for a new mode of reconciliation through the liturgy of art. 

— Gianni Garrera

 

Matera, Chiesa della Madonna del Carmine, Palazzo Lanfranchi – Museo nazionale di Matera 

The city of Matera, with its peculiar urban ontology, is for Saraceno a territory of choice, already because of the origin, albeit hypothetical, of the city’s name, which refers to the Greek Meteoron, starry sky, since the city seen after sunset from the side of the Murgia makes Matera comparable to the night sky dotted with stars. Matera is a kind of network carved into the tuffaceous rock, which one has the impression could connect the whole world. An underground world, inhabited and alive, whose souls were once recorded by the little lights placed on the entrances of a consubstantial and close, but different world: a sort of other dimension. 

Saraceno’s repeat visits to Matera, starting nine years ago and culminating in July 2022 with his visit to the National Museum of Matera and to the Church of Carmine—located inside the museum at Palazzo Lanfranchi—fostered inspiration which led to the creation of the Life(s) of Webs, arachnophobias, arachnophilias, and other stories confessional. Saraceno has grasped the intrinsic spiritual value of the city of the Sassi, which is well suited to accommodate the holistic and universal nature of its glass showcases with the hybrid spider webs inside, created through the sequential collaboration of spiders of different species: solitary, semi-social and social. The spider webs are also understood as a sublunar mirror due to their similarity and resemblance to dark matter, the cosmic web that supports galaxies and worlds, visible only through the gravitational lens, which vibrates in astral time, generating the worldly music that the Pythagoreans already told us about and which we now call cosmic background noise. 

The sound of worlds vibrates with vibrations similar to those of the spider’s web that spiders play, one might venture, as if it were a harp, restoring to those who can and know how to listen the sounds of love, of the hunt, of fear just as the cosmos restores in the chords of dark matter the whirling chirping to perfection of the silence of a pair of black holes merging into one, which took place millions of light years ago. For those of us who only concretely have the category of linear time, through Saraceno’s work we seem to have a greater affinity with the idea that our eyes perceive the shimmering of stars that have stopped shining in a distant time that we cannot even imagine. 

 

Tomás Saraceno 

Tomás Saraceno (b. 1973, he/him/his) is an Argentina-born, Berlin-based artist whose projects dialogue with forms of life and life-forming, rethinking dominant threads of knowledge and recognizing how diverse modes of being engage a multiplicity of vibrations on the Web of Life. For more than two decades, Saraceno has worked with local communities, scientific researchers, and institutions around the world, and has activated open-source, interdisciplinary, collective projects, including Museo Aero Solar (2007–), the Aerocene Foundation (2015–), and Arachnophilia, towards a society free from carbon emissions, for intra and interspecies climate justice. 

Saraceno has been the subject of solo exhibitions and permanent installations at museums and institutions internationally, including The Serpentine Gallery, London (2023), The Shed, New York (2022), Palais de Tokyo, Paris (2018); Museo de Arte Moderno, Buenos Aires (2017); K21 Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Ständehaus, Dusseldorf (2013); the Metropolitan Museum of Art, New York (2012); and Hamburger Bahnhof – Museum für Gegenwart, Berlin (2011). Saraceno has participated in numerous

festivals and biennales, including the 17th Venice Architecture Biennale (2020) and the 53rd and 58th Venice Biennales (2009, 2019). 

 

Arachnophilia 

Saraceno is the founder of Arachnophilia, an interdisciplinary, research-driven community, focusing on the extraordinary architecture of spider webs and their behaviors, which entangle us in various cultural perceptions, myths, and relationships. Through expanding its artistic networks, the Arachnophilia community seeks to invent innovative, playful and engaging platforms for bringing research discourse into the public sphere. At Studio Tomás Saraceno, this consists of research and praxis in the fields of biomateriomics, bioacoustics, ethology and cognitive science, among others, as a way of engaging speculatively, but also sensitively, with the forms of life that exist all around us. 

Together with the Arachnophilia community, Saraceno’s love for spiders and their webs has led to innumerous collaborations with them. Notably, he invented the Spider/Web Scan, a novel, laser-supported tomographic technique that allowed precise 3-D models of complex spider/webs to be made for the first time — this invention resulted in leading research groups around the world, from MIT to Max Planck Institute, coming to learn from this collaboration. 

Another of Arachnophilia’s developments is that of hyper-sensitive microphones that sense the vibrations of spiders through their webs. These methods and technologies, besides becoming artworks in themselves, were also documented and extensively covered in art publications as well by internationally renowned scientific and technological journals, such as Nature, PNAS, MIT and others. Further research areas include an archive of spider/web vibrations recorded on different web types, building upon the biotremological innovations in spider/web recording and sonification devices developed by Studio Tomás Saraceno; an archive of maps of spider/web ecologies, that make visible the ways in which spider and human habitats are intertwined, in sites across the globe. By sharing the content of these archives as well as the tools with which to collaboratively build and enrich them, the Arachnophilia community hopes to empower a broader audience to contribute to an understanding of our relationships with our arachnid kin, and therefore to cultivate renewed perspective on our responsibilities toward the nonhuman creatures with whom we share our environments.

 

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Matera Basilicata Foundation 2019 

The Matera Basilicata 2019 Foundation was established in 2014 to implement the lines of action outlined in Matera’s candidacy dossier for European Capital of Culture 2019, in order to consolidate the position gained by Matera and Basilicata region at the European level and to become a cultural platform for Southern Europe. In 2023, after completing the activity plan for Matera and Basilicata as European Capital of Culture and securing its legacy, the goals and duration of the Foundation were extended to 2035 to continue to operate in the field of creativity and culture with the aim of: to promote and support the development of creative, artistic and cultural activities in the city of Matera and at the regional level in tune with the strategies of local authorities and in collaboration with the world of university, research and business; to consolidate and strengthen the national and international position of Basilicata and Matera as a platform for cultural innovation that creates relationships, exchanges, and projects in Europe and around the world; and to foster social inclusion through art and culture. 

 

Press 

www.matera-basilicata2019.it 

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Cesare Viel – L’Inaspettato – OPENING 16.11.23 ore 18

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA

Opening: 16 novembre 2023, h 18
Via San Fermo 7, Milano

 

“Ecco L’Inaspettato: la forma improvvisa di un corpo vegetale,
un’immagine aggrovigliata che ti attrae e che non sarebbe apparsa se non fossi scivolato fuori dal sentiero.

Cominci a vagare nel bosco, perdendo e recuperando continuamente l’orientamento.
Perlustrazione che attraversa roveti, cespugli, spine, tronchi inclinati, caduti.

Come in un campo di battaglia, grumi terrosi misti di pietre e di radici.
Alberi rotolati lì dal tempo e dalle acque si tengono tra loro in acrobatiche strutture e forme, da sotto, da dentro.

Come talpa cieca scavi nel fango, e rimetti a fuoco, dopo,molteplici linee che proseguono nel foglio
in tutte le direzioni.”

 

Cesare Viel

Luca Trevisani – del taglio

 

Comunicato stampa

Del taglio è una serie di coltelli in guisa degli animali che mangiamo e che tagliamo, costruiti per stabilire una corrispondenza tra forma, materiali, usi e sensi.

Un arcipelago di forme taglienti, oggetti ma anche soggetti, che si fanno carico della gestione spirituale del rapporto di forza che intercorre tra il nostro stomaco e il mondo, sublimandosi in talismani contraddittori e provocatori. Le diverse tipologie delle forme di vita, come fantasmi per mettere in crisi il nostro rapporto passivo e automatico con l’idea di cibo, dieta e materia. La morfologia del vivente come grimaldello in cui incarnare tutta una serie di tensioni e rapporti che troppo spesso rimangono silenti e invisibili, per indagare la percezione occidentale del mondo, spostarne il baricentro, dagli occhi ad altre parti della mente.
Il taglio come forma del pensiero, come figura scultorea con cui trovare le buone articolazioni del mondo, il taglio e la sua paradossale dolcezza, il taglio come gesto culturale e cultuale, come mitologema. La bocca, la mano, il nutrimento: una scrittura perenne dove la distinzione tra il sé, il corpo e l’ambiente non sono più così certe.

 

Il nutrimento come scambio energetico, quale incessante produzione e distruzione di forme, supremo crogiolo di metamorfosi. Che per esser compreso va formalizzato, coagulato, replicato.

Fare scultura è quel modo specifico in cui l’uomo sembra aver sempre cercato di fermare l’impermanenza della vita, per dare al tempo un corpo solido, e fare dell’attimo la Storia. È una pratica energetica, un’esperienza che incarna forze immateriali, un atto di immaginazione che unisce le parti occulte e visibili del mondo in un impasto inedito.

 

Tagliare, separare, ma anche raddrizzare, o liberare, è il tabù del pericolo. I coltelli sono oggetti apotropaici pensati per allontanare la malasorte, unendo una funzione protettiva e devozionale a quella decorativa. Un oggetto ordinario ma anche l’espressione di epos popolare, strumento essenziale per l’economia agropastorale, simbolo di legami sociali, incarnazione del potere.

Lavorare su un paradigma archetipico come quello del coltello, su un fossile culturale, è un modo di disarticolare la nostra idea di tecnologia, di progresso digitale e di svincolarsi dalle frenesie e dagli stereotipi del presente. Il passato è il solo futuro del nostro futuro.

Bojan Šarčević – Vieille Lâcheté

Comunicato stampa

 

Vieille Lâcheté è il titolo del nuovo progetto di Bojan Šarčević e della sua sesta mostra personale da Pinksummer. Queste opere rappresentano bene quello che chiamiamo “formalismo esistenziale”, definizione che potrebbe apparire pomposa, ma che in sostanza significa che Šarčević spesso esplora l’idea che la vera essenza della vita risieda nei limiti e nei confini che dobbiamo affrontare. Questi confini sono come il fondamento della vita, con tutti i suoi alti e bassi.

 

Se si parla di trascendenza rispetto all’opera di Šarčević, non si tratta di qualcosa che ha a che fare con il divino. È piuttosto la vivida consapevolezza del vuoto o del nulla. Questa consapevolezza lo spinge a creare opere che tendono all’impossibile o a dare forma a cose che non possiamo toccare o vedere.

 

Lacan una volta disse che il reale è come un uccello rapace che si nutre di azioni dotate di significato, anche se il mondo in sé non ha alcun significato intrinseco.

Le persone che vivono nel reale, nello spazio e nel tempo, sentono spesso che la propria esistenza è costantemente a rischio.

 

Da parte sua, Šarčević non è tanto interessato a rendere l’esistenza come un affare importante o un progetto impegnativo. Si concentra più sul modo in cui la nostra esistenza lascia naturalmente il segno nel mondo senza che noi nemmeno ci abbiamo tentato.

 

Andando indietro quando tenne la sua prima mostra personale da Pinksummer nel 2002, Šarčević ha detto qualcosa di particolarmente interessante. Sostanzialmente ha parlato di come il nostro modo di essere diventa completo quando smettiamo di pensare a qualcosa di più grande (il trascendente) come a una cosa misteriosa e iniziamo a vederlo semplicemente come una parte naturale della vita (immanente). Ha anche accennato al fatto che le cose vere e assolute riguardano il presente e l’essere spontanei. Ma non bisogna confondere la spontaneità con l’ingenuità; si tratta di qualcosa che puoi migliorare con la pratica.

 

In questa mostra personale, Šarčević si è ispirato agli abiti. Non è la prima volta che gioca con i vestiti. I vestiti sono molto vicini al nostro corpo, come una seconda pelle, che, tra l’altro, è in realtà l’organo più grande e più pesante del nostro corpo. La nostra pelle è la prima parte di noi che percepisce ciò che accade nel mondo esterno, se fa caldo o freddo o se qualcosa ci fa sentire bene o ci mette in allerta: in Vieille Lâcheté, Šarčević ha armeggiato con un tipo speciale di abbigliamento che è piuttosto interessante se paragonato alla nostra pelle. Stiamo parlando delle giacche di cuoio, indumenti di pelle animale come quelli che l’uomo utilizza da sempre per riscaldarsi. Ma in tempi moderni sono diventate anche un simbolo di ribellione e di sfida.

 

In questa mostra Šarčević ha fatto qualcosa di singolare. Ha sostanzialmente disumanizzato vecchie giacche di pelle smontandole e aggiungendovi occhi vitrei e realistici, come quelli che si vedono sugli animali tassidermizzati. Ha trasformato queste giacche in una forma d’arte, in una sorta di rappresentazione.

L’artista attraverso queste giacche sembra voglia risvegliare i sentimenti di paura reconditi, gli antichi terrori e le angosce dentro di noi.

 

E, giusto perché lo sappiate, questa non è la prima volta che Šarčević gioca con i vestiti. Ripensiamo al 1999, quando fece indossare quegli stivali a un addetto all’irrigazione/fertilizzazione. Gli stivali perdevano misteriosamente del liquido, inzuppando tutto durante l’intensa giornata del lavoratore.

Pensiamo a cosa ha fatto Šarčević nel 2000 con Favorite Clothes Worn while S/He Worked. Ha convinto 15 lavoratori, tra cui panettieri, meccanici e collaboratori domestici, a indossare abiti firmati fantasiosi mentre erano al lavoro. Quindi, ha esposto questi vestiti logori e sporchi come reperti di un museo. È quasi come se volesse celebrare il lavoro manuale e il modo in cui il nostro lavoro plasma ciò che siamo.

 

E non dimentichiamo la sua mostra più recente nel 2020 alla galleria Frank Ebalz di Parigi, il titolo era L’Extime. Lì, c’erano tre manichini di plastica muscolosi e dall’aspetto virile con teste scolpite nella pietra che indossavano morbide camicette di seta che avevano uno stile super elegante tipico degli anni ’80 (una sorta di Homo Sentimentalis?). Era come se questi vestiti trasformassero le emozioni in qualcosa di prezioso. Ma ricorda, i nostri sentimenti non sempre seguono la nostra volontà.

Luca De Leva – www.thyself.agency

COMUNICATO STAMPA

Opening: 1 aprile 2023, h 18 – 21

Pinksummer: Thyself Agency, sulla quale è incentrata la tua prima personale da Pinksummer, è un’agenzia attraverso la quale le persone si scambiano per un tempo determinato, come se si trattasse di una sorta di viaggio, quella che definiremmo la vita ordinaria con il suo immenso potenziale teorico rispetto all’esposizione del corpo, del soggetto, al mondo. L’opera, per noi è un’opera, lavora sui concetti di identità e estraneità, di intrusione e estrusione, intesi come poli dialettici all’interno dei quali scivola l’esistenza e al corpo come luogo in cui l’esistenza accade al di là di ogni risvolto metafisico. Abbiamo pensato a Jean-Luc Nancy quando in L’Intruso afferma che per sopravvivere bisogna diventare estranei a sé stessi, in quel caso il filosofo raccontava il trauma del suo trapianto cardiaco focalizzando sul fatto che un corpo, il suo corpo, sé stesso, per accettare un cuore nuovo, aveva dovuto ricorrere a immunodepressori per sedare il sistema immunitario. Intendi trasformare Thyself Agency in un metodo per imparare a diventare estranei a sé stessi consapevolmente, per combattere la depersonalizzazione e la derealizzazione a cui l’abitudine induce? Thyself Agency è una sorta di immunodepressore rispetto a quello che viene definito ego?

Luca De Leva: Thyself Agency è uno strumento, un’opera fatta di vita e proprio arrivato al fondo della mia vita ho trovato un abisso di pace. Sì, ho bisogno di una medicina per tornare ad essere me stesso, di nuovo, una medicina fatta di vita. Cerco il senso di tutto questo attraverso le esperienze di chi ha partecipato all’esercizio, chi ha scambiato la sua vita con qualcun altro, mi racconta la mia idea e insieme creiamo il metodo, un metodo applicabile, generato nella condivisione. Cercando le mie idee nelle parole di altri mi sono imbattuto anche in Nancy, ho trovato questo: “Come sempre, la lezione è semplice, ma il compito è arduo. Non dobbiamo fare niente di meno, ‘noialtri’, che capire e praticare la condivisione del senso – e del senso del mondo. Questo non vuol dire dialogo e comunicazione, che si trascinano ormai come significati saturi e parole d’ordine dell’accordo generale, ma vuol dire – o non vuole dire – un’altra cosa, per la quale la parola solitaria e orgogliosa vale quanto la conversazione comune: che la verità del senso non è altro che la sua condivisione, cioè il suo passaggio tra noi (tra noi sempre altri da noi stessi) e contemporaneamente la sua deiscenza interna e sovrana, mediante la quale la sua legge conferisce diritto alla sua eccezione, mediante la quale il senso si esenta da se stesso per essere ciò che è, e mediante la quale il suo godimento non è il suo risultato sensato, ma l’esercizio del suo stesso senso, della sua sensibilità, della sua sensualità e del suo sentimento. È ancora Barthes a parlare di ‘amore della lingua’: questo amore val bene, è il caso di dirlo, quello del prossimo, se non ne possiede addirittura tutto il valore o il senso. Ecco – oserei dire – la moralità per il nostro tempo – e qualcosa di più della moralità.” Questo è stato scritto nel 2005 ne La dischiusura, mi ci ritrovo, a fine pagina avevo disegnato un cuore con scritto dentro Bene.

PS: Thyself Agency ci sembra intenda liberare il soggetto dal soggetto o meglio dall’assoggettamento al sé stesso e dai suoi limiti per esporci all’altro da sé, non un altro da sé, ma l’alterità che è in me: tu in me, i colori in me, l’animale in me, l’aria in me, il cosmo in me… Thyself Agency tende a organizzare, con semplicità e eccedenza, un viaggio che porta le esistenze fuori da loro stesse staccandole dalle loro necessità, per condurle in uno spazio in cui di fatto si potrebbe anche davvero iniziare a scrivere un futuro di co-esistenza? L’idea di co-esistenza non rimanda a una forma di ecologia?

LDL: Vivo in un cosmo in cui sono immesso fin dalla nascita e che per me, almeno come singolo, è una dimora immutabile in cui vivere. Libertà e Liberazione mi sfuggono quando credo di comprenderle, come posso immaginarne il significato profondo avendo occhi così miopi? Eppure, percepisco dell’altro, qualcosa che ribolle alla radice di quel cosmo e fa vibrare la mia intuizione. Qualcosa che posso perseguire solo abbandonandomici, non più razionale e nemmeno irrazionale, solo nella a-razionalità trovo il coraggio per gioire davvero dell’aria che mi riempie i polmoni e porta la realtà dentro la mia speranza. Allora gioia infinita srotola gli angoli del mio sorriso e comprendo che io non esisto, le cose non esistono e la realtà è una sola. Cosa c’entra l’arte in tutto questo? Mi chiedo proprio cosa c’entri l’arte in quel cosmo che ho detto all’inizio, quel sistema di pensiero così egemone da farmi credere che sia l’unico modo possibile. Non penso si possa iniziare a scrivere un futuro di co-esistenza ed ecologia, perché si fonderebbe su un’incomprensione. La co-esistenza è un fatto, non può iniziare, è già tale. Allora sono io che devo sviluppare la consapevolezza di vivere in un’unità, di essere unità. Thyself Agency, l’Agenzia, mi aiuta in questo. Io, tu, ego, nostro, giorno, notte, vita, morte sono concetti e parole percepiti così reali ed inoppugnabili proprio per aiutarci a superarli. Non voglio vivere nella menzogna eppure ci vivo. Non conosco il profumo delle cose, ma solo quello che il mio cervello traduce. Questo mi suggerisce che è su un altro piano che vibra la realtà e noi siamo in grado di comprenderlo, siamo natura che riconosce sé stessa. Voglio riconoscere quello che sono, non iniziare a esserlo. Sono l’ombra della luce, la percezione è soltanto uno sfidante. La goccia diventa oceano.

PS: Sì, di fatto esistere è co-esistere. Sì, da soli non possiamo conoscere il profumo delle cose in sé, o meglio oggettivamente, ma insieme forse, come affermava Protagora, possiamo provare a uscire dalla soggettività, dalla singolarità, attraverso il linguaggio, il confronto e magari riusciamo anche a approssimarci all’inseità del profumo delle cose. L’arte c’entra forse nella gratuità del mettere in atto un’azione, un gesto. L’arte c’entra soprattutto rispetto alla restituzione, alla formalizzazione, di quell’azione, di quel gesto consumato: un’opera, una mostra. Qui entra in gioco il linguaggio che apre all’in-comune, quel linguaggio che a volte vibrando fa virare il pensiero all’intuizione, al baluginio a-razionale anche solo per un istante quando accade, ma ti ci affezioni. Si può prescindere dal linguaggio?

LDL: Io non saprei come fare. Questo è il senso di “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, gli islamici lo dicono ancora più chiaramente “La Ilaha Illa Allah” (non vi è Dio che Dio), o ancora più in profondità “La Huwa illa Huwa” (non vi è Lui se non Lui). Oppure penso a Wittgenstein “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Tanti lo sanno. La realtà è una e non c’è realtà al di fuori della realtà. Ora la liberazione mi diventa più familiare, smascherando la soggettività e accettandone il ruolo segreto, la sfida. Ci vogliono coraggio e fede, l’arte è un atto di fede, verso l’umano e dall’umano verso il linguaggio. Quale verità si può cercare se non la verità stessa? L’Agenzia aiuta in tutto questo, ascoltando i racconti di chi realizza gli esercizi osserviamo le nostre sensibilità intrecciarsi di ritorno dall’ignoto, affrontiamo il freddo dando alla luce idee che non esistono, ma dentro di noi sappiamo che stiamo parlando al contrario e quelle idee sono sempre state lì, eravamo noi distratti.

PS: Thyself Agency ci ha fatto pensare all’eremita ornamentale di Painshill Park, ne parla Teodor Cerić nel suo libro Giardini in tempo di guerra. Tom Page rispose all’annuncio che Hamilton il proprietario di Painshill Park aveva fatto mettere sul Times il 10 aprile 1740. Tom Page aveva una vita ordinaria: viveva a Londra, aveva 31 anni, aveva una moglie, viveva in un grazioso appartamento per acquistare il quale aveva contratto un debito, aveva un domestico e aveva perso il lavoro. Hamilton offriva settecento sterline di stipendio annuo che, al tempo, non era poco. Le condizioni del contratto erano vivere in una casupola in mezzo parco, di non parlare con nessuno, farsi crescere barba e unghie, passeggiare con una clessidra in mano, vestirsi con una vecchia palandrana di cammellotto, mangiare zuppe, pane formaggio che gli avrebbero portato ogni sera. Tom Page non conosceva nulla della campagna, ma decise di accettare perché era perseguitato dai creditori. Hamilton appena incontrò Tom Page scrisse alla sua amica Lady Beauclerk, che forse il giovane eremita non era adatto: aveva lineamenti troppo fini e modi molto educati e scrisse che anche un bambino avrebbe capito che non aveva mai incontrato digiuni e privazioni. Tom Page rimase dieci mesi a Painshill Park, ma già dopo i primi tempi iniziò a cambiare comportamento, faceva il bagno quasi nudo nel lago del parco, sembrava avere sempre più familiarità con i boschi e con la frugalità dei pasti, sembrava aver preso gusto alla solitudine e smise di scrivere alla moglie. Hamilton scrisse alla sua amica: “Sul momento stentai a riconoscerlo. Non lo vedevo da settimane. La sua barba aveva raggiunto una lunghezza ragguardevole… Non di meno avevo notato qualcosa di nuovo nel suo modo di camminare: pareva che avesse dimenticato come si muovono gli uomini civili o – fatto ancora più singolare pareva che non lo riguardasse. Avvicinandomi (era seduto su un masso e guardava un punto invisibile al di sopra degli alberi, al di là del lago), mi accorsi che sorrideva. Mi parve il sorriso di un idiota. Era diventato pazzo?… Teneva la clessidra tra le mani come un tesoro prezioso ma in posizione orizzontale e in perfetto equilibrio, in modo tale che la sabbia non scendeva più né da una parte né dall’altra”. Il vecchio misantropo Hamilton si chiese in quel pomeriggio d’autunno se Tom Page, il suo eremita, avrebbe ritrovato la via che doveva ricondurlo al mondo. E se qualcuno attraverso Thyself Agency volesse rimanere nella vita di un altro?

LDL: Immaginiamo la persona che sta leggendo ora queste righe, se decidesse di contattarci perché curiosa di provare l’esperienza, noi le troveremmo il candidato giusto con cui scambiarsi la vita e abbandonare la propria, lo scambio inizierebbe in tutta la sua intensità e gioiosità, e se questa persona alla fine della settimana non volesse più tornare da sé stessa, direi che gli abbiamo fatto un bel regalo. Buona Nuova Vita, Persona!
Ricordo quando mi avete raccontato la storia dell’eremita ornamentale, è stata la prima volta che ci siamo visti, ricordo anche un’altra frase “scegliamo gli artisti, non i progetti”. Sia voi, che io, che l’eremita ornamentale, ci imbattiamo nelle cose. Siamo fortunati, impegniamoci a mantenere la nostra sensibilità adatta a questo movimento. Voglio immaginarlo come sgocciolare nella realtà: ora sono una pozzanghera, il grosso dell’alluvione è già riassorbito, una forza mi drena in profondità, il tragitto mi contamina fino alla fonte.
Thyself Agency è un artista in cui mi sono imbattuto, per questo ho voluto portarvelo, e per lo stesso motivo ho immaginato una mostra nella mostra, un significato dentro un significato, uno scrigno dentro uno scrigno. Mi riferisco a quello che c’è oltre la tenda di pantaloni, ai ritratti di mia sorella Fiammetta, un altro fatto in cui mi sono imbattuto da piccolo e che continua a soffiarmi addosso. Ero piccolo, qualcosa l’ho capito qualcosa mi ha confuso, qualcosa lo ricordo qualcosa l’ho inventato, qualcosa sì qualcosa no, niente è vero tutto è permesso. Lei mutò geneticamente mentre la sua gemella sviluppava la normalità, una volta nata era affetta da una sindrome che tra le altre cose le causa un ritardo cognitivo a sua insaputa, Fiammetta la bambina per sempre, l’oracolo casalingo, ho sempre avuto l’impressione che non percepisse il tempo, sicuramente passato e presente sono identici e non concepisce il futuro, mi ricorda la clessidra in orizzontale dell’eremita ornamentale. La sua mutazione mi insegna che: un altro mondo è possibile.

PS: Sì, dietro alla tenda di pantaloni, appartata, la tua piccola fiamma, trasfigurata e autonoma rispetto a qualsivoglia narrazione.

Luca De Leva

Nato a Milano nel 1986.
Vive e lavora a Milano.

 

Formazione
Academy of fine Arts of Brera, Milano, Italia
Academy of Visual Art, Leipzig – HGB, Germania

 

Esperienza didattica
2022
Performative techniques at Accademia IED Aldo Galli, Como Integrated expressive techniques at Accademia IED Aldo Galli, Como, Italia

 

2021
Performative techniques at Accademia IED Aldo Galli, Como, Italia

 

Mostre personali
2023
www.thyself.agency, Pinksummer, Genova, Italia

 

2019
È stato bello pensarti, ADA, Roma, Italia
Hai paura dell’uomo nero? Curated by Daniela Zangrando At Museo Burel, Belluno, Italia

 

2018
TWO at VR projectroom, Manifesta collateral event, Palermo, Italia

 

2017
Ultime Volontà, ADA, Roma, Italia
Cronache da un altro Occhio, performance at Castello di Rivoli Museum of Contemporary Art, Rivoli, Italia

 

2016
Ricreazione, Studio Amaro, Napoli, Italua
Horses and Virgin Marys. Sentimentally inspired by Arnaldo Badodi, INPRATICA project in the Giuseppe Iannaccone Collection, Milano, Italia

 

2015
ThySelf Talk: Chronicles from another eye, performative conference, Museo Villa Croce, Genova Requiem, Basilica S.Marco, Milano, Italia project with Artache

 

2014
Fiammetta dixit, Cura.basement, Roma, Italia
Ceci n’è pas, Private house, Vienna, Austria, project with Artache

 

2013
Ho perso gli anelli, ma mi restano le dita, Room Galleria, Milano, Italia
Blarney 5×3, Almanac Projects, Londra, Regno Unito

 

2012
ThySelf, De Walvisch Culture Ship, Londra, Italia

 

2011
Thy Self Talk, Zicohouse, Beirut, Libano

 

2009
Ottut, Room Galleria, Milano, Italia

 

Mostre collettive

2025

Viaggi/Journeys, Alma Pearl, Londra, Regno Unito 

2023
Their Volumes curated by Treti Galaxie, Cortemaggiore, Italia

 

2019
Straperetana curated by Saverio Verini, Pereto, Italia

 

2018
C’est toi ou c’est moi? Curated by Luca Gennati at Fondazione Pini, Milan Rosina #1, Limone, Londra, Regno Unito

 

2017
Self-care while smoking, TILE + CLOG, CLOG, Torino, Italia
Viva arte viva curated by Treti Galaxie, Future Dome, Milano, Italia
Glimmerate, Marsèlleria New York, New York, Stati Uniti d’America
Collezione Agovino – Frammenti di Paradiso, Le Scalze, Napoli, Italia

 

2016
Encounters program, performance at Central Saint Martin’s, Londra, Italia

 

2015
Rob Pruitt’s flea market, A plus A, 56 Venice Biennale, Venezia, Italia
Italia Happening, 21er Haus, Vienna, Austria, with Yes I am Writing A Book
Club of matinee Idolz, Co2, Torino, Italia

 

2014
Keep it real, Ventura XV, Milano, Italia
Studio visit on Cura, Web project, Alghero, Italia
LDL, performance lecture at Accademia Carrara, Bergamo, Italia

 

2013
Corso Aperto, curated by Simone Menegoi, Fondazione Antonio Ratti, Como, Italia
Do you know because I tell you so or do you know, do you know?, Viafarini, Milano, Italia

 

2012
Straight Up, project by Elena Tavecchia and Alice Conconi, Family Business New York, Stato Uniti d’America
80, GUM studio Torino, Italia
Record, curated by GUM studio and Gianandrea Poletta, Fondazione Bevilacqua la Masa, Venezia, Italia

Underneath the Street, the Beach, curated by Benoit Antille, Michele Fiedler, Andrey Parshikov, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
Polline e cerniere, Anonima Nuotatori, for Bureau for Art Nerds, Istituto Svizzero, Casa Morigi, Milano, Italia
Better than beter, Anonima Nuotatori, Copenhagen Place, Londra, Regno Unito

 

2011
MotelLucie, Artissima LIDO, Torino, Italia
Aghilisti, GUM Studio, Artissima LIDO, Torino, Italia
Run3, Room Galleria, Milano, Italia
Studiovisit.it, G.C.A.C. Monfalcone curated by Andrea Bruciati, Monfalconev Italia
De dreit Nien – Serpi corallo, Anonima Nuotatori, Spazio Borgonovo, Museo Pecci, Milano, Italia
Born in Harem, Klenova Castle, Repubblica Ceca
After Prisma, Villa Romana, Firenze, Italia
Tu Mi Piaci, workshop curated by MotelLucie, Museo Carlo Zauli, Faenza, Italia
Exploding Fluid Inevitabile, Anonima Nuotatori, Piscine Caimi, Milano, Italia

 

2010
Il raccolto d’autunno, curated by Chiara Agnello and Milovan Farronato, Viafarini/Docva, Milano, Italia

Sentimento, curated by Frank Boehm, Torino, Italia
Armless monkey suck bananas from bananos, GUM studio, Carrara, Italia
Titolo Grosso, Cripta 747, Torino, Italia
Arte desputatio, Miart, curated by Milovan Farronato, Milano, Italia

 

Residenze e workshop
2013
CSAV Fondazione Antonio Ratti, ws with Mat Mullican, Como Fondazione Spinola Banna per l’arte, ws with Marta Kuzma, Torino, Italia

 

2012
Fondazione Spinola Banna per l’arte, ws with Tim Rollins & K.O.S. Turin Artegiovane, Global Art Program, Londra, Regno Unito

 

2011
Zicohouse, Beirut, Libano
Klenova Castle, Klenova, Repubblica Ceca

Mariana Castillo Deball – In a Convex Mirror

 

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 2 dicembre 2022, h 18 – 21

 

Le parole “oggetto” e “cosa” hanno origini etimologiche differenti che, come affermava il filosofo Remo Bodei, il tempo ha confuso intorbidendone il senso e i significati: “oggetto” è un termine introdotto dalla scolastica medievale che deriva dal latino “ob-jectum”, letteralmente “gettato davanti”; l’oggetto si oppone al soggetto, è una sorta di ostacolo, di impedimento e la lotta si conclude con l’assimilazione e con l’asservimento dell’oggetto al soggetto. “Cosa” deriva dal latino causa, discutere, ragionare, deliberare, la cosa è ciò che ci sta a cuore, con la cosa si ha in qualche modo un rapporto affettivo. Mariana Castillo Deball agisce la transustanziazione degli oggetti che definisce “Uncomfortable Objects” in cose, smontandoli, duplicandoli, per assimilarli nel suo metabolismo con la pratica del fare oltre a ogni infatuazione teorica, un fare atto a liberare l’essenza intangibile degli oggetti per trasformarli in cose con pazienza e dedizione. Gli oggetti non confortevoli sono quelli di cui è difficile tracciare una biografia perché decontestualizzati e classificati in modo cronologico e morfologico alla maniera, senza dubbio, eurocentrica. Si potrebbe azzardare che Mariana Castillo Deball, ripercorrendo le tecniche che hanno dato origine a quegli oggetti, crei una teoria fisica antimaterialista della cultura materiale. Gli oggetti, di fatto, sono lavoro cristallizzato, rappresentano lo scendere a patti dell’uomo con la materia e di conseguenza con la natura. Talvolta abbiamo il dubbio che l’interesse di Mariana Castillo Deball per la cultura materiale rimandi anche alla deculturazione tecnica della società contemporanea non più in grado di lavorare con le mani e servita da meccanismi che sfuggono alla capacità di controllo dei cittadini, della collettività. Tale sistema implica l’alienazione del soggetto produttore. Il regime di iper-capitalismo vigente, costituito dal proliferare di oggetti, conduce a una sorta di feticismo delle merci. Le merci non incorporano più la cultura dei lavoratori, ma l’istanza del profitto che le produce. Mariana Castillo Deball con la sua ricerca e il suo fare si oppone al colonialismo in generale, e più specificatamente alla colonizzazione del pensiero del cittadino-consumatore rispetto a un benessere fasullo, costruito sullo spreco asimmetrico di una parte di abitanti umani del mondo, alle spalle di tutti gli altri di ogni specie e latitudine. La cultura materiale del passato con le sue tecnologie di sentimento collettivo e di cooperazione è una via per ripensare gli spazi e la Storia, perché l’oggetto è meno statico di quanto si pensi sia concettualmente che fisicamente: le cose hanno compiuto vari percorsi, incorporato molteplici strati di senso e, talvolta si ha a che fare, come nel caso della ceramica, con universali antropologici che disegnano geografie inattese al di là di ogni pretesa eurocentrica.
Lo sguardo antropologico di Mariana Castillo Deball è focalizzato sul lavoro, sulla materia sulla natura. I luoghi di elezione della sua ricerca sono l’antropologia, l’archeologia, la paleontologia, i musei e le collezioni di arti applicate e quelli della scienza, ogni dove si trovino oggetti, utensili frutto di processi produttivi artigianali e tradizionali che incorporano saperi tecnici di cooperazione collettiva, oggetti con cui l’artista interagisce, adottandoli, adattandoli, traducendoli e appropriandosene per narrare una storia relativizzata e riformando nel contempo l’eurocentrismo della Storia. Mariana Castillo Deball libera l’essenza intangibile degli oggetti, affrancandoli sia dal loro valore d’uso e di scambio per cui sono stati costruiti nelle comunità di origine, che dalla classificazione positivista dei musei o delle collezioni in genere, ridisegnando gli spazi. Castillo Deball ben sa che mettere o rimettere le cose al loro posto conferma l’ordine sociale e culturale stabilito; pertanto, allontana il più possibile le cose dai posti convenuti. Liberare gli oggetti trasformandoli in cose è una pratica rituale dell’arte di Castillo Deball per liberare il pensiero, per farlo respirare e avere un rapporto più naturale con il mondo che ci circonda. Il lavoro di Mariana Castillo Deball, ragionando e deliberando sulle cose, rappresenta un curioso o meglio surreale studio sulla cultura materiale, giacché gli oggetti informano le nostre vite, le nostre politiche e indicazioni di genere. L’opera di Castillo Deball con il ragionamento pratico si focalizza anche sullo spreco. Qualcuno ha detto che l’uomo è un essere famelico anche di fami future, che hanno messo e continuano a mettere in serio pericolo la vita ecologica del nostro pianeta. Ciò che accomuna il passato e il presente rispetto alla cultura materiale è lo smaltimento degli oggetti una volta che non si usano più, ma a differenza del presente, in passato c’era una penuria di oggetti che peraltro erano organici, e la morte di un oggetto coincideva con la sua impossibilità di essere riparato una volta rotto: il valore era il risparmio non il consumo. Oggi la morte di un oggetto avviene spesso assai prima della sua irreparabilità, e la nostra civiltà è basata sul consumo di avere, ma anche di essere.
La cultura materiale, gli oggetti, anche quelli che sono più cronologicamente vicini a noi, si sono sempre salvati in modo fortuito, non vengono mai presentati nel contesto di origine e pertanto è sempre difficile ricostruirne la circolazione, senza contare che, rispetto alle collezioni, anche quelle con pretesa scientifica e con una prospettiva analitica finiscono sempre per rappresentare un’autobiografia del collezionista in azione, e vale lo stesso per i musei. La storia relativizzata presentata da Mariana Castillo Debal ha in qualche modo un’autenticità speciale.
Forse perché abbiamo un rapporto affettivo con quell’opera, riteniamo che Distanza e Menzogna, un’opera di Mariana Castillo Deball del 2011, sia emblematica rispetto al rapporto dell’artista con la Storia e la storiografia, in cui la cultura materiale ha assunto un ruolo importantissimo. L’opera presenta una serie di specchi circolari di diametri diversi con appoggiato sopra il calco della mano dell’artista in forma di battaglio, che rimanda all’impossibilità oggettiva di interpretare il passato: sbattendo il battaglio lo specchio andrebbe in frantumi e lo specchio integro non può che riflettere la contemporaneità. Di fatto gli oggetti nel tempo cambiano di significato e anche di valore.
A proposito di specchi la nuova personale di Mariana Castillo Deball da Pinksummer ha per titolo In a Convex Mirror: “Il titolo della mostra” spiega Castillo Deball “muove da un poema di John Ashbery: Self-portrait in a Convex Mirror del 1974, nel quale Ashbery prende spunto dal dipinto datato 1524 del pittore italiano del tardo Rinascimento, Parmigianino. Il dipinto è un autoritratto della sua immagine in uno specchio convesso.
Parmigianino ha usato una superficie di legno semi sferica per il dipinto, replicando la distorsione dello specchio convesso nella forma del dipinto.
Ho letto questo poema per la prima volta quando ero in accademia, più o meno nello stesso tempo in cui ho iniziato a sviluppare le stampe distorte tridimensionali.
Mi piace perché Parmigianino aggiunge un aspetto esistenziale all’idea formale di dipingere su una superficie curvilinea, ponendo l’accento sul ruolo della superficie.

The Whole is instable within

Instability, a globe like ours, resting

On a pedestal of vaccum, a ping-pong ball

Secure in its jet of water.

And just as there are no words for the surface, that is

No words to say what it really is, that it is not

Superficial but a visible core, then there is

No way out of the problem of pathos vs. experience.”

In galleria verranno presentate una serie di ceramiche decorate a ingobbio deformate collegate l’una all’altra in un’installazione aerea con una corda di cotone nera come a creare un campo di forza. Le ceramiche forse di memoria etnografica Zuni, si presentano forate, deprivate della funzione ricettiva di contenitore e pertanto da qualsivoglia valore d’uso o di scambio. Le ceramiche forate “kill hole” si usavano nei rituali di sepoltura nell’America Sud Occidentale, ma rimandano anche a un oggetto matematico, la bottiglia di Klein, su cui Mariana Castillo Deball ha lavorato in passato, avvicinandola alla classica piñata messicana, la pentolaccia, che pone fine al Carnevale e precede la Quaresima, usata dai monaci conquistatori per evangelizzare i nativi americani, attraverso i piccoli doni che la piñata riversava a terra. Di fatto la bottiglia di Klein è una superficie non orientabile in cui l’interno si riversa all’esterno, che proietta al di là delle tre dimensioni euclidee, in una quarta dimensione che la realtà non ci lascia esperire, ma alla quale con il ragionamento, l’oggettività e la fantasia informata da una diversa narrazione è possibile aspirare.
Dentro allo specchio convesso della mostra, si potranno vedere anche dei tondi di tre diversi diametri in forma di tavolette cerate scrittorie, che rimandano alla grande installazione a parete di tavole cerate colorate con pigmento nero, nella mostra di Mariana Castillo Deball dal titolo Roman Rubbish attualmente in corso alla Spazio Bloomberg a Londra. Nel centro di Londra o meglio nel cuore del quartiere finanziario gli scavi di qualche anno fa hanno riportato alla luce 400 tavolette scrittorie romane, il cui legno non si è decomposto perché conservato dal fango del fiume sotterraneo Walbrook che attraversava il centro di Londinium, fondata dai romani nel 43d.C. Mariana Castillo Deball afferma che dai detriti, dagli scarti di una civiltà si può capire molto di più, che dagli oggetti di valore. Le tavolette del Mithradeum non sono state seppellite per qualsivoglia celebrazione sacra, ma sono state semplicemente scartate e adesso costituiscono i più antichi documenti scritti dell’antica Britannia. Di fatto i romani usavano le tavolette di legno cerato inscritte con lo stilus, con una modalità similare alla nostra quando scriviamo i messaggi sul telefonino: nel momento in cui venivano consegnate e lette le tavolette cerate venivano buttate.
“La serie di opere circolari di cera nera” afferma Castillo Deball “sono incise con immagini distorte come viste in uno specchio convesso.
La superficie è nera e l’incisione toglie materiale alla superficie, rendendo l’immagine visibile solo da alcuni angoli, a seconda di come la luce si riflette su di essa.
Le immagini che ho inciso provengono da una serie di incisioni del XVI secolo di Diego Valadés, un frate francescano di cui ho scoperto il lavoro mentre stavo lavorando all’opera per il Padiglione Messicano alla Biennale di Venezia quest’anno. Le immagini raffigurano personaggi che stanno parlando tra loro, ascoltando e scrivendo, ma ciò che esce fuori dalla loro bocca, orecchie e occhi sono strane creature come serpenti, scorpioni e altri insetti.
Queste immagini rappresentano indigeni che stanno diffondendo la parola di pratiche religiose proibite dalla chiesa cattolica. Diego Valadés stava illustrando la sua retorica cristiana con l’incisione, pensando che il popolo indigeno fosse analfabeta, e che il solo modo di comunicarvi fosse attraverso le immagini”.

Mark Dion

The Perilous Texas Adventures of Mark Dion
di Mark Dion and Margaret C. Adler

Pagine: 168
Anno: 2020
Lingua: Inglese
Amon Carter Museum of American Art

disponibile online

Mark Dion: Misadventures of a 21st-Century Naturalist
di Ruth Erickson (Autore), Andrea Barrett (Collaboratore), Sarina Basta (Collaboratore), Lucy Bradnock (Collaboratore), Lisa G. Corrin (Collaboratore)

Anno: 2017
Pagine: 215
Lingua: English
Other Distribution

disponibile online

Mark Dion: The Academy of Things
di Petra Lange-Berndt (Editor), Dietmar Rübel (Editor), Mark Dion (Artist)
Pagine: 240

Anno: 2015
Lingua: Inglese
Walther König, Köln

disponibile online

Mark Dion: Concerning Hunting
di Dieter Buchhart (Author), Mark Dion  (Artist)
Lingua: Inglese

Pagine: 160
Anno: 2008
Hatje Cantz

 

disponibile online

Cabinet of Curiosities: Mark Dion and the University as Installation
by Colleen J. Sheehy
Pagine: 207

Anno: 2006
Lingua: Inglese
Univ Of Minnesota Press

disponibile online

Mark Dion
di Lisa Graziose Corrin (Autore), Miwon Kwon (Autore), Norman Bryson (Autore)

Anno: 2002
Lingua: English

 

disponibile online

Archaeology
by Alex Coles (Author), Colin Renfrew (Author), Emi Fontana (Author), Mark Dion (Editor)

Anno: 1999
Lingua: English

disponibile online

Georgina Starr – Quarantaine – Pinksummer goes to London – 11.10.22

Pinksummer e Film & Video Umbrella presentano la premiere londinese di QUARANTAINE di Georgina Starr al Curzon Hoxton l’11 Ottobre

1 proiezione alle 18.45
2 proiezione alle 20
Due giovani donne entrano insieme, attraverso un portale arboreo in un parco cittadino di Londra, in una dimensione parallela. Qui, tra le mura di una casa d’istruzione clandestina, si uniscono a una fila di donne che si trovano in fasi diverse del percorso verso l’illuminazione. Dopo essersi fatte predire il destino e aver ripensato la propria identità, cadono sotto l’incantesimo di un oracolo canoro disincarnato: Pearl Mama One. Quarantaine è un’affascinante meditazione sul corpo e sulla voce femminile, sulle realtà alternative e sulle grandi illusioni del cinema.

Koo Jeong A – Stars Above the Tree

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 6 ottobre 2022, h 18 – 24

 

“La nuova serie di pitture Seven Stars è la continuazione della serie Seven Stars, un modo per esplorare lo spazio, il mondo, l’universo. Lo spazio in relazione all’immaginario architettonico, il mondo in relazione alle tematiche più profonde sulla Terra, l’universo in relazione alla dimensione N” ha scritto Koo Jeong A rispetto ai dipinti su tela di lino che presenterà nella nuova personale da Pinksummer. Il titolo della mostra personale è Stars Above the Tree, titolo che in qualche modo lascia immaginare che i nuovi dipinti Seven Stars, oltre a essere la continuazione della precedente serie sulle stelle, siano collegati in qualche modo ai piccoli preziosi disegni su carta di riso di alberi squisitamente umani Your Tree my Answer. Con la marcata astralità di questa mostra appare chiaro che l’artista senta la necessità di tracciare una linea immaginaria con il cielo. Già nella mostra Nocturne del 2020 di Koo Jeong A e Tomás Saraceno alla galleria Custot Dubai realizzata in collaborazione con Pinksummer, facemmo riferimento al fatto che nel nostro tempo l’80% della popolazione mondiale vive sotto un cielo inquinato dalla luce artificiale che rende le stelle invisibili. Si tratta di una delle forme più diffuse e sottostimate di alterazione ambientale. La notte in qualche modo sta scomparendo e giacché il bioritmo degli esseri, compreso quello degli umani, implica l’alternarsi della luce e del buio, se la sequenza smette di essere ben sincronizzata l’equilibrio ambientale rischia di andare in frantumi. Studi recenti dimostrano che l’alterazione del fotoperiodismo influisca nella fauna selvatica sui flussi migratori, sui rituali di accoppiamento, sui rapporti tra predatori e preda e in quello della fotosintesi delle piante. Rubare il buio alla notte altera in poche parole la nostra percezione del mondo.
Nelle grandi tele della serie precedente Seven Stars, monocromi alla luce del giorno e dipinti figurativi nel buio, il rimando al fotoperiodismo terrestre era in qualche modo mimetico e agito. I dipinti erano realizzati spruzzando la tela, con la tecnica dello stampino, di pigmenti fosforescenti che si caricano nella luce per diventare visibili in contrasto con il buio.
I nuovi dipinti Seven Stars sono acrilici su tela di lino non preparata che rimandano non tanto alla dimensione in sé, ma a una curiosa deviazione poetica di ciò che in fisica viene definito degrees of freedom: i gradi di libertà determinano la posizione e il moto di un punto materiale nello spazio delle configurazioni possibili.  Le prospettive dei nuovi dipinti Seven Stars escono dallo spazio euclideo kantiano per rimandare a un numero arbitrario di dimensioni. Se l’osservatore penetra questo spazio dell’immaginazione comprende che le “Sette Stelle” di Koo Jeong A non si ergono sulla  contigenza, ma ne sono parte e la influenzano. In questi dipinti le stelle non sono in una dimensione ma sono esse stesse le dimensioni: le stelle appaiono  come oggetti matematici scaricate da ogni eccesso realistico, analitiche e sintetiche nel contempo, colte con l’appercezione leggera e immediata di un intelligenza emotiva atta a mostrare la connessione tra la Terra e il cielo. Le stelle di Koo Jeong A sono soprattutto sopra agli alberi. Tra gli alberi e le stelle lo spazio ha una curvatura variabile, si tratta di uno spazio in cui l’osservatore e l’osservato appaiono legati intimamente. Lo sguardo che osserva queste stelle è uno sguardo ontologico che informa e partecipa alla danza dei corpi celesti, verrebbe quasi da azzardare che Koo Jeong A nei suoi dipinti abbia immaginato un’osservazione altra rispetto allo sguardo umano. Sembra che la capacità più straordinaria del mondo vegetale sia appunto la visione. Gli alberi, le piante hanno una percezione chiarissima della luce e sanno come intercettarla. E’ attraverso questo senso acutissimo della luce che gli alberi sanno quando germogliare e fiorire. Della luce gli alberi sanno riconoscere intensità e lunghezza d’onda. Ovunque sulla superficie del loro corpo, ma soprattutto sulle foglie, gli alberi sono ricoperti da sensori sensibili alla luce, i fotorecettori. Le foglie degli alberi sono come ricoperte da tanti piccolissimi occhi.
Le stelle di Koo Jeong A sono sette come sono sette i pianeti che fin dall’antichità vengono accomunati al mondo vegetale, dalla Grecia classica passando da Cornelio Agrippa a Marsilio Ficino con la teoria delle segnature fino a Rudolf Steiner, il padre dell’agricoltura biodinamica, che nel 1924 dedicò un ciclo di nove conferenze all’azione delle stelle e dei pianeti sulla vita terrestre. Non a caso tutte le attività di coltivazione della tradizione erano eseguite seguendo il calendario lunare.
I dipinti della nuova serie Seven Stars come gli alberi di Your tree my answer orbitano nella medesima dimensione della cura che in questo caso è la cura dell’ambiente, la cura dai pregiudizi di matrice specista, la cura di ogni singola virtù che ognuno dei sette pianeti dispensa sul pianeta Terra.
Steiner scrisse dei versi mantrici per comprendere come l’azione planetaria entri nella vita vegetale dell’albero collegandoli anche all’anima del metallo corrispondente. Ci piace concludere questo comunicato con il mantra che Steiner ha dedicato alla betulla e a Venere.

Venerdì – Venere – Rame – Betulla.

Così parla la Venere ramata

Attraverso la virginale Betulla bianca scintillante

Che ha radici poco profonde e beve molta luce:

“Oh uomo, lavora sulla tua anima

Con tenerezza:

Meravigliati della bellezza del mondo”.

Georgina Starr – Quarantaine

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 5 maggio 2022, h 18 – 21 – le proiezioni inizieranno alle ore 18 – 19 – 20 – durata del film 43min
05.05.2022 – 02.07.2022

 

Pinksummer: Il tuo film Quarantaine è stato girato nel 2019 e ultimato nel primissimo 2020. Da lì a poco, in quello stesso febbraio del 2020, il termine “quarantena”, un poco obsoleto, sarebbe rientrato come un uragano nelle nostre vite del XXI secolo. La parola “quarantena” deriva dai quaranta giorni di isolamento a cui venivano sottoposte le navi provenienti da territori esotici o da zone colpite dalla peste o da altre malattie infettive nei secoli addietro. Di fatto il termine “quarantena”, al di là della quantità specifica di tempo, si distingue dall’isolamento tout court perché viene applicata a soggetti che potrebbero essere stati esposti a un agente infettivo, ma che non hanno una diagnosi, al fine di non trasmettere un eventuale contagio. L’uso corretto del termine “quarantena” non è di fatto applicabile all’isolamento a fronte di una malattia confermata dalla diagnosi per arginarne la diffusione. Il termine viaggia in qualche modo su un binario ipotetico. Perché hai deciso di intitolare il tuo film con il termine francese quarantaine che rimanda in qualche modo alla vicinanza eccezionale di territori remoti rispetto al parametro solido della realtà quotidiana che confidiamo sempre di controllare?

 

Georgina Starr: Associo quarantaine al mitologico e all’alchemico piuttosto che a un particolare significato assoluto della parola. Quando ho scelto il titolo del film, come dite, era ben prima della recente pandemia mondiale, quindi la parola sembrava più fluida e misteriosa. Pensavo in particolare all’idea di une quarantaine – un periodo di cui ho letto nella mitologia celtica. Si crede che abbia luogo nei 40 giorni che precedono la prima luna piena di primavera. È uno strano periodo liminale in cui gli spiriti possono scendere sulla Terra e vivere tra i mortali. Immaginando come sarebbe stato questo momento di une quarantaine, ho iniziato a evocare un intero mondo che sarebbe esistito in questo periodo molto teso. Quarantaine ha un piede nella realtà, ma “entrando” attraverso il portale dell’albero le donne si abbandonano all’ignoto. Dentro ci sono nuove regole, nuove strutture educative e nuove lingue da imparare. Pensavo a un modello di “istituto educativo” e al processo di acquisizione di nuovi codici di apprendimento e modi di comunicare. La mia ricerca per il film è stata ampia e prolungata. Guardavo alla mitologia mariana e al suo potere sulla pedagogia femminile, ai sistemi psicologici di Wilhelm Reich, agli insegnamenti musicali, vocali e di movimento di Kodaly, Orff e Keetman, Delsarte e Mettler e anche alla trasformazione metafisica del Rosarium Philosophorum e agli esercizi di benessere e purezza spirituale negli antichi manoscritti cinesi Daoyin Tu.

 

PS: Il manifesto Belle-Époque in cui s’imbatte V, la ragazza con il giubbotto di pelle nero, mentre attraversa in motorino una Londra contemporanea, deprivata da qualsivoglia mistero, in un luogo appena a latere dalle tangenziali trafficate, ci ha fatto pensare alla sorpresa dei parigini quando, in un mattino dell’agosto del 1623 trovarono dei misteriosi manifesti manoscritti, affissi frettolosamente agli angoli di alcune strade, in cui si leggeva: “Noi, deputati del Collegio principale dei fratelli della Rosa-Croce, stiamo facendo soggiorno visibile e invisibile in questa città per grazia dell’Altissimo, a cui si rivolgono i cuori dei giusti. Riveliamo e insegniamo senza libri né segni come parlare le lingue dei paesi dove vogliamo essere, e come trarre gli uomini dall’errore e dalla morte”. Come i manifesti dei Rosa-Croce, che informavano, senza dire né dove né quando, che in città si era insediata una confraternita segreta che avrebbe insegnato la conoscenza vera, il manifesto con le donne sdraiate con le gambe alzate a V e la bolla di Bubblegum rosa, come un’effimera scultura informata dal respiro, con il suo erotismo esplicito e retrò, fa infuriare V. Perché usi il manifesto, parte fondante della tua cosmogonia dell’ultimo decennio, di cui Quarantaine appare come la summa narrativa, per introdurre il viaggio iniziatico di matrice squisitamente onirico-linguistica di V e L, novelle Alice o meglio Céline et Julie di rivettiana memoria?

 

GS: Non sapevo della campagna di manifesti rosacrociani del 1623. Mi fa pensare alla Storia dei Tredici di Balzac, la sua suite di tre romanzi su una società segreta nel cuore di Parigi. L’immagine d’epoca sui manifesti V di Quarantaine è anch’essa di origine francese, è un’immagine che ho usato ripetutamente nel mio lavoro negli ultimi 10 anni. È un’immagine potente per me, e continuo a tornarci. Sembra essere sia misteriosa e giocosa che sfidante. Stavo facendo ricerche su “anasyrma” mentre sviluppavo un lavoro di performance (Androgynous Egg, 2017) e il poster vi è molto legato. La storia dell’atto di “anasyrma” è complessa. I primi esempi che ho trovato descrivono donne in situazioni di battaglia – quando il nemico si avvicinava le donne sollevavano le loro gonne in segno di sfida per tenerlo a bada. È anche descritto come un dispositivo apotropaico per allontanare il male. Tutte queste storie straordinarie aprono un interessante e complicato dibattito sui molti significati di “esporre” i genitali femminili nella religione, nella storia, nell’arte, nella mitologia e nella guerra. Stavo pensando a uno smantellamento del corpo. Questo è un tema cruciale nel film – la separazione di braccia, mani, teste, gambe, orecchie, dita e bocche. Il film cataloga uno smontaggio del corpo femminile per poterlo eventualmente ricostruire, riappropriarsi o riposizionare. Le parti del corpo che V “taglia” dal poster sono letteralmente le chiavi per entrare a Quarantaine – le inserisce pezzo per pezzo nell’albero del parco prima di scomparire in esso. La religione è piena di parti del corpo femminile separate, specialmente l’agiografia femminile – Santa Lucia (occhi), Sant’Orsola (smembrata e decapitata) Sant’Agata (seni) e molti, molti altri. C’erano altre immagini che hanno ispirato il portale arboreo. Mentre facevo una residenza di insegnamento a Glasgow nel 2014, stavo facendo ricerche su antichi manoscritti alchemici nella biblioteca dell’Università di Glasgow e mi sono imbattuta nel Rosarium Philosphorum, un trattato di alchimia del XVI secolo, parte del quale era un’illustrazione di un albero che cresce dal ventre di due figure androgine congiunte. L’idea della perfetta trasformazione alchemica attraverso l’Arborium Ostium fu cristallizzata in questo momento – sarebbero entrati nell’albero! Sfruttando i poteri magici di altri spiriti arborei come Ariel e Daphne, ho immaginato che l’intera Quarantaine potesse svolgersi all’interno di questo albero.

 

PS: La prima parola che viene pronunciata da L, la co-protagonista di Quarantaine mentre sta inaugurando un capitolo nuovo della sua vita seduta nel parco, con in mano il libro di Papus Traité methodique de magie pratique, libro preso in prestito da Céline et Julie vont en bateau di Jacques Rivette, è un incantesimo numerico: six six nine nine, 6699. Cos’è questo numero d’incoraggiamento che apre portali e passaggi invisibili? La magia e i riferimenti all’occultismo nella tua opera sono in senso junghiano una porta socchiusa sull’inconscio?

 

GS: I numeri sono un incantesimo segreto, qualcosa che L crede porterà a una trasformazione. Penso che la maggior parte di noi abbia questi strani sistemi di credenze codificati, che si tratti di preghiere nel senso religioso più regolare, o altri mantra spirituali, esoterici o nevrotici. Quei numeri specifici “66-99” provengono da un romanzo che ho iniziato a scrivere circa 6 anni fa, quindi per me hanno una rilevanza personale. Mi piace anche come suonano e come si sentono sulla lingua. Le poesie numeriche mi affascinano. Per l’artista e scrittrice tedesca Unica Zurn il numero 9 conteneva il segreto di tutto. I numeri erano i suoi salvatori. Usava gli anagrammi per evocare il suo eroe mistico The Man of Jasmin. Di questo The Man of Jasmin diceva:

 

“Qualcuno ha viaggiato dentro di me, passando da una parte all’altra. Sono diventato la sua casa. Fuori, nel paesaggio nero, qualcuno afferma di esistere. Dal suo sguardo il cerchio si chiude intorno a me. Attraversato da lui interiormente – circondato da lui dall’esterno – questa è la mia nuova situazione e mi piace.”

 

I numeri hanno un grande potere. Nelle scene finali del film Duelle – Une Quarantaine di Jacques Rivette del 1976, la protagonista Lucie (interpretata dall’attrice francese Hermine Karagheuz) pronuncia ad alta voce una poesia numerica:

 

Deux et deux ne font pas quatre. Tous les murs à buf š’abatttre. Sept, huit, neuf, cinq, trois, six, deux.”Questi numeri mi hanno fatto un incantesimo. Con un po’ di ricerche ho scoperto che Rivette li aveva presi in prestito dalle pagine di Les Chavaliers de la Table Ronde di Jean Cocteau – erano un incantesimo che avrebbe permesso a Merlino di trasportarsi magicamente da un luogo all’altro. Per inciso, i numeri 7 + 8 + 9 + 5 + 3 + 6 + 2 sono 40 – une quarantaine! È magia o solo una coincidenza?

 

PS: Come in ogni viaggio iniziatico per diventare adulti/e, V e L devono attraversare diverse porte: entrando nell’albero nel parco sono catapultate nella stanza grigia, una sorta di limbo in cui le ragazze aspettano il loro turno per conoscere scopi e destino attraverso la lettura dei tarocchi. La lettura dei tuoi tarocchi è muta, senza voce, ma assai seria, espressiva e didattica. Ci sono poi la porta del muro con la rappresentazione del bosco intricato e quella del grande orecchio nel quale le giovani donne si avventurano come in una caverna. Guidate e sollecitate da mani e teste senza corpo, ma soprattutto da suoni ai quali le ragazze sembrano prestare i loro propri corpi. I corpi addestrati infine all’aderenza con i suoni riescono a materializzare all’altezza del cuore i cervelli rosei (Pink Material) per deformarli e re-informali. Infine la porta rossa con scritto women che le riporta alla realtà trasformate. Quali prove si devono superare per aderire alle parole e in particolare al nome donna?

 

GS: Il Pink Ursula Material appare all’altezza del grembo materno piuttosto che all’altezza del cuore. Questa materia rosa suggerisce un rovesciamento del corpo. È qualcosa di viscerale: gommosa, ipnotizzante, disgustosa e piuttosto incontrollabile. È anche sacra – una sorta di manifestazione scultorea del godimento. È un regalo per le severe lezioni di linguaggio e geometria fisica che le iniziate hanno sopportato nella Light Room (Stanza della Luce) e nella Curtained Room (Stanza delle Tende) – un’offerta di Pearl Mama One, il loro capo insegnante incorporeo? La materia rosa ha anche una voce*.

Dice:

 

Rose à voix haute

Rose cerveau de la pensée

Résine vierge de résidus

Matière Ursula Rose

Je répète!

Matière Ursula Rose

 

È anche un materiale morfico con proprietà allucinogene. Mi piace leggere Henri Michaux, specialmente le sue opere scritte sotto l’influenza della mescalina. Descrive nuovi incredibili viaggi infidi come se si infiltrasse in un’altra lingua:

“Enormi Z mi attraversano (strisce-vibrazioni-zig-zag?). Poi, o S rotte, o quelle che potrebbero essere le loro metà, O incomplete, un po’ come gusci d’uovo giganti che un bambino ha cercato di disegnare senza mai riuscirci. Queste forme, come un uovo o una S, cominciano a disturbare i miei pensieri come se appartenessero alla stessa natura. Sono diventato ancora una volta un passaggio, un passaggio nel tempo. Questo, dunque, era il solco con il fluido dentro, assolutamente privo di viscosità, ed è così che passo dal secondo 51 al secondo 52, al secondo 53, poi al secondo 54 e così via. È il mio passaggio in avanti”.

Alla fine di Quarantaine V e L vengono espulse attraverso la porta rossa brillante etichettata “Donne”. Il significato di questa violenta espulsione è sfaccettato – chi e cosa sono diventate? Si potrebbe rimuginare per ore su ciò che rappresenta questa uscita finale. Se si ascolta abbastanza intensamente, si possono sentire alcune parole pronunciate da L nell’orecchio di V – questo potrebbe contenere qualche indizio.

 

PS: Nel tuo film emerge come un’apparizione la qualità segnica di matrice generativa della natura, come per recuperare l’origine primigenia di un linguaggio mimetico della materia e della forma. La lezione finale, infatti, muove da vocali e consonanti nell’atto di nominare finalmente: la S si trascina fino a generare souffle, respiro. Se il linguaggio veicolasse solo una convenzione, l’idea di cercare una verità, sarebbe un’ingenuità senza parametro? Nel tuo film Quarantine cerchi di recuperare il corpo glorioso del linguaggio?

 

GS: Sopra ogni cosa mi interessa il suono e la voce, come l’ascolto può trasportare e comunicare indipendentemente dal “significato” linguistico. Le lezioni di ascolto che le iniziate intraprendono in Quarantaine iniziano realmente all’interno della EAR Room (Stanza dell’Orecchio). Prima di allora i codici sono principalmente visivi (le carte nella Grey Room – Stanza Grigia). Mentre sono sdraiate nude sotto l’orecchio, assistono a una serenata di Bye Bye Butterfly (1967) di Pauline Oliveros, un’opera fondamentale di suono elettronico sperimentale della pioniera dell’“ascolto profondo”. Di questo lavoro Oliveros ha detto: “Dà l’addio, non solo alla musica del XIX secolo, ma anche al sistema di moralità educata di quell’epoca e alla sua conseguente oppressione istituzionalizzata del sesso femminile”. Era importante per me usare questo pezzo in questa scena. Nel capitolo seguente – attraverso/all’interno dell’orecchio, incontriamo per la prima volta l’istruttrice Pearl Mama One. Lei esegue una vocalizzazione prolungata ed estrema mentre si libra avanti e indietro come una testa fluttuante. I suoni, i respiri e gli enunciati sono strani ed estranei per noi, è difficile da ascoltare, lei penetra nel nostro cervello, ma se ascoltiamo abbastanza profondamente il significato alla fine arriverà. Infatti, Loré Lixenberg (il mezzo soprano che interpreta Pearl Mama One) aveva Bye Bye Butterfly di Oliveros nell’orecchio durante le riprese e stava cercando di vocalizzare e tradurre questi suoni elettronici. Questa è stata una gloriosa performance virtuosistica che ha creato un linguaggio incarnato completamente nuovo ed è diventato il battito cardiaco e i polmoni respiranti di Quarantaine.

 

*La voce di The Pink Ursula Material è quella della musa di Rivette e protagonista di Duelle (1976), la defunta attrice Hermine Karagheuz, registrata nel 2017.

Pauline Curnier Jardin & Feel Good Cooperative – Fireflies (lucciole)

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 3 febbraio 2022, h 18 – 21
3.02.2022 – 02.04.2022

 

A proposito del suo libro Storia laica delle donne religiose dalle colonne della rivista Jesus, il gesuita Piersandro Varzan consigliò a Ida Magli di rivolgersi a uno psicanalista per risolvere la sua fissazione sul sesso, ma l’antropologa liquidò l’attacco rispondendo su una pagina di La Repubblica con queste parole: “Parlando delle istituzioni della Chiesa si è costretti a parlare di sessualità. Sono loro che hanno fatto distinzioni. Se la Chiesa canonizza le sante, giustamente, come vergini io che ci posso fare?”. Era il 1995. Ida Magli affermava che il linguaggio e l’immaginario sono sessuati e che l’immagine femminile è una costruzione dello sguardo maschile mediato dalla teologia che fornisce lessico e immagini.

L’opera di Pauline Curnier Jardin con l’uso iperbolico della categoria del grottesco tendente all’iper-sessualizzazione pare rimandare all’idea di sacrificio e di martirio, stiamo pensando a Explosion Ma Baby (2016), un film sperimentale costruito editando materiali raccolti dal 2010, a Grotta Profunda Approfundita (2017), incentrato sulla figura di Bernadette Soubirous, presentato alla 57° edizione della Biennale di Venezia curata da Christine Marcel, Fat to Ashes (2019) presentato all’Hamburger Bahnhof per la mostra del Preis der Nationalgalerie, un film che assembla le immagini della festa di Sant’Agata a Catania e del carnevale di Colonia a quelle della macellazione di un maiale. Tale rimando al martirio e al sacrificio è presente in modo sottile anche in Teetotum (2018), il film commissionato a Curnier Jardin da Frieze Film e Channel 4 e Fireflies (Lucciole) (2020), il film realizzato a Roma insieme a Feel Good Cooperative fondata dall’artista, un’architetta e tre sex workers in epoca di pandemia, dopo la residenza a Roma all’Accademia di Francia di Villa Medici dell’artista. Queste opere riconducono in qualche modo al connubio sacro e profano e sacro e potere endemici della cultura occidentale e che le feste e la devozione popolare restituiscono così appropriatamente nell’enfasi dei corpi e dei gesti. Tecnicamente controllate, come lo sono sempre i virtuosismi barocchi, considerando il barocco come categoria universale, le opere di Pauline Curnier Jardin esprimono la forza dell’arcaico che si manifesta nella contemporaneità e sembrano richiedere a chi guarda di andare all’origine della civiltà occidentale e del patriarcato capitalista fondato sul sacrificio e sul martirio imposto a tutto ciò che viene riconosciuto come alterità, che sia donna o natura, popolazione autoctona dei territori colonizzati o forme di diversità di carattere sessuale. Il realismo grottesco colorato di sovrabbondanza paradossale di Curnier Jardin non è un mondo al contrario di matrice catartica come il carnevale bachtiniano, tende piuttosto a tingere iperbolicamente l’inconscio della nostra cultura, per estirparne le radici oscure. Il lavoro di Curnier Jardin con le sue tinte accese pare raccontarci che il mondo umano per diventare ecologico dovrebbe essere queer e completamente anticapitalista e il suo linguaggio dovrebbe lentamente desessualizzarsi per diventare più neutro, pacifico e sostenibile, ma questo richiede una rivolta e intendiamo come una rivolta il film di Pauline Curnier Jardin Q’un sang impur (2019). Ispirato a Un chant d’amour, il film cult realizzato nel 1950 di Jean Genet, in Qu’un sang impur Curnier Jardin presenta delle anziane signore il cui desiderio sessuale risvegliato da giovani maschi inconsapevoli, si manifesta con un flusso mestruale subitaneo e anomalo, riconducibile per modalità all’eiaculazione maschile, che provoca l’altrettanto subitanea e folgorante morte dei ragazzi sfiorati dallo sguardo impuro delle nonne. D’altra parte, Mary Douglas in Purity and danger: an analysis of concepts of pollution and taboo del 1966 afferma che il marchio di purezza organizza la società su assi di diseguaglianza, definendo impuro tutto ciò che è fuori posto rispetto alla morale condivisa.

Da Pinksummer Pauline Curnier Jardin presenterà il film Fireflies (Lucciole) realizzato nel 2020 durante il primo traumatico periodo pandemico insieme a Feel Good Cooperative. La magia del film di Curnier Jardin rende “le lucciole” creature mitologiche che si muovono nella campagna periferica di Roma, attualizzando, in modo arbitrario ma sensato, quell’articolo sul vuoto di potere e la scomparsa delle lucciole di Pier Paolo Pasolini apparso sul Corriere della Sera nel 1975: “Sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si sono accorti che le lucciole stavano scomparendo”. Se Pasolini interpretava la reale scomparsa delle lucciole come un chiaro segno del disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico del vuoto di potere, qui si fa anche riferimento al fatto che la pandemia da coronavirus abbia falcidiato il mestiere dei sex workers, riducendo in povertà le circa 100.000 persone che operano nel settore. Seppure il lavoro sessuale non sia esplicitamente vietato dal Codice penale in Italia, il sistema abolizionista rende assai complicato l’esercizio di questo lavoro e i lavoratori sessuali non hanno di fatto alcuna protezione sia di natura economica che sanitaria. Sottrarre la vendita di servizi sessuali dal terreno della morale e della psicologia per inserirla nell’ambito del lavoro con tutti i diritti e i doveri che implica l’agire dentro a un lavoro sarebbe anche questa una forma di ecologia per eliminare marginalizzazione, abuso e sfruttamento.

I disegni presentati in mostra sono realizzati come il film Fireflies (Lucciole) a più mani con Feel Good Cooperative.

Viene da concludere con Pasolini così: “che io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola”.

 

 

Pauline Curnier Jardin (1980, Marsiglia, Francia) è un’artista che vive e lavora tra Berlino e Roma. La sua ricerca si sviluppa attraverso installazioni, performance, film e disegno. Nel suo lavoro Curnier Jardin ha rivisitato Giovanna d’Arco, Bernadette Soubirous, la dea Demetra, la nascita di Gesù e la sua Sacra Famiglia, il teatro anatomico del Rinascimento, nonché i riti pagani e cattolici nell’Europa centrale e meridionale.Nel 2019 è la vincitrice della German Preis der Nationalgalerie, nel 2021 del Premio Villa romana a Firenze e vincitrice della borsa di studio Villa Medici 2019-2020 a Roma. Il suo lavoro è stato esposto o commissionato negli ultimi anni: Steirischer Herbst Festival, Graz; Manifesta 13, Marseille; Palais de Tokyo, Paris; the Bergen Assembly, Bergen Biennial; International Film Festival, Rotterdam; the 57th Venice Biennale; Tate Modern, London; Performa 15, New York.

 

Feel Good Cooperative è nata da un workshop che ha avuto luogo durante il severo lockdown della primavera 2020. Con l’aiuto della fotografa e sex worker Alexandra Lopez, dell’architetta e accademica Serena Olcuire, Curnier Jardin ha invitato un gruppo di prostitute colombiane che vivono a Roma a disegnare momenti del proprio lavoro, per essere poi pagate il corrispettivo del loro lavoro per la produzione di una mostra. Il ricavato della vendita di queste opere sarà diviso tra i soci della cooperativa. Membri di Feel Good Cooperative: Alexandra Lopez, Serena Olcuire, Pauline Curnier Jardin, Andrea, Alexandra Mapuchina, Gilda Star, Giuliana.
Il Feel Good Cooperative ha esposto a livello internazionale a: Villa Medici, Accademia di Francia a Roma, Italia, Fondazione Lambert per l’Arte Contemporanea, Avignone, Francia, Haus der Kulturen der Welt, Berlino, Germania, Kunstverein Braunschweig, Germania e Villa Romana a Firenze.

 

Pauline Curnier Jardin

Pauline Curnier Jardin nasce a Marsiglia, in Francia, nel 1980.

Vive e lavora a Berlino, Germania.

 

EDUCAZIONE E FORMAZIONE

2003-2006 2001-2006 2007-2011
Ecole Nationale Supérieure des Arts Décoratifs de Paris (ENSAD), FR Ecole Nationale Supérieure d’Arts de Cergy (ENSAPC), Francia
M.F.A Art & Technologies, Linköping Swedish University, Linköping, Svezia

 

MOSTRE PERSONALI

2023
Centraal Museum Utrecht, Utrecht, Paesi Bassi

 

2022
Pinksummer Contemporary Art, Genova, IT ChertLüdde, Gallery Weekend Berlin, Berlino, Germania
FRAC Corsica – Corte, Corsica, Franca
CRAC Centre Régional d’Art Contemporain – Occitanie, Sète, FR V–A–C, Mosca, Russia

 

2021
INDEX – The Swedish Contemporary Art Foundation, Stoccolma, Svezia
Fat to Ashes, Preis Der Nationalgalerie – Hamburger Bahnhof, Berlino, Germany
Waiting for Agatha, Sebastian and the rest of the holy children – Unfolding a filmic research, Section FEATURE – Ellen the Bruijne Projects presents Pauline Curnier Jardin, Art Basel, Basilea, Svizzera

 

2019
I still send you a lot of affection and I kiss you through my denture, 1646, The Hague, NL Parties sans éteindre les lumières, Fondation Ricard pour l’Art Contemporain, Parigi, Francia

 

2018
Sebastiano Blu, Tomaskerk, Amsterdam, NL (performance) Den Frie Centre of Contemporary Art, Copenhagen, Danimarca
You think you are within in me now, KRIEG, Hasselt, BE 2017 Ellen de Bruijne Projects, Amsterdam, Paesi Bassi

 

2016
Le Granit, Scène Nationale de Belfort, Belfort, FR
The Shower of Sister Bondage, Ellen de Bruijne Projects, Amsterdam, NL Blutbad Parade, Théâtre Nanterre-Amandiers, Parigi, Francia

 

2015
The Resurrection Plot, Performa 15, Pioneer Works, New York, Stati Unito d’America
Parade-Bain-de-Sang, Soirées Nomades, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi, Francia

 

2014
Mémoires Perdues, Europäische Kulturtage Karlsruhe, Karlsruhe, DE MIT List Visual Arts Center, Cambridge, Massachusetts USA
Viola Melon, Baiser Melocoton, Galerie Edouard Manet, Gennevilliers, Francia

 

2013
Art Berlin Contemporary (ABC), Berlino, Germania
Viola Melon, Baiser Melocoton, PSM Gallery, Berlino, Germania

 

2012
Crèche Vivante, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi, Francia
The Mysteries of Creation without Hands, L’Antenne, FRAC Ile-de-France, Parigi, Francia

 

MOSTRE COLLETTIVE, SCREENING E PERFORMANCES

2022

Pauline Curnier Jardin & Feel Good Cooperative – Fireflies (Lucciole), Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia
LIAF – Lofoten International Art Festival, Lofoten, NO Kunstverein Braunschweig, Braunschweig, Germania
The Villa Romana Prize 2021, Firenze, Italia

 

2021
The Villa Romana Fellows 2021, Firenze, IT Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
Pés de Barro / Feet of Clay, Galeria Municipal do Porto, Porto, Portogallo
CONTEMPORARY ART FESTIVAL Survival Kit 12, Latvian Centre for Contemporary Art, Riga, LV Open studios 2021, Villa Romana Premio, Firenze, Italia
ILLIBERAL ARTS – Haus der Kulturen der Welt (HKW), Berlino, Germania
Le Printemps de Septembre Festival, Tolosa, Francia

 

2020
Steirischer Herbst Festival, Graz, A Anticorps, Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Mythologies – The Beginning and End of Civilizations, ARoS Aarhus Art Museum, DK Manifesta 13, the European Nomadic Biennial, Marsiglia, Francia
Remember Tomorrow is the First Day of your Life, CAPC Bordeaux, Francia
Possédé.e.s, MOCO Montpellier, Francia
The Imploding Liminal Inevitable, HKW Berlin, DE ¡Viva Villa!, Collection Lambert, Avignone, Francia

 

2019
Preis der Nationalgalerie 2019, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania
YOU, Collection Lafayette Anticipations, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Paris, FR Actually, the Dead Are Not Dead, Bergen Assembly 2019, Bergen, Norvegia
Stance & Fall, Marta Herford, Herford, Germania
Momentum The Emotional Exhibition, Moss, Norvegia

 

2018
Sie ist die Zukunft (She is The Future), Kunstverein Langenhagen, Langenhagen, Germania
HOME Artist Film Weekender, HOME, Manchester, Regno Unito (screening)
Nikki Agency presents Chants of Disorder, Les Bains, Parigi, Francia
Una verdad sospechosa, Estampa Contemporary Art Fair, Feria de Madrid (IFEMA), Madrid, ES Excavating Darkness, Trafó Galéria, Budapest, Ungheria
Mademoiselle, Centre régional d’art contemporain (CRAC), Sète, Francia
Shelter a contemporary intervention, Museum Catharijneconvent, Utrecht, Paesi Bassi
Double Feature, Schirn Kunsthalle Frankfurt, Francoforte, Germania (screening)
Restless Matter, Cobra Museum of Modern Art, Amsterdam, Paesi Bassi
Circuses and Taxidermists, Sunday Narratives, Rivieria Cinema, Atene, Grecia (screening)
Tattoo Sospir, Villa Santo Sospir, Saint-Jean-Cap-Ferrat, Francia
Voici des fleurs, La Loge, Bruxelles, Belgio
A Fleshly School of Poetry, D21 Kunstraum, Lipsia, Germania
Gaia in the Anthropocene, Garage Rotterdam, Rotterdam, Paesi Bassi
Bucharest International Experimental Film Festival (BIEFF), Bucarest, Romania
Videoart Midnight, Babylon Cinema, Berlino, Germania (screening)
Affinities, or The Weight of Cinema: An Affinity for Color, National Gallery of Art, Washington DC, Stati Uniti d’America

 

2017
VIA XIV, Film Festival Internacional de Cortometrajes de Verín, Verín, Spagna

Terrestrial Records, Manifesta Foundation Offices, Amsterdam, Paesi Bassi

International Documentary Filmfestival Amsterdam (IDFA), Amsterdam, Paesi Bassi

L’Alternativa, Festival de Cinema Independent de Barcelona, Barcellona, Spagna

Winterthur International Short Film Festival, Winterthur, Svizzera
Foire Internationale d’Art Contemporain (FIAC), Paris, FR Âge d’Or Film Festival, Bruxelles, Belgio
Amours Courtoises, Galerie Sultana, Parigi, Francia
Frieze Projects 2017, Frieze London, Londra, Regno Unito (screening)
25 FPS International Experimental Film and Video Festival, Zagabria, Croazia

Re: Imagining Europe, Box Freiraum, Berlino, Germania
Les Bons Sentiments, 19e Prix, Fondation d’Entreprise Ricard, Parigi, Francia

Guanajuato International Film Festival, Guanajuato, Messico
Rolling Snowball/9, Chinese European Art Center (CEAC), Djúpivogur, Islanda

Lima Independent International Film Festival, Lima, Perù
Rolling Snowball/8, Chinese European Art Center (CEAC), Xiamen, Cina

Videoex Experimental Film & Video Festival, Zurigo, Svizzera
Beldocs International Documetary Film Festival, Belgrado, Serbia
Viva Arte Viva, Arsenale, 57th International Venice Biennale, Venezia, Italia

Scattered Disc, Futura Project, Praga, Repubblica Ceca
Independent Brussels, Bruxelles, Belgio
Hearts of Flint, Tate Modern, Londra, Regno Unito (screening)
International Film Festival Rotterdam (IFFR), Rotterdam, Paesi Bassi

 

2016
Foire Internationale d’Art Contemporain (FIAC), Parigi, Francia
RijksakademieOPEN, Rijksakademie Van Bilden den Kunsten, Amsterdam, Paesi Bassi
Berend Strink, Redifining Realness, Galerie Fons Welters, Amsterdam, Paesi Bassi
Heterotropics (with Alex 2000), Indische Buurt, Amsterdam, Paesi Bassi
Snail Nacht #Dracula, El Rincón Latin, Amsterdam, Paesi Bassi (performance)
W8 Summer Cinema, W8 Art Architects, Amsterdam, Paesi Bassi (screening)
World Breakers, Drodesera XXXVI, Centrale Fies, Drodesera, Italia
Welcome to Caveland!, Kunstenfestivaldesarts, Bruxelles, Belgio
61eme Salon de Montrouge, Montrouge, Francia
The House Looks for an Admiral to Rent, National Museum of Contemporary Art (MNAC), Bucarest, Romania

Daniel Faria + PSM, Art Cologne, Congress-Centrum Koelmesse, Colonia, Germania
Festival 100%, La Villette, Parigi, Francia
The One Minutes, Art Rotterdam, Rotterdam, Paesi Bassi
Blutbad Parade, Théâtre Nanterre-Amandiers, Parigi, Francia
Knot Knot, Flat deux, Londra, Regno Unito
Ein Schelm, wer Böses dabei denkt, Künstlerhaus Bremen, Brema, Germania

 

2015
RijksakademieOPEN, Rijksakademie Van Bilden den Kunsten, Amsterdam, NL Healing Tool, The One Minutes, Amsterdam, Paesi Bassi
The Blue Grey Wall, The Physics Room, Christchurch, Nuova Zelanda Unfold #1, Amsterdam, Paesi Bassi Bataille, Far° Fesitival des arts vivants, Nyon, Svizzera
Distrital Film Festival, Città del Messico, Messico
Radical Software, Galerie Alain Gutharc, Parigi, Fracia
Alfred Jarry Archipelago: La valse des pantins – Acte I, La Ferme du Buisson, Noisiel, FR l’Adresse du Printemps de Septembre, Toulouse, Francia
Snail Nacht #String, El Rincón Latin, Amsterdam, Paesi Bassi (performance)
Episode 16: Retro-Prospective, Code Magazine 2.0, Middlemarch, Bruxelles, Belgio
Does Not Equal, W139, Amsterdam, Paesi Bassi

 

2014
Puerta, Bilbao, Spagna (screening)
The Volume Project, 98 Weeks Gallery, Beirut, ibano
14 juillet 14 Un Extra, in collaboration with Les Vraoums, 3bisf, Aix en Provence, Francia (performance) Mémoires Perdues, Europäische Kulturtage Karlsruhe, Karlsruhe, DE Perf. – infiltrations, A Paino Noblie, Festival la Cour des Contes, Ginevra, Svizzera Nouvelles de la Kula, Centre d’arts Plastiques de Saint-Fons (Le CAP), Saint-Fons, Francia
Tout, Est Ce Que Nous Avons Toujours Voulu, Espace Khiasma, Les Lilas, Francia, São Paulo Museum of Modern (MAM), San Paolo, Brasile (screening)

 

2013
Vdrome, Artissima, Torino, Italia
Destiny: The B’s, Galerie Anne Barrault, show part of Nouvelles Vagues, Palais de Tokyo, Parigi, Francia Distrital Film Festival, Città del Messico, Messico
Vanished, Galerie Christophe Gaillard, Parigi, Francia
Marie Losier Déménage (in collaboration with Marie Losier), Soirées Nomades, Fondation Cartier pour l’art – contemporain, Parigi, Francia (performance)
Exquisite Corpse, Galerie Vallois, Parigi, Francia
Once upon a time there were two knights, Gallery Nettie Horn, Londra, Regno Unito

 

2012
Labor Berlin 1: Drifting, Haus der Kulturen der Welt (HKW), Berlino, Germania
We Gave a Party for the Gods and the Gods all Came, Galerie Arko, Nevers, Francia
The Hidden Mother, Atelier Rouart, Parigi, Francia
La Nuit des Tableaux-vivants II, Biennale de Belleville 2, Parigi, Francia
Keys to our Heart, The John Institute, in collaboration with LUX, Londra, Regno Unito and Image Movement, Berlino, Gemrania Récitatif, Soirées Nomades, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi, Francia
Les Urbaines, Théâtre Arsenic, Losanna, Svizzera
Fill this White up to the Roof!, Kaskadenkondensator, Basel, Svizzera
Coeur de Silex, La Galerie, Noisy-le-Sec, Francia

 

2011
Les Innommables grotesques, LMD galerie, Paris, FR Hantologie des colonies, Khiasma, Les Lilas, Francia
D’un autre monde, Lieu-Commun, part of Le Printemps de Septembre, Tolosa, Francia Festival Le Printemps de Septembre, Tolosa, Francia
Attempts to Get Inside the World, Lewisham Arthouse, Lewisham, Regno Unito
Blow-Up (with Natasha Rosling), Jeu de Paume (digital exhibition), Parigi, Francia
Une Chambre à Soi, Galerie Christophe Gaillard, Parigi, Francia
Vision Forum Spring Symposium, Norrköping Konstmuseet, Norköping, Svezia
Hors Pistes Film Festival, Centre Pompidou, Parigi, Francia
Figures de l’humain: l’autre e(s)t moi, Ecole Nationale d’Arts de Belfort, Belfort, FR Die Bar, HBC, Berlino, Germania

 

2010
Les Vraoums, Les Rencontres à l’echelle, Les Bancs Publics, Marseille, FR (performance) Jeune création 2010, Le Centquatre, Parigi, Francia
LOV&TVO, part of Sonja Draub solo show, Galerie Mitte im KUBO, Bremen, DE The Invisible Generation, La’s Kurbas Center, Kiev, Ucraina
Dynasty, Musée d’Art moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia
Screen Realities, IG Bildende Kunst, Vienna, Austria
The Unclassifiable Romanesco (with Catriona Shaw), Galerie Ben Kaufmann, Berlino, Germania (performance)

 

2009
Les Vraoums, RPPP, New York, Stati Uniti d’America (performance)
Les Vraoums, Le Centquatre, Parigi, Francia(performance)
Le Salon d’Alone, Laboratoires d’Aubervilliers, Parigi, Francia (performance)
Les Vraoums, Le Théâtre de la Condition des Soies, Festival d’Avignon, Avignon, Francia (performance) Les Vraoums, La Féline, Parigi, Francia (performance)
Les Vraoums, Le Théâtre 145, Grenoble, Francia (performance)
Les Vraoums, Le Regard du Cygne, Parigi, Francia (performance)
(Anti)Realism: Workshot 3, Adele C gallery, Rome, Italia
(Anti)Realism: Workshot 2, Ecole Régionnale des beaux Arts de Besancon (ERBA), Francia
Instant Video Festival, Marsiglia, Francia

 

2008
(Anti)Realism: Workshot I, Norrköping Konsthall, Norrköping, SE (Anti)Realism, University of Guangzhou, Guangzhou, Cina
Cabinet de Curiosités, Chateau du Grand Jardin, Joinville, Francia
Playtime, (with Dominique Gilliot), Le Choeur Chrysler, Bétonsalon, Parigi, Francia (performance) Meng n’Go, University of Guangzhou, Guangzhou, Cina
La carmagnole des She-Romps (with Catriona Shaw), 300M3 Art Space, Gothenburg, Svezia MyComputer (collaboration with Catriona Shaw and Goodiepal) 300m3 Art Space, Gothenburg, Svezia The White Ferals, Studio 23, Berlino, Germania
Nordic Chaud – Emoticon Workshop (with Catriona Shaw), 300M3 Art Space, Gothenburg, Svezia Les Errants de Gouttières, Studio 23, Berlino, Germania
Ah Jeanne!, Cinema le Concorde, La Roche-Sur-Yon, Francia
Ah Jeanne!, Cap 15, Marsiglia, Francia
LOV&TVO, Ausland, Berlino, Germania (performance)
LOV&TVO, Studio 23, Berlin, Germania (performance)
Les Vraoums, Club-Sandwich #8, Paris, Francia (performance)
Les Vraoums, Cap 15, Marsiglia, Francia (performance)

 

2007
Les Vraoums, Coordination des intermittents et précaires d’Île-de-France (C.I.P-I.D.F), Parigi, Francia (performance) Les Vraoums, Point Ephémère, Francia (performance)
Pressentiment, La Générale de Sèvres, Parigi, Francia
Common Ground Raumars 1997-2007, Lönnström Art Museum, Rauma, Finlandia
Private Parts: Le Hula-Hoop c’est dur pour tout le monde, Museum Glömska, Norrköping, Svezia Nordic Chaud – Emoticon Workshop (with Catriona Shaw), ART Pispala, Tampere, Finlandia
Nordic Chaud – Emoticon Workshop (with Catriona Shaw), Titanik-galleria, Turku, Finlandia
Nordic Chaud – Emoticon Workshop (with Catriona Shaw), Lönnström Art Museum, Rauma, Finlandia LOV&TVO, Glömskans Museum, Norrköping, Svezia (performance)
LOV&TVO, Titanik-galleria, Turku, Finlandia (performance)
The Palm Tree, Rauma Swimming Hall, Rauma, Finlandia
The Entertaining of the Shy in Finallyland, Rauma Art Museum, Rauma, Finlandia
Banana Children Orchestra, Rauma Art Museum, Rauma, Finlandia
LOV&TVO, Lönnström Art Museum, Rauma, Finlandia (performance)
LOV&TVO, Galleria Telakka, Tampere, Finlandia (performance)

 

2006
Paulette Pilone et son oiseau (with Constantin Alexandrakis) La Vitrine, Parigi, Francia

Nothing is heard by Joan of Arc, l’Abbaye de Maubuisson, Saint-Ouen-l’Aumône, Francia

Ah Jeanne!, l’Abbaye de Maubuisson, Saint-Ouen-l’Aumône, Francia
Nothing is heard by Joan of Arc Petahertz, Maison populaire, Montreuil, Francia
Ah Jeanne!, Petahertz, Maison populaire, Montreuil, Francia
Mouvement-Parade pour un oiseau, 27m2- collectif VACANCY, Parigi, Francia
Chapitre 3, l’Abbaye de Maubuisson, Saint-Ouen-l’Aumône, Francia
Shanghai Trends, Shanghai Biennale, Shanghai, Cina

 

2005
Revue Vertigo, cinéma l’Entrepôt, Parigi, Francia
Mouvement-Parade pour un oiseau, Volume 1,2, La Générale de Belleville, Parigi, Francia

 

2004
Travail à vendre (with Hélène Iratchet and Jan Kopp), Laboratoires d’Aubervilliers, Paris, FR Ménagerie de Verre, Festival Entrainements, Parigi, Francia
Chroniques, Chateau du Grand Jardin, Joinville, Francia

 

PREMI, FELLOWSHIP AND GRANT
2021 Awarded The Villa Romana Prize, Firenze, Italia
2019 Preis der Nationalgalerie, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania
2018 Awarded Prize Camargo Foundation, FIDlab part of FIDMarseille, Marsiglia, Francia
2018 Awarded NN Group Art Award, Art Rotterdam, Rotterdam, Paesi Bassi
2017 Laureate of 19th Prix d’entreprise Fondation Ricard, Art Contemporain, Parigi, Francia
2017 Awarded Age d’Or Prize, Age d’Or Film Festival, Bruxelles, Belgio
2017 Awarded Otto d’Ame Prize, Schermo dell’arte Film Festival, Firenxe, Italia
2017 Awarded Otra Mirada Prize, Vía XIV Festival Internacional de Curtas de Verín, Verín, Spagna

2013 Artist Grant, Centre national des arts plastiques (CNAP), Parigi, Francia
2010 Artist Grant, Goldrausch Künstlerinnenprojekt art IT, Berlino, Germania
2012 Artist Grant, Centre national des arts plastiques (CNAP), Parigi, Francia
2011-2012 Artist Grant, DRAC Ile-de-France, La Galerie Noisy-le-sec, Noisy-le-sec, Francia

 

RESIDENZE
2021 The Villa Romana Fellows, Firenze, Italia
2020 Académie de France, Villa Medici, Roma, Italia
2015-2016 Rijksakademie Van Beeldende Kunsten, Amsterdam, Paesi Bassi
2014 La Villa Arson Centre d’Art Contemporain, Nizza, Francia
2013 La Cité des Arts, Parigi, Francia
2011-2012 La Galerie Centre d’art contemporain de Noisy-le-sec, Noisey-le-sec, FR 2011 Caza d’Oro, Mas d’Azil, Francia
2009 Watermill Center, Robert Wilson’s Foundation, New-York, Stati Uniti d’America
2008 Gallery 300m3, Göteborg, Svezia
2007 Sotka, Kankaanpään Taidekoulu, Finlandia
2007 Raumars, Rauma, Finlandia

 

NOMINE
2022 Guest tutor, Akademie der Bildenden Künste Nürnberg, DE 2021 Guest tutor, Zürcher Hochschule der Künste (ZHDK), CH 2020-ongoing Tutor De Ateliers, Amsterdam, Paesi Bassi
2016-2018 Guest professor, Kunsthochschule Kassel, Kassel, DE 2017-2018 Tutor, Dutch Art Institute, Arnhem, Paesi Bassi
2017 Jury member, Diplôme National Supérieur d’Expression Plastique (DNSEP), Ecole Supérieure des – Beaux Arts de Besançon, Besançon, Francia
2016-2017 Guest tutor, Ecole des Beaux-Arts de Bordeaux, Bordeaux, Francia
2016 Jury member, Diplôme National Supérieur d’Expression Plastique (DNSEP), Ecole Nationale –
Supérieure des Beaux Arts de Lyon, Lione, Francia
2013 Instructor, Fine Art Department at Paris College of Art, Parigi, Francia

 

 

 

Tobias Putrih – Internal Affairs

COMUNICATO STAMPA

 

1° ottobre 2021 – 15 gennaio 2022
Inaugurazione: 1° ottobre, 16:00 – 21:00

 

Tobias Putrih: Mi sono reso conto che sarebbe stato complicato trasportare le opere in cartone in Italia. Sono davvero troppo fragili senza una cornice… quindi ho deciso di farle incorniciare tutte qui. Ma in particolare vorrei rivedere un poco il progetto della mostra. Ho scavato negli archivi dei giornali sloveni degli anni Cinquanta e raccolto alcune immagini. Soprattutto immagini degli anni 1950-1953, quando alcuni politici in Jugoslavia decisero di rompere i rapporti con la Russia e costruire un proprio sistema ibrido tra socialismo ed economia di mercato, che chiamarono autogestione dei lavoratori. Posso scrivere qualcosa su questo. Il titolo della mostra ora è Internal Affairs. Ma devo pensare ancora bene. La mia opera fluorescente risalente alla fine degli anni Novanta sarà il pezzo centrale della mostra. Nell’ultimo mese ho anche realizzato alcune sculture di legno che la accompagneranno, alle quali sono attaccate delle fotografie (in realtà sono lastre da stampa offset). Le lastre verranno utilizzate per stampare un “libro d’artista” di poche pagine nel formato di un giornale. Le opere in cartone saranno in più, potremmo presentarle fuori mostra. Vi mando le immagini delle opere nei prossimi giorni così possiamo sceglierle insieme. Complessivamente sono nove.

