Michael Beutler – Onion

Pinksummer è lieta di presentare

MICHAEL BEUTLER

Onion

opening 14.02.26 | 18.00

visibile fino all’11.04.26

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: Un paradosso della filosofia è che intenda che il lavoro non esistesse prima di Hegel se non come informe macula servile, a parte qualche eccezione — come la Sancta Regula dettata da San Benedetto con il suo ora et labora, prega e lavora. Hegel, di fatto, nel IV capitolo della Fenomenologia dello spirito focalizza sulla dialettica servo-padrone affermando che il lavoro ribalta i punti di forza, giacché il padrone, non lavorando, dipende dal servo, e finisce per perdere il contatto con la realtà oggettiva.

Mentre il servo, lavorando, imprime la propria forma e razionalità sulla materia, questo atto gli conferisce auto-coscienza e una libertà superiore. Hegel vede il lavoro come atto di auto-generazione dell’uomo, l’uomo è il risultato del proprio lavoro. Soddisfacendo i bisogni della società civile, il lavoro inserisce il singolo in una rete di dipendenza reciproca e di cooperazione. Lavorando si diventa soggetti storici. Hegel ha intravvisto appena il pericolo della meccanizzazione dell’uomo rispetto al lavoro astratto e parcellizzato dalla rivoluzione industriale. La critica di Marx rende l’idea di lavoro più materiale e sensibile, e soprattutto intende lo Stato come lo strumento delle classi dominanti e il capitalismo come la distorsione economica del mercato sganciato dalla necessità e dall’utilità collettiva.

Hai sempre detto che rispetto alla tua opera il processo è importante quanto il risultato, e che il lavoro, soprattutto il lavoro comunitario, appare fondamentale per ogni realizzazione. Crediamo che tu abbia una concezione del lavoro materiale oltremodo spirituale circa l’auto-generazione, la formazione umana e l’auto-coscienza.

Nel 2026 I lavoratori non sono solo separati dal prodotto finito come dopo la rivoluzione industriale, ma in questa fase di capitalismo finanziarizzato il lavoratore viene proprio scollato dalla sua intelligenza, talvolta utilizzata per addestrare algoritmi che potrebbero sostituirlo. L’algorithmic management dell’AI decide assunzioni, licenziamenti e carichi di lavoro basandosi sui big data. Il potere aziendale diventa poco penetrabile, opaco e difficilmente contestabile.

Cosa direbbero oggi Hegel e Marx sulla precarizzazione dal lavoro, sulla compressione dei salari,  sulla de-professionalizzazione, sulla sussunzione reale del lavoro al capitalismo digitale? Il lavoro uscirà definitivamente dall’umanità per entrare nello spurio calcolo algoritmico?

 

Michael Beutler: Immagino che il lavoro ci sarà sempre, in parte piuttosto distaccato e in parte com’è sempre stato. Ci sono lavori che l’IA non può sostituire, come quello dell’idraulico. E anche se c’è una grande ricerca su come i processi edilizi possano essere resi più individualizzati grazie all’IA e agli strumenti robotici… c’è anche il lento passaggio alla comprensione dei limiti della tecnologia. Tutto diventa semplicemente più complesso e meno piacevole. C’è un forte desiderio di routine più semplici, di modi di lavorare insieme più semplici e più comunicativi. Credo che gli esseri umani manterranno il lavoro alla loro portata. Ma è vero che la situazione attuale è preoccupante e non tutti hanno il potere di decidere per sé. Non voglio immaginare quante persone perderanno il lavoro a causa dell’IA. Che cosa faranno invece?

 

PS: Il tuo fare rimanda all’attivismo DIY, all’approccio anticonsumista e all’empowerment che promuove l’autosufficienza, creando alternative altamente creative e solidali che preparano un sostrato ontologico sia nei team che formi che nei visitatori. Tutti diventano partecipanti, come nel Progetto dello scorso anno Bozar Monumental Flow Motion, nella Horta Hall. Le macchine manuali che inventi on the job per la realizzazione delle tue installazioni sono parti ineludibili della mostra, come a sottolineare il fertile rapporto tra lavoro e conoscenza tipica degli artigiani, in un mondo dominato dall’automazione AI.

In passato il progresso e il fiorire di invenzioni era opera di lavoratori manuali in un clima collettivo, preparato in termini filosofici dalla rivoluzione scientifica: Thomas Newcomen, inventore della macchina a vapore nel 1705, era un fabbro; John Kay, che nel 1733 inventò la spoletta volante, un filatoio meccanico, era un commerciante di stoffe; Abraham Darby, pioniere dell’industria siderurgica del Settecento, era un fonditore ex mugnaio. Lavoratori con tanta voglia di sperimentare e energia da vendere. L’ascesa sociale passava per l’ufficio brevetti.

Il capitalismo finanziarizzato che vola su ali tecnologiche, come del resto quello manifatturiero prima di esso, si basa sul consenso sociale, e in questo senso i social e le fabbriche di fake news sovranazionali  sono decisamente pane per i suoi denti.

Abbiamo sempre inteso la tua estetica tecnicizzata come uno spazio di disobbedienza e anche una strategia di sopravvivenza.

Ancor oggi nessuno dovrebbe  parlare seriamente parlare di lavoro senza mai aver annusato l’odore del metallo tornito e fresato?

 

MB: Beh, no. Chiunque dovrebbe avere il diritto di parlare. Credo sia positivo per tutti capire che ciascuno ha una comprensione diversa di ciò che fa. Un manager che non abbia mai toccato il legno potrebbe comunque avere delle buone idee su come gestire una sedia realizzata da un falegname. Penso che siamo molto fortunati a vivere in questo mondo insieme, e non da soli. Non sento nessun bisogno di rivendicare tutta la conoscenza che ho del mio lavoro. Lavoro come lavoro per essere indipendente, ma questo non significa che non mi interessi l’opinione di qualcuno che magari non ha la minima idea di ciò che faccio.