Pinksummer: Hai visto Toward a Concrete Utopia: Architecture in Yugoslavia 1948-1980 al MoMA e Architecture. Sculpture. Remembrance. The Art of Monuments of Yugoslavia 1945-1991 alla Galleria Dessa a Lubiana? Non è forse Tito che decide nel 1948 di rompere i rapporti con la Russia facendo della Jugoslavia la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia leader delle nazioni non allineate? Questo tipo di socialismo jugoslavo ha fatto sì che l’architettura modernista della Jugoslavia diventasse speciale… quando scrivi di utopia, ti riferisci a questo linguaggio astratto peculiare? L’utopia è sempre un’isola? La Jugoslavia ha qualcosa dell’isola di Huxley tra la cultura orientale e occidentale, tra NATO e URSS.

TP: Sì, Tito e gli altri hanno dovuto bloccare i rapporti con i sovietici perché avevano paura di sottrarre tutta la terra ai partigiani che avevano combattuto durante la guerra, e senza la nazionalizzazione della terra il sistema sovietico non era praticabile. Quindi successivamente Kardelj e Kidrič hanno ideato il nuovo programma sociale e economico, in qualche modo sostenuto da ingenti finanziamenti americani. Intanto Tito stava preparando lo strudel alle mele con Sophia Loren.

PS: Il 3 ottobre del 2011 la Corte Costituzionale della Slovenia ha dichiarato incostituzionale la nuova dedica di una strada di Lubiana a Josip Broz Tito, in quanto poteva essere interpretato come un riconoscimento del precedente regime non democratico e in contrasto del rispetto e della dignità umana secondo la nuova costituzione slovena. Il precedente regime e il nome di Tito in qualche modo sono stati consegnati alla storia assieme ai monumenti e alle architetture del periodo precedente presenti in Slovenia. Si trattò della prima decisione di un organo giudiziario di uno stato democratico della ex Jugoslavia sull’opera di Tito. La Jugoslavia socialista rappresentò una sorta di prospera anomalia nella mappa del mondo, scegliendo di sottrarsi alla guerra fredda e indicando una via alternativa, in qualche modo ucronica oltre che utopica ai due blocchi di potere esistenti. Il punto di partenza delle utopie è individuare un male singolo o plurimo colpevole di un assetto sociale negativo contro cui si deve porre un’alternativa e si delinea una nuova identità. La storia della Repubblica Federale Socialista della Jugoslavia costruì la sua primeva prospettiva di felicità attorno alla lotta partigiana antifascista? Fu per questo che la Jugoslavia non fece mai parte del Patto di Varsavia come dei paesi NATO? Seppure la storia sia sempre molto più complessa è possibile che la Jugoslavia di Tito rimase per sempre un paese postbellico che continuò a individuare il male nei fascismi e il bene nella liberazione dai fascismi? Fu un errore non individuare un nuovo vero nemico?

TP: Parlando appunto della cosiddetta “terza via” della Jugoslavia è necessario mettere tutto in prospettiva. Per prima cosa, dopo la guerra Tito si rese conto che non poteva andare avanti con l’idea sovietica di nazionalizzazione della terra. La terra era tutto ciò che era rimasto per i ragazzi e le ragazze che si unirono ai partigiani e combatterono dalla sua parte. La riforma agraria del 1948 fu un bicchiere mezzo pieno, lasciò Stalin arrabbiato perché le direttive sovietiche non furono seguite. Ma, d’altra parte, all’interno delle nuove riforme la questione della proprietà della terra era relativamente minore, considerando che essendo costituita da infiniti piccoli lotti, l’agricoltura diventava semplicemente non praticabile. Quindi si sono dovuti inventare qualcosa di nuovo. E questo “qualcosa di nuovo” è stato un leggero ritorno all’economia di mercato. Si è trattato di un puro esperimento, immaginato dagli intellettuali di destra di Tito, Edvard Kardelj e Milovan Đjilas. Naturalmente gli americani erano deliziati di avere dalla loro parte qualcuno come Tito in grado di colpire Stalin dritto negli occhi, così hanno pompato soldi nell’economia jugoslava e messo Tito sulla copertina delle riviste Times e Life. E, naturalmente, Tito ha giocato da entrambe le parti. Poco dopo la morte di Stalin, Krusciov si rese conto che i sovietici non potevano lasciare scivolare la Jugoslavia nelle mani degli americani, e improvvisamente il paese fu inondato di prestiti americani e sovietici. Questa è stata l’eredità principale di Tito: costruire un paese tra due superpotenze e inventare un sistema economico e sociale intermedio. Avrebbe potuto ottenere ciò se la Jugoslavia non fosse stato un luogo frammentato: religioni, lingue diverse e un’enorme differenza del livello economico tra nord e sud. Ha funzionato fino al 1968 solo perché la maggioranza credeva nell’idea di un futuro migliore. Una contadina poteva improvvisamente andare a scuola e finire l’università. L’espansione economica fino alla metà degli anni Sessanta fu a dir poco sorprendente. Come lo scrittore bosniaco-americano Aleksandar Hemon ha descritto sua madre, lei credeva nell’idea della Jugoslavia, oltre il nazionalismo, oltre l’occidente corrotto e l’oriente autocratico. Sì, Tito fu un dittatore, ma è stato lui a vincere la guerra e a dire di no a Stalin, e inoltre era uno di loro, un fabbro di un piccolo paese al confine sloveno-croato. Le foto di lui che balla con Elizabeth Taylor e prepara lo strudel con Sophia Loren non hanno nuociuto. Era un dittatore affascinante che aveva un lato oscuro, ma alla gente non importava. Quindi la Jugoslavia era qualcosa in cui lei e molte, molte persone realmente credevano. Ma poi arrivò la disillusione del 1968, dove la vecchia guardia non capiva che per tenere a bada il nazionalismo, l’idea del progresso e del costante allineamento economico e sociale era cruciale per l’esistenza del paese. Forse avete ragione sul fatto che la vecchia guardia che ha visto il mondo dalla prospettiva della guerra non l’ha lasciato andare. E da lì in poi è andata in discesa. I genitori di Hemon emigrarono in Canada dopo che si era scatenato l’inferno e la Jugoslavia era andata a pezzi. Si unirono al figlio ribelle, che dopotutto si rese conto che i suoi genitori avevano qualcosa che lui non avrebbe mai avuto – credevano in un’idea che era molto più grande dell’individuo, una convinzione che stavano costruendo una società migliore. Non importa quanto questo possa sembrare fuorviante o ingenuo dal punto di vista di oggi, ma probabilmente era piuttosto speciale.

PS: Internal Affairs è il titolo che hai dato alla tua quarta personale da Pinksummer. Riferito alla “Druga Jugoslavia”, ci ha fatto immediatamente pensare al principio di indeterminazione di Heisemberg e al fatto che è impossibile conoscere i dettagli di un sistema senza perturbarlo. Certe coppie di grandezze fisiche complementari (immagine esterna e realtà interna) non sono misurabili contemporaneamente. In questa mostra hai privilegiato gli strumenti di misurazione per determinare la posizione e la carica elettrica interna alla ex Jugoslavia in quei primi metabolici e ibridissimi anni Cinquanta. Però l’outsider non può essere prodotto dalla struttura dell’utopia, così come lo straniero non è tollerato che per brevi periodi, il tempo necessario perché possa testimoniare nell’altrove le meraviglie dell’utopia a tendenza, nel caso della ex Jugoslavia, più costruttiva che escapista. Ogni prospettiva di felicità dell’utopia, comunque, non si arena sempre sul terreno difficile dell’inclusione sociale?

TP: Il caso jugoslavo è altamente idiosincratico. Nel 1951 alcuni ex partigiani ottennero il compito di attuare il nuovo sistema di autogestione, il prudente ritorno all’economia di mercato. Non c’era un progetto su come farlo, non sapevano cosa aspettarsi o dove li avrebbe portati l’intero esperimento. Per questo tipo di passaggio all’ignoto è necessario un certo consenso all’interno della società, un certo elemento di paura, persino repressione, ma anche una speranza, un’aspettativa di vita migliore e di un futuro più luminoso. Si potrebbe dire che è un’utopia nei termini usati da Édouard Glissant: utopia come un tremore, uno stato di flusso costante. Ma la domanda che questo progetto pone è forse più orientata verso la nostalgia, la nostalgia in senso produttivo di esplorazione dei sentieri e delle potenzialità alternative della modernità. Svetlana Boym ha descritto a lungo questo riuso “moderno” del passato, a volte tormentato ma poetico, e per nulla scontato. La metafora di Viktor Shklovsky’s per questo tipo di approccio era una mossa del cavaliere degli scacchi, dove la modernità non è mai uno stato di fatto, ma una costante ripetizione di scenari di “e se”. In questo senso un oggetto diventa un indicatore di uno stato conflittuale tra paura e speranza, una linea sottile tra vuoto e appagamento, ma soprattutto un sentimento di appartenenza, di essere parte di un’esperienza comune, di un futuro più luminoso. Quando ero ancora a Lubiana ero vicino ma mai veramente parte della comunità di artisti che occupava l’ex caserma dell’esercito a Metelkova nei primi anni Novanta, dopo la caduta della Jugoslavia. Quindi per il mio progetto “1:1” a Metelkova a Lubiana nel 1999 ho avuto la libertà di porre la medesima domanda che sto facendo ora: un oggetto potrebbe riflettere una tensione “e se”? Nel caso di Metelkova mi sono concentrato su un breve periodo di transizione sociale dei primi anni Novanta, un periodo di speranza e di energia che non era destinato a durare, e infatti in parte era già crollato al momento della mia mostra nel 1999. L’oggetto in mostra era, come dite, uno strumento di misura, un oggetto estraneo che non apparteneva a quel contesto. Faceva parte di un universo “e se” parallelo. Questa mostra è una continuazione dello stesso esperimento, una iterazione che guarda indietro, si focalizza sui primi anni Cinquanta, quando l’energia era simile, forse solo più amplificata, e in entrambi i casi si trattava di un momento di spaccatura che ha prodotto un enorme sforzo collettivo che è al centro del mio interesse. Quindi, se mi chiedete di cosa tratta questa mostra, la mia risposta potrebbe essere: è come ricostruire un momento di appartenenza. In quanto tale, è mascherato da una narrazione, in cui lo spettatore ha la possibilità di avvicinarsi e capire.

PS: Questa nuova società che credette in un futuro migliore e seppe uscire dalla sfera individuale coinvolse anche le donne: le partigiane si erano guadagnate la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia a colpi di fucile insieme agli uomini. La prima costituzione post-bellica della Jugoslavia del 1946 accordava piena cittadinanza alle donne, il diritto di voto, tutele speciali nel processo di educazione. Nel 1962 poco meno della metà dei laureati alla facoltà di architettura di Zagabria erano donne. Branka Tagik Novak progettò le prime cucine prefabbricate, Svetlana Kana Radević collaborò a Tokyo con il metabolista Kishō Kurowawa. Si credeva nella distribuzione egualitaria della ricchezza e l’attenzione per la condizione femminile era implicita. La condizione della Jugoslavia dopo la morte di Tito avvenuta nel 1980 fu, negli anni Ottanta, relativamente serena, negli anni Novanta coloro che intendevano dividere la società secondo criteri etnici e religiosi ebbero la meglio e furono perpetrati crimini efferati, come gli stupri di massa durante le guerre nei Balcani. Non credi che il capitalismo estremo in cui viviamo, in cui la ricchezza è in mano a pochi destinati a essere sempre meno non può che condurre a condizioni divisive, anche di genere, e a una visione tetra del futuro? Non credi che una distribuzione più egualitaria della ricchezza possa essere foriera di visioni più radiose del futuro, al di là di ogni senso di appartenenza a una specifica comunità?

TP: Il fatto è che la Jugoslavia si è sforzata di essere una società egualitaria, ma il problema e una delle cause della sua eventuale caduta è stato proprio il mancato raggiungimento di questo obiettivo. Analogamente all’Italia, il divario di reddito e produttività tra nord e sud era enorme negli anni Cinquanta, e in un paese etnicamente e religiosamente diviso, questo era un problema talmente difficile da risolvere che alla fine ha creato risentimenti da entrambe le parti. Quindi, da una parte si può dire che il sistema ha creato una classe media relativamente egualitaria, ma l’esistenza della classe media era un lavoro in corso, perché l’industrializzazione del paese era molto irregolare. Guardandola da una prospettiva più ampia, queste aperture, questi stati di “tremito”, sono il più delle volte innescati da un evento traumatico. In Jugoslavia sono stati la Seconda guerra mondiale e poi il crollo del paese nei primi anni Novanta. Non sono sicuro se tali punti di frenata che potrebbero bilanciare la società verso l’egualitarismo possano essere il risultato di una politica o di una volontà politica. Si tratta di una forza molto più cruda, dal basso verso l’alto, necessaria per un tale cambiamento sismico. Forse oggi, durante la spinta del globalismo verso l’uniformità, il compito di un produttore culturale è quello di coltivare uno stato disorientante di diversità, una catena infinita di scenari “e se”, di re-immaginare e ricostruire lo stato di trauma e speranza, di ricordarci che esistono diverse modalità di convivenza, e mantenerci sani.

Mark Dion – By the Sea

 

 

COMUNICATO STAMPA

MARK DION – By the Sea

Pinksummer goes to Palazzo Pallavicino Cambiaso – Via Garibaldi 1, Genova

03.06.2021 – 25.09.2021

Opening: 03.06.2021 – h 16.30 – 21.30

Pinksummer: Essendo che il linguaggio produce senso e genera significato, credi che abolendo la parola razza, soprattutto dal vocabolario delle costituzioni su cui vengono improntate le leggi degli stati e delle nazioni, ciò potrebbe scoraggiare gli atteggiamenti discriminatori tipici del razzismo?
Seppure da Ippocrate al XVIII la parola razza sia stata più o meno usata in modo interscambiabile con il termine specie, adesso sappiamo che a differenza della specie, la razza non è una categoria tassonomica, ma un costrutto sociale biologicamente sfocato basato su un raggruppamento fenotipico privo di significato zoologico, a prescindere dalla specie di riferimento, che sia quella umana (Homo sapiens) o di qualsivoglia altra specie appartenente al regno animale. Nominare non è in sé la prima forma di classificazione e in questo senso non implica la possibilità di pensare esclusivamente il proprio pensiero? In che rapporto stanno le parole e le cose nella tua opera?

Mark Dion: Domanda interessante. Non sono un esperto di storia costituzionale o del concetto di razza, tuttavia ho imparato almeno un po’ da studiosi della storia della scienza e dell’evoluzione come Stephan Jay Gould (in particolare in Intelligenza e pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo), Cary Wolfe e Donna Haraway, circa la storia cupa del “razzismo scientifico”.
Per quanto so, il termine razza è usato nel linguaggio costituzionale in modo da proteggere i diritti di tutti, indipendentemente dalla razza. Si tende a usarlo per rimarcare coloro che hanno sofferto storicamente della discriminazione, così come accade per il termine sesso o orientamento sessuale.
Forse dovrebbe / potrebbe essere eliminato, giacché la protezione dei diritti di tutte le persone, potrebbe in realtà significare veramente tutti.
Come dici, razza non è realmente un termine biologico ma di natura culturale, che ha una lunga storia di malizia, dalla dominazione e discriminazione, allo sterminio totale. Fino alla prima metà del secolo scorso c’era un feroce tentativo di qualificare la razza come qualcosa di simile alla specie. La teoria della razza si è mimetizzata come una forma di biologia evoluzionistica. Ho una grande collezione di libri di biologia dell’inizio del XX secolo che si sforzano di inquadrare la razza come se si trattasse di questioni biologiche di specie separate nel modo più spaventoso e fraudolento. Penso che la maggior parte del mio lavoro sia un tentativo di guardare la storia della scienza e della classificazione e sottolinearne i momenti in cui l’ideologia, la pseudoscienza e gli agenti sociali permeano la scienza borghese. Il linguaggio, come dici, può essere la prima causa di questo inquinamento. Il corpo di lavori che sto presentando attualmente è, naturalmente, carico di attacchi diretti al linguaggio e alla significazione, dato che nei disegni, mascherati da tabelle informative, c’è un’apparenza logica veramente esigua.

PS: L’illuminismo portò poco dopo la presa della Bastiglia nel 1789 alla dichiarazione dei diritti dell’uomo, in cui donne e schiavi non erano implicitamente ammessi, ma nemmeno esplicitamente esclusi e nell’ambito delle antropologie sensistiche in quel tempo s’incominciò a ritenere anche inammissibile la cesura netta tra i diritti degli umani e dei non umani, degli animali. Jeremy Bentham fondatore dell’utilitarismo propose un’impostazione etica volta a minimizzare la sofferenza degli esseri senzienti. Secondo l’attivismo politico antispecista l’invenzione del concetto di specie è fondamentale per pensarsi come altro dall’animale. Lo sfruttamento dell’animalità rimanda al neolitico, alla nascita delle società agricole stanziali e coincide anche con l’inizio dello schiavismo. Per uscire dal dominio antropocentrico rispetto ai non umani senzienti, la domanda che ci si deve porre, per gli antispecisti, è non se possono parlare o se possono ragionare, ma se possono soffrire. Credi che l’intelligenza peculiare degli umani possa rimanere un parametro per determinare il valore delle altre specie zoologiche?

MD: Un problema fondamentale, naturalmente, è che noi tendiamo a inquadrare la discussione come umani da una parte e animali dall’altra. La parole “animale” è dannatamente inutile. Si riferisce a tutto, dai protozoi ai coralli, dai colibrì agli orangotango. Non c’è molto spazio per la differenziazione. Chiaramente, quando parliamo di animali, abbiamo bisogno di esprimere che c’è un mondo di differenze tra un serpente di mare e una balena assassina, tra un lupo e un grillo. Ci sono numerosi animali che condividono una forma di cognizione notevolmente simile alla nostra, inclusa una complessa struttura sociale. Non avrei nessun problema a includerli nel concetto di persona, con tutti i diritti e le protezioni che ne conseguono. Il problema di come gli umani immaginano il proprio posto nel mondo, rimanda alla formazione dell’idea più perniciosa e persistente della tradizione occidentale – la grande catena dell’essere o scala naturale. Il concetto che permane dal periodo classico fino a tutto il XIX secolo (e ovviamente trova espressione oggi), stabilisce la gerarchia e il senso dell’umano come l’apice del mondo naturale.
Penso molto a come la nostra cultura si sia evoluta come un rifiuto diretto dell’animalità, che dovrebbe includere la morte, il sesso, mangiare, invecchiare e espellere gli scarti. Il terrore della nostra mortalità ha molto a che fare con l’estinzione degli esseri con i quali condividiamo il pianeta. È indicativo il fatto che usiamo la parola “animale” come insulto.

PS: ll capitalismo potrebbe essere il modo in cui l’Homo sapiens ha espresso l’antropocentrismo ai danni del pianeta e della diversità. In questo senso il post-umano dell’etica inter-specista potrebbe mai svilupparsi dentro a un sistema capitalista la cui plasticità paradossale è quella di trarre vantaggio anche dal veganismo etico?

MD: Per quanto creda veramente che il capitalismo e il colonialismo siano stati i fattori storici più distruttivi per l’ambiente e la biodiversità del mondo, non penso che il capitalismo sia l’unica espressione del mondo informato dall’antropocentrismo. Sicuramente nella tradizione occidentale, come in numerose altre, la dominazione, il degrado e la distruzione dei luoghi e degli organismi naturali precedono il capitalismo. Tuttavia sono totalmente d’accordo che un genere di mondo dove un’etica post-umana e inter-specista o anche un luogo che valorizzi le cose e i luoghi selvatici per il loro essere intrinseco, non possono essere promossi dai valori del capitalismo che afferma che il benessere è generato dalla conversione delle risorse naturali.

PS: Parlaci del tuo ambientalismo reso ancora più radicale oltre che dall’utilizzo immaginifico delle categorie tassonomiche maneggiate con disinvoltura, dal tratto intelligibile dei tuoi disegni, dall’estetica garbata dei tuoi “cabinets” e da quello che è stato definito nel tuo lavoro il vuoto di distinzione storica rispetto ai reperti, in genere artificialia, che raccogli e ordini. Tutto rimanda all’hic et nunc: i tuoi reperti accuratamente disposti nell’indifferenziazione storica sembrano sovvertire intimamente quegli stessi standard di catalogazione museale positiva o positivista a cui ti rifai. La storia intesa come progresso lineare è deflagrata e con essa non dovrebbe estinguersi ogni illusione deterministica circa i futuri?

MD: Ci sono molti modi per essere un artista e pensatore ambientalista. Quando penso all’arte a servizio dell’ambiente e all’arte come parte di una costruzione progressiva della natura, sento che la situazione richiede “tutto l’equipaggio in coperta”. Il mio ruolo come artista è interrogare la storia delle idee e degli oggetti nel tentativo di capire come noi, come società, siamo evoluti in una relazione suicida rispetto al mondo naturale. Questa è la mia posizione circa il pensiero critico e la manifestazione di una nuova cultura della natura.
Comunque penso anche che una delle cose più importanti del ruolo degli artisti sia quello di nutrire e stimolare l’amore per la giustizia ambientale, cose selvagge e posti selvaggi, e non intendo solo luoghi incontaminati. Alla fine le persone salveranno soltanto ciò che amano, e ameranno solo ciò che incontreranno, conosceranno e di cui faranno esperienza. È questa cultura progressiva della natura che difendo. Prosperare richiederà la partecipazione di un’ampia varietà di artisti visivi – da quelli che fanno belle fotografie e fanno film squisiti sul mondo naturale, a quelli che lavorano con ingegneri e scienziati per trovare soluzioni pratiche ai problemi ecologici, a quelli che condannano la distruzione e l’avidità, a quelli che immaginano un altro mondo. Ognuno di noi avrà il proprio compito da svolgere. Il mio posto è quello di interrogare la storia delle idee nella tradizione espositiva della storia naturale, ma anche costruire lavori e spazi per incoraggiare interazioni fruttuose con le comunità bioniche.

PS: Per cancellare le migliaia di specie botaniche e zoologiche che ogni anno scompaiono dalla faccia della terra per qualche azione dell’uomo si è mantenuta la nomenclatura binomiale dei due ultimi taxa del metodo tassonomico di Linneo: genere specie in latino e corsivo? Non è struggente pensare a una catalogazione del mondo naturale di segno negativo?

MD: La gente spesso fraintende la mia critica alla tassonomia come una guerra alle metodologie scientifiche, mentre non è questo il senso. Dovremmo, invece, essere vigili circa le metodologie di influenza delle agende sociali, questo campo è uno strumento eccezionalmente valido per la nostra comprensione del mondo. La sistemica è un modo di tracciare le relazioni evoluzionistiche e, pur essendo un sistema artificiale, è una struttura che ci aiuta a comprendere e quantificare la biodiversità. Anche se la classificazione scientifica potrebbe essere nata come imposizione del pensiero gerarchico e come modo per comprendere il lavoro e i metodi del dio cristiano, si è trasformata in una disciplina essenziale per illuminare la complessità dell’evoluzione.
Il pathos a cui fai riferimento è qualcosa su cui ho lavorato a lungo (dalla fine degli anni Ottanta) – considerando che il periodo moderno si trova a cavallo tra la lista delle piante e degli animali “scoperti”, seguita dalla lista delle specie che si estinguono. Naturalmente, senza l’identificazione sistematica degli organismi, non avremmo la minima idea di cosa stiamo perdendo.

PS: Si dice che i collezionisti siano gli uomini/donne più passionali del mondo. Il tuo lavoro implicata sicuramente il raccogliere e l’ordinare in modo rigoroso, la classificazione è il terreno in cui si manifesta la tua libertà ascientifica di artista, ammesso che si possa definire in modo proprio tale attitudine alla libertà, rispetto all’azione classificatoria. Nella tua opera è l’oggetto ad avere un ruolo guida o è il sistema atto a contenerlo?

MD: Ordinare una collezione è incredibilmente simile alla pratica curatoriale che trovo quasi indistinguibile dallo stesso fare arte. Mentre spesso determino un ambito organizzativo prima di iniziare a collezionare, questo non può essere eccessivamente rigido, dato che il metodo deve essere in dialogo con gli oggetti stessi. Ci sono indubbiamente delle volte in cui un oggetto o una serie di cose sono già così singolari che l’intero ambito deve essere alterato per accoglierli.
Come dici, i miei modi di ordinare sono spesso ascientifici. In più evito la ricapitolazione di tropi organizzativi standard come la cronologia, le differenze regionali, i caratteri tassonomici, la funzione e forma o le operazioni casuali o fortuite. Per quanto problematica possa essere, la wunderkammer offre una gamma di principi di ordine allegorici che precedono l’Illuminismo e che possono essere espressivamente liberatori.

PS: Cosa presenterai da Pinksummer per la tua prima personale in galleria dal titolo By the Sea?

MD: Questa mostra è particolarmente eccitante per me poiché la gran parte del lavoro è il risultato del recente periodo di lockdown. La maggior parte del mio lavoro si basa su un’interazione con il luogo. Rispondo al luogo dove i progetti sono situati, ricerco, esploro e lascio che sia il posto a dirmi cosa fare. Improvvisamente, non ho avuto un luogo, un team, un budget, niente della mia normale struttura metodologica. Invece di rimanere paralizzato mi sono ricordato che sono un artista, e che non ho bisogno di molto di più di una matita, inchiostro e carta. Così gran parte dei lavori in mostra sono disegni e carte fatte in questo periodo.
Il disegno è stato a lungo un aspetto essenziale della mia pratica, ma in passato un grande disegno per me sarebbe stato di 30 x 40 cm. Questi nuovi lavori sono spesso molto grandi. È stato un momento importante per adattarmi e spingermi oltre la mia convenzionale gamma di espressione. La maggior parte dei lavori nella mostra sono in relazione alla questione della salute degli oceani e della biodiversità marina. È stato un punto centrale del mio lavoro per un po’ di tempo, ma ha anche molto a che vedere con la relazione di Genova con il mare. La mia città natale, New Bedford, Massachusetts, è anch’essa un duro porto industriale e una città di pescatori. Sento un’affinità con Genova basata sulla mia esperienza formativa di abitante di una città portuale. Parte di questa mostra arriva da un’infinità di problemi e sfide che le città affacciate sul mare affrontano.
Il lavoro relativo agli oceani non può fare a meno di essere in qualche modo malinconico considerando che ci sono così poche notizie positive che emergono dagli ambienti marini. Uno dei soli modi di rendere un lavoro come questo sopportabile è quello di impiegare umorismo, mestiere e complessità nel DNA critico dei lavori stessi.

 

Si ringraziano The Black Bag e Genova Cleaners per l’aiuto nella raccolta dei detriti plastici che il mare restituisce alle spiagge.

 

Luca Trevisani – In Bocca

 

PC Giulio Boem

PC Giulio Boem

PC Giulio Boem

PC Giulio Boem

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

PC Alice Moschin

 

Luca Trevisani – In bocca

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

Pinksummer: Talvolta si ha come l’impressione che il cibo, seppure solo in Occidente, sia diventato lo sfondo effimero degli assetti patologici sociali. Come se di fronte all’eccesso e allo spreco degli alimenti si tendesse a investire meno sulla sostanza e più nella forma. Il cibo si assaggia, si degusta, non si mangia: la fame, intesa come necessità, appare anacronistica, se non proprio volgare. Ti abbiamo sentito dire che la dieta è una scultura sociale e, in questo senso, quanto la tua dieta è stata informata dalla scelta di trasformare gli avanzi delle tue pietanze, nei paesaggi fatati delle carte che presenterai per la tua quarta personale da Pinksummer dal titolo In Bocca? E quanto in questa mostra, ci riferiamo soprattutto agli still life reliquario, riguarda il recupero della sacralità del cibo?

 

Luca Trevisani: La nostra dieta – qualsiasi essa sia – è una vera e propria scultura, è un processo di formalizzazione del mondo, una messa in forma delle sue energie, operata tramite scelte di gusto, appartenenza, e ideologia. La dieta è un gesto di controllo del corpo che disegna economie, alleanze, società e paesaggi. Ogni opera d’arte è una rappresentazione in scala della realtà, un modo per mettere a posto le cose, fare ordine, ricordarci le gerarchie. Lavorare con quel che mangiamo, con quel che ci mantiene in vita, è un’operazione politica, perché ci ricorda che la nostra identità è costruzione in divenire, un coagulo incerto di materia e narrazioni.

Lavorare in cucina non è un revival dalle provocazioni futuriste, o dei rituali di Gordon Matta-Clark: il nocciolo della questione non è coinvolgere il cibo come eclettica materia prima, ma agire sul cibo in quanto collante collettivo, storia materiale, precipitato sociale, scrittura biologica. Non si tratta di fare una scultura col cibo, ma di fare del cibo scultura, monumento, esperienza, riconoscerne la saggezza e celebrarne il potere. Mi definisco scultore, come ben sapete, perché assaggio la materia, e perché tento di raccontare a mio modo le storie che ci attraversano: hardware e software, si direbbe in inglese. Il sapere materiale e le narrazioni con cui lo organizziamo. Una cosa bella della materia è che è vecchia, antica, ancestrale, ci obbliga a un bagno di umiltà, è un ottimo antidoto al noioso mondo dell’egomania sociale. Abitiamo un presente costantemente acceso, in cui dobbiamo farci trovare sempre aggiornati, accelerati, scattosi, pronti a reazioni istantanee, a sfoderare opinioni su qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Ecco, la mia reazione è quella di guardare al ciclo delle stagioni, di tornare a studiare un ritmo biologico differente, ma senza esser nostalgici o ingenui. Voglio trasformare la fragilità biologica del cibo in un laboratorio materico innovativo, in una fantasmagoria ludica, ma anche etica, e politica.

Alcuni mesi fa ho iniziato a svuotare e seccare frutta e verdure di stagione, per farne delle ciotole di tempo, delle reliquie magiche, che trasformavano l’umido in secco, e il molle in eterno. Inizialmente pensavo fossero degli oggetti docili, anche teneri, e buffi, ma man mano che il tempo passava mi rendevo conto della loro violenza.  Dopo qualche tempo, ho iniziato a conservare gli avanzi dei miei pasti, come per ringraziare quel che mi sfama. L’acido dei limoni, e il loro inchiostro simpatico ha fatto il resto, componendo questi mandala di carta. Questa mostra è fatta da due serie di lavori che nascondono sotto panni decorativi un’energia dissacrante e disperata. Sono fossili, perché il fossile, a pensarci bene, è un grumo di materia mal digerita, mai assimilata, vomitata nel mondo. Queste sculture sono un messaggio analogico irriverente, ci ricordano che nessun corpo è neutro.

I fossili minano qualsiasi idea di autore, nel loro mondo non ci sono invenzioni, ma solo scoperte, ibridazioni e sincretismo, la loro scrittura procede per impollinazione, sono il risultato di un metabolismo collettivo. A me intessano i materiali, più che le forme, e tento di stuzzicarli per liberare la loro voce, di stanarli per mostrare la loro saggezza, di farli suonare per sentire quanto conformista e limitato sia il nostro modo di guardare e pensare il mondo.

 

PS: Si dice che gli animali si nutrano e solo l’uomo in quanto animale eminentemente simbolico mangi e, addirittura in questo senso, si potrebbe trasformare il cartesiano cogito ergo sum in edo (dal verbo latino edere/divorare) ergo sum, nel senso che il cibo è una forma di iniziazione al sapere perché l’uomo mangiando pensa agli alimenti. La crisi sembra che spinga le persone ad affollare i ristoranti e tu hai definito questa tendenza una sorta di scrittura isterica, non è un caso che molta disperazione contemporanea si trasmuti in anoressia, in bulimia nervosa e in altri ambiti sociali in obesità. Non credi che in questa società della tavola il cibo tenda a divorare ogni forma di complessità, fino ad appiattire anche il paesaggio urbano sulla gastromania?

 

LT: La nostra conoscenza del mondo passa attraverso i sensi, e avviene nella manipolazione diretta delle cose: mangiare digerire espellere trattenere sono solo alcuni momenti della ruota della metamorfosi, che è sempre in moto. In un mondo ossessionato dal puro e dal certo, abbiamo bisogno di nutrire processi altamente energetici, per trovare la forza per essere curiosi.

A me appassiona la materia come nutrimento, non il cibo dalla cultura mainstream, che in pochi anni ha trasformato un rito di convivenza in un feticismo vuoto e aggressivo, in uno status symbol da conquistare e esibire. Il mondo del cibo per come viene raccontato e vissuto è un tristissimo laboratorio steroideo, dove le nostre identità sono definite in base a parametri da positivismo ingenuo e tossico, è un incubo prestazionale senza alcuna allegria, dove l’unica fame è quella di successo, e a lievitare deve essere la nostra posizione sociale. In tutto questo turbine nevrastenico di doveri sociali e cucina performativa che fine ha fatto la curiosità? La curiosità per me è tutto: è un lavoro costante, né leggero né innocente, né necessariamente pacifico, ma dalla ricompensa assicurata. Essere curiosi non è una festa, o un atto giocoso, infantile o colorato; essere curiosi è una dipendenza, che obbliga a essere aperti al mondo, a mettere in discussione le proprie convinzioni e i propri equilibri, per cercare soluzioni a problemi che non sappiamo ancora di avere. È come fare opere d’arte fingendo di non averle fatte, ma di averle trovate, come un fossile scoperto nel cuore di una montagna, magari fatto di frutta essiccata …

 

PS: Ludwig Feuerbach le cui idee influenzarono Engels e Marx affermava “Der Mensch ist, was er isst”, “l’uomo è ciò che mangia”, frase che nella lingua tedesca gioca sulla somiglianza della terza persona singolare del verbo essere e del verbo mangiare. Il materialismo radicale di Feuerbach si schierò contro ogni filosofia che negasse l’unità psicofisica dell’uomo, arrivando a affermare che noi coincidiamo con ciò che ingeriamo. D’altra parte, ai tempi, siamo intorno alle metà del XIX secolo, esistevano seri problemi di sussistenza, pertanto Feuerbach disse che la fame non abbatte solo il vigore fisico, ma priva l’uomo della sua capacità di pensare e dunque della sua umanità. Sosteneva che alla base del perfezionamento della cultura c’è una buona alimentazione e che per cambiare un popolo bisogna cambiare le sue condizioni materiali. Adesso, seppur in Europa fame e carestie sembrino domate, la politica agricola comunitaria PAC, istituita nel 1962, assorbe circa il 40% del bilancio totale UE e tende a facilitare ancora i grandi latifondisti che si oppongono al cosiddetto green new deal andando a incidere sulla qualità dei prodotti dell’industria agroalimentare rispetto all’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, che impattano fortemente sull’ambiente e sulla qualità delle nostre abitudini alimentari. Per ricondurci a una lettura che ci hai consigliato, il pane selvaggio, il pane alloppiato, di cui tratta Camporesi, che induceva il popolo a vagheggiare quiete cuccagne artificiali, ha assunto sembianze più subdole e zuccherose, un po’ come le guerre? I cibi si trasformano, come gli avanzi e i fossili alimentari delle tue opere, anche in sentimento?

 

LT: Negli anni di Weimar, dal 1919 al 1922, un pervasivo odore di aglio riempiva gli spazi della mensa del Bauhaus, e i corpi degli studenti che vi mangiavano. Alma Mahler, la moglie di Walter Gropius, da buon asceta quale era, trovava quell’odore semplicemente intollerabile.

Secondo Bernd Wedemeyer-Kolwe il Bauhaus fu la prima scuola d’arte a contenere la ginnastica ritmica nei suoi corsi. Ecco, fu anche la prima in cui venne introdotto un rigido disegno alimentare, regolato da Georg Muche e ideato da Johannes Itten, secondo le regole della dottrina mazdazista.

Ispirato allo Zoroastrismo, il programma implicava un rigido vegetarismo, imponendo una dieta rigorosa fatta di cereali e noci, succhi e verdure, senza disdegnare l’uso di potenti lassativi. Tra le lezioni e i rituali, Itten persuadeva gli studenti a concentrarsi alla depurazione dei loro corpi, con lo scopo di raggiungere una forma di pulizia intestinale per equilibrare il corpo individuale e influire su quello spirituale, parte di un’esperienza comunitaria condivisa e vincolante. Ecco, Tu mi chiedi del cibo come sentimento, e io ti rispondo con l’amaro calice dell’utopia…

Una storia tra le tante per ricordarci come il corpo e il cibo siano impegnati in un duello senza fine, quello tra la percezione della tecnologia come strumento evolutivo e la sensazione perturbante di essere abitati e definiti da un corpo estraneo. Credo nel potere cognitivo dell’arte e della scultura, ma soprattutto nel potere conoscitivo della cucina, come forma di sapere democratico che si esercita dal basso, come lente d’ingrandimento per capire, e per decidere, l’animale che vogliamo essere.

 

 

PS: L’insorgere di malattie di rilevanza epidemiologica si inserisce sempre in un determinato sfondo sociale-antropologico. Carol Gilligan In a Different Voice, afferma che le malattie psichiche della donna sono state fraintese perché il modello di lettura alla base è quello maschile. A proposito di costruzioni di identità attraverso la ridefinizione della dieta, l’anoressia determinata dal volontario affamarsi rischiando la vita si è diffusa nella seconda metà del XX secolo e ha preso il posto dell’isteria dell’Ottocento come patologia essenzialmente femminile. L’anoressia colpisce soprattutto femmine adolescenti, benestanti, bianche e occidentali. Rudolph M. Bell in La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal medioevo a oggi, ha gettato un ponte tra l’anoressia delle mistiche nel medioevo e l’anoressia nervosa contemporanea. È difficile ricondurre al malfunzionamento dell’ipofisi gli ascetici digiuni di sante come Caterina da Siena e altre che tra il 1300 e il 1500 furono affette da patologie alimentari, che lo studioso riconduce alla lotta per l’autonomia identitaria e alla conquista dei diritti in una società patriarcale, attuata interrompendo il meccanismo vitale dell’alimentazione e ripudiando di fatto la fisicità. In questa luce le sante anoressiche del medioevo paiono circondate da un’aura femminista. Sia le sante nel medioevo che le ragazze contemporanee che inseguono la magrezza lanciata da Twiggy negli anni ’70, perseguono ideali ben accolti dal proprio tempo. Con la Controriforma che tacciò di eresia le patologie alimentari delle ascetiche, la pratica del digiuno estremo tra le sante è andata via via scomparendo. Il cibo talvolta invece di essere democratico mezzo di coesione diventa elemento di dispersione e gioca ancora un ruolo principale nella differenziazione tra i generi maschile e femminile. La cucina intanto ancora oggi è più territorio femminile, mentre l’alta cucina con la sua tendenza a de-sostanzializzare, eterizzare, estetizzare e infine a miniaturizzare le porzioni è prevalentemente maschile. Esisterà mai un orizzonte alimentare coesivo e comune e eventualmente come sapremo riconoscerlo?

 

LT: Penso alla Regola monacale, alla comunità monastica che condivide il silenzio, il teatro di verdura del chiostro, e la prassi quotidiana. Senza regole non viviamo, è come giocare a tennis senza rete, non c’è né capo né coda. Se il cibo è trionfo di messi e libagioni senza pudore né direzione, allora io propongo la povertà francescana, che lotta per un solo unico diritto, quello di non avere diritti, e che si posiziona al di là del controllo politico, nella metafisica. La povertà non come privazione, ma come sapere frugale, la capacità di riconoscere il necessario.

 

PS: I lavori che andranno a informare la mostra In Bocca, sembrano rimandare alla necessità del passaggio da una posizione ego a una posizione eco: muovendo dal cibo, riconducono all’idea dell’economia circolare della vita, che a differenza dello sviluppo economico produttivo lineare dell’antropocene, è inclusivo, non produce scarti di sorta che si tratti di materiali, piuttosto che di marginalizzazione di capitale umano e sociale. Gli scarti produttivi dell’economia lineare sono indigeribili: non possono essere gettati e smaltiti, ma solo spostati un poco più lontano nel pianeta. Il cibo ha cambiato la biomassa della Terra, se pensiamo che il 60% dei mammiferi presenti sul pianeta sono animali allevati per essere cibo, il 36% è costituito dagli umani e solo il 4% sono specie selvatiche. Oltre a sussurrarci con garbo che nessun corpo è neutro, fossili e avanzi indigesti di In Bocca indicano l’urgenza dell’approccio ecologico integrale e anche della solidarietà o meglio della pietas?

 

LT: La cucina esiste per mantenere il fuoco, e quindi il rito. Queste mie ricette sono terapeutiche ma non perché vogliono lenire, ma per tenere aperte le ferite, non si propongono di cauterizzare il nostro io, ma di scucire ogni sua difesa. Altari alla fragilità, vanitas, memento mori, natura morta, chiamiamole come volete, il genere è quello. Sono l’immagine perfetta del nostro inciampare in un mistero, un’immagine dal corpo solido ma dall’anima liquida, sfuggente ma non svanente, che resta come un monito senza tempo. Il cibo è il collante tra il nostro corpo e il paesaggio tutto, mangiare esorcizza la paura dell’eterno, i lavori che metto In Bocca interrogano quel che accade alla materia quando questa si separa dalla nozione d’individuo, alla fine dell’io, oltre il sogno narcisista, quando quel che siamo va dove mai sapremo.

 

PS: La tua arte è connotata da sempre dal tentativo di fissazione perenne del deperibile. Si tratta di una sorta di ripudio del trascorrere del tempo o di fascinazione rispetto all’eternità?

 

LT: È un po’ come l’acqua, che incarna l’idea del moto perpetuo, una continua ridefinizione del tutto. L’alchimia è un inno alla porosità delle cose, è fiducia olistica, è teoria del Tutto, riconoscere che tutto è dappertutto. Reagire al culto del sé con la sospensione dell’io, il poco controllo, la bellezza dell’inesperienza, il mistero.

Si dice che Henri Bergson ritenesse che la nostra coscienza non si trovasse nel corpo, ma che questa esistesse al di fuori di noi, e prima di noi, là, fuori, dispersa nel mondo. Ecco che il cervello si faceva stazione ricevente; la mente non era radicata in noi come una pianta coriacea, ma piuttosto un’attenta antenna capace di captare vibrazioni, una radiolina che ascolta segnali che ci preesistono, insomma, e non un megafono sicuro di sé che bla bla bla tutto il tempo. Gli alchimisti si arrendono alle facoltà narcotiche della materia, sono golosi cultori della metamorfosi, e quindi del divenire incessante delle identità. In un mondo ossessionato dal puro e dal certo, dal clinico e dal certo, serve guardare a procedimenti energetici e improbabili come l’alchimia, trovarvi la forza per ignorare le interdizioni e i tabù. Occorre però oculatezza: dell’alchimia non adottiate la vulgata spiritualista e sempliciotta, ma la sinestesia, la fusione dei sensi, la fiducia disperata.

Ripensate il trapianto, l’innesto, la mutazione, rubate i gesti al botanico irrequieto, e utilizzateli per dar vita a immagini, sculture, azioni. Sono questi metodi e strade che distorcono e sublimano la nostra idea di ricerca scientifica, e la traghettano in pratica artistica, in favola visiva, in libertà.

Libri Luca Trevisani

Luca Trevisani
Walking Loaves
Pagine: 230
Anno: 2023
Lingua: Italiano
Nero
ISBN: 978-88-8056-192-7

disponibile online

Luca Trevisani
Via Roma 398. Palermo
Pagine: 151

Anno: 2018
Lingua: Inglese
Humboldt Books
ISBN: 978-88-99385-47-7

disponibile online

Luca Trevisani
Grand Hotel et Des Palmes

Anno: 2015
Lingua: Inglese
NERO

 

 

disponibile online

Luca Trevisani
Pagine: 319

Anno: 2014
Lingua: Inglese
Snoeck

disponibile online

Luca Trevisani
Water Ikebana. Stories About Solid and Liquid Things

Pagine: 216 pagine
Anno: 2014
Lingua: Italiano

ISBN 9788890841866

disponibile online

Luca Trevisani
Museo Carlo Zauli. Residenza d’artista. 8ª edizione Workshop di ceramica nell’arte contemporanea.
Pagine: 131

Anno: 2009
Lingua: Italiano / Inglese
Silvana Editoriale

disponibile online

Luca Trevisani
The Effort Took Its Tools
Anno: 2008
Lingua: Inglese
ISBN: 978-3-9812284-2-7

disponibile online

How to listen to the universe in a spider/web: A live concert for/by Invertebrate Rights by Tomás Saraceno

 

 

On New Year’s Eve Rome will connect all the inhabitants of Planet Earth to the Universe through “How to listen to the universe in a spider/web: A live concert for / by the Invertebrate rights”, world premiere of a new artwork by artist Tomás Saraceno.

 

The artist will explore the connections of Planet Earth with the Universe and of Human beings with Nature and the Cosmos, thanks to a new artwork that involves the public in three levels of active participation: a sound level, a visual one and a third level related to the perception of vibrations.

 

Thanks to the Gravitational Waves detected by the Virgo Antenna, active at the European Gravitational Observatory in Pisa, Saraceno elaborated a series of sounds that correspond to the phenomena that occur in space (i.e. explosions of stars, black holes, collisions…). Each sound accurately describes a cosmic event thanks to a system developed by the blind astronomer Wanda Dìaz-Merced.

 

It will be possible to listen to the concert both through the portal www.culture.roma.it and through the Arachnomancy App – for a better enjoyment of the concert it is strongly recommended to use good quality headphones.

 

The app will also be the way to experience the second perceptual level, where the sound, perceived with tact via smartphone, will be broadcasted with vibrations in the full version of the concert.

 

During the concert, the artist will invite the participants to approach, if possible, a spider/web – a recurring theme in his work – in order to share the experience of the concert with the animal: there are many similarities between the communication of the arachnoids and the diffusion of cosmic gravitational waves.

 

The third level of the experience, the visual one, will consist of a video-documentary produced by the artist that illustrates the celestial bodies from which the sounds has been taken and explains the role of spiders/webs in his research.

 

The video-documentary was developed by Tomás Saraceno in conversation with Wanda Díaz-Merced, Stavros Katsanevas, Peggy SM Hill, Costantino D’Orazio, Francesca Macrì and Claudia Sorace.

It will be visible on the portal www.culture.roma.it and on www.arachnophilia.net, and will also present the images of the light beams installed in Rome by the artist, which will be projected towards the constellations.

From the eastern quadrant of Rome, between via Tiburtina and Prenestina, from the suburbs to the historic center, on New Year’s Eve three rays will rise to the sky and will connect three significant places, chosen by Saraceno for their symbolic value, with the universe and vice versa. One will point the stars from Lake Bullicante “Sandro Pertini” at the ExSnia, a place where the city community conducts awareness-raising and research on environmental issues; one will start from the ruin of a bombed house in San Lorenzo district, symbol of the Resistance and custody of historical memory; the last one will be located on Colle Oppio, near Caritas association, where significant social commitment is implemented every day by serving meals to the poor ones.

 

 

 

CREDITS

 

How to hear the universe in a spider/web:

A live concert for/by Invertebrate Rights

by Tomás Saraceno

 

Promoted by Roma Culture

and produced by Azienda Speciale Palaexpo and Sovrintentendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaboration with Zètema Progetto Cultura.

Curated by Costantino D’Orazio with Francesca Macrì and Claudia Sorace, curators of OLTRE TUTTO.

 

Idea, composition, visuals & sounds: Tomás Saraceno.

 

With project collaborators: Wanda Díaz-Merced, Stavros Katsanevas, European Gravitational Observatory and Peggy S. M. Hill, University of Tulsa.

 

With the support of Studio Tomás Saraceno in particular Sarah Kisner, Saverio Cantoni, Marina Höxter, Irina Bogdan, Lars Behrendt, Claudia Meléndez, Manuela Mazure, Dario Lagana, Giulia Albarello, Gustavo Alonso Serafin, Lucas Mateluna, Jillian Meyer, Lugh O’Neill, Soledad Pons, Ilka Tödt and collaborators Christian Flemm and Caterina Nicolini.

 

With vibrations from the Arachnophilia community: Nephila senegalensis, Pardosa lugubris, Cyrtophora citricola, Habronattus dossenus from the Arachnophilia Archives recorded at Studio Tomás Saraceno, and Duncan Anderson, Ally Bisshop, Markus J. Buehler, Peggy S. M. Hill, Prof. Dr. Hannelore Hoch, Odysseus Klisouras, Marco Isaia, Elena Piano, Patrick Reddy, Roland Mühlethaler.

 

With vibrations from the universe: Wanda Díaz-Merced, Stavros Katsanevas, Vincenzo Napolano, European Gravitational Observatory, AGC7849 Spiral Galaxy, Solar winds, Solar storms, Cosmic Microwave background, Gravitational waves, Earth-Moon-Earth radio connections, Topography of the moon, Damian Elias, Dustin Jaschko, Advanced Composition Explorer, NASA, Giuseppe Greco, University of Urbino, Irene Fiori, Gary Hemming, Pierre Chanial, CA Muller Radio Astronomy Station, Dr. Gregory Neumann.

 

With sound processing in collaboration with Stefano Ferrari and Constantin Carstens at Paraverse Studios Berlin.

With moving images in collaboration with Matías Lix Klett, Felix von Boehm, Charlotte Jansen, Maximiliano Laina and archives from Tomás Saraceno: Quasi-social musical instrument IC 342 built by: 7000 Parawixia bistriata – six months, Museo de Arte Moderno de Buenos Aires, 2017, Particular Matter(s): Jam Session, How to entangle the universe in a spider/web?, Sounding the Air, Palais de Tokyo, 2018, Palazzo Strozzi, 2020.

 

Arachnomancy App developed with the Arachnophilia Archives together with Studio Tomás Saraceno and Ingo Randolf, Mei-Fang Liau and Abe Pazos Solatie.

With producers from Rome: Martina Merico, Sarah Parolin.

With technical director from Rome: Maria Elena Fusacchia.

With light beams hosts in Rome: Lago Bullicante, Casa della Memoria di San Lorenzo, and Caritas in Colle Oppio Park.

 

With special thanks to Antonella Berruti and Francesca Pennone of Pinksummer Contemporary Art, Genoa, and Andersen’s, Copenhagen; Ruth Benzacar, Buenos Aires; and Tanya Bonakdar, New York/Los Angeles, Verónica Fiorito and the teams from Centro Cultural Kirchner, Ministerio de Cultura de la Nación Argentina and Canal Encuentro, and to all the community members of Arachnophilia, Arachnomancy and Aerocene.

 

Courtesy the artist.

© Tomás Saraceno, 2020

 

How to hear the universe in a spider/web: A live concert for/by Invertebrate Rights is property of Tomás Saraceno. Material may not be copied, reproduced, shared, modified or in any way distributed without express written consent from Studio Tomás Saraceno.

 

 

INFO

 

There are various ways to listen to Tomás Saraceno’s “How to hear the universe in a spider / web: A live concert for / by invertebrate rights”.

 

Download the Arachnomancy app available on the Apple Store and Google Play.

 

At 10pm CET (Rome) on December 31st connect to the app, join the community of arachnophiles around the world, and find your spider / web friend, to feel the spider / web’s binaural vibrations and listen to this concert in a different way. Don’t forget to wear headphones and activate vibration mode. Feel the earth beneath your feet, listen to the song of the stars and the spider / web …

 

The concert will be available starting from 10pm CET (Rome) on December 31st also on www.culture.roma.it and www.arachnophilia.net.

 

For a better enjoyment of the concert we strongly recommend the use of good quality headphones.

 

In Rome, in the historic center and in the eastern part of the city, stay at home and look at the sky. The stars you are listening to will shine on three special places – Lake Bullicante, Casa della Memoria di San Lorenzo and Caritas del Parco di Colle Oppio – together with the terrestrial lights of three light beams.

 

The concert will be available on www.culture.roma.it and www.arachnophilia.net from 10pm (CET) on December 31, until January 3.

 

In Argentina the concert will be broadcasted on Canal Encuentro at 10pm ART (Buenos Aires).

 

Può uno spazio vuoto essere esplosivo?

Rassegna film e video

Can an empty space be explosive? is the title that we chose for the video – film programme that will happen because the rest programmed couldn’t and since we have a strange wish to do, and to do in presence, we gave the contingency a title that, although it recalls the quantum effervescence of zero-point energy, we would like the sum of this little review not to be anything, but to fill a bit the void. 

From 22 December to 16 January, with an interruption from 24 December to 6 January, the programme will be hosted in the hour of the gallery, in the main room of one or different films of the same artist, in the project room each day will be presented an artwork of the same artist. In the stairwell for the duration of the programme, a small drawing cabinet will be set up independently from the show. A maximum of four people at a time can access the exhibition.

22.12.2020 Cesare VielAndroginia – Domande d’Identità

23.12.2020 SUPERSTUDIOSupersuperficie – Atti Fondamentali

07.01.2021 Tomás SaracenoFly with Aerocene Pacha

08.01.2021 Georgina StarrAndrogynous Egg – Moment Memory Monument – Before Le Cerveau Affamé – Flesh: Six Sculptures – THEDA – The Bunny Lake Collection

09.01.2021 Bojan ŠarčevičThe breath taker is the breath giver

12.01.2021 Amy O’NeillThe Zoo Revolution

13.01.2021 Guy Ben NerSoundtrack

14.01.2021 The Icelandic Love Corporation: Aqua Maria – Water and Blood

15.01.2021 Invernomuto: Wishes of a G

16.01.2021 Koo Jeong A: CHAMNAWANA

Michael Beutler – Keep beating below 65°

Comunicato stampa

Abbiamo deciso di lasciare sospese le domande stimolate dalla lettura della corrispondenza e-mail con Michael Beutler. Michael Beutler se lo vorrà ci risponderà a mostra aperta.

Michael Beutler: L’estate è molto calda. Sto fondendo lontano dal mio studio. Non ho deciso ancora niente circa il tema della mostra. Vorrei proprio fare una grande installazione. Così non sarà una mostra di frammenti come la scorsa volta, ma un’installazione che dialoghi con l’architettura in qualche modo. In questi giorni fantastico di grandi volumi e immagino di produrre una specie di polistirolo fatto di palle di carta. È un po’ collegato a un lavoro che avevo previsto di fare per una personale a Ludwigshafen al Wilhelm Hack Museum. Ludwigshafen è la città della BASF dove tra tanta plastica producono anche polistirolo.
Immagino un grande volume che assomigli un po’ a una roccia artificiale.
L’unico problema, ma è anche la parte bella del lavoro, è il suo volume gigante…  Potrebbe essere problematico per il trasporto e per le vostre porte piccole e ovviamente anche per il magazzino. Sto anche valutando alternative, una soluzione dal volume meno ingombrante per l’installazione nella vostra galleria. Ma questa volta lì vorrei proprio un lavoro grande.
Costruirò un piccolo modello dello spazio e l’installazione e alcuni esempi di materiale così avremo tra le mani qualcosa di cui parlare.

(Pinksummer: Il tuo lavoro tende a incoraggiare nel visitatore la produzione di significati, piuttosto che il consumo di significati chiusi. Se non fossi l’autore che significato produrresti di fronte a una mostra “monolitica”, piuttosto che a una “frammentaria” del medesimo autore, vale a dire rispetto a un’unità di stille e alla coerenza tematica?).

M.B.: La base di molti dei miei lavori è l’idea di pensare alla galleria come fosse un contenitore che è stato costruito per ospitare un certo oggetto, piuttosto che considerare la galleria come pre-esistente e rispetto al lavoro. Il VASA Museum a Stoccolma è probabilmente un buon esempio per questo genere di architettura.
Detto ciò lo spazio sociale cambia a un grado altissimo. L’opera controlla il movimento delle persone. Queste si trovano in una situazione speciale, devono tenere in considerazione l’opera e comunicare tra di loro.
Un’altra parte di questa strategia è non dare la possibilità di vedere l’intero lavoro: il visitatore deve muoversi attorno per osservare, dovrà ricordare e dovrà assemblare assieme i pezzi dell’oggetto nella sua testa.
Mi è sempre piaciuto della vostra galleria il bel soffitto voltato. Vorrei proprio giocarci e penso che questa potrebbe essere l’occasione giusta.
Vediamo…
Immaginate la mostra a Portikus (Il castello di Portikus) dentro alla galleria, o una grande roccia di materiale in equilibrio sopra una parte più piccola che lasci pochissimo spazio per muoversi all’interno della galleria.
Ho pensato a ciò che devo fare per organizzare il trasporto ect…
L’intera mostra di Venezia è entrata in un solo camion. Magari funziona anche questa volta, incrociamo le dita.

(Ps: La domanda principale che le persone si pongono di fronte a una nave in bottiglia è come si è potuto inserire in uno spazio così piccolo una creazione così grande.
Sotto il profilo tecnico, a cui tu non sei mai estraneo, le navi in bottiglia possono essere costruite in due modi:

  • La tecnica antica prevedeva la costruzione del modellino fuori dalla bottiglia e la spiegatura della velatura avveniva una volta che lo scafo era stato inserito all’interno della bottiglia, attraverso fili.
  • La tecnica moderna prevede la costruzione della nave direttamente in bottiglia attraverso strumenti di precisione.

Comunque la più antica nave in bottiglia risale al 1780. Inizialmente venivano costruite da marinai, guardiani di fari, prigionieri. Erano merci di scambio nelle bettole e nei bordelli.
Gli oggetti più antichi in bottiglia erano soprattutto preghiere, croci, che la gente di mare portava in viaggio per ancorarsi a qualche certezza in forma di amuleto. La bottiglia era un semplice contenitore per proteggere il porta fortuna dalla salsedine e dall’umidità.
Le navi in bottiglia a volte assomigliano un po’ a ex voto: oggetti dati in dono a una divinità a seguito di un impegno che il richiedente assumeva affinché venisse esaudita una richiesta. L’ex voto è un ringraziamento come fosse una manifestazione tattile della preghiera.
Gli ex voto però come le navi in bottiglia sono piccoli oggetti da guardare da fuori, qui tu ci porti dentro alla bottiglia dove l’oggetto è inafferrabile e ci richiede, per essere percepito, memoria, logica e forse anche immaginazione. La tua roccia artificiale limitante è una metafora o una menzogna per citare il saggio di Harald Weinrich? E per citare Baudrillard quando la prigione non esiste più il sequestro e la reclusione possono avvenire in qualsivoglia spazio/tempo?).

M.B.: Ho strapazzato alcuni pensieri e preso alcuni appunti nel mio studio. Da questo processo ho distillato un titolo:
Keep beating below 65° (Continua a sbattere sotto i 65°)
È una lettura errata dell’etichetta di un latte d’avena in bottiglia di un bar, del cui contenuto schiumoso ho goduto stamane insieme al mio caffè. Erano istruzioni stampate sulla confezione che consigliano come rendere la schiuma del latte nel migliore dei modi.
I miei lavori si prestano ad avere dei manuali considerando che non sono l’unico a produrli. Tuttavia ho un rapporto ambiguo con i manuali. Non mi piacciono tanto le ricette.
Faccio piuttosto degli esperimenti e lavoro con ciò che c’è, apro i miei sensi al materiale che ho disponibile. Senza contare che uso anche internet per trovare informazioni su come le cose potrebbero essere fatte. Facendo ciò ho sempre la sensazione di avere sprecato il mio tempo.
Dal momento in cui ho iniziato la mia pratica circa 20 anni fa, gli strumenti per raccogliere conoscenza sono cambiati parecchio. All’inizio dovevo davvero capire da solo come piegare le maglie della rete metallica. Oggi potrei aprire una pagina web e sempre trovare qualcuno che l’abbia già fatto, e che ne ha anche fatto un filmato. Ma questo ci può aiutare? Sono ancora qui con i materiali tra le mani, semplicemente non voglio fare quello che ho visto in questi video, e non voglio ripetere un processo sapendo che perderei tutta la meraviglia della scoperta. Nessuno di questi manuali aiuta a fare arte, neanche Sol Lewitt.
Con il mio caffè tra le mani sono passato accanto a un mucchio di libri nel corridoio dove si trova la nostra libreria. Vedo un piccolo opuscolo che ho realizzato al laboratorio di ceramica Kahjiro Kaway a Kyoto durante la nostra residenza del Goethe Institut del 2018.
Sulla copertina dice “Nessuno lavora da solo”; così vero penso e immediatamente mi sembra di sapere perché sto faticando ad assemblare le mie cose. Ho fatto un’intera gamma di esperimenti e nessuno ha realmente funzionato. Ho fatto questi esperimenti per trasferire il mio lavoro ai miei aiutanti. Per razionalizzare una tecnologia fragile e riuscire a convertirla in un processo ripetibile. La riproduzione crea credibilità e stabilisce un sistema oltre all’apparenza di uno solo degli oggetti.
Sto facendo questi esperimenti pensando a come la produzione in galleria avrebbe potuto essere. Mi prefiguro sempre una situazione: i materiali sono tutti già disposti, tutti gli attrezzi sono sistemati e curati da persone indaffarate e curiose che si divertono con qualsiasi aggeggio passi loro tra le mani. Sì – “Nessuno lavora da solo” – io certamente no. Ma come fare di questi tempi. Mi piace fare questi esperimenti, devo davvero farli da solo per far lavorare i miei sensi. Ma quando effettivamente inizia la produzione allora avrò bisogno degli altri.
Il Covid 19 è ancora in circolazione e verrà affrontato solo quando lavoreremo tutti assieme.
Internet ha aiutato a diffondere l’informazione e a tenere la gente impegnata nelle loro case solitarie. Ma continua a spargere informazioni errate e molte teorie cospirazioniste. Internet mi ha dato modo di parlare con i miei studenti, ma incontrarci dopo qualche mese ci ha reso felici.
Così suppongo Keep beating below 65° perché non vogliamo che la bella schiuma collassi.
Sbattere energicamente ma con cautela, sbattere intendo.
Voglio davvero tanto incominciare il piccolo workshop in galleria che con solo 3 o 4 persone riuscirà a creare forme schiumose, che lentamente cresceranno per formare questa grande struttura che conquisterà lo spazio separandoci di nuovo l’uno dall’altro, ma che, si spera, mostrerà anche la gioia della realizzazione tutti insieme.

(Ps: Perché hai usato metafore culinarie per descrivere la progettazione della mostra? Strapazzi i pensieri come fossero uova, parli dei manuali come fossero ricettari. Non è un malinteso che tu intitoli la mostra reinterpretando le istruzioni sull’imballaggio di un latte d’avena atte a rendere la schiuma al meglio. Keep beating below 65° ci appare come una volontà:
A proposito della schiuma Roland Barthes scriveva in miti d’oggi: Quanto alla schiuma, è nota la sua significazione di lusso; prima di tutto ha un’apparenza di inutilità; in secondo luogo la sua proliferazione abbondante, facile, quasi infinita, lascia supporre nella sostanza da cui esce un germe vigoroso, un’essenza sana e potente, una grande ricchezza di elementi attivi in un piccolo volume originario; infine seconda nel consumatore un’immagine aerea della materia, un modo di contatto leggero e verticale insieme, perseguito come una felicità…. La schiuma può perfino essere segno di una certa spiritualità nella misura in cui lo spirito è ritenuto capace di ricavare tutto dal nulla, una grande superficie di effetti da un piccolo volume di cause…).

Ps: A proposito di Roland Barthes e de La morte dell’autore e anche di Foucault e del testo incipit di Suzanne Prinz della tua ultima monografia Things in Slices in che rapporto sei con l’autorialità e con l’idea di avanguardia e di capolavoro? È più importante l’autore, l’opera, la sua riproducibilità o il visitatore?

Ps: Circa il riciclo come si può distinguere un lavoro sostenibile da uno insostenibile?).

Why should not we enjoy an original relation to the universe?

 

COMUNICATO STAMPA

 

Pinksummer goes to, dopo Roma e Palermo, andrà in villeggiatura nel castello del piccolo borgo medioevale di Senarega, in alta Valbrevenna, ai piedi del monte Antola, montagna cara ai genovesi, il cui nome deriva dalla parola greca ἄνθος (antos) che significa fiore, montagna fiorita dunque, dove il sedicenne Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955), sulla strada sul crinale tra Pavia e Genova, bivaccò una notte, osservando per la prima volta, in quel cielo misterioso, quanto fosse bizzarra l’orbita disegnata da Mercurio. D’altra parte, per quest’anno, niente appare più appropriato della villeggiatura e dell’otium che ne consegue, per rinfrancarci in anticipo da viaggi o vacanze eventuali, in un futuro che non sappiamo ancora ridisegnarci in forma confidenziale.

Una mostra di mezza estate, che aprirà i battenti del castello dei Fieschi di Senarega a fine luglio e chiuderà in prossimità dell’autunno, il cui nome l’abbiamo pescato nell’introduzione di Nature di Ralph Waldo Emerson (Boston, 25 maggio 1803 – Concord, 27 aprile 1882) e recita: Why Should Not We Enjoy an Original Relation to the Universe?

Friedrich Nietzsche (Röcken, presso Lützen, 1844 – Weimar 1900) stesso si lasciò ispirare dal pensiero di Emerson quando immaginò a Genova La Gaia Scienza.

Una mostra, quella di Pinksummer a Senarega, per ragionare di un tempo, il nostro, in cui seppure non sembriamo più cercare un rapporto diretto con la natura né con Dio, sprofondati entrambi nel mito, ma a differenza degli antenati, ci è stato concesso di guardare con i nostri occhi, la biopolitica in azione. La rete dei poteri che ha gestito, o meglio sta gestendo le discipline del corpo e la regolazione della popolazione. Per dirla appieno con Michel Foucault (Poitiers, 15 ottobre 1926 – Parigi, 25 giugno 1984): un’area in cui il potere ha accesso al corpo per garantire la vita. Uno spazio in cui alla legge, viene sostituita la norma, duttile e plasmabile sulla circostanza come il metallo fuso, che garantisce al potere la zona franca dello stato di eccezione, che, Giorgio Agamben (Roma, 22 aprile 1942) avverte, nella ultra-modernità sta diventando, per un motivo o per l’altro, una consuetudine. Norma che negli ultimi mesi si è trasformata a livello planetario in un distillato velenosissimo di terrorismo puro, molto al di là dell’aberrazione linguistica di indicare anche l’esile pioggia di primavera con la parola allerta, seguita da quella che indica il colore giallo.
Why Should Not We Enjoy an Original Relation to the Universe? Presenterà le opere di otto artisti rappresentati da Pinksummer Koo Jeong A, Peter Fend, Tomás Saraceno, Mark Dion, Luca Vitone, Bojan Šarčević, Cesare Viel, Luca Trevisani. Una mostra che nel nostro intento fragile, vorrebbe rivendicare la vita piena, bruciando, come fosse uno spaventapasseri di paglia e cenci, la vita nuda. Un passaggio, come quelli che si celebrano sulle montagne, per scacciare con un rito di fuoco l’inverno e accogliere al meglio la rigenerazione.
Una mostra rituale tra le ripide montagne di una valle chiusa dell’Appennino ligure, per celebrare il diritto dell’individuo, giovane o vecchio che sia, alla soggettività e alla intersoggettività, anche inter-specie volendo, alla libertà e alla soddisfazione dei desideri veri, contro ogni scienza o ogni disciplina statistica o sociologica che ci ha trascinato inermi nel solco di una normalità fasulla e spaventosa rispetto all’attività biologica.
Un’esposizione germogliata per ricordarci che qualcosa di profondamente distopico è accaduto, e che l’accadimento è avvenuto nella cornice del neoliberismo pervasivo e deviato, forse anche patologico, che tende a appiattire la natura nell’eco ecologico-ambientalista, rendendoci dimentichi che la natura, quando le garba, sa essere davvero maligna con i suoi esseri, tutti, anche con l’uomo, senza eccezione, componendoci e dissolvendoci quasi fossimo delle nuvole. La natura che richiede ai nostri corpi e alla nostra intelligenza continui adattamenti. La natura che non ha eguali tra gli esseri e per perfidia e per istinto della bellezza e mai potremmo eguagliarla circa l’indifferenza.
Una mostra viziosa e anti-ecologica, come il circolo chiuso del pensiero poetico di Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli,14 giugno 1837), tra il tedio e il titanismo eroico dell’uomo, che potrebbe, con qualche aggiustamento disinteressato, smettere di considerarsi la locusta del pianeta, o farsi paragonare alla meteorite caduta sullo Yucatan, o ai rettili giganteschi, consumatori della preistoria.
La razza umana di fatto è un’eccezione tra le specie, e nel nostro umanesimo forse avventato, sappiamo che anche tra i castori più bravi a costruire dighe, non si può trovar alcun Galileo Galilei e neppure un Michelangiolo.
La mostra è un invito a prendersi una pausa, in breve, dal quadro igienico e igienizzante smaccatamente neoliberista della bio-politica perché al di là delle chiacchere misantrope dello gnomo o del folletto delle Operette Morali, anche Giacomo Leopardi riconosceva che l’eroismo della razza umana risiede nella consapevolezza.

Alcune opere presentate in mostra sono inedite, fresche fresche di produzione, altre sono fantasmatiche come i sogni, tutte sono umanizzate e umanizzanti nell’accezione più positiva.

 

  • Il 30 luglio l’artista Luca Vitone parlerà degli alberi all’interno della sua opera presentata a Senarega e collegata con il progetto del Parco Polcevera, a cui parteciperà come artista all’interno del progetto del Parco dello Studio Boeri.
  • In prossimità della notte di San Lorenzo l’8 di Agosto la scrittrice Rosa Matteucci farà una lettura dei Tarocchi realizzati da Tomás Saraceno.
  • A Ferragosto ci sarà una performance del collettivo di artisti Mefistofele Documenta.
  • Il 22 agosto l’apicultore Alberto Pesavento parlerà di api di alveari e indirettamente della polis.
  • Il 29 agosto Cesare Viel farà all’aperto sotto le stelle la rivisitazione della performance “Il Giardino di mio padre” tenutasi per la prima volta nel Padiglione di Arte Contemporanea di Milano lo scorso autunno durante l’inaugurazione della personale curata da Diego Sileo “Più nessuno da Nessuna parte”.

 

Si ringraziano il Comune di Valbrevenna, l’Ente Parco dell’Antola, Trattoria Il Pioppo e i partecipanti agli eventi: Rosa Matteucci, Alberto Pesavento, Cesare Viel, Luca Vitone, il collettivo Mefistofele Documenta

La mostra sarà aperta dal venerdì alla domenica dalle 16 alle 20 o su appuntamento.

 

EVENTI

  • 8 agosto 2020. Rosa Matteucci legge i tarocchi di Tomás Saraceno

    Tra le antichissime mura del Castello di Senarega, si potrebbe immaginare di ogni, tranne che ragni e insetti di ogni genere e foggia siano prossimi all’estinzione. Tuttavia i tarocchi di Tomás Saraceno, presentati nel 2019 insieme all’applicazione Aracnomanchy.com, nello Spider Pavilion realizzato da Saraceno nei Giardini per la 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia May You Live in Interesting Times curata da Ralph Rugoff, nascono come esercizio di mappatura contro l’estinzione degli antropodi e in assoluto contro l’estinzione.
    Di fatto l’applicazione implica una sorta di baratto: la lettura on-line della carta scelta avviene in cambio dell’invio di una foto di una ragnatela immortalata dove può capitare di trovarle, nell’angolo della stanza da bagno, sul balcone e in generale in ogni dove si aggiri il nostro sguardo, un poco appena più fino.
    Il mazzo oracolare di Saraceno e in generale, gli oracoli di ogni tempo, sono volti non tanto alla conoscenza del futuro, quanto alla trasformazione di esso, attraverso eventuali correzioni del presente. Una sorta di forma indotta alla legge della sintropia, intesa come diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, che spesso prescindono non solo per l’uomo, ma per tutti gli esseri, dalla mera soddisfazione delle necessità materiali. Se la soddisfazione delle necessità materiali avviene in un ambiente che genera paura, angoscia, panico, non si avrà mai organizzazione e rigenerazione.
    La lettura oracolare ben accudita da Rosa Matteucci, che è già stata tramite alla Biennale di Venezia e all’inaugurazione di Aria la personale di Tomás Saraceno a Palazzo Strozzi curata da Arturo Galansino, tutt’ora in corso a Firenze, fa emergere questa tensione alla coesione anabolica con l’universo, piuttosto che alla disgregazione di segno catabolico. 
    Ogni cellula e ogni sistema biologico si trovano di fatto, lungo la vita, sollecitati di continuo da rimbalzi che provengono dal passato, Kronos o legge della causalità e altre che arrivano dal futuro, Kairos, e devono adattarsi e operare scelte, per l’uomo si potrebbe parlare di libero arbitrio: ogni atto volitivo e pertanto razionale non può che far individuare come essenziali il perseguimento della felicità che implica la vita, il finalismo e la coesione con l’universo.
    Anche a Senarega la lettura dei tarocchi di Tomás Saraceno attuata dalla scrittrice Rosa Matteucci avverrà come scambio di pensiero e di emozioni e in assoluta gratuità.

Libri Cesare Viel

Cesare Viel
Corpi estranei
Pagine: 64

Anno: 2023
Lingua: Italiano/Inglese
ISBN: 9788836654345
Disponibile online

Cesare Viel
Più nessuno da nessuna parte
Pagine: 224

Anno: 2019
Lingua: Italiano/Inglese
ISBN: 9788836643769
Disponibile online

Cesare Viel
Azioni (1996 – 2007)
Pagine: 141
Anno: 2008
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8836608922
ISBN-13: 978-8836608928

Disponibile online

Libri Peter Fend

Africa-Arctic Flyway. Physiocratic States
di Peter Fend
Edito da Elisa R. Linn e Lennart Wolff
Anno: 2023
Pagine: 256
Editore: Mitpress
Lingua: Inglese
ISBN: 9783956796326

disponibile online

Peter Fend
Ocean Earth: 1980 – Today
Anno: 1999
Pagine: 272
Editore: Oktagon Verlagsgesellschaft mbH (1 gennaio 1999)
Lingua: Inglese
ISBN-10: ‎3927789720
ISBN-13: 978-3927789722

disponibile online

Guy Ben Ner – Keeping the family safe – Film program

Pinksummer presenta

Guy Ben Ner | Keeping the family safe – Film program

20/03/20 – 03/04/20

20 March: Berkeley’s Island, 1999

22 March: Moby Dick – 2000

24 March: House hold – 2001

26 March: Wild Boy – 2004

28 March: TREE HOUSE KIT – 2005

30 March: Stealing beauty – 2007

Tutti i films resteranno disponibili sul nostro canale YouTube fino al 3 aprile 2020

Pinksummer ringrazia Guy Ben Ben per aver permesso la visione delle sue opere

© Guy Ben Ner. All the right reserved. Unauthorized copying, reproduction, hiring, lending, public performance and broadcasting prohibited.

Cesare Viel – Scrivere il giardino

 

Comunicato stampa in forma di intervista

 

Pinksummer: Tuo padre per certo non deve essere stato un tipo bagnato.

Il tuo Il Giardino di mio padre presentato al PAC di Milano nella personale Più Nessuno da Nessuna parte, ci ha fatto pensare all’ultima puntata della seconda stagione della serie televisiva The End of the F***ing World. Soprattutto alla fine, quando James (Alex Lawther), convinto da Alyssa (Jessica Barden), va con la ragazza sotto a un cavalcavia per spargere le ceneri del padre che sta portando con sé da parecchio tempo. James cerca maldestramente di rovesciare il contenuto dell’urna industriale dorata, ma esce una poltiglia grigia che si spiaccica a terra. Non vola via proprio niente. James giustifica il fatto senza sorpresa, considerando che suo padre da vivo era sempre stato un po’ bagnato. È allora che Alyssa, in quel suo modo minerale piatta, dice che morire è proprio una cazzata, perché si perde tutto.

Il posto sotto al cavalcavia era stato il luogo in cui il padre e la madre di James si erano incontrati per la prima volta, così orrendamente squallido che Alyssa chiede a James se i suoi genitori si trovassero lì perché stavano pedinando qualcuno. James risponde che prima del cavalcavia, quel luogo era un parco.

Chissà se l’essere genitore implica una stereotipizzazione accompagnata anche nei casi antiretorici, da un’affettuosa accezione negativa. D’altra parte, i genitori migliori si devono nascondere ai figli, per diventare un modello, il modello, un po’ come la scrittura fa con le parole e la natura con tutti.

Quegli oggetti che tu diseppellisci di Il Giardino di mio Padre, non dissimulano per niente il sentore di un percepito arido.

Che domanda vorresti ti venisse formulata rispetto a quell’opera? E poi, eventualmente, come ti risponderesti.

 

Cesare Viel: Con mio padre ho avuto un rapporto silenzioso, a volte anche molto distante. La domanda potrebbe essere: Che cosa mi ha portato a immaginare e a voler realizzare un’opera come quella?

Un celebre verso del poeta persiano Rumi dice: “Al di là di ciò che è giusto e sbagliato c’è un giardino, là ci incontreremo”. Dunque, forse, prima di tutto, il desiderio di una riconciliazione. Un deporre le armi, sedersi sul bordo di una relazione e finalmente ascoltare il silenzio. E camminarci dentro. Lentamente. Se l’arte ha una funzione è quella di farci percepire in un colpo solo tutta la gamma delle emozioni e dei pensieri racchiusi in una data situazione, reale o immaginaria, che abbiamo vissuto o che potremmo vivere.

 

Ps: Se Socrate fosse tra noi come tuo amico o conoscente, ti tratterrebbe dentro a un dialogo fittissimo per il titolo che hai scelto per la tua quarta personale da pinksummer Scrivere il Giardino. Si dice che avesse una marcata sfiducia nella parola scritta, sosteneva che una volta composto, un libro è cosa morta: chiunque può interpretare uno scritto a piacimento e di conseguenza è illusione di sapere. Direbbe che il giardino è la sede privilegiata della pratica filosofica espressa nella forma dialogica, cadenzata dalla tesi e dall’antitesi, come fossero usignoli che si rispondono a distanza, da albero a albero.

Il giardino è lo spazio utopico per eccellenza perché i giardinieri vivono per il futuro, devono intuire ciò che potrebbe essere, ciò che ancora non è.

In questo senso, anche noi sentendoci un poco giardinieri, immaginiamo che il tuo giardino, seppure scritto, non sarà mai un libro, giacché la tua scrittura non sottende alla narratività, neppure alla più flebile e disincantata delle narrazioni. Le tue frasi assomigliano in questo senso ai semi, e per quanto le parole in sé siano poco inclini a soggiacere alla gravità, le tue frasi sono come le seedbombs della green guerrilla. Sei un attivista garbato da sempre, però come ogni attivista vuoi anche tu un mondo migliore. Parlaci della tua scrittura sentenziosa e delle differenze e anche del futuro. Immagina la domanda che vorresti ti fosse fatta sui domani.

 

CV: Il giardino è un mondo, la frase è un mondo. Giardino, mondo, frase s’intrecciano e si rispecchiano l’uno nell’altra. Non so se avesse ragione Socrate a proposito della scrittura, ma so che per me la scrittura è un dialogo infinito con la superficie, su cui tutto scivola e rotola. La scrittura porge un piano, come la mano un piatto, nello spazio. Una pagina, un foglio, un volto, un corpo, una curva, una parola, sono superfici di varia natura e grandezza. Ora scrivere frasi per me significa soprattutto aspettare la giusta calibratura e porosità nei pensieri.

Mettere a contatto tra loro vari piani. E vedere che cosa succede.

Aspetto che le domande affiorino a poco a poco dal basso, come suoni dentro il corpo. C’è un eterno differente ritorno delle frasi scritte in questo giardino creato per loro. Ospiti resistenti, timidi e forti come i fiori, le piante e i ricordi.

Prima di iniziare qualsiasi progetto perché non camminare tra gli alberi? Far crescere le intenzioni come crescono gli alberi. Questa è ora la mia domanda-auspicio sul domani.

 

Ps: Alla foresta spontanea è seguito il frutteto, il giardino. In Sicilia chiamano gli agrumeti giardino. Nel Cantico dei Cantici è scritto: “Come un melo tra gli alberi del bosco il mio diletto tra i giovani. Giardino chiuso sei tu, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un paradiso di melagrana, con i frutti più squisiti, alberi di Cipro con nardo, nardo e zafferano, cannella cinnamomo con ogni specie di albero da incenso, mirra e aloe con tutti i migliori aromi…”.

Non credi che la nostra idea di giardino, assimilabile all’idea di Eden, di paradiso perduto, rimandi al fallimento a cui ci ha condotto la disobbedienza del peccato originale?

Pensi che abbiamo trattato il mondo e le altre specie umane, animali, vegetali e minerali in malo modo, per chiamarci fuori da una ferinità per cui abbiamo creduto di non essere tagliati? Per un mito, una credenza, una superstizione? È il muro che abbiamo eretto per separarci dalla natura la matrice del nostro progresso, del nostro giardino? È ancora possibile cambiare il verso delle scritture?

 

CV: Hortus conclusus, chiostro, frutteto… Nella storia del giardino risuonano desideri e reali bisogni di raccoglimento e speculazione filosofica, di coltivazione, crescita e mantenimento del ciclo biologico. La natura e le forme del giardino sono cambiate nel tempo così come via via si sono trasformati il nostro linguaggio e la nostra cultura.

Il giardino in fondo ci pone ogni volta una domanda sull’origine, sul punto di partenza e sulla direzione che intendiamo intraprendere. Stiamo vivendo oggi un tempo così complesso e difficile. Le nostre scelte sull’ambiente saranno determinanti per il futuro. Questioni planetarie talmente importanti, e di tale portata, che fanno tremare. Mi sento fuori scala. Un minuscolo punto perduto nella sabbia. Ecco che arriva dunque, proprio qui, il momento di sedersi in giardino. Ognuno come può e per quanto gli riesce. Passare un po’ di tempo apparentemente senza far nulla, per riposare e preparare le energie necessarie. Ritagliarsi momenti di giardino nella nostra vita. Forse solo così si può incominciare a pensare di cambiare anche il verso delle scritture. Agire la pausa, sviluppare una diversa forma di attività.

 

Ps: Il grande giardiniere Gilles Clément autore di Il Giardino in Movimento pensa al mondo come a un giardino, un giardino planetario di cui dovremmo essere tutti giardinieri consapevoli.

Afferma che in ogni spazio pubblico, in ogni giardino, si dovrebbe lasciare sempre uno spazio incolto libero da ogni mano, da ogni disegno per le specie pioniere e per gli insetti impollinatori. Per lasciare alla natura il vuoto per sviluppare la sua propria energia. Il tuo agire la scrittura rimanda talvolta a questa sorta di agevolazione, all’immobilità, al silenzioso incantamento. Il vuoto che crei tende a agevolare il tropismo dell’imprevedibile?

 

CV: Assolutamente sì. Ascoltare con consapevolezza l’allenamento del giardino, con i suoi tempi lenti, le sue attese, le luci e le ombre. Trovo fondamentale l’idea di Clément di lasciare una porzione di spazio libero, incolto. Per aprire fessure. Fare spazio. Considero gli spazi vuoti, e il lasciarli essere, vitali per ogni progetto, relazione, gesto o pensiero. Il vuoto e il silenzio: ingredienti essenziali per accettare l’imprevedibile e assecondare il movimento delle cose. Tra il mio giardino scritto e il “giardino in movimento” di Clément sento una grande affinità, un’intensa risonanza.

 

Ps: Virginia Woolf, su cui hai lavorato molto, a proposito del giardino di Monk’s House pare apparecchiarlo come la Clarissa Dalloway del romanzo apparecchia fin dal mattino, tra pieni e vuoto, la sua festa della sera.

“Io e Leonard abbiamo comprato un campo e stiamo facendo progetti ambiziosi di ogni genere per metterci terrazze, chioschi, stagni, ninfee, fontane, carpe, pesci rossi, statue di signore nude e polene di navi da guerra che si riflettono in laghi ombrosi”.

L’immagine dell’invito della mostra Scrivere il Giardino è bellissima. Cosa presenterai da Pinksummer?

 

CV: L’invito è un’immagine da un’enciclopedia illustrata del 1908 appartenuta a mio nonno. Sfogliare le pagine di quei volumi in tedesco e guardare le illustrazioni a colori è stata un’esperienza emotiva e mentale. Tutto un mondo imprevisto che si rivelava. Mi sono proposto di fare altrettanto in galleria. Aprire e svolgere un mondo-giardino, per camminarci dentro, sostare, osservare, leggere, meditare, fare esperienza. Passato, presente e futuro convivono e collaborano in questo progetto.  Ho immaginato frasi-superficie per un ambiente che si percorre ora ma che provengono anche da altri tempi e mondi affettivi. Alcune parti scritte di questo giardino a pavimento sono ricordi personali del giardino di una casa della mia famiglia, in Trentino.

Alla vasta e orizzontale mappa-giardino sono accostati poi nuovi collages. Fogli di un muto erbario di astratte forme modulari che tornano eguali ma sempre diverse.

Una scritta bicefala a parete dice: “inafferrabile si manifesta, la natura ama nascondersi”. Frase-innesto fra Laozi ed Eraclito. Nucleo segreto e misterioso di tutta la mostra.

 

Jorge Queiroz – Blink

Comunicato stampa

 

Pinksummer: D’acchito, se ci capitasse sott’occhio un tassello di un puzzle, potremmo definirlo astratto, considerando che difficilmente una minuscola parte rilascerebbe l’immagine intera. Astratto è un aggettivo un po’ alieno, i numeri in fondo non sono più astratti delle parole, dire “uno” o dire “mela” è sempre una questione di vocali e di consonanti, entrambi sono riconducibili all’azione del nominare, una sorta di scorciatoia sospesa tra il particolare e l’universale. Il mondo, checché se ne dica, sarebbe forse esistito alla stessa maniera senza nominarlo: le astrazioni non sono poi così fondanti per l’esistenza come le allegorie ci fanno credere. Lo sono forse alla politica, che almeno qui in Italia sembra organizzare veri e propri festini dionisiaci sulle astrazioni, senza minimante tenere conto del mondo, ponendo che sia mai esistito e non che stia solo sbiadendo per gli incendi in Amazzonia e il climate change, e perché noi umani, che siamo davvero tanti, ce lo stiamo masticando, ognuno a suo gusto, servito come contorno ornamentale delle statistiche coltivate in serra come fossero ortaggi fuori stagione.

All’interno di un’altra Storia, considerata decisamente più minuscola, la storia dell’arte, Wihelm Worringer in Astrazione ed Empatia, opera cresciuta a valle delle teorie freudiane e del rapporto antitetico tra dionisiaco e apollineo su cui si fonda La Nascita della Tragedia di Nietzsche, pone diversamente la questione dell’astrattismo, affermando che è assai più spontaneo lo stile geometrico di qualsivoglia naturalismo. Secondo lo storico dell’arte tedesco, l’astrattismo è una sorta di appercettivismo tipico dei popoli poco progrediti, che avvertono un’empatia latente o negativa con l’ambiente circostante e che pertanto necessitano di costruirsi una sorta di rifugio temporaneo, ordinato e pulito, se vogliamo semplificato dalla sintesi, rispetto alla caoticità del mondo, con lo scopo di controllare l’ansia. In Europa si è passati dal naturalismo all’astrattismo, in qualche modo mitologizzandolo; nell’epoca della rivoluzione industriale alcuni artisti straordinari volevano rinfrescare, iniettando la vitalità delle civiltà primitive, un mondo alienato dalla ripetitività e dalla bruttezza del ciclo produttivo della catena di montaggio, di cui peraltro non si riusciva a percepire che un solo tassello del puzzle. Può esistere l’idea di astrattismo in rapporto al significato? Di fronte a un tuo dipinto dovremmo chiederci cosa rappresenta o come funziona?

 

Jorge Queiroz: Il modo per vedere il mio lavoro, direi, è ascoltare quello che ne dice chi lo vede. Il lavoro attende di essere terminato da chi lo guarda.

Direi che è un viaggio mentale romantico, attraverso le relazioni tra idee e idee di figure e un mare di immagini, nel viaggio su strada i colori che fondono il sole e la pioggia in paesaggi iperstimolati.

Non ho un solo modo di leggere il mio lavoro, e ne sono molto contento.

L’idea di astrazione nel mio lavoro non è opposta alla figurazione o all’immagine, è qualcosa di più caotico e senza forma, e sperimentale, è essenziale per connettere tutti i pensieri della mente.

 

PS: Molti testi che abbiamo letto su di te premettono quasi sempre che la tua pittura cresce nella zona di confine tra l’astratto e il figurativo. Se di confine o di confini si deve azzardare, sul piano plastico in cui organizzi la tua immaginazione baluginante, ci verrebbe da dire che l’unico confine è quello che cercano di stabilire caparbiamente le tue forme e i tuoi colori, quando riescono a emergere dallo sfondo, facendo intravvedere in quel baleno quanto sia meravigliosamente eroica e tragica e provvisoria l’individualità.

Dell’informale rispetto alla pittura abbiamo inteso che si tratta di un territorio coltivato duramente, come un terreno impervio in cui il caos va tenuto seriamente a bada, con una griglia potentemente strutturata. Non abbiamo mai capito se è un luogo ostile o semplicemente un posto dove tutte le speranze vorrebbero vivere contemporaneamente, come dentro al brodo primordiale. Succede davvero di tutto nei tuoi dipinti, e alcuni enigmi nella smania di essere, di esistere, s’imprimono nella retina come se si trattasse di energia radiante, per poi scomparire lievi rilasciando la sottile malinconia della dissipazione.  Bisogna essere progrediti se non proprio saggi, o anche incoscienti per non tener conto della natura liquida di un orizzonte. Tutto quello che accade si può sciogliere di nuovo nello sfondo, con il soffio debole ma pericoloso dell’eccedenza.

In un certo senso l’informale/barocco, intesi come categoria assoluta, e l’astrattismo non sono nell’arte due antitesi eterne che si alternano nel tempo e si ripetono sempre uguali, ma ovviamente diverse, come se fossero i Big Bang e i buchi neri (espansione e contrazione) degli universi non rappresentati?

 

JQ: Sì, è un luogo di opposti, dove esilio e appartenenza sono visioni antitetiche e questo stimola il mio lavoro.

Non ho uno stile particolare, ma l’approccio delle stesse idee è visitato molte volte, in momenti diversi, la malinconia è l’atmosfera dello stato d’animo, sono anche gli ingredienti per la costruzione delle forme e dello spazio nel mio lavoro.

 

PS: Sei il primo pittore, pittore-pittore, che presenteremo da Pinksummer. Abbiamo sempre pensato alla pittura come a una sorta di wormhole: un abisso con leggi singolari e intime che riconducono ogni genere di profondità, compresa quella dei tempi o del Tempo alla piattezza fisica della superficie. Leggi della cronotopo-pittura che un pittore-pittore deve conoscere, eventualmente, anche per riuscire a eluderle, ma accade di rado, come se si trattasse più di una grazia che di una benedizione. C’è la credenza popolare, ma sappiamo che non è vera, che la pittura, forse per quell’assommarsi della sintassi, sia una lingua che richiede tempo per essere assimilata e fatta propria e che i pittori, tra gli artisti, diano il meglio di sé in tarda età, magari perché la vecchiaia è incline alla lentezza e al ripensamento come il colore a olio o semplicemente perché la fine, quando arriva bene, induce all’essenziale. Non credi che la pittura sia un modo particolarmente intimo di approcciare lo spazio-tempo con l’ossessione di organizzarlo in paesaggio? Hai mai guardato al paesaggio assumendo fin dove è possibile lo sguardo di altri artisti, pittori, che ti hanno preceduto o che ti sono contemporanei? Non immagini che un giorno rappresentando uno dei tuoi paesaggi simultanei potresti incontrare te stesso in ogni singolo punto della tua esistenza, anche quella futura come nei film di fantascienza?

 

JQ: Sì, credo che la pittura sia camminare nello spazio-tempo della nostra esistenza, che riflette, genera, distrugge e riconsidera la condizione dell’invenzione e dei suoi strumenti e della pittura lungo il suo cammino.

 

PS: Un piccolo bellissimo racconto in forma epistolare dal titolo Il Fucile da Caccia, scritto nel 1949 dal critico d’arte e poeta Inoue Yasushi, ci ha suggerito di chiederti se un Gauguin può essere più o meno intonato all’atmosfera serena di un ambiente di un paesaggio sotto la neve di Vlaminck? E, anche: se dovessi decidere a priori preferiresti amare o essere amato?

 

JQ:

PS: Ci racconti della mostra da Pinksummer? Avrà un titolo?

 

JQ: Blink è il titolo della mostra. Fin dall’inizio della preparazione per questa mostra, nelle prime settimane di marzo, ho deciso di lavorare a casa, vicino al mare. Ho trascorso il tempo lavorando ai dipinti, camminando e guardando il mare, cercando di trovare un haiku e trasferire quell’idea dentro il mio lavoro, e nel luogo dello spazio espositivo. Questo è stato il mio punto di partenza e la mia idea guida. Era un pensiero intimo e non ero sicuro nel mio intento di farne un’immagine:

 

Un pomeriggio di lavoro

Nell’angolo dell’occhio.

Bagliore

 

Ho creato l’haiku e trovato il titolo della mostra, Blink.

Questo haiku ha rivelato il mio lavoro e stabilito echi per le differenti relazioni al suo interno: alcune più reali, altre meno reali, tra quelle ci sono i colori, la dimensione, la superficie e la linea, che presentano idee visive.

La densità di segni consente diverse possibilità in un disegno o in un dipinto, nella mia testa non è soltanto un modo di fare, ma un modo per i sensi di lavorare insieme.

Il carattere del lavoro è anche definito dal modo in cui è realizzato. Il contorno rivela ciò che è necessario, niente di più e niente di meno. Ho iniziato a rimuovere ciò che copre una struttura che già esiste nella mia mente.

Non è un semplice trapianto di forme, oggetti o situazioni già nella mia mente. Ciò che è fatto, ciò che potrebbe essere fatto, è il segno lasciato dal mio modo di fare.

Non un’immagine tecnica dove esiste una gerarchia di valori possibili, dove i dettagli possono essere inferiori alle forme, o alle forme che possono reagire soltanto allo spazio sovversivo da cui sono dominate, uno spazio continuo, nessuna componente è neutra, ciò che hanno in comune è più di ciò che le divide. Le cose che creano la forma, e questa crea lo spazio, sono sempre a mi disposizione come su un palcoscenico in movimento.

 

 

Jorge Queiroz, settembre 2019, Colares

Jorge Queiroz

Jorge Queiroz nasce nel 1966 a Lisbona, in Portogallo.

Vive e lavora a Lisbona.

 

FORMAZIONE

1999

Master in Fine Arts / School of Visual Arts, New York, Stati Uniti d’America

 

1992-1993

Advanced Course / Ar.Co – Centro de Arte e Comunicação Visuai, Lisbona, Portogallo

 

1991

Complete Studies Plan – Painting / Ar.Co – Centro de Arte e Comunicação Visual, Lisbona, Portogallo

 

MOSTRE PERSONALI

2024

Panorama, Galeria Bruno Múrias, Lisbona, Portogallo

 

2023

Jorge Queiroz: Shape the echo and other works, Galerie Nathalie Obadia, Brussels, Belgio

In between flatlands, Jahn and Jahn, Monaco

 

2022

Alka-Seltzer, Rialto6, Lisbon, Portogallo

 

2021

Tempo para Tudo e vice-versa / Galeria Bruno Múrias, Lisbona, Portogallo

Blink / Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

 

2020

Alka-Seltzer / Appleton – Associação Cultural, Lisbona, Portogallo

Jorge Queiroz na Coleção de Serralves: The Studio / Serralves Contemporary Art Museum, Oporto, Portogallo

1838 Que de Mots Pour si Peu des Choses / Porta 14, Lisbona, Portogallo

 

2019

Jorge Queiroz – BLINK, Pinksummer, Genova, Italia

 

2018

A invenção do Sim e do Não / Galeria Zé dos Bois, Lisbona, Portogallo

C for heads / H para cabeças / Sismógrafo, Oporto, Portogallo

 

2017

Uma certa quantidade / Galeria Ala da Frente, Vila Nova de Famalicão, Portogallo

The mummy, the astronaut and other Works / Galerie Nathalie Obadia, Bruxelles, Belgio

A múmia e o astronauta / 3+1 Arte Contemporânea, Lisbona, Portogallo

 

2015

O Caso / Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

O Caso / Pavilhão Branco, Museu da Cidade, Lisbona, Portogallo

 

2014

Jorge Queiroz / VW (VeneKlasen/Werner), Berlino, Germania

Jorge Queiroz / Sikkema Jenkins & Co., New York, Stati Uniti d’America

 

2012

Debaixo das pedras da calçada, a praia! / Fundação Carmona e Costa, Lisbona, Portogallo

 

2011

Symmetrical Owl / Galerie Nathalie Obadia, Bruxelles, Belgio

 

2010

Sikkema Jenkins & Co., New York, Stati Uniti d’America

Donnerstag e outros desenhos / Chiado 8 Arte Contemporânea, Lisbona, Portogallo

Un échange de galeries / Nathalie Obadia at Esther Schipper, Berlino, Germania

Scénes du monde flottant / Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

Galería Helga de Alvear, Madrid, Spagna

Thomas Dane Gallery, London, UK 2007

Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto, Portogallo

Recent Works / Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

 

2006

What paper can support / Horst-Janssen-Museum, Oldenburg, Germania

Jorge Queiroz – Etienne Zack / Thomas Dane Gallery, Londra, Regno Unito

 

2004

Jorge Queiroz / Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania

Œuvres sur papiers / Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

Studio Guenzani, Milano, Italia

 

2002

Galeria Quadrado Azul, Oporto, Portogallo

Slowmotion / Caldas da Rainha, Portogallo

 

2001

Derek Eller, New York, USA Midway Initiative Gallery, Saint Paul, MN, Stati Uniti d’America

 

1999

Galeria Presença, Oporto, Portogallo

 

1995

Galeria Alda Cortez, Lisbona, Portogallo

 

MOSTRE COLLETTIVE

2025

Homework #3, Galeria Madragoa, Lisbona, Portogallo

 

2024

Contemporary Song: Works from the Mário Teixeira da Silva Collection in the Serralves Collection, Serralves Museum of Contemporary Art, Lisbona, Portogallo
Through the Eyes of the Makers, Quetzal Art Center, Alentejo, Portogallo
Liminal Zone | Between Worlds: Jorge Queiroz, Andreas Eriksson, Aelita le Quément, Kunsthaus Kaufbeuren, Germania
The Morbid Palace, Pinksummer, Genova, Italia
Três Moscas, 2012–2024, MAAT – Museum of Art, Architecture and Technology, Lisbona, Portogallo

 

2023

Fantasma Gaiata [Playful Ghost], Culturgest, Lisbon, Portugal. Curata da Bruno Marchand
Family Album–Works from the Carmona e Costa Foundation Collection, MAAT Museum, Lisbona, Portogallo. Curata da João Pinharanda e Manuel da Costa Cabral
#slow #stop … #think #move, Culturgest Porto, Portugal. Curata da Ana Anacleto
15 Year Anniversary Brussels, Galerie Nathalie Obadia, Brussels, Belgio
O Desenho como Pensamento (Drawing as Thought), CAA Águeda Arts Center, Ágeuda, Portogallo. Curata da Ana Anacleto
Histories of a Collection: Modern and Contemporary Art from CAM, Centro de Arte Moderna, Lisbona, Portogallo
Pintura sem fim, Brotéria, Lisbona, Portogallo

 

2022

Sovereign Portuguese Art Prize, 2022

 

2021

O Canto do Bode, Casa da Cultura da Comporta, Comporta, Portugal
Iradiação Vierra, Obras da Coleção Fundação IlidÍo Pinho, Arpad Szenes – Vieira da Silvas Museum, Lisbon, Portugal
Rehearsal For a Community, Museum of Art, Architecture and Technology (MAAT), Lisbon, Portugal
Flora: Aquisoções do núcleo de arte contemporânea…, Atelier-Museu Júlio Pomar, Lisbon, Portugal

 

2020

FESTA. FÚRIA. FEMINA – Works from FLAD Collection, MAAT Museum, Lisbon, Portugal
Thread, Galeria Bruno Múrias, Lisbon, Portugal

 

2019

Exposition d’été, Galerie Nathalie Obadia, Brussels
De Outros Espaços, Galeria Municipal do Porto, Oporto, Portugal
La Nuit était papier, Galerie Nathalie Obadia, Paris

 

2018

O futuro do passado / Casa da Cerca, Almada, Portogallo

Auto fictions – Contemporary Drawing / Wilhem-Hack-Museum, Porto di Ludovico sul Reno, Germania. Curated by Astrid Ihle and René Zechlin Content is a Glimpse / Efremidis Gallery, Berlino, Germania, Curated by Jurrian Benschop

 

2017

Les dix ans du prix de dessin de la Fondation d’Art Contemporain Daniel & Florence Guerlain / Centre Pompidou, Parigi, Francia

 

2016

Teoría del duende / Centro Federico García Lorca, Granada, Spagna

Incorporated! / Biennale d’art contemporain / Les Ateliers de Rennes; Musée des Beaux-Arts de Rennes, Rennes, Francia

Paisaje Prestado / Galería Juan Silió, Santander, Spagna

Sombras, Máscaras e Títeres / Torreão da Cordoaria Nacional, Lisbona, Portogallo

Conversas: Arte Portuguesa Recente, Coleção de Serralves / Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto, Portogallo

 

2015

Exposition d’été / Galerie Nathalie Obadia, Bruxelles, Belgio

Drawing Biennial, 2015, The Drawing Room, Londra, Regno Unito

 

2014

Works on paper / Sikkema Jenkins & co., New York, Stati Uniti d’America

Donation Florence et Daniel Guerlain / Centre Pompidou, Parigi, Francia

Habitar a Coleção / Casa-Museu Medeiros e Almeida, Lisbona, Portogallo

 

2013

Nouvelles Impressions de Raymon Roussel / Palais de Tokyo, Parigi, Francia

Sobre Papel – On paper / Centro de Artes Visuales Helga de Alvear, Cáceres, Spagna

Geist und Form: Ten Painters from Berlin / Grunwald Gallery of Art, University Bloomington, Indiana, Stati Uniti d’America

Abecedário, 40 anos de Ar.Co / MNAC – Museu do Chiado, Lisbona, Portogallo

Sentido em deriva – Obras da Coleção da Caixa Geral de Depósitos / Fundação Caixa Geral de Depósitos, Culturgest, Oporto, Portugal

Donation Florence et Daniel Guerlain / Centre Pompidou, Parigi, Francia

 

2012

Shoreline – Artes Plásticas na Coleção do Ar.CO / Centro de Artes de Sines e Centro Cultural Emmerico Nunes, Sines, Portogallo

De La Generosidad. Obras de la Colección Helga de Alvear / Centro Gallego de Arte Contemporáneo, Santiago de Compostela, Spagna

 

2010

MNAC – Museu do Chiado, Lisbon 3 Moscas / Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto, Portogallo

In Between / Galerie Nathalie Obadia, Bruxelles, Belgio

 

2011

Drawing 2011Biennial Fundraiser / The Drawing Room, Londra, Regno Unito

Historias de la vida material /  Centro de Artes Visuales Helga de Alvear, Cáceres, Spagna

Recordações da Casa Rosa / Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto, Portogallo

Le Beau est Toujours Bizarre C.B / FRAC – Haute Normandie, Sotteville-lès-Roeun, Francia

 

2010

Linguagem e Experiência, Obras da Colecção da Caixa Geral de Depósitos / Museu de Aveiro, Aveiro, Portogallo

Linguagem e Experiência, Obras da Colecção da Caixa Geral de Depósitos, Museu Grão Vasco, Viseu, Portugal Portraits / Galerie Nathalie Obadia, Bruxelles, Belgio

Awake are only the spirits – On ghots and their media / CoCA – Centre of Contemporary Art Torun, Torun, Spagna

Sólo Papel / OTR espacio de arte, Madrid, Spagna

Coleção: Porto / Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto, Portogallo

Domaine de Kerguéhennec – Centre d’Art Contemporain, Bignan, Francia

Jorge Queiroz and Ryan Johnson: Description of a Struggle / Sikkema Jenkins & co., New York, Stati Uniti d’America, Martin Barré – Jorge Queiroz, Berlino-Parigi

 

2010

Un échange de galeries / Galerie Nathalie Obadia & Esther Shipper, Berlino, Germania

 

2009

(Des)Accords Communs / FRAC – Haute-Normandie, Sotteville-lès-Rouen, Francia

Drawing 2009 Biennial Fundraiser / The Drawing Room, Londra, Regno Unito

Lá Fora – Exposição Artistas Portugueses / Museu da Electricidade, Lisbon Une Place au Soleil / Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

Awake are only the spirits / HMKV _ Hartware Medien Kunst Verein, Dortmund, Germania

 

2008

Anatomie | les peaux du dessin / Coleção Florence & Daniel Guerlain, FRAC Picardie, Amiens, Francia Múltiplas Direcções (Uma exposição retrospectiva da coleção do Museu do Chiado) / MANC – Museu do Chiado, Lisbona, Portogallo Corpo Intermitente / Museu de Angra do Heroísmo, Angra do Heroísmo, Açores, Portugal Group Show / Galerie Nathalie Obadia, Bruxelles, Belgio Dessins de la Collection Florence et Daniel Guerlain / French Embassy, New York, Stati Uniti d’America

(continuação) 5 Portuguese Artists / Michel Soskine Inc., Madrid, Spagna

Perna Foundation, Ravello, Italy Gegen den Stricht / Bielefelder Kunstverein – Museum Walhof, Bielefeld, Germania

 

2007

Le Sud Contemporain – Volet 1 (Italie, Espagne, Portugal) / Carré d’Art de Nîmes, Nîmes, Francia Résidentes / Espace Fondation EDF, Parigi, Francia

Agora – À propos des lieux d+origine / MUDAM – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

 

2006

Retratos e Figuras na Coleção do Museu do Chiado / MNAC – Museu do Chiado, Lisbona, Portogallo

Jorge Queiroz – Etienne zack / Thomas Dane Gallery, Londra, Regno Unito

Arte Portugués Contemporáneo / Círculo de Bellas Artes de Madrid, Madrid, Spagna

Territorio Oeste / MACUF – Museo de Arte Contemporáneo Union Fenosa, A Coruña, Spagna

Of Mice and Men / 4th Berlin Biennial for Contemporary Art, Berlino, Germania

Colecciión Culturgest / Círculo de Bellas Artes de Madrid, Madrid, Spagna

En Voyage / FRAC – Île-de-France Le Plateau, Parigi, Francia

I’m Yours Now / Sikkema Jenkins and co., New York, Stati Uniti d’America

 

2005

Works on paper / Galerie Max Hetzler, Berlino, Germania

 

2004

Território Live / 26ª Bienal de Arte de San Paolo, Brasile Arte Portugués y Español en los años 90 / Caixa Forum – Fondation la Caixa, Barcellona, Spagna Arte Contemporânea na Assembleia / Palácio de S. Bento – Assembleia da República, Lisbon Gegen den Strich / Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania

James Ridley “Made in France” / Jorge Queiroz “Œuvres sur papier” / Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

 

2003

Clandestine / 50th Venice Biennale, Venezia, Italia, curated by Francesco Bonami

Desenhos no Século / Sociedade Nacional de Belas Artes, Lisbona, Portogallo

Artistas da Galeria / Galeria Quadrado Azul, Oporto, Portogallo

Figuração e desfiguraçãoo: inventário de gestos, narrativas e retratos / Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto, Portogallo

Prémio de Artes Plásticas União Latina 2003 / Culturgest, Lisbona

Arte Contemporânea – Coleção da Caixa Geral de Depósitos. Obras de 1986 a 2002 / Museo Extremeño y Iberoamericano de Arte Cotntemporáneo, Badajoz, Spagna

 

2002

Varianti Impreviste / La Spezia, Italia, curated by Bruno Corá

Zoom 1986 – 2002: Coleção de Arte Contemporânea da Fundação Luso-Americana para o Desenvolvimento / Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto, Portogallo

Videozone, First International Video Arte Biennial / Israele

 

2001

Rotterdam / Piet de Jonge for Museum Boijmans, Van Beunigen, Roterdão, The Netherlands Porto-Rotterdam/Rotterdam-Porto – Interc|ambio / Galerie Delta Rotterdam, Roterdão, The Netherlands Derek Eller Gallery, New York, Stati Uniti d’America

 

2000

Desenho: Helena Almeida, Jorge Queiroz / Galeria Presença, Oporto, Portogallo

EDP Arte, Lisbon Coleção do Banco Privado / Museu de Arte Contemporânea de Serralves, Oporto Dimsum / Espaço Art’s Magazine, New York, USA Derek Eller, New York, Stati Uniti d’America

Funchal / Funchal, Madeira, Portugal Galeria da Mitra, Lisbona, Portogallo

 

1999

Galeria da Mitra, Lisbona, Portogallo

 

1998

SVA Gallery, New York, USA Bill Maynes Gallery, New York, Stati Uniti d’America

 

1997

Artist Space, New York, USA 7ª Bienal das Caldas da Rainha / Caldas da Rainha, Portugal Bienal Internacional de Escultura e Desenho das Caldas da Rainha / Expoeste, Caldas da Rainha, Portugal 1995 Arte Jovem Maia 95 / Fórum da Maia, Maia, Portogallo

 

1994

Galerie Pierre Nouvion, Monaco Variante Estrada Nacional nº1 / Castelo Branco, Portogallo

 

1993

Bolseiros e Finalistas do Ar.Co / Ministério das Finanças, Lisbona, Portogallo

 

1992

Bolseiros portugueses do Ar.CO no Royal College of Art 1991-1992 / Fundação Calouste Gulbenkian, Lisbon Encontro de Arte Jovem / Chaves, Portugal Arte e as Freguesias / Estufa Fria, Lisbona, Portogallo

 

1991

Sociedade Nacional de Belas-Artes, Lisbona, Portogallo

 

1990

Biblioteca Nacional, Lisbon Exposição Ibérica de Arte Moderna / Cáceres, Spagna

 

1989

Fórum Picoas, Lisbon Galeria João Hogan, Lisbona, Portogallo AWARDS 2015 AICA

 

PREMI / RESIDENZE

2011

Citivella Ranieiri, Italia

 

2007

Residency Récollets, Parigi, Francia

 

2004

Residency Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania

 

PUBBLICAZIONI (SELEZIONE)

2018

Catalogue – A invenção do Sim e do Não, Galeria Zé dos Bois

 

2017

Uma certa quantidade, Documenta

 

2016

Debaixo das pedras da calçada, a praia!, Documenta e Fundação Carmona e Costa (w/ João Miguel Fernandes Jorge)

 

2014

Jurriaan Benschop, Geist Und Form – Ten Painters From Berlin / Bloomington, Grunwald Gallery and Indiana University

 

2012

Jorge Molder – Catálogo Pintura – João Queiroz / Fundação Calouste Gulbenkian, Lisbon BRUNO MÚRIAS Rua Capitão Leitão

 

COLLEZIONI PUBBLICHE (SELEZIONE)

MoMA – Museum of Modern Art, New York, Stati uniti d’America

SFMOMA – San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco, Stati uniti d’America

Centre Pompidou – Parigi, Francia

Fundação Luso-Americana para o Desenvolvimento (FLAD), Lisbona, Portogallo

Caixa-Geral de Depósitos, Portogallo

Banco Privado Collection, Portogallo

MAAT/EDP Collection, Lisbon, Portogallo

Deutsche Bank Collection, Francoforte sul Meno, Germania

La Banque Postale Collection, Parigi, Francia

Ilídio Pinho Foundation, Oporto, Portogallo

PLMJ Foundation, Lisbon, Portogallo

FRAC – Haute Normandie, Sotteville-les-Rouen, Francia

FNAC – Fonds National d’Art Contemporain, Parigi, Francia

Carré d’Art Musée d’Art Contemporain, Nîmes, Francia

Serralves Foundation Collection, Oporto, Portogallo

CaixaForum, Madrid, Spagna

Helga de Alvear Foundation, Madrid, Spagna

Carmona e Costa Foundation, Lisbona, Portogallo

José Luis Soler Vila Collection, Valencia, Spagna

Daniel et Florence Guerlain Collection, Francia

 

 

Dana Sherwood

Vive e lavora a New York

 

FORMAZIONE

2004

Bachelor of Fine Arts

University of Maine

Magna Cum Laude

 

MOSTRE PERSONALI

2022

Dana Sherwood, Florence Griswold Museum, Old Lyme CT

 

2019

Dana Sherwood.  Denny Gallery, NY

 

2017

Feral Cakes. Kepler Art Conseil, Galerie de l’Angle. Paris

 

2016

Crossing the Wild Line.  Denny Gallery, New York

 

2015

The Sausage Forest, Nagel-Draxler Reiseburo Galerie, Cologne

 

2013

Culinary Habitats, Kinetic Gallery, Geneseo, NY

 

MOSTRE COLLETTIVE

2020

The Guests of the Hotel Palenque.  High Desert Test Sites, California

 

2019

Southerns.  Downtown Color.  Newcastle, New South Wales, Australia

Pink Summer, Genova, Italy

Mark Dion.  Storm King, New York

 

2018

Love 2018: Purple Hearts, The Neiman Gallery, Columbia University, NY

The Power of Images: Life, Death and Rebirth.  The Green-Wood Historical

Fund, Brooklyn, NY

Draw|Serbia.  Museum of Contemporary Art Vojvodina.  Novi Sad, Serbia

 

2017

WAS IT A CAT I SAW, Scotty Enterprises, Berlin.

Hathaway Contemporary, Atlanta

dOGUMENTA, Brookfield Arts, NY

Mark Dion: Misadventures of a 21st Century Naturalist, The Institute of

Contemporary Art, Boston

 

2016

The Ocelots of Foothill Boulevard, Pitzer College Art Galleries,

Claremont, California

Extra Natural, Palais Des Beaux Arts, Paris

13th Fellbach Triennial of Small-Scale Sculpture.  Germany

A Feast for the Eyes, Nassau County Museum of Art, Roslyn, NY

RE-CODING, Galerie Elisabeth and Klaus Thoman, Vienna

 

2015

Immediate Female, Judith Charles Gallery, New York

Made in NY, Blueshift Project Gallery, Miami

DUMP!, Kunsthal Aarhus, Denmark

Cru, CCBB, Brasilia

Humanimalands, School of Visual Arts, New York

 

2014

Great Expectations, Soy Capitan, Berlin

Deceptor, Fifi Projects, Mexico City

Within a Tournament of Value, Flux Factory, NY

Museum as Muse, Victorian Mansion, Portland, Maine

Back to Eden: Artists wander the Garden, MOBIA, NY

On the Blue Shore of Silence, Tracy Williams Ltd., NY

Scotia Bank Nuit Blanche, Toronto, Canada

 

2013

Ressurection, Observatory, Brooklyn, NY

Mark Dion (Encrustations), Tanya Bonakdar Gallery, NY

The One Minute Film Festival: 10 Years, Mass MOCA, North Adams, MA

Start as Close to the End as Possible, Torrance Shipman Gallery, Brooklyn, NY

Everything Has its Place, Katheryn Markel Gallery, Bridgehampton, NY

A Picture No Name, Galerie Protégé, NY

 

2012

The Nature of Disappearance, Marianne Boesky Gallery, New York, NY

Documenta (13), Kassel, Germany “The Worldly House archive” by Tue Greenfort

End of Days, Mixed Greens Gallery, New York, NY

International Orange, San Francisco, CA

Fresh Sculptures and Collaborations, Georg Kargl Gallery, Vienna, Austria

Odds, Gamle Yrkesskolen, Odda, Norway

 

2011

Phantoms, Shadows and Phenomena, The Kennedy Museum of Art, Athens, Ohio

Voyage on an Uncanny Sea, Gallery Diet, Miami, Florida

Bits + Pieces, The Boston Center for the Arts, Mills Gallery, Boston, Massachussetts

…Hva er mer naturlig enn a be folk hjem til seg?,The Ut I min hage – Nr.

19, Bergen,Norway

Prospect 2 Satellite Lafcadio’s Revenge, New Orleans

 

2010

Beyond/In Western NY Alternating Currents, Buffalo, New York

A World for the Taking, Galerie Insitu, Paris

Multispecies Salon, New Orleans, Paris

 

2009

Lessons in the Sky: A Filmic Tribute to Audubon, The Hispanic Society of

New York with Dia Foundation, New York

Statefair, Socrates Sculpture Park, New York

The Practice of Joy Before Death, Scaramouche Gallery, New York

Barristers Gallery, New Orleans

 

2008

Spongespace, Solvent Space, Richmond, Virginia

Moab Video Project, Moab, Utah

FIAC Special Projects, Jardin des Tuileries, Paris

Prospect One, Charles J. Colton School, New Orleans

New Orleans Fringe Festival, Film screening at the Hi Ho, New Orleans

Babylon Books, Barristers Gallery, New Orleans

One Minute Film Festival, New York

 

2007

Sugar Buzz, Lehman College Art Gallery, Bronx, New York

A Sentimental Education, La Sorbonne, Paris

Schemen und Schatten Comme ci Comme ça II, Cologne, Germany

One Minute Film Festival, New York

One Minute Film Festival, Wexner Center for the Arts, Ohio

 

2006

Memento Mori, Comme ci Comme ça II, Cologne, Germany

One Minute Film Festival, Orchard Gallery, New York

 

2005

Microcosmographia, Collaboration with Mark Dion, South London Gallery, London

Petits Fours, Comme ci Comme ça II, Cologne, Germany

Romantic Detachment, Grizedale Arts, Cumbria, England

One Minute Film Festival, Orchard Gallery, NY, New York

 

BORSE DI STUDIO, RESIDENZE E PREMI

2016 (ongoing) – Red Hero Mongolia

2016- Anderson Ranch, Aspen, CO

2016- Artist in Residence Pilchuck Glass School

2012- AERIE, The Everglades National Park

2011- Swing Space, The Lower Manhattan Cultural Council

2011- Art Omi International Artists Residency, Ghent, New York

2005- Grizedale Arts, Cumbria, England.  In cooperation with the

Wordsworth Trust

2002- Pau International Theater and Art Festival, Pau, France

Tuguldur Yondonjamts

Nato a Ulaanbaatar, Mongolia nel 1977
Vive e lavora a New York e Ulaanbaatar

 

FORMAZIONE

2014 MFA- Visual Arts, Columbia University, NYC, USA

 

2004 Graduated Fine Arts from University of the Arts (UdK), Berlin, Germany

 

1997 BA-Mongolian Painting (Thanka), The University of Arts & Culture, Ulaanbaatar, Mongolia

 

MOSTRE PERSONALI

2017

Hibernating Tattoos Guarding the Sweat of the Sun, Richard Taittinger Gallery, New York, NY, USA

 

2015

Between two giants, Grand gallery, American Museum of Natural History, NYC, USA 2014

Hunters to Skull Island, Pony Project Gallery, Berlin, Germany 2011

Drawings, Werkraum Godula Buchholz, Denklingen, Germany 2009

Drawings, Werkraum Godula Buchhol, Denklingen, Germany

 

MOSTRE COLLETTIVE

2017

Where Do We Stand? Two Years of Drawing with Open Sessions, The Drawing Center, New York

Soil and Stones, Souls and Songs, Para-Site, Hong Kong, CN

 

2016

Topografie und Mythos, Galerie der Stiftung K52, Berlin, Germany
Open Sessions 7: Hibernating Plan, The Drawing Center, NYC
In Practice: Fantasy Can Invent Nothing New, Sculpture Center, LIC, NY, USA Smart water project, Ice sculpture on Chinggis square, Ulaanbaatar, Mongolia

 

2015

How the sphere, having in vain tried words, resorted to deeds, Cuchifritos Gallery, NYC, USA

Eccentric Exercise-2, Kulturni centar Beograda (KCB), Belgrade, Serbia
Joshua Treenial, Site-Responsive Art and Performance in the Hi Desert, Joshua Tree,

CA, USA

 

2014

DRAW-Mapping Madness, Inside-Out Art Museum, Beijing, China
SOMEWHERES & NOWHERES, IPCNY (International Print Center New York), NYC, USA
MUU, Museum of Street Art (Muzej ulične umjetnosti), Zagreb, Croatia
Port of Call, LASALLE College of the Arts, The Institute of Contemporary Arts Singapore (ICAS), Singapore
MFA Thesis exhibition, Fisher Landau Center for Art, Long Island City, NY, USA UNITED AGAINST SPECULATION, organized by Rirkrit Tiravanija and Tomas Vu, LeRoy Neiman Gallery, Columbia University, NY

 

2013

Eccentric Exercise- International Contemporary Drawing, Les Gens Heureux, Copenhagen, Denmark

Amalgamated- Mongolian Contemporary Art, Gallery MC, NYC, USA
And after a pause, it continued, Miriam and Ira D. Wallach Art Gallery, Columbia University, NYC, USA

Magical Thinking, Brooklyn, USA
Glow show,
Storefront video screening, Catskill, NY, USA

 

2012

2nd Land Art Biennial Mongolia 360°, Mongolian National Modern Art Gallery, Ulaanbaatar, Mongolia

RAPID/TRANSIT, Mongolian National Modern Art Gallery, UB, Mongolia Magic stories, KunstvereinGRAZ e.V. Regensburg, Germany

 

2011

Walter Koschatzky Artistic Prize 2011/Exhibition of the nominated works, MuMok- Hofstallungen, Vienna, Austria

 

2010

Open Studio, Omi International Art Center, Ghent, USA
Im Haus, Haus der Kunst München/ Munich, Germany
4th edition of Arte Laguna Prize 2009, Tese di San Cristoforo Arsenale di Venezia, Venice, Italy

 

2009

Walter Koschatzky Artistic Prize 2011/ Exhibition of the nominated works, MuMok Hofstallungen, Vienna, Austria

Was uns antreibt, Haus der Kunst München, Munich, Germany

 

2008

Good Work, Trippen showroom, Berlin, Germany
Medium Drawing, Haus der Kunst München, Munich, Germany
Cologne Art Fair 21, Cologne, Germany
Anonymous Drawings, Kunstraum Kreuzberg/Bethanien, Berlin, Germany

 

2007

Contemporary Art Ruhr KunstQudrate07, Zollverein, Essen, Germany International Exibition Nord Art 2007, Rendsburg, Germany
Große Kunstausstellung 2007, Haus der Kunst München, Munich, Germany

 

2003

Iim er huu/ That male boy (translated from Mongolian), Mongolian National Modern Art Gallery, Ulaanbaatar, Mongolia

 

2000

Holz-Legno-Xylo, The University of the Arts (UdK), Berlin, Germany

 

1997

Thesis exhibition, Mongolian National Modern Art Gallery, Ulaanbaatar, Mongolia

 

1995

Tugsultiin yzegselen, Union of Mongolian Artists Gallery, Ulaanbaatar, Mongolia

 

RESIDENZE

2016

Sharp-Walentas Studio Program, New York, USA
Residency Unlimited residency with support from the Trust for Mutual Understanding (TMU), New York, USA

 

2015

Civitella Ranieri Residency, Umbria, Italy
LES Studio Program Residency, Artists Alliance Inc, NYC, NY, USA
VSC Fellowship supported by Joan Mitchell Foundation, Johnson, VT, USA

 

2014

Tropical Lab 8, LaSalle College of the Arts, ICAS, Singapore

 

2013

The Fallen Tower / Matthew Ritchie, Detroit, Michigan, USA

 

2012

Djerassi Resident Artist program, Woodside, California, USA

Residency Unlimited with Flux Factory (LIC, NY), with support of the Arts Council of Mongolia

 

2010

Holz-Legno-Xylo, (Universität der Künste Berlin), Gutshof Sauen, Germany

 

2000

Omi International Art Center, Ghent, USA
Cite Internationale des Arts, Paris, France
Residency organized by Melanie Mowinski, Ferrin Gallery and Storefront Artist

Projects in Pittsfield/MA, USA

 

PREMI / BORSE DI STUDIO

2016

Sharp-Walentas Studio Program Award 2016-17, NY Open Sessions, The Drawing Center, NYC, USA Trust for Mutual Understanding (TMU) grant, NYC

 

2015

Civitella Ranieri Fellowship, Umbria, Italy
VSC Fellowship supported by Joan Mitchell Foundation, Johnson, VT

 

2014

Sustainable Arts Foundation’s Promise Award, San Francisco, CA Morty Frank Traveling Fellowship, Columbia University, New York, NY

 

2013-2014

Betty Lee and Aaron Stern Fellowship, Columbia University, New York, NY

Marshal Glasier Fellowship, Fund for the study of Drawing, Columbia University, New York, NY

 

2012-2014

Flubright Foreign Scholarship for Master Degree, International Education Exchange Program, US Department of State

LeRoy Neiman Fellowship, Columbia University, New York, NY

 

2012

Helen L Bing Fellowship, CA, USA
Arts Council of Mongolia/ Open Society Foundation grant, UB, Mongolia

 

2010-2011

Project grant from Karin-Abt-Straubinger Foundation, Stuttgart, Germany

 

2010

Finalist of 4 edition of Arte Laguna Prize 2009, Venice, Italy

 

2009

Nominee of Walter Koschatzky Artistic Prize 2009, Vienna, Austria

 

2008

Finalist of Gesellschafter Art Award 2008 / Cologne Art Fair, Germany

 

COLLEZIONI

The Whitney Museum of American Art
Francis J. Greenburger Collection, New York, USA Godula Buchholz Collection, Denklingen, Germany Dr. Michael I. Jackobs Collection, NY
Private collections

Mark Dion

Nato a New Bedford, Massachusetts (USA), nel 1961.

Vive a New York.

 

 

FORMAZIONE, PREMI, RESIDENZE

2023 Dottorato ad honorem, UMass Dartmouth, Dartmouth, Massachusetts, USA

2019 Guggenheim Fellowship, New York, USA

2019 The Melancholy Museum, Cantor Arts Center, Stanford University, California, USA

2015 Dottorato di ricerca, Wagner Free Institute of Science, Philadelphia, Pennsylvania, USA

2014 Assegno di ricerca ad honorem, Falmouth University, Regno Unito

2012 Residenza artistica, Everglades, Florida, USA

2008 Lucelia Award, Smithsonian Museum of American Art, Washington DC, USA

2005 Joan Mitchell Foundation Award

2003 Dottorato di Ricerca, University of Hartford School of Art, Doctor of Arts

2001 9th Annual Larry Aldrich Foundation Award

1985 Whitney Museum of American Art, New York, Independent Study Program, New York, USA

1982-84  School of Visual Arts, New York, USA

1981-82, 86 University of Hartford School of Art, Connecticut, BFA

 

 

MOSTRE PERSONALI

2026

Mark Dion, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

 

2025

Mark Dion & Dana Sherwood: The Garden of Earthly Delights and Sentimental Education, The Armour Stiner Octagon House, Irvington, USA (two-person)

The Sky We Stand On, Tanya Bonakdar Gallery, Los Angeles, USA

The South Florida Wildlife Rescue Unit, Perez Art Museum, Miami, USA

New Prints and Drawings, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Journey to Nature’s Underworld, Palmer Museum of Art, Penn State, University Park, USA

The Melancholy Entomologist and of Tales of Ecological Despair, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia

Mark Dion: The South Florida Wildlife Rescue Unit, Pérez Art Museum, Miami, USA

Mark Dion: Works on Paper, Mildred’s Lane Inc., Narrowsburg, USA

The Library for the Birds of New York and Other Marvels, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

 

2024

All Heaven in a Rage, No Gallery, New York, USA

Delirious Toys, Bundeskunsthalle, Bonn, Germania

The Michigan Curiosity Shop, Meijer Gardens, Grand Rapids Charter Township, Grand Rapids, USA (installazione a lungo termine)

Mrs. Christopher’s House, a Troy Hill Art House commission, Pittsburgh, USA (commissione permanente)

Mark Dion: Investigations, Inquiries And A Few Good Jokes, In Situ, Parigi, Francia

Anatomy of Melancholy, Nagel/Draxler, Monaco, Germania

Journey to Nature’s Underworld, The Bruce Museum, Greenwich, USA

Catalyst Visiting Artist Series, Villa Maria College, Buffalo, New York, USA

Excavations, La Brea Tar Pits & Museum, Los Angeles, USA

 

2023

Excavations, La Brea Tar Pits & Museum, Los Angeles, USA

All Heaven in a Rage, No Gallery, New York, USA

Systema Naturae, Saskia Neuman Gallery, Stoccolma, Svezia

Delirious Toys – The Berlin Toy Cabinet of Wonder, Museum Nikolaikirche, Berlino, Germania

Field Station of the Melancholy Entomologist, Ice House Project Space, Sharon, Connecticut, USA

Bureau de l’ornithologue, Musée Gassendi, Digne-les-Bains, Francia (installazione commissionata)

Journey to Nature’s Underworld, The Bruce Museum, Greenwich, Connecticut, USA (two-person)

 

2022

Theater of Extinction, Tanya Bonakdar Gallery, Los Angeles, USA

Journey to Nature’s Underworld, organizzato da American Federation of Arts The Bruce Museum, Greenwich, CT (two-person), Regno Unito

Cabinet of Extinction, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

The Witches’ Cottage, Museum Morsbroich, Leverkusen, Germania (commissione pubblica permanente)

Tree of Life, Art on the Meuse Z33, Hasselt, Belgio (progetto pubblico permanente)

 

2021

By the Sea, Pinksummer, Genova, Italia

The Field Station of the Melancholy Marine Biologist, Governor’s Island, New York, USA (installazione a lungo termine)

Cabinet of Electrical Curiosities, Kunsthalle Praha, Prague, Czech Republic (commissione site-specific)

Barakat Contemporary, Seoul, Sud Corea

Mark Dion: The Accused, Verbeke Foundation, Kemzeke, Belgio

The Pavillon of Confectionary Curiosities, collaborazione con Dana Sherwood, DeCordova Sculpture Park and Museum, Lincoln, MA, USA

Bureau de l’ornthologue, Musée Gassendi, Digne-les-Bains, Francia (installazione commissionata)

Vivarium, Biologiezentrum, University of Vienna, St. Marx, Vienna, Austria (installazione permanente)

 

2020

The Perilous Texas Adventures of Mark Dion, Amon Carter Museum of American Art, Fort Worth*

Mark Dion: Follies, Laumeier Sculpture Park, St. Louis, MO, USA

Mark Dion, Planting Fields, Oyster Bay, NY, USA

 

2019

Wunderkammer 2, Esbjerg Museum of Art, Esbjerg, Danimarca

Mark Dion: Our Plundered Earth, Dublin City Gallery The Hugh Lane, Dublino, Irlanda

Mark Dion: Follies, Storm King Art Center, Cornwall, New york, USA

Mark Dion: The Life of a Dead Tree, Museum of Contemporary Art, Toronto, Canada

Fragile Earth: The Naturalist Impulse in Contemporary Art, Florence Griswold Museum, New Lyme, CT, USA

 

2018

Cabinet of Wonder, Gathering Place, Tulsa, OK, USA (commissione pubblica)

Fish Fountain for Stavoren, 11 Fountains Project, Stavoren, Paesi Bassi (commissione permanente)

Mark Dion: Theatre of the Natural World, Whitechapel Gallery, Londra, Regno Unito

 

2017

Mark Dion: Print Re/View, Hartford Art School Galleries at the University of Hartford, West Hartford, CT American Politics—Dirty Tricks, Georg Kargl Fine Arts, Vienna, Austria

Mark Dion: The Wondrous Museum of Nature, Kunstmuseum St. Gallen, Svizzera

Mark Dion: Misadventures of a 21st Century Naturalist, Institute of Contemporary Art Boston, Boston* Exploratory Works: Drawings from the Department of Tropical Research Field

Expeditions, a cura di Mark Dion, Katherine McLeod e Madeleine Thompson, The Drawing Center, New York* Virginia Curiosity Shop: a Mark Dion Project for UVA, The University of Virginia, Charlottesville, VA, USA

Waiting for the Extraordinery, U-M Institute of the Humanities, University of Michigan, Ann Arbor, MI, USA

 

2016

Mark Dion: The Wondrous Museum of Nature, Kunstmuseum, St. Gallen, Svizzera

Forschungsergebnisse aus den “The Floodwater Residency Program – Gartow” von Mark Dion (Findings from Mark Dion’s “The Floodwater Residency Program – Gartow”), Westwindischer Kunstverein, Gartow, Germania

The Conservator’s cupboard, Bard Graduate Center, New York, USA

Mark Dion: Fieldwork IV, Cairn Centre D’Art, Digne-les-Bains, Francia

ExtraNaturel: Voyage initiatique dans la collection des Beaux-Arts de Paris, Palais des Beaux-Arts, Parigi, Francia

The Mark Dion Cabinet, Galerie für Landschaftskunst, Hamburg, Germania

Universal Collection: A Mark Dion Project, The Frances Lehman Loeb Art Center, Poughkeepsie, NY, USA

Mark Dion – Reconnaissance, Waldburger Wouters, Bruxelles, Belgio

Mark Dion: Shooting Gallery, GFLK Halle Süd Tölz, Bad Tölz, Germania

Mark Dion: Library for the Birds of New York and Other Marvels, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Mark Dion: Against the Current, Ormston House, Limerick, Irlanda

The World in a Box and Other Adventures in Cosmology: Recent Print Editions of Mark Dion, Ruffin Gallery, University of Virginia, Charlottesville, VA, USA

Reconnaissance, Waldburger Wouters, Bruxelles, Belgio

Mark Dion. Widerspenstige Wildnis / Wayward Wilderness, Drents Museum, Assen, Paesi Bassi

 

2015

Mark Dion: The Phantom Museum – Wonder Workshop, Clifford Gallery and Picker Art Gallery, Colgate University, Hamilton, New York, USA

The Future Museum & The Wonder Workshop, V-A-C Foundation, Venezia, Italia

Mark Dion-Vanishing Wonders & New Curiosities, Galerie Nagel/Draxler, Germania

 

2014-2015

The Lost Museum: A Project of the Jenks Society, Department of Social Humanities, Brown University, Providence, RI, USA

 

2014

Mark Dion: The Academy of Things, The Academy of Fine Arts Design, Dresden, Germania

 

2013

The Macabre Treasury, Museum Het Domein, Sittard, Paesi Bassi

Mark Dion: Drawings, Prints, Multiples and Sculptures, Tanya Bonakdar Gallery, New York, NY, USA

The Octagon Room in esposizione a lungo termine al Massachusetts Museum of Contemporary Art, North Adams, MA, USA

The Curator’s Office in esposizione permanente a The Minneapolis Institute of Art, Minneapolis, MN, USA

Residenza e mostra presso Flora ars + natura, a cura di José Roca, Bogotá, Colombia

Above/Below Ground, a project by Mark Dion e Amy Yoes for the Siena Art Institute, Siena, Italia

Mark Dion: The Pursuit of Sir William Hamilton, Museo Pignatelli, Naples, organizzato da Fondazione Morra Greco, Italia

 

2012

MARK DION: Phantoms of the Clark Expedition, The Explorers Club, New York, organizzato da The Sterling and Francine Clark Art Institute, Williamstown, MA, USA

Mark Dion: Troubleshooting. University of South Florida Contemporary Art Museum, Tampa, FL, USA

Den, Site-specific installation for the National Tourist Routes, Norvegia

 

2011

Ship in a Bottle, Public commission for Port of Las Angeles Waterfront Enhancement Project, Cabrillo Way Marina, San Pedro, CA, USA

Oceanomania: Souvenirs of Mysterious Seas, Musée Océanographique de Monaco e Nouveau Musée National de Monaco / Villa Paloma, Monte Carlo, Monaco The South Florida Wildlife Rescue Unit, Miami Art Museum, Miami, FL, USA

Waiting for the Extraordinary, Michigan State University, Institute for the Humanities, East Lansing, MI, USA

 

2010-2011

The Marvelous Museum: A Mark Dion Project, Oakland Museum of California, Oakland, CA*, USA

Fine Arts Center Gallery, University of Arkansas, Fayatteville; traveling to the University of South Florida Contemporary Art Museum, USA

 

2010

Mark Dion: Travels of William Bartram – Reconsidered, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Presidio Habitats, SITE Foundation & The Presidio, San Francisco, CA, USA

The Amateur Ornithologist Clubhouse, EMSCHER KUNST, European Capital of Culture, Ruhr, Germania

 

2009

Installazione permanente per il Springhornhof Institute of Neolithic Archeology, Kunstverein Stiftung Springhornhof Neuenkirchen, Beuna, Germania

Le department archeologique des researches archeologiques subaquatiques et sour-marines du Musée de l’Arles et de la Provence antiques, Musée departmental Arles antiques, Arles, Francia

Installazione-giardino permanente al Toolie St. Hanging Garden, London Jungle Shop and Other Mischief, Galerie Christian Nagel, Colonia, Germania

Mark Dion, Collected Editions 1984-2009, Trisolini Gallery, University of Ohio, Athens, OH, USA

 

2008-2010

Concerning Hunting, Arhus Kunstbygning, Denmark; traveling to Galleria Civica di Modena, Modena, Italia; Herbert Gerisch-Stifung Neumünster, Germania; Kunsthalle Krems, Krems an der Donau, Austria

 

2008

Mark Dion: The Octagon Room, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Mark Dion: Travels of William Bartram – Reconsidered, Bartram’s Garden, Philadelphia, Pennsylvania, USA

Mark Dion: Maquettes, Goodwater Gallery, Toronto, USA

Recent Endeavors: New Works by Mark Dion, Atlantic Center for the Arts, New Smyrna Beach, FL, USA

 

2007

Systema Metropolis, Natural History Museum, Londra, Regno Unito

Memorial to Thomas Bewick, St Michael’s Church, Newcastle upon Tyne Public Art Project

The Natural History of the Museum, Carré d’Art, Nimes; Dunkers Kulturhus, Helsingborg, Sweden, 2007; Seedamm Kulturzentrum, Pfäffikon, Svizzera

Salon Jacqueline Sommer, Musée de la Chasse et de la Nature, Parigi, Francia

Library for the Birds of Paris, Galerie Michel Jorniac Unversite Paris 1, Paris Maquettes, Goodwater Gallery, Toronto, USA

 

2006

The South Florida Wildlife Rescue Unit, Miami Art Museum, USA

Seattle Vivarium, part of I AM SAM Olympic Sculpture Park, Seattle Art Museum, USA

Neotropic (con Bob Braine), Galerie inSITU, Parigi, Francia

 

2005

The Curiosity Shop, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Dungeon of the Sleeping Bear, the Phantom Forest, the Birds of Guam and other Fables of Ecological Mischief, Château d’Oiron, Oiron, Francia

Salon de Chasse, Musée de la Chasse et de la Nature, Château de Chambord, Chambord, Francia

The Brazilian Expedition of Thomas Ender – Reconsidered, Akademie der Bildenden Kunst, Vienna, Austria

Bureau of the Centre for the Study of Surrealism and its Legacy, Manchester Museum, Regno Unito

Microcosmographia and the Secret Garden Biological Field Unit, South London Gallery, Londra, Regno Unito

Memento Mori (My Glass is Run), Aldrich Contemporary Art Museum, Ridgefield, CT, USA

Dundee Bear Broch, Camperdown Wildlife Center in cooperazione con Dundee, Scozia, Regno Unito

Contemporary Arts, Dundee, Scozia, Regno Unito

 

2004

Projects 82, Rescue Archaeology, A Project for The Museum of Modern Art, Museum of Modern Art, New York, USA

Mark Dion: drawings and printed works, Goodwater, Toronto Office for the Center for the Study of Surrealism and its Legacies, Manchester Museum, Regno Unito

Universal Collection, Historisches Museum, Frankfurt am Main Tropical Travels, Thomas Ender (1817-1818) e Mark Dion (2003), Academy of Fine Arts, Vienna, Austria

 

2003

RN: The Past, Present and Future of the Nurse Uniform, The Fabric Workshop and Museum (in collaborazione con J. Morgan Puett), Philadelphia, PA, USA

The Ichthyosaurus, the Magpie, and Other Marvels of the Natural World, Musée Gassendi e la Reserve Geologique de Haute Provence, Digne, Francia,Centro Sperimentale Art Contemporanea, Caraglio, Italia

Full House, 9th Annual Larry Aldrich Foundation Award, The Aldrich Museum of Contemporary Art, Ridgefield, CT, USA

Mark Dion: Collaborations 1987-2003, Joseloff Gallery, Hartford, CT e American fine Arts, Co., New York, USA

 

2002-2003

Mark Dion: Encyclomania, Villa Merkel, Esslingen to Kunstverein Hannover, Hannover e Bonner Kunstverien, Bonn, Germania

 

2002

Microcosmographia, University of Tokyo Museum, Tokyo, Giappone

Vivarium, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Urban Wildlife Observation Unit, The Public Art Fund, Madison Square Park, NY Ursus Maritimus, Goodwater, Toronto, Canada

 

2001

New England Digs, Fuller Museum of Art, Brockton, MA; Bell Art Gallery, Brown University, Providence, RI; University of Massachusetts, Dartmouth, USA

Cabinet of Curiosity for the Weisman Art Museum, Wiesman Art, Germania

Museum, Minneapolis, MN, USA

 

2000

The Museum of Poison, Bonakdar Jancou Gallery, New York, USA

Nature Bureaucracies, American Fine Arts Co., New York, USA

 

1999

Two Banks (Tate Thames Dig), Tate Gallery, Londra, Regno unito

Art Now 20: Tate Thames Dig, Tate Gallery, Londra, Regno unito

Where The Land Meets The Sea, Yerba Buena Center for the Arts, San Francisco Adventures in Comparative Neuroanatomy, Deutsches Museum Bonn

Loot: Raiding Neptune’s Vault, Galleria Emi Fontana, Milano, Italia

The Ladies Field Club of York, National Railway Museum, York, Regno Unito (con J. Morgan Puett)

 

1998

Private Property, Galerie fur Landschaftskunst, Hamburg-Altona, Germania

 

1997

Trophies & Souvenirs, London Projects, Londra, Regno Unito

Mark Dion: The Museum of Natural History and Other Fictions, Ikon Gallery, Birmingham; Kunstverein, Amburgo, Scozia, Regno Unito

Homage – Jean-Henri Faber, Galerie des Archives, Parigi, Francia

Cabinet of Curiosity for the Wexner Center of the Arts, Wexner Center for the Arts, Columbus, Ohio, USA

 

1996

Two Trees, American Fine Arts Co., New York, USA

A Tale of Two Seas: An Account of Stephan Dillemuth’s and Mark Dion’s Journey

Along the Shores of the North Sea and Baltic Sea and What They Found There, Galerie Christian Nagel, Colonia, Germania

 

1995

Unseen Fribourg, Fri-Art Centre D’Art Contemporain Kunsthalle, Fribourg American Fine Arts Co., New York, USA

Dodo, Galerie Tanya Rumpff, Amsterdam

Flotsam and Jetsam (The End of the Game), De Vleeshal, Middleburg, Paesi Bassi

Schoharie Creek Field Station, Art Awareness, Lexington, NY, (con Bob Braine e J. Morgan Puett)

 

 

MOSTRE COLLETTIVE

2025

The Postcard Exhibition, Saskia Neuman Gallery, Stoccolma, Svezia

Moby Dick, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova, Italia

La Bella Estate, Fondazione Sandretto Re Debaudengo, a cura di Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt

Expedition to the World’s Oceans, Bundeskunsthalle, Bonn, Germania

Best of SouthCoast, New Bedford Art Museum, New Bedford, USA

(Un)Settled: The Landscape in American Art, Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford, USA

Microkosm – The World in a Wunderkammerm, Drents Museum, Assen, Paesi Bassi

ECHO DELAY REVERB: American Art and Francophone Thought, a cura di Naomi Beckwith, Palais de Tokyo, Parigi, Francia

Mark Dion and Alexis Rockman: Journey to Nature’s Underworld, Palmer Museum of Art, University Park, Pennsylvania, USA

The Campus, Hudson, USA

Prints Charming, Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford, USA

Enormément bizarre: Jean Chatelus collection Donation Fondation Antoine de Galbert, Centre Pompidou, Parigi, Francia

Why Look At Animals, EMΣT | The National Museum of Contemporary Art, Atene, Grecia

 

2024

The sky we stand on, Tanya Bonakdar Gallery, Los Angeles, California, USA

Kiel (re)connecting.earth Beyond Water, Stadtgalerie Kiel & Kiel Museum of Zoology, Germania

Beyond Water, Nomadic Biennial, Stadtgalerie Kiel, Germania

Start Making Sense, CCS Bard Galleries, Dutchess County, NY, USA

The Return of Histoire Naturelle, Chez Max e Dorothea, Los Angeles, California, USA

After Icebergs: Conceptual Photography and Climate Crisis, Humanities Center Gallery, University of San Diego, San Diego, USA

Home Again, Newfields, Indianapolis, IN, USA

From Art Colony to Connecticut Collection: Highlights from the Florence Griswold Museum, Florence Griswold Museum, Old Lyme, CT, USA

The World In Which We Live: The Art of Environmental Awareness, Richard and Carole Cocks Art Museum, Miami University, Oxford, OH, USA

 

2023

Core Collections, Picker Art Gallery, Colgate University, Hamilton, USA

“A Singularly Marine & Fabulous Produce”: The Cultures of Seaweed, New Bedford Whaling Museum, New Bedford, USA

CHIRPING. ART FROM A BIRD’S-EYE VIEW, Kunsthalle Wilhelmshaven, Wilkhelmshaven, Germania

Collection of Contemporary, Museum Ludwig, Colonia, Germania

Un/Natural Selections: Wildlife in Contemporary Art, Hudson River Museum, Yonkers, USA

Concerning Nature, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Tossed: Art from Discarded, Found and Re-purposed Materials, Middlebury College Museum of Art, Middlebury, USA

Reimag(in)ing the Victorians, Djanogly Gallery, University of Nottingham Touch Nature, Austrian Culture Forum, New York, USA

Über den Wert der Zeit / On the Value of Time, Ludwig Museum, Köln, Germania

Tense Condition, Staatsgalerie, Stuttgart, Germania

Kingdom of Nature, Nordiska Akvarellmuseet, Skarhamn, Sweden Diurnal/Nocturnal, a cura di Mark Dion, LeRoy Neiman Gallery, Columbia University School of the Arts, New York, USA

The Gifted Eye, Tylers Museum, Haarlem, Paesi Bassi

Home Again, Newfields, Indianapolis, USA

New acquisitions: Paul Bril to Wendy Red Star, British Museum, London, Regno Unito

 

2022

Earthly Observatory, SAIC Galleries, Chicago, USA

Temperaura ambiente Curaduria de la artista, Collection Jumex, Città del Messico, Messico

Lands End, FOR-SITE Foundation, San Francisco, USA

n/Natural Selections: Wildlife in Contemporary Art, National Museum of Wildlife Art, Jackson, WY, USA

Tense Condition, Staatsgalerie, Stuttgart, Germania

Topographies: Changing Conceptions of the American Landscape, Binghamton University Art Museum, Broome County, NY, USA

Enjoy – the mumok Collection in Change, mumok, Vienna, Austria

Based on a True Story…, MCA Chicago, Chicago, USA

New Earthwork, a cura di Mark Dion e Heather Lineberry, Arizona State University Art Museum, Arizona, USA

Conserving Active Matter, Bard Garduate Center, New York, USA

Fragile Earth: Naturalist Impulse Contemporary Art, The Brandywine River Museum of Art, Chadds Ford, PA, USA

Life Eternal, The Nobel Prize Museum c/o Liljevalchs Konsthall, Stoccolma

Synapse: Intersections of Art and Science, University Galleries of the University of Akron, Akron, Ohio, USA

The Witches’ Cottage, Museum Morsbroich, Leverkusen, Germania

Conserving Active Matter, Bard Garduate Center, New York, USA

Archiviare l’impossibile, Galleria Erica Ravenna, Roma, Italia

Based on a True Story…, MCA Chicago, Chicago, USA

New Earthwork, a cura di Mark Dion e Heather Lineberry, Arizona State University Art Museum, Tempe, AZ, USA

 

2021

Tense Condition, Staatsgalerie, Stuttgart, Germania

Earthly observatory, SAIC Galleries, Chicago

Temperatura ambiente Curaduria de la artista, COLLECTION Jumex, Mexico City Lands End, FOR-SITE Foundation, San Francisco, California, USA

Un/Natural Selections: Wildlife in Contemporary Art, National Museum of Wildlife Art, Jackson, Wyoming, USA

Topographies: Changing Conceptions of the American Landscape, Binghamton, New York, USA

University ART Museum, Broome County, NY, USA

Enjoy – the mumok Collection in Change, mumok, Vienna

The Vienna Biennial for Change, MAK, Vienna

Fragile Creation, Dom Museum, Vienna We Are Animals, Kunsthal Rotterdam, Rotterdam, Paesi Bassi

We Are Animals, Kunsthal Rotterdam, Rotterdam, Paesi Bassi

Body & Soul. Thinking Feeling Brushing Teeth, Museum Ostwall Dortmund , Germania

 

2020

On Everyone’s Lips, From Pieter Bruegel to Cindy Sherman, Kunstmuseum, Wolfsburg, Germania

LEPORICYPARAEA MAPPA ROSEA, Verbeke Foundation, Stekene, Belgio

Mark Dion & Dana Sherwood: The Pollinator Pavilion, Thomas Cole National Historic Site, Catskill, NY, USA

Return of the Real, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Potential Worlds, Museum für Gegenwartskunst, Zurigo, Svizzera

Songs in the Dark, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Citizen Animalia, Glass Curtain Gallery, Columbia College, Chicago, USA

Animals in the Art, Arken Museum, Danimarca

On Everyone’s Lips, From Pieter Bruegel to Cindy Sherman, Kunstmuseum, Wolfsburgg, Germania

LEPORICYPARAEA MAPPA ROSEA, Verbeke Foundation, Stekene, Belgio

Return of the Real, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

 

2019

Plastic Entanglements: Ecology, Aesthetics, Materials, Smith College Museum of Art, Northampton, MA, USA

The Unbearable Impermanence of Things, Vicki Myhren Gallery, The University of Denver, Denver, CO, USA

Kith and Kin: Friends and Mentors of Lesley MFA College of Art and Design, Lesly University, Cambridge, MA, USA

Indicators: Artists on Climate Change, Storm King, Cornwall, NY Wild Designs, Peabody Essex Museum, Salem, MA. USA

Transformations & Alterations, NYFA and McKinsey, New York. USA

Forgetting—Why We Don’t Remember Everything, Historisches Museum Frankfurt, Frankfurt am Main, Germania

Heaven, Hell and Purgatory, The Greenwood Cemetery, New York, USA

Year 2: Occupy Colby Museum, Colby Museum of Art, Waterville, MA, USA

Santander Sala de Arte, Madrid, Spagna

Fragile Earth, The Florence Griswold Museum, Old Lyme, CT, USA

From Theory to Practice: Trajectories of the Whitney Independent Study Program, a cura di John Tyson e Sam Toabe, University of Massachusetts Boston, Boston, USA

 

2018

Wilderness, Schirn Kunsthalle Frankfurt, Francoforte, Germiania

The Magic Kingdom, a cura di Avi Lubin, Beit Uri e Rami Nehoshtan Museum, Ashdot Ya’akov Meuhad, Israele

Natural Spaces, Testing Grounds, a cura di Marie-Noëlle Farcy, Marion LavalJeantet, Benoît Mangin, MUDAM: Mudam Luxembourg – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Luxembourg City

Indicators: Artists on Climate Change, Storm King, Cornwall, NY, USA

Dime-Store Alchemy, The FLAG Art Foundation, New York, USA

Plastic Entanglements: Ecology, Aesthetics, Materials, The Palmer Museum of Art, University Park, PA [traveling to Jordan Schnitzer Museum of Art, Eugene, OR; Smith College Museum of Art, Northampton, MA; Chazen Museum of Art, Madison, WI, USA

Everything Was Forever, Until It Was No More, a cura di Katerina Gregos, Riga International Biennial of Contemporary Art, Riga, Lettonia

Endangered Species: Artists on the Front Line of Biodiversity, Whatcom Museum, Bellingham, WA, USA

Wild Designs, Peabody Essex Museum, Salem, MA, USA

The Atlantic Triangle, 11th Mercosul Biennial, Porto Alegre, Brasile

Big Botany, Spencer Museum of Art, the University of Kansas, Lawrence, KS, USA

Art/Nature – Artistic Interventions, Museum für Naturkunde (Museum of Natural History), Berlino, Germania

Nature’s Nation: American Art and Environment, Princeton Art Museum, Princeton, NJ, USA

Plastic Entanglements, Palmer Museum of Art, Pennsylvania State University, PA, USA

The Conditions of Being Art: Pat Hearn Gallery & American Fine Arts, Co. (1983-2004), Center for Curatorial Studies e Hessel Museum of Art, Bard College, Annandale-On-Hudson, NY, USA

The 33rd São Paulo Biennial, San Paolo, Brasile

 

2017

Artist Need to Create on the Same Scale That Society Has the Capacity to Destroy, Part I, Mana Contemporary, Jersey City, USA

Ambiguous Territory: Architecture, Landscape, and the Postnatural, University of Michigan Taubman College Gallery, Ann Arbor, MI, USA

Natural Histories, Traces of the Political, Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien, Vienna

The Unreliable Narrator, Sun Valley Center for the Arts, Ketchum, ID, USA

Mark Dion Waiting for the Extraordinary, Institute of the Humanities, University of Michigan, Ann Arbor, MI, USA

Prospect 4. The Lotus in Spite of the Swamp, Prospect New Orleans, New Orleans, USA

A Good Neighbor: the 15th Istanbul Biennial, Istanbul

Dioramas, Palais de Tokyo, Parigi

Art around 1992, Centro Andalusia de Arte Contemporáneo, Siviglia, Spagna

Constructing Paradise, Austrian Cultural Forum New York, New York, USA

Just the Facts, The Milwaukee Institute of Art & Design Frederick Layton Gallery, Milwaukee, WI, USA

Wundercamera,Telefair Museum of Art, Savannah, GA, USA

The Garden—End of Times, Beginning of Times, ARoS Aarhus Kunstmuseum, Aarhus, Danimarca

Naturalia, Paul Kasmin Gallery, New York, USA

Art and Culture around 1992, Centro Andaluz de Arte Contemporáneo, Siviglia, Spagna

Die Idee der Freien Flusszone / The Idea of the Free River Zone, Heidelberger Kunstverein, Heidelberg, Germania

 

2016

20 – An Exhibition in Three Acts, Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo, Svizzera

Emscherkunst 2016, siti multipli, Germania

Come As You Are: Art of the 1990s, Blanton Museum, University of Texas, Austin, Texas, USA

Don’t Look Back: The 1990’s at MOCA, The Geffen Contemporary at MOCA, Los Angeles, California, USA

Sublime. The Tremors of the World., Centre Pompidou-Metz, Metz, Francia

Radical Seafaring, Parrish Art Museum, Water Mill, New York, USA

The Ocelots of Foothill Blvd, Mark Dion, Jessica Rath, Dana Sherwood, Pitzer Art Galleries, Pitzer College, Claremont, California, USA

Manmade: Contemporary Art on the Relationship between Man and Earth, Raversyde, Oostende, Belgio

FOOD—Ecologies of the Everyday, 13th Fellbach Small Sculpture Triennial, Fellbach, Germania

Animality, Marian Goodman Gallery, Londra, Regno Unito

Dead Animals, or the curious occurrence of taxidermy in contemporary art, David Winton Bell Gallery, Brown University, Providence, Rhode Island, USA

Freie Flusszone Süderelbe, Galerie für Landschaftskunst im Kunstverein, Langenhagen, Germania

El orden natural de las cosas, Museo Jumex, Città del Messico, Messico

A Critical Mass Is What We Have Left, George Kargl BOX, Vienna

 

2015 – 2016

Hunters and Gatherers in Contemporary Art, Museum Morsbroich, Leverkusen, Germania

Come As You Are: Art of the 1990s, Montclair Art Museum, NJ; traveling to Telfair Musuem of Art, Savannah, GA, University of Michigan Museum of Art, Ann Arbor, MI; Blanton, USA Museum of Art, UT Austin, Ausitn, Texas, USA

 

2015

The Order of Things: Mark Dion, Judy Pfaff e Fred Wilson, The Barnes Foundation, Philadelphia Emanation: Art + Process, Wheaton Arts, Millville, New Jersey, USA

 

2014-2015

Late Harvest, Nevada Museum of Art, Reno, Nevada, USA

The Academy of Things: 250 Years at the Kunstakademie Dresden, The Art Academy of Dresden, Germania

 

2014

The Colours of the Labyrinth, Waldburger Wouters, Bruxelles, Belgio

Anthropocene Monument, Les Abattoirs, Toulouse, Francia

The Bigger Picture: Work from the 1990s, Tanya Bonakdar Gallery, New York Wundercamera, Holden Gallery, Manchester, Regno Unito

The Lost Museum: A Project of the Jenks Society, Department of Social Humanities, Brown University, Providence, Rhode Island, USA

Back to Eden: Contemporary Artists Wander the Garden, Museum of Biblical Art (MOBIA), New York, USA

Groundwork: life spent with nature, Wave Hill Public Garden and Cultural Center, New York, USA

between the lines, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Forecast, Virginia Commonwealth University Anderson Gallery, Virginia, USA

Noah’s Ark, Museum Ostwal, Dortmund, Germania

The Trouble with Jellyfish, Le Laboratoire, Parigi, Francia

Orders in Motion: On Collecting, Dynamic Histories, and Lost Things – 250 Years of the Dresden Art Academy, The Art Academy of Dresden, Germania

New York Makers Open, Museum of Arts and Design, New York, USA

Unity of Nature: Alexander von Humboldt and the Americas, Americas Society, NY Wonder Cabinet s / The Art of Collecting, Children’s Museum of New York, New York, USA

Mansion as Muse: Contemporary Art at Victorian Mansion, Victorian Mansion, Portland, Maine, USA

Beyond Earth Art: Contemporary Artists and the Environment, a cura di Andrea Inselman, Cornell University, Johnson Museum of Art, Ithaca, New York, USA

The Invisible Hand: Curating as Gesture, The 2nd CAFAM Biennale, CAFA Art Museum, Beijing, Cina

Take It or Leave It: Institution, Image, Ideology, a cura di Johanna Burton e Anne Ellegood, Hammer Museum, California, USA

GYRE: The Plastic Ocean, Anchorage Museum, Anchorage, Alaska

 

2013

Arqueologica, Matadero Madrid Contemporary Art Center, Spagna

Yes, Naturally: How Art Saves the World, Gemeentemuseum Den Haag, Paesi Bassi

EXPO 1: New York, organizzato da Klaus Biesenbach con Christopher Y. Lew e Lizzie Gorfaine, MoMA PS1, Long Island City, New York, USA

Beyond the Wunderkammer, The Art Institute of Boston at Lesley University, Boston, Massachusetts, USA

EMSCHERKUNST2013 Triennial, Emscher Island, Germania

The Maritime Artist, Porthmeor Studios, St. Ives, Cornwall, Regno Unito

 

2013-2014

Orders in Motion: On Collecting, Dynamic Histories, and Lost Things – 250 Years of the Dresden Art Academy, The Art Academy of Dresden, Germania

New York Makers Open, Museum of Arts and Design, New York, USA

Unity of Nature: Alexander von Humboldt and the Americas, Americas Society, NY Wonder Cabinet s / The Art of Collecting, Children’s Museum of New York, USA

 

2012-2013

More Real? Art in the Age of Truthiness. SITE Santa Fe, New Mexico; traveling to Minneaplos Institute of Art, Minnesota, USA

El Gran Sur, Bienal de Montevideo, Uruguay

The Black Whale, a cura di Pablo de Llano, Museo de Arte Contemporáneo de Vigo, Spagna

 

2012

Gyre, a cura di Julie Decker, Anchorage Museum, Alaska

The Black Whale, Museo de Arte Contemporaneo de Vigo, Vigo, Spagna

Cisneros Collection, Museo Nacional de Bellas Artes, Havana, Cuba

Zoologie, Montreal Museum of Contemporary Art, Montreal, Quebec, Canada

Collaborazione con Dana Sherwood per International Orange, FOR-SITE Foundation, San Francisco, California, USA

dOCUMENTA 13, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev, Kassel, Germania

On Dilettantism, ACC Galerie Weimar, Weimar, Germania

 

2011-2012

BELVEDERE: Why is Landscape Beautiful?, Arp Museum Bahnhof Rolandseck, Remagen, Germania Windflower: Perceptions of Nature, Kröller – Müller Museum, Otterlo, Paesi Bassi

Scramble for the Past: A Story of Archeology in the Ottoman Empire 1750 – 1914 Istanbul, SALT Galata, Istanbul, Turchia

 

2011

The Luminous Interval: an exhibition of the D.Daskalopoulos Collection, Guggenheim Bilbao, Bilbao, Spagna

The Smithson Effect, Utah Museum of Fine Arts, Salt Lake City, Utah

Measuring the World: Heterotopias and Knowledge Spaces in Art, Kunsthaus Graz, Austria

 

2010-2011

Weltwissen – World Knowledge. 300 years of Science in Berlin, Martin- Gropius-Bau, Berlin Beyond/In Western New York 2010: Alternating Currents, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, NY, USA

New acquisitions of the Art Foundation Mallorca Collection, CCA Kunsthalle Andratx, Majorca, Spagna

(re) designing nature, Kunstlerhaus Wien, Vienna, Austria; traveling to Städtische Galerie Bremen, Germania

 

2010

Strange Travelers, Tanya Bonakdar Gallery, New York, curated by project by the artist

Doppler Effect: Images in Art and Science, Kunsthalle zu Kiel, Kiel, Germania

The Traveling Show, a cura di Adriano Pedrosa, Fundación/Colección Jumex, Città del Messico, Messico

Larger Than Life – Stranger Than Fiction, Triennial Kleinplastik 11, Fellbach, Germania

Adaptation: Between Species, a cura di Helena Reckitt, The Powerplant, Toronto, Canada

Multiple Pleasures: Functional Objects in Contemporary Art, a cura di Nathalie Karg/Cumulus Studios, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

The Crude and the Rare, a cura di Saskia Bos e Steven Lam, 41 Cooper Gallery, The Cooper Union, New York, USA

Kunstfestivalen Tumult, Kykobing, Danimarca

 

2009-2010

Rummaging in the Rubbish: Waste and Recycling in Contemporary Art, Koldo Mitxelena Kulturunea, San Sebastian, Spagna; Centro de Arte y Naturaleza, Huesca, Spagna Investigations of a Dog: Works from the FACE Collections, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia

Radical Nature: Art and Architecture for a Changing Planet 1969-2009, Barbican Art Gallery, London; traveling to the Dick Institute, Kilmarnock, Scozia

 

2009

Assume Nothing: New Social Practice, Art Gallery of Greater Victoria, Victoria, BC Human Nature, Berkeley Art Museum e Pacific Film Archive, Berkeley, CA Trouble in Paradise: Examining Discord between Nature and Society, Tucson Museum of Art, Tucson, ARizona, USA

Classified, Tate Gallery of Modern Art, Londra, Regno Unito

Dream Time, Les Abattoirs and the La Grotte dumas d’Azul, Toulouse, France Surrealism and Beyond, Helsinki City Art Museum, Helsinki, Finlandia

A Duck for Mr. Darwin, Baltic Center for Contemporary Art, Newcastle, UK Watou2009, Watou, Belgio

Summer Show, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Ferne Nähe: Nature in der Kunst der Gegenwart, Kunst Museum, Bonn, Germania Collections Collected, Kennedy Museum of Art, Athens, Ohio, USA

Interstices: Works from the Jumex Collection, MUMOK, Vienna, Austria

 

2008

Human/Nature: Artists Respond to a Changing Planet, Museum of Contemporary Art, San Diego, California, USA

Archeology of Mind, Malmö Art Museum, Malmö, Sweden Mildred’s Lane, Alexander Gray Associates, New York, USA, NeoFutur, Les Abbatoirs, Toulouse, Francia

Revolutions – Forms That Turn, Biennale of Sydney, Australia Folkestone Sculpture Triennial, Folkestone, Regno Unito

ESTRATOS, Proyecto Arte Contemporaneo Murcia, Spagna

Naked Wonder, Gallery Co, Minneapolis, Minnesota, USA

Underkammer: A Century of Curiosities, Museum of Modern Art, New York, USA

 

2007

Lora Reynolds Gallery, Austin, Texas, USA

Surrealism and Beyond in the Israel Museum, The Israel Museum, Gerusalemme, Israele

die stadt von morgen, Beiträge zu einer Archäologie des Hansavierels, Berlin Genesis: Life at the End of the Information Age, Centraal Museum, Utrecht Multiple Interpretations: Contemporary Print Portfolios, New York Public Library, New York, Miami

 

2006

Forms of Classification: Alternative Knowledge and Contemporary Art, Cisneros Fontanals Arts Foundation, Miami, Florida, USA

Drawing as Process in Contemporary Art, Smart Museum of Art, University of Chicago, Chicago, Illinois, USA

Artists and Specimens: Documenting Contemporary Experience, The Hoffman Gallery of Contemporary Art, Lewis e Clark College, Oregon, USA

The Unhumane Society, Momenta Art, Brooklyn, New York, USA

Zerstörte Welten und die Rekonstruktion, Kunstraum Dornbirn, Austria Cryptozoology: Out of Time Place Scale, Bates College Museum of Art, Lewiston, Maine, USA

The Tar Museum, Galerie Georg Kargl, Vienna, Austria

Sammlung Grässlin, Räume für Kunst, St. Georgen, Germania

Ecotopia: The 2nd ICP Triennial of Photography and Video, International Center of Photography, New York, USA

Drawing as Process in Contemporary Art, Smart Museum of Art, Chicago, Illinois, USA

Rare Specimen: The Natural History Museum Show, Arsenal Gallery, Central Park, New York, USA

Birdspace: A Post-Audubon Artists Aviary, Tucson Museum of Art, Tucson, Arizona, USA

 

2005

Controlled, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Drawing from the Modern 1975-2005, The Museum of Modern Art, New York, USA

Gotik und Moderne in Dialog, Frankischen Galerie, Kronach, Germania

Becoming Animal: Contemporary Art in the Animal Kingdom, MASS MoCA, North Adams, Massachusetts, USA

Gordon Matta-Clark: Odd Lots, Queens Museum of Art, New York, USA

Birdspace: A Post-Audubon Artists Aviary, Tuscon Museum of Art, Tucson, Arizona

Our Surrroundings, Dundee Contemporary Arts, Dundee, Scozia, Regno Unito

Desenhos: A-Z (Drawings: A-Z), Colecção Madeira Corporate Services, Porta 33, Funchal, Ilha da Madeira, Portogallo

Showcase: Contemporary Art for the UK, City Art Centre e Talbot Rice Gallery, Edimburgo, Scozia, Regno Unito

 

2004

São Paulo Bienal, San Paulo, Brasile

Interventions, The Fine Arts Center Galleries, Bowling Green State University, Ohio, Connecticut

Birdspace: A Post-Audubon Artists Aviary, Contemporary Arts Center, New Orleans, travelling to Norton Museum of Art, West Palm Beach, The Hudson River Museum, Yonkers, McDonough Museum of Art, e Youngstown State University Field: Science Technology and Nature, Socrates Sculpture Park, Long Island City, New York, USA

Animals & Us: The Animal in Contemporary Art, The Galerie St. Etienne, New York For the Birds, Artspace, New Haven, Connecticut, USA

Past Presence: Contemporary Reflections on the Main Line, Main Line Art Center, Haverford, Pennsylvania, USA

 

2003

De L’homme et Des Insectes, L’Espace EDF Electra, Parigi, Francia

Hommage Jean-Henri Fabre, Musee Histoire Naturele, Parigi, Francia

Kunstlerisches Freilander Seegeniederung, West-Wendischer Kunstverein in Gatow The Magic of Trees, De Zonnehof, Amersfoort, Paesi Bassi

Global Priority, Herter Art Gallery, Amherst, Massachusetts, USA

Artist’s Lecture as Performance, Whitechapel Art Gallery, Londra, Regno Unito

 

2002

Kunstverein Wolfsburg, Wolfsburg, Germania

The House of Fiction, Sammlung Hauser und Wirth, St. Gallen, Svizzera

Concrete Jungle, Gorney Bravin + Lee, New York, USA

Museutopia, Karl Ernst Osthaus Museum der Stadt Hagen, Germania

 

2001

Hellgreen, Hofgarden, Dusseldorf, Germania

Lateral Thinking: Art of the 1990s , (2001-2004), Museum of Contemporary Art San Diego, San Diego, California, USA

Fresh Kills, Snug Harbor Center for Contemporary Art, New York, USA

Museum as Subject, National Museum of Art, Osaka, Giappone

Words and things, Centre for Contemporary Arts, Glasgow, Scozia

 

2000

American Art Today: Fantasies & Curiosities, The Art Museum at Florida International University, Miami, Florida, USA

In-Sites 2000, San Diego, California, USA

Crossing the Line, The Queens Museum of Art, NY Ecologies, The David and Alfred Smart Museum of Art, Chicago, Illinois, USA

Small World- Dioramas in Contemporary Art, MCA , San Diego, California, USA

 

1999

The Museum as Muse, Museum of Modern Art, New York Carnegie International, 99/00, Carnegie Museum of Art, Pittsburgh, Pennsylvania, USA

 

1998

The Natural World, Vancouver Art Gallery, Vancouver, BC 1997 The Spiral Village, Bonnefanten Museum, Maastricht, Paesi Bassi

Nordic Pavilion, XVVII La Biennale di Venezia, Venezia, Italia

 

1996

Città Natura, Palazzo delle Esposizionie e Museo Zoologico, Roma, Italia

Skulptur Projekte in Münster, Münster, Germania

Vehicle, Paolo Baldacci Gallery, New York, USA

Multiple Pleasure, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

Berechenbarkeit der Welt, Bonner Kunstverein, Bonn, Germania

Cabines de Bain, Piscine de la Motta, Fri-Art, Centre D’Art Contemporain- Kunsthalle, Fribourg, Svizzera

Hybrids, De Appel, Amsterdam, Paesi Bassi

21st Century Sculpture, John Gibson Gallery, New York, USA

Campo 6, Galleria Civica D’Arte Moderna e Contemporanea, Torino Let’s Talk About Art, Art Metropole, Toronto, Canada

25th Anniversary: 25 Younger Artists, John Weber Gallery, New York, USA

 

1995

Mapping: A Response to MoMA, American Fine Arts Co., New York, USA

Zeichen und Wunder/Signos y Milagros, Kunsthaus Zurich; Centro Galego De Arte Contemporanea, Santiago De Compostela, Spagna

It’s Not a Picture, Galleria Emi Fontana, Milano, Italia

Searching for Sabah, Sabah Museum, Sabah, Malaysia Platzwechsel, Kunsthalle Zürich, Zurigo, Svizzera

Das Ende der Avant Garde: Kunst als Dienstleistung, Kunsthalle der Hypo- Kulturstiftung, Monaco, Germania

Aufforderung in schönster Weise, Galerie Christian Nagel, Colonia, Germania

 

1994

Living in Knowledge: An Exhibition About Questions Not Asked, Duke University Museum of Art, Durham, North Carolina, USA

Pro-Creation? Fri-Art Centre D’Art Contemporain Kunsthalle, Fribourg Don’t Look Now, Thread Waxing Space, New York, USA

Services, Kunstverein München, Monaco, Germania

Temporary Translation(s) Sammlung Schurmann, Deichtorhallen, Hamburg Garbage, Real Art Ways, Hartford, Connecticut, USA

Green, Torch, Amsterdam, Paesi Bassi

Concrete Jungle, Marc Jancou Gallery, Londra, Regno Unito

Frauenkunst/Männerkunst, Kunstverein Kippenberger, Museum Fridericianum, Kassel, Germania \Cocido y Crudo, Museo Macional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid, Spagna

 

1993

Simply Made in America, Aldrich Museum for Contemporary Art, Ridgefield, CT Galerie Max Hetzler, Colonia, Germania

Travelogue/Reisetagebuch, Hochschule für Angewandte Kunst in collaborazione con Galerie Metropol, Vienna, Austria

Parallax View, P.S. 1, The Institute for Contemporary, Londra, Regno Unito

Art, Long Island City; Goethe House, New York, USA

Culture in Action, Sculpture Chicago, Chicago, Illinois, USA

Animals, Galerie Tanya Rumpff, Paesi Bassi

Spielhölle; Esthétique et Violence, Galerie Sylvana Lorenz, Parigi, Francia

Project Unité, Unité d’Habitation, Firminy, Francia

Sonsbeek 93, Arnhem, Paesi Bassi

Kinder, Galerie Rüdiger Schöttle, Monaco, Germania

Naturkunden, Paszti-bott Galerie, Colonia, Germania

Restaurant, La Bocca, Parigi, Francia

Art-Culture-Ecology, Bea Voigt Galerie, Monaco, Germania

What Happened to the Institutional Critique, American Fine Arts Co., New York, USA

Installation, Project for the Birds of Antwerp Zoo, On taking a normal situation and retranslating it into overlapping and multiple readings of conditions past and present, Museum van Hedendaagse Kunst Antwerpen, Anversa, Belgio

Kontext Kunst: Kunst der 90er Jahre, Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum, Graz e DuMont Verlag, Colonia, Germania

Concrete Jungle, Ezra and Cecile Zilka Gallery, Center for the Arts, Wesleyan University, Middletown, Connecticut, USA

Transgressions in the White Cube: Territorial Mappings, Bennington College, Vermont, USA

 

1992

Concrete Jungle, Tanja Grunert Galerie, Colonia Wohnzimmer/Büro, Galerie Christian Nagel, Colonia, Germania

Animals, Galerie Anne de Villepoix, Parigi, Francia

Nos Sciences Naturelles, Fri-Art Centre D’Art Contemporain Kunsthalle, Fribourg Arte Amazonas, Museu de Arte Moderna, Rio de Janeiro; Staatiche Kunsthalle, Berlino, Germania

Translation, Centrum Sztuki Wspoteczesnej, Zamek Ujazdowski, Warsaw Animals, Kubinski Köln, Colonia, Germania

Natural Science, John Gibson Gallery, New York, USA

Oh! Cet écho!, Le Centre Culturel Suisse, Parigi, Francia

Proiezioni, Buchholz und Buchholz, Colonia, Germania

Twenty Fragile Pieces, Galerie Analix-B & L Polla, Ginevra, Svizzera

True Stories: Part II, Institute of Contemporary Arts, Londra, Regno Unito

Proposals for the Museum of Natural History, Pat Hearn Gallery, New York, USA

 

1991

Counter-Media, Key Gallery, Richmond, Virginia Sweet Dreams, Barbara Toll Fine Art, New York Arte Joven en Nueva York, Consejo Nacional de la Cultura, Sala Mendoza e Sala R.G., Caracas, Venezuela

Mud, True to Life, 303 Gallery, New York, USA

The Hirsch Farm Project, Hillsboro, Wisconsin, USA

 

1990

Commitment, The Power Plant, Toronto, Canada American Fine Arts Co., New York, USA

The Köln Show, Colonia, Germania

Videoworks, Galleri Nordanstad-Skarstedt, Stoccolma, Svezia

Biodiversity: An Installation for the Wexner Center, Wexner Center for Visual Arts, Columbus, Ohio, USA

The (Un)Making of Nature, Whitney Museum of American Art, Downtown at Federal Reserve Plaza, New York, Whitney Museum of American Art, Stamford, Connecticut, USA

Art Supplies and Utopia, Galerie Ralph Wernicke, Stoccarda, Germania

In the Beginning, Cleveland Center for Contemporary Art, Cleveland, Ohio, USA

Diane Brown Gallery, New York, USA

 

1989

Xavier Hufkens Gallery, Bruxelles, Belgio

After the Gold Rush, Milford Gallery, New York Film, Artful History: A Restoration Comedy, con Jason Simon, Collective for Living Cinema, New York, USA

Pathetique, Galerie Schmela, Dusseldorf, Germania

Here and There: Travels, Clocktower Gallery, Institute for Contemporary Art, New York American Fine Arts Co., New York, USA

The Desire of the Museum, Whitney Museum of American Art, Downtown at Federal Reserve Plaza, New York, USA

Le Magasin L’École L’Exposition, Le Magasin, Grenoble, Francia

Perspektivismus, Galerie Gleich-Rossi, Graz, Austria

The Elements: Sex, Politics, Money & Religion, Real Art Ways, Hartford, Connecticut, USA

End of the Weather, Randolph Street Gallery, Chicago, Illinois, USA

 

1988

The Pop Project Part IV, Nostalgia as Resistance, Clocktower Gallery, Institute for Contemporary Art, New York, USA

Poetic Justice, Ward-Nasse Gallery, New York, USA

Artists and Curators, John Gibson Gallery, New York 1987 Fake, The New Museum of Contemporary Art, New York, USA

The Castle, Museum Fridericianum, Kassel, Germania

303 Gallery, New York, USA

New Concepts of Art in Public Space, Sonne Gallery, Berlino, Germania

 

1987

Fake, The New Museum of Contemporary Art, New York The Castle, Museum Fridericianum, Kassel, Germania

303 Gallery, New York, USA
New Concepts of Art in Public Space, Sonne Gallery, Berlino, Germania

 

1986

Rooted Rhetoric, Castel dell’Ovo, Napoli, Italia

Cutting ‘Em off at the Pass, Thirty-Third Arts Festival of Atlanta, Georgia, USA

The Fairy Tale: Politics, Desire and Everyday Life, Artists Space, New York, USA

 

1985

Four Walls, Hoboken, New Jersey, USA

Whitney Independent Study Program Show, Whitney Museum of Art, New York, USA

Transitional Objects, Philip Nelson Gallery, Lione, Francua

 

 

COLLEZIONI PUBBLICHE

Amon Carter Museum of American Art, Fort Worth, Texas, USA

Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York, USA

Art Gallery of Ontario, Toronto, Canada

The Art Gallery of New South Wales, New South Wales, Australia Aspen Re Collection, New York, USA

Aspen Re Collection, New York, USA

Bibliothèque nationale de France, Parigi, Francia

British Museum, Londra, Regno Unito

Camperdown Wildlife Park, Dundee, Scozia

Detroit Institute of Arts, Detroit, Michigan, USA

Michael C. Carlos Museum, Emory University, Atlanta, Georgia, USA

CCA Kunsthalle Andratx, Maiorca, Spagna

Centre Georges Pompidou, Parigi, Francia

Centro Atlántico de Arte Moderno, Las Palmas de Gran Canaria, Spagna

Sterling and Francine Clark Art Institute, Williamstown, Massachusetts, USA

Château d’Orion, Francia

FRAC Languedoc-Roussillon, Francia

Gemeentemuseum Den Haag, Paesi Bassi

Hamburger Kunsthalle, Amburgo, Germania

Harvard University Art Museums, Cambridge, Massachusetts, USA

Henry Moore Institute, Leeds, Regno Unito

Het Museum van Hedendaagse Kunst, Anversa, Belgio

Hessel Museum of Art, Annandale-on-Hudson, New York, USA

Hunterian Museum and Art Gallery, University of Glasgow, Scozia, Regno Unito

Israel Museum of Art, Gerusalemme, Israele

The J. Paul Getty Museum Collection, Los Angeles, California, USA

Kunsthaus Zürich, Svizzera

Kunstmuseum Stuttgart, Germania

Kunstwegen EWIV, Nordhorn, Germania

Kunst im Öffentlichen Raum Niederösterreich, Pölten, Austria Manchester Museum, Manchester, Regno Unito

The Metropolitan Museum of Art, New York, USA

Miami Art Museum, Miami, Florida, USA

Middlebury College Museum of Art, Middlebury, Vermont, USA

Minneapolis Institute of Art, Minneapolis, USA

Montclair Art Museum, Montclair, New Jersey, USA

Musée de la Chasse et de la Nature, Parigi, Francia

Museum of Contemporary Art, Chicago, Illinois, USA

The Museum of Contemporary Art, Los Angeles, California, USA

Museum Gassendi, Digne, Francia

Museum Het Domein, Sittard, Paesi Bassi

Museum Ludwig, Colonia, Germania

Museum of Modern Art, New York, USA

Museum Ostwall, Dortmund, Germania

New York Public Library, New York, USA

Nouveau Musée National de Monaco, Monaco-Ville, Monaco Porthmeor Studios, St. Ives, Regno Unito

Seattle Art Museum, Seattle, Washington, USA

Smart Museum of Art, University of Chicago, Chicago, Illinois, USA

Storey Institute, Lancaster, Regno Unito

Tate Gallery, London, Regno Unito

The Institute of Contemporary Art, Boston, USA

Ulrich Museum of Art, Wichita, Kansas, USA

Utah Museum of Fine Arts, Salt Lake City, Utah, USA

Wadsworth Atheneum, Hartford, Connecticut, USA

Whitney Museum of American Art, New York, USA

Mystical geographies and landscapes of deep time: three artists explore Mongolia

Comunicato stampa

PS: Ogni cultura assume diversi tipi di razionalità per ordinare le percezioni, Robert Lenoble in Storia dell’Idea di Natura, afferma che la percezione si scontra evidentemente con tutte le difficoltà oggettive dell’osservazione e che la motivazione dei dogmi è molto più profonda della percezione in sé. Dal XVII secolo l’agente dell’evoluzione delle idee rispetto al concetto di natura passa dall’estetica alla scienza, e la scienza ha indubbiamente tralasciato la ricerca delle cause finali. Il meccanicismo ha restituito una natura senza intenzioni, da pilotare e manovrare come un qualsiasi altro arnese, producendo nell’uomo una sorta di isteria della collezione e della classificazione. Istigando anche nell’uomo una potente forma di aggressività nei confronti dell’ambiente, prodotta dalla frustrazione. Sicuramente il museo di storia naturale è emblematico rispetto al tentativo, se non proprio di colmare l’angoscia, almeno di recuperare un poco di centralità.  Nell’opera di William Hogarth Boys Peeping at the Nature, Iside è una statua sul piedistallo e i ragazzi che la ritraggono, sono puttini paffuti scappati dalla cornice. La scena accade nel Settecento nella penombra del museo di Belle Arti. Ogni tentativo di classificazione della natura essendo arbitrario e congetturale ci mostra il limite, l’impossibilità? Eventualmente tale limite e codesta impossibilità su cui il tuo lavoro pare imperniato è da cogliere, al di là della fascinazione post-moderna per l’approccio moderno, come un invito a rinunciare o come sollecitazione a ricercare con una certa urgenza nuove modalità di approccio all’ambiente, per non dire alla natura?

Mark Dion: Il tentativo di classificare la natura da un punto di vista scientifico occidentale non è per niente un compito arbitrario o congetturale. È il tentativo di trovare un sistema di classificazione basato sulla natura stessa che rifletta e riveli i rapporti evolutivi. Gli stessi strumenti che consentono di farlo si sono evoluti dai tempi di Linneo, in cui si comparavano gli organi sessuali delle piante come base per la classificazione, fino all’approccio anatomico comparato più ampiamente comprensivo elaborato da Cuvier, fino alle nuove tecniche e tecnologie di tassonomia molecolare. Le origini della sistematica affondano le radici nella teologia naturale, tanto che il naturalista ha immaginato il suo compito come l’enumerazione delle opere di Dio stesso. Già nel XIX secolo si immaginò con arroganza di essere giunti quasi al compimento dell’opera. Tuttavia, il consolidarsi della questione evolutiva conferì al processo della sistematica un nuovo mandato, quello di illuminare le relazioni evolutive. Tutte le società costruiscono tassonomie, anche se sono particolarmente semplici, tipo cose che volano, cose che nuotano, cose che strisciano a terra. Non tutte queste società distruggono il mondo attorno a loro con tanta efficiente ferocia. Le scuole tassonomiche occidentali sono scientifiche per natura e si sforzano di essere naturali più che artificiali. I nostri amici biologi stanno cercando di trovare un sistema di ordine che davvero possa mappare le relazioni evolutive. È forse ironico che le società che costruiscono i più sottili e elaborati ordini sono anche le stesse che, attraverso l’accoppiata nefasta di colonialismo e capitalismo, sono state le più violentemente distruttive. Se guardiamo a ciò che dice Linneo nella prima edizione del Systema naturae (1735), leggiamo “Il primo passo nella saggezza è sapere le cose stesse”, e prosegue, “Questa nozione consiste nell’avere una reale idea dell’oggetto; gli oggetti sono distinti e conosciuti attraverso la classificazione metodologica e attribuendo loro nomi appropriati. Dunque, la classificazione e la denominazione saranno il fondamento della nostra scienza.” Quindi, credo che la tua domanda sia: la classificazione è anche il fondamento del dominio e della distruzione? Credo che sia piuttosto uno strumento, che può essere utilizzato come parte di un programma di saccheggiamento e denigrazione ma che può, e molto spesso è, uno strumento di protezione e promozione della biodiversità. Senza dubbio nella ricerca dell’ordine in natura c’è stata una componente di dannosa ricerca di gerarchie, nonsense teologico naturale e molti tipi di guai ma è stato uno strumento per capire l’evoluzione, la conservazione della fauna selvatica, e per sfatare pseudo scienze come l’eugenetica. Per tutto il tempo in cui ho guardato a diversi sistemi gerarchici di ordine, quello che è risultato chiaro è che coloro che fanno l’ordine sono quelli che siedono stabilmente in cima a esso. In ogni caso, siamo oltre a tutto ciò. Oggi non esistono più apici o direzioni per i sistematisti.

Come artisti possiamo esplorare l’impulso a ordinare in modalità che sono comunque scettiche. Possiamo usare e usiamo l’umorismo per minare le supposizioni perentorie di quelli che organizzerebbero le persone, i viventi, i luoghi, e anche gli oggetti in classifiche. Non penso che l’inclinazione a organizzare cose e idee sia di per sé maligna, ma accoppiala alla supremazia, al colonialismo, all’estrazione di risorse senza impedimenti, al capitalismo e al fanatismo avremo un patto piuttosto catastrofico. Il nostro lavoro come artisti è disgiungere l’ideologia dalla scienza e segnalare dove e come la pseudo scienza e i programmi politici inquinano la questione scientifica.

PS: In mostra presenterai un “ritratto” dell’esploratore scienziato americano Roys Champman Andrews, entrato nel 1906 come custode del reparto di tassidermia all’America Museum di Natural History e diventato, nel 1934, direttore dello stesso, grazie soprattutto alle quattro spedizioni che fece in Mongolia, nel deserto del Gobi, tra il 1922 e il 1930, considerate le più grandi spedizioni paleontologiche del XX secolo, che come bottino fruttarono al museo americano, tra le altre cose, i resti di un velociraptor, e le prime uova fossili di dinosauro mai rinvenute, appartenute a un oviraptor. Di fatto Andrews, esperto di mammiferi, si era recato in Mongolia per trovare le origini dell’uomo, che una curiosa teoria dell’epoca riteneva fossero da ricercare in Asia centrale. Andrews, scienziato e avventuriero dalla mira infallibile, sembra che abbia ispirato il personaggio di Indiana Jones. Fin da ragazzino l’esploratore si distingueva nel Wisconsin per essere un bravo tiratore e un abile tassidermista e la sua autobiografia si intitola Under a Lucky Star. Ti affascinano le leggende dei dragon hunter?

MD: Roy Chapman Andrews non era solo un paleontologo esploratore, ma era anche uno scrittore di libri per bambini sulla scienza naturale. Scrisse libri sui dinosauri, sui mammiferi preistorici, sulle balene e altri argomenti di storia naturale. Alcuni di questi erano illustrati da Rudolf Zallenger con il quale successivamente ho studiato alla Hartford Art School. Come un bambino curioso che cresce in una casa senza libri, frequentavo la book mobile, una libreria su ruote che visitava diversi quartieri permettendo l’accesso dei libri ai bambini. Qui conobbi le opere di Roy Chapman Andrews. In quel periodo (tardi anni Sessanta) c’era molto poco che si potesse trovare facilmente sui dinosauri, e non esistevano nemmeno molti giocattoli di dinosauri. Come tanti bambini ero completamente ossessionato dai dinosauri e trovare i libri di Roy Chapman Andrews fu incredibilmente importante per me. È attraverso questi libri che ho appreso per la prima volta di un posto così lontano chiamato Mongolia.

Così, nell’avere la grande fortuna di lavorare con RedHero e viaggiare con Tuguldur, Duke, Paolo, Alice, Matteo e Dana in Mongolia, la mia mente è andata ancora una volta ai dinosauri. Di fatto, molti scienziati e professionisti che abbiamo incontrato nei musei in Mongolia erano paleontologi. La Mongolia rimane uno dei posti principali per i dinosauri nel mondo.

Ho anche una lunga e profonda relazione con l’American Museum of Natural History. Così sono riuscito a visitare il meraviglioso archivio e la biblioteca di ricerca e vedere le fotografie originali della spedizione in Mongolia condotta da Andrews nel 1922. Sotto molti aspetti Andrews fa parte del pantheon di naturalisti del tardo Ottocento, primo Novecento sui quali ho prodotto dei lavori. Questi includerebbero figure come William Beebe e David Fairchild, che rappresentano anche una transizione tra il naturalismo della tradizione europea e una nuova era di biologia evolutiva. Queste figure sono lontane dall’essere modelli perfetti rispetto ai valori progressisti contemporanei e devono essere visti nel contesto del loro periodo storico.

Roy Chapman Andrews in molti modi è il modello per lo scienziato avventuriero macho che è divenuto un personaggio sia nella scienza che nel giornalismo (National Geographic Magazine) e nella cultura popolare (libri come She e eroi finzionali come Indiana Jones). In un certo senso il mio lavoro, che lo trasforma sia in campione che in action figure, è un modo per criticare scherzosamente lo status di questo modello storico che ha influenzato l’immagine del mondo dipinta per persone come me durante l’infanzia.

C’è molto da districare nel lascito di Andrews. Prima di tutto la sua missione non era trovare i dinosauri, ma piuttosto trovare le origini dell’uomo. Più o meno in quel periodo, molti nel campo della storia naturale e in particolare quelli dell’American Museum avevano un pernicioso credo razzista e suprematista bianco riguardo alle origini dell’uomo. Erano molto coinvolti nella nozione di razza. Ho l’impressione che la motivazione principale della ricerca delle origini della razza bianca in Mongolia fu la risposta all’evidenza che richiamava l’Africa come luogo di nascita dell’umanità. Una volta che i dinosauri e in particolare le uova dei dinosauri sono state scoperte, l’enfasi della missione è cambiata o almeno ha subito un’inversione.

PS: La tua riflessione sulla natura e sull’ambiente e la socialità passa anche, o forse primariamente, dal cibo, di fatto l’evoluzione della specie umana, è passata attraverso il nutrimento: dall’australopiteco, alle differenti specie di homo, fino al sapiens, sembra che le diete siano variate moltissimo. È sicuro ormai che dobbiamo alla scoperta del fuoco, alla cottura e all’arte culinaria, che hanno reso i cibi più digeribili, la circostanza che abbiamo potuto dedicarci con relativa tranquillità a coltivare la cultura e la T/terra. Il fatto poi di essere onnivoro, ha permesso all’uomo di colonizzare il pianeta. Rispetto alla contemporaneità, il cibo che proviene dalle colture e dagli allevamenti intensivi è responsabile dell’inquinamento che provoca il cambiamento climatico al pari della logica estrattiva che sottende all’utilizzo dei combustibili fossili.  Pur lavorando con biologi e scienziati sociali, tendi a definire i tuoi metodi di analisi come squisitamente a-scientifici.  Hai dimostrato tuttavia, preparando banchetti e festini notturni sorvegliati da telecamere per animali selvatici autoctoni, che proprio come l’uomo, anch’essi tendono a preferire i cibi pronti, piuttosto che cacciare o raccogliere. Procioni, volpi e falchi penetrano sempre più frequentemente le aree urbane densamente popolate: hai interpretato questa sovrapposizione di territori, quello addomesticato, consacrato all’uomo e quello selvaggio, come un segno di distruzione dell’era dell’Antropocene. L’artista Peter Fend quando gli abbiamo chiesto come si può fare marcia indietro rispetto alla catastrofe ecologica, ci ha risposto senza esitare che dovremmo tornare al pre-neolitico, vale a dire a pescare, a cacciare e a raccogliere. L’anoressia, malattia sottile contemporanea, che nelle contrade occidentali, colpisce sempre più adolescenti di entrambi i sessi, viene descritta come un controsenso alla natura delle cose. Il rifiuto del cibo, tipico dell’anoressia, a proposito di confini da attraversare, sembra dipenda dall’incapacità di distinguere la linea tra fatto e finzione, tra realtà visibile e la realtà invisibile della psiche, tra fame e emotività.  Il cibo può diventare funesto in assenza di linee di confine tra il domestico e il selvatico?

Dana Sherwood: Addomesticamento; domare, colonizzare e sfruttare la natura è questione di controllo. Proprio come noi cerchiamo di controllare i nostri territori per tenere ogni tipo di invasore al di fuori, teniamo fuori i parassiti, i cervi, i procioni, i roditori e altre creature. Controlliamo i nostri corpi, il microcosmo interno dell’universo. Controllare è un riflesso dell’istinto di sopravvivenza umano. La psiche umana si è adattata a questa mentalità conservativa e protettiva dall’avvento dell’agricoltura. Passare del tempo con le popolazioni nomadi in Mongolia ha rivelato un forte contrasto con la vita contemporanea, antropocentrica e il suo ethos di sopravvivenza che è dannoso all’ecologia del pianeta. Impressionata dalla relazione più simbiotica che i nomadi hanno con la natura, sono stata ispirata per la realizzazione di un nuovo corpus di opere che si mescolano con la natura, in particolare con i cavalli, per creare un linguaggio energico, invisibile, inudibile. Ispirata dal passato sciamanico e dalla sua rinascita nella Mongolia contemporanea, ho esplorato modi di connettersi con la natura attraverso il regno invisibile dei sensi.

 

PS: Per la mostra da pinksummer, presenterai un video nuovo di zecca basato sulla comunicazione tra umani e non-umani come paradigma di collaborazione che prescinde dal linguaggio, giacché una volta citando Wittgenstein hai affermato che se anche un leone parlasse, non avremmo alcuna possibilità di capirlo. Hai definito gli animali selvatici che compaiono nei tuoi video o nei tuoi disegni e acquerelli come collaboratori e rifletti sulla comunicazione inter-specie come possibilità per uscire dalla catastrofe ecologica. Hai detto di essere stata influenzata in Mongolia dallo sciamanesimo, una pratica sociale legata al sacro, che vede nello sciamano colui che sa (saman) comunicare con lo spirito degli animali ausiliari, e con il mondo delle energie, per riportare l’armonia e di conseguenza la bellezza nel mondo, perché la bellezza non è mai separata dalla moralità nella tradizione. Solo attraverso il raggiungimento dell’equilibrio con il mondo naturale e l’energia che sottende alla sua armonia, si può dunque guarire e prosperare. Hai assimilato il ruolo dell’artista a quello dello sciamano, il sacro, nella tradizione estetica, non sta nel superare la provvisorietà del tempo e il confine/o degli idiomi? In qualche modo nel recupero dell’innocenza e eventualmente del luogo perfetto?

DS: La mia prima regola per fare arte è: abbracciare la paura e la perdita del controllo. Dai miei primi progetti con animali selvatici e addomesticati ho lottato con il concetto di controllo e le aspettative verso le reazioni degli animali in accordo con la mia visione artistica. Ma questo era un errore. Ogni volta pianificavo i miei video in questo modo: vedendo gli animali come i miei performer, e aspettandomi che seguissero le mie indicazioni, i miei sforzi erano in qualche modo frustrati. Ho lottato con tutto ciò per molto tempo finché, mentre stavo facendo un video in Danimarca, mi sono trovata sempre più contrariata dal cervo rosso che si rifiutava di apparire in camera e assaggiare il cibo preparato appositamente per lui. Era una cosa inaspettata, perché mi era stato detto che questi cervi erano molto domestici essendo stati nutriti dai cacciatori per tutto l’anno. Con riluttanza, ho cercato di trasformare questa frustrazione nell’argomento del video. The Wild and the Tame che si è rivelato poi essere molto più convincente del progetto originale. C’è una citazione di Robert Smithson sul processo di fare arte nella quale io mi riconosco molto, soprattutto in queste particolari situazioni. Smithson afferma (rispetto al viaggiare in America centrale): “Tutte quelle guide non servono. Devi viaggiare a caso, come i primi Maya, rischi di perderti nelle selve, ma è questo l’unico modo di fare arte”. È così ho affrontato il video per questa mostra: See/Sight Equus Mongolia. Invece di utilizzare il cibo per attirare i cavalli a partecipare, ho tentato di comunicare con loro attraverso vie energetiche in base alle mie ricerche sulle cerimonie sciamaniche in Mongolia e nelle Americhe. Ho inoltre studiato la comunicazione equina e la guarigione attraverso il lavoro con l’energia. In un certo senso sono diventata lo sciamano, ma anche il bambino, che fa i suoi primi tentativi di discorso. Il video è girato con una camera che ho modificato per riprendere in infrarossi, uno spettro luminoso invisibile all’occhio umano, che rende l’invisibile visibile e trasforma l’energia in arte.

PS: Quando la Nasa qualche anno fa presentò il progetto di usare la luce laser per incrementare la velocità del passaggio di dati sia in downlink che uplink soprattutto verso destinazioni lontane nel sistema solare, la comunità scientifica pare si divise, perché l’utilizzo del potente sistema ottico avrebbe potuto rendere la Terra visibile a predatori alieni di galassie remote, come si trattasse della giungla. Hai tradotto il poema Khan Kharanqui della regione Altai della Mongolia nel linguaggio “SAA”, un linguaggio binario inventato dagli scienziati, pensato per comunicare con gli alieni e manipolato dagli artisti o meglio dall’artista, da te. Il linguaggio “SAA” ispirato al messaggio di Arecibo, trasmesso dal radiotelescopio di Arecibo in Porto Rico nel novembre del 1974 era indirizzato all’ammasso globulare di Ercole M13, a 25000 anni luce di distanza.  Era composto da 1679 cifre binarie, prodotte dai numeri primi 23 e 73. Ordinando il messaggio in righe e in colonne chiunque, anche un alieno di M13, avrebbe potuto ottenere un crittogramma che rilasciasse informazioni.  Una sorta di linguaggio universale di estrema sinteticità. Nel 2001 si credette di trovare la risposta aliena al messaggio di Arecibo, nel pittogramma nel grano a Chilbonton in Inghilterra. Hai scritto che il poema si prestava alla traduzione in lingua “SAA” perché tratta di pratiche di comunicazione eterogenee e di viaggi in diverse dimensioni e poi perché gli eventi magici contenuti nel poema sono strettamente correlati al sistema di misurazione mongolo, essenzialmente di natura binaria. Sappiamo che gli sciamani in Mongolia si dividono in bianchi e neri, i primi sono preposti all’ascesa al cielo, i secondi, alla discesa agli inferi. Entrambi però hanno un ruolo sociale positivo. Sappiamo che la cosmogonia mongola comprende 99 dèi, quanto è la distanza in anni dalla Terra, dal luogo in cui il tenebroso Khan Kharangui relegò la principessa amata del poema.  Cosa intendi quando affermi che molte cose in Mongolia hanno un significato binario? Raccontaci del tuo progetto 81 Meters Backwards to the Darkest Dark. È un tentativo di attualizzazione e di universalizzazione dell’antico poema mongolo dell’Altai o un’interpretazione? Vorresti fosse decodificabile anche per gli alieni?

 

Tuguldur Yondonjamts: Grande evento limitato (10 00000000000000000000000000000)
Luce bellissima (10 0000000000000000000000000000000)
Il grande occhio (10 00000000000000000000000000000000000000000000000000)
A. Janj khutugtu A.Rolbiidorj (matematico mongolo del XVIII secolo) ha nominato numeri grandi fino a 66 zeri con questa poetica, ma con un linguaggio visivo abbastanza forte. Mi interessava la modalità di pensiero e l’idea era “visibile” mentre viaggiavamo in Altai. La campagna visitata era un luogo perfetto per investigare il poema e naturalmente i numeri sembravano essere significativi. Avrei il desiderio di decifrare petroglifi, rocce, fossili come se potessero nascondere una certa mappa. L’immaginazione dell’artista è ancora limitata alle informazioni visive che continuiamo a raccogliere o esperire. La metodologia della creazione è stata ispirata dall’andamento del poema, ma ha anche attraverso l’esperienza fisica di temperature, giorni e notti nell’Altai.
“Cavallo che non ha spazi vuoti tra le sue costole e che non ha articolazioni nelle gambe. Cavallo che dà consigli all’uomo. Cavallo che pensa in modo indipendente, navigando e coprendo dimensioni lontane, portando il suo cavaliere “… (parte del poema di Khan Kharanqui). È un paradosso reinterpretare un poema antico oggi, poi ho cominciato a pensare automaticamente a qualcos’altro, ma non a un cavallo. C’è anche un aggiornamento nella storia, un Myna comune appare nella poesia mentre esegue una missione. L’uccello Myna non è originario della Mongolia, sono descritti come “Spavaldi e arroganti, non in grado di prendere comandi umani, mangiano bacche e non insetti nei campi” (Capitolo 13. Come Myna andò alle Hawaii, Gli animali alieni di George Laycock). La presenza di quell’uccello dà l’impressione di un’influenza buddista nell’epica, quindi l’epopea fu scritta / riscritta in tempi diversi. Forse è il momento di riscriverlo in linguaggio binario, dopo essere sopravvissuto all’oralità di un vecchio copione mongolo, successivamente al cirillico mongolo…
Si, ero interessato al processo di linguaggio SAA che ci ha messo 27 anni a concludere un certo cerchio di immaginazione. Scienziati, Alieni, Artisti, questo strano triangolo dovrebbe continuare a realizzare ubicazioni geografiche in magici buchi neri.
Il poema epico di Khan Kharangui è ben noto in Mongolia. Racconta la storia di un protagonista il cui nome può essere tradotto come Darkest Dark (traduzione dell’artista) e il suo paese d’origine si trova a 99 anni di viaggio. Il protagonista viaggia con suo fratello verso la sua amata principessa che può prevedere gli eventi con tre giorni di anticipo e il cui viso illumina qualsiasi direzione in cui lei vada. E c’è un figlio del cielo, l’avversario di Darkest Dark e il cui paese d’origine si trova nel trentatreesimo strato del cielo. Il protagonista attraversa diverse sfide e competizioni e porta la principessa nel suo paese lontano. Il geloso figlio del cielo si vendica diverse volte sul protagonista. Alla fine dell’epopea il protagonista, suo fratello e il loro amico riuniti, riceveranno nomi di Insetti dal padre del protagonista. Il poema viene intonato come una lunga canzone durante la notte da un cantante ben addestrato accompagnato da Morin Khuur (uno strumento musicale con binari di corde di cavalli) nella yurta coperta. Le alte montagne innevate sono descritte nel poema come un paese natale di Darkest Dark e anche come un luogo in cui lui dorme e dove fu avvelenato e trasformato in mostro a 90 teste.

PS: Nel 1990, con la fine del comunismo, la Mongolia, soprattutto nelle regioni rurali e montane ha iniziato a recuperare la tradizione sciamanica come fosse una sorta di filosofia della crisi in grado di guidare il tragico passaggio dal socialismo al post-socialismo, ricreando un humus positivo per negoziare con l’indeterminatezza della transizione. In questo senso lo sciamanesimo assieme alla musica e al canto ha ristabilito in qualche modo la continuità storico-culturale, spazzata via dalla Repubblica Socialista della Mongolia instauratasi negli anni Trenta. Lo sciamano in Mongolia è sempre stato preposto dalla comunità al riassestamento dell’equilibrio per creare armonia e concordia; l’abilità dello sciamano non è mai stata separata dal suono, dal canto, dalla musica, come forma di comunicazione intersoggettiva. Come ti rapporti con lo sciamanesimo e con il suono nel tuo lavoro?

TY: “Uno sciamano è in grado di saltare sette volte dalla cima di una montagna per raggiungerne il fondo”, ho sentito questo da bambino. Naturalmente, non sapevo quanto fosse alta la montagna, se la voce si basasse sul sogno o sulla realtà fisica di qualcuno, o se fosse una delle “storie” raccontate tra i bambini della Mongolia comunista negli anni Ottanta. Non sono un esperto conoscitore di sciamani, ma esistevano da un tempo così remoto che non riesco nemmeno a immaginare. Rappresentano viaggiatori esperti, la cui conoscenza degli spiriti, delle piante, degli animali, del paesaggio e delle relative condizioni metereologiche li ha portati a ricoprire un ruolo significativo nell’antichità, ma anche nell’attuale società mongola. La tuta / abito da sciamano è equipaggiata con diversi oggetti e ognuno di essi ha un ruolo / uso specifico per il viaggio verso diverse dimensioni. Si mimetizzano abbastanza bene in qualsiasi ambiente, quindi hanno praticato le loro conoscenze anche nella Mongolia comunista. Hanno viaggiato abbastanza lontano, sono affascinanti per molti.
Nel mio video Myna Song, ero curioso della diversa percezione del tempo di insetti, uccelli e umani. Ho provato più volte ad alterare la velocità del suono di uccelli e insetti e trovarci qualsiasi parola dei dialetti o della lingua mongola. In qualche modo tutto ciò ha innescato una certa sensazione, che si riferisce a una situazione onirica. L’aggiunta di livelli nell’editing, l’alterazione della velocità del suono secondo gli uccelli e gli insetti, la scrittura della storia usando il sistema a pelle di serpente, la mappa di un osso, tutti questi passaggi sono stati fatti per imitare il poema.

PS: Sulla pagina di RedHero si legge: “RedHero is a long-term local and international project constructed around Mongolian arts and culture with a particular focus on the capital city Ulaanbaatar, whose name translates to red hero”. Com’è nato questo progetto in Mongolia?

RedHero: L’idea di RedHero nacque da un incontro, nel 2014 a Venezia, tra Paolo Rosso e Dulguun Batbold, co-fondatore del progetto. Dulguun propose di sviluppare un progetto culturale che avesse come perno Ulaanbaatar, capitale che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica e dalla successiva indipendenza da essa nel 1992, ha iniziato una rapida ascesa di crescita e sviluppo, basti pensare che il 45 per cento dei mongoli ha meno di 24 anni e l’età media della popolazione è di 27 anni. La capitale mongola, nominata durante il periodo sovietico “eroe rosso”, è una città asiatica come non te l’aspetteresti, caotica ma non esageratamente affollata, piena di sabbia, asfalto, grattacieli, case di legno e yurte e ospita quasi la metà degli abitanti del paese (che sono in tutto tre milioni, una delle più basse densità di popolazione al mondo). Come una città europea della rivoluzione industriale, durante i mesi invernali è inquinata per la combustione del carbone e le stufe a legna, che la rendono la capitale più inquinata (e fredda) al mondo. La tradizione mongola e le rapide trasformazioni della sua capitale, in cui si riversano anche interessanti contraddizioni, ci hanno spinto, insieme al duo di video-makers Kinonauts (Matteo Primiterra e Matteo Stocco), a mappare visivamente, in maniera sinuosa e non programmata, gli aspetti più eterogenei di questo affascinante paese. Questa mappatura multimediale, una metodologia già applicata ai progetti di ricerca Guwahati Research Program (Assam, India) e Los Caminos del Café (Cuba), è diventata uno strumento d’indagine che si lega ad artisti internazionali e mongoli che vengono invitati ad esplorare, in un progetto a lungo termine, il territorio. Ospitando più della metà della popolazione della Mongolia, Ulaanbaatar è un’importante punto di partenza, ma non sufficiente per capire l’anima di questa cultura millenaria, legata ancora alla vita nomade e allo sciamanesimo. Per questo RedHero si sposta anche fuori i confini della capitale.

In collaborazione con RedHero: Paolo Rosso, Alice Ongaro Sartori, Kinonauts

www.redhero.mn

Si ringrazia la Fondazione Sergio Poggianella di Rovereto per aver concesso il prestito di:

Autore ignoto, Cavallo sciamanico, Cm 22×26

Invernomuto – MED T-1000

COMUNICATO STAMPA

 

PINKSUMMER: Non abbiamo mai pensato al vostro lavoro in termini squisitamente geografici prima di Black Med, il progetto che avete presentato alla Manifesta 12 di Palermo nel 2018. Ascoltare Alessandra Di Maio e Iain Chambers, da voi invitati a tenere una lecture a Palermo, la prima all’interno del vostro progetto, ci ha fatto pensare che le idee di luogo possono definirsi in tanti modi diversi, e che i vostri soundscapes tendono a definire il luogo attraverso la dislocazione e la de-territorializzazione. I paesaggi di Invernomuto sono mobili, fluidi, cangianti. Sono i paesaggi immateriali delle diaspore: luoghi acustici, fuori da ogni confine, per “anti-essenza” sono transnazionali, transculturali. Paesaggi opachi che paiono originarsi dai memi spaziali che fluttuano nel tempo pronti a mettere le radici nell’udito di chi presta attenzione al rumore di fondo. Sono paesaggi da ascoltare. Raccontano di esili e di resistenza, di incroci e ibridazioni, di assonanze e di dissonanze. A loro modo possono definirsi corali o comunque non si lasciano appiattire dalla visione univoca euro-americana del luogo, inteso innanzitutto come nazione. Il legame tra la musica e la geografia, anche a ritroso, ci appare adesso centrale nel vostro lavoro. Le vostre geografie evocano epistemologie altre? Altre storie, altre culture, altri corpi, per citare Iain Chambers, che tendono a essere negati rifiutati dalle mappe visive e linguistiche che siamo abituati a maneggiare? Esiste un luogo della musica?

 

INVERNOMUTO: Black Med per noi è un progetto che completa ed esprime il nostro interesse per gli immaginari che il suono è in grado di generare. È un sotto testo che accomuna il nostro lavoro da sempre, ma che con Black Med forse affiora in maniera più chiara, per quanto l’operazione sia tutt’ora in fieri e in via di definizione, liquida, appunto – e dunque per molti aspetti ancora imprendibile. Con questo ciclo le geografie di cui parli non mirano ad assecondare una concezione cartografica o geopolitica tradizionale, al contrario l’obiettivo – per citare sempre Chambers – è quello di creare “buchi nello spazio e nel tempo”, di perforare le mappe, evitando di osservare il Mediterraneo come una superficie piatta e bidimensionale. Black Med si mette in ascolto, forza il perimetro del Mare Nostrum per sondare geografie espanse, fatte di movimenti di persone, oggetti, dati e capitali. La musica e il suono sono i formati di diffusione di questa ricerca. Non esiste un luogo della musica, perché essa viaggia molto più velocemente del previsto, e soprattutto lo fa senza chiedere un permesso di transito.

 

 

PS: Abbiamo letto che nel 2006 alcuni residenti illegali dell’America Latina cantarono l’inno nazionale statunitense in spagnolo nelle strade della California. Lo chiamarono il nuestro hymno. Intervenne l’allora presidente George W. Bush affermando che l’inno nazionale degli USA poteva essere cantato solo in inglese. Detto così sembra ridicolo, di fatto la più alta carica dello stato intervenne per porre la questione della lingua come centrale rispetto all’idea di nazione. Come se la lingua coincidesse con l’idea stessa di nazione. I rasta rifiutano la prima persona singolare della lingua creola giamaicana “me”, che intendono come espressione di servilismo, e usano “I”, il noi è espresso con “I and I”. La lingua rasta contiene tutta una serie di I-words come I-vine al posto di divine. Quando nacque il rastafarianismo negli anni Trenta del secolo scorso, il 90% della popolazione della Giamaica era costituita dai discendenti degli schiavi deportati dall’Africa per garantire la reddittività dell’isola caraibica destinata dall’Impero britannico e alla produzione di zucchero. Il linguaggio verbale è un border marker divisivo? Pensare con il suono, non al suono come oggetto, produce un altro senso di appartenenza? Il suono è linguaggio? La geofonia, la biofonia, l’antropofonia sono anch’essi linguaggi?

 

IM: Il linguaggio delle culture giovanili o degli oppressi non ha mai coinciso con la lingua ufficiale, in ogni parte del mondo. La nascita degli slang svolge questa funzione. Il patois giamaicano – o il verlan delle banlieu parigine – è tradizionalmente il linguaggio gergale delle classi più povere della società, utilizzarlo è una necessità politica, una rilessificazione indispensabile che reinterpreta e fa propria la lingua degli oppressori. Il celebre leader rasta Count Ossie in un’intervista del 1972 per Swing Magazine dichiarò: “We were fighting colonialism and oppression, but not with guns and bayonet, but WORDICALLY”.
L’archivio sonoro di Black Med è attraversato da lingue non ufficiali di continuo: dal dialetto napoletano alle recitazioni del corano e i canti tradizionali della Grecìa Salentina; dall’utilizzo “sbagliato” dell’Auto-tune della musica pop Amazigh ai molti slang delle lingue del rap e trap contemporaneo. I linguaggi oggi sono molteplici e non secondario è il contributo della tecnologia applicata alla voce, spesso dissacrata e scomposta. In parallelo, Google Translate è sempre più sofisticato.

 

PS: Nella prima personale di Invernomuto Africa Addio da Pinksummer a Genova nel 2015, avete incoronato in oro zecchino i “mori” post-moderni e post-coloniali delle sottili veline in cui vengono fasciate le arance siciliane per essere trasportate al nord. Il simbolo del vostro Black Med, che muove dalla teoria “africanista” del Mediterraneo di Alessandra Di Maio, è una testa di moro che avete trovato già incoronata. Con la corona sono presentati i mori in coppia, maschio e femmina, a volte bianchi a volte neri, nei tipici vasi di ceramica di Caltagirone. I mori in questo folclore non sono schiavi, ma i conquistatori arabi che hanno dominato la Sicilia fino al 1071, anno della presa normanna dell’isola. Di quel “vostro” moro rimase solo la testa perché la leggenda racconta che fu decapitato dalla sua amante, splendida giardiniera siciliana, che non volendo lasciarlo andare via, lo tenne con sé in qualche modo, trasformando il suo capo incoronato in un vaso per il basilico. Una storia che racconta del Mediterraneo, mare di mezzo, mare di lotte e di crisi e della Sicilia come ponte sospeso tra l’Europa e l’Africa. Alessandra Di Maio afferma che le migrazioni dei popoli non sono mai accidentali sono sempre modellate e strutturate, quella del Black Atlantic dalle deportazioni degli schiavi dall’Africa, e quelle dell’attuale Black Med?

 

IM: È curioso in effetti pensare oggi alla serie King Moro con le veline delle arance di Sicilia alla luce della recente firma del memorandum tra Roma e Pechino che agevola l’esportazione di agrumi freschi verso la Cina nell’ambito di una ipotizzata nuova Via della Seta. La teoria del Black Atlantic è modellata sulla diaspora africana post-schiavitù, quella del Mediterraneo Nero sulle migrazioni contemporanee. Black Med è nato grazie ai testi di Alessandra Di Maio ed è il motivo per cui era fondamentale lanciare il progetto insieme a lei a Manifesta 12. In generale consideriamo queste teorie strumenti portanti per la nostra ricerca, con Alessandra è nata una collaborazione speciale. Il suo saggio Those Are Lasers that Were Their Eyes – che accompagna questo comunicato e che pubblicheremo online su palmwine.it è da questo punto di vista quasi un’estensione teorica della mostra.

 

PS: Cosa presenterete da Pinksummer?

 

IM: La mostra si presenta come un’unica installazione di macchine in ceramica e raggi laser. MED T-1000 è un reticolo formato da otto teste di moro modificate. Queste teste non sono più “di moro”, e forse non ha nemmeno senso definire se siano buone o cattive: sono patrol della costa mediterranea o esoti contemporanei? Sono i dispersi del Mediterraneo che riemergono e cercano vendetta? Il riferimento al T-1000 (Terminator Serie 1000, apparso per la prima volta nel film Terminator 2, il Terminator in grado di liquefarsi) è formale, ma anche programmatico: il payoff di Terminator recita infatti “They would reshape the Future by changing the Past” – che, oltre a spaccare la concezione cartesiana del tempo, funziona per noi come una sorta di manifesto.
MED T-1000 è un unico ambiente scultoreo, luminoso e sonoro. Il suono è un nostro adattamento di “L’Egitto Prima Delle Sabbie”, brano e album di Franco Battiato del 1978, ispirato ad un racconto del maestro armeno Georges Ivanovič Gurdjieff. Gurdjieff sosteneva di aver trovato una mappa che era la prova dell’esistenza di una civiltà precedente all’Egitto dinastico. A quei tempi, la sabbia non aveva ancora trasformato l’Africa settentrionale in quello che oggi chiamiamo deserto del Sahara, e il continente era il luogo più fiorente e civilizzato sulla Terra.
Nella seconda sala presentiamo invece due opere bidimensionali, prodotte in parallelo alle ricerche di Black Med: una foto scattata nel porto di Marsiglia, Corsica Linea (2019), con un intervento in PVC specchiante – e MED T-800, un grande collage composto da 42 postcard di varie epoche, che mostrano diverse vedute del Mediterraneo e dei luoghi che vi si affacciano, prese d’assalto da un T-800, il cyborg protagonista del primo Terminator.

 

 

Sono laser, quelli che erano i suoi occhi

 

“Dell’acque sta sepolto

tuo padre, e non è morto,

ché la magia del mare

lo seppe trasformare

in cosa ricca e strana:

son l’ossa sue coralli

e perle i suoi occhi”

(W. Shakespeare, La Tempesta)

 

Alessandra Di Maio

 

Nel settembre 2012, quando il celebre duo di designer italiani Dolce & Gabbana ha presentato la collezione Primavera/Estate 2013 a Milano, il loro utilizzo di ciò che era percepito da un audience internazionale come Blackamoor, rappresentate su alcuni capi e accessori femminili, ha causato un enorme scandalo. Particolarmente controversi gli orecchini che rappresentavano teste di moro molto stilizzate, che pendevano dalle orecchie di dozzine di modelle, nessuna delle quali nera. Giornalisti, artisti, blogger, e appassionati di moda erano sul piede di guerra, specialmente in Inghilterra e negli Stati Uniti, nazioni storicamente sensibili ai dibattiti razziali e alla rappresentazione del corpo nero. Il Guardian ha paragonato i gioielli con le teste di moro alle bambole Aunt Jemima, notando come fosse impossibile “non essere inorriditi dal trasparente esotismo nel vedere le uniche facce di colore sulla passerella in forma di orecchini.”[1] Il blog femminista Jezebel ha definito gli oggetti “Mammy earrings.” L’Huffington Post ha parlato di “immaginari razziali insensibili” dal momento che le figure rappresentavano la schiavitù, concludendo che “il duo di designer avrebbe dovuto evitare qualsiasi cosa potesse trarre profitto dalla cultura degli schiavi.”[2] Azealia Banks, musicista hip hop americana, ha commentato duramente definendola una collezione razzista, twittando al mondo che avrebbe boicottato Dolce & Gabbana. La rivista Refinery29.com ha affermato che la collezione riposa pesantemente “sugli allori di un’epoca coloniale a lungo perduta, completa del suo immaginario fumettistico, degradante e subalterno e che pure il nonno più politicamente scorretto ci avrebbe pensato due volte.”[3]

Nonostante la controversia sia facilmente comprensibile – c’erano effettivamente teste di colore che penzolavano dai lobi delle modelle nella passerella di Milano – va considerata una discreta quantità di inesattezze storiche attorno a queste figure. Come hanno spiegato Dolce & Gabbana nel loro comunicato e nella loro autodefinita “rivista di lusso online” Swide, i loro orecchini fanno riferimento alla tradizione dei vasi siciliani delle teste di moro, così come il resto della collezione è ispirata dal folklore siciliano: le ruote decorate dei carri tradizionali e le marionette dell’Opera dei Pupi.[4] Dietro tutto ciò, Elisa Della Barba ha spiegato su Swide, c’è una storia antica e una leggenda particolare. I famosi orecchini riproducono i vasi in ceramica a forma di testa di moro che hanno decorato a lungo molte case siciliane e si possono facilmente trovare nei negozi di souvenir di tutta l’isola – che è tra l’altro il luogo di nascita di Domenico Dolce, una delle metà del brand. I mori rappresentati sui vasi coprono una vasta gamma di colori: alcuni sono neri come la pece, altri bianchi, altri ancora biancastri oppure mulatti; e tutti hanno le sembianze facciali dei mori. Persino la varietà di colori facciali è stata imitata negli orecchini di Dolce & Gabbana. Ma le fotografie che sono comparse su internet e sui principali canali di comunicazione e stampa riguardanti la passerella, mostravano solo gli orecchini con le teste di pelle scura – alle quali in inglese ci si riferisce con il termine “Blackmoors”, enfatizzando il colore scuro, in contrasto con la più comune definizione italiana “mori”.

Indipendentemente dal colore, sia i vasi originali, sia, per analogia, le teste dei mori negli orecchini Dolce & Gabbana, rappresentano l’esotismo che perpetua un “immaginario razziale insensibile”, un argomento intrigante e ancora largamente trascurato in termini di indagine estetica. In effetti, alcune sembrano realistiche, mentre altre presentano caratteristiche moresche goffamente stereotipate. Ciò che è certo, tuttavia, è che la storia iscritta sui tradizionali vasi che hanno ispirato Dolce & Gabbana non fa riferimento alla concezione moderna di schiavitù, né al colonialismo occidentale. In contrasto con la loro controparte nordica – le statuette dei mori delle tradizioni veneziana o fiorentina che rappresentano discendenti di servi africani – le teste di ceramica dei mori siciliani si riferiscono ad un momento della storia precedente, pre-moderno: la dominazione araba della Sicilia, ampiamente riconosciuta come lo zenit dello splendore dell’isola. In particolare, si riferiscono alla storia popolare, che secondo la leggenda risale all’anno 1000 d.C. Per contestualizzare la storia è necessario tornare a quel momento storico, attraverso un breve flashback nella storia italiana.

L’Italia è considerata un paese occidentale. Fa parte dell’Unione Europea, dei primi G7 – ora G20 – e stato membro della NATO. Nel discorso contemporaneo, appartiene al Nord e all’Occidente del mondo, al contrario del Sud Globale e dell’Oriente. È un paese dove, negli ultimi anni, un grande numero di migranti è approdato dai quattro angoli del mondo, specialmente dall’Africa, in cerca di migliori condizioni di vita. In ogni caso, fino a che il paese fu definito un’unica nazione, nel 1861, il territorio che comprende la penisola e le due maggiori isole della Sardegna e della Sicilia che oggi chiamiamo Italia era un insieme di piccoli stati indipendenti, compreso lo Stato Pontificio, più spesso che mai in guerra tra loro. La Sicilia, geograficamente e culturalmente strategica, era uno di questi piccoli stati. Posizionata al centro del Mediterraneo, l’isola è stata un magnete per i conquistatori attraverso i secoli.

Arrivati dalla moderna Tunisia, gli arabi conquistarono la Sicilia nell’827 e rimasero al potere per più o meno 250 anni. Infatti, I nuovi conquistatori non furono comunemente conosciuti come arabi, ma come mori. Il “notoriamente incerto” termine “moro” fu adottato più generalmente dagli europei per riferirsi sia alle popolazioni nomadi che agli arabi del nord Africa, spesso estendendolo a popoli di altri paesi africani e a ciò che oggi chiamiamo Medio Oriente, addirittura includendo anche paesi lontani come l’India.[5] Il termine non implicava quindi una singola e delimitata identità culturale, etnica o razziale. Faceva riferimento a persone di colore scuro come a persone di colore più chiaro. Spesso anche usato come sinonimo di “musulmano”, “moro” in realtà trascende i limiti della religione, comprende numerose storie, geografie e ideologie, ognuna con i propri indicatori culturali. L’espressione è stata coniata dagli europei per riferirsi all’“altro”, che arrivava attraverso il Mediterraneo; significava l’intersezione tra culture europee e non-europee.[6]

I mori portarono in Sicilia la coltivazione degli agrumi, i sistemi di irrigazione, l’architettura sontuosa, l’algebra, il Corano, le maioliche e una ricca tradizione culinaria. La pasticceria siciliana conosciuta in tutto il mondo – cannoli, cassata, marzapane – risale alla dominazione araba, che durò senza opposizione fino alla conquista normanna del 1071. Fino a quel momento, la Sicilia era un emirato arabo, e Palermo era la sua capitale. I mori non erano schiavi, ma conquistatori. Per usare una terminologia moderna, non erano i subalterni, ma la classe dirigente; non i soggetti coloniali, ma i colonizzatori. Erano i sovrani, come la corona sulle teste decorative rende chiaro.

Le leggende iscritte sui vasi risalgono ai tempi della dominazione araba della Sicilia. Arte e leggenda sono combinati al punto che sembra impossibile distinguere se sia la tradizione che ispira l’arte o, viceversa, l’artefatto che ha fatto nascere la leggenda. Tuttavia, la storia narra che nell’anno 1000, nel cuore della Kalsa, uno dei quartieri arabi di Palermo, visse una bellissima giovane donna siciliana che passava le sue giornate a coltivare piante e fiori sulla sua terrazza. Alle giovani donne benestanti non era permesso uscire per conto proprio in quei momenti, e l’occasione degli incontri sociali era mediata dai genitori. Ma dal momento che la donna faceva giardinaggio sul suo balcone, la sua bellezza era nota ai suoi vicini, i quali dicevano che i suoi capelli erano scuri come la notte e gli occhi blu come il mare nella baia di Palermo. Un giorno passò un giovane moro che viveva nelle vicinanze e, ipnotizzato dalla rigogliosa vegetazione sulla terrazza, scorse e vide, tra i fiori, la bella signorina. Fu amore a prima vista. Si avvicinò, chiese di essere ricevuto e le dichiarò il suo amore eterno. Mossa dalle sue dolci parole e dalla purezza dei suoi sentimenti, lei ricambiò. La storia d’amore continuò appassionatamente, fino a che un giorno, qualche tempo dopo, il moro disse alla donna che doveva lasciare Palermo per tornare nel suo paese, dove sua moglie e i suoi figli lo stavano attendendo. Alla giovane donna, ignara del fatto che il suo amato avesse una famiglia nella sua terra natia, si spezzò il cuore. Infuriata a causa del tradimento e del disonore, progettò una vendetta in perfetto stile medievale siciliano. Invitò il suo amante a trascorrere l’ultima notte insieme nella sua dimora, e quando finalmente si fu addormentato, gli mozzò la testa. In questo modo il suo amante sarebbe rimasto con lei per sempre, come aveva promesso. E quale modo migliore di preservare la sua testa che trasformarla in un vaso dove piantare il basilico, l’erba reale, dove il conquistatore decapitato sarebbe stato perfettamente? La pianta nella testa dell’uomo si unì alle altre sulla terrazza, crescendo in fretta e così lussureggiante e fragrante che i gelosi vicini, che avevano fedeli ceramisti in città, si fecero realizzare vasi di maiolica della stessa forma – come la testa del moro.

Ben presto, nella tradizione della ceramica siciliana, le teste divennero due, un maschio e una femmina, rappresentanti i due amanti, e ancora oggi sono esposti a coppie nelle case siciliane. Le teste maschili e femminili, di solito esposte l’una accanto all’altra, sono ugualmente adornate con gioielli, frutta ornamentale, rami, ghirlande di fiori e foglie, talvolta turbanti, nei tipici colori vivaci della maiolica siciliana, come il blu cobalto, il giallo antimonio e il verde rame. Con o senza turbante, entrambe le teste sono sempre incoronate. I volti, indipendentemente dalla sfumatura della carnagione, condividono caratteristiche simili, come le sopracciglia marcate e le labbra più o meno carnose. L’uomo ostenta sempre un paio di baffi virili e occasionalmente un pizzetto, mentre la donna a volte è ritratta con gli occhi azzurri. Cromaticamente, tuttavia, la pelle corrisponde a ogni coppia di teste di Mori: possono essere chiare o scure, ma sempre uguali, simboleggiando la comunione perenne e un destino condiviso. I due vasi, mettendo drammaticamente in scena una storia d’amore tristemente conclusa, rappresentano l’incontro tra uomo e donna, Oriente e Occidente, Sud e Nord, musulmani e cristiani, conquistatori e conquistati. Non è un caso che questo incontro avvenga simbolicamente nel contesto delle arti decorative della Sicilia, crocevia del Mediterraneo attraverso i secoli.

Versioni leggermente diverse di questa storia sono diffuse in tutta l’isola, ma la fine rimane sempre la stessa: il moro è decapitato dalla devota, tradita siciliana, e la sua testa diventa un vaso di basilico in fiore. La storia è degna di nota non solo per le conseguenze drammatiche e il tema macabro, una commistione di amore e morte tipica dello stile siciliano, ma anche il ruolo svolto dalla protagonista femminile: la nativa donna sedotta prende posizione, agendo sulla sua voglia di vendetta, e uccide il moro che ha conquistato la sua terra e il suo cuore. In diversi modi, questo racconto popolare siciliano è l’esatto opposto della storia del moro più popolare nella letteratura europea, Otello, il Moro di Venezia, che cieco di gelosia, uccide la candida ed innocente Desdemona. Mentre Desdemona è una ricevente passiva delle malefatte di Otello, l’eroina siciliana agisce contro il tradimento del suo amante. Ci sono buone ragioni per credere che il racconto popolare sia stato altresì fonte di ispirazione per la famosa Lisetta da Messina di Boccaccio nel suo Decamerone, dove la protagonista pianta basilico nella testa del suo amante. Le sue lacrime permettono alla pianta di crescere forte e profumata, fino a che i fratelli, responsabili dell’assassinio, la portano via, causando la morte della sorella.

Indipendentemente dai suoi echi letterari, la leggenda ispira la tradizione delle teste di moro, sia che preceda la loro produzione, come si crede, o che la segua, come molti artisti criticamente affermano. Lo scambio tra la leggenda e la tradizione decorativa ha attratto nel corso degli anni artisti e artigiani, i quali hanno ri-significato i vasi in nuove tendenze. Negli ultimi anni, ad esempio, dopo che un gran numero di mori di tutte le carnagioni sono arrivati in Sicilia attraverso il passaggio nel Mediterraneo, nell’immaginario occidentale alcuni vasi hanno assunto delle caratteristiche facciali di persone provenienti da quelle che l’occidente definisce regioni sub-sahariane. Il più delle volte sono figure dai tratti caricaturali, iscritte nella secolare tradizione occidentale della rappresentazione dei corpi neri, la stessa che i dispregiatori della collezione 2013 di Dolce & Gabbana criticano aspramente. D’altra parte, alcuni artisti si sono interessati alle teste di moro interrogandosi sulla loro presenza, sulla loro storia, sul loro sguardo. Quelle proposte da Invernomuto guardano al futuro – e in alcuni casi si guardano a vicenda – con intensi occhi laser. Il loro raggiante sguardo è curioso, senza tempo, profetico. Si interseca con il nostro, e tutti ci identifichiamo nella testa del moro decapitato come in quella della decapitatrice.

 

 

[1] Sara Ilyas, “Did Dolce & Gabbana send racist earrings down the catwalk?,” The Guardian, 26 settembre 2012.

[2]   Julee Wilson, “Dolce & Gabbana black figurine earrings and dress, Are they racist?,” The Huffington Post, 26 settembre 2012.

[3]   Lexi Nisita, “Colonialist chic? No thanks, Dolce & Gabbana,” Refinery29.com, 25 settembre 2012.

[4]   Elisa Della Barba, “Moorish heads ceramics on the DG SS13 runway”, Swide, 23 settembre 2012.

[5]   Michael Neill, “‘Mulattos’, ‘Blacks’, and ‘Indian Moors’: Othello and Early Modern Constructions of Human Difference”, Shakespeare Quarterly, vol. 49, n. 4 (Winter 1998), pp. 361-374.

[6] See Emily C. Bartels, Speaking of the Moor: From Alcazar to Othello (Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2008), p. 5.

Peter Fend/Yona Friedman – Filling the absence

Comunicato stampa

 

Ciò che è successo a Genova è un grande shock. Non solo per Genova, ma anche per l’Italia e per l’ingegneria civile. Quel ponte era, in sostanza, troppo vulnerabile?
(…) Pinksummer ha due artisti che lavorano con i palloni. Uno viene dall’insegnamento di Peter Cook (Archigram) e l’altro muove da un progetto iniziato con Gordon Matta-Clark.
(…) Cosa si può fare adesso? Peter Fend insieme alla galleria potrebbero aiutare? Le altre persone in copia sono state coinvolte nell’idea del “ponte-pallone”, o Matta-Clark, quindi, questa è la ragione; potrebbe essere un’iniziativa di Pinksummer. No?Peter”

Ci scrisse Peter Fend in una e-mail del 15 agosto 2018, con in copia una sfilza di nomi a noi del tutto sconosciuti. Ma con Fend spesso accade, fa parte, come dire, della sua geografia “oltreconfine”.
Di fatto la mostra Filling the Absence di Peter Fend e Yona Friedman, curata da Andrea Canziani e Emanuele Piccardo, con un film documentario co-prodotto dal Museo Nivola e da Pinksummer, curato da Elisa R. Linn e Lennart Wolff, si potrebbe dire che in origine non sia stata una scelta della galleria, nel senso che ci siamo accordate su sollecitazioni essenzialmente tendenti a sovrastimarci, che ci piaceva potessero vibrare da noi e con noi.
Quando tornammo in galleria dopo la pausa estiva, ai primi di settembre, ci vennero a trovare Emanuele Piccardo e Andrea Canziani, i quali citarono l’esempio del gallerista Max Protetch, che immediatamente dopo il crollo delle Twin Towers invitò più di 100 architetti e designers a presentare proposte per lo sviluppo del sito, successivamente denominato Ground Zero. All’inizio del 2002 Protetch, in collaborazione con gli editori di Architectural Record, organizzò la mostra New York, a New World Trade Center: Design Proposals, in cui vennero presentate le 60 proposte pervenute.
Piccardo e Canziani affermarono che si doveva partire dal violento crollo del viadotto sul torrente Polcevera, descritto da loro come “Il sottile nastro di cemento che attraversava la valle verde, paradigma della Genova moderna post-bellica”, per rigenerare il futuro di una città fragile e tendente a infragilirsi sempre più, oltre che per l’assenza di infrastrutture adeguate, per quella di una visione prospettica in divenire. Piccardo e Canziani ci proposero di organizzare insieme una mostra. Fu invece Joseph Grima a suggerire l’open call. Dopo una serie di confronti con Piccardo e Canziani, decidemmo di invitare Yona Friedman e Peter Fend, accomunati, nelle differenze, dal loro essere “programmaticamente utopici”, e anche dalla generosità che li contraddistingue, intesa come attitudine anti-monumentale, avida di vita, di movimento e di freschissima insoddisfazione positiva.
Yona Friedman ha influenzato due generazioni di architetti agendo attraverso disegni, collages, modelli, idee, teorie, libri e film. Nel suo testo Biosphere is still common property except for land use scrive: “Il concetto di proprietà terriera è cominciato concentrandosi sull’area calpestabile a due dimensioni e si è sviluppato dopo sull’interpretazione a tre dimensioni. La proprietà terriera è stata estesa ‘raggiungendo il cielo’, includendo anche le acque, come ‘acque territoriali’. La biosfera è diventata una proprietà privata. Fortunatamente, la proprietà non è stata estesa all’atmosfera, all’aria, alla pioggia, alla luce solare. La mia proposta di ‘infrastrutture a nuvola’ è basata essenzialmente su quelle nuove tecnologie che sono indipendenti dall’uso diretto della terra, come pannelli solari, batterie compatte, contenitori per la pioggia, cloud di informazioni. Le informazioni in cloud sono di tutti.”
Peter Fend, senza mai celare un profondo senso di frustrazione trasmutato in elemento fondativo della sua opera, ha affidato la sua visione alle azioni di ri-mappatura del mondo reale, muovendo dalla rappresentazione geografica e dalla lettura lucida e senza pregiudizi della Storia atta a centrifugare la segmentazione lineare della causa e dell’effetto, dentro a una prospettiva in cui la relazione di idee manifesta l’a-priori e l’a-posteriori in forma circolare. Il suo libro Ocean Earth è emblematico in questo senso. Al di là del Mega-Strutturalismo e del linguaggio dell’assemblaggio modulare, che Fend ci ha confessato di percepire come una montagna da scalare, al ritorno dal suo primo incontro a Parigi con Yona Friedman, nello studio dell’architetto, lo scorso novembre, avvenuto indipendentemente da noi e senza che noi ne fossimo a conoscenza, per una curiosa coincidenza di cui diremo dopo, Fend ci ha raccontato che Friedman è la prima persona che ha incontrato nel mondo dell’architettura, che conoscesse in modo approfondito la fisiocrazia, una dottrina economica formulata dal fisico François Quesnay nel Settecento, affermando: “Riguardo a ciò, noi due potremmo essere unici nella comunità dell’architettura, e anche nel mondo dell’arte” e ancora “La fisiocrazia è stata inventata dal fisico per il re francese. È arrivato alla conclusione che il benessere della nazione, del popolo, dipendeva dalle fondamenta del benessere della Natura. Gli animali e le piante dovevano essere in salute. La parola ‘ecologia’ non era utilizzata allora, nei primi anni del XVIII secolo. Ma il fisico ha capito l’obbligo dello Stato, oppure del re, di assicurare l’incolumità alla popolazione. Questo significa che il terreno e l’acqua devono essere sicuri. Infatti: le persone vanno e vengono; come sta succedendo, invece, alla terra e all’acqua? Nessuna tirannia è peggio che vivere in un luogo inquinato e malsano. Non c’è scampo”.
Il viaggio di Peter Fend a Parigi per incontrare Yona Friedman è stato organizzato dal museo Nivola, a cui Lennart Wolff e Elisa R. Linn avevano proposto un progetto di collaborazione tra Friedman e Fend fin dal 2017; la mostra sarà aperta nell’ottobre del 2019.
Apprendemmo del progetto da una e-mail di Lennart Wolff in dicembre.
Sia Peter Fend che Yona Friedman, entrambi “trascendentemente” al di sopra di questo apparente conflitto di interessi, non avevano mai fatto cenno al progetto insieme in Sardegna.
Quando chiedemmo a Peter Fend rispose, prendendoci un po’ giro:
Devo ammettere, mi dispiace,
che sono in difetto, dal profondo del mio corpo,
con ogni fibra delle mie braccia e delle mie gambe,
che ho pensato a ciò a cui
tutti gli architetti hanno pensato,
all’ambizione, dopo il fatto di agosto, di ANDARE A GENOVA
a portare idee sul Construttivismo russo,
Gordon Matta-Clark, Robert Le Ricolais, Yona Friedman,
o ad altri genuini pionieri del pensiero strutturale ed infrastrutturale”.

Il film-documentario curato da Elisa R. Linn e Lennart Wolff e co-prodotto dal museo Nivola e Pinksummer, nasce insomma da una coincidenza sintropica, trasformata in opportunità, muovendo dal materiale raccolto da Wolff durante l’incontro a Parigi tra Yona Friedman e Peter Fend.
L’open call, la cui dead-line sarà il 15 marzo e di cui sotto presentiamo l’intento, lavora invece sull’ermeneutica dell’assenza, da ogni punto di vista la si voglia considerare. In un’Italia che dibatte incerta come se la sicurezza di un’identità eventuale fosse assoggettata alla chiusura o all’apertura dei porti, in barba al fatto che un porto, in sé, indica l’approdo in sicurezza, qui a Genova ciò che è accaduto dopo “Il crollo del ponte” più che a rimandare alla cordata Traiano/Apollodoro di Damasco, che insieme costruirono nel 105 d.C. un ponte lungo 1,1 km, quanto il viadotto autostradale sul Polcevera progettato da Riccardo Morandi a opera della Società Italiana per le Condotte d’Acqua e ultimato nel 1967, richiama il neo-feudalesimo contemporaneo, allergico all’idea stessa di partecipazione, che, giustificato dall’eccezionalità (stato di eccezione), si è trovato a ignorare le regole costituzionali della competizione, come premessa compiutamente democratica alla ricostruzione.

 

Pinksummer: La democrazia è il governo del popolo tramite rappresentanti liberamente eletti dai cittadini che hanno diritto di voto. Lei ha affermato che a esprimere il parlamento, in un governo compiutamente democratico, non dovrebbe essere la maggioranza dei votanti, ma di tutti coloro iscritti al voto e che dunque, anche agli astensionisti, dovrebbe corrispondere una percentuale di eletti. Lenin intendeva l’astensione come una forma tattica e strategica rispetto alla coerenza con gli ideali rivoluzionari, per lei l’astensionismo è una forma di resistenza?

Yona Friedman: L’astensionismo è un partito. Può essere rappresentato da delegati scelti casualmente, come i giurati dalla corte d’assise.

Ps: La rete, internet, in qualsiasi forma, è sempre la teatralizzazione di contenuti già noti rispetto all’informazione?

Y.F.: Spesso internet diffonde informazioni false. Come tutti i media. Sarebbe meglio e più facile combatterli attraverso la rete, ma difficilmente è attuabile in maniera altrettanto efficiente.

Ps: Cosa intende quando afferma che le migrazioni oltre a essere una difesa dell’individuo contro l’iniquità sono strumenti di autoregolamentazione sociale? Le migrazioni rappresentano una minaccia per lo stato democratico o solo per lo stato mafia?

Y.F: La migrazione equivale a esprimere dissenso. Io stesso sono emigrato tre volte, lasciandomi alle spalle situazioni politiche che non mi piacevano.

 

Ps: Una volta hai detto che ti piacerebbe guidare l’Italia a costruire ferrovie nel deserto del Sahara, non diversamente da quello che sta facendo la Cina; in linea con una citazione di Matta-Clark che ha detto (o scritto): “L’unica cosa in cui credo sono le ferrovie”. L’idea è quella di sostituire la politica degli aiuti umanitari con investimenti che rimandano a una vera e propria cooperazione. Negli ultimi 10 anni la Cina ha costruito in Africa 2233 km di ferrovie e altri sono in corso d’opera. Il presidente Xi Jimping, durante il China-Africa Cooperation Forum, ha varato un nuovo piano industriale per l’agricoltura e le energie pulite. Di fatto però si tratta di petrolio in cambio di strade e ferrovie e gli aiuti umanitari cinesi all’Africa sembrano solo dichiarati. Non si tratta di purissimo neocolonialismo o meglio nel caso dell’Impero celeste di neoimperialismo? Parlaci dell’Eurafrica che hai in mente.
Peter Fend: Genova è il porto di Milano-Torino-Parma-Genova, anzi, di più rispetto a Rotterdam che è il porto di Amsterdam-Utrecht-L’Aia-Rotterdam.
Le eccezioni sono i due aeroporti internazionale in Svizzera, che è più una banca che un paese,
e i centri globali del Quatar, Dubai e Istanbul, possibili grazie alla loro posizione centrale nel mondo dei viaggi e del petrolio.
Ancora più importante, Genova può diventare il porto principale dell’Europa con l’Africa—più grande di Marsiglia.
Questo necessita di due reti ferroviarie
Attraverso il Sahara fino all’Africa sub-sahariana.
L’Italia ha iniziato una ferrovia trans-Sahara diverse volte, la prima nel 1871, la Cina ha costruito reti ferroviarie di quelle dimensioni, attraverso deserti più grandi, in questi anni. L’Italia può competere?

Ps: Muovendo dal Viadotto sul Polcevera, la tua idea di ricostruzione rimanda alla large scale, per large scale intendi sempre un sistema infrastrutturale strategico, senza mai dimenticare l’ambiente. Hai studiato Genova e il suo territorio. Genova è essenzialmente un porto, i porti hanno bisogno di strade, di ferrovie efficienti. Perché gli amministratori locali e il governo centrale hanno lasciato che il porto di Genova venisse “insabbiato” e la città isolata grazie a reti autostradali e ferroviarie inadeguate per viaggiare in moto sincrono con un tempo accelerato? Fin dagli anni ’80 gli ambientalisti e i residenti delle zone a nord di Genova, interessati dalla cosiddetta “Gronda”, si sono opposti ricorrendo al Tar. Come è possibile coniugare le esigenze dell’ambiente con quello di dare respiro a nord a un porto e a una città, in un territorio orogeneticamente difficile?
P.F.: Uccelli che volano dalla giungla in Africa alla tundra nell’Artico, e ritorno, passando dall’Europa. Questi uccelli appartengono essenzialmente all’ecosistema dell’emisfero boreale. Distribuiscono nutrienti e semi in queste longitudini. Ma questi voli stanno diminuendo. Le ragioni sono diverse. Quasi tutte sono causa dell’uomo. Perché, ad esempio, gli insetti sono diminuiti del 75% negli ultimi 25 anni? Senza un grande numero di insetti, non possono esserci abbastanza uccelli.

La Cina ha adottato una massiccia campagna per la costruzione di infrastrutture, e nell’organizzazione della popolazione, per un percorso che passa in gran parte dall’estremo ovest all’estremo est, attraverso l’intera Eurasia. Questa campagna si è estesa in tutto il mondo, dall’Africa all’America latina. Cosa risponde l’Italia?
L’Italia potrebbe organizzare una campagna analoga per scala e concettualmente simile, ma lungo il percorso dall’Africa sub-sahariana al Sahara, al nord Europa e l’Artico, e viceversa. L’Italia può farlo con altri paesi in Africa e in Europa.
Imitando il volo degli uccelli, l’Italia può dirigere la costruzione di binari attraverso il Sahara. Ha cominciato questo lavoro nel 1871, fare squadra con l’Africa e l’Europa per continuare. Le distanze nel deserto sono minori rispetto a quelle raggiunte negli ultimi anni dalla Cina.
Attraverso questi percorsi, l’Italia può fare da pioniera nella costruzione di paludi, oasi, alimentando il terreno per gli animali, e rigenerando laghi salati. Può fare ciò non solo con l’Africa ma anche con l’estremo nord dell’Europa. L’Artico si sta sciogliendo; gli ecosistemi fioriscono di vita, specialmente in estate; perché non lavorare lungo i litorali dell’Artico, tutto intorno? Perché non seguire l’esempio di Umberto Nobile, il duca italiano, pioniere negli anni ’20, cento anni fa: il primo a attraversare l’Oceano Artico con un pallone. L’ha fatto solo per gioco? No, l’ha fatto perché sapeva che l’Italia avrebbe dovuto attivarsi nell’Artico. Questo può avvenire ora.
Tutte le acque costiere dell’Artico sono in mostra questa settimana a Kirkenes, al confine tra la Norvegia e la Russia. Un film-maker e io intendiamo andare in quelle stesse acque l’estate prossima, per sfidare l’industria petrolifera in questo scenario di trivellazioni e cercare, in questi siti, se le alghe possono essere raccolte per sostituire le emissioni con il biocarburante. Questa ricerca può essere proseguita da ENI. Può essere iniziata anche adesso da Eni che potrebbe tenere sotto controllo il flusso dall’Artico, la corrente del Labrador.
Molte azioni sono state mappate e pianificate per le coste dell’Africa, e anche per l’interno. Dovrebbero cominciare durante l’inverno. Possono essere mappati degli schemi e lanciati dall’Italia.
L’urgenza di azione nell’Artico è chiara: le alghe proliferano durante l’estate, a causa dello scioglimento della tundra e per l’aumento netto della temperatura; le alghe aiutano a riversare acido nel mare; nel frattempo, compagnie petrolifere di grandi poteri (Russia, Cina, Stati Uniti, Inghilterra, ma non in modo significativo, Francia) lavorano per trivellare alla ricerca di petrolio e gas, a grandi costi e rischi, con seri danni all’Artico come a qualsiasi cosa viva.
L’urgenza di azione in Africa è altrettanto chiara: il continente avrà 2 miliardi di persone nel 2050, non tenendo conto di guerre catastrofiche, ma è comunque in dubbio, dato che l’Africa non ha abbastanza acqua. Potrebbe esserci carestia. Potrebbe esserci più siccità. Potrebbe esserci un grande aumento della mortalità. Potrebbe esserci più violenza e terrore. Cosa si può fare? E’ urgente costruire un’attività economica di cui potrebbe beneficiare l’ecologia, ripristinando il circolo dell’acqua. Tale azione dovrebbe essere guidata da paesi come l’Italia. Altrimenti, solo la Cina avrà in mano tutto. La Cina è inoltre già sulla strada per il dominio dell’Africa. Ciò non va bene per l’Italia, o l’Europa, o anche per l’Africa. L’Italia deve entrare nel mondo africano allo stesso modo in cui sta facendo la Cina oggi. Centinaia di milioni di ipotetici rifugiati devono inondare l’Europa? E dovrebbe l’Africa rimanere un continente praticamente deserto? Con deboli rotte migratorie, che portano sempre meno benefici al paese, come l’Italia, a nord?
Genova può essere decisiva.
Genova, insieme a Sarzana, Savona e potenziando la rete ferroviaria a nord, Ovada, o Tortona, può affermare che coordinerà la regione con uno dei più grandi PORTI di scambi tra l’Europa e l’Africa.
Potrebbe chiamarsi PORTA AFRICA.
Genova può fare tutto ciò in concorrenza con la Cina, e sulla stessa scala globale di infrastrutture pensando a ciò che fa la Cina.
Genova può anche rivolgersi a Mercitalia, il trasporto merci delle Ferrovie dello Stato, per costruire binari dall’Europa del nord all’Artico, in collaborazione con la Norvegia e la Finlandia, e può dialogare con Mercitalia sulla costruzione di entrambi gli ecosistemi e linee di trasporto merci attraverso l’Africa.
Il coordinamento può essere gestito dal Giappone: sia l’Italia che il Giappone sono unici al mondo per la costruzione di binari lungo le coste; entrambi i paesi sono in grado di costruire economia mare-terra.
La pressione dalla Cina, con quella della Turchia sempre in espansione, dev’essere pareggiata su una scala similare.  Altrimenti, l’Italia diventa economicamente debole, con Genova come prima vittima.
Rispondendo alla pressione, insieme al governo a Roma, può ripristinare Genova come primo porto industriale d’Europa, tra la Francia e la Russia.
Fare ciò non è difficile: Genova deve ricordarsi di Torino, Milano e il corridoio agro-urbano da Piacenza a Bologna, e il loro porto è quasi sempre Genova.
Ciò che succede nella Val Polcevera è solo una piccola parte di ciò che succede nell’intero sistema ecologico dell’Eurafrica.
VOLO VIA GIUNGLA VERSO TUNDRA

 

Ps: Il Viadotto sul Polcevera, crollato lo scosso 14 agosto, fu costruito da Riccardo Morandi tra il 1963 e il 1967, nel periodo del miracolo economico del secondo dopoguerra simbolo di una modernità dirigistica, che non guardava in faccia a nessuno e che sicuramente non ha guardato in faccia coloro che già abitavano e hanno continuato a abitare le case di via Walter Fillak fino al crollo del nastro di cemento strallato. Per citare Robert Smithson il ponte Morandi non è stato sempre una rovina al contrario?

Andrea Canziani e Emanuele Piccardo: Smithson nel suo A Tour of Monument of Passaic in New Jersey avvenuto proprio in quello stesso 1967, cammina lungo il fiume e racconta con le fotografie una serie di “rovine” che sono pipeline, moli, ponti pedonali, aree gioco per bambini. Smithson lavora sul concetto di rovina invertendo l’idea classica di monumento, infatti si chiede se Passaic possa essere una città eterna come Roma, senza che debba derivare da alcuna volontà monumentale. “Il caso volle che fossero proprio le fotografie di un viadotto dell’Autostrada A12 nei pressi di Rapallo le immagini che usai nel progetto del filosofo Matthieu Duperrex che nel 2017 chiese a una serie di ricercatori, di rendere omaggio al tour di Smithson a distanza di cinquant’anni” (EP). Il Viadotto sul Polcevera è questo: un monumento al contrario, avrebbe potuto essere una rovina solo se ci avesse permesso di percepire l’esistenza di un tempo che non è quello del solo trascorrere degli anni. Ma tutto questo è stato negato dalla volontà della rimozione. Rimozione dell’evento ancor prima della rimozione di ciò che non ha tempo per essere altro che macerie.  Sarebbe sbagliato leggere quel progetto e le scelte da cui deriva con la sensibilità, anche ambientale, che abbiamo oggi.
La modernità del secondo dopoguerra non aveva connotazioni antidemocratiche, certo aveva connotazioni capitalistiche e tecnocratiche. Ma attenzione era ancora (per poco) una tecnocrazia alla William Henry Smith: al servizio della democrazia industriale, con un fine etico e morale di ben altro spessore rispetto alla successiva deriva capitalistica.
Il progetto di Morandi non ha nulla di dirigista, non cambia la città su cui si innesta, non chiede nulla, offre una risposta alla funzione di collegare due autostrade. E lo fa in quel momento così bene che immediatamente viene riconosciuto come un esempio formale di grande interesse, perfino paesaggistico, negli ambienti ingegneristici dell’epoca. Occorre contestualizzare il progetto di Morandi con il boom economico e la voglia di rinascere dell’Italia, l’utopia modernista e la necessità di avere collegamenti efficaci, sono gli stessi anni della costruzione della Sopraelevata (1964).
Allo stesso modo occorre contestualizzare l’operazione che stiamo facendo con questa mostra che non è affatto la proposta di progetti alternativi, bensì di visioni alternative.

 

Ps: L’evoluzione della democrazia, anche in architettura, ha veramente eroso le gerarchie? La post-modernità è davvero più mobile e fluttuante o è solo escrescenza discorsiva. La res publica non è stata devitalizzata dalla fine dell’homo politicus della modernità e dall’avvento dell’homo psycologicus vulnerabile e incerto, in cerca del proprio benessere dentro a una post-modernità equivocamente emotiva?

A.C. e E.P.: L’architettura ha una dimensione sociale ed etica, in quanto il progetto rappresenta sempre la possibilità di vivere in condizioni migliori. Questo è l’ideale a cui tendono alcuni architetti, non tutti. Alcuni si limitano a dare risposte tranquillizzanti ad abitanti che di norma diffidano dell’architettura e della contemporaneità.
La debolezza politica e la crisi dei meccanismi di partecipazione democratica in atto è ben espressa dalla situazione del crollo del viadotto. Abbiamo assistito al decisionismo autoreferenziale dell’ennesimo commissario per l’ennesima emergenza. Lo stato di eccezione giustifica tutto e la propaganda politica tranquillizza, ipnotizza, anestetizza, attraverso una offerta di delega totale alla politica di governo: tutto tornerà normale, tranquilli. Ma a quali e quante libertà siamo disposti a rinunciare per avere la rassicurante prevedibilità di un agire quotidiano?
Non è stata la postmodernità -ammesso che sia mai esistita-, né l’iper-modernità che viviamo che impongono quanto accade. Forse un indizio potrebbe trovarsi nella autoreferenzialità e e nel protagonismo egoista dell’homo psycologicus, ma sembra più ragionevole pensare che l’arroganza e l’ignoranza diffusa contribuiscano a definire la società contemporanea come una società dello spettacolo di debordiana memoria.
Ecco allora l’importanza di attivare meccanismi come quelli che hanno generato questa esposizione e l’open call associata al lavoro di Yona Friedman e Peter Fend. Perché l’agenda politica potrà anche essere dettata dalle emozioni e non dalla razionalità, ma che l’architettura non ne diventi mai l’ancella muta.

Ps: State lavorando a una mostra di Peter Fend e Yona Friedman al museo Nivola fin dal 2017, la mostra aprirà in ottobre. Senza sapere gli uni degli altri abbiamo accomunato per finalità diverse, la nostra più specifica, convogliata se vogliamo all’eccezionalità di un accadimento, la vostra invece si potrebbe definire, forse impropriamente a lungo termine. Cosa vi ha spinto a unire in una mostra l’artista large/small scale Peter Fend, all’architetto della ville spatiale, delle clouds infrastructures e delle utopie realizzabili?
Lennart Wolff e Elisa R. Linn: Il punto iniziale che ci ha spinto a unire Peter Fend e Yona Friedman era una somiglianza che abbiamo visto nelle loro posizioni in relazione alla storia e al discorso delle discipline di arte e architettura. Entrambi hanno mantenuto in qualche modo una posizione periferica e critica muovendo oltre le comuni elaborazioni, piattaforme e istituzioni: ad esempio, un museo e un mercato concentrato sulla produzione artistica negli anni ’80 o l’integrazione degli ideali modernisti delle culture corporative e delle industrie di edifici convenzionali negli anni ’50. Così facendo introducono nuove idee e possibili forme organizzative che vivevano in collaborazione ed eccedevano i limiti delle loro discipline che si sono dimostrate altamente influenti, non solo sulle generazioni contemporanee ma anche per quelle future. Inoltre, alla luce dell’evolversi sempre più accelerato della crisi climatica, eravamo interessati a riportare l’attenzione sul lavoro dei due professionisti, che hanno un ruolo pionieristico nel trovare diverse strade per considerare i problemi ambientali nell’arte e nell’architettura.

Luca Trevisani – 38° 11′ 13.32” N 13° 21′ 4.44” E 44° 24′ 27.4” N 8° 55′ 60.0” E

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: “Pur non entrando nel dettaglio, prendiamo in considerazione solamente quell’architettura vivente e mobile che è la danza. Gli elementi non sono più le pietre ma gli uomini: facendo parte della danza, per suo tramite sono sottratti alla vita animale e trasportati nella vita sociale, vale a dire nella vita propriamente umana. Appare infatti chiaramente come la danza derivi dalla cerimonia e quest’ultima non è altro che la manifestazione della società. Gli uomini che danzano, dunque realizzano danzando la loro vocazione di uomini. Tutte le arti, e in particolare l’architettura, sono simboli della danza, o piuttosto della cerimonia. Affermando che le pietre del tempio vogliono essere là dove sono – cosa alquanto incomprensibile – volevamo dire che l’architettura consiste nel trasportare nelle pietre le relazioni umane”.
Queste parole di Simone Weil contenute nel piccolo saggio Il Bello e il Bene1, ci hanno fatto pensare a quella che immaginiamo sarà la tua terza personale da pinksummer, una danza o forse anche una cerimonia basata sulla ripetizione, intesa come attualizzazione di qualcosa che precede la Storia e che è sempre esemplare, accordandosi in qualche modo alla lunga e costante nota del tempo mitico del panta chorei, quando il mutamento incessante della natura, il panta rei, viene delimitato dal logos, trasformandosi in danza, in poiesis.
Per rendere lo spazio sacro, negli stadi più antichi della nostra civiltà, lo si agganciava al cosmo con un asse e i punti cardinali, appartiene alle culture agricole invece la ripetizione rituale di un’azione esemplare, dove il mondo si genera da una contrapposizione, da una frattura, tra il territorio abitato, considerato sacro e l’indeterminazione caotica del mondo.
Se la mimesi del divenire ha sempre costituito la nota di testa del tuo lavoro, nel caso dell’opera focalizzata sulle misteriose incisioni rupestri delle grotte dell’Addaura, sul monte Pellegrino, che sovrasta Palermo, tale nota sembra allungarsi in profondità, per far affiorare, ritualizzandola, la lacerazione che ha generato la società e la Storia.
“L’idolatria è dunque una necessità vitale nella caverna. Seppure anche tra i migliori, è inevitabile che limiti strettamente l’intelligenza e la bontà”, scriveva Simone Weil in L’ombra e la Grazia.
L’idolatria è da intendersi come medicamento atto a suturare la frattura fondante della società umana che implica l’esclusione. Anche l’Illuminismo alla base della società moderna in questo senso potrebbe essere intenso come forma di idolatria.
La tua mostra che pare stabilire una sorta di continuità in potenza con quegli uomini della caverna, che nel tardo epigravettiano o all’inizio del mesolitico hanno rappresentato con la pietra e sulla pietra una scena di esclusione, in cui gli animali appaiono discostati e accessori, nasce dall’incanto o dal disincanto?
Luca Trevisani: Le grotte dell’Addaura sono chiuse al pubblico per motivi di sicurezza, sarà forse quindi stato per il fascino del proibito, sommato alla giornata di pioggia monsonica da cui ci riparammo nelle insenature, o per quello che vedemmo sulle rocce: di certo non fu un viaggio che ci lasciò indifferenti. È la visita a un mistero, che come tale è sacro, ma anche buffo, perché ci mostra quanto siamo semplici.
Il complesso delle grotte dell’Addaura è diventato per me un luogo di riferimento, immaginatevi una palestra di roccia abusiva, ma frequentatissima, mescolata a un’oasi di pace per adolescenti in cerca di un’alcova da cui vedere il mare, una scuola di disegno per graffitisti contemporanei, una spiaggia archeologica dove molluschi e dolomite si sono incontrati e incastrati, e – finalmente- un luogo che custodisce incisioni rupestri così antiche da non potersi datare e così fresche da farmi pensare che siano un falso storico succosissimo e verissimo. Si dice che le immagini conservate in queste grotte siano tra le più antiche mai realizzate, in cui è raffigurata una comunità di uomini, forse tra i primi coltivatori, di certo presi e persi in un rito collettivo. Questo luogo è come un giardino sociale, un po’ spontaneo e un po’ tenuto a bada; vivo, scapigliato, inafferrabile, dolcemente fuori norma come un poco tutto il paesaggio che lo circonda.
Avete presente Hotel Palenque ? Quella lecture e proiezione di immagini in cui Robert Smithson si mise a leggere un hotel abbandonato, con delle foto e un testo di purissimo misticismo architettonico? Ecco, quella è stata una sottile guida psichica per le ore che ho passato tra quelle rocce palermitane. Addaura, mese dopo mese, è diventata il mio Hotel Palenque, una piattaforma performativa per meditare sui processi entropici, e su come noi li danziamo.
Per me Addaura è una situazione così florida e bizzarra da non poter accettare che rimanesse sconosciuta ai più, e ho deciso di lavorare come per farne delle cartoline, come per poterla portare in giro, come per metterle le gambe e le ali, stamparla su grandi lenzuoli di carta per trasportarla in viaggio, farla diventare scultura impropria e file digitale, per scioglierla nel mondo.
Era necessario trasformare questo luogo per distillarne il succo, trasfigurarlo per farlo vivere, mi sono fatto ventriloquo per farla parlare.
Ps: “…And my feeling is that the hotel is built with the same spirit that the Mayans built their temples”, scriveva Robert Smithson a proposito di Hotel Palenque. Per certo non hai maneggiato i graffiti dell’Addaura in senso romantico. Di fatto anche l’idea di “rovina al contrario” rispetto al tuo approccio con quel luogo c’entra molto: non è il tempo a fare cadere una costruzione in rovina, bensì la deriva entropica è il fondamento della costruzione stessa, si potrebbe dire endemica rispetto a tutte le costruzioni umane possibili, anche quelle future, fossero anche teoriche. Si possono costruire solo rovine perché la nostra percezione del tempo è evenemenziale e impostata sull’irreversibilità dell’eternità.
Ci eravamo disabituate al tuo discorrere poetico ed elusivo, siamo testarde e ritorniamo alla prima domanda, credi che l’entropia possa essere una variabile provocata da quel rito consumato da quei primi coltivatori maledettamente antropocentrici?
LT: Certo. Si. Senza ombra di dubbio. L’entropia è il disordine immesso in un sistema, e l’uomo, il solo animale che abita e sfonda e ridisegna i confini della natura, non fa che immettere entropia nel mondo. Queste incisioni nella roccia sono l’unico reperto rupestre di nostra conoscenza in cui, circa 10-14.000 anni fa, l’uomo disegna per la prima volta un rito, rappresenta lo stare assieme, la società, il convivio. Questi uomini che danzano ci mostrano la convenzionalità del nostro concetto di habitat e di società; chiamano in causa la definizione di natura, sono un’analisi vivente della nostra idea di progresso e di futuro. Che si tratti dell’incisione di un rito apotropaico o di sciamanismo erotico o di una burla recentissima, questo non ci è chiaro, ma di certo la grotta dell’Addaura ci mette davanti a qualcosa che non possiamo comprendere, a immagini così antiche da essere fuori dalla Storia, senza una tradizione visiva che ci guidi alla loro comprensione. Ogni buona opera d’arte è impastata di ambiguità; non so se questa si possa chiamare anche entropia, ma pensare l’arte come a un campo in cui si coltiva entropia, è un’idea suggestiva.
Ps: “I disegnini di animali e di pupazzi” dell’Addaura, per citare, l’allora sovrintendente Giovanni Mannino, che in La grotta dell’Addaura, delle incisioni e l’Antro Nero”, narra del rinvenimento tra il 1951 e il 1952 dei graffiti paleolitici grazie a un tale Giovanni Cusimano che si definì “ cercatore di tesori e conoscitore di ogni pietra di Monte Pellegrino”, rappresentano, per il loro squisito realismo, un unicum nel panorama mondiale dell’arte rupestre.
Tornando a “L’ombra e la grazia”, Simone Weil scrive: “Quando il vero sembra almeno altrettanto vero che il falso, è il trionfo della santità o del genio” e ancora “Bisognerebbe che l’avvenire rimanesse là senza cessare di essere avvenire. Assurdità che solo l’eternità può guarire”.
Certo forse le categorie per comprendere quella rappresentazione fuori dalla storia non le abbiamo, ma l’interpretazione, vero o falsa che sia, ammesso che questi pregiudizi possano essere applicati qui, è in grado di attualizzare anche la preistoria dentro a un qualsiasi rocambolesco Jurassic Park. D’altra parte hai detto che in potenza, il cianotipo ermeneutico, squisitamente pittorico, cha hai realizzato per replicare le incisioni rupestri della caverna come fossero cartoline, avrebbe potuto essere prodotto da quegli stessi uomini del tardo paleolitico. Se noi umani riuscissimo a liberarci dalle catene che ci imprigionano da almeno 14000 anni nella caverna dell’Addaura, diventeremmo come gli dei che non hanno bisogno né di interpretare né di rappresentare?
LT: Essendo umani non ci libereremo da nessuna catena che appartiene agli umani e alla loro natura, e va bene così. Ho scelto di interrogare e intervistare questi fantasmi replicandoli con stampe cianografiche, sviluppate con reazioni chimiche semplici e elementari. Ho usato una tecnica ottocentesca ibridandola con un negativo digitale, e ottenendo stampe a colori con l’aiuto di vino, caffè, thè, ammoniaca, urina animale e mille altri intrugli. L’ho fatto pensando che la chimica è forse l’unica cosa che ci unisce a questi nostri antenati, la vita molecolare della materia è la stessa che si svolgeva a quei tempi, le energie del sole e dell’acqua del mare sono sempre quelle, e ancora incorniciano le grotte. Il cianotipo e i suoi errori e le sue casuali scoperte, mi sembravano l’unico modo saggio per scardinare e scacciare lontana ogni sciocca idea di progresso, che potrebbe malauguratamente accompagnarci mentre guardiamo queste iscrizioni.
Ps: Quale sarà il titolo della mostra?
LT: L’arte è per me un luogo di ricerca e di scavo. È sperimentazione, e non tutti gli esperimenti vengono bene, a volte si fallisce. Ho capito esserci una tensione costante che attraversa tutto il mio lavoro, è l’azione sui materiali, sulle storie, e sui luoghi. Il mio lavoro è come un’agenzia di viaggi che conduce verso situazioni altre, che tenta di sottrarre all’oblio, o alla non conoscenza.
Il mio lavoro è puntare l’indice verso qualcosa che desidero vediate, e costruire di volta in volta un ponte perché ci arriviate, scegliere il linguaggio giusto per far parlare un luogo, coniare una lingua adatta. Il titolo della mostra si spiega in questo modo, sono le coordinate geografiche delle grotte dell’Addaura, seguite dalle coordinate geografiche di Pinksummer, a Genova. 38° 11′ 13.32″ N 13° 21′ 4.44″ E / 44°24’27.4″N 8°55’60.0″E
Ps: La mostra avrà un suono, cosa sarà?
LT: Ho realizzato un lavoro sonoro, una specie di omaggio a Alvin Lucier e alla sua “I’m sitting in a room”. Ho preso le coordinate geografiche della grotta e le ho fatte tradurre in morse da un sito web, per poi far diventare questo codice un suono, in maniera automatica, grazie a un altro sito gratuito. Ho fatto suonare la localizzazione della grotta dentro la grotta stessa, registrando il suono che ne veniva fuori, per poi farlo ri-suonare ancora nella grotta, e registrarlo di nuovo, e via discorrendo. Ho intervistato la grotta cercando di udire la sua posizione: ne è uscito un suono astrale, un mantra fuori dal tempo, che mi fa pensare al jingle alieno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Ps: Per favore potresti utilizzare come immagine per l’invito, quella foto che ci hai inviato con whatsapp, per mostrarci le sculture che presenterai da pinksummer appena realizzate, en plein air, a Palermo, in cui assomigli a un invincibile pescatore da lago americano, con la sua carpa in mano, come un trofeo?
LT: Sì.
1 Simone Adolphine Weil, Il Bello e il Bene, a cura di R. Revello, Mimesis Edizioni, 2018

Tomás Saraceno – Albedo

Photo credits Alice Moschin

Luca Vitone – Wunderkammer

Foto Alice Moschin

Pinksummer goes to Palermo

photo credit Cave Studio Production, Palermo

Don’t look like a line

Stefania Galegati – I modi di dire e della buca con opere di Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga (eteronomo di Bianca Menna), Betty Danon, Agnes Denes, Amelia Etlinger, Maria Lai, Margaret Morton, Giustina Prestento, Greta Schodl, Salette Tavares dalla collezione di Gianni Garrera

Pinksummer: Partiamo subito dal titolo dell’installazione ambientale che vuoi realizzare per il finissage, forse nel laghetto “fake” di Galeazzo Alessi a Villa Doria, un’opera di ingegneria idraulica del Cinquecento che diventerà la cornice del tuo “Buco nell’Acqua”.
“Fare un buco nell’acqua” è un modo di dire italiano che indica un tentativo inutile, un insuccesso, un fallimento. Esiste una fiaba di Luigi Capuana dal titolo “Un Buco nell’Acqua”, la cui morale è che spesso abbiamo il torto di credere impossibile una cosa che pur avendone l’apparenza, non è tale.
Crediamo, rispetto al fallimento, che sia necessario distinguere tra la reiterazione dell’errore o il procedere nella vita rischiando errori nuovi di zecca. Pensiamo che Beckett quando affermava che è necessario provarci ancora e fallire meglio, intendesse che si dovrebbe provare a fare errori nuovi, non quelli che abbiamo sempre fatto.
Cioran rispetto al fallimento parla di allusione all’indicibile in cui è racchiuso il segreto della propria anima con il suo originale essere nel mondo e aggiunge, che gli appassionati della caduta e delle periferie si trovano un po’ ovunque. E ancora che lo scacco porta alla trasfigurazione e che è correlato all’ispirazione poetica, vale a dire che se il perdente si manterrà all’altezza del proprio fallimento, sfruttandone le potenzialità metafisiche sarà illuminato, perché ciò che conta non è produrre, ma comprendere e Bas Jan Ader pare aver compreso, destreggiandosi magistralmente con questa ideologia del fallimento, trasformando se stesso in una “vittima invincibile”.
In quanto a potenzialità metafisiche “Il buco nell’acqua” ne ha parecchie e, in questo senso rientra perfettamente nella tua indagine estetica tesa talvolta a enfatizzare, altre a immaginare una realtà sempre in procinto di valicare un confine che rimanda alla nudità ontologica del reale. Sei contro l’etica mistificante della vittoria, chi è il raté, il fallito?
Stefania Galegati: Direi di si, sono contro l’etica della vittoria perché sono contro le nazioni, i confini, le punizioni, le cose amministrate per delega e altro.
Nel calcio-balilla invece sono per la vittoria perché è una condizione temporanea di godimento e dà adito alla rivincita.
Chi è il fallito?!
Non riesco a definire il fallito, perché il fallito nasce nel momento in cui qualcuno lo giudica tale. Se uno ha un’azienda che non funziona, o lascia la vita borghese per vivere in strada o gli vanno tutte storte, allora si dice: quello è un fallito… ma non è detto e soprattutto non è interessante.
Il fallimento che ha un valore imprescindibile è la condizione mentale di consapevolezza della condizione umana. La capacità di tenerla a mente.
Ricordarsi ogni tanto di cadere come faceva Bas Jan Ader o anche Buster Keaton è un tenersi aggiornati sulla propria condizione di precarietà.
Il dramma viene guardato e reso positivo.
Questa tipologia di fallimento è legata spesso all’ironia, all’accettazione consapevole della nostra precarietà. L’idea del buco nell’acqua (che a dire il vero ebbi una quindicina di anni fa) è così un esercizio mentale. Ci fa sorridere, sembra un modo di dire, ma poi ha una sua presenza fisica. Presenza che viene immediatamente negata perché è un buco, un buco impossibile, doppiamente buco.
PS: Parlaci del titolo della mostra, da dove viene “I modi di dire e della Buca”
SG: Il riferimento al modo di dire è chiaro e fa fare un clic.
La buca si riferisce alla mostra in galleria e alla simbologia femminile del buco.
“Il sociale e della cacciagione” era un ristorante romagnolo; mi è sempre piaciuta questa forma di linguaggio che dice qualcosa e poi apre ad altro.
PS: I buchi di fatto sono irriducibili e totalizzanti e in qualche modo potrebbero essere intesi come difetti della rappresentazione. Il buco è niente da vedere, come il sesso femminile, che già nella statuaria greca veniva escluso, rigettato dalla scena della rappresentazione. Il buco è di fatto assenza. A proposito di sesso e di linguaggio, la sessualità femminile è sempre stata pensata in base a parametri maschili. Il desiderio della donna, non parla il medesimo linguaggio dell’uomo, sfugge la logica maschile dello sguardo e della discriminazione della forma. Le donne amano più toccare che guardare.
Seppure i buchi abbiano proprietà spaziali, esistono? Di che cosa sono fatti? In che relazione stanno ad esempio con il groviera o con la poesia visiva e “La Materializzazione del Linguaggio” per iniziare a introdurre con il titolo della mostra curata da Mirella Bentivoglio alla Biennale di Venezia nel ’78, questa strana personale che includerà opere per l’appunto di Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga (eteronimo di Bianca Menna), Betty Danon, Agnes Denes, Amelia Etlinger, Maria Lai, Margaret Morton, Giustina Prestento, Greta Schodl, Salette Tavares.
S.G: I buchi esistono e sono fatti di aria, di solito, che è invisibile. (a parte i buchi neri che sono pienissimi).
E poi sono definiti dalla materia che gli sta intorno.
Qualche mese fa mi avete proposto di curare o allestire una mostra di artiste donne degli anni 60-70-80 dalla collezione di Gianni Garrera. E’ stato un dono bellissimo che mi ha portato a ripensare alla mia educazione e al contesto in cui mi trovo. Conoscevo il lavoro di Maria Lai e avevo sentito nominare alcune delle altre artiste. Della mostra curata dalla Bentivoglio non sapevo niente. Possibile? C’è stato uno sforzo di cancellazione e di esclusione dalla rappresentazione. Per tutta l’estate ogni due tre giorni Gianni mi mandava un’opera.
Nel frattempo sotto l’ombrellone leggevo Vai pure, il dialogo fra Carla Lonzi e Pietro Consagra che mi ha aiutato a contestualizzare il buco in cui tutte queste artiste agivano. L’artista era sottinteso uomo, era individualista, quasi sacerdote e il linguaggio quello del pene.
Le artiste donne di quegli anni hanno lavorato in una sorta di mondo parallelo, venivano lasciate lavorare ma come se fosse un contentino.
Mi sono resa conto improvvisamente delle carenze di linguaggio che ho vissuto a livello pedagogico e artistico. Aprire gli imballaggi di questa collezione è stato come trovare un linguaggio familiare e le pratiche, le pratiche che mi mancavano.Che intuizione Gianni acquisire queste opere! Come è stato il tuo approccio come collezionista?
Gianni Garrera: Cominciare a collezionare significò dapprima cercare un’alternativa. Rispetto al clima delle mie giornate di studio, trovavo così dei momenti di distrazione assoluta. Stavo lavorando ad alcune traduzioni di Kierkegaard e ogni volta che staccavo da questo lavoro, andavo a trovare Mirella Bentivoglio. I giorni feriali lavoravo alla filosofia e i giorni festivi mi recavo a casa sua, a vedere i suoi lavori, ad ascoltare i suoi racconti, a capire la sua visione delle cose, a conoscere le sue amicizie e riconoscere le sue compagne di avventura. Da ogni visita ritornavo con un lavoro, o di Mirella o di una sua amica, ogni domenica un’opera, per portare qualcosa con me, per avere un feticcio o un idoletto. Di solito erano lavori di poesia visiva o libri-oggetto, pertanto è come se semplicemente adornassi con prodotti di manifattura femminile l’aridità della mia stanza. Mirella l’avevo conosciuta perché aveva bisogno di una consulenza a proposito di Simone Weil, filosofa e mistica straordinaria, e mi aveva chiesto di darle delle ‘lezioni’. Ogni domenica, per un anno, ci si incontrava e le parlavo di Simone Weil, poi, nella seconda parte dell’incontro, era Mirella a contraccambiare la ‘lezione’, spiegandomi i suoi lavori, la sua vita, la sua concezione dell’arte. Tra me che le parlavo di Simone Weil e lei che mi narrava di se stessa, trascorrevo fondamentalmente tutte le domeniche al femminile. Mirella usava dirmi che in tal modo non era più per noi il giorno del Signore, ma della Signora (così aveva soprannominato la Weil). Pertanto lei ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione di collezionista, indirizzando molte delle mie scelte.
S.G. Quando fece quella mostra nel ‘78 eravate già amici? Perché l’amaro che mi resta in bocca è ancora legato all’oscuramento che è stato fatto in quegli anni. Le donne che sono state supportate o lasciate fare dal sistema si comportavano come uomini, linguisticamente dico. Pure io, quando sono ‘uscita’, senza capirmi, ho fatto l’uomo per tanti anni.
Quale è secondo voi la specificità del femminile? I materiali come fili, ricami, tessiture, ceramica, scrittura, un certo modo effimero di usare il video… ritornano spesso ma teorizzati così mi sembra di nuovo di relegare la donna al fare artigianale, mentre sento affinità di pensiero poi profonde…
GG: Sì, sovente si indentifica il lavoro artistico femminile con quei materiali, come se l’attività artistica femminile fosse un’appendice domestica, una deviazione delle attività domestiche, come il cucito o la lista della spesa. Il principio non mi dispiace, perché in realtà non si relega la donna nel suo ambito, ma si individua un’aberrazione della tradizione, un’eresia estetica, per cui quei mezzi innocui, della vita domestica femminile, sono impiegati in maniera impropria, non ortodossa (per cucire libri, per ricamare pagine concettuali).Se ripenso poi ai dialoghi o ai lavori di Mirella Bentivoglio o di Maria Lai, questi mezzi consentono all’artista una speculazione davvero eccezionale, nel senso che alcuni lavori di teologia visiva di Mirella Bentivoglio (come “L’assente”) hanno una piega anti-dogmatica evidente rispetto alla teologia costituita. Come accadeva per la Weil e per il suo recupero disorientante dell’eresia marcionita o catara, in Mirella Bentivoglio il lavoro, in apparenza più disarmato, serve a una revisione addirittura di dogmi, pertanto non si tratta nemmeno di un’operazione di sottomissione mariana. Il suo lavoro “L’Assente” avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, sostituire l’icona del crocifisso, pertanto era in funzione di una sostituzione di simboli. L’impiego della parola e le operazioni sulla parola delle donne sono sempre molto forti, perché riformulano i concetti, le sentenze tramandate, tramite mezzi inadeguati, anti-retorici, come avviene nelle cuciture di poesie o di paesaggi di Elisabetta Gut: interventi anche dolorosi di censura radicale e annichilante. La cancellatura femminile, attraverso la cucitura di parole o di immagini si pone agli antipodi della cancellatura maschile, perché gioca sull’equivoco del rammendo e della “bocca cucita”, e interviene con il filo e l’ago e non con il cassare o il barrare grafico.
PS: Mirella Bentivoglio, disse in un’intervista che il linguaggio è lo strumento del potere della Storia, della Legge che ha emarginato la donna nel pubblico silenzio. Ma che la donna vive il linguaggio come strumento di comunicazione al di fuori dei meccanismi alienanti.Cratilo un allievo di Eraclito di Efeso che radicalizzò il “panta rei” del suo maestro, affermava che nominare le cose è un’impossibilità e si limitava a indicarle con il dito.Il linguaggio verbale è un’architettura che cristalizza la realtà?La parola è uno strumento maschile?
GG: Non è la parola che è maschile, ma la grammatica, anzi, Nietzsche riteneva che non si compirà la morte di Dio finché si continuerà a credere alla grammatica. Ad esempio il senso di un lavoro di Mirella Bentivoglio, come SCUOLA, cioè una targa infranta, è un’allegoria della rottura dell’alleanza con la grammatica, cioè con la legge della lingua, analogamente alla rottura delle prime tavole mosaiche della legge. Ciò determina l’abolizione della parola come istituzione. Trasgredire un comandamento ortografico è infrangere tutta la legge della parola. In particolare nella poesia visiva femminile viene operata la rottura della scrittura lineare sillabica, i nuovi carismi della lingua procedono dal dissolvimento della sintassi e dell’ortografia. Intaccare l’ortografia è intaccare la parola e le leggi che regolano il discorso. La forma più radicale di lotta poetica è la lotta alla grammatica. Quando Maria Lai si mette a cucire un libro, aberra completamente i mezzi di scrittura e i parametri che regolano la scrittura, tramite un corsivo estremo che genera un dettato totalmente indecifrabile. La parola viene resa illeggibile per smentire il sistema del significato e impostare una grafia integralmente asemantica. Così queste donne si ritraggono dalle competenze alfabetiche del mondo.
SG: La parola è una cosa a sé, transgender. Non decidiamo di cambiare il linguaggio possiamo solo usarlo e lui si adatta al mondo e il mondo si adatta a lui. Poi è evidente che il potere dell’uomo sulla donna trapela anche nel linguaggio. Faccio sempre un esercizio per vedere se un po’ cambia: nella generalizzazione di un gruppo di persone per esempio, la faccio al femminile anche se c’è solo una donna presente. Fa strano anche a me che ho deciso di adottare questo esercizio.
PS: Con quale criterio, Stefania, hai scelto le opere dalla collezione di Gianni?
SG: A stomaco. E per affinità. La targa della SCUOLA della Bentivoglio per esempio è molto vicina a quello che resta de “Il Monumento al Cadere”.
PS: Parlaci del tuo “Il Monumento al Cadere”?
SG: “Il monumento al Cadere”, ancora presente su Google Maps è stato inaugurato a marzo 2017 a Palermo. Il progetto è una radice e un pezzo di tronco di un grande pino che è caduto con un temporale violento e la circonferenza di un paio di metri di radici che uscivano dalla terra mi ha emozionato. Ho chiamato una squadra di amici per riflettere sul da farsi e abbiamo deciso di prendercene cura. Lo abbiamo ripulito, trattato e gli abbiamo dato importanza. Abbiamo messo una targa in marmo e lo abbiamo inaugurato con tanto di taglio del nastro dell’Assessore alla Cultura, Andrea Cusumano. Qualche mese dopo i giardinieri del Comune lo hanno rimosso. Ho recuperato la targa tutta rotta che ci ricorda dell’attitudine al cadere.

Stefania Galegati – I Modi di Dire della Buca

Foto Alice Moschin

Mariana Castillo Deball – The Tortoise and Other Footraces Between Unequal Contestants

Foto Francesco Cardarelli

Mariana Castillo Deball – The Tortoise and other footraces between unequal contestants

Mariana Castillo Deball ci ha scritto: “Uno dei punti di partenza per questo progetto è un fossile di tartaruga che ho trovato al museo di storia naturale di Berlino. Lo scorso anno in Brasile, ho lavorato molto con i fossili per il lavoro della biennale di Sao Paulo; da allora, proseguendo con questa ricerca sto continuando a visitare spesso il museo di storia naturale di Berlino, per guardare i fossili.
Il secondo punto di riferimento è un libro sui miti della Tartaruga Amazzonici, nei quali vengono analizzati i diversi racconti popolari in cui una tartaruga è in competizione con un altro animale, che è generalmente più veloce. Così l’altro animale pensa che vincerà e dà un vantaggio alla tartaruga, ma la tartaruga trova il modo per sconfiggerlo.
Con il loro movimento lento, almeno sulla terra, ma ben corazzate e longeve, le tartarughe appaiono in diverse situazioni nei racconti. Nella favola di Esopo “La Lepre e la Tartaruga”, la lepre sfida la tartaruga in una gara di corsa. Credendo di poter vincere facilmente, a metà strada si concede un pisolino. La tartaruga procede, superando la lepre addormentata e vince la gara. In questa gara tra due contendenti disuguali, l’animale lento è a volte una tartaruga o una lumaca o un granchio o una talpa o un porcospino.
La tartaruga condivide anche una storia con Achille, in uno dei paradossi di Zenone.
Achille è coinvolto in una gara con la lenta tartaruga. Achille confida nella vittoria e concede un vantaggio alla tartaruga, ma ha un problema: prima di superare la tartaruga, deve raggiungerla. Achille percorre lo spazio che lo separava dalla tartaruga all’inizio della gara, ma la tartaruga crea comunque una nuova distanza. Il nuovo spazio è più piccolo del precedente, ma è ancora una distanza finita che Achille deve coprire per raggiungere l’animale. Achille corre per questo secondo tratto, ma con frustrazione si accorge che la tartaruga ne ha aggiunto un terzo, e così via. Non importa quanto veloce sia Achille nel coprire la distanza, la lenta, ma costante tartaruga ne crea sempre un’altra, più piccola, e rimane in testa.
In questa gara, il corridore più veloce non potrà mai superare il più lento, perché l’inseguitore dovrà sempre raggiungere il punto da dove l’inseguito è partito in modo che il più lento resterà sempre in testa”.
La mostra di Mariana Castillo Deball da pinksummer goes to Rome dal titolo “The Tortoise and other Footraces between unequal Contestants”, ci ha fatto pensare alla lentezza come a una pratica di resistenza e in questo senso l’elogio della lentezza simbolicamente incarnata dalla tartaruga, appare affine concettualmente all’invito all’offuscamento che Tobias Putrih ha volto ai visitatori di “Obfuscation”, la personale tenutasi da pinksummer a Genova nell’ottobre scorso, che attraverso piccoli gesti, compiuti da molti, quotidianamente, può diventare una pratica rivoluzionaria per contrastare un contendente disuguale in termini di potenza, come “gli imperi dei dati”.
D’altra parte per la fisica quantistica e dunque per le particelle subatomiche, rispetto al principio di indeterminazione, non è importante pensare che esista il movimento; l’importante e che si possano effettuare delle misure e prevederne il risultato. Pertanto Zenone di Elea considerato da Aristotele il fondatore della dialettica, poteva tranquillamente ridurre all’assurdo la tesi contraddittoria, per difendere, Parmenide, il suo maestro, e negare il movimento, affermando che essendo che ogni grandezza ammette divisioni infinite è impossibile percorrere una qualche grandezza in un tempo finito, essendo costituita ogni grandezza di infiniti tratti.
La morale della favola di Esopo “La Lepre e la Tartaruga” sembra invece insegnare che mai bisogna sottovalutare i propri avversari, e che non serve correre, ma partire in tempo, intenti validi sempre, ma in questo momento storico forse di più.
Le tartarughe sono creature mitiche che in tutte le culture hanno un ruolo simbolico, esistono da 225 milioni di anni sulla Terra, sono fossili viventi, robusti e autosufficienti, sono sopravvissute a qualsiasi sconvolgimento sulla Terra. La tartaruga può sopravvivere a lungo sotto le calotte di ghiaccio, come sotto la sabbia nel deserto. In periodi di oscurità rappresenta un potenziale di speranza, di crescita e di creatività, raccogliendo e concentrando le forze nel sé contro la dispersione . La tartaruga è simbolo di pazienza, responsabilità, creatività e lunga vita. La tartaruga rappresenta in qualche modo la coltivazione del pensiero razionale.
Nel libro “Elogio della Lentezza” il neuro scienziato Lamberto Maffei afferma che il cervello ama la tartaruga, perché il cervello è una macchina lenta a differenza delle macchine che esso ha inventato. Il secolo breve che ha alimentato il sogno utopistico e falsamente emancipativo della velocità, a cominciare dai Futuristi, ha prodotto guerre e stermini. Secondo Maffei, la macchina che meglio rappresenta la contemporaneità è il tapis roulant, si corre, si fatica, si suda per ritrovarsi sempre nello stesso punto.
La tesi centrale di “Thinking faster and Slow” scritto da Daniel Kahneman, che ha vinto il premio nobel per l’economia pur essendo uno psicologo, scritto in collaborazione con Amos Tversky, è la dicotomia tra due modelli di pensiero secondo la teoria euristica, di cui il primo “System 1” è veloce, instintivo, emozionale, il “System 2” è deliberativo e logico e arriva alla conclusione che “la verità è che non siamo obbligati a credere a tutto ciò che pensiamo! Una delle capacità fondamentali del vivere consapevole e dello sviluppo personale è scegliere cosa credere e cosa non credere”. Il pensiero lento è un modo per spalancarsi dunque strade inaspettate.
Sembra che le pubblicità più efficaci oggi non contengano più messaggi logici, ma sono emozione allo stato puro. Non è più importante spiegare logicamente che un prodotto è migliore rispetto a quello di un altro competitor. Il messaggio razionale è bandito, ciò che rende uno spot di successo è la sua componente emozionale. Se il consumatore di prodotti o di notizie può sviluppare anticorpi sotto il profilo razionale, non potrà mai essere immune dalle emozioni.
Le emozioni universali dell’uomo, secondo la teoria dello psicologo Paul Ekman sono sette, di cui solo la felicità ha una connotazione positiva, la sorpresa può avere una connotazione positiva o negativa, mentre rabbia, paura, disgusto, tristezza e disprezzo hanno una connotazione negativa. Se ne aggiunge un’ ottava che è la neutralità, la più pericolosa dal punto di vista del marketing, mentre le altre emozioni hanno tutte un valore commerciale.
Internet non ha cambiato i consumatori, ha solo amplificato ciò che siamo, un po’ come il capitalismo impiantato in Cina.
La civiltà borghese ha coltivato la virtù pubblica e il vizio privato, vale a dire la dissociazione tra ciò che l’individuo sperimenta dentro di sé e ciò che lascia apparire, in questo senso la mistificazione o dissociazione inconscia tra emotività viscerale e rappresentazione cognitiva delle emozioni è un male diffuso nella nostra società e conduce alla mistificazione e alla manipolazione, ed è tanto più inquietante quanto meno se ne ha coscienza.
La tartaruga di Mariana Castillo Deball è costituita da sette parti, come la scala delle emozioni umane universali del marketing pubblicitario che rende il ROI migliore, come le corde della prima lira costruita dal dio Hermes, donata a Apollo e da questi al figlio Orfeo. Si dice che Hermes usò un carapace di tartaruga e tese al suo interno sette corde di budello di pecora per costruire lo strumento musicale atto a rallegrare il cuore. La lira è associata alle virtù apollinee di moderazione e equilibrio in contrapposizione al flauto legato a Dionisio che rappresenta estasi e celebrazione. La tartaruga di Mariana Castillo Deball sembra condividere con la lira donata da Hermes a Apollo una sorta di forza nascosta: la capacità di sapersi rifugiare in sé per resistere e trovare prima o poi una via inaspettata.
Il titolo di un racconto amazzonico sulla tartaruga è “How a Tortoise Killed a Jaguar and made a Whistle of one of his bones”.

Peter Fend – Forse

Foto Alice Moschin

Bojan Šarčevič – Slampadato

Photo credits Francesco Cardarelli

Alis/Filliol – INVERNOMUTO – The Ifth of Oofth

Photo credit Andrea Veneri

Michael Beutler – Criss Cross Garage

Foto Alice Moschin

Michael Beutler – Criss Cross Garage

 

Comunicato stampa

Pinksummer: Le tue installazioni, le tue opere (si può distinguere una parte dal tutto?) sono costruzioni belle e eccessive, di un eccesso, per quanto paradossale appaia il dirlo, senza ridondanza. Come se riuscissi a attivare solo alcune possibilità all’interno delle molte che esistono dentro al disordine. Heinz Von Foester aveva teorizzato il principio di “order from noise”, secondo cui un sistema auto-organizzato è in grado di produrre ordine muovendo dal rumore ambientale, facendo diminuire, seppure in forma aleatoria, la
ridondanza. Etimologicamente la parola caos è legata alla casualità, tuttavia nulla appare casuale nel tuo processo, la flessibilità che implica la tua visione sembra piuttosto legata all’idea di circostanza. Il disordine non è una circostanza, semmai è consustanziale alla materia, deterministica e strutturata in sé. Il disordine non può venire eliminato, permane accanto alla relazione circolare ordine/organizzazione e fa di ogni processo, di ogni tuo progetto un miracolo sospeso e provvisorio di cui ogni sviluppo, ogni informazione, ogni progresso si paga in entropia. Il tuo lavoro ha l’impianto a-prospettico della pittura fiamminga, che restituisce il mondo attraverso una somma dei particolari in cui ci si può perdere come dentro a un bosco, perché ammesso che l’invisibile esista, si disperde anch’esso nell’immanenza di quel bosco fittissimo. E’ possibile che stia lì l’idea di non-finito, di work in progress delle opere di Michael Beutler?

Michael Beutler: La galleria, la mostra, il lavoro, l’installazione,… La situazione è probabilmente quella del punto di vista all’interno di un fitto bosco. Esserci è avere una leggera distanza dalla densità della foresta, è un po’ come essere in una radura, “Lichtung” in tedesco. C’è la possibilità nell’ambito della realizzazione che alcuni legni e rami di quella foresta vengano ri-arrangiati in un’altra esistenza. Un sistema d’installazione similare a quello auto-generativo di una foresta, nonostante sia fondato sulla natura intrinseca
della fisica comune. Nessun miracolo, semplici osservazioni di relazioni tra azione e materiale, impegno
sociale, realtà vibrante.
Vorrei segnalare un testo che una volta Gerry Bibby è stato così gentile da scrivere:

Problema della soluzione o
Fabbrica dell’Invenzione Imperfetta

Nulla di più di una grande e riverberante faccenda di fioritura, dentro cui le forze si stavano coagulando. Intorno elementi sparsi non attivi, mentre qualcos’altro si stava impegnando alla soluzione di un problema. Sollecitando questo, schiacciando quello, spingendo e piegando, tagliando e giuntando, sono nate le forme.
E’ stato percepito un altro corpo che potrebbe agire sugli elementi. Proverebbe a imitare le forme ancora incerte. Poi nacque. Aveva parti mobili, usava cose bagnate, cose pesanti, cose dure. Strappando e avvolgendo, sono state date in pasto a questo corpo che non è cresciuto. Ha sputato fuori immagini di sé, che per quanto assomigliassero al problema, non era mai davvero somigliante il loro rispecchiarlo.
A loro, da sole, potrebbero essere dati nomi divertenti, stanno all’interno del posto più grande e hanno descritto un impulso. In varie costellazioni dello stare insieme tuttavia – determinate per esempio impilando, appoggiando, tessendo – queste figure sono diventate ancora altre forme che hanno approssimato la
soluzione.
È comparsa una porta che conduce a un lungo corridoio stretto, in cui la luce da sopra faceva splendere le pareti. Si sono ricordate di stare in quel punto dove prima non c’era una parete o una porta e si sono ricordate anche il suono del grugnito, un grande campo piatto era alterato fino a comportarsi come se questa via di fuga fosse segnata in giallo.
La soluzione era fare qualcosa, perché no e dove magari? Il suo problema ha tradotto il come, con che cosa e da chi.
Guarda. Guarda cosa è successo! Quell’azzurro ostacola questo colore verdastro striato da quel rosa.
Le due pareti di fondo di una stanza rettangolare erano anch’esse rettangolari e stavano implorando un triangolo equilatero con i lati uguali alla base della parete, con il suo vertice che quasi perforava il soffitto.
Ricava il modo migliore di proiettare questo triangolo attraverso la lunghezza della stanza. Il problema aveva dato il suo corpo, che non era cresciuto, dopo che si era deciso a proposito del combustibile, lo si era raccolto, ne erano stati testati i limiti e investigate le possibilità. Poi è stato passato da pochi a molti, che hanno imitato quest’altro corpo, che quasi assomigliava al loro, facendo cose con esso e nutrendolo ripetutamente.
Sposta questo, tira quello, picchia quello e spingi. Urta questo, incolla quello, solleva e spingi. A volte l’ingenuità delle nascite originali perdono il loro big bang e “coloro” che aggiungono altri elementi e metodi infine esagerano il processo del problema. Altre volte, il combustibile ha fallito, si è stravaccato un po’ e ha alterato la superficie della soluzione, illuminando uno scherzo.
Un gran mucchio di soluzioni stavano attorno, forse a abbellire quel particolare del muro al quale stavano vicino. Si era presentato proprio lì anche se il suo problema si riproponeva dappertutto. La decisione di lei di aggiungere questo poi quella di lui di lasciare da parte quello, il peso e l’equilibrio di quella sezione e l’aggeggio che hanno usato ha imbevuto tutta la soluzione di mobilità indelebile.

PS: Luciano Gallino, che insegnava sociologia all’università di Torino e si è occupato della trasformazione del lavoro e anche della disoccupazione, affermava che un paese che si non si cura dell’industria manifatturiera intesa come industria in senso stretto, non può che diventare una colonia, giacché l’industria manifatturiera oltre a assicurare occupazione e reddito struttura la vita delle persone entrando nelle case.
Entrando nella tua grande casa/studio in un momento di fervore operativo collettivo in vista di un progetto imminente, siamo impattati in un sistema auto-organizzato che per quanto aperto e permeabile, di diventare colonia non ne sente ragione. Anche la macchina del caffè della tua cucina, abbiamo notato che presentava alcune piccole modifiche tecnico/estetiche riconoscibili rispetto alla tua mano e scherziamo un po’ sapendo che non fosti tu il cuoco, ma di fatto anche il bellissimo strudel di rapa rossa che abbiamo mangiato, sembrava informato dal medesimo realismo magico o piuttosto mirabolante che contraddistingue
la tua ragione funzionale oltre a delimitare il tuo spazio.
La tecnica di fatto appare una questione imprescindibile rispetto alla tua produzione, in “Der Arbeiter” Ernst Jünger scriveva a proposito del lavoratore “In esso c’è l’ebrezza della conoscenza la cui origine non è soltanto logica, e c’è un orgoglio di conquiste tecniche, l’orgoglio verso uno sconfinato dominio dello spazio, cui si avverte il presagio, di recondita volontà di potenza, ancora in germe…” e poi “Tutte le conquiste tecniche servono semplicemente da armatura per impreviste battaglie e insospettate rivolte”. Opponendosi al ruralismo mistico del Blut und Boden, Jünger affermava che dovunque un agricoltore può usare la macchina, non si può parlare di un contadino. Cosa si potrebbe dire di un artista che le macchine se le inventa di sana pianta per esibirle accanto alle opere, al gesto consumato della loro stessa funzione, esaltandole l’obsolescenza repentina. Si potrebbe azzardare che tendi a risolvere il mito dell’arte nella sua stessa funzione produttiva, di fatto la tua estetica tecnicizzata ha un sentore profondamente politico, quasi esistenziale. È forse un invito alla resistenza, rispetto a un consumo che struttura l’esistenza degli individui e delle collettività, al di là di ogni progresso, con il solo scopo di perpetrare se stesso e la sua propria
obsolescenza ormai tangibilissima?

MB: Le macchine mi incuriosiscono. Completano il quadro e non sono proprio macchine, quanto attrezzi manuali. Semplicemente aiutano riguardo l’aspetto dell’ordine e si occupano di una parte di produzione probabilmente noiosa. Ora ho un problema, poiché l’attrezzo che ho inventato, quello che è abbastanza fondamentale per le cose che mostrerò da pinksummer, si trova nel mio studio e è una normale combinata, una piallatrice o una giuntatrice… Bene, ho aggiunto alcuni pezzi alla cosa per far si che tagli solo il legno della superfice in determinate zone, in modo da poter intrecciare il legno secondo uno schema specifico.
Che cosa ci farebbe questa piallatrice nella galleria, quando è così fermamente legata allo studio in cui vive?
Questa situazione sembra diversa. Il cerchio della mostra sembra esser debordato da quella foresta fin dentro al mio studio. Sono qui con i miei assistenti, produciamo una fornitura di questo materiale e lavoriamo con esso, per tirar fuori le sue possibilità, valutare opzioni e trovarci a usare non solo la piallatrice ma anche un normale pennello. Direste che va bene per un artista inventore di macchine usare un pennello? In realtà mi ci sono abbastanza divertito per un po’ a dipingere un paio di spigoli, ma poi ho avuto voglia di passare il lavoro a terzi, dando alcune istruzioni, sviluppando un sistema di pittura. Le macchine si dissolvono in azione. E per questo lavoro specifico il semplice pennello è l’attrezzo migliore. Non serve alcuna invenzione.
Altre azioni hanno bisogno di più materializzazione per diventare indipendenti, potenti forse. Così anche se se ne stanno silenziosi tra la produzione questi attrezzi, macchine, oggetti materiali rappresentano l’azione e la possibilità o se volete un invito all’attività e non tanto all’obsolescenza. Il suggerimento che mi viene da Ernst Jünger è anche di dissolvere l’idea della macchina intesa come preparazione contro qualcosa piuttosto che della macchina come preparazione all’interno di qualcosa,
qualcosa che insomma connette. Credo che la macchina più bella per un contadino sia quella che è a tal punto parte del sistema della sua agricoltura che si dissolve completamente in esso. Se questo poi possa far fronte alle richieste coloniali, è un’altra questione.

PS: Sarà stata la tua aurea da craftman, ma prima di cenare con te avremmo scommesso che fossi vegetariano e avremmo perso la scommessa, perché con il tipo vegetariano non c’entri niente.
Che ti piaccia giocare si capisce certo dal tuo lavoro, ma con il tipo adulto dell’homo ludens non hai niente a che vedere. Il tuo giocare non è superfluo e il gioco non s’impossessa mai di te come giocatore. Giochi con la serietà dei cuccioli, non importa che siano di uomo, di gatto o di orso. Mentre scriviamo, stiamo pensando a quel tuo video buffo, che ti riprende in un interno serio e affaccendato in qualche compito specifico legato a qualche costruzione, con una macchinina, che ha l’aria del giocattolo. I materiali poveri che usi, su cui si è fatta tanta letteratura rispetto alla tua opera, sono appunto economici e di conseguenza facilmente reperibili rispetto all’idea di laboratorio, ma è dimostrabile, te la cavi bene anche con il cemento e i mattoni quando si presenta l’occasione giusta, seppure con essi nella vita ordinaria si costruiscano “seriamente” grattacieli e
infrastrutture. Perché hai deciso di agire in questa sfera temporanea del gioco senza celia dell’arte? E’ un problema di libertà, di sviluppare un’autonomia più selettiva?

MB: La mia cara sega a nastro ha dei problemi. Ho questi attrezzi che appartengono al regno della vita normale. Sono fantastici, quando funzionano. Quando hanno un problema possono condurti nei posti più strani nei quartieri più assurdi per trovare ricambi e consigli. Il problema della sega è molto grande, ma è solo una piccola graffiatura sulla superfice dell’organismo meccanico là fuori. Potrei probabilmente averlo risolto e ho sentito di un tale Rudi, che potrebbe verosimilmente truccare la mia sega a nastro e farla correre a qualsiasi velocità, ma sarei completamente in balia di quel tipo e del tempo necessario per fare qualcosa.
Quando si gioca, si può modulare il tempo e dargli forma. Se mi costruisco gli attrezzi da solo, decido anche quante pieghe vengano fatte, in quanti minuti, ore o giorni. Il risultato potrebbe essere limitato a quei semplici materiali, ma ciò significa anche maggiore libertà di gioco, di decisione, di possibilità e intraprendere quei percorsi fuori strada, che vengono in superficie solo quando si è coinvolti nell’esperienza diretta di tutto il processo. Mi piacciono quei percorsi.

PS: Criss Cross Garage è il titolo che hai dato alla tua prima personale da pinksummer. Che significa questo titolo? Cosa presenterai da pinksummer?

MB: I garage sono posti meravigliosi quando vengono trasformati in officine. Io trasformo le gallerie in officine, da qui il nome mostre garage. Faccio una mostra garage da pinksummer. Di che cosa è fatta quella mostra garage? Di materiale incrociato. Mi piace tessere. Potrei aver preso questa passione dal lavoro che ho fatto per il mio precedente insegnante Thomas Bayrle, o dal background della mia casa artigianale, o potrebbe piacermi semplicemente perché è un modo così semplice di realizzare una superficie partendo da
linee.
Ho questa fornitura di materiale che si può tessere prodotto qui e la porterò con me a Genova. Mi tengo la decisione di cosa farne per il giorno in cui arriverò al pinksummer garage.

Michael Beutler

Michael Beutler nasce nel 1976 a Oldenburg, Germania.

Vive a Berlino.

 

ISTRUZIONE
1997-2003
Städelschule Frankfurt, Francoforte sul Meno, Germania

 

2000-2001
Master of Fine Arts Department at Glasgow School of Art, Glasgow, Regno Unito

 

MOSTRE PERSONALI

2025

Michael Beutler, Z33, Hasselt, Belgio

Bozar Monumental (Site-specific Installation), Brussels, Belgio

 

2022
Stardust, Wilhelm Hack Museum, Germania
Plonger et puiser, HAB galerie, Nantes, Francia

 

2020
Keep beating below 65°, Pinksummer, Genova, Italia

 

2018

Råby Planet, Västerås, Svezia

Birds, Oldenburger Kunstverein, Oldenburg

 

2017

Guest at JoyCom’s, Galerie Nagel Draxler, Berlino

Pipeline Field, Frac Alsace, Sélestat, Francia

Criss cross garage, Pinksummer, Genova, Italia
Galerie Bärbel Grässlin, Francoforte, Germania

 

2016
Pump House, Spike Island, Bristol, Nottingham Contemporary, Nottingham, Regno Unito
Galeria Heinrich Ehrhardt, Madrid, Spagna

 

2015
Moby Dick, Hamburger Bahnhof, Museum für Gegenwart, Berlino, Germania
Wechselstuben, Kunstverein am Rosa Luxemburg Platz, Berlino, Germania

 

2014
Arbeiten, Produzieren, Verhalten, Verhandeln“, Museum für Gegenwartskunst, Basilea, Svizzera
Polder Peil, WIlhelmina Polder, Zeeland, Paesi Bassi
Haus Beutler, Bielefelder Kunstverein, Bielefeld, Germania
Pipeline field, Chapelle St Jacques, Saint-Gaudens, Francia
Ballenernte, Kunstareal München/ Pinakothek der Moderne, Monaco
Galerie Bärbel Grässlin, Francoforte sul Meno, Germania
Kunsthalle Osnabrück, Osnabrück, Germania
Haus Beutler, La Loge, Bruxelles, Belgio

 

2013
Galerie Nagel Draxler, Berlino, Germania
Maison Saucisson, Atelier Calder, Saché, Francia
Knock Knock, Le Grand Café, Saint-Nazaire, Francia

 

2012
Sensor, ZKM, Karlsruhe, Germania

 

2011
Kunsthalle Lingen, Lingen (Ems), Germania

 

2010
Galerie Bärbel Grässlin, Francoforte sul Meno, Germania
Galerie Christian Nagel, Colonia, Germania

 

2009
7×14 Staatliche Kunsthalle, Baden-Baden, Germania
Fortino #1 Fondazione Broadbeck, Catania, Italia
Kunstverein St. Pauli, Amburgo, Germania

 

2008
Bonniers Konsthall, Stoccolma, Svezia
Stuck o flab, dèpendance, Bruxelles, Belgio
Spitta steige, After the butcher, Berlino, Germania
Sopra / Sotto, Franco Soffiantino Arte Contemporanea, Torino, Italia

 

2007
Galerie Christian Nagel, Berlino, Germania
Portikus, Francoforte sul Meno, Germania

 

2006
Aluminium Pagode, LAC Lufthansa Aviation Center, Aeroporto di Francoforte, Germania (installazione permanente)
Manin City, Villa Manin, Passariano di Codroipo, Italia

 

2005
pecafil, Galerie Michael Neff, Francoforte sul Meno, Germania
Franco Soffiantino Arte Contemporanea, Torino, Italia
Museumsstraße Sprengel Museum, Hannover, Germania
outdoor-yellow12/irrgarten, Botanischer Garten, Monaco
Taking the Matter into Common Hands, IASPIS, Stoccolma, Svezia

 

2004
Signal, Malmö
Oldenburger Kunstverein, Oldenburg, Germania
Kunstverein Heilbronn, Heilbronn, Germania
Kunstverein Braunschweig, Braunschweig, Germania
Kunstverein Solothurn, Soletta, Svizzera
Nicht innen sondern außen – nicht drinnen sondern draußen, Frankfurter Kunstverein, Francoforte sul Meno, Germania
Flip, Kunstverein Braunschweig, Braunschweig, Germania
Proper en Droog, dèpendance, Bruxelles, Belgio

 

2003
Galerie Michael Neff, Francoforte sul Meno, Germania
Galerie Barbara Wien, Berlino, Germania

 

2002
Wiener Secession, Vienna, Austria

 

2001
dontmiss, Francoforte sul Mare, Germania

 

MOSTRE COLLETTIVE

2025

SUPERMÖBEL, Kölnischer Kunstverein, Cologne, Germania

 

2023

HOME IS WHERE YOU’RE HAPPY, Haus Mödrath, Kerpen

 

2021

1ST MESEBERG INTERNATIONAL FOR CONTEMPORARY ART, Galerie Nagel Draxler, Meseberg, Gransee

 

2019

Werkleitz Festival, Dessau, Germania

Art Encounters Biennial, Timisoara, Romania

Freundschaftsspiel Sammlung Grässlin: Museum für Neue Kunst, Freiburg

 

2018

Luz, Galeria Heinrich Erhardt, Madrid, Spagna

Birds, Oldenburger Kunstverein, Oldenburg, Germania

Soziale Fassaden. Ein Dialog der Sammlungen des MMK und der DekaBank, MMK, Museum für Moderne Kunst, Francoforte sul Meno

Pictorial Goose Turn – Pinksummer goes to Palermo, Palermo, Italia

Yesterday, Today, Today, Kunstraum Buchberg, Schloss Buchberg am Kamp, Österreich

 

2017
Primary Structures, MMK2, Museum für Moderne Kunst, Francoforte sul Mare, Germania
Viva Arte Viva, 57th Biennale di Venezia, Venezia, Italia

 

2016
Wetransform, Neues Museum, Norimberga, Germania
Fever variations, Gwangju Biennale, Gwangju, Corea del Sud
Kenpoku Art Festival, Hitachi-Omiya, Giappone

 

2015
Eppur si muove, MUDAM, Lussemburgo
Ärger im Paradies, Bundeskunsthalle Bonn, Bonn, Germania
Gegen den Strich, Kunstfestspiele Herrenhausen, Hannover, Germania

 

2014
Body Life in your Head, Ginevra, Svizzera
Living in the Material World, Kunstmuseum Krefeld, Krefeld, Galerie imTaxispalais, Innsbruck, Austria
Backdoor Fantasies Kai 10 Arthena Foundation, Düsseldorf, Germania
Plastic Age, ERES-Stiftung, Monaco
Play Time, Rennes Biennale, Rennes, Francia

 

2013
Decorum, Musée d‘Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia
Risk Society, MOCA Museum of Contemporary Art, Taipei, Taiwan
I knOw yoU, Irish Museum of Modern Art, Dublino, Irlanda

 

2012
Slg. Wilhelm Otto Nachf., Leopold-Hoesch-Museum, Düren, Germania
No Desaster, Sammlung Haubrok bei Falckenberg / Deichtorhallen, Amburgo, Germania
Wie kommt das Neue in die Welt, Haus am Waldsee, Berlino, Germania
La vie des formes, Les Abattoirs / Frac Midi-Pyrénées, Tolosa, Francia
Das Atelier. Orte der Produktion, Kunstmuseum Lucerna, Svizzera
30 Künstler/30 Räume, Kunstverein Nürnberg, Norimberga, Germania
Manufacture, CentrePasquArt, Bienna, Svizzera
Sammlung Marx, National Museum in Szczecin, Polonia

 

2011
Skulpturales Handeln, Haus der Kunst, Monaco
Thomas Bayrle kuratiert (ungern) Schrippenkönig mit p?, Galerie Mezzanin, Vienna, Austria
Melanchotopia, Witte de With, Rotterdam, Paesi Bassi
Flaca“, Portikus, Francoforte sul Meno, Germania
MMK 1991 – 2011, Museum für Moderne Kunst, Francoforte sul Meno, Germania
Manufacture, Parc Saint Leger / Centre d´Art Contemporain, Pougues-les-Eaux, Frankreich, John Hansard Gallery, Southampton, Regno Unito
Open House, Biennale di Singapore, Singapore

 

2010
People meet in Architecture, Biennale di Architettura di Venezia, Venezia, Italia
Material World: Extraordinary Environments from Ordinary Things, Massachusetts Museum of Contemporary Art, MASS MoCA, North Adams , Massachusetts, USA
Sketches of space, MUDAM, Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo
Werk 2010, Heidenheim an der Brenz, Germania
Galerie Christian Nagel, Anversa, Belgio
Leinen los! 85. Herbstausstellung niedersächsischer Künstler, Kunstverein Hannover, Hannover, Germania
Paradise Lost – Holidays In Hell, Centro Cultural Andratx – CCA, Andratx, Spagna
Arrivals and Departures, Fondo Mole Vanvitelliana, Ancona, Italia
New works, Basis Frankfurt, Francoforte sul Meno, Germania

 

2009
Open Source, Amsterdam, Paesi Bassi
Bulletin Board Blvd., Pro Choice, Vienna, Austria

 

2008
My Space.Cosa vuol dire “pubblico”? PAN – Palazzo delle Arti di Napoli, Napoli, Italia
Casa sem dono, Casa Triangulo, San Paolo, Brasile
Uturn“, Quadriennal for Contemporary Art, Copenhagen, Danimarca
Fusion/Confusion, Museum Folkwang, Essen, Germania
Ad Absurdum, Städtische Kunsthalle Nordhorn/MARTA Herford, Herford, Germania
APPELL, Museum Felix de Boeck, Bruxelles, Belgio
Vertrautes Terrain ZKM, Karlsruhe, Germania
Kunstmaschinen Maschinenkunst, Tinguely Museum, Basilea, Svizzera
Psychobuildings, Hayward Gallery, Londra, Regno Unito
Personal Protocols and other Preferencies CCS Bard College, New York, USA

 

2007
Modelle für Morgen, European Kunsthalle, Colonia, Germania
dèpendance at galerie neu Galerie Neu, Berlino, Germania
Encuentro Internacional de Medellín 07, Medellín, Colombia
Made in Germany, Kestner Gesellschaft, Hannover, Germania
perspektive 07, Lenbachhaus, Monaco
Verwendungsnachweis, Museum für Moderne Kunst, Francoforte sul Meno, Germania
Kunstmaschinen Maschinenkunst Schirn Kunsthalle, Francoforte sul Meno, Germania
Into it Kunstverein Hildesheim, Hildesheim, Germania (gruppo)

 

2006
Von Mäusen und Menschen, 4. Berlin Biennale, Berlino, Germania
Playstation, Sprengelmuseum, Hannover, Germania
Bonanza, Tilton Gallery, New York, USA
Bühne des Lebens. Rhetorik des Gefühls, Kunstbau Lenbachhaus, Monaco
Don Quixote, Witte de With, Rotterdam, Paesi Bassi
Fever Variations, 6th Gwangju Biennale, Gwangju, Corea del Sud
Housewarming, SWISS Institute, New York, Stati USA

 

2005
From our cold hands, VTO, Londra, Regno Unito
Dialectics of hope, 1. Moscow Biennale, Mosca, Russia
Bench, Kunsthalle St. Gallen, St. Gallen / Bonner Kunstverein, Bonn, Germania
Memphis, Flaca Gallery, Londra, Regno Unito
Lore, Project Room, Glasgow, Regno Unito
Negotiating Realities, Göteborg International Biennial For Contemporary Art 2005, Göteborg, Svezia
Quattro Flaca, Kunsthaus Langenthal, Langenthal, Svizzera
Frieze Projects, Frieze Art Fair, Londra, Regno Unito
Present Future, Artissima, Torino, Italia

 

2004
Was ist in meiner Wohnung, wenn ich nicht da bin?, Greifswalderstr.212, Berlino, Germania
The Savoy, Collective Gallery, Edimburgo, Regno Unito
Sculpture Garden, Old Street Roundabout, Londra, Regno Unito
Universal Outstretch, Flaca Gallery, Londra, Regno Unito
Heimweh, Haunch of Venison Bruton Street, Londra, Regno Unito
No money, Kunsthalle zu Kiel, Kiel, Germania

 

2003
Utopia Station Sindelfingen, Städtische Galerie, Sindelfingen, Germania
Total motiviert/The state of the upper floor: Panorama, Kunstverein München, Monaco di Baviera, Germania
Make it new!, Portikus/Dresdner Kleinwort Wasserstein, Francoforte sul Meno, Germania

 

2002
Terrassen, mit / with Henning Bohl, Kjubh Kunstverein, Colonia, Germania
Origami rückwärts, Technoplus, Parigi, Francia
Fluten, Hinterconti, Amburgo, Germania
easy-heavy, mit / withSunah Choi, Luftraum, Francoforte sul Meno, Germania
Whitecubeponderosa, Griesinger Schule, permanente Installation / permanent installation, Francoforte sul Meno, Germania
Michael Pfrommer / Mandla Reuter, Lothringerstraße 13/Laden, Monaco

 

2001
Sour Cherry Soup (Meggyleves), Mafuji Gallery, Londra, Regno Unito
Interim, Mackintosh Gallery, Glasgow School of Art, Glasgow, Regno Unito
Trash Art Festival, Gazi, Atene, Grecia
Ausstellung Wohnung Draschan/Wolff, mit / with Lise Harlev, Vienna, Austria
Museumsshop, Stellwerk, Kassel, Germania
Haiku Installation, Unit2, London und / and Podium Gallery, Glasgow School of Art, Glasgow, Regno Unito
Vasistas, Technische Universität, Istanbul, Turchia
New Heimat, Frankfurter Kunstverein, Francoforte sul Meno, Germania

 

2000
Und was machen wir heute, Steinweghalle, Oldenburg, Germania
Städelschule Frankfurt am Main – Büropark Neu Isenburg, Frankfurterstrasse 127, permanente Installation / permanent installation, Neu Isenburg, Germania
ISBN 3-9805670-3-6, Hanauer Landstrasse 133, Francoforte sul Meno, Germania
Membersshow, Transmission Gallery, Glasgow, Regno Unito
Festival Junger Talente, Messehallen Offenbach am Main, Offenbach sul Meno, Germania

 

1999
Neue Räume, c/o Rathenaustrasse, Offenbach sul Meno, Germania
Jailbreak, Phantombüro at Frankfurter Kunstverein, Francoforte sul Meno, Germania
Transformation Delta, Stellwerk, Kassel, Germania

 

1998
Stuttgart, 17.7.1956 – Salem (Wis.)/USA, 3.3.1977, Portikus, Francoforte sul Meno, Germania

 

PREMI
2013 Atelier Calder, Saché, Frankreich (residenza)

 

2007 mfi-Preis Kunst am Bau

 

2006 Kunstfonds Arbeitsstipendium

 

2005 / 2006 IASPIS Stipendium, Stoccolma (residenza)

 

2005 Preis für Skulptur und Installation der Öffentlichen Versicherung Oldenburg

 

2004 Förderpreis für Kunst des Landes Niedersachsen

 

2003 / 2004 Pontostiftung, Dresdner Band, Francoforte sul Meno

Ceal Floyer

Ceal Floyer nasce nel 1968 a Karachi, Pakistan. Vive e lavora a Berlino.

 

EDUCAZIONE

1991-94
BA Goldsmiths College, London

MOSTRE PERSONALI
2007
Kabinett für Aktuelle Kunst, Bremerhaven
Centre d’Art Santa Monica, Barcelona
Domaine de Kerguéhennec, Bignan
Museum Haus Esters, Krefeld
2006
303 Gallery, New York
Lisson Gallery, London
Swiss Institute, New York
2005
Esther Schipper, Berlin
Contemporary Art Gallery, Vancouver

Pinksummer, Genova
2004

Kabinett für Aktuelle Kunst, Bremerhaven

Waterline, Art Unlimited, Basel
2003

Again, Casey Kaplan, New York

Peel, Portikus, Frankfurt
2002

Lisson Gallery, London

X-rummet, Statens Museum for Kunst, Copenhagen (cat.)

Index, The Swedish Contemporary Art Foundation, Stockholm

Pinksummer, Genova
2001

Ikon Gallery, Birmingham (cat.)

Inova: Institute of Visual Arts, Milwaukee

Massive Reduction, Peer, Shoreditch Town Hall, London

Ceal Floyer (Matrix 192): 37’ 4”, UC Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive, Berkeley
2000

Pinksummer, Genova
1999

Casey Kaplan, New York

Kunsthalle Bern, Bern (cat.)
1998

Künstlerhaus Bethanien, Berlin (cat.)
1997

Galleria Gianluca Collica, Catania, Sicily

City Racing, London

Herzliya Museum of Art, Tel Aviv

Lisson Gallery, London

Galleria Primo Piano, Roma
1996

Galleria Primo Piano, Roma (part of “Artisti Britannici a Roma”)

Tramway Project Room, Glasgow

Anthony Wilkinson Fine Art, London Gavin Brown’s Enterprise, New York
1995

Picture Gallery, Science Museum, London

 

GROUP SHOWS
2007

Preis der Nationalgalerie für Junge Kunst 2007, Hamburger Bahnhof, Berlin (cat.)

Half-Square, Half-Crazy, Villa Arson, Nice

Draw, mima, Middlesbrough

Brave New Year, 303 Gallery, New York
2006

ON/OFF, Frac Lorraine, Metz

Seeing Double, Ramapo College of New Jersey, Mahwah

The Shadow, Palazzo delle Papesse Centro Arte Contemporanea, Siena

The Secret Theory Of Drawing, The Drawing Room, London

Artificial Light, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond

5 Milliards d’Années, Palais de Tokyo, Paris

Nam June Paik Award 2006, Museum für Angewandte Kunst, Köln (cat.)

As If By Magic, Bethlehem Peace Centre, Bethlehem

Shanghai Biennial, Shanghai (cat.)

Just Another Kind Of Rendez Vous, Künstlerhaus Bremen, Bremen

The Known and The Unknown, Galleri Nicolai Wallner, Copenhagen

Group Show, Galleri MGM, Oslo

Nothing, Schirn Kunsthalle, Frankfurt/M (cat.)

La Monnaie Vivante, CAC Bretigny, Bretigny-sur-Orge

If It Didn’t Exist You’d Have To Invent It: A Partial Showroom History, The Showroom,London

Wrong, Klosterfelde Linienstraße, Berlin

Reykjavik Arts Festival, Reykjavik

Lichtkunst aus Kunstlicht, Museum für Neue Kunst, Karlsruhe (cat.)
2005

36 x 27 x 10, White Cube – Palast der Republik, Berlin

Radio Kills The Video Stars / Side A, FRAC Champagne-Ardenne, Reims

Not a Drop But the Fall, Künstlerhaus Bremen, Bremen (cat.)

EindhovenIstanbul, Van Abbe Museum, Eindhoven

Material Matters, Herbert F. Johnson Museum of Art, Ithaca, New York

Beauty So Difficult, The Stelline Foundation, Milan (cat.)

Light LAB: Alltägliche Kurzschlüsse, Museion, Bolzano (cat.)

The Stars are so Big, the Earth is so Small… Stay as you Are, Studio Manuela Klerkx,Milan

What´s New Pussycat?: Neuerwerbungen und Sammlung Ströher, MMK Frankfurt, Frankfurt a.M. (cat.)

Snow White and the Seven Dwarfs, Fundacion Marcelino Botin, Santander (cat.)

Daumenkino: The Flip Book Show, Kunsthalle Düsseldorf, Düsseldorf (cat.)

Slide Show, Baltimore Museum of Art, Baltimore; Contemporary Arts Center, Cincinnati, Brooklyn Museum of Art, Brooklyn (cat.)
2004

Was ist in meiner Wohnung wenn ich nicht da bin?, Chodowieckistr 34, Berlin (cat.)

Densité Plus ou Moins 0, Ecole Nationale Supérieure des Beaux Arts, Paris; Fri-Art, Fribourg

Five Billion Years, Swiss Institute, New York

Schöner Wohnen, Centre for Contemporary Art, Waregem (cat.)

9th Triennale Kleinplastik Fellbach, Fellbach

(Dys)Function, Lunds Konsthall, Lund

Umedalen Skulptur 2004, Galleri Stefan Anderson, Umea

The Stars are so Big, the Earth is so Small… Stay as you Are, c/o Esther Schipper,Berlin

Around The Corner, Cristina Guerra Contemporary Art, Lisboa (cat.)
2003

Spiritus, Magasin 3, Stockholm

Perfect Timeless Repetition, c/o Atle Gerhardsen, Berlin

Band Wagon Jumping, Norwich Gallery, Norwich

Lapdissolve, Casey Kaplan Gallery, New York

Centre Culture Swiss, Paris; Museum am Ostwall, Dortmund
2002

Sunday Afternoon, 303 Gallery, New York

Colour White, De La Warr Pavilion, Bexhill on Sea (cat.)

Liminal Space, Center for Curatorial Studies, Bard College, New York

Tempo, The Museum of Modern Art, New York (cat.)

Four Women and One Pregnant Man, Galleri MGM, Oslo

Invitation, Museum für Moderne Kunst, Frankfurt am Main, Germany

poT, The Liverpool Biennial of Contemporary Art, Liverpool (cat.),

travelled to: Galeria Fortes Vilaça, São Paulo

Loop. Back to the Beginning, Contemporary Arts Center, Cincinnati

40 Jahre: Fluxus und die Folgen, Kunstsommer Wiesbaden, Wiesbaden 2002

Summer Cinema, Casey Kaplan Gallery, New York
2001

City Racing 1988 – 1998: a Partial Account, ICA, London

Nothing, NGCA, Sunderland. Touring to Contemporary Arts Centre, Vilnius, Lithuania and Rooseum, Malmö Squatters
1, Witte de With, Center for Contemporary Art, Rotterdam & Museu de Serralves, Porto

Media Connection, The Palazzo delle Esposizioni, Rome

Out of Bounds: Working Off Paper, Luckman Gallery, California State University,
Los Angeles

Passion, Galerie Ascan Crone, Hamburg & Berlin

Ingenting, Rooseum Center for Contemporary Art, Malmö

Loop – Alles auf Anfang, Kunsthalle der Hypo-Kulturstiftung, Munich (cat.)
2000

Action, we’re filming, Villa Arson, Nice (cat.)

Edit, Badischer Kunstverein, Karlsruhe (cat.)

Crossroads: Artists in Berlin, Communidad de Madrid, Madrid

Quotidiana, Castello di Rivoli, Torino

Pompeiorama, Casina Pompeiana, Naples

Drive, Govett-Brewster Art Gallery, New Plymouth

Making Time: Considering Time as a Material in Contemporary Video & Film, Palm Beach Institute of Contemporary Art, Palm Beach, Florida

La repetition, la tete dans les nuages, Villa Arson, Nice

Point of View – Works from a Private Collection, Richard Salmon Gallery, London

Extra Ordinary, James Cohan Gallery, New York

Film / Video Works – Lisson Gallery at 9 Keane Street, Lisson Gallery, London

A Shot in the Head, Lisson Gallery, London
1999

Looking at Ourselves: Works by Women Artists from the Logan Collection, MoMA, San Francisco

Richard Wentworth & Ceal Floyer, Galeria Rafael Ortiz, Seville

Inside Out, Overgaden – Kulturministeriets Udstillningshus for Nutidig Kunst, Copenhagen

On Your Own Time, P.S.1 Contemporary Art Centre, New York

This Other World of Ours, TV Gallery, Moscow

Luminous Mischief, Yokohama Portside Gallery, Kanagawa

Mirror’s Edge, Bild Museet, Umeå, touring : Vancouver Art Gallery; Castello di Rivoli, Torino; Tramway, Glasgow (cat.)

Peace, Museum fur Gegenwartskunst, Zurich

Trace, International Exhibition, Tate Gallery, Liverpool Biennial

From Where to Here: Art from London, Göteborgs Konsthall, Göteborg
1998

Genius Loci, Kunsthalle Bern

Martin Creed, Ceal Floyer, John Frankland, Delfina Studios, London

Dimensions variable, British Council touring exhibition; The Ludwig Museum Budapest – Museum of Contemporary Art, Budapest (cat.)

Sunday, Cabinet Gallery, London

Seamless, De Appel Foundation, Amsterdam (cat.)

In the Meantime, Galeria Estrany-de la Moto, Barcelona

Real /Life – New British Art 1998-1999, Tochigi; Fukuoka; Hiroshima; Tokyo; Ashiya (Japanese touring exhibition)

Drawing Itself, London Institute Gallery, London

Recent British Art at Kunstraum, Kunstraum Innsbruck, Innsbruck

Then and Now, Lisson Gallery, London

In the Meantime, Galeria Estrany De La Mota, Barcelona

New Art from Britain, Kunstraum Innsbruck, Innsbruck

Every Day, 11th Biennale in Sydney

Malos Habitos, Soledad Lorenzo, Madrid (cat.)

Triennale der Kleinplastik, Stuttgart (cat.)

Thinking Aloud, South Bank Centre touring exhibition: Kettles Yard,
Cambridge; Cornerhouse, Manchester; Camden Arts Centre, London

minimalismus, Akademie der Künste, Berlin

Richard Wentworth & Ceal Floyer, Galerie Carlos Poy, Barcelona
1997

Light, Richard Salmon Fine Art, London (toured to Spacex, Exeter)

Snowflakes Falling on the International Dateline, Casco, Utrecht

Belladonna, Institute of Contemporary Art, London

Treasure Island, Centro de Art Moderna / Calouste Gulbenkian Foundation, Lisboa

Sentimental Education, Cabinet Gallery, London

Urban Legends – London, Staatliche Kunsthalle Baden-Baden (cat)

Belladonna, A Selection, The Minories, Colchester

You Are Here, Royal College of Art, London

I Luoghi Ritrovati, Centro Civico Per L’Arte Contemporanea La Grancia

Serre di Rapolano, Siena

Material Culture: the object in British art in the 80’s and 90’s, Hayward Gallery, London

Projects, Irish Museum of Modern Art

Pictura Britannica, Museum of Contemporary Art, Sydney (touring to Art Gallery of South Australia, Adelaide; City Gallery, Wellington)

Not Yet Titled, 7 Alexandra Mansions, Norwich
1996

Life / Live, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris; Centro Cultural de Belem,
Lisboa (cat.)

Kiss This, Focal Point Gallery, Southend

Oporto Festival of Contemporary Art, Portugal

Version 2.2, Saint Gervaise Geneve, Geneva

A4 Favours, Three Month Gallery, Liverpool

Viper, Bank TV, London & Manchester
1995

Freddy Contreras/Ceal Floyer, The Showroom, London

General Release: Young British Artists at Scuola di San Pasquale, Venice Biennale, Venice

Just Do It, Cubitt Gallery, London

4th Istanbul Biennale, Istanbul (cat.)

British Art Show 4, Manchester / Edinburgh / Cardiff (cat.)

Five Artists, Frith Street Gallery, London
1994

Fast Forward, Institute of Contemporary Art, London

Making Mischief, St. James’ Street, London

The City of Dreadful Night, Atlantis Lower Gallery, London
1993

Infanta of Castile at Goldhawk Road, London

Eye Witness, Endeavour House, London

Good Work, Bonington Gallery, Nottingham

Fast Surface, Chisenhale Gallery, London
1992

Hit & Run, Tufton Street, London
Screenings
1999

Fourth Wall – Waiting, Public Art Development Trust in association with the Royal National Theatre, South Bank, London
1996

The Meaning of Life (Part II), CCA, Glasgow; Art Nolde, Stockholm

Such is Life, Serpentine Gallery Bookshop, London

 

PREMI
2007
Nationalgalerie Prize for Young Art nomination
2005
‘Bremerhaven-Stipendium’, working grant by the association “Kunst und Nutzen” in Bremerhaven, Germany
2002
The Paul Hamlyn Award
1997
Philip Morris scholarship, Künstlerhaus Bethanien, Berlin

Murakami – Manetas

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Press-release

It’is dominating the idea that Contemporary art is a sort of esoteric practice unrelated to reality; the visual art language is a composite and structured body which absorbs the environment and inscribed in its time. The Contemporary artist makes us conscious of the everyday aspects of life, which the experience is not enough to understand only though of living them. One thinks of the Pop images of Andy Warhol and Claus Oldenburg, which condensed the American style of life during the Hot chapter of consumerism and tied to the productive period of the 60es.
The exhibition Murakami – Manetas presents the works of two artists who interpret the Nintendo generation: that of the techno-maniacs raised on the manga (Japanese comics) and video games, kids that live games like a trance that renders ephemeral the edges of reality. The game becomes a place in which we are heroes and we can take on borrowed identities. Our life has been contaminated by fiction: the commutative tissue of the media demonstrate an indifference for logic and truth, instead an interest in only stimulating an public emotions; fashion has been invaded by the techno-clothes inspired by the heroines of the manga, such as Sailor Moon or from the main character of the video games, like Lara Croft; the new urbanism moves toward the utopian landscape of Disneyland; and in the end our children cuddle technological toys like Furby and Tamagochi. Some believe that, reality being a fiction, that fiction no longer exists, thus the Loudness esthetics of Murakami and Manetas are more realistic than what appears in reality.
Takashi Murakami is with Mariko Mori, one of the most important Contemporary Japanese artists working today. The work of Murakami takes its inspiration from the manga world, a world that the artist manipulates in which he create a new universe which is as wonderful as it is ironic, consequently destroying the borders between high and low culture. In representing his colorful world the Japanese artist uses a wide variety of media: a refined pictorial technique, serigraphs, drawings, blow-up sculptures. Serial objects, which exist on the borderline between art and mass produced objects like small sculptures, maquette and watches. In the main exhibition room of pinksummer will be presented DOB, a character created in 1993, in the form of a gigantic flying balloon with ears large eyes (cm. 235x 305x 180) and pink Summer (cm. 100×70) an acrylic on canvas with a floral theme.
The Miltos Manetas language divides into two lanes: vibracolor, a sort of Contemporary ready-made in which he represents the dreamy and stereotypical iconography of the video game; and large oil on canvas in which he depicts in the domestic life the game console, cables, computer screens, joysticks like instruments which help us to penetrate the new virtual world. Manetas presents a large vibracolor of super Mario (cm. 260 x 300) comprised of four panels of (cm, 130 x 170 ea.).

Alis/Filliol – Invernomuto – The Ifth of Oofth

pinksummer: Che titolo potrebbe avere la doppia personale di Alis/Filliol e Invernomuto da Pinksummer Goes to Rome, se dovesse averne uno? The Ifth of Oofth, ci sembra pertinente, richiamando il racconto sci-fi di Walter Tevis del ‘57, considerando l’iper-volume della mostra diadica: doppia personale, doppia coppia di artisti, includendo la “doppiezza” di pinksummer, viene da citare Asimov “proiezione bidimensionale distorta dalla proiezione tridimensionale distorta dal tesseratto quadrimensionale” o ipercubo inteso anche come ombra del cubo. Senza tralasciare che sia Invernomuto che Alis/flliol avete una certa propensione a allargare i volumi angusti, che siano quelli della provincia e della Storia, che quelli della scultura e della tridimensionalità, lasciando fuoriuscire dalla realtà aumentata forme informi di demoni, alieni e distopie, come se il presente venisse platonizzato attraverso la proiezione geometrica di un’ombra congetturale che tuttavia appare plausibile, considerando che il giuramento di Donald Trump all’America assomigliava alla proiezione di una puntata dei Simpsons. Kant parlava di doppio identico e incongruente rispetto alla mano destra e alla mano sinistra e diceva anche che lo spazio e il tempo non sono proprietà inerenti alle cose, ma semplici forme dell’intuizione del sensibile. Si potrebbe paradossalmente dedurre che se dentro alla geometria euclidea Alis/Filliol e Invernomuto appaiono “incongrui” sia in senso relazionale, che assoluto, rispetto alla ricerca dei collegamenti della realtà ordinaria con dimensioni sconosciute sembrate identici. E’ la dimensione del fuggitivo che vi accomuna, che titolo dareste alla mostra?

Alis/Filliol: Per iniziare ci piacerebbe fare alcune istintive considerazioni a livello generale sul lavoro di Invernomuto, tenendo presente i due fattori più immediati che ci accomunano: ossia il fatto di lavorare in coppia e la spinta verso un linguaggio che proviene da un’altra dimensione.
A nostro parere il vostro lavoro si struttura anzitutto come un forte impianto scenico di chiara ascendenza cinematografica e musicale che ci sembra volutamente ostentato, quasi a rimarcare il carattere di finzione dell’impianto stesso.
Il gusto dell’arcano, del grottesco e del pop cercano un sottile senso armonico.
Ci sembra una scenografia che combaci con una narrazione che si sviluppa per frammenti. Questi frammenti sono oggetti enigmatici in grado, in primo luogo, di dialogare tra loro generando un senso immanente rispetto all’esperienza dello spettatore, e in secondo luogo di comunicare una narrazione invisibile. Questa “seconda narrazione” è una sorta di legame superiore che trascende gli oggetti e le persone e li proietta in un mondo immaginifico. Sebbene questo mondo sia costituito da riferimenti storici, contiene già in sé l’amalgama di reale e “sovrareale” che è proprio di una dimensione immaginaria.
E’ come se il flusso del vostro immaginario si scontrasse contro i vostri corpi sparpagliandosi in pezzi e il fascino che ne deriva, ancor più che nel singolo pezzo, consiste nell’eco di questo impatto.
La costruzione di un ambiente pervasivo include il corpo allo stesso modo in cui l’ambiente è incluso nella narrazione superiore.
Domande:
Quali artisti vi interessano? Qualcuno che proprio venerate? (In ogni campo dello scibile).
Film o libri o album potenti e ispiratori?
Domandone finale:
Ha ancora senso parlare di aura a proposito di un singolo oggetto? E che cos’è per voi?
Queste le prime considerazioni “a caldo”… aspettando una vostra risposta.
Poi c’è la questione titolo. Quello suggerito da Antonella e Francesca non suona male, ma il racconto non lo conosciamo..
beh per ora è tutto.

Invernomuto: Iniziamo dal titolo: THE IFTH OF OOFTH. Avete visto la copertina dell’Urania dov’è contenuto anche quel breve racconto di Walter Tevis?
Alla domanda: Quali artisti vi interessano? Qualcuno che proprio venerate? (In ogni campo dello scibile), risponderemmo semplicemente con: Harry Smith.
E’ interessante com’è posta la vostra domanda sull’aura.
Forse è più facile trovarla in una costellazione di oggetti più che in un unico elemento. Potrebbe aver senso parlarne rispetto a uno spazio che viene costruito scenicamente, architettonicamente. Si è mai parlato di aura del suono? O di aura dello spazio? Esiste l’aura sulla Luna?
Tempo fa abbiamo fatto una mostra insieme a Milano, in quel caso avete presentato due teste realizzate in grasso. Un materiale che non secca mai, e dunque mutevole per sua stessa ammissione. Perché vi interessava il grasso?
Ieri in studio si parlava del termine “simulacro”, io, Simone, sono molto affezionato a questo termine, ma Simone mi ha detto che è un termine “così anni ’90”.
Quando penso alla Scultura, penso sempre all’idea di simulacro. E voi?
Mattia invece, il nostro assistente, ci parla spesso di un suo amico e per difendere il suo lavoro dice: “E’ uno scultore”. Quasi come se questa sua scelta lo separasse da tutto ciò che è una discussione se vogliamo più politica dell’opera d’arte.
Voi vi definireste scultori? Io, Simone, sono un grande fan del termine francese “plasticien”.

A/F : Nella mostra che abbiamo fatto insieme esponevate due lavori. Uno in particolare era molto interessante. Si trattava, se ben ricordiamo, di una grande scultura presentata in pezzi. Invece di riportarla alla sua forma iniziale avete deciso di posizionarne alcune parti nello spazio, lasciando che si vedesse anche l’anima interna di polistirene. Rinunciare all’impatto del pezzo singolo di grandi dimensioni, alla sua presunta integrità e autonomia, andava a favore di un’idea di fluidità del segno e di volontà di contaminazione del luogo. Definireste il vostro segno ipertrofico?
Il lavoro Fratelli è di grasso industriale, in effetti un materiale instabile che secca con tempi molto lunghi. Per noi conta soprattutto l’oggetto reale che si può incontrare in mostra, con le sue qualità plastiche, tattili, di colore e di immagine, rispetto al concetto di instabilità della forma. Due volti che si fronteggiano, che si guardano, legati a stretto giro. Ecco lo sguardo è molto importante, perché anche se simulato, tendiamo a percepirlo come esistente, vivo, fastidioso quasi. Siamo tutti un po’ ossessionati dagli sguardi, sguardi fissi che attraversandola compromettono l’aria, rubandoci spazio.
Pensiamo sia molto forte l’idea di incontrare una presenza statica, inedita e intraducibile; un fermo-immagine incastrato nella realtà quotidiana, la quale si impone invece come flusso, movimento virtualmente scontato. Qua sta forse una parte della risposta alla domanda sul simulacro.
Una questione tra quelle possibili: riguarda quelle rare immagini che hanno poco a che fare con la comprensione, la spiegazione, la comunicazione; e hanno invece qualcosa della complicità.

IM: A noi interessa un simulacro quando diventa più reale del reale, come in un gioco di ruolo, o un multiverso. Non è mai stato così reale!
È verissimo siamo tutti ossessionati dagli sguardi. Wax, Relax – vi ricordate bene, non era mai stata presentata così, ma assemblata per formare una copia della copia della copia (ancora simulacri) di una grotta di Lourdes. In quell’occasione l’abbiamo disseminata in quell’enorme spazio a Lambrate per creare un paesaggio. Quelle masse di cera e polistirene (e sporcizia raccolta man mano), creavano dei piccoli punti di osservazione possibile sul resto della mostra (ancora l’ossessione degli sguardi).

Ps: Lo sapete che lo spazio di via del Vantaggio 17/A a Roma è stata una galleria in cui hanno esposto gli artisti della Scuola di via Cavour, Antonietta Raphael, Mario Mafai, Scipione… Tendiamo a sottostimarlo, anche rispetto all’aura.
Siamo appena state all’inaugurazione della mostra in Triennale a Milano “ Giuseppe Iannaccone: Italia 1920-1945”, tra i Chiaristi Lombardi, i Sei di Torino, gli artisti di Corrente, c’era anche la Scuola Romana. Ci è subito saltata in mente la mostra sovranazionale al Pompidou del 1980 curata da Jean Clair Les Réalismes entre révolution et réaction 1919-1939. La mostra analizzava come dopo la sovreccitazione degli “ismi”, nel periodo tra le due guerre, si fosse manifestato in tutta Europa e anche negli Stati Uniti (la mostra includeva anche i precisionisti americani Demuth e Sheeler), la necessità di un ritorno alla figurazione, un sorta di richiamo all’ordine a favore della tradizione. Sensibilità che si manifestava al di là degli orientamenti ideologici, seppure li includesse nelle peculiarità nazionali inconfondibili.
Non abbiamo trovato eccentrico che un collezionista nato nel 1955 abbia iniziato comprando Mafai e Birolli, è accaduto spesso, ma piuttosto che, avendo proseguito a collezionare, abbia scelto questo nucleo di ben 200 opere per rappresentare il sé nel 2017.
Per uscire dalla mostra felicemente sovraffollata “Italia 1920-1945” si doveva passare dentro alla mostra Elegantia curata da Francesco Garutti degli artisti belga Jos de Gruyter & Harald Thys, che appariva una specie di immacolato ritorno al futuro. E’ stata davvero un’esperienza straniante!
Cosa intendeva il Simone di Invernomuto che non scriveva, affermando che la parola simulacro “è così anni ’90”: post-moderno all’apice, manierista? Non credete che categorie come barocco e manierista, moderno e post-moderno, siano applicabili a tutti i corsi e ricorsi storici? Quando Alis-Filliol citano l’aura, cosa intendono energia, corpo eterico o semplicemente strategia di allestimento per conferire una metafisica che la vita tende perlopiù a sgamare subito? Il racconto di Walter Tevis in italiano è stato tradotto con il titolo La seezza della quasità .
Cosa presenterete da pinksummer goes to rome?

IM: Usciamo ora da un lungo ciclo di incontri e seminari all’ERG di Bruxelles. Stamane Paul Gilroy – teorico inglese, una delle voci più autorevoli degli studi post-coloniali – parlava del concetto di ‘melancholia’; riferendosi in particolare alle grandi guerre e ai suoi studi su ciò che rimane, in termini anche patologici, dopo aver subito alcuni traumi della storia. Parlava di grumi, agglomerati di memoria e del loro modo di agire sulla contemporaneità, tornando a manifestarsi. Non parlava di nostalgia, sia chiaro. Così leggiamo i grumi e le correnti che citate, il vostro attraversamento delle sale di Triennale.
E così ci piace pensare ai due strati di moquette che presentiamo da pinksummer goes to rome. L’intervento che proponiamo è un’opera site-specific: due grandi moquette bianche stampate a un colore, che mostrano due disegni tecnici riferiti all’ultima visita di Haile Selassié in Italia, nel 1970. Il primo mostra l’aeroporto di Ciampino, la posizione dell’aereo privato di Sua Maestà e le posizioni delle cariche di stato. Il secondo la deposizione della corona di alloro al sacello del Milite Ignoto. Due luoghi iconici ed estremamente carichi di grumi, storici e contemporanei. Haile Selassié goes to Rome. E invitiamo il pubblico a passare attraverso questi grumi, calpestandoli con rispetto, percependone le differenze di superficie. L’intervento è pensato anche come un possibile stage, sempre aperto, che ospita le opere di Alis/Filliol.

A/F: Una nostra riflessione sull’aura riguarda la capacità che hanno alcuni oggetti di esercitare un potere attrattivo, quasi ipnotico, come se l’oggetto restituisse lo sguardo.
Per questa mostra abbiamo pensato di creare un dialogo tra lavori che realizziamo separatamente, seguendo delle personali inclinazioni. Il tentativo è quello di esplorare la meccanica dialogica dell’operare in coppia sotto una nuova luce, creando un panorama a due dimensioni che entrerà in dialogo a sua volta con il lavoro di Invernomuto.
Nello spazio ci saranno un rilievo realizzato in poliuretano, un’impronta in negativo di una catena montuosa, realizzata in scala, della Valle di Susa, su cui si affaccia il nostro studio. Una fotografia stampata su carta che ritrae una figura umana sfocata (una scultura in realtà) intenta a scrutare lo spettatore. Due o tre piccole sculture di diversi colori che raffigurano forme semi-umane realizzate in cernit. Ognuna di queste sculture è sostenuta da tre sottili tondini in acciaio, sospese a diverse altezze a partire da circa un metro da terra.
Una scultura infine e alcuni dipinti, una messa in scena di personaggi ripiegati sui loro gesti, isolati in uno spazio di indecidibilità, di sospensione; spiati nel loro proprio personalissimo equilibrio.

Si ringrazia l’ Archivio Storico Grand Hotel Miramare, Santa Margherita Ligure per aver messo a disposizione i documenti originali a Invernomuto.

Ceal Floyer

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Press-Release

To be as adherent as possible, a text on Ceal Floyer should contain only three or four words, but it is almost impossible to find those words. In fact all the texts about the Ceal Floyer’s work are descriptions of Ceal Floyer’s works, because her formal and conceptual atomism tends to transform every attempt of explanation into a pathetic appendix.
Ceal Floyer’s work is a little like asking someone who is eating something unmistakable warm and salted: “How is what are you eating?” and that someone simply answers: “it is warm and salted” making you nervous.
Ceal’s work actuates itself in such an exact, essential and is endowed with a sense of proposition (in relation to the laws of logic) that it crashes against reality becoming a paradox, which loses its meaning.
The formally perfect discourse of Ceal skeptically plays at destroying every artificiality which has the presumption of being inherent to things, to world that happens.
Ceal tries to kill the same idea of representation that is at the base of every principle of human knowledge: she seems to say to us that our intentions and desires to confer meanings on to signs, imagines, sounds, but the world, admitting that it exists, is independent of our preoccupation.
For Ceal, to be means to conceive and she demonstrates it to us with her ferocious and de stabilizing intelligence, but after she redeems herself by giving us something that is similar to beauty and perhaps poetry, also if it is only a receipt under a light that she calls Monochrome Till Receipt (White); or a bucket that seems to collect a real dripping from the ceiling, when in fact it only contains a CD player that produces the sound of water drops (Bucket); or some blots of colored ink on paper (Ink on paper).
Ceal handles our imagination evoking a presence that doesn’t exist simply with a ray of light projected under a door. Her playfulness is built on few elements that she dominates.
In the end one can say, risking to seem contrary to democracy, that Ceal isn’t an artist for everyone, to love her one must understand her, but to understand her one must accept her like one could accept a child with an impossible behavior.

Cooperation with:

Comune di Genova, politiche giovanili, centro della creativita’ (Genoa City Council, center for creativity)

Luca Trevisani

Nato nel 1979 a Verona, Italia.
Vive e lavora tra Milano e Berlino.

 

 

ISTRUZIONE E FORMAZIONE
2005
Corso Superiore Arti Visive Fondazione Antonio Ratti, Como, Italia

 

2003
Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Bologna (voto: 110/110 con lode), Bologna, Italia
Discipline dell’arte, della Musica e Dello Spettacolo

 

1997
Diploma del liceo scientifico tecnologico

 

 

RESIDENZE
2017
Belvedere Museum/ 21er Haus, Vienna, Austria

 

2016
Viaggio in Sicilia #7, Residenza itinerante Planeta per l’Arte e il Territorio

 

2015
Istituto Italiano di Cultura, Parigi, Francia

 

2010
ISCP, New York, USA

 

2009
Nederlands Instituut voor Mediakunst, Montevideo, Amsterdam, Paesi Bassi

 

2008
Kuenstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania
Fondazione Buziol, Venezia, Italia

 

 

ESPERIENZE DIDATTICHE
L’artista attualmente insegna presso: Libera Università di Bolzano, Facoltà di design e arti, Bolzano; Naba Nuova accademia di Belle Arti, Milano; Università IUAV, Venezia


Esperienze didattiche concluse: Dipartimento di Arti Visive, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, Docenza seminariale, workshop (2003-2006); Corso di Laurea Specialistica in Sistemi e Comunicazione della Moda, Università di Bologna, Sede di Rimini (2004-2006)); Cladem, Corso di laurea in Design della Moda, Rimini (2005); Naba Nuova accademia di Belle Arti, Milano (2009); Museo Carlo Zauli, Faenza (settembre 2009), Accademie Eventuali, Bologna – Mambo, Bologna; Fondazione Furla, Bologna Docenza seminariale, workshop (aprile 2012)

 

 

OPERE IN COLLEZIONI PUBBLICHE
Collezione MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma, Italia
Collezione Farnesina, Ministero per gli Affari Esteri, Roma, Italia
Collezione Museion, Bolzano, Italia
Collezione Museo Macro, Roma, Italia
Collezione Villa Adriana e Villa d’Este, Tivoli, Roma, Italia
Collezione Museo del 900, Milano, Italia
Collezione Museo Civico di Castelbuono, Palermo, Italia
Collezione ACACIA, Milano, Italia

 

 

MOSTRE PERSONALI

2025

Kotikeye, performances
FRAC Corsica, Oletta, France – IAC, Usine Kugler, Geneva, Switzerland – National Museum of Modern Art, Zagreb, Croatia – Casa Jorn, Albissola Marina, Italia
La Natura della Natura della Natura, Palazzo Ducale, Genova, Italia

 

2024

Luca Trevisani, Insalata di Fossili, COLLI, Foligno, Italia

 

2023

Del taglio, Pinksummer Contemporary Art, Spazio Campo XS, Genova, Italia

 

2022
Notes for dried and living body, Palazzo Galeano, Lodi, Italia
Flour Fossils of Lemon Flavor, Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
Luca Trevisani, Spazio Lima, Milano, Italia
Naturalmente la natura non esiste, Platea, Lodi, Italia

 

2021
In bocca, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia
C-ART-OFF-LINE, Casa Museo Palazzo Maffei, Verona, Italia

 

2019
Pièce Unique IV, Dream Republic, Mehdi Chouakri, Berlino, Germania

 

2018
38° 11′ 13.32” N 13° 21′ 4.44” E 44° 24′ 27.4” N 8° 55′ 60.0” E, Pinksummer, Genova, Italia
Hot, Melange, Colonia, Germania

 

2017
Caldo, Base progetti per l’arte, Firenze, Italia

 

2016
Marselleria Milano, Italia
Cerchio, Museo del Novecento, Milano, Italia

 

2015
Possibilità, Vitrine, Gam, Torino, Italia
Grand Hotel ed des Palmes, Istituto Italiano di Cultura, Madrid, Spagna
Grand Hotel ed des Palmes, Istituto Italiano di Cultura, Parigi. Francia
Grand Hotel ed des Palmes, Museo Civico di Castelbuono, Palermo, Italia

 

2014
Glaucocamaleo, Museo Marino Marini, Firenze, Italia
Placet experiri, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlino, Germania

 

2013
To the point of your fingers, Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
Macro, Roma, Italia
Fino alla punta delle tue dita, Valentina Bonomo, Roma, Italia
Private, Studio Geddes, Roma, Italia

 

2011
Interval Training, Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
Placet Experiri, ReMap KM III, Atene, Grecia

 

2010
NIMK / Montevideo, Amsterdam, Paesi Bassi
Lo spazio è un giardino da coltivare, (Special project for Macro), Macro, Roma, Italia

 

2009
Identity is a cloud, Museo Carlo Zauli, Faenza, Italia, curated by D. Lotta
The truth is that the truth changes, Pinksummer, Genova, Italia

 

2008
Giò Marconi, Milano, Italia
Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
Kunstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania
Luca Trevisani / Gianni Pettena, Sistemi binari.1, Neoncampobase, Bologna, Italia

 

2006
Clinamen, Pinksummer, Genova, Italia

 

 

MOSTRE COLLETTIVE

2025
Vibrant Matter, Fondazione Bonollo, Vicenza, Italy

 

2024

Diorama – Generation Earth, MAN, Nuoro, Italia

The Glenkeen Variations, Crespo Foundation, Francoforte, Germania

The Morbid Palace, Pinksummer presso ex Chiesa dell’Angelo Custode, Genova, Italia

 

2023

Nova Express: Avvento dei desideri e dei diritti, Ciacca Levi, Milano, Italia
Postcard from Genova. An exhibition in collaboration with Pinksummer, Wouters Gallery, Bruxelles, Belgio

Dimensions of Civilization, Art Museum of Sichuan, Chongqing, Cina

Panpestato, Panorama L’Aquila – ITALICS Art

Bojan Sarcevic & Luca Trevisani, Pinksummer goes to Milan, Sanfermosette, Milano, Italia

 

2022
No Neon No cry, Mambo, Bologna, Italia
Eclettica!, MEF Museo Ettore Fico, Torino, Italia
Mutaforma. Mutazioni ceramiche del codice CZ, Alchemilla, Palazzo Vizzani, Bologna, Italia

 

2021
Gestus, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia, Italia
Friendship. Nature. Culture. 44 Years of the Daimler Art Collection, Daimler Contemporary, Berlino, Germania
Point of Equilibrium. Thought Space Light from Toyo Ito to Ettore Spalletti, Maxxi L’Aquila, Italia
Artists’ Library: 1989–2021, Museo Macro, Roma, Italia
Italian Twist, Gallerie delle Prigioni, Treviso, Italia
Come pesci nell’acqua, Villa Nigra, Miasino, Palazzo Tornielli Ameno, Italia a cura di G. Verzotti

 

2020
Real Italy, Maxxi, Roma, Italia
Material Matters, Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
La forma della terra Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, Castelbasso, Italia

 

2019
To be played, Giardino Giusti, Verona, Italia
Negativer Raum, ZKM, Karlsruhe, Germania
Equilibrium. Un’idea per la scultura italiana, Mazzoleni, Londra, Regno Unito

 

2018
Low Form, Maxxi, Roma, Italia
Into the wild, Kunst Merano arte, Merano, Italia
Classic Reloaded, Rethinking Classicism in contemporary Italian art, Villa Audi Mosaic, Beirut, Libano – Kunst Merano arte Museum, Merano, Italia – Museo Nazionale del Bardo, Tunisi, Tunisia – WunderMoRE, Maxxi, Roma, Italia
Raymond, Grand Hotel et des Palmes, Palermo, Italia
Raymond controfigura, Museo civico di Castelbuono, Palermo, Italia

 

2017
Lost in Narration, MAC, Belfast, Irlanda
Hämatli & Patrae , Museion, Bolzano, Italia
In between, the library as a medium, Kunsthalle Wien, Vienna, Austria
Deposito d’arte italiana presente, Torino, Italia
Global Learning, Maga, Gallarate, Italia
Solo Figli, Padiglione de l’Esprit Nouveau, Bologna, Italia

 

2016
In Retrospect: Good & Plenty, Too, Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
Process, Performance, Presence, Kunstverein Braunschweig, Germania
XVI Quadriennale, Roma, Italia
Urban Mining, XXV Premio Gallarate, Maga, Gallarate, Italia
The Camera’s Blind Spot III, Palazzo De’ Toschi, Bologna, Italia
Avviso di Garanzia, FuoriUso 2016, Pescara, Italia
Che il vero possa confutare il falso, Siena, Italia
HAEMOLACRIA. The complete words of Marcel BloodTears Artistic literary homage to Marcel Broodthaers, Laboratorio del dubbio, Torino, Italia
Terra provocata, Museo Civico Medievale, Bologna, Italia

 

2015
Function follows vision, vision follows reality, Kunsthalle Wien, Vienna, Austria
The camera‘s blind spot II, Extra City_Kunsthal Antwerpen, Anversa, Belgio
Exo-evolution, Zkm, Zentrum für kunst und medientechnologie, Karlsruhe, Germania
Comunità Italia, Triennale di Milano, Milano, Italia
La Scrittura degli Echi, Maxxi, Roma, Italia
Un museo ideale, Museo del novecento, Milano, Italia
Growing roots, Palazzo Reale, Milano, Italia
Vanità/Vanitas – Museo Ettore Fico, Torino, Italia
Collecting for Tomorrow: New Works at Museion – MUSEION, Bolzano, Italia
Andy Warhol sul comò – Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova, Italia
Notyetseeninberlin – Mehdi Chouakri, Berlino, Germania

 

2014
Conceptual & Applied III, Daimler Contemporary, Berlino, Germania
We have Never Have Been Modern, SongEun ArtSpace, Seoul, Corea del Sud
Vanitas, Georg Kolbe Museum, Berlino, Germania
Krobylos, un groviglio di segni, Biennale del disegno, Rimini, Italia

 

2013
Bestiario Contemporaneo, Museo di Storia Naturale, Venezia, Italia
From Albers to Warhol to (now), Museo di Santa Giulia, Brescia, Italia
AB, by Gabriele de Sanctis, Nomas Foundation, Roma, Italia

 

2012
Premio Italia , Maxxi, Roma, Italia
Dior seen by, Triennale di Milano, Milano, Italia
D’apres Giorgio, Fondazione Giorgio e Isa De Chirico, Roma, Italia, Curated by Luca Lo Pinto
Wie kommt das Neue in die Welt?, Haus am Waldsee, Berlino, Germania
Gli artisti italiani della collezione ACACIA, Palazzo Reale, Milano, Italia
Periplo della scultura italiana, MUSMA, Matera, Italia
Berlin. Status (1), Kunstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania
Live Arts Week / Gianni Peng, Bologna, Italia
Epipedon, CO2, Roma, Italia, curata da L. Pratesi
Casabianca, Bologna, Italia

 

2011
Suspence, EX3, Firenze, Italia, a cura di Lorenzo Giusti and Arabella Natalini
ITaliens, Ambasciata Italiana a Berlino, Germania, a cura di A.Pace e M. Sorbello

 

2010
SI – Sindrome Italiana, la jeune création artistique italienne, a cura di Yves
Aupetitallot, Le Magasin, Grenoble, Francia
Ampersand, Daimler Kunstsammlung, Berlino, Germania
High ideals & CRazy Dreams, Galerie Vera Munro, Amburgo, Germania
The Berlin Box, CCA Antrax, Mallorca, Spagna
Fuori centro, Hangar Bicocca, Milano, Italia
Elogio della semplicità, Fondazione Stelline, Milano, Italia, a cura di G. Verzotti
Linguaggi e Sperimentazioni, MART, Rovereto, Italia, a cura di G. Verzotti
ARS – Artists in Residence Show, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano, Italia
The bearable lightness of being – the metaphor of the space 2, Arsenale Novissimo, Biennale Architettura 2010, Venezia, Italia
La Scultura Italiana del XXI secolo, curated by Marco Meneguzzo, Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano, Italia
For Istance, SUN, studio rosso, Firenze, Italia, a cura di L. Bruni

 

2009
Evidence of the Paranormal, Klaus von Nichtssagend Gallery, New York, USA
Abc, Berlin, Academie die Kunst, Berlino, Germany
Up Against The Wall, Ileana Tounta Contemporary Art Center, Atene, Grecia, a cura di R. Pinto
Cui Prodest ?, New Galerie de Francia, Parigi, curated by F. Stocchi
Arrivals & Departures Europe, Mole Vanvitelliana, Ancona, Italia, a cura di A. Bruciati
Fuorisalone 2009, Plusdesign, Milano, Italia
Spaciux, Lambretta, Milano, Italia, curated by D. Lotta, M. Arfiero, P. Gallio
Non Voltarti Adesso/Don’t Look Now, Cà Pesaro, Venezia, Italia
Nothing but a Show, Castello Sforzesco, Milano, Italia, a cura di A. Ascari
Una collezione trasversale, Spazio ALT, Alzano Lombardo, Italia, curated by F. Cavallucci,
Emerging talents, CCCS Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, Firenze, Italia
Through the looking glass, Pinksummer, Genova, Italia, a cura di C. Alinovi
Lo sguardo di Giano, American Academy in Roma, Italia, a cura di F. Stocchi

 

2008
Manifesta 7, Rovereto, Italia, a cura di A. Budak
50 Moon Of Saturn, Torino Triennale, Italia, a cura di D. Birnbaum
Sydney Biennal, Sydney Australia Online venue, a cura di C. C. Bakargiev
Sguardo periferico, corpo collettivo, Museion, Bolzano, Italia, a cura di C. Diserens
…a lady’s shoe lost in the grass, Italian Cultural Institute C.M. Lerici (Italia), Stoccolma (Sweden), a cura di A. Grulli, Svezia
XV Quadriennale, Roma, Italia
Sporgersi prego, Lange & Pult, Zurich, Svizzera
Paperweight, Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
Notebook n° 0, Neon fdv, Milano, Italia, a cura di D. Lotta and M. Arfiero
Soft Cell. Dinamiche nello spazio in Italia, GC.AC Galleria Comunale d’Arte
Contemporanea, Monfalcone, Italia
Focus on Contemporary Italian Art, MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna, Bologna, Italia

 

2007
The space of your future, MOT, Museum of Contemporary Art, Tokyo, Giappone
Present Future, Artissima, Torino, Italia
Looking for the border, Cultuurcentrum, Strombeek, De Garage, Mechelen, Fondazione Stelline, Milano, Italia,curated by Luk Lambrecht, Roberto Pinto and Koen Leemans
On mobility, Premio Furla per l’arte, Villa delle Rose, Bologna, Italia, curated by C. Parisi and G.Maraniello
The importance of not being seen, Cafe Moskau for Galerie Isabella Bortolozzi, Berlino, Germania curated by Luca Cerizza
In dialogo, Studio La Città, Verona, Italia, curated by M. R. Sossai
Bellavita, New Chinatown Barbershop, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Albedo: a new perspective in italian moving images, curated by A. Bruciati, GC.AC, Monfalcone (GO), I; XII International Media Art Biennale WRO 07, Wroclaw, PL; Teatro Junghans, Venezia, Italia
videoREPORT ITALIA: 04_05, curated by A. Bruciati, MMSU, Rijeka; V 07 – Venice VideoArt Fair, Venezia, Italia

 

2006
L’immagine del vuoto. Una linea di ricerca nell’arte in Italia 1958-2006, Museo Cantonale d’Arte, Lugano, Svizzera
First Sudden Gone the One. First Sudden Back, Project 133, Londra, Regno Unito
Workscape-Cantiere d’autore, Biennale d’architettura di Venezia, Venezia, Italia
Dialogo II – Athanasios Argianas, Tobias Putrih, Luca Trevisani, curated by S. Menegoi, Galleria Enrico Fornello, Prato, Italia
videoREPORT ITALIA: 04_05, curated by A. Bruciati, GC.AC, Monfalcone (GO); MAN, Nuoro, Italia
Cortocircuito: coincidenze ed incontri segnici, ex Palazzo Enel, Novara, Italia, curated by M. Tagliaferro
Manomettere, Galleria Comunale d’arte contemporanea, Castel S. Pietro terme, Bologna, Italia, curated by D.Lotta
Tracce di un seminario, Assab One, Milano, Italia, curated by A. Daneri and R.Pinto
Il vuoto al centro, Montesilvano, Pescara, Italia, curated by E. De Cecco and T. Ponziani
Il vento dal settecento all’arte contemporanea, Fondazione Torino Tremusei, Castagneto Po, Italia

 

2005
Punto díestensione, AR/Ge Kunst Galerie Museum, Bolzano, curated by G. Molinari
Anigma, 2nd Novosibirsk International Festival. Digital Imaging and Animation, Novosibirsk, curated by M. Gorni and A. Martynov
Padiglione Italia out of biennale, Flash art museum, Trevi, Italia
Report, Villa delle Rose, Galleria d’arte Moderna, Bologna, Italia, curated by C. Parisi
Estetica della Resistenza, ex Ticosa, Como, Italia, curated by R. Pinto
No location relocation, Galleria Comunale d’arte contemporanea, Castel S. Pietro terme, Bologna, Italia
Architettura nel secondo Novecento in Emilia-Romagna, Galleria d’arte Moderna, Bologna, Italia, curated by M. Lupano and P. Orlandi

 

2004
ad’ a, Imola, Bologna, Italia, curated by R. Daolio
Enpowerment/ Nazione Italia, Genova, Italia, curated by M.Scotini
Me without you, Biagiotti arte contemporanea, Firenze, Italia
Assab One 2004. Milano, Italia, curated by R.Pinto
Chance, T293, Napoli, Italia

 

2003
Collaudi, Villa delle Rose, Bologna, Italia, curated by D. Lotta and M. Altavilla
In Movimento, Viafarini, Milano, Italia, curated by G. Scardi

 

 

PREMI
2021
Cantica21, Ministero della Cultura

 

2020
Premio Rotary, Artefiera, Bologna, Italia

 

2017
Italian Council, (DGAAP) Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo

 

2015
Premio Artevisione Sky e Careof

 

2013
Premio Moroso

 

2011
Premio Ettore Fico

 

2010
Selezionato per premio Ars Viva Prize 2010/11

 

2009
Premio New York, Ministero degli Affari Esteri
Premio Emerging Talents, La Strozzina, Palazzo Vecchio, Firenze, Italia

 

2008
Premio ACACIA, Milano, Italia

 

2007
Premio Furla per l’arte

 

2006
Selezione per Premio Artegiovane, Milano e Torino incontrano l’Arte, Italia

Guy Ben Ner – Escape Artists

Foto Alice Moschin

Guy Ben-Ner – Escape Artists

“Io non so com’è la realtà. La realtà sfugge, mente continuamente. Quando crediamo di averla raggiunta, la situazione è già un’altra. Io diffido sempre di ciò che vedo, di ciò che un’immagine ci mostra, perché immagino quello che c’è al di là; e quello che c’è dietro a un’immagine non si sa. Il fotografo di ‘Blow Up’ non è un filosofo, vuole andare a vedere più da vicino, ma gli succede che, ingrandendo, l’oggetto stesso si scompone e sparisce”disse Michelangelo Antonioni a proposito di “Blow Up” (1966), un film sull’impossibilità strutturale di tangenza tra realtà e rappresentazione del reale.
Robert Flaherty disse a proposito del suo film “Nanook of the North” (1922): “Il mio desiderio di girare ‘Nanuk l’eschimese’ deriva da ciò che provavo nei confronti di questo popolo, dell’ammirazione che avevo per loro, volevo raccontare agli altri ciò che sapevo di loro”. Di fatto “Nanook of the North”, il primo documentario lungometraggio prodotto dal cinema americano, fu finanziato a scopo pubblicitario dai pellicciai francesi Réveillon Frères; doveva svolgersi tra gli eschimesi dell’arcipelago artico canadese, ma fu girato allastessa latitudine di Edinburgo. La vita quotidiana di Nanuk è adattata non del tutto onestamente alle aspettative di un’opera di fiction made in USA degli anni ‘20. Il film di Guy Ben-Ner “Escape Artists” (2016), come il film mito di Flaherty, è costruito su eventi autentici e su materiale preso dalla realtà: lo sfondo reale del nuovo film di Ben-Ner sono i corsi di cinema e video che tiene una volta a settimana da due anni, nel centro di detenzione per richiedenti asilo sudanesi e eritrei di Holot, nel deserto del Negev, nel sud di Israele, non lontano da Gaza. Israele essendo firmatario della Convenzione ONU sullo status di rifugiati non può espatriare persone che nel loro paese rischiano la vita, pertanto li confina nel limbo legale di Holot. Il riconoscimento dello status di rifugiato, per coloro che vivono a Holot è un’utopia, considerando che Israele ha la media più bassa di rifugiati del mondo occidentale. I richiedenti asilo sudanesi e eritrei possono uscire, ma devono rispondere a tre chiamate al giorno; alle 10 in punto a Holot c’è il coprifuoco. Israele rifiuta di riconoscerli come rifugiati politici, possono stare nel deserto, dove c’è solo unautobus che passa ogni 5 minuti. L’attivista Anael – Adda afferma che lo Stato di Israele mira a portare i richiedenti asilo a decidere di allontanarsi volontariamente dal paese. Talvolta i richiedenti asilo vengono trasferiti coattamente in paesi africani limitrofi come il Ghana e il Ruanda.
Guy Ben-Ner in “Escape Artists”, attraverso la rappresentazione dei suoi studenti e di se stesso mentre tiene lezione di cinema, si dirige verso un approccio linguistico alla “Blow Up”, l’artista finisce per ontologizzare la simulazione facendo penetrare le vite dei rifugiati di Holot, come una sorta di effetto collaterale della didattica esemplificativa e comparativa sul tema cinematografico.
In questo senso l’arte, il mondo della finzione, non pare incompatibile con l’attivismo, l’arte in “Escape Artists” non vuole arrendersi alla sua finzionalità. A differenza del suo precedente film “Soundtrack” (2013), in cui non è la realtà, ma il sentimento di realtà della rappresentazione che ha la meglio, in “Escape Artists” è la realtà che usa intenzionalmente la rappresentazione per emergere. Guy Ben-Ner è un artista impegnato che abbraccia consapevolmente la bugia creativa, mentre spiega ai richiedenti asilo di Holot i segreti dei montaggi paralleli e del taglio invisibile mostra metacinematograficamente allo spettatore che “una porta”, un confine, “ rappresenta sempre un taglio nella realtà”. Ben-Ner organizza nel modo che gli è proprio “il montaggio critico degli eventi” (così Eco definì il cinema di Antonioni), rimbalzandoci addosso una realtà cruda attraverso l’umorismo e l’ironia che contraddistingue la sua arte, al di là di ogni intento straniante.
Se Antonioni in Blow Up aveva scelto la difformità cromatica per sottolineare la distanzatra la vita a colori e le foto in bianco e nero di Hemmings, Ben-Ner in “Escape Artists” per enfatizzare la differenza tra la sua condizione e quella gli abitanti di Holot, dove si reca a insegnare cinema e video, sceglie la metafora del viaggio in auto con Joshua, uno dei suoi studenti. Quando è inquadrato l’artista che parla, l’auto procede in avanti, quando parla Joshua, il paesaggio scorre all’indietro, mentre il dialogo procede così:
“Dimmi Joshua, non pensi che
ci sia qualcosa che non va in questo viaggio in macchina?
Penso di sì, stai guidando in retromarcia
Non sto andando indietro, tu stai andando indietro
Sto andando avanti
Che giorno è per te?
No… Oggi è il 7
Si il 7 luglio
Non per me. E’ il 14
Non penso che siamo nella stessa auto comunque
Come può essere
Non so
Stai guidando sbagliato”.
Mentre il Thomas di “Blow Up” alla fine guarda la partita di tennis senza racchette dei mimi, seguendo con lo sguardo la traiettoria di una pallina inesistente, Guy Ben-Ner in “Escape Artists”, tenta di suggerire a Nanook l’eschimese dentro al suo computer, che il suono inesistente di quel film muto dell’infanzia del cinema, non si trova nel grammofono, ma nel disco. Esclamando “Il suono è qui, il suono è qui”, colpisce il vetro dello schermo
con il dito nel punto in cui appare il disco.
“Escape Artists” finisce sull’inquadratura di Nanuk l’eschimese che sembra ridere della canzone di Alma Cogan, che non gli appartiene per niente, ma che funziona benissimo come colonna sonora per il finale di “Escape Artists” di Guy Ben-Ner: “Never do a tango with an eskimo – No, no, no….”.

Georgina Starr – The Lesson

Photo credits Francesco Cardarelli

Tamar Guimarães – Canoas

Foto Davide Pambianchi

Tobias Putrih – Obfuscation

Photo credit Massimo Palazzi

Tobias Putrih – Paradise

Tobias Putrih – Paradise

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Pinksummer: Nel catalogo della Manifesta di Francoforte nel 2002, come premessa alla presentazione del tuo lavoro, hai scritto: “Sto imparando a fare un oggetto, e questo per me rappresenta un lavoro duro, considerando che nella maggior parte dei casi preferirei che l’oggetto non esistesse”. Un pensiero negativo che echeggia “il grande rifiuto”, rafforzato dal metodo decostruttivo, dall’uso di materiali poco costosi, dal focalizzare su spazi sociali tendenti a indurre il sogno a occhi aperti, l’illusione collettiva, come il cinema o l’architettura del cinema (stiamo pensando anche a “Venetian Atmospheric”, il progetto che presenterai nel padiglione sloveno della 52 Biennale di Venezia). Marcuse sosteneva che nella società moderna l’alto livello raggiunto dalla tecnologia tende a integrare nel proprio sistema anche le forze che dovrebbero rappresentare l’antagonista, e non con mezzi coercitivi, ma attraverso il controllo psicologico e culturale. Cosa intendi quando affermi che nella maggior parte dei casi preferiresti che l’oggetto non esistesse?

Tobias Putrih: Semplicemente non sapevo perché avrei dovuto produrre un altro oggetto e nel contempo mi ritrovavo a studiare scultura. Forse è stato proprio questo dubbio etico a far sì che la ricerca della possibilità di un oggetto fosse veramente intrigante. Ma l’immediata conseguenza era che quasi tutto ciò che cominciavo a costruire si disintegrava. Per costruire, bisogna seguire le leggi di gravità, non c’è altra possibilità. Ero paranoico, avrei finito per fare oggetti grandi, pesanti e non ne sarei uscito. Cosa avrei potuto fare con un oggetto del genere? Come diavolo avrei potuto venderlo? Inoltre non puoi semplicemente buttare qualcosa di grande e pesante nel cestino della spazzatura. Devi pagare per lo smaltimento. In questo senso penso che tutti gli oggetti materiali abbiano una loro propria economia. Come possono essere fatti, come possono essere conservati e come possono essere distrutti. E interrogarsi su questo ciclo economico definisce ogni produzione anche di più che un’ampia cornice concettuale. Perché la teoria difficilmente rappresenta un’origine per un oggetto, se l’economia non supporta una produzione di un oggetto nessuna teoria ti può aiutare. Adesso dopo qualche anno posso dire di sentirmi molto meglio riguardo alla produzione di un oggetto. Penso di aver trovato una via per avere a che fare con un oggetto in modo meno conflittuale. Ho anche realizzato che dormo molto meglio se ho la sensazione che il mio lavoro abbia qualche tipo di funzione, qualche valore pratico. Quel che intendo non è che sia funzionale, ma è proporre concetti astratti che possano essere sviluppati in soluzioni utili. Con i miei progetti di cinema cerco di ripensare questi meccanismi di controllo psicologico e culturale. Sono curioso di sapere come si fa a dirottare questo tipo di meccanismo. Cosa ci vuole per amare un simile meccanismo così tanto da essere capaci di giocarci, di usarlo con un messaggio sbagliato o almeno differente. Conoscete cosa Miguel Sabido ha preso dal genere soap opera messicana? Ha usato il genere popolare per inserire il messaggio, per manipolarlo in modo da educare circa I problemi reali come il sesso sicuro, la contraccezione eccetera. E lui non era rivoluzionario, era un tipo con una soluzione pratica per dei problemi locali e le sue produzioni sono diventate delle hit assolute. Alla fine ha fatto un grande business, ma è stato capace di cambiare qualcosa. Per essere chiari il suo esempio non riguarda l’arte, riguarda la proposta di un concetto astratto e gli affari. Penso che questa sia una prospettiva piuttosto fresca.

P: Il tuo lavoro, insieme a quello di altri artisti della tua generazione (tra cui alcuni artisti che lavorano con pinksummer come Sancho Silva, con il quale hai realizzato il progetto che ha inaugurato il Mudam in Lussemburgo, o a Ceal Floyer) tende a creare una distorsione percettiva, una destabilizzazione della categorie intese come dato certo rispetto alla percezione del reale. Adorno afferma che nella società moderna l’arte d’avanguardia ha una funzione critica, non perché se la pone, ma in sé. L’estetica assume quindi la funzione di movimento contro una ragione ridotta a puro formalismo, contro una razionalità strumentale al dominio di un’amministrazione globale che conduce l’umanità a una nuova barbarie. Adorno voleva dedicare la sua Estetica a Samuel Beckett, il quale pur non dicendo mai, né con parole, né con immagini che la società moderna è un campo di concentramento, lo ha dimostrato attraverso l’assurdità del processo comunicativo. Credi nella funzione sociale dell’arte? Cosa rappresenta per te il Modernismo?

T.P: Suppongo che l’arte abbia qualche tipo di funzione sociale. Ma da un’altra prospettiva penso che l’arte abbia gli stessi problemi della scienza. Se una persona normale apre “Artforum” o “Science” ci aspettiamo che ne capisca i contenuti. Ma non sono sicuro che qualcuno possa acquisire molte informazioni leggendo queste due pubblicazioni al top di entrambi i settori. Una persona resta confusa perché non ha familiarità con il contesto e ci vuole tempo per capire il contesto. Io credo che arte e scienza teoriche o pratiche che siano, propongano e testino concetti astratti. Se cercano di coinvolgere altre persone lo fanno come esempio, come esperimento. Ci sono molte più applicazioni pratiche che usano la conoscenza astratta sviluppata o riflessa dall’arte, campi che hanno un’inferiore libertà sperimentale, ma un maggiore impatto sociale . E naturalmente la modernità ha dimostrato che la conoscenza può essere diffusa e specializzata fino all’assurdo. E proprio questo che m’interessa: questa beckettiana confusione di ogni sistema specialistico.

P: Ci sembra che il tuo lavoro abbia un carattere sistemico duale: da una parte decostruisci, scomponi l’oggetto esistente con una logica a ritroso atta a comprendere l’oggetto, quando la società auspica che l’oggetto venga consumato o anche soltanto comprato, compulsivamente. Dall’altra il tuo costruire oggetti ex novo (sculture? architetture?), rimanda a un processo organico che include l’idea di tempo, di sviluppo, di progresso. Stiamo pensando alla “Serie Macula”, le sculture di cartone sovrapposto, il cui processo costruttivo viene documentato dal video, che muovendo dalla razionalità geometrica del cerchio assimilano l’architettura a un processo biomorfico. Parlaci dell’influenza che hanno avuto gli scritti di Robert Smithson e Buckminster Fuller sul tuo lavoro rispetto all’idea di natura e responsabilità in relazione al fulleriano concetto di “livingry” esteso anche alle generazioni future.

T.P: Per esempio la “Serie Macula” era proprio un test dove provavo a osservare le dinamiche di persone diverse mentre tracciavano una forma, muovendo da un cerchio e passando il cerchio disegnato a un’altra persona e così via. M’interessava l’accumularsi degli errori. Era una specie di esperimento simil statistico senza reali statistiche. Il risultato era un oggetto dove ogni strato di cartone è tagliato secondo questa linea tracciata. Potrei dire che molti dei miei lavori hanno a che fare con una risoluzione. Per esempio in questo caso se la soluzione fosse stata un cerchio tracciato perfettamente ci sarebbe stato sempre un cerchio e l’oggetto finale sarebbe stato un tubo perfetto. D’altra parte la soluzione è anche un fattore chiave quando si osserva un modello, una maquette. In questo senso considero le “Macula” come una proto-maquette, come un non-paesaggio. In ciò ci può essere una qualche connessione con “il paesaggio entropico” di Smithson. D’altra parte ho con Fuller una relazione piuttosto ambivalente. Sì, ci sono I suoi concetti olistici tipo quello della “terra astronave” o quello delle unità abitative modulari. Ma un sacco di questa roba era la conseguenza dell’ottimismo del dopoguerra. Qualche volta ho avuto dei problemi a confrontarmi con queste idee.

P: Riguardo al Proun nel 1920 El Lissiskij scrisse: “Gli abbiamo dato vita con uno scopo: la costruzione creativa di forme (e, di conseguenza, la conquista dello spazio) attraverso la costruzione economica del materiale trasformato”. Siamo curiose circa quel lavoro presentato da Max Protech che hai chiamato “Unity: After Volkerbuegel by El Lissizky”(Unità: La staffa della Nuvola di El Lissisky). Hai costruito quel lavoro con i cartoni delle uova, e anche con qualche uova. L’uovo rappresenta qualcosa in potenza. Ci sembra che nel tuo lavoro l’idea di perfezione sia correlata a quella di modello, un oggetto “nearly finished”, ma autonomo, indipendente,ma aperto a differenti possibilità. Credi che l’etica rivoluzionaria, l’etica del cambiamento e forse dell’utopia debba conservare il concetto di dinamismo?

T.P: L’idea fondamentale di utopia è quella di generare una speranza in un domani migliore. Benché una simile affermazione suoni come un cliché è forse l’unica cosa che possiamo permetterci. Mi piace la posizione di Groys che sostiene come proprio questa apologia dell’impossibilità di una critica definitiva debba essere letta come critica. Suona come una sorta di compromesso, ma è un buon compromesso che ti dà la libertà di fare qualcosa di bello e perfettamente irrilevante. Si deve accettare il fatto dell’impotenza dell’arte per essere in grado di cominciare a risolvere problemi bizzarri, astratti o locali.

P: Raccontaci qualcosa circa il progetto Paradise che presenterai da pinksummer. Perché Paradise?

T.P: Il “Paradise” di Loews nel Bronx fu l’ultimo dei grandi teatri atmosferici di John Eberson. In un certo senso ha segnato il declino dell’età d’oro della produzione cinematografica dei tardi anni ‘20. Riesci a immaginare era l’anno del crollo di Wall Street e quella gente stava costruendo una delle più opulente ed eccessive sale cinematografiche d’America. Il solo costo degli uccelli impagliati, degli alberi finti e delle piante ammontava a più di 10000 dollari che allora erano un sacco di soldi. Sono stato semplicemente affascinato da quale grande meccanismo era stato messo in opera solo perché alcuni avevano capito che era il momento perfetto per fare qualche tipo di affare. La gente cercava la fuga dalla vita quotidiana e l’ottenne. Potevano trascorrere momenti fantastici in cambio di un biglietto davvero economico. E’ sempre questione di come, perché e con quale scopo manipolare. E le sale cinematografiche erano l’essenza del business, macchine da soldi. Ma questo è qualcosa che l’Europa non ha mai realizzato. Il fatto che si possono realizzare simili modelli di business e sovvertirli per qualsiasi scopo aggradi. E’ anche il motivo per cui il socialismo uscì dalla portata della gente comune. Perché non si può obbligare la gente a pensarla come te: si dà alla gente ciò che vuole e si manipola il contenuto. La performance da pinksummer nasce da delle prove che ho fatto durante la produzione del padiglione del cinema che costruirò per il padiglione nazionale di Venezia. Le linee marcate sul pavimento di pinksummer sono la pianta del padiglione del cinema. Volevo testare le dimensioni dello spazio in relazione alla scala umana così ho chiesto al mio assistente di costruire una semplice struttura per mostrare tutti I parametri dello spazio secondo la dimensione del corpo umano. Mi hanno mandato immagini davvero interessanti e ho pensato che poteva essere un ottimo punto di partenza per una performance.

Tobias Putrih – Spogliando un Vicino

Photo credit Francesco Cardarelli

Tobias Putrih – Spogliando un vicino

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Pinksummer: Iniziamo questa conversazione “con il piede sbagliato” parlando di bellezza, una volta affermasti a proposito dei tuoi lavori: “quando mi viene da esclamare ‘che bello!’ penso di aver cominciato con il piede sbagliato. Sento che devo ricominciare da capo”.
E’ difficile pensare alla bellezza come a un attributo meramente accidentale del tuo lavoro, di fatto le tue opere sono oggettivamente belle, e tale ricorrenza della bellezza noi non siamo in grado di leggerla diversamente da un indizio di intenzionalità. E’ anche vero che le neuroscienze cognitive tendono a spazzare definitivamente l’io e forse anche l’anima dall’orizzonte di un cervello inteso come materia tendente a decidere attraverso algoritmi di tipo deterministico, come dire che non facciamo quello che vogliamo, ma vogliamo quello che facciamo, e in questo senso ti si potrebbe sollevare dalla responsabilità della bellezza intenzionale. Che dici?

Tobias Putrih: Sì, suona come una cattiva scusa. Credo di essere ancora molto responsabile per le mie decisioni. Solo mi risulta difficile relazionarmi ad una “ bellezza oggettiva”. Quello che mi interessa di più è essenzialmente il meccanismo di risposta dell’osservatore – la relazione dell’osservatore con un oggetto o un’immagine e la capacità quasi magica dell’oggetto di acquisire un potere sull’individuo. Dal feticismo merceologico di Marx, alla magia simpatica di Frazer, al lavoro di Benjamin sulla mimemis, la modernità ha cercato di capire e in un certo senso appropriarsi del potere degli oggetti e delle immagini. In quel senso la “bellezza” può essere considerata un richiamo, uno spettacolo, un meccanismo di intrappolamento che viene sempre introdotto con scopi specifici e un po’ oscuri. Dal punto di vista biologico di base, quando per esempio si parla di accoppiamento animale, questo scopo può essere chiamato riproduzione. Si può anche chiamare strategia di marketing aziendale quando si scarta un nuovo ipad. Tale bellezza è una categoria secondaria, e il suo diretto riconoscimento è sempre problematico. Ovvero, posso confessare che il lavoro sia “bello”, ma si può anche chiamare bellezza strategica e al di là di quello non si può sapere se io vi stia ingannando oppure no.

P: Sempre a proposito di attributi formali, gli ermeneuti si sono trovati spesso a parlare di ambiguità in relazione, crediamo, al tuo utilizzo di materiali semplici quali cartone, polistirolo, compensato, organizzati in forme altamente complesse che rimandano addirittura al divenire organico del design parametrico. In maniera assai candida una volta dicesti che la componente fisica del tuo lavoro ha un fondamento di tipo squisitamente situazionale: considerando che in Slovenia il mercato dell’arte non è molto sviluppato, lavorare con materiali a basso costo ti ha permesso di contenere l’investimento iniziale nel lavoro, rassicurandoti. Rispetto alla complessità, essa potrebbe forse dipendere dal tuo rapporto aporetico con l’oggetto. Sembra infatti che tu voglia creare “l’illusione fatalistica” che la materia contenga in sé la possibilità di generare forme. Parlaci in questo senso anche della tua collaborazione con i Mos.

T.P: Bè, sì, forma e sostanza sono strettamente collegate, nel senso che alcune forme portano ad un materiale specifico in maniera più naturale di altre. La decisione di realizzare un oggetto è in un certo senso sempre basato sull’economia. Specialmente per quanto riguarda la scultura bisogna pensare al peso, alla misura, all’imballaggio, perchè ognuna di queste voci ha un costo. Gli oggetti riguardano i limiti – quanto pesante e largo può essere l’oggetto perchè passi dalla porta del mio studio, chi lo conserverà, quale può essere la differenza tra rifare l’oggetto o conservarlo, quanto durerà il materiale, ecc.
Per esempio – in uno spazio a gravità zero, l’idea stessa di scultura non avrebbe più senso. Il peso è una delle caratteristiche chiave che la scultura condivide con l’architettura. La questione riguardo il peso e l’equilibrio è stata anche il punto di partenza della mia collaborazione con il gruppo di architetti MOS. Quello che ci interessava era il confine sottile tra la stabilità e il crollo. In che modo mettiamo insieme le cose e per quanto tempo possono durare. Il progetto era un riferimento al parcheggio brutalista costruito da Owen Luder a Gateshead, non lontano dal museo, che stavano demolendo mentre era in corso la nostra mostra. Ci sembrava uno spreco tale di materiale costruire un enorme edificio di cemento che sarebbe durato solo 40 anni. Ma questa è la storia dell’architettura – riguarda per quanto tempo le strutture vengono abitate, per quanto tempo se ne avrà cura per mantenerle vive e sane.

P: Rispetto al tuo “anacronismo modernista”, alla resistenza alla forma finale, all’attrazione per l’idea di modello rispetto all’architettura compiuta dell’edificio, e infine anche alla tensione per l’entropia, il collasso, il fallimento, la perdita in generale contenuti nel tuo lavoro, ma in specifico stiamo pensando a progetti quali Overhang in collaborazione con i Mos presentato al Baltic, ma anche a Quasi-Random (Study on Buckminster Fuller’s Cloud Nine Project). Alcuni hanno affermato che tu sia stato condizionato in questo senso dal crollo dell’utopia socialista, proiettandolo su quello dell’utopia liberista incarnata dal modernismo accelerato dall’economia post ’29. Tutte le grandi idee sono destinate a fallire quando si scontrano con la realtà?

T.P: Credo che le idee debbano essere viste da una prospettiva più dinamica. In questo senso credo fortemente in un punto di vista di Tatlin – che dobbiamo prima di tutto progettare l’impossibile e poi pensare alle sue possibili implicazioni. E il lavoro di Tatlin è quanto di più entropico possibile – riguarda il fallimento e l’impossibilità, ma è anche sistematico e costruttivo. E’ la questione di come mettere insieme le cose che dovrebbe essere migliorato e funzionare in futuro. In questo senso il fallimento di un esperimento è sempre una lezione. Anche oggi se guardiamo al programma spaziale russo a Star City vicino a Mosca – se, nella storia di un programma spaziale un astronauta avesse commesso un errore, questo errore sarebbe stato analizzato, rinominato in base alla persona che lo aveva commesso e insegnato ai futuri astronauti. E’ la storia negativa, entropica, che alla fine ha a che fare con il miglioramento sistematico della conoscenza.

P: “Spogliando un vicino”, questo è il titolo, che hai voluto in italiano, del progetto che presenterai da pinksummer. Chi è il vicino in senso assoluto. Ci racconti questo progetto.

T.P: Ci siamo trasferiti in un appartamento a Cambridge, in Massachusetts, e una finestra del nostro soggiorno è affacciata sulla casa di legno ricoperta di assi. Questi creano motivi semplici e curve. C’è quasi una giocosità naïve nella semplicità e nel carattere improvvisati di questa casa di legno. E ovviamente il costruttore voleva aggiungere qualcosa in più – voleva aggiungere una superficie, per proteggere la casa all’interno, ma per renderla allo stesso tempo comunque attraente.
Già all’inizio avevo capito quanto fosse piuttosto strano guardare, studiare la casa dei propri vicini, perché non importa quale potrebbe essere la mia scusa, non posso negare che io stia guardando attraverso una lente e osservando il mio vicino senza che lui ne sia a conoscenza. Bè, sto decodificando un decoro di assi, cercando di risolvere il mistero scritto sulla sua superficie. Sto solo analizzando, cercando di capire, o no?
Significa che sto realizzando un modello, costruendo assi quali sostituti, attaccandoli e staccandoli, giocando e testando. All’interno della galleria questo gioco prende un’altra forma – porto l’oggetto in galleria, lo spoglio e sistemo i pezzi sulla parete secondo un motivo, con l’idea di creare uno scambio fluido, una specie di relazione tra l’oggetto e le sue parti.

Tobias Putrih – Obfuscation

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Premettendo che questo comunicato, al di là delle indicazioni oggettive di organizzazione e allestimento inviateci da Tobias Putrih circa la sua terza personale da Pinksummer, dal titolo Obfuscation, potrebbe essere del tutto arbitrario, considerando che intenzionalmente, ci siamo attenuti alla sua laconica spiegazione, senza domandare nulla in più. Trattando di offuscamento, l’idea è quella di calcare, sotto il profilo ermeneutico, la natura morfogenica di una mostra, nel cui disegno è aprioristicamente previsto, come spesso accade nel lavoro di Putrih, che la casualità debba irrompere, ma assumendo nella specifica creazione, un significato politico più esplicito. La mostra ci appare come una sorta di elogio all’opacità che si attua attraverso un gesto semplice, tendente però a oltrepassare la sua trascurabilità attraverso la ripetizione e la partecipazione, fino a cambiare lo spazio per farvi germinare nuove idee e concetti atti alla resistenza contro l’assimetria fondante del processo. Tobias Putrih in qualche modo sembra fornirci un modello in vitro di rivoluzione sociale basata sulla potenzialità energetica del gesto marginale diffuso di protesta, che offuscando il disegno dato, permetterebbe di migliorare “a-utopicamente” il benessere su scala mondiale, gettando sabbia negli ingranaggi delle gerarchie.
Viene in mente il “trattatello” seicentesco di Torquato Accetto Della dissimulazione onesta, pubblicato a Napoli sotto la dominazione spagnola e poi riscoperto da Benedetto Croce nel 1928, tempo funestato da altri oppressori, che proprio qui a Genova ebbe la sua prima edizione critica curata da Salvatore Silvano Nigro con la presentazione di Giorgio Manganelli, in una collana condotta da Edoardo Sanguineti per la casa editrice Costa&Nolan nel 1993, anno in cui Silvio Berlusconi costituì la società di produzione multimediale Mediaset e scese in politica lanciando Forza Italia, che si strutturò come partito di centro-destra nel gennaio del 1994. L’editore Carla Costa ci ha raccontato che Luciano Lama, il “moloch” della Cgil, che alle utopie divisive preferiva i fronti democratici comuni, si presentò a Genova a un incontro con la Confindustria stringendo nella mano il raffinato manuale seicentesco in cui si legge: “La dissimulazione è una industria di non far vedere le cose come sono. Si simula quello che non è, si dissimula quello che c’è” e ancora, “Da che il primo uomo aperse gli occhi, e conobbe ch’era ignudo, procurò di celarsi anche alla vista del suo fattore; così la diligenza del nascondere quasi nacque col mondo stesso” e infine, “L’eccellente dissimulatore rimane sconosciuto per sempre, perché agisce nella ricerca del bene comune”. Il trattato morale di Accetta non incita a muoversi nella nebbia della menzogna dunque, bensì a praticare l’offuscamento della dissimulazione per mantenere la proprietà dell’essere in tempi difficili.
Immaginiamo però che il progetto Obfuscation di Tobias Putrih si ispiri a un manuale più recente dal titolo omonimo: Obfuscation. A User’s guide for privacy and protest di Fint Brunton e Helen Nissembaum, entrambi ricercatori della New York University uscito nel 2015 per The Mit Press. Gli autori del manuale dichiarano subito di voler cominciare una rivoluzione che nulla ha a che fare con la piazza e le barricate, ma che si struttura man mano attraverso l’offuscamento, inteso come deliberata costruzione di informazioni ambigue e fuorvianti al fine di interferire e guadagnare tempo sulla pervasiva sorveglianza di Google e di Facebook. Questi “imperi costruiti sui dati” trasformano le informazioni in conoscenza e questa in profitto in modo del tutto assimetrico rispetto all’utente. Gli autori incitano atti di insubordinazione informali, non coordinati, come pratica di resistenza quotidiana contro la gerarchia e il potere, traendo esempi dalla storia umana e dal mondo animale. Come migliaia di colonie piccoli polipi antozoi creano la barriera corallina, migliaia di gesti marginali di insubordinazione e offuscamento, assai difficili da reprimere, creano barriere politiche e economiche.
Gli autori citano software come TrackMeNot, Ad Nauseam, e network come Tor, che non cancellano il nostro passeggio sulla rete, ma generano false ricerche.
Le indicazioni forniteci da Tobias Putrih rispetto al progetto Obfuscation le riportiamo infine pari:
“Chiari e trasparenti pannelli multistrato di policarbonato sono posizionati lungo i muri della galleria. Un gruppo di persone raccoglie e versa la pittura attraverso i canali interni del policarbonato che sgocciolando nelle pareti interne del pannello crea linee e motivi. La trasparenza del pannello lentamente decresce. Pozzanghere di pittura si formano sul fondo. Il processo è restituito attraverso i gesti che rimarranno registrati in una serie di piccole stampe in bianco e nero.
L’obiettivo di questo processo, è compiere gesti semplici, per realizzare prototipi di oggetti accidentali, attraverso la successione casuale di piccole azioni le quali dopo molte ripetizioni producono un risultato finale non controllato da nessuno dei partecipanti.
Il processo diventa un gioco, con vaghe regole, un gioco che lascia una traccia e un suo proprio vocabolario visivo”.
La mostra sarà il risultato di un workshop con sei persone che avverrà pochi giorni prima dell’inaugurazione di “Obfuscation” , oltre alla pittura verrà usata lana, cioccolata calda liquida, carta.

Putrih Bio/CV

TOBIAS PUTRIH

CV

Tobias Putrih (1972 Kranj, Slovenia) vive e lavora a Cambridge, Massachusetts, USA, e a Ljubljana, Slovenia.

 

 

MOSTRE PERSONALI

2024

Order of Sweetness, Cukrarna, Ljubljana, Slovenia

 

2022

Steel Industry, The Museum of Modern and Contemporary Art Koroška, Ravne, Slovenia

 

2021

Perceptron, Museum of Modern and Contemporary Art, Ljubljana, Slovenia

Internal affair, Pinksummer, Genova 2016 Pa da, da, da, Galerija Kula, Split, Croazia

Slight Agitation, Fondazione Prada, Milano, Italia

Group Form, Galerie Greta Meert, Brussels, Belgio

Compressōes, Galeria Luciana Brito, San Paolo, Brasile

Obfuscation, Pinksummer, Genova, Italia

 

2015

Pale Guardians, Galerija Gregor Podnar, Berlino, Germania

 

2014

Solar Limb, Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera

Routine Inspection, Zollamt, Bad Radkesburg, Austria (parte dello Steirischer Herbst Festival)

Inspección rutinaria, Flora, Bogotá, Colombia

2013

Death of Tarelkin, Galerie Greta Meert, Brussels, Belgio

Revolution Square, ARKO Art Center, Seul, Corea del Sud (catalogo)

An Ode to the Egg, P74 Gallery, Ljubljana, Slovenia

 

2012

White City, Villa Merkel, Esslingen, Germania (catalogo)

Apropos Polly Magoo, Natalie Seroussi, Meudon, Francia

Book Tower Studio, SMAK, Ghent, Belgio

2011

When Language Goes on Holiday, Meulensteen/Protetch Gallery, New York, USA

Spogliando un vicino, Pinksummer, Genova, Italia

A,H,O,I,!, Galerija Gregor Podnar, Berlino, Germania

2010

Siska, International, Espace 315, Centre Pompidou, Parigi, Francia (catalogo)

After Frei Otto, Ludlow38, New York, USA

Majestic, Wexner Center, Columbus, Ohio, USA

2009

Without Out, MIT List Visual Arts Center, Cambridge, Massachusetts, USA (catalogo)

Overhang, BALTIC Center for Contemporary Art, Gateshead, Regno Unito

Intervention #10, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, Paesi Bassi

 

2008

Restless Subject, Kunsthaus, Zurigo, Svizzera (con Runa Islam)

White Cube, Londra, Regno Unito (con Runa Islam)

Cinéma attitudes, attitudes, Ginevra, Svizzera

Re-projection, Galerija Gregor Podnar, Berlino, Germania

Lost Cinema Lost, Galleria Civica, Modena, Italia (con Runa Islam) (catalogo)

 

2007

Venetian, Atmospheric, Padiglione della Repubblica di Slovenia, 52ª Biennale di Venezia, Italia (catalogo)

Quasi-Random, Neuberger Museum of Art, Purchase, New York, USA (catalogo)

Repertoire, Max Protetch Gallery, New York, USA

Paradise, Pinksummer, Genova, Italy

Max Protetch Gallery – Project Space, New York, USA

 

2006

A Place by Two, Galerija Gregor Podnar, Ljubljana, Slovenia

Laumeier Sculpture Park, St. Louis, Missouri, USA (catalogo)

 

2005

Max Protetch Gallery, New York, USA

Grazer Kunstverein, Graz, Austria

 

2004

Galerie Almine Rech, Parigi, Francia

 

2003

Max Protetch Gallery, New York, USA

Mala galerija, Museum of Modern Art, Ljubljana, Slovenia

 

2002

Science Fiction, Bezigrajska Galerija, Ljubljana, Slovenia

 

2001

Movie Tales, Galerija Skuc, Ljubljana, Slovenia
1999 Galerija Kapelica, Ljubljana, Slovenia

 

 

MOSTRE COLLETTIVE

2024

Moments, La Triennale della Cultura e dell’Arte Contemporanea Mitteleuropea, Olomouc, Repubblica Ceca

Against the Stream, 10ª Triennale d’Arte Contemporanea, Moderna Galerija, Ljubljana, Slovenia

 

2023

(Everything Is) Not What It Seems, Piran Civic Gallery, Piran Coastal Galleries, Slovenia

Counterimaginaries, Tromsø Kunstforenings, Tromsø, Norvegia

 

2021

Čudovitost spomina / The Wonderfulness of Memory, Cukrarna, Ljubljana, Slovenia

Bigger than Myself. Heroic Voices from ex-Yugoslavia / Più grande di me. Voci eroiche dalla ex Jugoslavia, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma, Italia

 

2019

Biennale del Cairo, Egitto

Fresh Window, MUDAM – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

Negativer Raum, ZKM, Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe, Germania

A World Viev: The Tim Fairfax Gift, Toowoomba Regional Art Gallery, Gympie, Australia

 

2018

Temporary Structures, PLATO, Ostrava, Repubblica Ceca
Triennale d’Arte Echigo Tsumari, Niigata-ken, Giappone
Volcano Extravaganza, Villa Lunatica, Stromboli, Italia
Recollection – A Journey After 28 Years, PROYECTOSMONCLOVA, Città del Messico, Messico

Futurologija – Kaj lahko umetnost jutri naredi za vas?, Mestna galerija Nova Gorica, Nova Gorica, Slovenia

The Swamp School, Il Giardino Bianco Art Space, Castello, 16ª Biennale di Architettura, Venezia, Italia

 

2017

La Biennale di Curitiba, Curitiba, Brasile

trigon 67/17. ambiente nuovo/ post environment, Künstlerhaus, Halle für Kunst & Medien, Graz, Austria.

 

2016

A History. Contemporary Art from the Centre Pompidou, Haus der Kunst, Monaco, Germania

Shape of Time – Future of Nostalgia – National Museum of Contemporary Art (MNAC), Bucharest, Romania

Biennale DeCordova New England, Lincoln, Massachusetts, USA

Um die Ecke denken – Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera

Low-Budget Utopias – Museum of Contemporary Art Metelkova , Ljubljana, Slovenia

 

2015

Reverse Order: Troika, Tobias Putrih, Larry Bell, Anne Mosseri-Marlio Galerie, Basilea, Svizzera

Crises and New Beginnings: Art in Slovenia 2005–2015, Museum of Contemporary Art Metelkova, Ljubljana, Slovenia

Vanità/Vanitas, Museo Ettore Fico, Torino, Italia

1ª Biennale TRIO, Rio de Janeiro, Brasile

Timely Manoeuvres – Ikkan Art Gallery, Singapore

The magic of art. Protagonists of Slovenian contemporary art 1968-2013, Glyptotheque, Zagreb, travelled to Künstlerhaus Wien, Vienna, Austria

Mainzer Ansichten – Kunsthalle Mainz, Magonza, Germania

 

2014

Une histoire, art, architecture et design, des années 80 à aujourd\’hui – Centre Pompidou Musée National d ́Art Moderne, Parigi, Francia

Art & Me – MUDAM – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo
Coffee & Ink – Casas Riegner Gallery, Bogotá, Colombia
September Show – Galerie Gregor Podnar, Berlino, Germania
La Magia Dell’Arte – I Protagonisti Dell’Arte Moderna Slovena 1968-2013 – Villa Manin. Centro d’arte contemporanea, Codroipo, Udine, Italia

Urbane Perspektiven – Dark City – Schafhof – Europäisches Künstlerhaus Oberbayern, Freising The Empty Pedestal – Museo Civico Archeologico di Bologna, Bologna, Italia
Film Without Film, Oberhausen Film Festival, Oberhausen, Germania

 

2013

Triple Identity: Favaretto, Maljkovic, Putrih, Contemporary Museum Istria, Pula, Croazia

Off-Modern: Ruins of the Future, Special projects of the 5th Moscow Biennale of Contemporary Art, Mosca, Russia
Ways of Working: the Incidental Object, Fondazione Merz, Torino, Italia

OK ExtraKino, OK Zentrum, Linz, Austria

Cinematic Scope, Georg Kargl Fine Arts, Vienna, Austria 2012 TRACK, SMAK, Ghent, Belgio

Light and Landscape, Storm King Sculpture Park, Mountainville, New York, USA
One Sixth of the Earth, MUSAC, Leon, Spagna; mostra itinerante presentata anche presso ZKM Zentrum, Karlsruhe, Germania

Les Detours de L’Abstracion, Mudam, Lussemburgo
Cantenmus – Choirs, the Sublime and the Exegesis of Being, Argos, Centre for Art and Media, Brussels, Belgio
Wir sind alle Astronauten, Zeppelin Museum Friedrichshafen, Germania

 

2011

MärklinWorld. Kunsthal KAdE, Amersfoort, Paesi Bassi
Auditorium Moscow. A sketch for a Public Space. Bielie Palaty, Mosca, Russia

Un’Espressione Geografica, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia

Spaceship Earth, Centre of Contemporary Art Znaki Czasu, Torun, Polonia
We Are All Astronauts – Universe Richard Buckminster Fuller, MARTa Herford, Germania

 

2010

Rehabilitation, Wiels, Bruxelles, Belgio
21st Century: Art in the First Decade, Queensland Art Gallery, Queensland, Australia

29ª Biennale di San Paolo, Brasile
Yesterday’s Tomorrows, Musée d’art contemporain de Montréal, Canada
Material World, Mass MoCA, North Adams, Massachusetts, USA
Star City: The Future Under Communism, Nottingham Contemporary, Regno Unito

Brave New World, Mudam, Lussemburgo

 

2009

Projections, Musée d’art contemporaine de Nimes, Francia
Go East II, Musée d’art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

Warsaw Under Construction, Museo d’Arte Moderna, Varsavia, Polonia

Tiempo como materia, Museu d’art Contemporani de Barcelona, Barcellona, Spagna

Là où je suis n’existe pas, Les Abattoirs, Toulouse, France

 

2008

Psycho Buildings: Architecture by Artists, The Hayward Museum, Londra, Regno Unito

Megastructure Reloaded, Berlino, Germania

Peripheral Vision and Collective Body, Museion, Bolzano, Italia

Fast-Forward, Project Space 176, Londra, Regno Unito
Transmediale 08 : Conspire, Haus der Kulturen der Welt, Berlino, Germania

 

2007

Anachronism, Argos, Bruxelles, Belgio
Multiplex – Directions in Art, 1970 to Now, MoMA, New York, USA
Forms of Resistance, Van Abbemuseum, Eindhoven, Paesi Bassi

 

2006

Erzahlungen, -35/65+ Zwei Generationen, Kunsthaus Graz, Graz, Austria

Eldorado, Mudam – Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

ArtUnlimited, Galerija Gregor Podnar, ArtBasel 37, Basilea, Svizzera

Dialogo II, Galleria Enrico Fornello, Prato, Italia

 

2005

Certain Tendencies in Representation, Thomas Dane Gallery, Londra, Regno Unito
Greater New York, PS1, Long Island City, New York, USA
Monument for America, Wattis Institute for Contemporary Arts, San Francisco, California, USA; mostra itinerante presentata anche a White Columns, New York, USA
Downtime: Constructing Leisure, New Langton Arts, San Francisco, California, USA
Trend, City Art Muesum Ljubljana, Slovenia

 

2004

Collective Effort, Baltimore Museum of Art, Baltimora, Maryland, USA

Mediteraneo, MACRO, Roma, Italia

Den Haag Skulptuur, L’Aia, Paesi Bassi
Seven Sins, Museum of Modern Art, Ljubljana, Slovenia

 

2003

ArtUnlimited, Art Basel 34, Basilea, Svizzera
In the Gorges of the Balkans, Kunsthalle Fridericianum, Kassel, Germania
U3, Museum of Modern Art, Ljubljana, Slovenia
Peter Donaldson, Kalin Lindena,Tobias Putrih, Transmission Gallery, Glasgow, Regno Unito

 

2002

Manifesta 4, Francoforte, Germania
September Horse, Kunstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania
Kunstexpeditionen, Forum del Sony Center a Postdamer Platz, Berlino, Germania

Max Protetch Gallery, New York, USA
Skuc Gallery Project, Art Moscow, Moscow, Russia
Twinklings, Galerija Skuc, Ljubljana, Slovenia

 

2001

Becomings, Museum of Contemporary Art, Tirana / City Art Museum Ljubljana, Slovenia

Shall I or shall I not?, Pavel-House, Laafeld, Austria

 

 

COMMISSIONI PUBBLICHE, BANDI

2016

UMass Lowell Art commission, Lowell, Massachusetts, USA

 

2015

Southbank Tower commission, Londra, Regno Unito

Commissione per l’Arte Pubblica della città di Ravne, Slovenia

2012

Public art commission at Public School 224, Queens, New York, USA

 

2011

Auditorium Moscow, Mosca, Russia

2010

WWB2 Auditorium, Museo d’Arte Moderna, Varsavia, Polonia

Padiglione per il Museo d’Arte Moderna di Varsavia (su invito, 2º posto – con gli architetti del MOS, New York)

2009

Sculpture park design, Canal & Varick Street, New York (con gli architetti dell’Interboro, New York)

 

 

COLLEZIONI PUBBLICHE (SELEZIONE)

Centre Pompidou, Musée National d ́Art Moderne, Parigi, Francia

Musée d’art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

Museu d’art Contemporani de Barcelona, Barcellona, Spagna

Museum of Modern Art, New York, USA

Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, Paesi Bassi

Fondazione Prada, Milano, Italia
Sprengel Museum, Hannover, Germania

Plamen Dejanoff – Collective Wishdream of Upperclass

Foto inaugurazione © Paolo Palmieri

Plamen Dejanoff – Collective Wishdream of Upperclass

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Il lavoro di Plamen Dejanov si sviluppa intorno alla relazione cultura/economia: l’artista si appropria delle dinamiche tipiche delle corporation percorrendo la strada che va dalla produzione al consumofocalizzando sulla comunicazione e provocando una osmosi tra arte e vita.
L’artista presenta il progetto Collective Wishdream of UpperclassPossibilities, basato sul cambio di residenza inteso in senso esistenziale come cambio di identità, new lifestyle. Se in epoca di produzione industriale gli oggetti erano un’estensione dell’individualità, nell’era dell’ipercapitalismo, improntata su advertising e branding, sono i prodotti che plasmano l’individuo (emblematica in questo senso la pubblicità del nuovo microscopico motorola).
Circa questo progetto Nicolas Bourriaud afferma: “Dejanoff attua, in questo caso, un’arte del riposizionamento”. L’artista, separatosi da Swetlana Heger (con cui ha collaborato dal 1995 al 2000), ha scelto di spostarsi da Vienna a Berlino, nel quartiere Mitte, in un edificio progettato dalla giovane coppia di architetti Ernst&Gruntuch finito nel 2001. La costruzione stile high-tech
ospita le corporation Adidas, Sisley, Benetton, Viva, Wir design, solo treappartamenti sono loft privati, di cui uno abitato dall’artista. L’edificio Hackesher Markt 2 è incluso in diverse guide che lo indicano tra le più interessanti architetture berlinesi. Dejanoff ha poi contattato il duo di designers parigini M/M richiedendo il logo per la nuova business card e alcuni luxurious announcement che includono immagini di esterni ed interni dell’edificio e il logo con l’indirizzo.
Questo progetto sul cambio di residenza e il cambio di nome, da Dejanov in Dejanoff (suggeritogli dalla Wir design, compagnia che crea e cura il look delle pop stars) trasforma l’esperienza esistenziale in una sorta di joint venture tipica dell’economia reale. Il nuovo ciclo produttivo di Dejanoff, in Italia, tracima nella vita reale attraverso la copertina di Flash Art aprile maggio 2002, sulla quale appare uno dei luxurious announcement in forma di advertising. All’interno sono pubblicati altri annunci e il testo”L’artista come società a responsabilità limitata” di Nicolas Bourriaud, attuale direttore del Palais de Tokyo. Collective Wishdream of Upperclass Possibilities è un progetto che verrà presentato in differenti mostre: attualmente una scultura del logo è alla Kusthalle di Hamburg nella mostra “Art&Economy”.
Da pinksummer Dejanoff presenterà un’installazione costituita da un blocco di Flash Art num. 233 e una serie di oggetti feticcio in cristallo.Recentemente il Museo Belvedere di Vienna ha cancellato la personale di Plamen Dejanoff programmata per il 26 aprile; sembra che abbiano ritenutoche il progetto fosse troppo realistico per potere essere considerato arte. Il
conformismo di Dejanoff rispetto alle dinamiche economico-sociali contemporanee è indubbiamente irritante: egli non si distacca dalla realtà per rappresentarla, ma vi si immerge dentro per viverla. Ci consoliamo pensando che il clero di Santa Maria della Scala rifiutò la “Morte della Madonna del Caravaggio” perché restituiva una Madonna troppo volgarmente
quotidiana.
Mostrandoci i suoi segmenti di vita sponsorizzati, Dejanov/ff ci fa riflettere sul progressivo assoggettamento della cultura all’economia (emblematico l’indiscutibile decadimento della televisione in nome dell’audience). Il vero conformismo dell’arte è quello di volere “épater le bourgeois” a tutti i costi con la critica riconoscibile (in quanto ideale e dunque lubrificante), per
ottenerne infine i favori.

Plamen Dejanoff – Planet of Comparison

Foto inaugurazione © Rokma

Plamen Dejanoff – Planet of Comparison

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Circa il lavoro di Plamen Dejanoff, rispetto alla focalizzazione sulle dinamiche economiche che strutturano le vite individuali e collettive delle società, si potrebbe affermare, d’acchito, ciò che Baudrillard ha scritto sugli americani, vale a dire che non ha alcun senso della simulazione, ma ne é la configurazione perfetta, ma non ne possiede il linguaggio, essendo esso stesso il modello.
Caratteristica che, rafforzata formalmente dall’estetismo maniacale delle sue opere e da titoli tipo “Collective Wishdream of Upperclass Possibilities” , lo fa apparire come un “impostore” o un “postulante” (così Nicolas Bourriaud lo definisce nel saggio Post-Production) scatenando, sia tra i curatori che tra i collezionisti, una curiosa forma di manicheismo che produce un “con” o un “contro” Dejanoff, e che talvolta si traduce in un vero e proprio fastidio di fronte al suo modo.
Abbiamo premesso d’acchito, perché di fatto Dejanoff è nato a Sofia e il capitalismo occidentale o addirittura l’iper-capitalismo occidentale, considerando che l’artista ha studiato in Giappone, è una cultura che non gli appartiene, ma di cui proprio per questo è riuscito a appropriarsi dei meccanismi, che riproduce con un radicalismo così paradossale e esasperato, apparentemente non critico, da farne risaltare per eccesso i germi dell’egotismo e della decadenza. Per di più introduce, in maniera per nulla giullaresca, le dinamiche economiche nel recinto tabuizzato della creatività, che molti amano credere libera, seppur da sempre essa si trastulli, di necessità, con i potenti di turno, gli unici d’altra parte in grado di prestarle qualcosa di più dell’orecchio.
Fu proprio con la personale da pinksummer nel 2002 che Dejanoff iniziò la sua carriera di artista individuale; in quel periodo stava attuando una sorta di riformattazione identitaria strategica rispetto a ciò che Bauman definirebbe “qualità” dell’obsolescenza programmata. La produzione della mostra in quel caso fu un contributo alla campagna di comunicazione lanciata dall’artista per riemergere rigenerato e puro, come dalla fonte battesimale. Ci chiese di acquistare la copertina di Flash Art Italia.
”Planets of Comparison” non è solo il titolo della personale da pinksummer, ma di un intero ciclo di lavoro inaugurato da Dejanoff con la grande personale che la scorsa primavera gli ha dedicato il museo di arte contemporanea di Vienna. Non ci saranno ready-made di lusso riposizionati su pedane traslucide in questa mostra, ma sculture la cui vocazione formalistica “pop” non viene contraddetta dall’attenzione per i materiali:
legno, marmo, ceramica e da una cura speciale volta alla produzione di oggetti con una sostanza di natura non più esclusivamente concettuale: siamo fuori dall’estetica post-production.
Abbiamo inteso sempre Plamen Dejanoff come un artista sociale, nel vero senso della parola, e le sue opere come una sorta di termometro dei tempi. Questo nuovo ciclo di lavori sembra esplicitare la nostalgia per un’economia estranea al credo delle privatizzazioni selvagge, delle imprese a peso zero, dei flussi di capitali, del capitale per il capitale. Quella, per fare un esempio italiano, che ha trasformato Olivetti in un contenitore
di Telecom per farla infine scomparire dal registro delle imprese per sempre. Nostalgia per un’economia che produca reddito e anche occupazione.
“Planets of Comparison” sembra narrare del nostro mondo, fatto di sfruttatori e sfruttati, di produttori e consumatori, di originali e di copie, ma su tutti i pianeti di comparazione aleggia il mito demiurgico dell’industria manifatturiera, sul quale la firma Dejanoff si posa elegante come un marchio di fabbrica (non vacua come il logo).
Raccontiamo anche di un progetto di Dejanoff che ancora non c’è, ma che speriamo di poter realizzare entro la fine della mostra, dal titolo “The Higher Powers Command”, richiamando un’opera di Sigmar Polke del 1969. L’opera di Polke, una tela grezza che presenta il solo angolo in alto a destra dipinto di nero, si prende gioco del concetto fideistico dell’ispirazione divina dell’artista.
Riguardo alla performance “The Higher Powers Command” di Dejanoff si tratta di un work in progress inluoghi diversi il cui girato andrà a costruire un film. La prima performance si è tenuta nella Kunsthalle di Kiel in Germania e, vista la sede di pinksummer che si affaccia sul bel cortile di Palazzo Ducale, l’artista ha chiesto di poter organizzare qui la seconda performance. La performance prevede la Porsche Cayenne nera dell’artista, nuova a km 0, un dj set, due meccanici Porsche vestiti da meccanici Porsche, una serie di pezzi di ricambio Porsche indicati dall’artista, un tavolo su cui vengono presentati i pezzi di ricambio. Sullo sfondo musicale, in due ore di performance, i meccanici sostituiranno i pezzi nuovi dell’auto nuova con altri pezzi nuovi seguendo le indicazioni dell’artista che a sua volta segue “The Higher Powers Command”, il divino demone dell’arte, di cui l’artista vuole essere solo il tramite.

Plamen Dejanoff

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Plamen Dejanoff

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Fummo ingenue a leggere la virata manifatturiera, avvenuta intorno al 2005, di Plamen Dejanoff, come un ritorno alla tangibilità del lavoro, dopo anni e anni di remix post-produttivo. Dejanoff stava captando piuttosto l’ultima deriva del lusso, annidata nella piega new age dell’aura energetica emanata da ciò che ci circonda: ambiente, oggetti, cibo, pets. D’altra parte il diktat su cui si regge il mondo occidentale (e dato il parziale universalismo della dottrina, per occidentale non s’intende alcun orientamento di tipo cardinale), è che i consumi devono mutare. Da lì a poco l’élite del “piccolo popolo” sarebbe stata pronta a disfarsi con dissimulato imbarazzo della Porsche Cayenne per l’automobilina elettrica; gli M&M candies e le lattine di coca cola sarebbero stati sostituiti nelle dispense dai frollini di kamut integrale e succo di soya e mirtillo rosso biologici; nelle case gli oggetti di design industriale sarebbero stati rimpiazzati con oggetti ecosolidali, ecocompatibili, legati al luogo e alla tradizione, resi unici dalle imperfezioni tipiche del “fatto a mano”. Non era più tempo per Dejanoff di apparecchiare costosi oggetti di design mescolati a opere di artisti da “waiting list” su piattaforme lisce e translucide, si doveva recuperare la scultura e anche, a suo modo, la pittura, addirittura di genere, il ritratto; si doveva ritornare ai materiali della tradizione quali marmo, bronzo, legno, ceramica, vetro e, soprattutto, i prodotti dovevano essere
rigorosamente handmade, con tanto di dichiarazione sul certificato di autenticità, non importa poi se la mano non è la sua, perché suo è il brand stampato a lettere cubitali sui manufatti che, del periodo postproduction hanno il gene pop tramandato dai suoi eroi dell’ovest Andy Warhol e Jeff Koons e, in modo assai più cattivo, dal suo eroe dell’est Sigmar Polke.
Con i “New Works” Plamen Dejanoff si apprestava a entrare nel progetto a lungo termine “Planet of Comparison”.
Di Plamen Dejanoff si dice che sia un artista marketing oriented, alcuni poi pensano che economizzi l’arte, altri che culturalizzi l’economia, di fatto la sua fascinazione priva di qualsivoglia distanza critica rispetto al capitalismo speculativo, svuotato dalle “affettività” produttive, ne fa senza dubbio un artista che ha avuto a che fare con la cortina di ferro. Progetti artistici e vita nel suo lavoro si mescolano così concretamente che non si riesce a capire mai quando finisca la realtà e inizi la rappresentazione, e ammettendo pure che reale e finzionale siano categorie assai relative, non solo oggigiorno, ma in assoluto, noi crediamo (speriamo) di intravedere in queste modalità il cinismo gelido di un hacker che attua nei suoi progetti una sorta di simulazione (Capitalism Iperreal Ism. Forse).
Era il 2002 quando appoggiammo un segmento della sua paradossale operazione di marketing identitario basata sull’idea di brand che chiamò coraggiosamente “Collective Wishdream of Upperclass possibilities”.
Ci fece acquistare la copertina n. 122 di Flash Art Italia per ripresentarsi, dopo la rottura del duo Heger/Dejanov, con un nuovo nome, una nuova città, una nuova casa/studio, una nuova auto e un logotutto suo commissionato al più “stiloso” studio di Parigi. Affidarsi a professionisti del marketing aziendale, il cui know how nulla aveva da spartire con l’individuo e i suoi drammi, fu il suo modo di ripartire dopo una crisi potente e a posteriori, ma questa è una lettura troppo incline al romanticismo perché Dejanoff possa condividerla, una strategia per ibernare i dolori dell’esistenza in un luogo freddo, di non appartenenza. In seguito a tale progetto artistico dal titolo antipatico i suoi discendenti portano un nome
studiato a tavolino con i professionisti di un’agenzia per l’immagine.
Una volta disse: “I’m interested to think about art by means of pre medium of automobile” (Sono interessato a pensare l’arte passando attraverso il pre medium dell’automobile), l’automobile è centrale rispetto a Dejanoff la cui poetica è informata da un processo duale di smaterializzazione e sublimazione, assimilabile a quello attuato dalla finanza con i subprime.
Per la seconda personale da pinksummer scelse per l’invito una fotografia in cui compariva lui stesso, di tre, quattro anni, su una lussuosissima automobilina a pedali in un parco di Sofia.
Al primo incontro con pinksummer si presentò con una macchina sportiva della BMW, frutto di un contratto che firmò insieme a Swetlana Heger nel 1999, in cui cedettero per un intero anno alla casa automobilistica di Monaco di Baviera, lo spazio nei musei e nelle pubblicazioni delle mostre a cui erano stati invitati; BMW utilizzò l’accordo per trovare nuovi potenziali vettori di marketing nell’ambiente culturale.
Nel 2002, da pinksummer, accanto a una pila di n. 122 di Flash Art Italia con il logo e l’edificio di Ernst&Gruntuch in Hachesher Markt a Berlino in copertina, Dejanoff presentò “Alle Autos”, una serie di modellini in cristallo di differenti tipi di automobile che l’agenzia per l’immagine a cui si era affidato per cambiare pelle, gli aveva consigliato per capire quale di esse avrebbe meglio calzato la nuova identità che stavano costruendogli. Gli oggetti non sono più da considerare una estensione dell’individuo, bensì rappresentano una parte essenziale rispetto a un concetto di identità assemblabile e smontabile a incastro come una costruzione di lego.
Nel 2006 Dejanoff presentò alla Kunsthalle di Kiel una performance con il medesimo titolo di un dipinto di Sigmar Polke “Hohere Wesen Befalen (Highter Beings Comand)”: l’opera di Polke presenta su una tela bianca un triangolo nero sull’angolo in alto a destra; “l’ordine dall’alto” di Dejanoff presentava una Porsche Cayenne nera a cui gli estetizzanti meccanici porscher (salopette blu, t-shirt rossa, scarpette Asics gialle), accompagnati da un dj-set, sostituivano parti nuove di serie con ricambi più ricercati e costosi. Scoprimmo in quell’occasione che un freno in ceramica della Porsche Cayenne costava quanto una Fiat Panda, ci rimanemmo secche e iniziammo a prestare attenzione a quante di quelle autovetture
si incontravano quotidianamente, anche nelle strade della parca Genova. Dejanoff in “Highter Beings Comand” dimostra in modo assai esplicito la sua falsità acritica e apolitica rispetto alla dottrina capitalista, rifacendosi al “Capitalism Real Ism” di Polke che, sulla falsariga del “Socialist Realism” rispetto al comunismo sovietico, focalizzava sull’ipocrisia libertaria delle democrazie costruite attorno al consumo, giungendo alla conclusione logica che per mantenere tali libertà e tali democrazie, un consumo di tipo dirigistico doveva essere di necessità impartito come ordine dall’alto. Il video realizzato sulla performance “Hohere Wesen Befalen” fu presentato anche in una serata organizzata dalla Porsche per
i suoi clienti VIP. Dejanoff sa giocare al cavallo di Troia.
Rispetto al comunicato stampa, abbiamo fatto questo lungo excursus sull’opera di Plamen Dejanoff, mosse in verità dalla necessità di giustificare la terza personale di un artista assai complesso e raffinatoche, invero, non sente mai il bisogno di giustificare nulla, neppure dichiarazioni tipo “But art is a luxury item, so everything we do is luxury. Just having the idea of making something in bronze is a luxury” (Ma l’arte è un articolo di lusso, di conseguenza qualsiasi cosa facciamo è lusso. Soltanto pensare di fare qualcosa in bronzo è un lusso). A proposito di “Capitalism Real Ism” e di articoli di lusso comunque, non è un caso che l’annuncio di bancarotta della Lemhan Brothers abbia coinciso con i gli hammer prices alle
stelle e il sold out dell’asta performance di Damien Hirst da Sotheby’s a Londra; le aste successive delle big auction houses sarebbero state un bagno di sangue.
Arrivando alla terza personale di Plamen Dejanoff da pinksummer, egli presenterà un frammento omeglio un’impeccabile astrazione, prodotta appositamente per la mostra, del padiglione di bronzo che vedemmo per la prima volta nella sua interezza in occasione della sua personale al Mumok di Vienna.
Leggero e traforato come un ricamo e nel contempo stabile e pesante come la grata di un carcere, il padiglione di bronzo è emblematico rispetto al real estate project dal titolo “Planet of Comparison”. Il progetto muove da una contingenza legata alla biografia dell’artista: l’acquisto o l’eredità, alla fine del comunismo, di sette case nella sua città natale Veliko Tarnovo, capitale medievale della Bulgaria e epicentro dei Balcani. Dejanoff ha inteso intervenire sulle architetture vernacolari chiamando architetti dell’Europa occidentale dal nome conosciuto, per farne un museum quartier attraverso la joint venture con istituzioni culturali dell’Europa occidentale. La manodopera e i materiali, su cui non esistono specificazioni,cabbiamo ragione di credere che siano invece autoctoni dell’Europa orientale. In poche parole si tratta di un’operazione di colonizzazione bella e buona, la medesima che, celata dalla parola integrazione, hanno agito le companies, sempre in anticipo sui governi, alla caduta del muro. I pianeti galleggiano nell’universo distanti l’uno dall’altro, si possono influenzare, ma solo in termini remotissimi, l’interazione è impraticabile perché c’è il rischio di collisione, di catastrofe. Abbiamo ragione di credere anche, che in “Planet of Comparison”, il museum quartier di Veliko Tarnovo, realizzato interamente o parzialmente, Plamen Dejanoff compari due pianeti assai estranei, quelli delle due Europe.

Plamen Dejanoff – Foundation Requirements

Foto inaugurazione © Davide Pambianchi

Plamen Dejanoff – Foudation Requirements

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A proposito di Veliko Tărnovo e della Fondazione istituita da Plamen Dejanoff nella sua città natale, sulle pagine finanziarie, risalenti al 2005, 2006, di diversi quotidiani britannici, tra cui “The Telegraph”, “The Indipendent”, si legge che c’era molto fervore intorno al boom del mercato immobiliare bulgaro.
Si scriveva di un incremento annuale costante del 6-7%, con picchi del 25%, o addirittura del 100% nella zona costiera.
Una proprietà che in Inghilterra aveva una quotazione di 150. 000 sterline, in Bulgaria si poteva acquistare per 11. 000 sterline.
A quel tempo il governo bulgaro aveva incentivato poi gli over 50 residenti all’estero, a ritornare in patria a spendere la pensione.
La zona collinare di Veliko Tărnovo fu presa d’assalto dagli inglesi.
Non ricordiamo se fu lo stesso sindaco dell’antica capitale o l’amministratore di una città limitrofa che affermò: “When the Brits arrive, services improve, infracstructure gets better, and jobs are created”.
Intanto Veliko Tărnovo, già lodata da Le Coubusier, per l’organicità della sua architettura, era stata inserita dalla “Lonely Planet” tra le mete top ten dell’Europa dell’est, alla stregua di Praga, di Cracovia e della Transilvania.
Sulla celebre guida si legge: “The evocative capital of medieval tsars, sublime Veliko Tărnovo ”.
Accade proprio nel 2006, quella che definimmo “la virata manifatturiera” del percorso di Plamen Dejanoff, in cui l’artista sembrò indicare il prodotto della manifattura, a mezza strada tra quello artigianale e l’oggetto massificato dell’industria trastificata, come l’ultima frontiera del lusso.
Sia per il costo più basso del lavoro, che per l’abilità competitiva delle maestranze bulgare, con il progetto “Planet of Comparison”, Dejanoff spostò la sua produzione artistica nell’ Est.
Fu allora o poco dopo, che decise di acquistare una serie di proprietà a Veliko Tărnovo e, a posteriori, in considerazione al “Kapitalischer iper/super Realismus” di matrice altamente performativa e riflessiva rispetto al trend economico, che connota l’opera di Dejanoff, ci siamo più volte domandate se non si trattasse di una speculazione immobiliare bella e buona, trapiantata, secondo le modalità dell’artista, nel terreno dell’arte per sentirsi veramente “a casa”.
Fu intorno al 2009 che Dejanoff decise di trasformare le proprietà in Veliko Tărnovo , istituendo una fondazione e iniziando a delinearne il contorno.
Intanto, come si legge su una pagina del 2012 del “Finantial Mirror”, nel 2009 la crisi che ha colpito i paesi dell’Eurozona, aveva bruscamente arrestato il rialzo del mercato immobiliare in Bulgaria.
La fondazione presentata da Dejanoff come uno spazio culturale pubblico, prevede la costruzione di una biblioteca, di un cinema, di uno spazio espositivo e di un laboratorio per la produzione artistica, oltre a una serie di appartamenti per residenze.
Il progetto “The Bronze House” oltre a rappresentare un diagramma immaginifico e modulare della fondazione, costituisce un prezioso veicolo di marketing strategico, funzionale a raccogliere i fondi per la realizzazione della stessa.
L’ambiente scultoreo della Bronze House è stato ideato per adattarsi a spazi, culture e paesaggi e per ampliarsi e trasformarsi, se non nell’essenza nell’apparenza, a ogni tappa espositiva in cui è stato presentato: Mumok, Vienna; Mac, Vienna; Hamburger Kunstverein, Amburgo; Mambo, Bologna; Frac Champagne – Ardenne.
Plamen Dejanoff ha comparato la sua idea di Fondazione a Veliko Tărnovo , alla Chinati Foundation, istituita da Donald Judd negli anni ’70.
Finanziata inizialmente dalla Dia Foundation di NewYork, è stata aperta al pubblico nel 1986, come istituzione indipendente, senza finalità lucrative, finanziata con denaro pubblico.
E’ trascorso molto tempo dalla prima volta che incontrammo il lavoro di Plamen Dejanoff, anzi il lavoro di Heger/Dejanov, perché allora si chiamava Dejanov e lavorava con Swetlana Heger.
Fu in occasione della mostra “After the Wall – Art and Culture in Post- Communism”, partita dal Moderna Museet di Stoccolma, e che noi vedemmo a Berlino, allestita alla Hamburger Bahnhof, nel dicembre del 2000.
Dentro a quella mostra, di cui Dejanoff non si mostrò mai particolarmente entusiasta, l’opera di Heger/Dejanov ci sembrò comunicare in un linguaggio diverso.
Soltanto molto dopo, seguendo Plamen Dejanoff nei diversi progetti (“Collective Wishdream of Upperclass possibilities”; “Planet of Comparison”; “The Bronze House”; fino a “Foundation Requirements”), ci siamo accorte che non si trattava di un idioma altro, bensì di un accento strano, che sfuggiva a qualsivoglia classificazione.
L’inclassificabilità è sempre stata la cifra del lavoro di Dejanoff, insieme all’estetica accattivante e alla capacità metamorfica intesa come metodo, e senza voler citare Engels, né tantomeno Marx e il Capitale, si potrebbe ricondurre comunque a una qualche forma di materialismo storico, sulla scia dell’evoluzionismo economico neo-liberista.
Abbiamo visto tante persone indossare l’eschimo sopra al tight, in minoranza sensibile sono coloro che indossano l’eschimo sotto al tight.
A differenza degli artisti esuli dalla “cortina di ferro”, che negli anni ’60, ‘70 dosavano magistralmente l’ironia mettendo a fuoco il galoppo economico baldanzoso della Germania del secondo dopoguerra, il lavoro di Plamen Dejanoff appare a-critico e se contiene ironia, è ben sigillata all’interno.
D’altra parte l’ironia, per quanto aspra, implica comunque una certa dose di ottimismo, determinata rispetto agli artisti del Realismo Capitalista, dalla presenza sulla scena storica, di un’alternativa, per quanto imperfetta.
L’orizzonte che ci presenta Plamen Dejanoff è privo di alternativa, è volto verso un’economia di comando e pianificazione centralizzata e globale.
Talvolta il lavoro di Dejanoff, per eccesso rappresentativo mimetico, ci appare come una specie di vaccino omeopatico potentissimo, contro il capitalismo del profitto pianificato che ha indotto gli Stati, da una parte a dismettere, più o meno velocemente, il welfare rendendo più profonde le crepe tra le classi sociali, dall’altra, sul fronte internazionale, ha scavato una voragine tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.
A volte il lavoro di Dejanoff ci appare anche densamente romantico, di un romanticismo malinconico, tanto da farci immaginare che la Bronze House, sta a Veliko Tărnovo , in Bulgaria, come la Colonna Infinita di Brancusi sta a Târgu Jiu , in Romania.
La Bronze House come una sorta di totem.
Da pinksummer per questa quarta personale, Plamen Dejanoff presenterà il progetto “Foundation Requirements”, il rimando è andato diretto all’ultima Biennale di Architettura di Venezia diretta da Rem Koolhaas, dal titolo “Fundamentals”.
Koolhaas ha voluto concentrarsi su quegli elementi fondanti dell’architettura, che ogni architetto in ogni luogo e in ogni tempo ha inevitabilmente utilizzato , tipo soffitto, pavimento, porta ect.
L’intento è stato quello di costruire una biennale sull’architettura e non sugli architetti, come se gli architetti fossero un ostacolo al naturale fluire dell’architettura.
Nel contempo Koolhaas ha dato ai padiglioni nazionali da svolgere il tema “Absorbing Modernty”, in cui veniva chiesto di ripercorrere la storia degli ultimi 100 anni delle culture e delle architetture locali, chiedendo di individuare, nel bene e nel male, come avessero reagito alla Modernità.
Questo passaggio di Koolhaas, anche se diversamente motivato, ci è parso, da una parte un curioso richiamo all’ordine, dall’altra un rifiuto temporaneo, forse lungo quanto la durata della mostra, tipo Lars Von Trier del periodo “Dogma”, dell’architettura aulica, in favore della “not pedigree architecture”.
In questo senso l’operazione ha richiamato alla memoria Bernard Rudofsky, che seppure non abbia lasciato segni fondamentali rispetto all’architettura fattiva, tranne per gli splendidi sandali Moon, indossati, tra le altre, da Jacqueline Kennedy e Jane Birkin, ha dato profondo fiato antropologico a parecchia architettura degli anni’70, con la famosa mostra presentata al MOMA nel 1964 “Architecture without Architects”.
Questo lungo discorso sui periodici richiami all’architettura vernacolare era utile a fornire un pretesto giustificativo a un artista che nei primi anni del 2000 aveva scelto di vivere a Berlino in una casa di Hackesher Markt, disegnata da Emst&Gruntuch, arredata con sedie in vetroresina di Marc Newson, e lampade Vistosi anni’50, e che adesso con il progetto “Foundation Requirements”, presenterà da pinksummer le repliche dei fondamenti/ornamenti delle case tradizionali bulgare, in modo autonomo, come fossero sculture, vantandosi degli incastri fatti a mano e dell’assenza di colla e di viti di un parquet.
Accanto alle repliche dei “fundamentals” dell’architettura locale bulgara, Plamen Dejanoff presenterà una serie di covers di locandine di film, questa volta, internazionali, al cui titolo originale ha sostituito il suo nome.

Mariana Castillo Deball – Figures Don’t Lie but Liars Can Figure

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Mariana Castillo Deball – Figures don’t lie, but liars can figure

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Pinksummer: Partiamo dal proverbio, attribuito tra gli altri a Mark Twain, che hai scelto come titolo per la mostra da pinksummer: Figures don’t lie, but liars can figure.
Montaigne affermava che chiamiamo barbaro e selvaggio ciò che non è riconducibile ai nostri usi e costumi, e che riteniamo migliore ciò che di fatto alteriamo con manipolazioni e accomodazioni adeguate al piacere dei nostri gusti corrotti. Credi che il mondo abbia una sua esistenza “oggettiva”, autonoma dalla nostra percezione/interpretazione?

Mariana Castillo Deball: Ho trovato il titolo della mostra, Figures don’t lie but liars can figure, nel libro di Roy Wagner Coyote Anthropology; una serie di conversazioni tra Wagner e Coyote, che ruotano intorno alla domanda su come il significato venga creato, un gioco a nascondino tra la percezione, la rappresentazione e la realtà. Secondo Coyote, “la percezione è una questione molto delicata”.

[Roy: “Quindi perchè la percezione è falsa?”

Coyote: “Vedy, Roy, noi non vediamo il mondo che vediamo, non sentiamo i suoni che sentiamo, non tocchiamo le cose che tocchiamo, o in nessun modo percepiamo quello che percepiamo, ma quel qualcos’altro che sta in mezzo.”

Coyote: “Certo. Come si suol dire: ‘Figures don’t lie but liars can figure’ (le cifre non mentono ma i bugiardi possono fare i conti).”

Roy : “I suoni e le forme alle quali sei stato allenato a reagire e a proiettare (cosicché ora questo è diventato completamente inconscio) formano il modello o il contenuto della realtà a prima vista. Gli spazi tra e intorno a quelle parole, o tra le parole e le cose che rappresentano, che noti solo di passaggio, formano lo sfondo della realtà al secondo sguardo.”]

P: Il problema filosofico in Grecia è nato per spiegare l’intero, la totalità delle cose, cambiando strutturalmente lo sviluppo della civiltà “occidentale” rispetto a ogni altra. La filosofia fin dalle origini ha avuto lo scopo di demitizzare. I miti antichi erano la poesia, la fantasia, l’immaginazione, ma di fatto la filosofia ha preparato il terreno per i nuovi miti della razionalità e della scienza tendenti a parcellizzare il reale. Misurandosi con la totalità del mondo la filosofia si è confrontata con la sua inarrestabile metamorfosi, il divenire, trovandosi costretta per amore di sapienza a classificarlo, catalogarlo per ripresentarlo cristallizzato dentro a cause e principi aureolati di assoluto.
Tempo fa, presentandoci il progetto per pinksummer, rifacendoti a Ovidio e alle sue Metamorfosi, affermasti che conoscere il mondo significa dissolvere la sua solidità. Il mondo di Ovidio, scrivesti, è al di là delle qualità degli attributi e delle forme che definiscono la varietà delle cose. Credi che sia possibile una “de-elenizzazione” del sapere?

MCD: [RM: Sai che cosa significa Mimolette?

MCD: Mimolette è un processo di fermentazione delle idee. Il processo consiste nel mantenere il respiro, specialmente in quei momenti in cui hai così tanti pensieri e idee che la tua testa sembra stia per esplodere. E’ in quel momento di “quasi esplosione” che l’effetto Mimolette funziona al meglio.
Agli Yanomamis non è permesso pronunciare i propri nomi. Se qualcuno si ammala, per esempio, e va dal dottore, deve essere accompagnato da un parente, così quando il dottore chiede “Come ti chiami?” l’altra persona può rispondere per lui. I nomi segreti sono più forti dei nomi pronunciati; alcune persone credono che ci sia una quantità limitata di nomi nell’universo, e se qualcosa o qualcuno rimane senza nome, diventa una tragedia.
Le idee, in questo processo di fermentazione, iniziano ad avere forme e modelli, marmi, cristalli, blu, rossi, viola, gialli, bianchi. Non ci sono colori che iniziano con M?]
Da: Forse Sì Forse No: Una conversazione tra Mariana Castillo Deball e Raimundas Malasauskas che è iniziata nel mezzo dell’alfabeto, è continuata sulle onde radio, ed è terminata intorno a mezzanotte.

P: A proposito degli uncomfortable objects su cui focalizza la mostra da pinksummer, è in corso a Genova una mostra dal titolo “Africa delle Meraviglie” curata da Giovanna Parodi da Passano (e Ivan Bargna con la collaborazione di Marc Augé), allestita dall’artista italiano Stefano Arienti. Al di là dei lavori presentati, non sapendo nulla di arte africana, ciò che ci ha incuriosito è il tentativo di sottrarre gli oggetti “esotici” dalla “violenza museale” della vetrina. In un articolo di un po’ di tempo fa, Parodi da Passano additava il museo, in particolare quello etnografico dedicato a civiltà extraeuropee, con le sue “rappresentazioni competenti” e decontestualizzanti come “luogo principe di un’oggettivazione dell’alterità culturale che assimila e assorbe i manufatti per meglio votare all’oblio le culture che li hanno prodotti”.
Spesso ti sei misurata con le “rappresentazioni competenti” per ottenere racconti del tutto finzionali, in questa mostra dal titolo che ci piace ripetere – le cifre non mentono, ma i bugiardi possono fare i conti – ci hai scritto di voler costruire una genealogia delle cose per osservarle come entità che sono state trasformate, mutate, piazzate in contesti differenti e contraddittori attraversando il tempo e lo spazio della Storia. Quello che tu definisci il non-umano, le cose scomode, hanno una possibilità di raccontarsi scontornandosi dal mondo che gli abbiamo costruito attorno?

MCD: Ultimamente, ho iniziato a collezionare dialoghi e fiabe tra non-umani, come le favole di Esopo, le Metamorfosi di Ovidio, i dialoghi di Lewis Carroll, le favole di Augusto Monterroso, Horacio Quiroga, Antonin Artaud, Sor Juana Ines de la Cruz, Mario de Andrade, Franz Kafka, e Montaigne.
All’inizio ho trovato questi dialoghi solo nei romanzi, ma successivamente ho iniziato a trovare esperimenti di questo tipo tra gli storici della scienza, filosofi, e antropologi. Credo che questo tentativo dipenda da una necessità di costruire una genealogia delle cose, per osservarle come entità che sono state trasformate, dismesse, mutate, e piazzate in diversi contesti contradditori nel corso della storia.
Che cosa hanno da dire i non-umani riguardo al mondo che abbiamo costruito intorno a loro, circa le nostre definizioni, manipolazioni e usi? Che cosa rimane degli oggetti dopo così tante manomissioni storiche e quale sarebbe la testimonianza di questi oggetti se potessero raccontarci la storia dalla loro prospettiva?
La società contemporanea è piena di oggetti scomodi, oggetti del desiderio, ricerca o immaginazione; essi rendono difficile la nostra concezione del mondo e ci inducono a prendere una posizione per cambiare completamente la nostra basilare comprensione dell’universo.
Gli oggetti scomodi vengono continuamente cancellati, rimpiazzati, neutralizzati, distrutti, per fare spazio a nuove cose, ma questa cancellazione non è mai completa, noi siamo sempre più circondati dalle cose, quasi-cose, frammenti, distorsioni e ibridi. Nel contempo c’è un contrasto tra le infinite possibilità e le risorse limitate. Il desiderio e il potere umano di trasformazione è forte e cieco, e ciò è manifesto nell’estinzione delle specie e nell’erosione delle risorse naturali.

P: Esistono oggetti confortevoli?

MCD: Penso che noi proviamo costantemente a produrre oggetti confortevoli o neutri, ma presto o tardi essi tornano a noi come detriti, fantasmi o congegni esigenti. Un oggetto confortevole è sempre relazionato ad un attore confortante.

P: Tu riconduci le due differenti attitudini cognitive al mito di Eco e Narciso, assimilando Eco alla modalità femminile e matriarcale, aperta all’ambiente e disponibile a farsi trasformare da esso. Narciso, cercando il riflesso di sé trasforma il mondo in uno specchio per affermare il suo individualismo. Tu colleghi Eco all’esperienza di riconoscere forme nelle concrezioni minerali di una grotta, dove identificare una forma richiede uno sforzo immaginativo. Narciso rappresenta la neutralità dello spazio espositivo, musei o gallerie dove le forme sono immediatamente riconoscibili. Ora, per la tua mostra, pinksummer sarà una galleria o una grotta?

MCD: La scorsa estate ho visitato la Chapada Diamantina, una regione del Brasile coperta da montagne, grotte, e altre formazioni minerali. Mentre visitavo alcune grotte accadeva spesso che la guida indicasse una particolare formazione chiedendo ai visitatori “cos’è?”. I visitatori invitati a fissare i muri astratti, tentavano di indovinare. Le figure potevano sembrare un delfino, una faccia, una sirena, una chitarra elettrica, un pezzo di pancetta. Ho trovato interessante un posto dove le figure erano apparentemente nascoste, quasi mimetizzate con l’ambiente, uno spazio dove non c’era differenza tra la figura e lo sfondo. Ho iniziato a pensare a come fossero diversi dall’esperienza della grotta i musei e le gallerie, dove lo spazio è lindo e bianco, e i lavori sono immediatamente riconoscibili. In termini di mitologia, ho pensato a Narciso come ad uno spazio espositivo, e a Eco come a una grotta. La pratica di trovare immagini all’interno dei muri e delle formazioni rocciose è vicina alla natura immaginativa di Eco, che prova a ripetere ciò che dice Narciso, ma la sua voce viene inevitabilmente distorta, diventando ogni volta altro. All’opposto, Narciso è un congegno ripetitivo, prova costantemente a confermare la sua immagine attraverso il suo riflesso nell’acqua. La conseguenza di questo gesto implica un completo rifiuto del mondo esterno, per confermare l’unicità di se stesso.

P: A proposito di Narciso e del suo egocentrismo, pensi che l’idea di progresso che ha portato a erodere le risorse limitate del nostro pianeta sia ancora un suo riflesso?

MCD: L’antropologo francese Claude Lévi-Strauss si è definito un viaggiatore, un archeologo nello spazio, cercando vanamente di ripristinare l’esotismo con l’uso di particelle e frammenti. Lévi-Strauss non è mai andato sulla Luna, ma attraverso l’esplorazione della natura umana nelle più remote parti del mondo, ci ha mostrato con la sua lente di ingrandimento la tendenza umana a raggiungere lo zero. La conoscenza umana cerca di dividere e frammentare la realtà per capirla, parole, concetti, mentalità e discipline collidono costantemente ognuna con l’altra creando particelle sempre più piccole, come polvere di luna.
Per Lévi-Strauss, l’umanità si è sempre opposta al decadimento universale. Essa appare come una macchina, forse più perfetta delle altre, che lavora nel disaggregare un ordine originario per far precipitare la materia organizzata nell’inerzia. Da quando ha iniziato a respirare e nutrirsi, fino all’invenzione dei primi strumenti termonucleari e atomici, l’uomo non ha fatto altro che dissociare allegramente milioni di strutture fino a ridurle ad uno stato in cui esse non sono più in grado di essere integrate.
Senza dubbio l’uomo ha costruito città e coltivato campi; ma, se ci pensiamo, questi risultati sono macchine destinate a produrre inerzia con un ritmo e una proporzione infinitamente più elevati rispetto all’organizzazione che essi implicano. In questo modo la civilizzazione, presa nella sua interezza, può essere descritta come un meccanismo molto complesso occupato nel fabbricare quello che gli scienziati chiamano entropia, che significa inerzia.
Per Lévi-Strauss, invece di “antropologia”, dovremmo scrivere “entropologia”, un nome per una disciplina dedicata a studiare questo processo di disintegrazione nelle sue manifestazioni più complesse.

P: Cosa presenterai da pinksummer per la tua prima mostra personale in Italia?

MCD: La mostra comprende amici e parenti di Eco, personaggi che sono costantemente in dialogo con quello che sta loro attorno, stabilendo conversazioni che trasformano di continuo la loro forma.
La mostra consiste in una serie di sculture in cartapesta, una tecnica che m’interessa da molto tempo, a causa della sua flessibilità e semplicità, e anche per il collegamento con l’artigianato messicano, dove viene utilizzata per svariati scopi. Le sculture ricordano modelli matematici impazziti, e includono anche immagini.
Stiamo realizzando in galleria un murale con una tecnica per il finto-marmo, a cui stavo pensando da parecchio tempo, che si ricollega ai miei interessi per i modelli astratti-organici, le grotte e i minerali bellissimi.
La mostra è il punto di partenza di un progetto nuovo. Questo viaggio si evolverà in una serie di fiabe di oggetti scomodi, un ritratto della società contemporanea attraverso gli occhi dei non-umani. Una raccolta di storie brevi interpretate da animali, creature mitiche, piante, oggetti inanimati, macchine e forze della natura.
L’antropologo James Clifford dà un buon esempio di come una mostra di oggetti scomodi potrebbe essere: “Abbiamo bisogno di mostre che interroghino i confini tra l’arte e il mondo dell’arte, un afflusso di artefatti “estranei” davvero indigesti. Le relazioni di potere, dove una parte dell’umanità può selezionare, valutare e collezionare prodotti autentici dell’altra, devono essere necessariamente criticate e trasformate. Questo non è un lavoro da poco. Allo stesso tempo si possono perlomeno immaginare mostre che abbiano per soggetto le produzioni impure, produzioni “non autentiche” del passato e del presente: mostre radicalmente eterogenee nel loro mix globale di stili; mostre dislocate in specifiche congiunture multi-culturali; mostre dove la natura resti “innaturale”; mostre i cui principi di incorporazione siano apertamente discutibili.” 1
Gli oggetti scomodi possono essere visti in modo straniante. Lo straniamento quindi diventa uno strumento integrante del processo creativo, implicando un’oscillazione tra la comprensione e la non comprensione. Tale alienazione, rendendoci consapevoli dei modi in cui creiamo narrazioni, discorsi e storie, ci avverte del contrasto tra la natura frammentaria della conoscenza e la sua naturale tendenza alla completezza.

1. James Clifford, The predicament of Culture, p. 213

Mariana Castillo Deball – Tamoanchan

 

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Second Nature – Guy Ben-Ner

 

 

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Guy Ben-Ner – Second Nature

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Pinksummer: Qualche anno fa Amos Oz tenne in Germania una lezione, che in seguito venne pubblicata in un libricino che in Italia uscì con il titolo “Contro il fanatismo”, nel quale focalizzava sul concetto di compromesso, muovendo dall’ambito familiare per espandersi a quello sociale-politico spinoso del conflitto mediorientale. Oz asseriva infatti di saperne riguardo all’idea di compromesso, essendo sposato con la stessa donna da quarant’anni, e continuava affermando che il compromesso non è annientamento dell’individualità, ma superamento del limite che essa impone attraverso il riconoscimento dell’altro, che a sua volta ci riconosce: un venirsi incontro a metà strada che implica il trionfo della vita sulla tanatocrazia narcisistica del fanatismo.
Il compromesso ci appare un concetto fondante rispetto al tuo lavoro che sembra scaturire dalla tensione tra l’ideale della libertà individuale (istinto umano, natura, es) e la necessità altrettanto umana di amare, ricevere amore, appartenere e difendere, strutturando la vita sociale all’interno di leggi e convenzioni (altrettanto istinto umano, civiltà, cultura super-io?). Nei tuoi “homemade movies”, assolutamente low tech, non privi di riferimenti politici, hai più volte asserito che essi sono un compromesso tra il tuo desiderio di essere artista e quello di essere un padre e un marito presente. Nel contempo, il contributo interpretativo che chiedi ai tuoi bambini, a tua moglie e alla stessa idea di casa, di intimità, sono il pegno che la tua famiglia offre per averti a casa.
Rispetto al tuo lavoro qual è la differenza tra compromesso e sacrificio?

Guy Ben-Ner: Oooo. Sapete che mia moglie ed io ci siamo appena separati qualche mese fa? Sì, il compromesso. E’ una cosa che si fa sempre. Anche quando si va in guerra o si divorzia si fanno compromessi.
Il salto che Oz fa dal privato alla politica mondiale è un po’ troppo semplice. Sembra un film di Hollywood – finché la cellula familiare è disfunzionale ci sono catastrofi mondiali – invasioni da Marte o cose del genere. Una volta che si impara a venirsi incontro – i marziani sono sconfitti, come per magia. In questo modo sembra più un programma educativo morale borghese. La questione è un po’ più complicata di così. Una delle cose che mi ha interessato nel video “Second Nature”, è il fatto che si dice che Esopo fosse uno schiavo. Ma se leggi le sue fiabe capisci che insegnano a non essere troppo ambiziosi. Le fiabe vogliono mantenere la rana – una rana. Non bisogna cercare di essere quello che non si è fatti per essere. Bisogna essere quello che si è. Tutto questo mi ha fatto pensare che Esopo non fosse uno schiavo ma un’invenzione dei padroni per tenere lontano gli schiavi dal pretendere di più di quello che avevano. È come un super Io – un’autorità esterna inserita dall’interno. Funziona meglio così. In questo senso sospetto che sia la medesima moralità di Oz.
Proporrei, alla luce del mio recente divorzio, che gli Israeliani divorzino dalla terra di Israele. Gli Ebrei sono migliori senzatetto, siamo molto più produttivi così. Ho uno slogan per Oz: rinuncia alla casa e lascia perdere il compromesso.

P: La storia dell’arte contemporanea è informata sull’idea di ready-made e tu non ne sei scevro ovviamente, trovandoti a essere un artista contemporaneo. Esistono due forme di ready-made, concettualmente antitetiche: quella della “Ruota di Bicicletta” di Duchamp fondata sull’edonismo dell’artista sovrano, e quella di “Testa di Toro” di Picasso, costituita da una sella e un manubrio di bicicletta, assai meno metafisica, ma altrettanto alchemica, più ludica e aperta forse. Nel tuo film “I’d give it to you”, “Testa di Toro” di Picasso ritorna a essere bicicletta sotto forma di dono, e infine si trasforma ancora in opera, una tua opera, attraverso l’elaborazione e la condivisione e non semplicemente la ricombinazione. Sembra che tu utilizzi l’idea di ready-made di Picasso come strumento per eludere e il dirigismo duchampiano, rispetto alla storia dell’arte, e quello politico delle democrazie contemporanee improntate sul fai da te illusionistico dei kit tipo Ikea (per adulti) o lego (per l’infanzia). In un testo critico incentrato forse proprio su “Treehouse Kit” vieni definito un ufo rispetto al mondo stereotipato dell’arte contemporanea. Cosa ne pensi?

G.B: Dopo aver ricevuto questa domanda ho cercato su google “guy ben-ner + UFO”. Sfortunatamente non ho trovato niente di interessante.
Riguardo alla domanda: cercavo di creare una metafora, che l’arte può avere una sua utilità nel mondo. Si può prendere un oggetto utile dalla strada e farlo diventare un oggetto artistico restringendone l’uso (non si può toccare la “Fontana” di Duchamp – non ci si può urinare dentro). E’ per questo che i musei hanno guardie. In questo modo gli artisti e le istituzioni funzionano come qualsiasi proprietario di un bene privato – restringono la possibilità di “godere” l’oggetto che essi “possiedono”. L’idea di costruire una bicicletta funzionante dalle cinque sculture è stato un tentativo di “redimere” gli oggetti ready-made e di restituire loro il “valore d’uso” che gli era stato tolto – in questo modo i miei figli ed io possiamo usare quelle biciclette per divertirci.
E’ una questione di economia – io sono in debito con i miei figli e li ripago attraverso l’arte (neanche a dirlo, loro hanno lavorato talmente tanto con me in questo film che il mio debito è semplicemente cresciuto). Così, alla fine, risulta essere un racconto sulle generazioni – sui padri e i loro figli (artistici o biologici), e sull’essere in debito con qualcuno e non poterlo ripagare (verso le prossime generazioni – i miei figli, e verso le precedenti generazioni – la storia dell’arte).
L’unico modo di gestire questo debito in-solvibile è creare nuovi debiti, sempre più debiti, così tanti che non si possa più tenerne traccia.

P: Quando sei stato prescelto per rappresentare Israele alla Biennale di Venezia nel 2005, hai detto che l’artista è colui che mostra i panni sporchi. Rispetto all’umorismo asciutto che contraddistingue i tuoi film, abbiamo pensato ai saggi di Freud sull’umorismo, “Witz” del 1905 e “L’Umorismo” del 1927. In “Witz” Freud considera le storielle ebree sugli ebrei come forma tipica dell’umorismo che si identifica con l’autocritica. Le storielle ebree su se stessi sono sempre un poco masochistiche e autolesionistiche, e tuttavia mostrando le proprie magagne e debolezze, si esce non solo illesi, ma anche con una dignità superiore basata sulla consapevolezza: ci viene in mente la grandezza di Chaplin, “l’omino solo che tenta di entrare nel mondo, rimanendone sostanzialmente estraneo”, ma anche quella di Woody Allen. E’ stata più volte segnalata, tra l’altro, l’influenza del cinema muto di Chaplin, Keaton, Lloyd sul tuo umorismo gestuale e in quanto tale inenarrabile. Nel saggio “L’Umorismo” Freud, senza più citare le storielle ebraiche degli ebrei dell’Europa orientale, afferma che l’umorismo è il trionfo del narcisismo e che addirittura può sfociare nella paranoia e nella mania di grandezza. Cos’è per te l’umorismo, un antidoto ai panni sporchi o un modo per dominarli?

G.B: In tutti i modi vedo le battute come uno strumento radicale, così radicale che si può morire di risate con la barzelletta giusta, come nella battuta più divertente di Monty Python (dove è così divertente che diventa letale, tanto da venire usata come un’arma da guerra). Per me quella è una metafora di quanto lo humour possa essere efficace. Io lo prendo seriamente. Cerco di metterlo in pratica.
E sì, l’aspetto psico-economico che Freud indaga in relazione alle barzellette è di tale interesse per me – in quanto, come formazioni oniriche, sono un modo per superare la censura. E’ piuttosto semplice.

P: A proposito di quel bigotto di Berkeley, a cui hai dedicato l’isolotto deserto e selvaggio costruito nel bel mezzo della tua cucina nel film “Berkeley’s Island”. Metafora, probabilmente, di un soggettivismo esasperato che sfocia nell’onanismo dell’esse est percepi. Credi che l’individualismo radicale che caratterizza la vita sociale contemporanea sia la causa della progressiva erosione della res extensa, la realtà extramentale oggettiva, lo spazio e il tempo ad esempio, che, in quanto fondamenti della res publica, ha come effetto la corrosione del patto sociale, del diritto, che si ritira lasciando posto ai salvatori di anime indifferenti alla vita, che assumono dio, il loro dio particolare, quale garante del lecito come dell’illecito.

G.B: Wow. State partendo dal presupposto che io abbia letto tutte queste cose? Che conosca il latino? Non sono così sveglio. Di fatto il nome si riferisce al radicalismo ideale del vescovo Berkeley. Questo crea un collegamento tra ciò che egli elabora – cioè di confondere il mondo esterno con le percezioni interiori, e relazionare quello stato mentale alla masturbazione che poi è la stessa procedura del film fatto-in-casa – e il fatto che bisogna usare la propria immaginazione (per esempio) per poter vedere un’isola al centro della cucina. In questo senso la connessione è positiva.
Non vorrei da questo giungere a conclusioni generali, anche se mi piace la questione che sottolineate. Ciò che dite è più interessante per me oggi, ma “Berkeley’s island” è stato realizzato dieci anni fa e allora ero ancora meno sveglio di quanto sia ora, perciò non sarebbe giusto accreditargli questo punto di vista. Facevo le cose un passo alla volta. Forse in questo caso lo spettatore è di gran lunga più intelligente del lavoro?

P: Ci ha divertito la scelta dell’immagine dell’invito fatta con le copertine dei cd con le compilation “the best” and “the Hot” di Samantha Fox e Sheryl Crow, per richiamare la Volpe e il Corvo di Esopo a cui il tuo film “Second Nature” s’ispira. Nell’immagine che ci hai mandato, quella che appare anche sull’invito di Konrad Fisher, il corvo ha imparato la lezione, non quella morale di Esopo circa i danni causati dalla superbia ai superbi, ma quella della volpe: si è fatto furbo in modo da poter cedere alle lusinghe senza rischiare di perdere il boccone di carne, peraltro rubato. Il corvo ha assicurato con una cordicina il pezzo di carne alla zampetta. Parlaci della tua morale. Presenterai altro da pinksummer?

G.B: Veramente la domanda è: puoi raccontare una favola oggi? Non è troppo arrogante pensare di poter insegnare a qualcuno? D’altra parte se credessi che l’arte non potesse trasmettere nessun tipo di lezione, o critica, al mondo, smetterei di farla. Perciò rimane lì in mezzo, umile e arrogante allo stesso tempo.
Questa è una questione interessante riguardo alle favole, il fatto che siano una forma d’arte talmente educativa. Forse il mio film riguarda più il modo in cui vengono costruiti i racconti educativi – intorno all’idea della “lezione di vita”, intorno a queste potenti strutture di formazione ed educazione, dell’esserne assoggettati.
Quello che mi è piaciuto di questa favola in particolare è che qui la “lezione di vita” non è possibile. Intendo – questa separazione tra la “lezione” e la “vita” non è possibile -. Se questa favola riguarda un essere vivente che insegna ad un altro, allora già mentre ci prova – lo sta facendo. Così quando Gwen, il corvo insegnante, prova ad insegnare ad Oreo, il corvo, a lasciare il formaggio, senza saperlo interpreta già la parte della volpe come nella favola. Pensa di provare ad insegnare, ma in realtà lo sta già facendo. E’ come un documentario che diventa improvvisamente falso.
E riguardo ai nodi: così come il cibo è legato, così sono gli animali, e così gli uomini (almeno tramite le parole di Beckett che pronunciano). L’albero lega tutti intorno a sé.
L’altro video che presenterò è “Berkeley’s island”, che è stato il primo lungometraggio narrativo che abbia realizzato, e il primo in cui abbia usato membri della mia famiglia come attori e collaboratori. Forse alcuni disegni. Non ne sono ancora sicuro.

Soundtrack – Guy Ben-Ner

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Koo Jeong A – 20

Photo credit Francesco Cardarelli

Cesare Viel

Cesare Viel nasce a Chivasso (Torino) nel 1964.
Vive e lavora a Genova come artista visivo e docente presso l’Accademia Statale Ligustica di Belle Arti di Genova.

 

EDUCAZIONE

A partire dagli esordi, alla fine degli anni Ottanta, la sua ricerca gravita intorno alle pratiche dell’installazione e della performance, e intreccia diverse tecniche e mezzi espressivi come il video, la fotografia, il disegno, la scrittura e l’oralità.

Nel 1991 si trasferisce a Genova per laurearsi in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Genova.

 

MOSTRE PERSONALI E PERFORMANCES

2023

L’inaspettato, Pinksummer Contemporary Art – Mr Lawrence, Milano, Italia

Corpi estranei, a cura di Elisa Fulco e Giulia Ingarao, Villa Zito, Palermo, Italia

In un punto del mondo, a cura di Maria Jesus Silvente e Giulia Ingarao, Centre Pompidou, Málaga, Spagna

Frasi nell’aria, a cura di Francesca Guerisoli, Fondazione Pietro e Alberto Rossini, X edizione Italian Council, Briosco (Monza Brianza)

 

2022
Corpi estranei (workshop, performance e nuovi modelli di produzione artistica), Fondazione Pietro e Alberto Rossini, Briosco (MB) / Centre Pompidou, Málaga / Villa Zito – Fondazione Sicilia, Palermo, Italia
Condividere frasi in un campo allargato, Galleria Milano, Milano in collaborazione con Pinksummer, Genova, Italia

 

2021
Fuori base dentro base, Base/Progetti per l’arte, Firenze, Italia

 

2020
Scrivere il giardino, Pinksummer, Genova, Italia

 

2019
Più nessuno da nessuna parte, a cura di Diego Sileo, PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, Italia

 

2017
Dar conto di sé. Figure, corpi, parole nell’opera di Cesare Viel, a cura di Francesca Pasini, Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti, Camogli, Italia
A passage to Camogli with Virginia Woolf, a cura di Francesca Pasini, Teatro Sociale, Camogli, Italia
Ab urbe Genua duo lykanthropi Romae (con Luca Vitone), Pinksummer goes to Rome, Roma, Italia

 

2016
Verso Jorn, a cura di Paola Valenti, Casa Museo Asger Jorn, Albissola Mare, Italia

 

2015
Infinita Ricomposizione, Pinksummer, Genova, Italia
Gropius-Wittgenstein, nell’ambito di Performance-Architecture, a cura di Barbara Fassler e Domenico Lucchini, Teatro San Materno, Ascona, Italia

 

2014
Nel nome del Padre (con Luca Vitone), Istituto Italiano di Cultura, Montevideo, Uruguay
Virginia ai panni vecchi, a cura di Antonio Leone, Palazzo Branciforte, Palermo, Italia
Tirandosi in disparte il più possibile, cacciandosi il più possibile in un punto nascosto (lecture/performance), a cura di Paola Valenti, in collaborazione con Villa Croce-Museo d’Arte Contemporanea e Università di Genova, Aula Magna, Facoltà di Lettere, Genova, Italia

 

2013
Il sogno di una cena (performance), a cura di Ilaria Bonacossa, Villa Croce-Museo d’Arte Contemporanea, Genova, Italia
Tales and Things (con Donatella Landi), a cura di Martina Adami e Maura Favero, Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea, Università La Sapienza, Roma, Italia

 

2011
Facciamo fluire via le nostre frasi, a cura di Francesca Guerisoli, Fondazione Pietro Rossini, Briosco, Italia

 

2010
Solo ciò che accade, a cura di a.titolo, CeSAC-Il Filatoio di Caraglio, Caraglio, Italia
Giorno e notte, Casabianca, Bologna, Italia

 

2009
Cul de sac (performance nell’ambito di un progetto a cura di Eva Marisaldi), Fondazione Galleria Civica, Trento, Italia

 

2008
Cesare Viel, Pinksummer, Genova, Italia
Cesare Viel. Mi gioco fino in fondo. Performance e installazioni, Museo d’Arte Contemporanea-Villa Croce, Genova, Italia

 

2007
Un appuntamento (performance), Giardini pubblici, rue des Ecoles, Parigi, Francia
Di nuovo una voce persiste (performance), Nuovo Teatro Colosseo, Fondazione Baruchello, Roma, Italia

 

2006
Progetto Bachmann (performance), a cura di Carla Subrizi, Fondazione Baruchello, Roma, Italia

 

2005
Sogno Campana (performance e installazione), a cura di Roberto Daolio, Rocca Sforzesca, Imola, Italia

 

2004
Cesare Viel, Pinksummer, Genova, Italia
Tu che mi hai disegnato, a cura di Guido Curto, Fondazione Palazzo Bricherasio, Torino, Italia
To the Lighthouse. Cesare Viel as Virginia Woolf(performance e installazione), a cura di Mario Lupano e Daniela Lotta, Teatro degli Atti, Rimini, Italia

 

2003
Accendere una lampada e sparire (performance), Galleria Emi Fontana, Milano, Italia
Operazione Bufera (performance), KleinKunstTheater, Bolzano, e Fondazione Baruchello, Roma, Italia

 

2001
VIM. Very Italian Macho (con Luca Vitone), Galleria Emi Fontana, Milano, Italia
Didascalies (con Delphine Coindet e Samy Engramer), a cura di Hélène Chouteau, La Galerie, Noisy-le-Sec, Francia
Cesare Viel, Galleria Il Graffio, Bologna, Italia

 

1999
Lost in meditation(performance), Palazzo Nervi, Torino, Italia
Una frase per lo specchio di Hyperion e altri lavori, Galleria Antonella Nicola, Torino, Italia
Ritratto di un amico(performance), Hotel Roma, Torino, Italia
Trois artistes italiens (con Stefano Arienti e Annalisa Cattani), a cura di Gabi Scardi, Istituto Italiano di Cultura, Parigi, Francia

 

1998
Seasonal Affective Disorder, a cura di Giorgio Verzotti, Galleria Artra, Milano, Italia
Le canzoni liberano la testa, Galleria Il Graffio, Bologna, Italia

 

1997
Una stanza per sé, Galleria Paolo Vitolo, Milano, Italia

 

1996
I folletti irritati (performance), Arte Fiera, Bologna, Italia

 

1994
Viaggiatori/Viaggiatrici, a cura di Francesca Pasini, Galleria Paolo Vitolo, Milano, Italia

 

1992
La comunità sintattica, Galleria Paolo Vitolo, Roma, Italia

 

1993
Esecuzioni comunicative, Galleria Paolo Vitolo, Milano, Italia

 

1991
Fra teatro e autografia, Galleria Neon, Bologna, Italia

 

1990
Noi gestiamo il disordine quotidiano del pensiero, Galleria Paolo Vitolo, Roma, Italia

 

1989
L’arte di fare facciate, Studio Oggetto, Milano, Italia

 

MOSTRE COLLETTIVE

2024

I’m gone. Do you remember me?, a cura di Zasha Colah e Francesca Verga, AR/GE Kunst, Bozen/Bolzano

2019
Artissima Telephone, a cura di Ilaria Bonacossa e Vittoria Martini, OGR, Officine Grandi Riparazioni, Torino, Italia
Iniziamo da qui, a cura di Lorenzo Bruni, Galleria Frediano Farsetti, Milano, Italia
Insomnia Cookies, a cura di Antonio Leone e Paola Nicita, Museo Internazionale delle marionette, Palermo, Italia
L’Ultimo Espaliù e il contesto italiano, a cura di Raffaele Quattrone, Rosalia Banet, Prieto Soutu, Real Academia de España, Madrid, Spagna
Artworks that ideas can buy, a cura di Cesare Pietroiusti, Oplà-Performings activities, Arte Fiera, Bologna, Italia
Esercizi quotidiani, a cura di Luca Vitone, MoRE, Museum of refused and unrealised art projects

2018
100% Italia. Cent’anni di capolavori, Museo Ettore Fico, Torino, Italia
Pictorial Goose Turn, Pinksummer goes to Palermo, Galleria Pinksummer, Palermo, Italia

2017
Deposito d’Arte Italiana Presente, a cura di Ilaria Bonacossa e Vittoria Martini, Artissima 2017, Oval, Torino, Italia
Per una lezione di meno. Performative Lecture n. 1, a cura di Rachele Palma, Ca’ Tron, IUAV, Venezia, Italia

 

2016
Frammenti di storie all’ascolto, a cura di RAM radioartemobile e Zerynthia, Casa di Reclusione di Paliano, Paliano, Italia
Studi Aperti, a cura di Francesca Gattoni e Andrea Grotteschi, varie sedi, Ameno, Lago d’Orta, Italia
Start Up. Quattro agenzie per la produzione del possibile, a cura di Maria Alicata e Carla Subrizi, Fondazione Baruchello, Roma, Italia

 

2015
Collezionare il futuro. 40 anni della collezione di Sergio Bertola, a cura di Chiara Oliveri Bertola e Ilaria Bonacossa, Villa Croce, Genova, Italia
Zoom. Fotografia italiana dalla collezione Remotti, a cura di Francesca Pasini, Fondazione Remotti, Camogli, Italia

 

2014
Apulia Land Art Festival , a cura di Francesca Guerisoli, Bosco di Cardigliano, Specchia, Italia
Ha visto i colori divini del lago di Costanza?, a cura di Caterina Benvegnù, Spazio Thetis, Venezia, Italia
Calcio d’autore, a cura di Cecilia Casorati e Anna Cestelli Guidi, Auditorium Parco della Musica, Roma, Italia

 

2013
Les Oiseaux, a cura di RAM, Nuit Blanche, Gaité Lyrique, Parigi, Francia

 

2012
Forte Piano. Le forme del suono, a cura di Achille Bonito Oliva e Anna Cestelli Guidi, Auditorium Parco della Musica, Roma, Italia

 

2011
Hear me out, a cura di Cecilia Casorati e Claudio Libero Pisano, CIAC, Castello Colonna, Genazzano, Italia
Il Belpaese dell’Arte, a cura di Giacinto Di Pietrantonio e Cristina Rodeschini, GAMEC, Bergamo, Italia

 

2009
Living with, Galleria Raffaella Cortese, Milano, Italia
Archetime, a cura di Cecilia Guida, Tank Space, New York., Stati Uniti d’America
Camuflajes, a cura di Maite Méndez Baiges, Pedro Pizarro, Carla Subrizi, La Casa Encendida, Madrid, Spagna

 

2008
Per adesso noi siamo qua, a cura di Lorenzo Bruni, Villa Romana, Firenze, Italia

 

2007
La parola nell’arte, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Italia

 

2006
Il vuoto al centro, a cura di Emanuela De Cecco, Comune di Montesilvano, Italia

Natura e metamorfosi, a cura di Marisa Vescovo,Urban Planning Exibition Center, Shanghai; Millenium Art Museum, Pechino, Cina

 

2005
Aperto per lavori in corso, a cura di Francesca Pasini e Lucia Matino, PAC, Milano, Italia
The Gesture, a cura di Sergio Risaliti, Marina Fokidis, Dafne Vitali, Quarter, Firenze, Italia

 

2004
Dimensione follia, a cura di Roberto Pinto, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento, Italia
The Mythological Machine, a cura di Francesco Manacorda, Warwick Arts Centre, Coventry, Regno Unito

 

2003
Imperfect Marriages, Galleria Emi Fontana, Milano, Italia
Fragments d’un discours italien, Mamco, Ginevra, Svizzera
Moltitudini/Solitudini, a cura di Sergio Risaliti, Museion, Bolzano, Italia

 

2002
Vis à vis. Autoritrarsi d’artista, a cura di Saretto Cincinelli e Cristiana Collu, MAN, Nuoro, Italia

 

2001
Short Stories, a cura di Roberto Pinto, La Fabbrica del Vapore, Milano, Italia
My Opinion, a cura di Francesca Pasini, Palazzo Lanfranchi, Fondazione Teseco per l’Arte, Pisa, Italia

 

2000
Fuori Uso 2000 -The Bridges, a cura di Emanuela De Cecco, Hou Hanru, Helena Kontova, Andreas Schlaegel & Angela Rosemberg, Lungo Fiume Sud, Pescara, Italia

 

1999
Oreste alla Biennale, a cura di Harald Szeemann, 48° Biennale di Venezia, Venezia, Italia
Luogo Comune. Luoghi, storie e memorie nella e della città, a cura di Gabi Scardi e Alessandra Pioselli, Openspace, Milano, Italia

 

1998
Subway, a cura di Roberto Pinto, Metropolitana Milanese, Milano, Italia
La Ville, le Jardin, la Mémoire, a cura di Carolyn Christov Bakargiev, Hans Ulrich Obrist, Laurence Bossé, Villa Medici, Accademia di Francia, Roma, Italia
Bù, a cura di Sergio Risaliti, Palazzo delle Papesse, Centro Arte Contemporanea, Siena, Italia
Disidentico, maschile femminile e oltre, a cura di Achille Bonito Oliva, Palazzo Branciforte, Palermo, Italia

 

1997
Des Histoires en Formes, a cura di Gabi Scardi, Mari Linnman, Ingrid Martraix, Le Magasin, CNAC, Grenoble, Francia
Modi e luoghi, a cura di Roberto Pinto, La Posteria, Milano, Italia
Officina Italia, a cura di Renato Barilli, Galleria d’Arte Moderna, Bologna e altre sedi, Italia

 

1996
Ultime generazioni, XII Quadriennale d’Arte, Palazzo delle Esposizioni, Roma, Italia

 

1995
Aperto Italia ’95, a cura di Francesco Bonami, Emanuela De Cecco, Helena Kontova, Gabriele Perretta, Sergio Risaliti, Marco Senaldi, Trevi Flash Art Museum, Trevi, Italia

 

1994
Soggetto/Soggetto, a cura di Francesca Pasini e Giorgio Verzotti, Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli, Torino, Italia
Europa ’94. Junge europäische Kunst in München, Galerie Gögger, Monaco, Germania

 

1993
June, a cura di Olivier Zahm, Galerie Thaddaeus Ropac, Parigi, Francia
Nuova ingegneria per l’osservazione e lampi di genio, a cura di Sergio Risaliti, Villa Montalvo, Campi Bisenzio, Italia

 

1992
Molteplici Culture, a cura di Carolyn Christov Bakargiev, Ludovico Pratesi, Museo del Folklore-Convento di Sant’ Egidio, Roma, Italia
D’ora in avanti, a cura di Renato Barilli, Fondazione Michetti, Francavilla al Mare, Italia

 

1991
Medialismo, a cura di Gabriele Perretta, Galleria Paolo Vitolo, Roma, Italia

 

1990
Italia ’90, ipotesi arte giovane, La Fabbrica del Vapore, Milano, Italia

 

1989
Yuppara, a cura di Elio Grazioli, Enrico Pedrini, Gabriele Perretta, Ex Ospedale Psichiatrico, Genova, Italia
Metessi, a cura di Gabriele Perretta, Galleria Lidia Carrieri, Roma, Italia

 

1988
Gallery as artwork, Galleria Diagramma-Luciano Inga-Pin, Milano, Italia
Agire il mondo, a cura di Chiara Guidi, Palazzo Mediceo, Seravezza, Italia

THE ICELANDIC LOVE CORPORATION – EMBODY

Photo credits Davide Pambianchi

The Icelandic Love Corporation – Embody

Pinksummer: In diversi studi sulle donne islandesi, si legge che siano profondamente emancipate, senza rinunciare in nessun modo alla propria femminilità intesa anche come fertilità, tanto è vero che l’Islanda rispetto all’Occidente ha il più alto tasso di nascite, il più alto tasso di divorzi, il più alto tasso di donne che lavorano fuori di casa. Oltre al reddito pro capite tra i sei più elevati del mondo, e al paganesimo sostanziale del popolo Islandese, che i missionari cristiani non sono riusciti a intaccare in nessun modo, lo “studio etnografico” riconduceva l’attitudine alla libertà delle donne islandesi agli antenati Vichinghi e, a titolo esemplificativo, riportava un detto che ci ha fatto ridere: “The Vikings went abroad and the women ran the show….”. A proposito di emancipazione e di arti muliebri, abbiamo letto che prima di chiamarvi con il nome internazionale “The Icelandic Love Corporation”, vi chiamavate Gjörningaklúbburinn, nome per cui non avete trovato una traduzione inglese adeguata, una parola composta che rimanda alla magia, agli incantesimi, ai malefici (witchcraft), ma anche ai circoli di taglio, cucito e ricamo (sewing circles). Il cucito, il ricamo nel vostro lavoro assumono connotazioni rituali, come a evocare uno spazio protetto, un cerchio magico, atto a fare emergere forze fisiche e emozionali nel contempo. Siete un po’ streghe?

ILC: Le donne islandesi sono molto divertenti da avere intorno – almeno le nostre amiche e la maggior parte dei nostri parenti (senza far nomi). Le saghe ci parlano di grandi personaggi che usavano il sarcasmo, tra le altre cose, come arma nella loro lotta contro l’oppressione. A noi piace usare anche l’umorismo, caratteristica che in questo senso possiamo ricondurre ai nostri antenati Vichinghi. Possiamo ringraziare i nostri antenati tenaci di tutti i tempi per un sacco di cose.
Negli anni ottanta quando siamo cresciute, le nostre madri erano tutte membri dei rispettivi circoli di cucito, che si riunivano nelle loro case a turno, più o meno ogni due settimane, e abbiamo capito che lo scopo di questi club non era solo il cucito o la maglia, ma l’amicizia e la condivisione dei sentimenti. Era un’ora emancipata di risate, sostegno reciproco e ovviamente pettegolezzi. Una di noi ricorda di quando era seduta in cucina ad ascoltare la conversazione tra qualcuna di loro che stava attraversando un divorzio e un’altra che aveva un bambino gravemente malato. Altre volte parlavano di progetti per il futuro, di carriera, di femminismo e risolvevano problemi difficili con il supporto delle amiche. Questi circoli potrebbero essere un canale per tutto. L’azione politica, l’azione sociale, la guarigione: erano caratterizzati da condivisione e forte sentimento. Eppure questo tipo di assemblea di persone non è stato molto considerato nella società. Il circolo del cucito è un gruppo sociale subordinato. L’opinione generale è che un circolo di cucito sia solo un superficiale gruppo di signore che si vedono per chiacchierare e fare centrini all’uncinetto, quando si tratta in realtà di un luogo in cui si attua un processo decisionale molto importante.
Quando eravamo insieme all’Accademia islandese di Arti e Mestieri nel 1996, abbiamo iniziato a collaborare e abbiamo visto che questo accelerava sensibilmente il processo di lavoro. Attraverso la discussione, le idee grezze si manifestavano in modo più chiaro e con più mani le cose pratiche diventavano più facili. Abbiamo deciso di chiamare il gruppo Gjörningaklúbburinn, parzialmente in onore dei club di cucito, questa pratica dei nostri antenati e anche come una provocazione in quanto il lavoro dei circoli naturalmente non è considerato vero lavoro artistico. Ma al posto del prefisso ‘maglia’ o ‘cucito’ abbiamo messo ‘gjörninga’, che significa azione o performance, ma ha una connotazione connessa agli antichi atti di magia e stregoneria. La cosa divertente da un punto di vista semiotico è che la parola inglese craft può significare al tempo stesso un’attività, come fare qualcosa con le proprie mani con abilità (ma craft è comunque subordinato a art) e stregoneria. Crafty sono quelli che hanno la magia , sono intelligenti in modo ingannevole.
Ma noi non ci consideriamo streghe. Crediamo nel potere della collaborazione e che la stregoneria sia probabilmente nascosta in essa, nelle relazioni e nell’energia tra le persone, la coscienza collettiva.

P: Uno slogan del femminismo anni ’70 recitava: “Tremate le streghe son tornate!”, ma in Islanda le streghe non sono mai finite sul rogo e hanno potuto continuare a tessere tutte le loro emozioni compresa la propria sessualità lunare, senza tema di entrare in conflitto con il logos. La parola textus di fatto deriva da tessere, il testo in questo senso può essere inteso come una trama, un tessuto di parole e la lingua nella sua struttura come una scienza pre-scientifica fondata sui due concetti basilari della semantica, vale a dire il significato e l’intendimento e se non si slega il vedere dal nominare, la lingua può essere utilizzata in modo concreto, per non dire incarnato. Si entra in un ragionamento di tipo magico-naturale, assai poco androcratico e decisamente più pacifico, che sottende quella che i greci chiamavano physis. La vostra seconda personale da pinkummer si chiama “Embody” e fa parte di un progetto articolato dal titolo “Think Less – Feel More”. Si tratta di un progetto politico?

ILC: Sì, “Think Less – Feel More” si potrebbe vedere anche come un progetto politico. Una dichiarazione del genere ha due facce, perché in contrasto con il suo enunciato richiede effettivamente di pensare. Ma nella nostra mente talvolta è ancora importante smettere di contare sul pensiero razionale che siamo tutti abituati a lodare tanto e lasciare il comando al regno delle emozioni. Il pensiero razionale non ci ha salvato dalla tragedia nel mondo, forse il contrario. Sono l’amore, l’empatia e l’attività emotiva a fondare l’etica. Quindi invitiamo le persone a sentire di più, a fidarsi dei sentimenti e ascoltare le loro emozioni.
E’ vero che in epoca medioevale solo tre donne sono state bruciate sul rogo per stregoneria o eresia in Islanda, contro 19 uomini tra il 1500 e il 1700. (La storia racconta di casi in Scandinavia, dove si è dato fuoco alle streghe in gruppi). D’altra parte 18 donne sono state annegate in Islanda per una gravidanza fuori dal matrimonio (l’ultima nel 1749). Quindi dire che allora erano libere di manifestare la loro sessualità è ambiguo.
Il mistero soggetto/oggetto è ancora vivo. Un materiale e la sua natura e physis possono evocare una complessa attività emotiva. Per Embody abbiamo creato sculture materiali derivate da performance. Questo è ciò a cui si riferisce il titolo della mostra. Le sculture o gli oggetti sono l’incarnazione di una performance, il che è un po’ strano dato che la performance di solito coinvolge il corpo, ma vogliamo sottolineare che, anche se una performance implica un corpo è comunque per lo più una cosa soggettiva o spirituale. Quindi questi oggetti che presentiamo da pinksummer sono passati attraverso il mulino del pensiero e poi presentati sotto forma di azione o momenti di astratta (o non così astratta) sensazione, la performance, che successivamente è diventata qualcosa di materiale. Per questo sono una performance incarnata.
Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme le nostre opere erano per lo più performance, ma presto abbiamo iniziato a lavorare con gli oggetti, come anche con ogni altro tipo di medium. Crediamo che tutti i nostri lavori abbiano radici nella performance.
Come la maggior parte della scultura, il nostro lavoro tridimensionale è stato creato in relazione alla forma del corpo umano e alle sue proporzioni, ma le nostre opere in più giocano sul confine tra scultura, oggetto, scenografia, costume, corpo. Affinché la nostra scultura funzioni, bisogna avvicinarla alla forma e alla soggettività di un corpo umano. In questo senso troviamo interessante investigare il rapporto tra materia ed emozione.
E ora sospettiamo anche che sia il materiale stesso ad alimentare un sentimento in se stesso, basato sull’esperienza acquisita nel corso delle performance. Il che confonde ulteriormente la distinzione tra materiale, oggetti e performance.
Una delle opere in mostra è una gigantesca tessitura di collant in nylon, che nel suo carattere colorato e stratificato acquista qualità spirituali o sciamaniche, nonostante sia piuttosto geometrica rispetto alle qualità strutturali. Proprio come il linguaggio: anche se di natura strutturale, con le sue regole e la grammatica, ha qualità magiche.

P: Nel film del 1960 diretto da Vittorio De Sica tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia “La Ciociara”, c’è una scena molto drammatica in cui Cesira, interpreta da Sofia Loren, prende a schiaffi la figlia tredicenne Rosetta che si era concessa al camionista Florindo in cambio di calze di nylon. La ragazza poco prima era stata violentata con la madre da un gruppo di soldati nord africani, che le avevano scovate in una chiesa diroccata, nel viaggio di ritorno a Roma da cui erano sfollate per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Le calze di nylon assumono in questo film un valore emblematico, di passaggio traumatizzante dall’età infantile all’età adulta della donna.
Sembra che per le donne che vivevano al di là della cortina di ferro, i collant incarnassero il sogno del ricco stile di vita occidentale e che, fino a non molto tempo fa, si potevano vedere le ragazze dell’Europa dell’est, indossare i collant anche nell’afa estiva come emblema di una condizione di benessere economico finalmente acquisito.
Su Wikipedia viene riportato che i collant sebbene siano considerati calze, non lo sono esattamente e anche che in Occidente sono un articolo femminile, ma che la situazione potrebbe cambiare da un momento all’altro, tanto è vero che gli stilisti hanno iniziato a introdurli nei defilé maschili, e i produttori hanno iniziato a proporli in Europa anche per i maschi proprio in virtù della crescente domanda.
Forse avevamo già toccato l’argomento nello scorso comunicato, ma ci piace tornare sul tema dei collant, essendo un materiale privilegiato e ricorrente nel vostro lavoro.

ILC: Abbiamo un lungo rapporto con il nylon. Abbiamo usato collant di nylon per scopi diversi. Come collant, ma anche per fare dipinti, sculture e installazioni. Possono essere utilizzati in una sorprendente varietà di modi.
Fin dalla prima infanzia la maggior parte delle donne del mondo occidentale ha un’ esperienza in qualche modo particolare con questo materiale . Come dite voi, tutto ciò riguarda ancora soprattutto l’ambito femminile, ma con l’interscambiabilità contemporanea tra tutti i tipi di generi e di identità, è diventato più attraente per gente di ogni tipo.
In Islanda riconosciamo la stessa figura di “svergognata” che descrivete in riferimento al film di Vittorio De Sica, perché i soldati inglesi e americani che hanno occupato l’Islanda (allora colonia della Danimarca), durante la seconda guerra mondiale, hanno dato alle donne e alle ragazze locali collant di nylon in cambio di favori sessuali. Ma perché questa gente li aveva portati con sé? Era un atto di guerra o una mossa imperialista equipaggiare tutti i soldati con qualche paia di calze di nylon? Oppure li hanno portati di spontanea volontà, per ogni evenienza? Si tratta di un argomento di ricerca interessante.
Il nylon e in particolare i collant di nylon sono oggetti molto interessanti in quanto tali, perché sollevano reazioni emotive diverse. Il nylon è decisamente un pezzo forte nell’ambito dei materiali. Le calze di nylon sono state commercializzate nel 1939 e subito divennero molto popolari. Il Nylon fu prodotto inizialmente da DuPont nel 1935 e ha questo intricato e contorto rapporto con la guerra, la vittoria del capitalismo e il pensiero occidentale in genere.
E’ un’invenzione abbastanza divina in sé. Realizzata in crudo greggio, è la replica del filo di baco precedentemente utilizzato per fare calze molto costose, ma più forte e più sottile, e in quanto tale, è simbolo di come la tecnologia si sforzi di replicare le creazioni della natura di solito in un modo molto goffo, ma con il nylon ha funzionato! Il nylon è un materiale sfaccettato. Super forte e super flessibile, ideale e molto attraente per le sue caratteristiche. Ma se c’è una piccola smagliatura tutto si strappa… (come talvolta accade nella società o nella vita in generale). Così abbiamo sentimenti ambivalenti nei confronti del nylon. Il sintetico è un segno distintivo. Ovviamente, rappresenta tutto ciò che sta distruggendo il pianeta. Industrializzazione fuori controllo, consumismo e cultura dell’usa e getta. Ma le calze di nylon che abbiamo usato per diversi anni hanno ben poco valore commerciale, le recuperiamo da una fabbrica in Finlandia (l’ultima fabbrica in Scandinavia che produce calze di nylon) ed è per lo più roba che butterebbero nel cestino comunque. Scarti di fabbrica. Quindi anche questo gira intorno all’idea di valore. Stiamo lavorando con i materiali che non hanno valore, ma ancora ricordano oggetti di valore e oggetti di dominio: dominio sulla natura, sul corpo femminile, sull’anima femminile. Eppure amiamo i collant di nylon. Sono un grande dono all’umanità e per tutte le persone che amano indossarli.

P: Raccontate della mostra da pinksummer e della performance che presenterete nello White Hole di Space Caviar?

ILC: Mostreremo una documentazione video della nostra performance “Think Less- Feel More”, e oggetti che incarnano questa performance e il suo spirito.
“Think Less- Feel More” presenta l’interazione su più livelli di diversi simboli e miti, che potrebbero apparire astratti a prima vista, ma che sono in realtà immagini familiari che riconosciamo nella nostra cultura collettiva. Il lavoro solleva interrogativi sulle strutture di potere, il controllo, il caos, l’abbondanza, l’attività e la passività, che sottolineano le regole i sistemi invisibili nella nostra società. Ventuno performers, attori, musicisti, ballerini e un architetto, hanno preso parte allo spettacolo che è durato circa 51 minuti ed è stato eseguito dodici volte presso la Galleria Nazionale d’Islanda. Solo quaranta persone alla volta potevano partecipare alle sessioni ed erano tutti tenuti a indossare abiti neri.
Durante il processo, dopo che abbiamo fatto la performance e abbiamo iniziato a concentrarci sull’elemento scultoreo, questi oggetti che esporremo da pinksummer hanno assunto la loro forma propria e gradatamente si sono allontanati dalla performance dalla quale hanno avuto origine. Questo è il processo naturale di tutte le entità. Quindi sarà molto interessante vederle nello spazio reale della galleria.
Tutto il nostro lavoro è collegato. Una cosa ne genera un’altra e una cosa nuova è in grado di far luce su quello che stava succedendo precedentemente. Quindi è una ragnatela piuttosto che una progressione cronologica. Questi nuovi lavori sono realizzati con materiali simili a quelli che abbiamo usato precedentemente , cose naturali accostate a materiali sintetici. Tutti oggetti abbastanza consueti, ma presentati in maniera nuova e inaspettata. Così ci colleghiamo con l’eredità surrealista creando qualcosa di nuovo da cose familiari.
Siamo tre persone che lavorano insieme e dipendiamo molto dall’intuizione e dal flusso. Le idee fluiscono tra noi e l’ambiente, e noi ci connettiamo con loro e nessuno di noi ha un concetto del tutto chiaro e razionale di cosa tutto ciò significhi. È un flusso. Ma deve anche avere un senso, preferibilmente non solo un senso razionale. Attraverso l’approccio estetico speriamo di ricavare una comprensione più profonda ed estesa dell’esistenza umana.
Non sappiamo ancora esattamente cosa faremo per la nostra performance da White Hole. Avrà a che fare con la vicinanza e l’intimità e probabilmente includerà della musica disco.

Libri The Icelandic Love Corporation

Tight
The Icelandic Love Corporation, Aura Seikkula,
2010
Amos Anderson Art Museum
ISBN 978-952-19531-79-0

Gjörninca Klubburrinn: The Icelandic Love Corporation
The Icelandic Love Corporation
2007
Reyk­javik Art Museum
ISBN 9979–769-31–9

leggi online

The Icelandic Love Corporation

The Icelandic Love Corporation è un gruppo di tre artiste : Sigrún Hrólfsdóttir (1973), Jóní Jónsdóttir (1972) e Eirún Sigurdardóttir (1971).

Si sono laureate all’Icelandic College of Arts and Crafts nel 1996. Da allora hanno vissuto e studiato a New York, Berlino e Copenhagen. Attualmente vivono e lavorano a Reykjavik, in Islanda.

 

MOSTRE PERSONALI

2025

Vagus Symphonu / Flökkusinfónía – Ásmundarsalur, Reykjavík, Islanda

 

2024

Vagus Symphony / Flökkusinfónía – with The Icelandic Symphony Orchestra, Harpa Concert Hall, Reykjavík, Islanda

 

2023
Written in Blood / Blóðuga líf – Gellery Gudny Gudmundsdottir, Berlino, Germania

Through the Portal / Skilaboð að handan – Gallery Port, Reykjavík, Islanda

 

2022
Seigla/Endurance – Norr 11, Reykjavík, Islanda

 

2020
Vatn og Olía / Water and Oil – NoNo Fest – Galleri NordNorge, Harstad, Novergia
Heel Kick / Hælspyrna – Multis.is, Mjólkursamsalan Snorrabraut, Reykjavík, Islanda

 

2019
Water and Blood / Vatn og blóð – National Gallery of Iceland, Reykjavik, Islanda
Valores – in collaboration with Kiyoshi Yamamoto, KRAFT, Bergen, Norvegia
The Newest Testament / Nýjasta testamentið  – Hverfisgalleri, Reykjavík, Islanda

 

2018
Aqua Maria Announciation / Aqua María boðun, Torgið Neskirkja, Reykjavík, Islanda
Aqua Maria – Video Video, The Nordic House, Faroe Islands, Islanda

 

2017
Baby shower for Mary – part three of The Mary’s trilogy, Lilith Performance Studio, Malmö, Svezia

 

2016
Love Conquers All – as part of the series New Nordic//, ARoS Focus, ARoS Aarhus Kunstmuseum, Danimarca

Psychography / Sálnasafn – as part of Everybody’s Spectacular Performance Festival, Reykjavík, Islanda

 

2015
Embody, pinksummer, Genova, Italia

 

2014
The Icelandic Love Corporation, The National Gallery of Iceland, Reykjavík, Islanda

 

2011
Think Less – Feel More, Lilith Performance Studio, Malmo, Svezia
Origin, Pinksummer Gallery, Genova, Italia

 

2010
Tight, Hafnarborg, Hafnarfjörður Art Museum, Reykjavík, Islanda
Tight, Amos Anderson Art Museum, Helsinki, Finlandia

 

2009
Black Swans, Kling&Bang, Reykjavik, Islanda
ILC, Platform Gallery, Winnipeg, Canada
Hospitality III, CAST Gallery, Hobart, Tasmania
Hospitality II, The Darling Foundry, Montreal, Canada

 

2008
Hospitality, Safnasafnid, Svalbardsströnd, Islanda
The Tent Lady’s Hospitality, ArdBia, Berlino, Germania

 

2007
ILC, Hafnarhusid, Reykjavik Art Museum, Islanda

 

2006
Eruption – Corruption, ArdBia, Galway, Irlanda

 

2005
Invasion – Expansion, Sudsudvestur, Keflavik, Islanda

 

2004
Cardiac Circus, i8 gallery, Reykjavik, Islanda
Cardiac Circus, Art Statements, Basel Art Fair, Svizzera
The Icelandic Love Corporation, Jack the Pelican Presents, New York, Stati Uniti d’America

 

2003
Behind the Eyes, Galerie Zink&Gegner, Munich, Germania
Behind the Eyes, The Living Art Museum, Reykjavik, Islanda
Sympathy, Galleri Verkligheten, Umeå, Svezia

 

2002
Places of Worship, Leisure Club Mogadishni, Copenhagen, Danimarca

 

2001
The Icelandic Love Corporation, Galleri Hlemmur, Reykjavik, Islanda

 

2000
Ongarden, i8 gallery, Reykjavik, Islanda

 

1999
Hope, OneOOne Gallery, Reykjavik, Islanda
Higher Beings, Gallery GUK, Garden, Udhus, Kitchen, Selfoss, Leijre, Hannover, Germania

 

1998
The Future is Beautiful, Gallery Sævar Karl, Reykjavik, Islanda

 

1997
Freedom – Beauty – Freetime, Gerduberg Cultural Center, Reykjavik, Islanda

 

1996
Laboratory L.O.V.E, Café Mokka, Reykjavik, Islanda

 

MOSTRE COLLETTIVE

2025

The Mirror Project – Teatro Pirandello, Agrigento, Sicilia, Italia

Art is Our Only Hope! – Reykjavík Art Museum, Reykjavík, Islanda

Homage to Older Woman – Billboard Festival Copenhagen, Denmark

 

2024

The Advent Calander – The Living Art Museum, Reykjavík, Islanda

148 artworks from Arion Bank art collection – Borgartun, Reykjavik, Islanda
Lend me wings. Vigdis Finnbogadottir – life and impact – The Vigdis International Centre, The Telegraph Station, Reykjavik, Islanda
Catch Me If You Can – ERES Projects, München, Germania

Centre, The Telegraph Station, Reykjavík, Islanda

 

2023
Our Art – Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Islanda
Kaleidoscope: Icelandic 21st Century art – Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Iceland Kollegar – Gallery Port, Reykjavik, Islanda
Resistance / Vionam – The House of Collections, National Gallery of Iceland, Reykjavik, Islanda
In Good Company. Films by International Art Collectives – Centro de Cultura Audiovisual, Gran Canaria
Staged Moments – National Gallery of Iceland, Reykjavik, Islanda

 

2022
In Good Company. Films by International Art Collectives – Centro de Cultura Audiovisual, Gran Canaria
Staged Moments – National Gallery of Iceland, Reykjavík, Islanda

 

2021
Fjölfeldi – hlutfeldi – margfeldi, Reykjanes Art Museum, Islanda
Turbulence – LÁ Art Museum, Hveragerði, Islanda
Kjarval and the Contemporary – Reykjavík Art Museum, Reykjavík, Islanda

 

2020
Landscapes of Trauma: a Reflection on Wonder – Reykjanes Art Museum, Islanda
Billboard Festival Istanbul, Turchia
When Globe Means Home – This Is Our Story, Gallerie dell Prigioni, Imago Mundi Museum, Treviso, Italia
After All – Gerðarsafn Kópavogur Art Museum, Islanda
Reflections of the Sea – Felleshus, Berlino, Germania

 

2019
Human Condition – Draft of Contemporary Art History in Iceland – Reykjavík Art Museum, Reykjavík, Islanda
Aqua Maria – Video Video – Nikolaj Kunsthal, Copenhagen, Danimarca

 

2018
Imago Mundi – Art Theorema #1, Benetton Foundation and Fabrica, Salone degli Incanti, Trieste, Italia

 

2017
Terrains of the Body- Photography from the National Museum of Women in the Arts-Whitechapel Gallery, Londra, Regno Unito
Love Songs – Collaboration with Ensamble Adapter and Juliana Hodkinson, Cycle Music and Art Festival, Iceland Snowball 9 – Djúpvogur, Islanda
Treasures of a Nation – Selected works from the collection, National Gallery of Iceland, Reykjavík, Islanda
Bout – Video Works from the Collection, Reykjavik Art Museum, Reykjavík, Islanda

 

2016
Borrowed Time: Icelandic Artist Look Forward – Scandinavia House, New York, Stati Uniti d’America
Art For Action, Icelandic Art in the service of sustainability – The United Nations, New York, Stati Uniti d’America

 

2015
WildwomanWoodooGrannyDoilyCrochet – Björk, MoMA, New York, Stati Uniti d’America
Attic and Evolution, Challenge – Arnesinga Art Museum, Hveragerði, Islanda
Billboard Festival, Casablanca, Marocco

 

2014
Think Less Feel More (film) and Connect Adjust Repeat (performance) – Theseus Temple, OnSite, Vienna, Austria
Nest – Selected works from the Collection, The National Gallery of Iceland, Reykjavik, Islanda
Tent Lady – Your Compound View, selection from the collection, Hafnarhúsið, Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Islanda
Faces – Icelandic Portraiture, Akureyri Center for Visual Arts, Islanda

 

2013
Bombshell – The Biggest Minority in the World, Verkstedhallen Svartlamon, Trondheim, Norvegia
Investigation of the Soul – Merry Melancholy – Nordic Station, Eskilstuna Konstmuseum, Svezia
The Third Dimension – Personal Structures, Palazzo Bembo, 55th Esposizione Internazionale d’Arte, Biennale di Venezia, Venezia, Italia

 

2012
Web – (I)ndependent People), Reykjavik Art Festival, Hafnarhusid, Reykjavik Art Museum, Islanda
Dynasty (film) – Great Outdoors, Pace Digital Gallery, New York, Stati Uniti d’America
The Tent Lady’s Hospitality – She’s Here, Fotogalleriet, Oslo, Norvegia
The Tent Lady’s Hospitality – She’s Here, Kamarade, Stoccolma, Svezia
Kleina – Museum of Longing and Failure, New York, Stati Uniti d’America
WildWomanVoodooGrannyDoilyCrochet – Arnesinga Art Museum, Hveragerdi, Islanda
Hreiður – MHR 40 year. Kling og Bang, Reykjavik, Islanda
Thank You – Galleri 69, Oslo, Norvegia

 

2011
Woman, Off the Beaten Path, Chicago Cultural Center, Chicago, Stati Uniti d’America
The Tent Lady’s Hospitality, Centre d’Art Contemporain, Chamarande, Francia
Portraet Nu, Det Nationalhistoriske Museum, Frederiksborg Slot, Danimarca

 

2010
Dynasty and DejaVu (Creation – Corruption – Celebration Remix) – Nordens U-land?, Fargfabriken, Östersund, Svezia
Woman, Off the Beaten Path, Museo Universitario del Chopo, Città del Messico, Messico
Dynasty, Following People and Drinking Milk, Hafnarborg, Listasafn Hafnarfjarðar, Islanda

 

2009
Thank You, Lífróður, Hafnarborg, Listasafn Hafnarfjarðar, Islanda
Woman, Off the Beaten Path, Stenersen Museum, Oslo, Norvegia
Indeed, of course!, Brennið þið vitar! Gardskagaviti Lighthouse, Iceland Arts Festival, Islanda
Zeitgeist, Fashion Biennale, Arnheim, Paesi Bassi
Dreams of the Sublime in contemporary Icelandic Art, Kuntsi Museum of Modern Art, Vaasa, Finlandia

 

2008
From Another Shore: Recent Icelandic Art, Scandinavia House, New York, Stati Uniti d’America
Dynasty, Australian Cinematheque, Queensland Gallery of Modern Art, Brisbane, Australia
Dreams of Sublime and Nowhere, Reykjavik Art Museum, Kjarvalsstadir, Reykjavik, Islanda
Photofestival, Toronto, Canada
As the Sun Rises, The Drake Hotel, Toronto, Canada
Dreams of Sublime and Nowhere, BOZAR, Centre for Fine Arts, Bruxelles, Belgio
Envisioning Change, Ministry of Culture, Salle d’Expositon, Quai Antoine, Monaco

 

2007
Dynasty, Envisioning Change, NWM, BOZAR Centre for Fine Arts, Bruxelles, Belgio
The Tent Lady, The Tent Show, Nikolaj Kunsthallen, Copenhagen, Danimarca
Dynasty, World Environment Day, The Natural World Museum, Nobel Peace Center, Oslo, Norvegia
Mother Earth, The Natural World Museum, San Francisco City Hall, San Francisco, Stati Uniti d’America
The Believers, MassMoca, Massachusetts, Stati Uniti d’America

 

2006
Sympathy and Thank You, MIACA, Tokyo, Giappone
Thank You and Sympathy, The Singing Swinging North, ParisPhoto, Carousel de Louvre, Parigi, Francia
Sequences, in collaboration with Nepco, Reykjavik, Islanda
Icelandic Video Art, Kunst-Werke, Berlino, Germania
Cold Climates, The Living Art Museum, Reykjavik, Islanda

 

2005
Tivoli, Arnesinga Art Museum, Hveragerdi, Islanda

 

2004
New Icelandic Art, Icelandic National Museum, Islanda
Nordic Art, Museum Kuppersmuhle, Duisburg, Germania
IJs/Ice, Museum Dhondt – Dhaenens, Ghent, Belgio
Where Do We Go From Here, Gallery Tanya Bonakdar, New York, Stati Uniti d’America
Sons and Dottirs, Tent, Rotterdam, Paesi Bassi
Brooklyn EUphoria, Volume, Brooklyn, New York, Stati Uniti d’America
Cold Climates, A.P.T. Gallery, Londra, Regno Unito
Boys and Girls, Zacheta Gallery, Varsavia, Polonia
Berlin North, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania
Where Do We Go From Here? Comment rester Zen, Museum am Ostwall, Dortmund, Germania

 

2003
Behind the Eyes, Bergen Kunsthall, Norvegia
Thank You, video screening, Culture Night, National Gallery, Reykjavik, Islanda
LA International, LAtch Gallery, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Seasons of Icelandic Photography, Kjarvalsstadir, Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Islanda
Praguebiennale1, National Gallery, Praga, Repubblica Ceca
Comment Rester Zen, Centre Culturel Suisse, Parigi, Francia
Greyscale/CMYK, Royal Hibernian Academy, Dublino, Irlanda
Billboardprojekt – www.women2003.dk, Copenhagen, Danimarca
Multiples x 7“ – Project, Dublino, Irlanda

 

2002
Seasons of Icelandic Photography, Moscow House of Photography, Mosca, Russia
Greyscale/CMYK, Tramway, Glasgow, Scozia, Regno Unito
Madness, Artcite, Windsor, Canada
Peepshow, The Lusty Lady, Seattle, San Francisco, Stati Uniti d’America
Women Good Enough to Eat, Roebling Hall, New York, Stati Uniti d’America

 

2001
Disklo and Hotel Paradise, Anteprima Bovisa, Palazzo della Triennale, Milanp, Italia
Melody, Multikulturiimaja on wheels, Sanatorium, Narva-Joesuu, Estonia
Face-Painting, Summer camp, PushFirmaBeige, Helsinki, Finlandia

 

2000
White, Black, Grey, Independence Day, Gerdarsafn, Kopavogur, Islanda
Hope, Centre d’Art Contemporain, Sete, Francia
@, Icelandic National Art Museum, Reykjavik, Islanda
Women Good Enough to Eat, Viva Scanland, Catalyst Arts, Belfast, Irlanda
Ongarden, LKW, Kunst in der Stadt, Kunstverein Bregenz, Austria

 

1999
Women good enough to eat, Get Together, Kunst als Teamwork, Kunsthalle Vienna, Austria
Higher Beings, An Icelandic Bone in a Swedish Sock, Gallery 54, Gothenburg, Svezia, Regno Unito
Higher Beings, Midnight Walkers and City Sleepers, Red Light District, Amsterdam, Paesi Bassi

 

1998
Hotel Paradise, -30/60+, Kjarvalsstadir, Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Islanda
A Fresh Start II, Momentum Biennial, Moss, Norvegia
A Fresh Start, In The Flesh, The Living Art Museum, Reykjavik, Islanda

 

1997
Women good enough to eat, Myndlist 97, Hafnarhusid, Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Islanda

 

PERFORMANCE

2024
Combination – The Icelandic Art Price, Icelandic Art Center, Ionó Theater Reykjavík, Islanda

 

2022
Witness – Performance Nebula, Reykjavík Art Museum, Reykjavik, Islanda
Masters of Ceremony / Athafnakonur – Friendship Wedding Ceremony / Vinagifting aldarinnar for Tara Njála and Silfrún Una, Klömbrum, Blönduósi, Islanda

 

2021
SUÐ with Tara Njála and Silfrún Una – King og Bong í Kling og Bang, Kling og Bang, Reykjavík, Islanda

 

2020
Love – Life – Art, NoNo Fest – Galleri NordNorge, Harstad, Norvegia
Heart Chakra, privat party, Reykjavík, Islanda

 

2019
The Tour, Transart19 Festival – Bolzano, Italia
Valores – in collaboration with Kiyoshi Yamamoto –  KRAFT, Bergen, Norvegia
Love Songs – in collaboration with Ensemble Adapter and Juliana Hodkinson – Borealis Music Festival, Bergen, Norvegia

 

2018
Power Pearls – Design March, The National Gallery of Iceland, Islanda
Aqua Maria Announciation / Aqua María boðun, Torgið Neskirkja, Reykjavík, Islanda
Aqua Maria – Art group of Reykjavík 2018 a formal announciation by Reykjavík City’s Department of Culture and Tourism, Iðnó Theater Reykjavík, Islanda

 

2017
Baby Shower for Mary – part three of The Mary’s trilogy, Lilith Performance Studion, Malmö, Svezia
Mary Comes to Town – part two of The Mary’s trilogy, A! performance festival Akureyri, Islanda
Mary Says Hallo – part one of The Mary’s trilogy, Siglufjörður, Islanda

 

2016
Human Ceremony – Aros Art museum, Arhus, Danimarca
Psychography / Sálnasafn – Everybody´s Spectacular Performance Festival, Reykjavík, Islanda

 

2015
Mesh – Reykjavík Art Museum, Reykjavík, Islanda
Ceremony Harmony – Cycle Music and Art Festival, Kópavogur, Islanda
Cermony Harmony –  Cycle Music and Art Festival at Import Project Berlino, Germania

 

2014
Connect Adjust Repeat – Theseus Temple. OnSite, Vienna, Austria
Think Less Feel More – The National Gallery of Iceland, Islanda

 

2012
President Performance – for Þóra Arnórsdóttir, Idno, Reykjavik, Islanda

 

2011
Think Less Feel More – Lilith Performance Studio, Malmö, Svezia

 

2010
DejaVu (Creation – Corruption – Celebration Remix) – Nordens U-land?, Fargfabriken, Östersund, Svezia
Power, Amos Anderson Art Museum, Helsinki, Finlandia

 

2009
Eruption – Corruption, Live Action New York, The Scandinavia House, New York, Stati Uniti d’America
VIP, Rethink, Kunsthallen Nikolaj, Copenhagen, Danimarca
VIP, The Darling Foundry, Montreal, Canada
Kleinur, The Drake Hotel, Toronto, Canada

 

2008
Intimacy Circus, Sirkus, a Kling&Bang project, Frieze Art Fair, Londra, Regno Unito
VIP, ID Lab, Reykjavik Art Museum, Hafnarhusid,, Reykjavik, Islanda
Poodle Circus – recitation, BIL 80 years anniversary, Reykjavik Art Museum,Hafnarhusid, Reykjavik, Islanda
Intimacy Circus – recitation, on Karl Holmquist’s stage, The Living Art Museum, Reykjavik, Islanda
The Butterfly Effect, For Unifem, The Free Masons House, Reykjavik, Islanda

 

2007
Nordic performance, with Hilmar Orn Hilmarsson, Norraena Félagid, Hafnarhusid, Reykjavik, Islanda

 

2006
Eruption – Corruption, ArdBia, Galway, Irlanda
Tree Destruction Activity, HAETTA, Laugardalsholl, Reykjavik, Islanda

 

2005
Eruption – Corruption, Se!Next, Tromsoe, Norvegia
Eruption – Corruption, Break the Ice, Nordscen, City Hall, Reykjavik, Islanda
Eruption – Corruption, Artistic Strategies, Moderna Museet, Stoccolma, Svezia
Creation – Corruption – Celebration, Kunsthalle Schirn, Francoforte sul Meno, Germania

 

2004
Eruption – Corruption, Dosensos, The Empire, Londra, Regno Unito
Eruption – Corruption, Icelandic Embassy, Berlino, Germania
Intimacy Circus, Nordic Excellence, Stoccolma, Svezia
Intimacy Circus, IJs/Ice, Museum Dhont-Dhanens, Ghent, Belgio
Intimacy Circus, Motel Mozaique Festival, Rotterdam, Paesi Bassi
Intimacy Circus, Jack the Pelican Presents, New York, Stati Uniti d’America
Crystal Rain, with Ragnar Kjartansson, Klink&Bank, Reykjavik, Islanda
Crystal Rain, with Ragnar Kjartansson, Boys and Girls, Zacheta Gallery, Varsavia, Polonia
Crystal Rain, with Ragnar Kjartansson, Berlin North, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania

 

2003
Crystal Rain, with Ragnar Kjartansson, opening of Nordatlantisk Brygge, Copenhagen, Danimarca
Crystal Rain, with Ragnar Kjartansson, Behind the Eyes, Bergen Kunsthall, Bergen, Norvegia
Ceremony Harmony, Feast/Hospitality, Rum 46, Aarhus, Danimarca
Requiem, with The Reykjavik Fire Department, Reykjavik, Islanda
Lottery, V-day, City Theatre, Reykjavik, Islanda

 

2002
Sympathy, Greyscale/CMYK, Tramway, Glasgow, Scozia, Regno Unito
Ceremony Harmony, Converter project ll, The Living Art Museum, Reykjavik, Islanda
Thank You, Mosaik, RUV National Television, Reykjavik, Islanda
Rendez-vous, ILC and The Reykjavik Fire Department, Open air, Reykjavik, Islanda
Show girls, Strompleikurinn, National Theatre, Reykjavik, Islanda

 

2001
Higher Beings Love Champagne, The Cargo Club, London Art Week, Lotta Hammer Gallery, Londra, Regno Unito
Higher Beings Love Fireworks, Hoxton Square, London Art Week, Lotta Hammer Gallery, Londra, Regno Unito
Pancakes for Everybody, Airstreams, Kunsthall Basel, Basel, Svizzera
Homemade World, Konfekt, cultural program, TV Skjar 1, Islanda
Poem, Y2K, Caen, Francia

 

2000
Higher Beings, We are the world, we are the children” and “Blow Job” – Batofar, Parigi, Francia
Global Bath and ILC promo video, Shoot Film Festival, Malmo, Svezia
Heart Attack, in collaboration with musician Megas, The Kitchen Motors, Hotel Borg, Reykjavik, Islanda
Blow Job, LKW, Kunst in der Stadt, Kunstverein Bregenz, Austria

 

1999
Higher Beings, Odense Performance Festival, Danimarca
Higher Beings, Wish moment, Kjarvalsstadir, Cultural Night, Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Islanda
Art on the Run, Montevideo, Amsterdam, Paesi Bassi
Stand by your man, Gallery Asbæk, Copenhagen, Danimarca

 

1998
Speech, -30/60+, Kjarvalsstadir, Reykjavik, Islanda
Wish Kit on the Beach, Axis Mundi, performance/rock festival, Kristiansand, Norvegia
Blow Job II, Gekko, Munchenbryggeriet, Stoccolma, Svezia
Global Love and Teaset, Double Pleasure Gallery, New York, Stati Uniti d’America
Revival II, Brooklyn Bridge, New York, Stati Uniti d’America

 

1997
Ice – Fire – Desire, Oslo Band Stand, Gallery Struts, Oslo, Norvegia
Interactive Tenderness, Aircondition, Copenhagen, Svezia
A Bookstore Captured in Love, Mál og Menning Bookstore, Cultural Night, Reykjavik, Islanda
Blow Job, On Iceland, The Living Art Museum, Reykjavik, Islanda
Love Kit, BSI bus depot and the domestic airport, Reykjavik, Islanda
The rescue of a tea set, Tacheles, Berlino, Germania
Global Love, Roter Salon, Berlino, Germania
Good evening, Iceland Today, TV Stöd 2, Islanda

 

1996
Angel Performance, Performance Night, National Theatre Basement, Reykjavik, Islanda
Kiss Performance, Dagsljós, RUV National Television, Reykjavik, Islanda

 

COMMISSIONI PUBBLICHE
2005
Mother Nature, for Landsvirkjun The National Power Company, Vatnsfellsvirkjun

 

2002
Treasure, for Reykjavik Tech Collage Borgarholtsskoli, Reykjavik, Islanda

 

OPERE IN MUSEI E COLLEZIONI
Mask for Björk – Volta”Moma Museum of Art, New York Dynasty (video), Stati Uniti d’America – Icelandic National Museum, Islanda
Thank You (video) – Icelandic National Museum, Islanda
Hotel Paradise (Sculpture) – Icelandic National Museum The Tent Lady (sculpture) – Reykjavik Art Museum, Islanda
The Tent Lady’s Hospitality (video) – Reykjavik Art Museum, Islanda
The Eggs (c-print) – The Buhl Collection, New York, Stati Uniti d’America
The Eggs (c-print) – Nordic Watercolour Museum, Svezia
Nest (sculpture) – Icelandic National Museum, Islanda
Ether (c-print) – Icelandic National Museum, Islanda
Duel in the desert) (c-print) – Íslandsbanki Art Collection, Islanda
Madness (Sculpture) – Reykjavík Art  Museum, Islanda
Madness (video) – Reykjavík Art Museum, Islanda
Higer Beings in Gothenburg (photograph) – Icelandic National Museum, Islanda
Where Do We Go From Here? (c-print) – The Womans Museum of the Arts, Washington Where Do We Go From Here (c-print) – TBA21, Vienna, Austria
Woman Good Enough to Eat (photographs) – Reykjavík Art Museum Woman Good Enough to Eat (video) – Reykjavík Art Museum, Reykjavík, Islanda

 

PUBBLICAZIONI
2016
Love Conquers All! – published by Aros Artmuseum, Arhus, Danimarca, ISBN 9788792184467

 

2010
Tight – published by Amos Anderson Museum, Helsinki, Finlandia, ISBN 978-952-19531-79-0

 

2007
The Icelandic Love Corporation – published by Reykjavik Art Museum, Islanda, ISBN 9979-769-31-9

 

2004
Cardiac Circus – cat. i8 gallery, for the Art Statements, Basel Art Fair, published in Reykjavik, Islanda

 

2003
Corporate Mentality – Aleksandra Mir, published by Lukas and Sternberg, ISBN 0-9711193-1-7
The Icelandic Love Corporation – interview and short stories by Francis McKee, Published by Nifca and Diamond Hearts Projects, ISBN 951-8955-69-7, Glasgow, Regno Unito

 

PREMI
2018
Art group of Reykjavík

 

2011
Portrett Nu! – Innovative prize

 

2008
DV Culture Prize – nomination

 

2007
The Green Leaf Award – The Natural World Museum, UN World Environment Day

 

2006
DV Cultural Prize – nomination

 

2001
Disclo – visitors choice top ten, Anteprima Bovisa, Palazzo della Triennale, Milan

 

1997
Women good enough to eat – Best work according to visitors, Art ´97 Hafnarhusid, Reykjavik

 

RESIDENZE
2008
The Darling Foundry, Montreal, Canada
ArdBia Berlin, Prenzlauerberg, Berlino, Germania

 

2002
Network North/NIFCA studios, Glasgow, Scozia, Regno Unito

 

2001
NIFCA studios, Sveaborg, Finlandia

DURA MATER – AMY O’NEILL

Opening photography Davide Pambianchi

Amy O’Neill – Dura Mater

Pinksummer: “Dura-mater” è il titolo che hai dato a questa tua seconda personale da pinksummer. La Dura-mater (hard mother/ madre dura) è, con la pia mater e l’aracnoide, una delle tre meningi che proteggono il cervello e il midollo spinale. La Dura-mater, la più esterna delle tre membrane, è una sorta di fodera tenace e elastica di colore cinereo/argenteo che ripara meccanicamente il midollo spinale fino alla base della colonna sacrale, mentre in alto, nella cabina di comando del sistema nervoso, attraverso un prolungamento denominato falce, separa l’emisfero destro da quello sinistro del cervello.
Il nome Dura-mater, rispetto alla più superficiale delle meningi, è riconducibile a Stefano di Antiochia, che nel XII secolo tradusse integralmente, dall’arabo al latino, il capolavoro della medicina islamica del X secolo, del fisiologo e psicologo persiano Haly Abbas, devoto a Allah. L’opera, intitolata “Kitab al-Maliki”, in latino fu trasmutata in “Liber Regalis”, perché dedicata dall’autore all’emiro del tempo (in italiano “Libro completo dell’arte medica”, in inglese “Royal book of the medical art”). Stefano di Antiochia chiamò questa meninge spessa Dura- mater, per la sua funzione connettiva dei tessuti, assimilabile ai legami familiari tipo madre e figlio o figlia.
Il tuo lavoro essenzialmente incentrato sulla memoria ha una funzione connettiva rispetto ai tessuti della grande Storia con quella della storia “minuta”, individuale e familiare. La Storia in questo senso appare come una sorta di linea retta costituita da infiniti punti dipendenti l’uno dall’altro, a loro volta illimitatamente frammentabili. Questa tua sensibilità temporale sembra rimandare al concetto deleuziano, riconducibile al mondo classico pagano e in particolare alla teoria cosmogonica stoica, di aion, diverso per essenza dall’idea meramente quantitativa di Kronos. Mentre Kronos è il tempo della nostra quotidianità, una sorta di intervallo astratto tra passato e futuro, l’aion è una specie di passato/futuro, in cui il presente è un limite infinitesimale e pertanto di impossibilità: il presente nella prospettiva temporale di aion è inafferrabile, si trova o in ciò che è passato o in ciò che deve ancora accadere, il presente è sempre in qualche modo schivato. La Storia appare come un evento unico che differisce in ogni punto che non smette di scindersi e moltiplicarsi, una sorta di strana e un po’ morbosa eternità.
In un testo di Bob Nikas intitolato “Memory and displacement in the work of Amy O’Neill’ si legge “Histories, like values, are handed down from one generation to the next, and we inherit the fears and foibles of our parents and grandparents, as they were handed down to them. History, as we’ve come to see, has a habit of repeting itself. 
(Le storie, come i valori, si tramandano da una generazione alla successiva e noi ereditiamo le paure e le fobie dei nostri genitori e dei nostri nonni, come sono state trasmesse a loro. La storia, come si è visto, ha l’abitudine di ripetersi)”.
Ci verrebbe da chiederti cosa ti hanno inoculato i tuoi genitori e i tuoi nonni e forse anche Ronald Reagan, il presidente con il quale sei “cresciuta” (stiamo un po’ scherzando), per trasformare l’attitudine squisitamente ottimista di matrice yankee, che ti appartiene certo, ma come scorza, membrana spessa, per sbucciarla nel modo in cui si sbuccerebbe un frutto maturato fin troppo dentro al canestro in cucina, che all’interno rivela un teatro dell’assenza, della dissoluzione, della distopia, della “rovina al contrario” per entrare nella dimensione di irreversibilità entropica di Robert Smithson. Perché questo titolo?

Amy O’Neill: La combinazione di funzionale e simbolico è un principio operativo fondamentale nell’elaborazione della maggior parte del mio lavoro. Ciò è in parte il risultato delle influenze della zona dove sono cresciuta, la Pensilvania occidentale che ha una ricca tradizione rispetto al mescolare storie apparentemente differenti. Per esempio, la scuola superiore che ha frequentato mio padre ha il volto di John F.Kennedy innestato sulla mascotte, il capo indiano Monacatootha, in omaggio al presidente assassinato. Raccogliere storie della classe media americana e creare un paesaggio dove i ricordi si dispiegano è una forma di sperimentazione che conduco con molto piacere. Un po’ come Victor Frankenstein, il personaggio di Mary Wollstonecraft Shelley, nel suo romanzo “Frankenstein o il Prometheus moderno”. Tra l’altro, ho anche un’affinità con le posizioni della Shelley come fautrice dell’idea Illuminista che la società potrebbe evolvere se i capi politici utilizzassero il loro potere in maniera responsabile; fedele comunque anche all’ideale romantico nel credere che un uso improprio del potere potrebbe devastare l’umanità.
Infine, secondo un’altra definizione funzionale, la Dura-mater è quella che circonda e sostiene i seni durali che trasportano il sangue dal cervello al cuore. Una metafora adatta alle nostre complesse e poetiche posizioni di esseri umani.

P: A proposito di Islam, di Reagan e di Storia intesa come unico evento costituito da migliaia di più o meno piccoli e grandi eventi, collegati tra loro e in grado di frammentarsi all’infinito nelle dimensioni individuali e collettive, siamo in un punto del tempo in cui l’Europa sta maneggiando come può un esodo biblico, dove non manca chi erige confini astratti e concreti di filo spinato, per proteggersi, come se fosse ragionevole, considerando le proporzioni del fenomeno, dietro a un dito. Zygmund Baumann in un recente articolo, ha definito i profughi “walking dystopias”, distopie che camminano risvegliando paure ancestrali. Abbiamo pensato al film del 1978 di Romero “Zombi (L’alba dei Morti, Dawn of the Dead)”, in cui s’immaginavano gli Stati Uniti invasi da morti viventi che trasformavano i vivi in sopravvissuti, mentre la società sprofondava nel caos. Ebbene a proposito di tutto questo ci è venuto in mente l’affare “Iran – Contras Gate”: tra il 1985 e il 1986, all’epoca della guerra Iran/Iraq, alti funzionari militari del governo Reagan (che in seguito godettero dell’amnistia velocissima concessa da George Bush Senior), furono coinvolti in uno scandalo potente. Tramite l’articolo di un giornale libanese, si scoprì che fornivano armi sia all’Iran, prima indirettamente e poi direttamente, che all’Iraq di Saddam Hussein. Con gli ingenti proventi pecuniari della doppia fornitura di armamenti ai due paesi membri dell’Opec, gli Stati Uniti finanziarono azioni di guerriglia e terrorismo in Nicaragua, perché il presidente “cowboy” malvedeva, seppur apparentemente legalmente eletto, il governo sandinista in quanto filocomunista. Nella guerra Iran/Iraq persero la vita un milione e mezzo di esseri umani, in Centro America ci sono stati circa 30.000 morti.
Viene da domandarsi come fa oggi Martin Dempsey, joint Chiefs of Staff, la più alta carica militare negli Stati Uniti, a concludere un’intervista a proposito della massa di profughi che arrivano in Europa, affermando con innocenza a-storica: “Non so dove tutto questo andrà a finire. E quando non riesco a fare previsioni devo preoccuparmi. Stabilità e pace sul continente sono in gioco”.
Abbiamo sempre interpretato il tuo lavoro come una sabbiera “tomba in cui i bambini giocano allegramente” per tirare ancora a mezzo Smithson, in cui i granelli della Storia si mescolano a quelli delle storie, i granelli della cultura “alta” si mescolano al “vernacolare” dell’immensa e profondissima periferia nord americana. Abbiamo sempre interpretato il tuo lavoro come politico e anti/militarista, tutto il tuo percorso, ma stiamo pensando in particolare al tuo rimaneggiamento blasfemo e antipatriottico dei brit-american“Victory Gardens” della Seconda Guerra mondiale. Questa “primavera araba” sfiorita prima ancora di fiorire senza tenere conto nei nessi causali, trasformando in “Walking dystopias” il nostro prossimo, non è un “The Monument of The Passaic”, rovina di ciò che non è ancora, futuri abbandonati, utopie senza fondo?

A.O’N: Queste sono idee ispirate dal tempo geologico contro lo spazio mentale, una incoerenza tra il senza tempo e il temporale. Per esempio nei nuovi disegni, le immagini di francobolli degli anni Quaranta e Sessanta si sovrappongono alle immagini delle storie di guerra di mio nonno e mio padre con un effetto di contrasto simultaneo e straniamento reciproco. Comunque di fatto per me si tratta di raccontare delle storie piuttosto che di pesante realismo psicologico.

P: Nel 1973, in un’intervista fatta due mesi prima di morire con Alison Sky, Robert Smithson disse a proposito dell’entropia: “O.K. we’ll begin with entropy. That’s a subject that’s preoccupied me for some time. On the whole I would say entropy contradicts the usual notion of a mechanistic world view. In other words it’s a condition that’s irreversible, it’s condition that’s moving towards a gradual equilibrium and it’s suggested in many ways. Perhaps a nice succinct definition of entropy would be Humpty Dumpty. Like Humpty Dumpty sat on a wall, Humpty Dumpty had a great fall, all the king’s horses and all the king’s men couldn’t put Humpty Dumpty back together again. There is a tendency to treat closed systems in such a way. One might even say that the current Watergate situation is an example of entropy. You have a closed system which eventually deteriorates and starts to break apart and there’s no way that you can really piece it back together again. Another example might be the shattering of Marcel Duchamp Glass, and his attempt to put all the pieces back together again attempting to overcome entropy. Buckminister Fuller also has a notion of entropy as a kind of devil that he must fight against and recycle. (O.K. cominceremo con l’entropia. E’ un soggetto che per un po’ mi ha preoccupato. In generale direi che l’entropia contraddice l’abituale nozione di una concezione meccanicistica del mondo. In altre parole è una condizione che è irreversibile, è una condizione che muove verso un graduale equilibrio come è suggerito in diversi modi. Forse una bella definizione sintetica dell’entropia potrebbe essere Humpty Dumpty. Come Humpty Dumpty sedeva su un muro, Humpty Dumpty ha fatto una grande caduta, tutti i cavalli e gli uomini del re non potrebbero rimettere insieme Humpty Dumpty. C’è una tendenza a trattare i sistemi chiusi in un modo simile. Si potrebbe anche dire che l’attuale situazione di Watergate è un esempio di entropia. Abbiamo un sistema chiuso che alla fine si deteriora e comincia a andare a pezzi e non c’è modo di poterlo rimettere davvero assieme. Un altro esempio può essere la frantumazione del grande vetro di Marcel Duchamp e il suo suo tentativo di mettere di nuovo insieme i pezzi tentando di vincere l’entropia. Anche Buckminister Fuller ha una nozione di entropia come demone contro cui combattere e reciclare”.
La tua opera ha sussunto questa prospettiva della dissoluzione accelerata e irreversibile in cui il futuro sembra giacere dimenticato e obsoleto nei luoghi non storicizzati senza qualità, che sovvertono ogni principio di causalità e qualsivoglia sequenza cronologica e organizzazione semantica, sono rovine in sé che hanno la struttura processuale di un rito svuotato. Nei nonsites è impossibile contemplare la nozione di forma, come afferrare il presente. Ci parli della tua ossessione per la mise-en-scène: carnevali, zoo, parchi a tema, feste, celebrazioni, parate e dei monumenti temporanei o anti-monumenti che le informano?

A.O’N: Nel 1967, l’artista Adrian Piper scriveva: “Solo ciò che è intuitivo è davvero illimitato”. Vedo tutta l’arte come un processo fondamentalmente intuitivo, indipendentemente da quanto indirettamente se ne trattasse in passato. In accordo con quest’idea, le “ossessioni” o come mi piace pensarle, le intuizioni, sorgono dalla mia precoce esposizione alle “mise-en-scènes” da bambina.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

A.O’N: Sulle pareti ci saranno due nuove serie di disegni e stampe basate sulle esperienze di guerra di mio padre e di mio nonno. Tutti eseguiti nel 2015, il primo gruppo, intitolato “Metered Mail”, è una serie di stampe litografiche e di disegni ispirati a un libretto di cartoline illustrate spedito da mio nonno a mia nonna durante l’addestramento ai tempi della seconda guerra mondiale, che è stato conservato da mia nonna per più di 60 anni. Le immagini sono scelte, tagliate e incollate con i francobolli dell’epoca, sulla base dei ricordi che ho dei rapporti con i miei nonni e delle storie che mi sono state raccontate a proposito del coraggio e della resistenza del nonno prigioniero di guerra. Lui personalmente non ha mai parlato della guerra o del tempo passato in un campo di lavoro dopo che fu catturato nel 1944.
Per la serie di immagini “Vietnam or the American War”, ho avuto la fortuna di ricevere da mio padre delle foto che scattò mentre era in Vietnam e in licenza negli Stati Uniti nel 1969 circa. Anche questo gruppo incorpora francobolli pubblicati nello stesso anno in cui le foto sono state scattate, ma la giustapposizione è molto più intuitiva perché ci furono pochi riferimenti al Vietnam o supporto pubblico durante quel “conflitto”. Ho scelto di disegnare la maggior parte delle immagini in entrambe le serie con i segni dei timbri della posta obliterata, perché tutte sono datate 1943 o 1969 e le linee ondulate dei contrassegni postali ben rappresentano le onde della memoria. (eccetto per Telegraph che ha il suo proprio sistema di trasmissione integrato nel disegno).
Sul pavimento ci sarà Deconstructing 13 Stripes e Rectangle #8, una scultura progettata e cucita in riferimento alla geometria della bandiera degli Stati Uniti. Ispirato dall’idea dei Victory Gardens, piantati nelle residenze private e nei parchi pubblici degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, la scultura è costruita con sacchi di patate (pane della vita) riciclati e riempiti di sabbia.
Infine, installata sospesa al muro sopra i disegni e aggettante nello spazio, c’è una serie di paraspruzzi da camion fatti di gomma di pneumatici riciclata. Questi paraspruzzi, sono stati incisi con il motivo del cretto di fango. Fungendo da surrogati di bandiere, questa serie prosegue la mia ricerca intorno alla descrizione di stati fossilizzati che si librano nel tempo e nello spazio.

Amy O’Neill

Nata a Beaver, in Pennsylvania nel 1971.
Vive a New York.

MOSTRE PERSONALI

2017
Convex Cornea, Kristina Kite Gallery, Los Angeles

2016
P F G, Chateau Bussy, France

2015
Dura Mater, Pinksummer, Genova, Italy
Parade Float Graveyard, Chateau Bussy-Rabutin, FR

2014
Loaded and Rolling, Karma, New York, NY
TRUCKS, Mamco, Geneve, CH

2013
The Escapement, Grande-Riviere, France, (pubic commission for Foundation France, curated by Xavier Douroux)
HLUSA, Swiss Institute, New York

2012
HLUSA, Swiss Institute, New York
V, Blancpain Art Contemporain, Geneve, CH
V, FRAC Basse-Normandie, Caen, FR

2011
V Gardens, Praz-Delavallade, Paris, FR
Forests, Gardens & Joes, Centre Cultural Suisse, Paris, FR

2010
Pilgrim Boudoir in Au verso des images – Cycle Futur antérieur, séquence d’été 2010, MAMCO, Geneva, CH

2009
Old Women’s Shoe/ Zoo Revolution, Printemps de Septembre, curated by Christian Bernard, Toulouse, FR
Slow Ice, Blancpain Art Contemporain, Geneve

2008
Pilgrim Motel, Gallery Praz-Delavallade, Berlin
Forest Park Forest Zoo, The Box, Wexner Center for the Arts, Columbus, Ohio
Hollow Trees and Storybook Ruins, FriArt, Fribourg

2007
Forest Park Forest Zoo, Blancpain Art Contemporain, Statements, Art | 38 | Basel
The Golden West, Alexandre Pollazzon LTD, London
Forest Park Forest Zoo, Sculpture Center, Long Island City, New York

2006
Home Sweet Home, CCC, Tours, France
Parade Float Graveyard, L’Usine, Le Consortium, Dijon, France
If I Were A Carpenter, Blancpain Stepczynski Gallery, Geneva

2005
The Vintage Years, Specta Gallery, Copenhagen, Denmark
Happy Trails Supersized (from Parade Float Graveyard), Magasin, Grenoble, France

2004-2005
Old Noah’s Ark (from Parade Float Graveyard), curated by Bob Nickas, Special Projects, P.S.1/MoMA, Long Island City, New York

2004
Happy Trails, Praz-Delavallade, Paris
Pinksummer Gallery, Genova, Italy

2003-2004
New Installations, Spencer Brownstone Gallery, New York

2003
Ojo de Dios, Musée d’art moderne et contemporain (Mamco), Geneva
dm-melkenburg, with Emmanuel Piguet, Centre d’édition contemporaine, Geneva

2002
Häagen-Dazs® monde, CAP, Fribourg, Switzerland

2001-2002
Florida, Circuit, Lausanne, Switzerland

2001
LOKN4U, Spencer Brownstone Gallery, New York

2000
“Curtains” for Lyric Theatre, Francesca Pia Gallery, Bern

1997
A Tramp Abroad, Forde • Espace d’art contemporain, Geneva

SELEZIONE DI MOSTRE COLLETTIVE

2015
The Daily Show, Bureau, New York, NY
Biens Public, Musee Rath, Geneva, CH
Plateforme(S), CACY, Yverdon-Les-Bains, CH

2014
Plateforme(s), CACY, Yverdon-Les-Bains, CH
Another, Once Again, Many Times More, curated by Bob Nikas, Martos Gallery, East Marion, NY
Parti-Pris 1989-2014, Blancpain Art Contemporain, Geneve, CH

2013
Post-Mortem, Ford Gallery, Geneve, CH
LAT. 41 7’N., LONG. 72 19’W, Organized by Bob Nickas, 12395 Main Road, East Marion, NY
“L’Eternel Detour. Sequence printemps 2013”, Mamco, Geneve, CH

2012
Love Is Not In Control, by Vidya Gastaldon, New Jersey, Bern, CH
Le FRAC s’invite au Consortium, Le Consortium, Dijon, FR
cycle L’Eternel Detour, Mamco, Geneve, CH
ERASED, curated by Stephen Felton, Ventana244, Brooklyn, NY
Creature From the Blue Lagoon, organized by Bob Nikas, Bridgehampton, NY
Standard Operating Procedure, curated by Piper Marshall, Blum and Poe, Los Angeles, CA
A Child’s Guide to Good and Evil, Ramiken Crucible, New York, NY

2011
The 2011 Bridgehampton Biennial, organized by Bob Nikas, Bridgehampton, NY
Grounded, curated by Stephen Felton, 88 Eldridge St/4th Fl, New York, NY
Sculpture, curated by Alexis Johnson, Paula Cooper Gallery, New York, NY
Voici un dessin Suisse (1990-2010), Kunstmuseum d’Aarau,CH

2010
Looking Back, The Fifth White Columns Annual, by Bob Nikas, White Columns, NY, US
Let’s Dance, Le Musee d’art contemporain, VAL de Marne, FR
Extraits de Printemps, Experience Pommery # 8, Pommery, FR
Sound Design For Future Films, Wexner Center, Columbus, OH, US
Voici un dessin Suisse (1990-2010), Musee Rath, Geneve, CH

2009
Variety Show, organized by Jason Fulford, PS1, LIC, NY
SOT-L’Y-LAISSE, Batiment d’art contemporain, Geneve, CH
Parades and Procession, Parasol Unit, London, UK
Flower Power, curated by Andrea Busto, Villa Giulia, Verbania,IT

2008
Variety Show, curated by Jason Fulford, Aperture Foundation, NY, NY
The Alliance, curated by Seungduk Kim & Franck Gautherot, doART, Seoul, Korea
Abstraction Extension, curated by Christian Besson, Julien Fronsacq, and Samuel Gross, Chateau d’Arenthon, Alex, France
Village Oblivia (with inveromuto), RAUM, Bologna, Spain, Oct 24th
On Procession, Indianapolis Museum of Art, Indiana, USA
The Alliance, curated by Seungduk Kim & Franck Gautherot, doART, Seoul, Korea
Revisited, a proposition by Dan Walsh, La Salle de Bains, Lyon, France

2007
Bastard Creature, based on two exhibitions curated by Steven Parrino in 1999 and 2003, Palais de Tokyo, Paris
The Happiness of Objects, curated by Sarina Basta, Sculpture Center, Long Island City, New York
Worker Drone Queen, curated by Nicolas Trembley, Centre Culturel Suisse, Paris
The Stable, curated by Jason Fulford and Leanne Shapton, OKOK Gallery, Seattle, Washington
Plastic / Une proposition de John Tremblay / Objets en plastique thermoformé, des années 1960 à nos jours, Cabinet des estampes du Musée d’art et d’histoire, Geneva

2006-2007
J & L Presents, Marcia Wood Gallery, Atlanta, Georgia
All we ever wanted was everything, curated by Corinne Charpentier, Centre d’art contemporain La Synagogue, Delme, France

2006
Conversation Pieces / Regards sur la collection du Fonds d’art contemporain de la Ville de Genève (Fmac), Centre d’art contemporain, Geneva

2005
Enchanté Château, curated by Christian Bernard (Mamco), Fondation pour l’art contemporain Claudine et Jean-Marc Salomon, Château d’Arenthon, Alex, France
Gallery Artists, Blancpain Stepczynski Gallery, Geneva
Andersen Associations, Specta Gallery, Copenhagen, Denmark
From the Street, curated by John Tremblay, Champion Fine Arts, Los Angeles, California

2004-2005
None of the Above, curated by John Armleder, Swiss Institute, New York

2004
The Age of Optimism, curated by Fabrice Stroun, Kilchmann Plus Gallery, Zurich
Negociation: for Love or Money? / A collective exhibition of drawing, curated by Eveline Notter, donzévansaanen Gallery, Lausanne
Doubtiful / Dans les plis du réel, Galerie Art & Essai, Université Rennes 2, Rennes, France
Genesis Sculpture, curated by Stéphanie Moisdon Trembley, Domaine Pommery, Reims, France

2003
Never Mind Your Step, curated by John Armleder, Kunsthalle Palazzo, Liestal, Switzerland
Jammed, Smart Project Space, Amsterdam
First International Prague Biennial, Prague
Vidya Gastaldon, Amy O’Neill, Pierre Vadi, Centre d’art contemporain, Geneva
The Return of the Creature, curated by Steven Parrino, Künstlerhaus Palais Thurn und Taxis, Bregenz, Austria
Ojo de Dios, Galerie des arts visuels, Québec, a part of Happiness and Pretence, Québec City Biennial
Geneva News, Musée d’art moderne et contemporain (Mamco), Geneva

2002
Animation: Vidéos, Centre d’édition contemporaine, Geneva
7 Grays, curated by Dan Walsh, Paula Cooper Gallery, New York

2001
How Is Everything? Everything’s Going To Be… Alright., curated by Bob Nickas, Elizabeth Cherry Contemporary Art, Tucson, Arizona

2000
2o / Summer Exhibition, Spencer Brownstone Gallery, New York
Etat des lieux # 2 | Préfiguration du Museum of Contemporary Art, Tucson (AZ) • Collection JRP, curated by Lionel Bovier, Fri-Art • Centre d’art contemporain, Fribourg
Buy-Self, capcMusée d’art contemporain, Bordeaux

1999
The Bastard Kids of Drella / Part 9, curated by Steven Parrino, Le Consortium, Dijon, France
xn 99, curated by Stéphanie Moisdon Tremblay (with the assistance of Lionel Bovier), Espace des Arts, Chalon-sur-Saône, France

1998
In Vitro e Altro / Affiches d’artistes / Hors-scène #3, Cabinet des estampes du Musée d’art et d’histoire, Geneva
Architectural Drawing Show, curated by Klaus Biesenbach, P.S.1, Long Island City, New York

1997
Post-production • Dan Walsh et éditions Forde 1996-1997, curated by Lionel Bovier and Christophe Cherix, Forde • Espace d’art contempo­rain, Geneva
Ecart booth, Art 28’97, Basel
504 / Ein Austellungsprojekt der Klasse John Armleder / Hochschule für Bildende Künste,
Zentrum für Kunst, Medien und Design, Braunschweig, Germany

ARTICOLI SELEZIONATI PUBBLICATI SU RIVISTE E QUOTIDIANI

2011
Jean-Max Colard, « La gloire des sentiers » Les Inrockuptibles, May 2011
Bob Nikas,« Memory and Displacement in the Work of Amy O’Neill », catalogue Forests, Gardens & Joe’s, 2011, co-published by Centre Culturel Suisse and JL books
« Amerique », Le Journal des Arts, May 2011
Séverine Fromaigeat, « Amy O’Neill- Les lieux (des) enchantes de l’âpre Amérique », Kunstbulletin, May 2011, p. 54-59
Laurent Wolf, « Comment se Trouver ou se perdre dans les miroirs de la mémoire », Le Temps, 17 May, 2011

2010
Holland Cotter, “’Looking Back’:’The Fifth White Columns Annual’”, (NY Times 12.23.10)
Tissot, Karine, La campagne nord-américaine s’installe à Genève, La Tribune des Arts, September 10, 2010, p.40
Let’s Dance, entretien Alexia Fabre et Franck Lamy, MAC/VAL, 2010 (cat.)

2008
Gasparina, Jill, Amy O’Neill, 02 magazine, Spring 2008
Amy O’Neill: Suburban Imagination, Text by Frank Gautherot, John Miller, JRP Ringier, 2008 (cat)
Chauvy, Laurence, Les ruines de la nature, Le Temps, April 8, 2008
Carmen, René, Amy O’Neill – Culture made in USA, Accrochages, March 2008
Amy O’Neill, futuro contemporary / art 14, March 2008

INVERNOMUTO – Africa Addio

2015-invernomuto-invitationcard

Pinksummer: Chi diavolo sono Dracula Lewis e Palm Wine e cosa c’entrano con Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi e soprattutto con Invernomuto? Si tratta di “alias” la cui applicazione è circoscritta a ruoli specifici? Ci interessa chiarire la posizione di Dracula Lewis e Palm Wine rispetto a Invernomuto: già il collezionismo visivo è diffidente rispetto alla creazione di matrice multipla e comunitaria, figurarsi se saltano fuori anche alias con nomi da fumetto dietro a un collettivo, il cui nome rimanda a un’entità del romanzo “manifesto” del cyberpunk, che ha l’insofferenza ai limiti, propria di tutte le intelligenze artificiali, a partire dai poveri golem senz’anima.
Invernomuto: Invernomuto si è sempre mosso sui bordi delle discipline: arti visive, cinema sperimentale e musica. Il collezionismo è diffidente, vero, ma è anche vero che è un problema italiano. Invernomuto mira a creare un paesaggio di oggetti, suoni e ambienti; là, sulla linea dell’orizzonte, colloca elementi di ricerca, opere, che si staccano e possono incanalarsi nel mercato. È un processo naturale, per noi, ma non è nulla di inedito se si osservano altre realtà extra italiane.
Palm Wine e Dracula Lewis (rispettivamente SB e ST) sono progetti paralleli, che sondano mondi musicali, distinti ma affini alla ricerca artistica di Invernomuto. Curioso il fatto che fino a un paio di anni fa nella nostra bio non comparivano nemmeno. Kim Nguyen, direttrice di Artspeak a Vancouver, dove abbiamo presentato una personale a inizio 2015, per la prima volta ha incluso PW a DL in coda alla breve bio allegata al comunicato stampa; e lo ha fatto in maniera disinvolta.
Spesso si dimentica anche qual’è il valore e l’effettivo scopo di un moniker (o alias), che sia di un collettivo o di un singolo poco importa. Il suo effetto è quello di nascondere l’ego a favore di una visione più ampia, diversa, che spesso si muove su una linea tangente al reale, ma che proprio nel reale trova la sua efficacia. Un moniker non è un avatar, un moniker può lasciare un segno e spalancare migliaia di porte di siginificati appartenenti a mondi codificati o in fase di codifica, ma a differenza dell’avatar vive nel reale. Quindi un nome collettivo è un’evocazione prima di tutto, la creazione di mondi per noi parte indissolubilmente da qui.
Gli alias, o i moniker, derivano certamente dal retaggio sottoculturale nel quale siamo cresciuti. Siamo diventati allergici alle parole ‘inverno’ e ‘muto’, per certi versi, più volte abbiamo pensato di scrollarcele di dosso. Ma, dopotutto, perchè?
P: Il fake, attorno a cui s’informa la vostra poetica, è una condizione intrinseca al paesaggio inteso come sinonimo dell’antica physis, o è un elemento la cui introduzione è necessaria per eludere, come se si trattasse di una qualche forma di vestizione, la qualità sostanzialmente disumana e pericolosa della verità? Forse era Nietzsche che affermava che bisogna fermarsi coraggiosamente alla superficie, “all’Olimpo dell’apparenza” e goderne le forme, i suoni, le parole…. Il fake è l’assunto estetico della natura o un modo peculiare per attualizzare la Storia, varcando un portale finzionale, come dentro a un evento live di un gioco di ruolo?
I: “Non è mai stato così reale!” Così declamava un banner di Seconda Fondazione, gruppo di LARP italiano che abbiamo coinvolto nel nostro progetto Village Oblivia nel 2009. L’idea di portale, di cerchio magico, di un ‘dentro’ più reale del reale ci ossessiona da tempo.
È una questione di superfici: l’attraente morbidezza della materassina, una gomma che viene utilizzata per le armi dei player dei giochi di ruolo dal vivo, o quella della liquirizia Morositas. Usiamo i materiali (o i non-materiali come lo slimer verde) come indici di un immaginario e di un’epoca storica. E nei materiali includiamo anche la pasta del video e del suono, plasmati in maniera diversa rispetto al tipo di storia che stiamo raccontando.
Il fake è il momento di collasso tra il reperto e una sua fantasiosa traduzione attualizzata. È indubbiamente un modo per guardare alla storia, che altro non è che strati sedimentati di narrazioni. Quando gli oggetti riescono a sfondare questi livelli, sicuramente stimolano la nostra curiosità.
P: Autodefinirvi impaginatori è un po’ come definirvi post-moderni e fautori di quel “pensiero debole” che muove dalla proclamazione della morte di dio, o più semplicemente credete che da che mondo è mondo l’invenzione umana, qualsiasi genere d’invenzione, non possa che partire da un atto di impaginazione, tipo che per inventare un animale che non esiste come il centauro, si deve comunque partire da due esseri esistenti tipo il cavallo e l’uomo e accostarli con un atto che potrebbe essere definito appunto di impaginazione.
I: Impaginare può essere un atto alchemico, così come mixare e giustapporre. Non necessariamente se si mischiano due sorgenti si otterrà una somma delle due, anzi il più delle volte nascono nuove forme, imprevedibili. Impaginare è assolutamente un atto di creazione se l’attitudine dell’impaginatore è sincretica e sperimentale. Impaginare a nostro avviso è uno dei migliori modi per generare mondi; o per genuinamente perdere il controllo in mondi già esistenti.
P: E come approcciarsi al linguaggio e alla sua corrispondenza con la realtà, considerando che nelle colline tra Parma e Piacenza, la parola negus, originariamente riferita al sovrano Halie Selassié I, si è trasformata nel tempo e con la ripetizione in un sinonimo di lazzarone e di perdigiorno, mentre altrove, tra i rastafariani di Giamaica e del mondo, lo stesso sovrano Haile Selassié, è il negus neghesi, il re dei re, il ras tafari, il nobile etiope, l’eletto da dio, la luce del mondo, il messia, tanto che Bob Marley per reagire all’impossibilità della sua morte compose “Jah Live”. Viene da ragionare sul fatto che anche Saddam Hussein e Mu’Ammar Gheddafi, seppure le loro storie siano più laiche e secolari di quella di Haile Selassié I e tra i loro antenati non sembra figurino né re Salomone né la regina di Saba e nemmeno corrispettivi islamici di eguale lignaggio, tuttavia in un altrove che si fa sempre più prossimo e remoto, tra la loro gente per esempio, avrebbero magari potuto non essere considerati da tutti le canaglie che noi abbiamo creduto fossero. D’altra parte andando a frugare nella propaganda fascista guardando alla vostra opera “Topolino in Abissinia”, presentata in Triennale nella mostra “Anabasis Articulata” curata da Paola Nicolin, abbiamo scoperto che il tenero e democratico Mickey Mouse, durante il fascismo era una bastardissima camicia nera armata fino ai denti, con tanto di borraccia riempita di gas asfissiante, smaniosa di uccidere per la patria e la famiglia.
I: Negus è arrotolato attorno la figura dell’ultimo Imperatore d’Etiopia. Senza di lui crollerebbe l’architettura del progetto. C’è il Negus carnevalesco nemico del fascismo incendiato in piazza a Vernasca; c’è il Re dei Re, sovrano d’etiopia, incoronato nel 1930 con un monumento formato da una stella a tre punte (il logo di Mercedes Benz); c’è il Messia Nero, la seconda incarnazione di Gesù, secondo gli aderenti Rastafari; c’è un’icona, che viaggia liberamente e si propaga attraverso copertine di dischi, clip video, sigari, francobolli e iconografia rasta in genere; ed infine c’è Lee “Scratch” Perry, il demiurgo inventore del dub, che di Ras Tafari ha una visione molto personale e sincretica, il quale, forse, di Selassie rappresenta una possibile re-incarnazione robotica – e che in Negus purifica la piazza di Vernasca, in un balzano rito di ghiaccio e fuoco.
Ci interessa mostrare i lati insoliti e contradditori di un simbolo o una storia conosciuti. O, al contrario, contraddire gli stereotipi utilizzando iconografie nascoste: in “RAS” che presentiamo a pinksummer per la prima volta, un elemento di edilizia popolare degli anni del boom economico italiano (tecnicamente un coppo finale), diventa una sorta di maschera funeraria egizia; l’opera è una copia del coppo originale, realizzata in resina e verniciata di liquirizia e catramina.
P: “I’m gonna put on a iron shirt, and chase satan out of the earth
I’m gonna put on a iron shirt, and I chase devil out of the earth
I’m gonna send him to out of space, to find an other race
I’m gonna send him to out of space, to find an other race”
Declama in “Disco Devil” Lee Scratch Perry, come in un rito di esorcismo. E un rito di esorcismo appare anche il reenactment di Lee Perry dell’antico falò filo-coloniale, sulla piazza di Vernasca, nel quale venne bruciata l’effige del negus, al rimpatrio di un soldato autoctono ferito nei combattimenti di Abissinia.
Un’esplosione di energia e anche di bellezza in “Negus”, la leggenda del reggae in paese, sotto la vostra regia ostinata, seguendo nel suo modo la vostra volontà, come fosse una matita che dal margine procede al centro, per ritornare al margine che per incantesimo o esorcismo di Lee “Scratch Perry” non sembra più margine, ma diventa centro anch’esso. Vernasca non è solo un pretesto, è centro. In qualche modo avete attuato una deformazione spazio-temporale, come per prevenire l’accadimento di un evento sbagliato, come a correggere un fraintendimento. Come a raccontarci che il margine e le periferie non esistono in sé, bisogna inventarsele, proprio come le colonie, costi quel che costa. Sembra che tra il 1935 e il 1941, l’Italia fosse straordinariamente unita, più di quando vinse i mondiali di calcio nel 1982 e nel 2006: si racconta che perfino Benedetto Croce, seppur non vedesse di buon occhio il fascismo, si lasciò un poco pervadere dall’esotismo coloniale patrio…
I: La storia è ricca di invenzioni. L’Africa di Mussolini giungeva in Italia in formati idilliaci e puri; aveva pochi elementi di contatto con la realtà dei campi di battaglia; era un’autentica invenzione, volta al soddisfacimento di determinati palati, ahinoi palati fini, talvolta. Il punto è che ci sono nodi irrisolti che ancor oggi si ripercuotono. È quello che abbiamo inseguito nel film Malù – Lo Stereotipo della Venere Nera in Italia, a proposito della rappresentazione del corpo femminile nero in Italia.
C’è un autore siriano naturalizzato italiano che amiamo molto e che abbiamo preso a prestito per la mostra Anabasis Articulata (Triennale di Milano, 2014, a cura di Paola Nicolin): Alessandro Spina. Spina ha scritto pochi romanzi e brevi racconti, tutti ambientati nelle colonie italiane in Libia e intrisi di elementi quasi teatrali, che ben dipingono un’idea di alterità immaginata.
Siamo appassionati di storie minori. Ci piace usarle, rimasticarle e ricontestualizzarle senza nostalgie. Parliamo in presa diretta e ci serviamo di materiali del passato, del presente e del futuro. Negus è una centrifuga di luoghi, culti (arcaici, ma soprattutto vergini) e biografie, in questo senso Perry è un buon amuleto. Ed è molto ricreativo.
P: Raccontateci del titolo di questa prima personale da pinksummer “Africa Addio”, dell’immagine che avete scelto per l’invito? Cosa presenterete?
I: Presentiamo una peculiare e personalissima mitologia di imperatori e re.
La scena è occupata da una grande gorilla gonfiabile (Super Ape) che si gonfia e sgonfia ciclicamente; Lee “Scratch” Perry nel 1975 registra “Super Ape”, considerato uno dei primi – se non il primo – album dub della storia. Quest’anno è il ventesimo anniversario e per celebrare la sua uscita Perry ha appena concluso un tour negli Stati Uniti. Lo scimmione in mostra è stato sui palchi di tutto il tour ed è stato prodotto da una campagna di crowdfunding alla quale abbiamo partecipato in maniera sostanziosa; ora siamo i proprietari della scimmia; e viaggerà con noi.
Importé d’Italie è invece composto da una serie di quattro stendardi di tessuto cangiante serigrafati. Le illustrazioni e gli elementi decorativi derivano una collezione di incarti per arance siciliane; ciascuna di esse rappresenta un volto nero, un Re Moro e reca la scritta in francese “Importé d’Italie”. Gli stessi incarti sono visibili in originale nei collage della serie “King Moro”, dove ad ogni viso abbiamo applicato una corona realizzata in foglia d’oro – e in “Mooretto”, un modulo mobile in legno con una scritta scorrevole a LED, la cui texture (il classico brick di mattoni rossi) è tratta dagli sfondi degli incarti stessi.
L’immagine usata per l’invito proviene da un carro del Carnevale di Viareggio di fine anni ’60 il cui nome era Africa Addio, il titolo alla mostra. Africa Addio è anche un film del 1966 diretto da Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, un classico controverso del cinema Mondo. Il carro è molto articolato, ricco di dettagli, tra i quali spicca un cartello con la scritta “torna al tuo paesello”.
Bones, Atlanta è un ritratto dell’ultimo Re della dinastia di questa mostra. Bones è un ballerino che abbiamo conosciuto all’aeroporto di Atlanta, dove lavora, durante uno scalo di qualche ora. Gli abbiamo chiesto di improvvisare di fronte alla camera durante una pausa.

Invernomuto – Africa Addio

Photo credit Davide Pambianchi

Invernomuto

Invernomuto è il nome sotto il quale Simone Bertuzzi (Piacenza, 1983) e Simone Trabucchi (Piacenza, 1982) lavorano insieme dal 2003.

Con base a Milano, sviluppano progetti di ricerca a lungo termine che si dispiegano nel tempo e nello spazio, generando cicli di lavoro interconnessi. Su una base teorica comune, gli Invernomuto tendono a pensare in modo aperto e rizomatico, sviluppando differenti esiti che assumono la forma di immagini in movimento, suoni, azioni performative e progetti editoriali, all’interno di una pratica definita dall’uso — al tempo stesso diffuso e preciso — di diversi media.

La realtà viene osservata attraverso principi e interessi documentaristici, ma con l’obiettivo di creare una rappresentazione immaginativa e quasi astratta, che offra ampi margini di riflessione e interrogazione critica.

In particolare, gli Invernomuto indagano universi subculturali, attraversando pratiche differenti, in cui il linguaggio vernacolare funge da strumento per avvicinarsi e valorizzare culture orali e mitologie contemporanee — osservate da una prospettiva che mira a essere da esse fecondata e rigenerata. La dichiarata inautenticità di alcuni dei materiali utilizzati svolge un ruolo fondamentale in questo processo, sottolineando non solo la natura reale, ma anche quella fittizia e distorta delle realtà esplorate da Invernomuto. Entrambi gli artisti sviluppano inoltre linee di ricerca individuali attraverso i rispettivi progetti musicali, Palm Wine e STILL.

 

Mostre personali

2025

Invernomuto, Fondazione Pietro e Alberto Rossini, Briosco, Italia

 

2023

SANTA LUCIA, Pinksummer, Genova, Italia

 

2022

EMPIRE 2020, Sismógrafo, Porto, Portogallo

BLACK MED SECCO, Void Gallery, Derry, Irlanda

 

2021

Black Med, POMPEII, Parco Archeologico di Pompei, Pompei, Italia

GREEN MED, The Green Parrot, Barcellona, Spagna

 

2020

PICO: Un parlante de África en América, AUTO ITALIA, Londra, Regno Unito

 

2019

Prima delle Sabbie, a cura di Massimo Mininni, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, Italia

NN Contemporary, a cura di Emer Grant, Northampton, Regno Unito

Med T-1000, Pinksummer, Genova, Italia

LETO Gallery, Varsavia, Polonia

 

2018

REPEATER, FUNDI, BASS, a cura di Davide Giannella, MEGA, Milano, Italia

Med T-1000, Pinksummer Goes to Palermo, Palermo, Italia

 

2017

Pinksummer Goes to Roma, Roma, Italia

 

2016

Africa Addio, Pinksummer, Genova, Italia

MALÙ, Istituto Italiano di Cultura, Toronto, Canada

Wondo Genet, a cura di Anna Cestelli Guidi and Manuela Pacella, AuditoriumArte, Roma, Italia

Artspeak, Vancouver, Canada

 

2014

Anabasis Articulata, a cura di Paola Nicolin, Triennale di Milanoo, Milano, Italia

Marsèlleria, Milano, Italia

I-Ration, a cura di Emanuele Guidi, ar/ge Kunst, Bolzano, Italia

 

2011

Simone, a cura di Xing, Art Fall 11, PAC, Ferrara, Italia

 

2010

Dungeons and Dregs, a cura di Franciasco Cavaliere and Marcel Türkowsky, Grimmuseum, Berlino, Germania

B.O.B., Galleria Patricia Armocida, Milano, Italia

 

2008

Teastas Mor, Galerie Patricia Dorfmann, Parigi, Francia

 

2006

Whalesland, C/O careof, Milano, Italia

 

 

Mostre collettive, screenings and festivals

2025

Thinking Like a Mountain, GAMeC, Bergamo, Italia

Mangrovia (screening), The Screen is A Muscle, Gallerie d’Italia, curato da Luca Lo Pinto.

Triton, Chapter #2 (sleeping concert), Spellbound! curato da ALMARE, PAV, Torino, Italia

Paraflu (screening), Cinema for Companion Species, a cura di Filipa Ramos, ΕΜΣΤ, Atene, Grecia

PICO – Un parlante de Africa en America (screening), Babylon @ Galería LastCrit, Barcellona, Spagna

Triton, Chapter #1 (listening session), WE ARE AIA, Botanical Memories: A Performance Series, Zurigo, Svizzera

Pasanaku (premiere), Musée d’art et d’histoire de Genève (MAH), Ginevra, Svizzera

PICO – Un parlante de Africa en America (screening), SPONDA, Torino, Italia

IUAV (artist talk), Master MOVIES Moving Images Arts, curato da Lorenzo Lazzari, IUAV, Venezia, Italia

6:AM – Two-Fold Silence, Piscina Cozzi, Milano, Italia

Malù – Lo stereotipo della Venere Nera in Italia [censored], São Jorge Cinema, Lisbon, Portogallo

Mangrovia (screening), in collaboration con Babylon, Casa Montjuïc, Barcellona, Spagna

Studio Invernomuto, Fondazione Prada, Milano, Italia

PICO – Un parlante de África en América (screening), CineClub Azúcar, Wharf Chambers, Leeds, Regno Unito

La Becque (residency), La Tour-de-Peilz, Francia

HKB Fine Arts (talk), HKB, Berna, Svizzera

Paraflu (screening), GAMeC, Pensare come una montagna, Bergamo, Italia

Triton, OS2_Operating System, a cura di TO NEW ENTITIES, Singapore Art Museum, Singapore

Triton (listening session), ECHOES. Plot Twist, Haus der Kunst, Monaco, Germania

Uno in Due, talk w/ Massimo Grimaldi, Guia Cortassa, Via Stampa, Milano, Italia

Artefiera 2025, Pinksummer gallery, Bologna, Italia

Black Med, Chapter VIII (listening session), STEGI.RADIO Takeover 2025, Onassis Stegi, Atene, Grecia

 

2024

Living Museum / Erratic Bodies, Castello di Rivoli, Torino, Italia

Mind the Gap, a cura di Lorenzo Lazzari, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Udine, Italia

AVA Ambiente Virtuale per l’Ascolto, MACRO, Roma, Italia

Angoli, a cura di Franciasco Urbano Ragazzi, Spazio Murat, Bari, Italia

Gatto Verde, Ramp (w/ Jace Clayton), Milano, Italia

Black Med, Chapter XI (listening session), Art Explora Festival, Malaga, Spagna

Mangrovia (screening), Schermo dell’Arte, Firenze, Italia

Black Med, Chapter VI (listening session), Living Museum, Erratic Bodies II, Castello di Rivoli, Torino, Italia

Panorama Monferrato, a cura di Carlo Falciani, Ex asilo Regina Elena, Castagnole Monferrato, Italia

PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), Kunstmuseum Ravensburg, Ravensburg, Germania

Negus (screening/talk), Veronetta Contemporanea Festival, Verona, Italia

Mangrovia (screening), Bourse de Commerce, Parigi, Francia

Composting For The Future, Void Art Centre, Derry, Irlanda

A Song Conin a Song Conin a Song, a cura di Aïda Sidhoum, Hessel Museum of Art, CCS Bard, New York, USA

Lee Scratch Perry, Cabaret Voltaire, Zurigo, Svizzera

BLACK MED, Chapter VIII (listening session), Supernova, Rimini, Italia

Negus (screening), Brechtfestival, Augsburg, Germania

 

2023

Pick Pocket, a cura di Massimiliano Scuderi, Fondazione Zimei, Teatro Michetti, Pescara, Italia

Zone Digitali, Daste Bergamo, Bergamo, Italia

VERNASCACADABRA (LP launch 2nd ed.), Pinksummer at Sanfermosette, Milano, Italia

Black Med, Chapter VIII (listening session), Teatrino Palazzo Grassi, Venezia, Italia

Boomeria (screening), Cinema Godard, Fondazione Prada, curato da Careof, Milano, Italia

Black Med, Chapter VIII (listening session), Videocittà 2023, curato da Rä Di Martino and Damiana Leoni, Roma, Italia

Una Boccata d’Arte, a cura di Threes, Vermogno, Biella, Italia

All the Birds Sing Bass (lecture), a cura di Canan Batur, Nottingham Contemporary, Nottingham, Regno Unito

Black Med, Chapter VIII, Terraforma, Villa Arconati – FAR, Milano, Italia

Negus – Lee ‘Scratch’ Perry, PICO: Un Parlante de Africa en America (screenings), The Sonic Vernacular: Blackness, Sound, and Fugitivity, HKW, Berlino, Germania

Postcard from Genova, Walburger Wouters, Bruxelles, Belgio

Whistlers | Liste 2023, a cura di Sarah Johanna Theurer, Liste Art Fair, Basel, Svizzera

Cremona Contemporanea | Art Week, curato da Rossella Farinotti, Parco Colonie Padane, Cremona, Italia

VERNASCACADABRA (LP launch), Bruno, Venezia, Italia

VERNASCACADABRA (LP launch), Fondazione ICA, Milano, Italia

Negus (screening), Trento Film Festival, Trento, Italia

VERNASCACADABRA (LP launch), RAUM, Bologna, Italia

Pinksummer Goes To Milano, San Fermo 7, Milano, Italia

Io sono confine / I am border,  a cura di Pierre Dupont con Anna Daneri and Antonino Milotta, Palazzo Grillo, Genova, Italia

Digital Antibodies, Conversazioni d’autore (talk con Shumon Basar), MAXXI, Roma, Italia

 

2022

Basement Roma Ten Years Party, Il Pipistrello, Roma, Italia

VERNASCACADABRA, a cura di Xing, MAR, Ravenna, Italia

Black Med, Chapter VIII (listening session), a cura di Samuele Piazza, OGR, Torino, Italia

Digital Antibodies, curato da Ilaria Bonacossa, MAXXI, Roma, Italia

Black Med (monthly radio show), Movement Radio, Atene, Grecia

Städelschule Lectures Winter Semester 2022/23 (talk), Städelschule, Francoforte, Germania

Black Med (book launch), SCRIPTA 2022, Firenze, Italia

Black Med (book launch), XNL, Piacenza, Italia

Political Ecologies of the Ancestral Present (workshop con Elizabeth Povinelli), Università Ca’ Foscari, Venezia, Italia

Black Med (book launch), Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz, Liechtenstein

Black Med, POMPEII, Archeological Park of Pompeii, Pompei, Italia

Black Med (book launch + listening session), a cura di Angela Rui, DROPCITY Mockups, Milano, Italia

PICO: Un Parlante de Africa en America, Negus (screenings), Passos Manuel, Porto, Portogallo

Black Med, Chapter IV, VI (listening sessions), a cura di Filipa Ramos, Galeria Municipal do Porto / Galeria Energia, Porto, Portogallo

Black Med, Chapter I, II, III, IV (listening sessions), Post Disaster Rooftops, Taranto, Italia

Black Med, Chapter III (listening session), Forof, Roma, Italia

THE PHAIR, Pinksummer gallery, Torino, Italia

DRAWING TOGETHER 201 EXQUISITE CORPSES, curato da Hans Ulrich Obrist, Museum Im Bellpark, Kriens, Svizzera

Screens. Culture dello schermo e immagini in movimento, a cura di Simone Frangi and Cristiana Perrella, Museo MA*GA, Gallarate, Italia

C4, a cura di Letizia Ragaglia, Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz, Liechtenstein

LEE SCRATCH PERRY – The Orbzerver, a cura di Luca Lo Pinto, MACRO, Roma, Italia

GRITO – Las Brisas de Febrero, PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), Cinemateca de Bogotá, Bogotá, Colombia

VERNASCACADABRA, Oplà, a cura di Xing, ARTEFIERA, Bologna, Italia

PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), 10th Norient Film Festival, Berna, Svizzera

2021

Rimini Capitale Afro, Istituto Italiano di Cultura, Beirut, Lebanon

Black Med, Chapter IV (listening session), Centre d’Art Contemporain – 5th floor, Genève, Svizzera

Il sogno di Antonio: un viaggio tra arte e tessuto, a cura di Lorenzo Benedetti, Annie Ratti, Maddalena Terragni, Fondazione Antonio Ratti, Como, Italia

Black Med, Chapter IV (listening session), Tout court, a cura di Saverio Verini, Istituto Italiano di Cultura, Parigi, Francia

Black Med, Chapter VI (listening session), Ocean Space, Venezia, Italia

Black Med, Chapter IV (listening session), a cura di The Green Parrot, MACBA, Barcellona, Spagna

Negus (screening) / STILL feat. Devon Miles (live), MACBA, Barcellona, Italia

58th October Salon / Belgrade Biennial: The Dreamers, a cura di Ilaria Marotta and Andrea Baccin, Belgrade, Serbia

LIVE ARTS WEEK X, a cura di Xing, Bologna, Italia

CAN’T GET YOU OUT OF MY HEAD, curato da Inke Arns and Fabian Saavedra-Lara, HMKV, Dortmund clubs, Germania

Black Med, Chapter I, II, III, IV (listening session), BELLUARD BOLLWERK, Fribourg, Svizzera

Liverpool Biennial 2021: The Stomach and the Port, curato da Manuela Moscoso, Liverpool, Regno Unito

 

2020

PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), Festival Cayeye, Barranquilla, Colombia

1000 Spaces. A x-mas edition of online performance, Istituto Svizzero, Roma, Italia

Out.of.the.blue.map – Manifesta 13 – Les Parallèles du Sud, curato da Calypso.3621, Coco Velten, Marsiglia, Francia

THE ITALIAN NEW WAVE x COMBO, Combo, Torino, Italia

Black Med, Chapter I (listening session), SUQ Festival, Genova, Italia

Negus (online screening), Nuove Utopie: chiamare il passato e il futuro in aiuto del presente, Fondazione Adolfo Pini, Milano, Italia

TBA21 Messy Studio: The “burning” of the Black Mediterranean (online talk)

Black Med, Chapter V (online screening), DEMO MOVING IMAGE FESTIVAL

PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), TRAVEL APPARATUS, das weisse haus, Vienna, Austria

#80 #90 & more, a cura di Pier Paolo Pancotto, La Fondazione, Roma, Italia

Black Med, Chapter IV (listening session), Performing PAC, PAC, Milano, Italia

LA RIVOLUZIONE SIAMO NOI – Collezionismo italiano contemporaneo, XNL Piacenza Contemporanea, Piacenza, Italia

 

2019

Black Med, Chapter IV (listening session), Biennale Arte 2019 – Meetings On Art, curato da Ralph Rugoff and Aaron Cezar, Venezia, Italia

Black Med, Chapter IV (listening session), Alserkal Residency, Dubai, Emirati Arabi Uniti

Black Med, Chapter I (listening session), Sonic Somatic, Firenze, Italia

To Be Played, a cura di Jessica Bianchera and Marta Ferretti, Giardino Giusti, Verona, Italia

CIF Dialogues – Contemporary Istanbul (talk), Istanbul, Turchia

Black Med, Chapter I, II, III (listening session), Short Theatre 2019, Roma, Italia

Black Med, Chapter I, II, III (listening session), Centrale Fies, Dro

PICO: Un Parlante de Africa en America (online screening), VdRoma

Black Med, Chapter III (listening session), Fondazione Merz, Torino, Italia

Under Water, Filatoio di Caraglio, Cuneo, Italia

Negus (screening), Deptford Moving Image Festival, Londra, Regno Unito

Kaleidoscope Manifesto – Lafayette Anticipations (talk), Parigi, Francia

Negus (screening), ALICE, Copenhagen, Danimarca

Fellow Shop Talk, American Academy in Roma, Italia

PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), Reverb Festival, Ferrara, Italia

PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), Counterflows Festival, CCA, Glasgow, Scozia, Regno unito

In Between Spaces: Mediterranean Crossings (Negus screening / Black Med listening session), Stadtgarten, Colonia, Germania

ART MONTE-CARLO, Pinksummer Gallery, Montecarlo

PICO: Un Parlante de Africa en America (screening), Cinema Beltrade, Milano CINQUE MOSTRE 2019: Δx Displacement, Roma, Italia

American Academy in Roma (residency), Italian Fellowship, Roma, Italia

 

2018

Diadora presents “It Plays Something Else”, Stazione Leopolda, Firenze, Italia

Black Med, Chapter I, II, III (listening session), DANSEM 21, Marsiglia, Francia

CONVERSATION PIECE Part V, a cura di Marcello Smarelli, Fondazione Memmo, Roma, Italia

BLADEBANNER @ SPRINT, Spazio Maiocchi, Milano, Italia

MALÙ (screening), Cinema Lumiere, Bologna, Italia

MAC International 2018 Ulster Bank Prize, Belfast, Irlanda

Negus (screening), Club To Club, Torino, Italia

Black Med, Chapter I (listening session), OGR YOU, OGR, Torino, Italia

MALÙ (screening), A Messy Knot (motion pictures), The Bioscope Independent Cinema, Johannesburg, South Africa

Negus (screening), Path Festival, Verona, Italia

Negus (screening), TATE, Londra, Regno Unito

Picó: Un parlante de Africa en America (screening), schwarzescafé, Zurigo, Svizzera

Picó: Un parlante de Africa en America (screening), Concorto, Pontenure (PC), Italia

Picó: Un parlante de Africa en America (screening), The Italian New Wave Third Annual Summit, Reggia di Venaria, Torino, Italia

Picó: Un parlante de Africa en America (screening), Biografilm, Bologna, Italia

Vers L’Europa Deserta, Terra Incognita, Pori Art Museum, Pori, Finlandia

That’s IT, a cura di Lorenzo Balbi, MAMbo, Bologna, Italia

Manifesta 12, a cura di Bregtje van der Haak, Andrés Jaque, Ippolito Pestellini Laparelli, Mirjam Varadinis, Palermo, Italia

ReSignifications: THE BLACK MEDITERRANEAN, Palermo, Italia

Take Me (I’m Yours), a cura di Hans Ulrich Obrist, Chiara Parigii, Christian Boltanski, Villa Medici, Roma, Italia

MAXXI Bulgari Prize, a cura di Giulia Ferracci, MAXXI, Roma, Italia

Negus (screening), Marsélleria New York Screening, New York, USA

Picó: Un parlante de Africa en America (screening), Almanac, Londra, Regno Unito

Picó: Un parlante de Africa en America (screening), Kurfurstendamm 206, Berlino, Germania

 

2017

Violence of Inscriptions #3, a cura di Sandra Noeth and Arkadi Zaides, HAU, Berlino, Germania

Deposito d’Arte Italiana Presente, Artissima, Torino, Italia

Don’t Look Like a Line, Hangar Toolbox, Torino, Italia

Picó: Un parlante de Africa en America (screening), Unsound, Krakow, Polonia

Nuit Blanche 2017, a cura di Charlotte Laubard, Parigi, Francia

Publishing as an Artistic Toolbox: 1989-2017, curato da Luca Lo Pinto, Kunsthalle Wien, Wien, Austria

From Concrete to Liquid to Spoken Worlds to the Word, Centre d’Art Contemporain, Genève, Svizzera

Lost in Narration, a cura di Manuela Pacella, MAC, Belfast, Irlanda

Negus (screening), Bozar, Bruxelles, Belgio

2016

Body To Be, curato da Kinkaleri, Prato Negus (screening), Cinema Trevi, Roma, Italia

Negus (screening), Kunstverein München e.V., Monaco • Negus (screening), Unsound 14th, Krakow, Polonia

Premio Museion, Museion, Bolzano, Italia

16a Quadriennale di Roma, Roma, Italia

Negus – Celebration, FAR°, Nyon, Svizzera

Negus (screening), Rototom Sunsplash, Benicassim, Spagna

Negus (screening), Centre d’Art Contemporain, Genève, Svizzera

Negus – Celebration (con Duppy Gun, Lamin Fofana, Primitive Art), Live Arts Week V, Bologna, Italia

Atlante delle immagini e delle forme, a cura di Giacinto Di Pietrantonio and M. Cristina Rodeschini, GAMeC, Bergamo, Italia

Sonido Classics a cura di Invernomuto, Milano, Italia

 

2015

MALÙ (screening), Yale University, New Haven, USA

Glitch, OCAT, Shangai, Cina

Exercizing Doubt, Bétonsalon, Parigi

Notes on Orientalism, a cura di Simone Frangi, Viafarini, Milano, Italia

Nero su Bianco, a cura di Robert Storr, Peter Benson Miller and Lyle Ashton Harris, American Academy in Roma, Roma, Italia

Negus – Echoes Chamber, Kunstraum Walcheturm, Zurigo, Svizzera

Invernomuto: Artists Expanding Documentary (talk), Cineworks, Vancouver, Canada

La Scrittura degli Echi, MAXXI, Roma, Italia

Negus – Echoes Chamber, Bozar, Bruxelles, Belgio

 

2014

Sonic Journey, Hangar Bicocca, Milano, Italia

Diamanti, C/O careof, Milano, Italia

Glitch. Interferenze tra Arte e Cinema, a cura di vide Giannella, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, Italia

Keep It Real, Milano, Italia

Negus – Far Eye, Museion, Media Facade, Bolzano, Italia

Negus – Lee “Scratch” Perry (screening), Black Star Film Festival, Philadelphia, USA

THE INDEPENDENT, MAXXI, Roma, Italia

Non potendomi arrampicare sulle nuvole presi per le colline, a cura di Eva Fabbris, Valdagno, Italia

VIDEOEX Experimental Film & Video Festival, Zurigo, Svizzera

Così Accade (As it Happens), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, curato da Joao Laia, Kim Nguyen and Marina Noronha, Torino, Italia

 

2013

MERU ART*SCIENCE AWARD, GAMeC, Bergamo, Italia

Fuori Rotta, a cura di Chiara Bertola and Davide Quadrio, Palazzo Querini Stampalia, Venezia, Italia

Negus – Echoes Chamber, Istituto Italiano di Cultura, Addis Ababa, Etiopia

Once upon a time there were two knights, a cura di Barbara Sirieix, Nettie Horn Gallery, Londra, Regno Unito

Add Fire – Premio Furla 2013, presented by Filipa Ramos and Elena Filipovic, Ex-Ospedale dei Bastardini, Bologna, Italia

 

2012

Use Your Illusion, bb15, Linz, Austria

VerniXage – Milanoo Film Festival, Milano, Italia

 

2011

Dungeons and Dregs, B.O.B. – Trailers Chapter One, Two and Three (screening), Colour out of Space festival, Brighton, Regno Unito

Culiarsi, Vestire i Paesaggi 2011, a cura di Anna Daneri, Primaluna (LC), Italia

Agora Não (Not Yet), a cura di Filipa Ramos & António Contador, Barber Shop, Lisbona, Portogallo

Graphic Design Worlds, Triennale Design Museum, Milano, Italia

Terre Vulnerabili, a cura di Chiara Bertola and Andrea Lissoni, Hangar Bicocca, Milano, Italia

Talenti Emergenti 2011, CCC Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze, Italia

Beyond the Dust – Artists’ Documents Today, curato da Franciasca di Nardo and Lorenzo Benedetti, Fondation d’entreprise Ricard, Parigi, Francia

 

2010

Beyond the Dust – Artists’ Documents Today, curato da Franciasca di Nardo and Lorenzo Benedetti, De Kabinetten van de Vleeshal, Middelburg, Paesi Bassi

Beyond the Dust – Artists’ Documents Today, curato da Franciasca di Nardo and Lorenzo Benedetti, La Fabbrica del Vapore, Milano, Italia

Ars, a cura di Angela Vettese and Milovan Farronato, Fondazione Pomodoro, Milano, Italia

Milano/Marsiglia, La Friche La Belle de Mai, Marsiglia, Francia

 

2009

Holedigger (con Mudboy), curato da Art At Work, Il Giardino dei Lauri, Perugia, Italia

Phonorama, Museo Marino Marini, Firenze, Italia

Phonoramatico, Galleria Mazzoli, Berlino, Germania

Una certa idea dell’Italia, curato da Simone Menegoi, Interzona, Verona, Italia

Catch Me When I Fall – Parade, Fondazione Buziol, Venezia, Italia

Nothing But a Show, curato da Alessio Ascari, Castello Sforzesco, Milano , Italia

Village Oblivia (con Sunburned Hand of the Man), Netmage 09, Bologna , Italia

Kubla Khan, Arte Contempo, Lisbona, Portogallo

No Fun Fest, New York, USA

Bissera, Hors Pistes 2009, Centre Pompidou, Parigi, Francia

 

2008

Village Oblivia (con Amy O’Neill, Ottaven, Davide Savorani and Seconda Fondazione), Crisalide Festival, Forlì, Italia

Village Oblivia (con Amy O’Neill, Davide Savorani, Luca Trevisani and Seconda Fondazione), Raum, Bologna, Italia

Three Days of Struggle, Vittorio Veneto (TV), Italia

Club to Club, Torino, Italia

Perspectives on Archive: Check-In Architecture, Biennale Architettura 11, Venezia, Italia

Black Cross Bowl (screening), Bellaria Film Festival, Bellaria (RN), Italia

Black Cross Bowl (screening), Fair_Play Lugano 2008, Lugano, Svizzera

Phonoramatico, Raum, Bologna, Italia

2 anzi una macchina (con Kinkaleri), Centro Pecci, Prato, Italia

 

2007

Invisible Miracles – Mostra di fine corso CSAV Fondazione Ratti (con Charlemagne Palestine), Viafarini, Milano, Italia

Fire Makes the House Grow (con Jan Anderzén, Camilla Candida Donzella, Luigi Presicce, Davide Savorani), Centre des Récollets, Parigi, Francia

Phonorama 2, Raum, Bologna, Italia

Bissera (con Moira Ricci), Netmage 07, Bologna, Italia

 

2006

Wrestling Exercise Books (con Davide Savorani), Neverending Cinema, a cura di Zimmerfrei, Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, Trento, Italia

Phonorama All Stars, Raum, Bologna, Italia

ffwd_mag#3 live media, NADA live electronics festival, Milano, Italia

 

2005

Landscape08 – there’s no place like home 2, Live!Ixem festival, Mestre, Italia

Landscape08 – there’s no place like home 2, Dispositif02, curato da Dafne Boggeri, MiArt 2005, Milano, Italia

180° Relationship, Domus Circular, a cura di Franciasca Cogni and Andrea Lissoni, G. Meazza stadium, Milano, Italia

 

2004

ffwd_mag, Tropical Table, Santa Monica Center of Contemporary Art of Barcellona, Barcellona, Spagna

(Sounds) Like Me, Italian Live Media 04 festival, Acquario Romano, Roma, Italia

ffwd_mag#1 introduction, Spaziolima, Milano, Italia

Libri Koo Jeong-A

La Source: The Exhibition

Foundation Carmignac

2019

ISBN: 978-2-36568-033-2

ajeongkoo

Koo Jeong A.

2017

Art Sonje Center, Seoul, South Korea

NOMOS α

Koo Jeong A

2017

HENI

disponibile online

Oussser
Koo Jeong-a
2014
A&Mbookstore Edizioni

disponibile online

OTRO
Koo Jeong A
2012
Le Centre International d’Art et du Paysage

16:07
Gregor Jansen, Koo Jeong-a
2012
Kunsthalle Düsseldorf
ISBN 9783863352127

Constellation Congress
Yona Friedman, Molly Nesbit, Federico Nicolao, Philippe Parreno, Cedric Price, Yasmil Raymond, Vivian Sky Rehberg, Dimitar Sasselov, Cerith Wyn Evans, Matvei Yankelevich
2012
Dia Art Foundation
the publication includes drawings of Koo Jeong A

9 Nove/Nine
Koo Jeong A
2011
Lisbon: Fundacao Calouste Gulbenkian

Oussseux
Koo Jeong-a
2010
Silvana Editoriale
ISBN 9782910850462

disponibile online

Celia Misteriosa
Federico Nicolao, Koo Jeong-a
2007
Académie de France à Rome – Villa Medici

Espace trois-cent-quinze, création contemporaine et prospective.
Jeong-a Koo, Christine Macel, Centre Georges Pompidou. Espace 315
2004
Centre Pompidou
ISBN 9782844262394

Frozen with a smile
Koo Jeong-a, Akiko Myake, Nabuo Nakamura
2003
Kitakyushu, Japan: CCA Kytakyushu Project Gallery

Et Al
Koo Jeong-a
2004
Paperback

disponibile online

3355
Matthias Herrmann, Cedric Price
2002
Wiener Secession

The Land of Ousss
Koo Jeong-A
2002
The Douglas Hyde Gallery, Dublin
ISBN 0907660797

disponibile online

Koo Jeong-a
Jean-Christophe Baily, Daniel Birnbaum, Koo Jeong-a
2001
Yvon Lambert Gallery
ISBN 2913893058

Koo Jeong A

Koo Jeong-A

Koo Jeong-A è un artista di media e installazioni di origine sudcoreana.

Vive e lavora ovunque.

 

ISTRUZIONE

École des Beaux-Arts, Parigi, Francia

 

MOSTRE PERSONALI

2026

Aspen museum, Aspen, USA

Kunsthaus Bregenz, Bregenz, Austria
LEEUM, Seoul, Corea del sud
Kunst Werk, Berlino, Germania

 

2025

LAND OF OUSSS [KANGSE], Luma Arles, Francia

For Children. Art Stories since 1968, Haus der Kunst, Monaco, Germania

Neue Nationalgalerie, Berlino, Germania

 

2024

Neue Nationalgalerie, Berlino, Germania

Korean Pavillion, Venice Biennal, Venezia, Italia

EHM [Event Horizon Malmö], Malmö Konsthall, Malmo, Svezia

 

2023

Pompidou Metz + Ballet de Lorraine, Francia

Therme Manchester, Regno Unito

Neue Nationalgalerie, Berlino, Germania

Levitation, PKM Gallery, Seoul, Corea del sud

Odorama cities, Circa, Seoul, Corea del sud

 

2022

OLO, Grasse, Francia

Pilar Corrias Saville Raw, Londra, Regno unito

Stars above the Tree, Pinksummer, Genova, Italia

World Premier film screening

 

2021

“OoooOoO”, Luma Arles, Arles, Francia

Solo House, Barcellona, Spagna

“Outdoor commission”, Uiwang, Corea del sud

Busan City Museum, Busan, Corea del sud

Maeil Dairies, Sangha Farm, Gochang, Corea del sud

AR, Fiorucci Trust, Stromboli, Italia

“Outdoor Skate Park Commission”, Copenhagen, Danimarca

 

2020

Eva Presenhuber Gallery, New York, USA

Galeria Albarran Bourdais, Madrid, Spagna

Galactic Centre, outdoor skate Park commission, Copenhagen, Danimarca

Solo House, Barcellona, Spagna

PKM Gallery, Seoul, Corea del sud

 

2019

Indoor Skate Park commission, Triennale Di Milano, Milano, Italia

Prerequisites 7,  Beyeler Foundation, Basilea, Svizzera

 

2018

Magnet Cities, Pilar Corrias, Londra, Regno Unito

TENGAM, Pinksummer Palermo, Italia

Nomos alpha, HENI , Londra, Regno Unito

TENGAM TENGAM, Konig Gallery, Berlino, Germania

 

2017
ajeongkoo, Art Sonje, Seoul, Corea del sud

 

2016
Koo Jeong A, printemps de l’art contemporain 2016, Frac Provence Alpes-Cote d’Azur, Marsiglia, Francia
4.3.3, Pinksummer, Genova, Italia
Enigma of Beginnings, Yuz Project Room at Yuz Museum, Shanghai, Cina
ODORAMA, ICA Art Night , Charing Cross station, Londra, Regno Unito
Koo Jeong A / Riptide, Korean Cultural Center UK ( Artist of the Year ), Londra, Regno Unito

 

2015
annual journey, Pilar Corrias, Londra, Regno Unito
Koo Jeong A, EVERTRO, Everton Park , Liverpool, Regno Unito

 

2014
VOID WITHIN UNLIMITED FREEDOM, BASE/progetti per l’arte, Firenze, Italia
OUSSSER, Fondazion La Raia, Novi Ligure, Milano, Italia
Frieze London, Pilar Corrias Gallery, Londra , Regno Unito
shining living, Yvon Lambert on paper, Yvon Lambert gallery, Parigi, Francia

 

2012
20, Pinksummer, Genova , Italia
Koo Jeong A, 16:07, Kunsthalle, Dusseldorf , Germania
OTRO, Ile de vassiviere, Beaumont du Lac, region Limousin, Francia
Navigation without numbers, Pilar Corrias, London, Regno Unito

 

2011
E opened his eyes he is now walking, CCA , Kitakyushu Project Gallery, Kitakyushu, Giappone
9 Nove/Nine, Centro de Arte Moderna (CAM), Fundacao Calouste Gulbenkin, Lisbona, Portogallo
Koo Jeong A/Undisturbed Lake, Yvon Lambert, Parigi, Francia

 

2010
Koo Jeong A, A to Z, Yvon Lambert, New York, USA
Koo Jeong A Constellation Congress, Dia at the Hispanic Society, New York, Stati Uniti d’America
York; Dia:Beacon, Beacon;The Dan Flavin Art Institute, Bridgehampton, Stati Uniti d’America, nano museum

 

2008
New Song, O , Yvon Lambert, Parigi, Francia
The Birds May Sing, Maribel Lopez Gallery , Berlino, Germania
Koo Jeong A, Pinksummer, Genova, Italia

 

2007
OUSSSEUX, Centre International d’Art & du Paysage, Ile de Vassiviere, Vassiviere, Francia
Koo Jeong A, Aspen Art Museum, Aspen, Colorado, USA
Le Studio – Project Room, Yvon Lambert Paris, Parigi, Francia
Temporary Measures, Associates, Londra, Regno Unito

 

2005
R , Swiss Re, Publication, Zurigo, Svizzera

 

2004
Wednesday, Portikus im Leinwandhaus, Francoforte sul Meno, Germania
Club Koo, Centre Pompidou , Espace 315, Parigi, Francia

 

2003
ever loving drive, ArtPace, San Antonio, Texas, USA
Koo Jeong A,Trans>area, New York, USA
Koo Jeong A, Yvon Lambert, New York, USA
Koo Jeong A, Yvon Lambert, Parigi, Francia

 

2002
The Land of Ousss, The Douglas Hyde Gallery, Dublino, Irlanda
121002 very, CCA Kitakyushu Project Gallery, Kitakyushu, Giappone
3355, Secession, Vereinigung bildender Künstlerinnen, Vienna
Wiener Secession, Vienna, Austria

 

2001
Koo Jeong A. Yvon Lambert Paris, Parigi, Francia
To fall to dive, Shima/Islands, Kyoto, Giappone

 

1999
Côté Rue Yvon Lambert, Parigi, Francia

 

1998
Ousss, Ousss, Ousss, Place Stalingrad 75010 Paris, Parigi, Francia
Association d’art de la Napoule, Château de la Napoule, Francia
oo / 24 , Moderna Museet Projekt, Moderna Museet, Stoccolma, Svezia
Your heart is telling you something , Century Building, Anversa, Belgio

 

1997
too://www.so.up/there, 28 rue Rousselet 75007 Paris, Parigi, Francia
aqueduc, ARC, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia
in out up down, CASCO Space, Utrecht, Paesi Bassi

 

1996
Armoire du pullover, may 21 22 23, 16 rue Etienne Marcel 75002, Parigi, Francia
Nanomuseum, touring exhibition

 

1995
La ville de Villepoix avec les petites poix qui devient millepoix, Galerie Anne de Villepoix, Parigi, Francia
Mousse à vos mesures, 16 rue Etienne Marcel 75002, Parigi, Francia
Je vais à Pied, Galerie Anne de Villepoix, Parigi, Francia
Lovely Loisir, 86 Crampton Street, London, Regno Unito

 

1994
Migrateurs, ARC,Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia
Rangements de Livres, c/o M. Obrist, San Gallo, Svizzera

 

MOSTRE COLLETTIVE

2024

Beyeler Foundation birthday, Basel, Svizzera

 

2023

Museum für Gegenwartskunst, Siegen gGmbH, Unteres Schloss 1, 57072 Siegen, Germania
Tiroler Landesmuseen-Betriebsgesellschaft m.b.H, Museumstraße 15, 6020 Innsbruck, Austria
WORLDBUILDING, Pompidou Metz, Francia
Julia Stocheck Foundation, Düsseldorf, Germania
META CITY BIENNALE PROJECT, Shanghai, Cina

 

2022

Tonini Editore, Brescia, Italia
Fondazione Merz, Torino, Italia
Acute Art collaboration Leeum Museum and Ho-Am Museum in Corea del sud
P-O-T-B-O-I-L-E-R-S QUINN HARRELSON GALLERY 3201 La Cienega Avenue Los Angeles 90034
”home”.the Frac des Pays de la Loire, Caquelon a cura di Thomas Fort e Marion Duquer roy
This Language That Is Every Stone a cura di Hans Ulrich Obrist, Asad Raza, Warraba weatherall, INSTITUTE OF MODERN ART, Brisbane, Australia
ZUSAMMEN ZEICHNEN 201 CADAVRES EXQUIS Ausstellung im Museum Bellpark, Kriens
Casa Asia organized at the real Jardin Botánico, Madrid ”La risa de las flors”
OÖ Landes-Kultur in correlation to an exhibition Linz, Austria Ben Livne – Weitzman
“Catorce relatos breves” exhibition at Universidad de Málaga (Spain) a cura di Menene Gras

 

2021

Seoul Biennale of Architecture and Urbanism 2021, DDP, Seoul, Corea del sud

Arcimboldo Face to Face, Centre Pompidou-Metz, Metz, Francia

dog, republic, unite, Antwerp, Belgio
EVER GOYA, Cahiers d’Art Fondation Beyeler edition
Dubai Art Fair, Dubai, Emirati Arabi Uniti

 

2020

why should not we enjoy an original relation to the universe, Senarega Castle,
Senarega, Italia

Busan Biennale, words at an exhibition an exhibition in ten chapters and five poems,
Busan, Corea del sud
NOCTURNE, Custot Gallery, Dubai, Emirati Arabi Uniti
Down to Earth, Gropius Bau, Berlin, Germania

Do it, Serpentine Gallery, London, Regno Unito
It’s urgent, LUMA Arles, Arles, Francia
KÖNIG DIGITAL, Ars Electronica, Linz, Germania

 

2019

Density, Julia Stoscheck Collection, JSC, Berlino, Germania

Don’t Touch Me: Acts of Faith, Robert Grunenberg Gallery, Berlino, Germania

Density, Frieze London, Regent’s Park, Londra, Regno Unito

La SOURCE, Foundation Carmignac, Villa Carmignac, isola di Porquerolles, Hyeres, Francia

Seconda edizione di It’s Urgent!, Luma Westbaue, Zurigo, Svizzera

Setouchi Treinnale, Setouchi, Giappone

Venice Meeting Point, Venezia, Italia

 

2017
DON’T LOOK LIKE A LINE, Pinksummer temporary venue, Hangar Toolbox, Via Egeo 18, Torino, Italia
Take Me (I’m yours), Pirelli HangarBicocca, Milano, Italia
Reborn-Art Festival( RAF) , Ishinomaki , Giappone
Mondialite, Boghossian Foundation Villa Empain, Bruxelles, Belgio
Imaginative Geography, ACC, Gwangju, Corea del sud
As Above, So Below: Portals, Visions, Spirits & Mystics, IMMA/Irish, Irlanda
Museum of Modern Art, Dublino, Irlanda
READYMADE, Galerie Eva Presenhuber, Vna, Svizzera
Take Me ( I’m Yours), Pirelli HangarBicocca, Milano, Italia

 

2016
ARROGATION, Incerteza Viva [Live Uncertainty], 32nd San Paolo, Brasile
Biennial, San Paolo, Brasile
Art Night, a cura di ICA, London, Regno Unito
Take Me (I’m Yours), Jewish Museum, New York, Stati Uniti d’America
E.A.T (ENGADIN ART TALKS), Zuoz, Svizzera
Area, Francois Julien’s philosophical concepts and Artists’ studio, Area Review, Parigi, Francia
Impulstanz, Dance Work Shop Festival, Vienna, Austria
Discordant Harmony, Kuandu Museum, Taipei , Taiwan
Fundacion Casa Wabi (residency), Oax/Puerto Escondido, Messico
Take Me ( I’m Yours) , Kunsthal Charlottenborg Copenhagen, Danimarca

 

2015
The World in 2015, UCCA, Beiljing, Cina
Repetition and Difference, The Jewish Museum, New York, Stati Uniti d’America
ET IN LIBERTALIA EGO, La Maison Rouge, Paris, Francia
Discordant Harmony, Artsonje Center, Seoul, Corea del sud
Discordant Harmony, Hiroshima Museum, Hiroshima, Giappone
THE TELL-TALE HEART, Chi Art Space, Pilar Corrias Gallery, Leo Xu, Londra, Regno Unito
Projects and K11 Foundation, Hong Kong , Cina
ICA OFF-SITE, a cura di Gregor Muir, Alia Al-Senussi & Abdullah
Alturki, Shanghai Tang Mansion, 1 Duddell Street , Hong Kong, Cina
presque rien / almost nothing , Marian Goodman Gallery, Paris, Francia
Take me(I’m yours), Monnaie de Paris, Parigi, Francia
REVOLUTION, newspaper project, Beaufort Beyond Borders, triennial for contemporary art, Belgian coast and Musee Promenade by A Dog, Belgio
Republic, Belgium recto/verso, Foundation Louis Vuitton, Parigi, Francia
The Sound of Things, National Museum of Modern and Contemporary Art MMCA, Seoul, Corea del sud
” Dans le bois de Vassiviere – Coloriages in situ “, In the wood of Vassiviere – in situ colouring ), Centre International d’art et du paysage, Ile de Vassiviere, Francia

 

2014
ET IN LIBERTALIA EGO, Nosy Tanga, Nosy Be, Madagascar
YARD, Allan Kaprow project, The Hepworth Wakefield, West YorkShire, Regno Unito
A stroll through a fun palace, Swiss Pavillion at 14the Venice Architecture Biennial, Venezia, Italia
Burning Down the House, Gwangju biennial, Gwangju, Corea del sud
Real DMZ project, Chearwon-gun, Gangwon-do & Artsonje Centre, Seoul, Corea del sud
homage to Francisco Varela buttons, Bruxelles, Belgio
poem calendar, Bruxelles, Belgio

 

2013
En suspension , FRAC-Pays le la Loire, Carquefou, Francia
the fight against AIDS, Yvon Lambert gallery, Parigi, Francia
Real DMZ project 2013 : Borderline, Border area near DMZ, Chearwongun, Gangwon-do , Corea del sud
The Last Wave, Marsiglia, Francia
RAM radioartemobile, Rome / Nuit Blanche Parigi, Francia
Do It, Manchester, Regno Unito
The Insides Are On The Outside / Interior esta no Exterior, Casa de Vidro, Instituto Lina Bo e P.M. Bardi, San Paolo, Brasile
In Situ, Kitakyushu Municipal Museum of Art, Kitakyushu, Giappone
A Stone Left Unturned, Galerie Yvon Lambert, Parigi, Francia

 

2012
a rebours , Theatre National de Chaillot, Parigi, Francia
Champ d’expériences, Centre International d’Art & du Paysage, Ile de Vassiviere, Francia
Dislocation, Daegu Museum, Daegu, Corea del sud

 

2011
Media landscape, zone east, gallery Loop, Seoul, Corea del sud
art project 2011 – AIDES, Yvon Lambert, Parigi, Francia
Sepentine Gallery Garden marathon, Serpentine Gallery, Londra, Regno Unito
The Return: The 3rd International Festival of Contemporary Art of Algiers (FIAC), MAMA Museum of Modern and Contemporary Art in Algiers, Algeria
Contemporânea da Universidade de Sao Paulo, San Paolo, Brasile

 

2010
idiolect, Brugge, Belgio
contemplating the void, interventions in the Guggenheim Museum, New York, Stati Uniti d’America
The nice thing about castillo/corrales…, castillo/corrales, Parigi, Francia
RETHINKING LOCATION, Sprueth Magers Gallery, Berlino, Germania
Handmade, Milan Design Week Wallpaper, Milano, Italia
street facade Building 37, Tirana, Albania
Aichi Triennale, Nagoya, Giappone
Media Landscape-Zone East, Liverpool Biennial, Liverpool, Regno Unito
Super Farmers ‘Market’, Handel Street Projects, Londra, Regno Unito

 

2009
Your Bright Future, The Museum of Fine Arts (MFAH), Houston, Texas, Stati Uniti d’America
Your Bright Future, Los Angeles County Museum of Art (LACMA), Los Angeles, Stati Uniti d’America
Elles@centrepompidou, Centre Pompidou, Parigi, Francia
5th annual Art Crush 2009, aspen art museum, Aspen, Stati Uniti d’America
Il tempo del postino, June 10 2009, co-produced by Fondation Beyeler, Art Basel, Theater Basel, Basel, Svizzera
53rd International Art Exhibition of the Venice Biennale, Venezia, Italia

 

2008
Eurasia, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (MART),Rovereto Trento, Italia
Tate modern collection, Tate Modern, Londra, Regno Unito
god & goods, Villa Manin, Codroipo, Italia
Turin Triennial, 50 Moons of Saturn, Torino, Italia

 

2007
Il tempo del postino, Opera, Manchester International Festival, Manchester, Regno Unito
Everstill, Casa Museo Federico Garcia Lorca, Granada, Spagna
Wherever we go, sfai, San Francisco, Stati Uniti d’America
2007 (Lost), Atelier des Arques,Les Arques, Francia
Not all is visible, presentation of Astrup Fearnley collection, Kunsthallen Brandts, Odense, Danimarca
Various Small Fires, Royal College of Art Gallery, London, Regno Unito
Flash Cube, Leeum, Samsung Museum of Art, Seoul, Corea del sud

 

2006
wherever we go,ovunque andiamo, spazio oberdan, Milano, Italia
Not all is visible, Works from the Astrup Fearnley Collection, Astrup, Danimarca
Fearnley Museum of Modern Art, Oslo, Norvegia
Suites Coréennes, Passage de Retz, Parigi, Francia
Coincidenze, Via Nuova SRL, Firenze, Italia
Il faut rendre à Cézanne, Galerie Yvon Lambert, New York, Stati Uniti d’America

 

2005
Emergency Biennale in Chechnya/Bolzano Stop,(23Feb/20 Apr) Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Matrix Art Project, (2/18 Sep) Bruxelles, Belgio
EURAC, the European Academy, (7 to 28 Oct) Bolzano, Italia
33 1/2 Baltic Triennial, Institute of Contemporary Arts (ICA), Londra, Regno Unito
Artists’ Books Revisited, Art Metropole, Toronto, Canada
Joy, (Dec 17 2005– Mar 5 2006), Casino Luxembourg, Lussemburgo
Performa 05, first biennial of new visual art performance, New York, Stati Uniti d’America
Guangzhou Triennial, Guangzhou, Cina
Hermes Korea Misulssang, Artsonje Center, Seoul, Corea del sud
MAN, Museo d’Arte della Provincia di Nuoro, Sardegna, Italia
Le invasioni Barbariche, Galleria Continua, San Gimignano, Italia
The Moscow Biennale, Mosca, Russia
Vénus en Périgord, Périgueux, Francia

 

2004
On Reason and Emotion, 14th Biennale of Sydney, Sydney, Australia
Ulysses, Oesterreichische Galerie Belvedere, Vienna, Austria
Dont touch dona bianca, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
Open, Arcadia University, Pennsylvania, Stati Uniti d’America
Singular Forms (Sometimes Repeated), Guggenheim Museum, New York, Stati Uniti d’America

 

2003
Dreams and Conflicts: The Dictatorship of the Viewer, 50th International
Art Exhibition of the Venice Biennale, Venezia, Italia
Open Garden, Watarium Museum, Tokyo, Giappone
Happiness, Mori Art Museum, Tokyo, Giappone
Regarde, il Neige, Centre National d’Art et du Paysage, Ile de Vassiviere, Francia

 

2002
Less Ordinary, Artsonje Center, Seoul, Corea del sud
International 2002, Liverpool Biennale, Liverpool, Regno Unito
Self /In Material Conscience, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
A given circumstances (gesture in situ), Arcadia University Art Gallery, Glenside, Regno Unito
Gwangju Biennale, Gwangju, Corea del sud
The air is blue, Casa Barragan, Città del Messico, Messico
Trans>area, New York, Stati Uniti d’America
Le studio Yvon Lambert, New York, Stati Uniti d’America
Haunted by details, Stichting de Appel, Amsterdam, Paesi Bassi
Hugo Boss Prize, Guggenheim Museum, New York, Stati Uniti d’America
Les Enfants du Paradis, Yvon Lambert, Parigi, Francia
La Folie de la villa Médicis, Academia di francia a romavilla Médicis, Roma, Italia

 

2001
In Cielo, Venice Biennale organised by TRANS, Venezia, Italia
Yokohama Triennale, Yokohama, Giappone
Art Unlimited, Art 32 Basel, Basel, Svizzera
Room 137, Yvon Lambert, Hôtel du Commerce, Basel, Svizzera

 

2000
Sentimental, Yvon Lambert, Parigi, Francia
Continetal Shift, Aachen, Maastricht, Heerlen, Liège, Belgio
Snapshot, Contemporary Museum of Art, Baltimore, Maryland, Stati Uniti d’America
Echigo Tsumari Art Triennal 2000, Art Front Gallery, Echigo Tsumari/Tokyo, Giappone
Manifesta 3, Ljubljana, Slovenia
IASPIS Galleriet, Stoccolma, Svezia
La Ville, le Jardin, la Mémoire 1998 / 2000 : Le jardin 2000, Villa Médicis, Roma, Italia
From a Distance: Approaching Landscape, Institute of Contemporary Art, Boston, Massachusetts, Stati Uniti d’America
Les Affinités électives 2, Galerie du Jour Agnès b, Parigi, Francia
Offered spaces/Spazi offerti, San Casciano dei Bagni, Siena, Italia
Prodige, une nouvelle génération d’artistes en France,Espace Paul Ricard, Parigi, Francia
Super Split, BüroFriedrich, Berlino, Germania
Rovaniemi, Yvon Lambert, Parigi, Francia
Finale di Partita, endgame, fin de partie, Biagiotti Progetto Arte, Firenze, Italia
Vivre sa vie, Tramway Glasgow & Edinburgh, Scozia, Regno Unito
Rendez vous, Collection Lambert, Musée d’Art Contemporain, Avignon, Francia

 

1999
Ma Sorcière Bien Aimée, Côté Rue Yvon Lambert, Parigi, Francia
Cities on the move, Louisiana Museum of Modern Art, Humlebek, Louisiane, Danimarca
Cities on the move, Hayward Gallery, Londra, Regno Unito
Laboratorium, Anversa, Belgio
Cutting Edge Art, Soane Museum, Londra, Regno Unito
Au-delà, Galerie Klostorfelde, Berlino, Germania
Singulier Pluriel, Frac des Pays de la Loire, Nantes, Francia
L’Autre Sommeil, ARC, Musée d’art moderne de la ville de Paris, Parigi, Francia
Nous nous sommes tant aimés, ENSBA, Parigi, Francia
Cities on the move, Kiasma Museum of Contemporary Art, Helsinki, Finlandia
Passage: New French Art, Tokyo, Sategaya Museum, Tokyo, Giappone
Retrace your Steps: Remember Tomorrow, Sir John’s Soane Museum, London, Regno Unito
Xn 99, Espace des Arts, Chalon-sur-saône, Francia
Vertical time, Chicago Museum, Chicago, Illinois, Stati Uniti d’America

 

1998
Vertical Time, Barbara Gladstone Gallery, New York, Stati Uniti d’America
Tu parles/j’écoute, Tapei Fine Arts Museum, Taipei, Taiwan
La Sphère de l’intime, Le Printemps de Cahors, Cahors, Francia
Dust Memories, Frac Bourgogne, Dijon, Francia
Unfinished History, Walker Art Center, Minneapolis, Minnesota, Stati Uniti d’America
Moderna Museet Projekt 98, Stoccolma, Svezia
Area Dos, Rekalde, Bilbao, Spagna
Association Château de la Napoule, la Napoule, Francia
Gare de l’Est, Casino Luxembourg, Lussemburgo
Imitating Xmas, Berlino, Germania

 

1997
Gwangju Biennale, Gwangju, Corea del sud
Transit, ENSBA, Parigi, Francia
Secret Street, Vleeshal, Middelburg, Paesi Bassi
Cities on the move, Secession, Vienna, Austria
52 bd Voltaire, Espace Huit Novembre, Parigi, Francia
619 KBB 75, Parigi, Francia
Do it, Independent Curators Incorporated (ICI), New York, Stati Uniti d’America

 

1996
Télé Tube, Art TV Shopping, Forde à l’Usine, Ginevra, Svizzera
Ouvert la Nuit, Avignon, Francia
Dépôt-vente du Particulier, 19 rue Richard Lenoir, Parigi, Francia
2,3,4 May, 21 bd Jourdan 75014 Paris, Francia
Uccelli/Birds, ZERYNTHIA, Parco degli Uccelli, La Selva, Italia
Manifesta 1, Rotterdam, Paesi Bassi
Do it, Taidehalli, Helsinki, Finlandia
Kaukolampoa, Helsinki, Finlandia
Do it, Forde, Ginevra, Svizzera
Setzen Stellen Legen Vergleiche, Bahnhof Messepalast, Vienna, Austria
XII ateliers du Frac des Pays de la Loire, Saint-Nazaire, Francia
L’art du plastique, ENSBA, Parigi, Francia

 

1995
Etrangères au Paradis, Le Monde de l’Art, Parigi, Francia
Tu parles / j’écoute, Galerie Anne de Villepoix, Paris / Jet Lag K, Malakoff, Francia
Club Berlin, 46th International Art Exhibition of the Venice Biennale, Venezia, Italia
L’Art d’Aimer, Nouvelle Vague, Séte, Francia
Présentation de Sommaire, Galerie Anne de Villepoix, Parigi, Francia
Muestra 1, Bibliotheca Luis Angel Arago Calle, Casa Republica, Bogota, Colombia
Mito, Operat 95, Ravenna, Italia
Almanacco 2000, Zona Archives, Firenze, Italia
Ducks Not on a Pound, Manchester, Regno Unito
1er International Videozine Screening, Galerie Air de Paris, Parigi, Francia
Télé Tube, Hôpital Ephémère, Parigi, Francia

 

1994
Collection Zonmée, Montreuil, Francia
Télé Tube in Merry Go Round, Shedalle, Zurigo, Svizzera

 

PREMI

2016
Foundation Case Wabi, Città del Messico, Messico

 

2005
Hermes Korea Prize for Contemporary Art

 

2002
Finalist of the Guggenheim Museum’s Hugo Boss Prize

 

2000
Winner of the Villa Medicis Award

 

BORSE DI STUDIO

2016
CNC ( National Centre for Cinema and the Moving Image), Francia
FNAGP ( Foundation National Graphic Arts Plastics ), Francia
Region Limousin, Francia
ARKO (ARTS COUNCIL KOREA), Corea del sud
ICA, Londra, Regno Unito

 

2005
Swiss Re, Zurigo, Svizzera

 

RESIDENZE

2010
Dia foundation residency, New York, Stati Uniti d’America

 

2007
Ateliers des Arques, Les Arques, Francia

 

2003
ArtPace, San Antonio, Texas, Stati Uniti d’America

 

2002
CCA, Kitakyushu, Japan
The Belvedere Residency Au garten, Vienna, Austria

 

2000
IASPIS, Stoccolma, Svezia
Villa Medicis, Roma, Italia

 

1998- 2005
Agnes b studio/atelier rue du Rivoli 75001 Parigi, Francia

 

1998
Association d’art de la Napoule, Chateau de la Napoule, Francia

 

1996
Xll ateliers du Frac des Pays de la Loire, Saint Nazaire, Francia

 

CATALOGHI (SELEZIONE)

2017

Mondialite, Boghossian Foundation Villa Empain, Bruxelles, Belgio
As Above, So Below: Portals, Visions, Spirits & Mystics, IMMA/Irish Museum of Modern Art, Dublino, Irlanda

 

2016

Incerteza Viva [Live Uncertainty], Sao Paulo Biennial , San Paolo, Brasile

 

2015

oussser, Fondazione La Raia, Novi Ligure, Italia
” Dans le bois de Vassiviere – Coloriages in situ “, In the wood of Vassiviere – in situ colouring , Centre International d’art et du paysage, Ile de Vassiviere, Francia

 

2014

The Age of Earthquakes, Shumon Basar, Douglas Coupland, Hans Ulrich Obrist, Penguin publishing, Regno Unito, Stati Uniti d’America
Gwangju Biennial, Gwangju, Corea del sud
A Poem A Day, by Nico Dockx & Clara Meister, Bruxelles, Belgio
REAL DMZ PROJECT 2014, samuso, Seoul, Corea del sud
Et In Libertalia Ego, Maison Rouge, Parigi, Francia

 

2013

Constellation Congress, Dia, New York, Stati Uniti d’America
Korean Art : The Power of Now, by Hossein Amirsadeghi and Marcelle Joseph surf & skate, edited by Richard Leydier, Marsiglia, Francia

 

2012

16:07 , Kunsthalle, Dusseldorf, Germania
OTRO , Centre for The International Art and theLandscape, Ile de Vassiviere,Vassiviere, Francia

 

2011

9, CAM, Lisbona, Portogallo
Defining Contemporary Art-25 Years in 200
pivotal artworks, published by Phaidon

 

2010

OUSSSEUX , Chiara Parisi , Centre international d’art et du paysage, ile de Vassiviere, Vassivier, Francia

 

2009

Time Taken , Christine Macel , monographic editions , 2009

 

2009

Vitamin 3-D , New Perspectives in Sculptureand Installation, text by Jens Hoffman, Phaidon

 

2009

elles @centrepompidou , Pompidou edition

 

2007

Lost 2007 , les Arques, atelier les arque , text by Chiara Parisi

 

2006

wherever we go, Milano, text by Hou Hanru

 

2005

Das Neue 2, im Atelier Augarten, Vienne, 22
interviews with Thomas Trummer
2005, Hermès Korea Missulsang, Ahn Soyeon
published by Hermès Korea and Artsonje
Center, 2005, Seoul

 

2004

Koo Jeong A. book number 1, Macel Christine,
published by Pompidou Centre (espace 315
création contemporaine et prospective), 2004

 

2002

The small hours of love , Koo Jeong A. The Douglas Hyde Gallery, Dublino
The Hugo Boss prize 2002, The Solomon R
Guggenheim museum publications, 2002, New York, Stati Uniti d’America
Secession, 3355, Koo Jeong A. This catalogue is published in conjonction with the exhibition Koo Jeong A. at the Secession ( November 12, 2002- February 2, 2003 )

 

2001

Koo Jeong A. exhibition from May19 to June 30
2001, Yvon Lambert edition, Paris, French/English

 

2000

Publishers, Valerio, Au delà, published by Jens Hoffman and Valerio publishers Parigi / New York in collaboration with Galerie Klosterfelde, Berlino, 2000

 

1999

Artaud, Evelyne, Quoi peindre donc ?, Diagonales une collection des éditions Cercle d’art, Parigi

 

1998

oo/24, Moderna museet projekt, Curated by Maria Lind text by Daniel Birnbaum 2 -31 May, Stoccolam, Svezia

 

1997

Aqueduc, Koo Jeong A. 25 April – 22 June Introduction by Laurence Bosse Musée d’Art Moderne de la ville de Paris, Paris, museum editions of musées de la ville de Parigi, Francia
Do it, Independent curators Incorporated, New York, USA

 

1994

MIGRATEUR, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia

Koo Jeong A – 4.3.3

Photo credit Rokma

Koo Jeong A – 4.3.3

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Ci è molto piaciuto un recente articolo di Hannah Ellis-Petersen, apparso sul “The Guardian” su Koo Jeong A a proposito del suo progetto di skatepark “Wheels Park” a Everton Park a Liverpool, in cui la giornalista racconta che quando contattò Koo Jeong A per intervistarla, l’artista rispose che era d’accordo, ma che non voleva essere audio registrata, suggerendo la presenza di una stenografa. Pertanto la giornalista prima di incontrarla in un bar di Kensigton insieme a Mary, una dattilografa con una piccola macchina da scrivere portatile, si era fatta l’idea che avrebbe incontrato un’artista diva piena di pretese, mentre si trovò di fronte l’opposto: una persona educatissima dalle maniere oltremodo gentili, che si scusò immediatamente per la richiesta curiosa dicendo: “Non sono stata educata a parlare di me perché gli Asiatici più o meno preferiscono limitarsi a ascoltare. E’ un atteggiamento differente. Ora è già cambiato, ma tendiamo ancora a considerare il valore che diamo a noi stessi qualcosa di intimo, che rifugge l’auto-promozione”. Questo aneddoto ripreso dal quotidiano britannico, ci è apparso utile perché ben esprime la personalità di Koo Jeong A, gentile e risoluta nel contempo circa scelte e, non necessariamente, motivazioni, rispetto a un lavoro che oggi ci sembra un mezzo, piuttosto che un fine, lasciando trasparire un’attitudine che rimanda a quella che in Oriente come in Occidente è chiamata la bios theoretikos, la vita contemplativa, che implica sempre un sentiero da percorrere e una trasformazione. Gli adepti novizi della scuola pitagorica dovevano tacere e ascoltare, considerate le cose più difficili da imparare, il maestro inoltre parlava nascosto dietro a una tenda per separare il sapere dalla persona che lo comunicava. L’ascolto della musica aveva la funzione di purificare gli adepti. Rischiando di esagerare diremmo che frequentando il lavoro di Koo Jeong A si ha un po’ l’impressione di avere a che fare con qualcosa di vagamente ieratico e oracolare, o comunque con una sorta di parola perduta a cui ci siamo disabituati. Sempre nel medesimo articolo menzionato all’inizio, Koo Jeong A afferma “Considero il lavoro come qualcosa di assimilabile al vestire i deceduti in splendore. E’ un’idea che arriva dal mio paese natale dove quando le persone muoiono si veste il cadavere, ma noi vestiamo i deceduti in splendore non come un cadavere”. Una frase che in qualche modo ci ha fatto pensare al concetto alla base di “Merda d’Artista” di Piero Manzoni, per cui l’opera era considerata, stiamo semplificando molto le diverse implicazioni, un gesto consumato, come la parte escrementizia e priva di valore di un processo esaurito. Per Koo Jeong A l’opera non sembra un gesto consumato, ma piuttosto qualcosa che si deve ricomporre ancora e sempre per affrontare un diverso cammino, che non immaginiamo sia esclusivamente di natura passiva e esegetica. Il tema dell’imprevedibilità sottesa nel lavoro di Koo Jeong A, su cui ha focalizzato Federico Nicolao nel saggio pubblicato sul catalogo “Constellation Congress”, pubblicato in occasione della personale di Koo Jeong A alla DIA Foundation di New York nel 2010, immaginiamo che sia l’accidente prevedibile e naturale di un qualunque viaggio, programmato nei dettagli più sottili e astrali.
“4.3.3” è il titolo della terza personale di Koo Jeong A da pinksummer e anche il titolo di un lavoro che sarà in mostra “4.3.3 una nave stampata in 3D con un sentiero”. L’artista ci ha raccontato in una e-mail, che il “cargo” bianco è la rappresentazione di un suo progetto irrealizzato: “Mi piacerebbe trasformare una petroliera in una destinazione culturale, e similmente che l’OPEC indebolita fosse rimpiazzata da un evento culturale”.
Per Lao Tzu la magia del vivere sta nel dirigere l’agire verso il non agire. Nell’azione non azione o nella non azione in movimento.
Nuotare insomma nella direzione della corrente, cogliendo l’evolversi degli eventi. Secondo l’Abate Constant (Levi), le operazioni magico alchemiche sono l’esercizio di un potere naturale della volontà umana. La magia può essere vista anche come una reinvenzione creativa della cultura.
Il cargo incontaminato di Koo Jeong A, appare come una sorta di magia simpatetica e propiziatoria che fa perno intorno alla parola cultura in rapporto al concetto di conoscenza.
Nella stessa e-mail su “4.3.3” Koo Jeong A proseguiva la spiegazione dell’opera citando alcuni passi di Roy Wagner in “L’invenzione della cultura”, nei quali l’antropologo parla di “antropologia alla rovescia” rispetto al culto sincretico e millenarista del movimento cargo. Il culto del cargo è apparso nelle società tribali melanesiane, dopo l’incontro con le popolazioni occidentali, soprattutto in seguito alla seconda guerra mondiale, quando le tribù indigene ebbero modo di osservare le navi e gli aerei giapponesi e statunitensi che trasportavano una grande quantità di merci per rifornire le basi militari. Alla fine della guerra le basi militari furono chiuse e cessò il rifornimento di merci e fu per attrarre quelle merci non cacciate e non coltivate, che le popolazioni native presero a riprodurre grossolanamente piste di atterraggio, aeroplani, radio, e a mimare il comportamento dei militari, per propiziare l’avvento di nuovi cargo, questa volta destinati al loro riscatto. Roy Wagner afferma: “Il simbolo del ‘cargo’, esattamente come quello della ‘cultura’, deriva la propria forza e il proprio senso dalle sue ambiguità: è il fenomeno enigmatico e seducente dei beni materiali dell’Occidente e allo stesso tempo rappresenta le profonde implicazioni umane che questi beni hanno per la mente indigena.” Di fatto per i nativi “cargo” (kago) significa beni manufatti, e in questo senso potrebbero essere considerati cultura, essendo che l’antropologia, “culto della cultura”, per trasformare in etnografie le popolazioni tribali, le viviseziona riducendole ai loro manufatti e alle tecniche di produzione, al loro cargo, buttando via le persone. Per i Melanesiani però il nostro cargo non è mai solo merce, ricchezza materiale, ma ha a che fare con la qualità della vita, con le implicazioni morali delle relazioni umane e, in questo senso, il cargo può essere considerato antitetico all’etimo elitario e sterile di cultura in uso in Occidente, incapace di creare conoscenza e di nutrirci spiritualmente elevandoci a un livello superiore, riscattando dalla guerra e dalle malattie croniche, come la depressione, la nostra società.
Koo Jeong A ci scrisse, anche per fermare un nostro tentativo barocco di interpretazione dei numeri “4.3.3”, che per lei e aggiungiamo noi, come per la cosmogonia taoista, nella sequenza di numeri da 0 a 9 è racchiusa la rappresentazione del mondo, la manifestazione dell’essere come dell’esseità.
Nella numerologia cinese i numeri pari sono yin mentre i dispari sono yang, yin e yang come pari e dispari, femminile e maschile, negativo e positivo sono opposti e complementari e danno origine al flusso di energia, alla vita.
Non siamo addestrate a trasformare i numeri in cose, ma supponiamo che la mostra “numerica” di Koo Jeong A sia un invito a lasciarsi attraversare dall’intelligenza bipolare e ciclica del mondo, uscendo dai limiti di un pensiero fideistico e materialistico che limita lo sviluppo spirituale.
Anche i pitagorici attribuivano alle cose un numero e un simbolo geometrico al numero, i numeri e i loro logoi o rapporti erano per quei saggi lo strumento fondamentale per far cessare la discordia tra gli uomini e stabilire l’armonia.
Lao Tzu nel Tao Te Ching scrive: “Una ruota è fatta di 30 raggi sensibili, ma gira in virtù del vuoto centrale non sensibile del mozzo. I vasi sono fatti di argilla sensibile, ma serve il loro cavo non sensibile. L’essenziale di una casa sono i fori non sensibili che costituiscono le porte e le finestre. L’efficacia, il risultato, provengono dal non sensibile”.
Sappiamo infine di questa mostra “4.3.3”, che un cargo costituito da 15 colli è partito da Londra per Genova.

Alis / Filliol

Davide Gennarino nasce a Pinerolo nel 1979 e Andrea Respino nasce a Mondovì nel 1976. Vivono e lavorano a Torino.

 

MOSTRE PERSONALI
2016
Ultraterra, pinksummer, Genova, Italia

 

2015
Né umano né inumano, Institut Culturel Italien, Parigi, Francia

 

2014
ZOGO, con un testo di Simone Menegoi, Museo Ettore Fico, Torino, Italia
Vitrine, a cura di Anna Musini, GAM, Torino, Italia

 

2013
Fondazione Rossini, Briosco (MB), Italia
Greater Torino, a cura di Irene Calderoni, Maria Teresa Roberto, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
Grand Trou, a cura di Benedetta carpi De Resmini, Ex Elettrofonica, Roma, Italia
Goodbye, DNA Projets Box, Venezia, Italia

 

2012
Check your totem, pinksummer, Genova, Italia
Ogni cosa a suo tempo, Alis/Filliol, Navid Nuur, a cura di Stefano Raimondi e Mauro Zanchi, Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo, Italia

 

2010
Calco di due corpi in movimento nello spazio, a cura di Beniamino Foschini, Cripta 747, Torino, Italia
Testa di sirena urlante, MARS, Milano, Italia
Pieeeeetraaaaaaaaaa!, Gum Studio, Carrara, Italia
Paesaggi a scavare_Campo volo, a cura di Carlo Fossati, blank, Torino, Italia

 

2009
00, Ludovica Carbotta-Alis/Filliol; Torino, Italia

 

MOSTRE COLLETTIVE
2015
Codice Italia, Padiglione Italia, 56° Biennale di Venezia, Venezia, Italia
Being Thing, Centre International D’Art du Paysage, Ile de Vassiviere, France, Italia

 

2014
Poetical Politics, a cura di Paolo Falcone, Cantieri alla Zisa, Palermo, Italia
Le statue calde. Scultura-corpo-azione 1945-2013, a cura di Simone Menegoi, Museo Marino Marini, Firenze, Italia
About sculpure #4, Galleria Rolando Anselmi, Berlino, Italia
Killing Floor II, a cura di Carlo Fossati per e/static, blank, Torino, Italia
I baffi del bambino, a cura di Luca Bertolo, Lucie Fontaine, Milano, Italia
Keep It Real, Ventura XV, Milano, Italia
Va tutto bene, a cura di Lelio Aiello, Casabianca, Bologna, Italia

 

2013
Post-classici, a cura di Vincenzo Trione, Foro Romano, Roma, Italia
Relazioni reciproche, a cura di Claudia Santeroni, Porta Sant’Angelo, Bergamo, Italia
Osmosis, progetto della Luiss Mater of art, Stazione Triburtina, Roma, Italia
Alumni Exhibeo, a cura della Fondazione Spinola Banna, Accademia Albertina, Torino, Italia

 

2012
Versus XVIII, a cura di Francesca Referza,Velan center, Torino, Italia
Venti per una, a cura di Martina Corgnati, Castiglia, Saluzzo e Museo de Arte Contemporáneo, La Plata, Argentina
Neve chimica, progetto della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo su idea di Lorenzo Balbi, Casa Olimpia, Sestriere, Italia
Long Play, XXIV Edizione Premio Nazionale Arti Visive, MAGA, Gallarate, Italia

 

2011
Ceci nest pas du Cinema!, a cura di Marcella Beccaria, Andrea Bellini, Francesco Bernardelli, Beatrice Merz, Marianna Vecellio, Castello di Rivoli in collaborazione con Cinema Massimo, Torino, Italia
Azimut, a cura di Alice Ginaldi, DolomitiContemporanee, Belluno, Italia
VA’ PENSIERO: passato prossimo e futuro anteriore dell’Italia, a cura di Andrea Bruciati, Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Monfalcone, Italia
Del povero B.B., a cura di Beniamino Foschini, Gum Studio, Carrara, Italia
Pleure qui peut, rit qui veut_ Premio Furla per l’Arte, VIII edizione, Palazzo Pepoli, Bologna, Italia

 

2010
Fort/da, a cura di Alis/Filliol, CARS, Omegna, Italia
A as Stone, a cura di Marianne Lanavère e Simone Menegoi, galleria SpazioA, Pistoia, Italia
Titolo Grosso, Cripta747, Torino, Italia

 

2008
No Location, Relocation, a cura di Milovan Farronato, A.T. Kearney, Milano, Italia

 

PREMI E RESIDENZE
2012
Long Play, XXIV Edizione Premio Nazionale Arti Visive, MAGA, Gallarate, Italia

 

2011
Pleure qui peut, rit qui veut_ Premio Furla per l’Arte, VIII edizione, Palazzo Pepoli, Bologna, Italia
Premio Santa Croce Grafica, Villa Pacchiani, Santa Croce Sull’Arno, Italia
Artist in residence presso DolomitiContemporanee, Belluno, Italia

 

2010
Artist in residence presso CARS, Omegna, Italia

 

2008
No Location, Relocation, a cura di Milovan Farronato, A.T. Kearney, Milano, Italia
Workshop Visiting Professor Adrian Paci; Fondazione Spinola Banna per l’Arte, Poirino, Torino, Italia
Workshop con / with Milovan Farronato, Fondazione Spinola Banna per l’Arte, Poirino (TO) c/o A.T. Kearney, Milano, Italia

 

2007
Workshop Visiting Professor Diego Perrone; Fondazione Spinola Banna per l’Arte, Poirino, Torino, Italia

ULTRATERRA – ALIS / FILLIOL

Opening Photography ©Alice Moschin

Ultraterra – Alis / Filliol

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Questa seconda personale, dal titolo “Ultraterra”, di Alis/Filliol da pinksummer, potrebbe essere interpretata come una lieve variazione degli artisti da se stessi, o come hanno dichiarato durante una conversazione, è come se si fossero spostati di due gradi sul goniometro dalla scultura, per farne evaporare il corpo, creando un’installazione scultorea di natura ambientale.
La narrazione muove da una testa modellata in gesso da Alis/Filliol qualche anno fa, che successivamente, seguendo quella loro particolare attitudine di intendere la scultura come un dispiegamento di esperienze se non proprio impreviste, non del tutto previste, hanno poi riempito di poliuretano fina a farla esplodere. Decisero poi di produrre la testa scoppiata in un unico materiale, pertanto costruirono un negativo, costituito da due valve, e dal calco uscì il simulacro in gesso del capo deformato dal poliuretano. Dalla sua produzione a oggi, il calco in negativo della testa è rimasto immobile e silente in studio, come si addice alla scultura più che a qualsiasi altra forma d’arte, soprattutto se figurativa. Al più su di esso si posavano ogni tanto gli sguardi interlocutori di Alis/Filliol, come a chiedersi se la traiettoria di quel lavoro fosse finita lì o avrebbe potuto a un certo momento condurli altrove. Poi è arrivata la seconda personale da pinksummer e i due stampi della testa scoppiata in gesso si sono prestati bene per realizzare un lavoro sulla deformazione, sulla trasformazione e forse anche sulla trasfigurazione, da un certo punto di vista. “Ultraterra” opera di fatto un doppio ribaltamento: da una parte sussiste il passaggio dal volume alle due dimensioni, dall’altra si ha come l’impressione che gli artisti abbiano voluto spostare la scultura intorno al corpo del visitatore. Quella che Alis/Filliol presentano è una scultura senza corpo, in cui permane una potente ossessione scultorea per il volume. Tale ossessione per la plasticità, lungi dall’essere una latenza residuale di matrice linguistica, pare piuttosto il fatto o più precisamente il modulatore emotivo per trasformare lo spazio inumano della scultura nell’estensione temporale di un paesaggio privo di massa.
Rosalind Krauss in “Passaggi” scrive a proposito di come la scultura costruttivista e futurista si sia lasciata trasformare dal teatro: “La scultura di cui sto parlando si nutre al contrario della convinzione che ciò che essa era non basta più, poiché poggiava su un mito idealista. Cercando di scoprire ciò che è, o almeno cosa può essere, la scultura si è servita del teatro e in particolare del suo rapporto con il contesto dello spettatore come di uno strumento per distruggere , indagare e ricostruire”. Si potrebbe immaginare che Alis/Filliol in assoluto, ma più in specifico in “Ultraterra”, abbiano fatto invadere/concimare il loro campo di azione dal cinema o dalla cinematografia, contrattando con il corpo della scultura e dello stesso spettatore: più un film è avvincente, più ci si dimentica del corpo, si va oltre alla immanenza corporea, si entra in una dimensione extra-corporea. Il paesaggio vivido e immersivo di “Ultraterra” celebra la passione plastica guardando dritto nel vuoto, viene in mente Rust Cohle in “True Detective” quando afferma: “In questo universo noi gestiamo il tempo in maniera lineare, in avanti. Ma al di fuori del nostro spazio-tempo, da una prospettiva che sarebbe quadrimensionale, il tempo non esisterebbe. E’ da quella posizione, se potessimo raggiungerla, vedremmo che il nostro spazio-tempo è come appiattito, come una singola scultura la cui materia è sovrapposizione a ogni luogo che abbia mai occupato. La nostra vita si ripropone ciclicamente come dei kart su una pista. Tutto quello che è al di fuori della nostra dimensione è eternità, l’eternità ci osserva dall’alto. Ora, per noi è una sfera, ma per loro è un cerchio”.
Non si tratta dunque solo di un motivo formale, uscire dal medium specifity, per Alis/Filliol significa anche condividere una particolare temperie, uno Zeitgeist, che si trova nei film, nelle serie tv, nella musica, una sorta di sensibilità, che muovendo dalla realtà delle cose traccia sentieri che sembrano condurre verso l’invisibile. In questi simulacri in cui l’invisibile si manifesta si può dedurre a piacere il positivo mistico o il negativo del vuoto etico e ideologico. Positivo e negativo sono due polarità inscindibili nella scultura, quando si ha un positivo esiste sempre un fantomatico negativo, come nel mondo del tempo ciclico e lineare si sa che esiste la luce perché prima o poi le tenebre sopraggiungono.
Rispetto a Alis/Filliol l’idea di paesaggio era già implicita nelle sculture a “neve persa”, sculture in positivo il cui risultato era indubbiamente paesaggio. Si potrebbe azzardare che sulla loro traiettoria le “nevi perse”, stanno al positivo e alla luce, come i “Mofo” stanno al negativo e all’oscurità. Di fatto i “Mofo” crescono nel negativo dei buchi che gli artisti scavano per produrli, ipotizzando una storia negativa della scultura del XX secolo a cui si riconducono.
I “Mofo” rappresentano l’alterità di quella scultura di cui comprendono o sussumono analiticamente il linguaggio parodiandolo. La parodia è una delle modalità di Alis/Filliol per rimanere stranieri all’interno della propria lingua, per sperimentare nella scultura. I “Mofo” obbligano lo spettatore a uno sguardo arcaico, si pongono su un altro piano rispetto allo spettatore, non cercano la comunione con il suo sguardo, sono idoli che manifestano una presenza gigantesca. I “Mofo” consumano materia, spazio, e le vibrazioni dell’ego di chi guarda, paiono porsi come ostacolo dell’ego ermeneutico.
Arthur Bloch definiva la scultura “ quella roba in cui vai a sbattere in un museo quando fai due passi indietro per guardare meglio un quadro”, con “Jir” la scultura che Alis/Filliol hanno presentato lo scorso anno nel padiglione Italia della Biennale di Venezia, pensato dal curatore come una griglia a compartimenti stagni, gli artisti hanno forzato l’idea della scultura intesa come ostacolo, posando il “Mofo” come un’ enorme frana che rendeva l’antro angusto ancora più imbarazzante, come a tendere un’imboscata a tutte le adesione al preconcetto, compreso il mito del classicismo formalista.
Non sappiamo ancora, ma anche se la sfera è stata trasfigurata in cerchio, il negativo e positivo sono diventati chiaroscuro, non crediamo in nessun modo che Alis/Filliol abbiano abiurato al barocco inteso come filosofia della crisi, come a dire che non c’è stata nessuna ascensione verso l’astrazione da parte loro. Già dalla scelta dell’ immagine bucolica straniante dell’invito di “Ultaterra”, che pare un opuscolo di una qualche chiesa evangelica contaminato da Gregory Crewdson, Alis/Filliol lasciano intuire che non aderiranno neanche in questa mostra all’ideologia dell’arte a basso consumo o tripla classe A.

Koo Jeong A – 20

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Come opera ex-novo per la mostra del 2008 da pinksummer, Koo Jeong- a realizzò l’edizione da 100 chilogrammi di “Dreams & Thoughts”, una sorta di paesaggio orizzontale con picchi ascensionali, fatto di lastrine di gomme da masticare di tre colori/gusti/odori diversi. Ordinammo alla Perfetti Van Melle i 100 chili di Brooklyn, “le gomme del ponte” e, in attesa della consegna, fantasticammo arbitrariamente una pinksummer piena zeppa di chewingg-gum. Le gomme, di fatto, hanno un peso specifico incredibilmente elevato, pertanto rimanemmo profondamente deluse vedendoci consegnare una dozzina di scatolotti composti, che accatastammo in un angolo dell’ufficio, in attesa dell’arrivo di Koo. Tre giorni prima dell’apertura della mostra, durante il viaggio da Pisa, dove Koo Jeong-a era atterrata, a Genova, fummo prese dal panico, ma dissimulammo, quando l’artista, chiaccherando del più e del meno nel modo rilassato che le è proprio, ci disse che aveva realizzato, poco tempo innanzi in Giappone, una edizione da 500 kg. di “Dreams & Thoughts”, il cui processo preparatorio di spacchettamento aveva richiesto il lavoro di 10 giapponesi (che peraltro rispetto a noi italiani, danno un’idea di efficienza diversa), per ben 10 giorni. Le gomme a lastrina hanno una confezione molto accurata: arrivano, come si diceva, in una scatola di cartone pesante e non voluminosa, dentro alla quale sono contenuti una miriade di pacchetti con 5 chewing-gum per ognuno, le singole gomme hanno una cartina esterna, il cui colore dipende dal gusto e, infine, ogni lastrina è fasciata nell’alluminio foderato di velina. Con un’urgenza e una disperazione che nel “mondo vero” ci fecero senz’altro apparire un po’ lunatiche, chiamammo amici, parenti e alcuni ragazzi dell’accademia volenterosi, a dare una mano a sfasciare. Reclutammo anche dei giovani che, in quel momento, davano l’impressione di bighellonare fuori dalla galleria, offrendo in malafede 50 euro a scatolotto: circa 5 ore di lavoro in tre. Smontammo la nostra scrivania in ufficio, composta da 4 piccoli tavoli quadrati, allestendoli separati con quattro sedie per ognuno, nella stanza grande. Per tre giorni si turnarono in galleria 16 persone, senza pausa pranzo, dalla mattina alle 9 alla sera alle 9; l’ultimo giorno, quello della vigilia dell’inaugurazione, per terminare, facemmo tardi e ordinammo le pizze in galleria per tutti. Osservammo che con le diverse modalità proprie di ciascun individuo, le persone appena arrivate manifestavano le loro attitudini relazionali, alcuni prendendoci amabilmente in giro con battute ironiche rispetto alla incongruità dell’occupazione, altri semplicemente parlando. Poi, piano, piano, tutti scivolavano nel bozzolo del loro silenzio, nei sogni & pensieri, accompagnati dal mantra gestuale che quel lavoro richiedeva. Avevamo anche la sensazione che il modo in cui le gomme sfasciate venivano impilate da ognuno, raccontasse intimamente le persone. Koo arrivava nel tardo pomeriggio, si metteva in ginocchio, seduta su se stessa e procedeva fino a tarda notte, sola, in quello strano lavoro demiurgico. Ci accorgemmo tempo dopo che nessun allestitore, per quanto preciso e di fiducia, era in grado di creare la perfezione ascensionale di Koo. Rispetto alle istruzioni di montaggio di “Dreams & Thoughts”, un’opera piuttosto vulnerabile al tempo, riportate con la fotografia sul certificato di autenticità, è suggerito di seguire l’immagine come una traccia, ma viene precisato anche che ogni modifica è consentita. Capimmo che il titolo del lavoro “Dreams & Thoughts” muoveva dal processo piuttosto che dal prodotto e se vogliamo dirla tutta, non ci sembrava affatto che l’effetto (il prodotto), coincidesse con la finalità. L’odore vanigliato di “Sogni & Pensieri” aleggiò in galleria per parecchio tempo dopo la rimozione del lavoro. Viene da ragionare che il succo della questione soffia sull’immaginario dinamico dell’opera, rimandando definitivamente altrove. L’altrove in cui ci spinge Koo Jeong-a, sia in ter mini spaziali che temporali, è qualcosa che ognuno è libero di riempire con ciò che gli pare. A posteriori ci venne perfino in m ente che Koo avesse guidato, al di là di quella che in un primo momento ci era apparsa casualità, un pratica onirizzante da recepire come condizione dell’esistenza di quell’opera. Cedric Price in un testo su Koo Jeong-a per il catalogo della mostra alla Secession scrisse:
“Trasferire i sogni agli altri, in un tempo diverso è la chiave per il tesoro.
Il lavoro di Koo è sempre fresco – perché essendo senza tempo no n conosce il passato.
La percezione è attiva – mentalmente: l’osservazione passiva. (…)
Il tempo è la dimensione della delizia dell’essere di nuovo.
Raggiungere il piacere mentre si sta ancora scoprendo è un processo artistico raro che separa il processo dal prodotto, è attraverso il tempo che si attua questa separazione appagante, giacché in nessun modo va intaccare l’impeccabilità del prodotto, che di per sé oltre a essere identificabile richiede consenso. (…)
Koo presenta sia il pacco che lo spacchettato, richiedendo per essi la stessa attenzione dallo spettatore. La poesia in movimento ha bisogno sia dell’occhio che della memoria. Bisogna proiettare il lavoro di Koo nella quarta dimensione e allora l’artista gioca il suo joker – e apre l’ulteriore dimensione del meraviglioso”.
La nuova personale di Koo Jeong-a da pinksummer si intitola “Venti”, inteso come numero 20 (da precisare che in Italia venti è anche winds), e considerando che nel comunicato stampa della mostra “The Joyful Mysteries of Junior” di Georgina Starr, ci siamo trovate a raccontare di chewing-gum e di tarocchi, qui, nel comunicato della seconda personale di Koo Jeong-a da pinksummer, non volendo essere da meno, siamo corse a controllare a quale arcano corrispondesse il numero venti. Abbiamo scoperto che si tratta dell’angelo che indica trasmutazione, medianità, protezione, miracolosa guarigione, sottende un viaggio nel deserto o un pellegrinaggio in solitudine. Non ancora soddisfatte, abbiamo verificato che il ventesimo sentiero dell’albero della vita della Quabballah, è un’arcata di colore verde giallo con al centro il colore bianco brillante, ha il profumo del narciso e la severità dell’eremita, viene definito il sentiero dell’intelligenza della volontà, poiché è lo schema di tutto quello che è dotato di forma e attraverso questo stato di coscienza si può conoscere la saggezza primordiale. Del ventesimo sentiero Alisteir Crowley scrisse: “C’era un paesaggio davvero bello simile a un bosco profondo in primavera”. La nuova personale di Koo Jeong-a ha un’immagine di cane sull’invito, come la scorsa del 2008 d’altra parte, ma questa volta il cane sta uscendo dal foglio A4, trotterellando via furbetto con qualcosa di nascosto in bocca. Raccontiamo un aneddoto. Durante l’ultima edizione di Artissima, la fiera di Torino, esponemmo un lavoro di Koo Jeong-a dal titolo “State”, un piccolo cane che si era trovato, insieme ai suoi distratti padroni, a visitare il nostro stand, tentò, con un movimento rapido e inatteso, di portarsi via in bocca la parte culminante dell’opera. Dovemmo aprirgli la bocca a forza per riappropriarcene, seppure cela ritornò irrimediabilmente danneggiata. Si trattava di una banconota da 10 rupie arrotolata con la medesima perfezione delle gomme impilate dall’artista in “Dreams &Thoughts”, arrivata protetta come un tesoro da uno scatolino di velluto. La sera quando comunicammo la notizia del cane a Koo Jeong-a, dapprima rispose che avrebbe voluto conoscere quel cane, ma in un secondo messaggio si sentiva che era preoccupata e dispiaciuta. Non doveva essere stato uno scherzo costruire quel piccolo perfetto cilindro di banconota. Il cilindro delle 10 rupie, in “State”, era posto in verticale, non centrale, su una superficie quadrata di colore bianco brillante, sotto alla quale, nascoste ai sensi, occultate come in un mondo sotterraneo, a reggere tutto stanno 4 mattoncini di una pietra translucida, che potrebbe essere onice. Il lavoro sembra richiamare la complementarità tra il simbolo della montagna (axis mundi?) e della caverna, di cui dice René Guénon ne ” Il Re del Mondo”, o anche l’idea di trasmutazione (mistica?) che il viaggio di rovesciamento delle tenebre alla luce di cristallo della vetta comporta. L’oggetto della trasmutazione in “State”, non è certo accidentale, è il denaro. Koo Jeong-a ci disse al tempo che “State” era una sorta di suggestione rispetto a alcune regioni dell’Asia Centrale e in particolare, della montagna Kanchejunga, terza vetta più alta della terra, la più orientale degli 8000 dell’Himalaya. Una montagna sacra per 5 religioni, i suoi cinque picchi sono chiamati i tesori della neve. Proprio Alisteir Crowley nel 1905 tentò per primo la scalata di questa montagna difficile, una valanga uccise quattro membri della spedizione, inducendo Crowley a abbandonare lì, sia l’idea di scalare il Kanchejunga che, definitivamente, la sua carriera di alpinista mistico. Della mostra “Venti” Koo Jeong-a ci ha raccontato che esplora 20 folletti dell’umanità di transizione, ispirata dal Maestro Im Hak che ha praticato il Doon Gab/Chooz Zi fin dall’inizio del XX secolo, partendo dalla montagna Khanchezunga in Sikkim in India, attraverso Hong Chean Stones, alla montagna Bekdu in Korea. Il Doon Gab Sol è una tecnica praticata fin dall’antichità dall’uomo che cambia le figure attuali (current) in un’altra forma di essere. Il Chook Zi Breab è un’antica tecnica praticata dall’uomo che ritma il passo. Abbiamo scoperto che il monte Baekdu è la montagna sacra dei coreani, si trova in Corea del nord e qui avvenne il parto ancestrale della loro origine. Koo Jeong-a è coreana. Circa Im Hak Master, Koo ci ha avvisato che non si trova nulla su Google o Wikipedia perché, come David Deutsch o Brian Green, non vuole apparirvi. Rispetto al doon gab sool/cheook zi beab di cui Im Hak era maestro, si tratta di qualcosa simile al controllo del respiro, ma Koo ha aggiunto che capiremo meglio guardando le sue foto all’inaugurazione della mostra. Il progetto di koo Jeong-a da pinksummer consisterà in 20 immagini doppie (10+10 =20) e una o due sculture.

Koo Jeong a

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Pinksummer: I filosofi ci hanno insegnato che la memoria è un continuum dove spazio è consustanziale al tempo. Rispetto al tuo lavoro si potrebbe credere di trovarsi di fronte a un panorama della memoria e tuttavia i tuoi paesaggi presentano la discontinuità dell’arcipelago, aree staccate che non si offrono allo sguardo in una prospettiva sintetica, ma nella visione frammentaria dello scorcio; per classificare l’insieme bisogna ricorrere all’intuizione che non può mai essere oggettiva e pertanto sfugge alla descrizione. Si tratta della differenza sostanziale che esiste tra la memoria e la nostalgia?

Koo Jeong-A: Sono interessata a innovare/rinnovare lo stato delle cose, le affezioni o la prospettiva di ciò che ci circonda, e sono allergica alla memoria statica, alla nostalgia, alla malinconia, alla “sentimentalgia”.

P: Gli “esegeti” del tuo lavoro ricorrono spesso a aggettivi quali discrezione, furtività e si rifanno anche al concetto di paradosso in relazione alla tua necessità di mostrarti nascondendoti o forse solo proteggendoti da architetture, magari fatte solo di zucchero, da confini sottili e impalpabili come un’essenza profumata, di fatto dall’intangibilità dei tuoi interventi. Hai bisogno di definire l’io (si racconta con un’attenzione che rasenta l’ossessione), prima di farti scoprire dall’altro?

K J-A: Esegeti??? La questione riguardante la vita è: sono dentro o sono fuori.

P: Si dice che per capire il tuo lavoro bisogna comprendere il significato della parola Ousss, un neologismo che hai tentato di far entrare nel Larousse. Se ti si chiede qual è il significato di questa parola tu affermi semplicemente che ti piace pronunciarla. Abbiamo pensato al Cratilo platonico, sul dilemma della natura divina o convenzionale del linguaggio, sul rapporto che esiste tra il linguaggio e le cose, tra noi e quelle cose, tra noi e noi. Ousss si sente che è una parola onomatopeicamente positiva, il rifugio dentro un’intimità che cerca compagnia, e tuttavia razionalmente rappresenta un’impossibilità. Che rapporto intrattieni con la parola.

K J-A: E’ iniziato tutto con Flammarion pubblicato da Yvon Lambert che è diventato il mio libro “Flammariousss”. Larousse, Robert, sono ancora dizionari tradizionali e non hanno avvertito la necessità di interagire con noi concedendosi come file digitale. Ma Flammarion sì, semplicemente perchè non sarà più pubblicato come dizionario. La relazione con le parole mi sembra una nozione confortevole di incomunicabilità rispetto all’altro. E’ una violazione circa il concetto del non sapere.

P: Il primo progetto che ci hai presentato per pinksummer era una grande sfera di naftalina, le leggi governative, le stesse che ci obbligano a mettere le cinture di sicurezza in auto e il casco i moto ci hanno protetto dal tuo progetto. Qualcuno ha scritto che al lezzo della naftalina possono resistere solo i fantasmi. Trattenere i fantasmi dall’oblio è in qualche modo opporsi alla caducità delle cose, pur riconoscendone la natura effimera, transeunte. C’è una canzone leggera che dice che la nostra vita non vale molto, che dura quanto quella delle rose, e che il tempo con i nostri dolori e la nostra tristezza cuce i suoi mantelli, che il destino non dà nulla e promette tutto, che la felicità è a portata di mano, ma quando si prova a tendergli la mano ci si ritrova pazzi. La naftalina è un’illusione per opporsi al destino?

K J-A: Forse sono un fantasma, lo vedremo a maggio a Berlino.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

K J-A: Presenterò “Dream & Thoughts”, “R” in dvd e qualcosa a cui sto lavorando.

Alle 22.00 pinksummer vi invita alla festa con sound ambientale dei Port-royal presso il munizioniere di Palazzo Ducale, Genova.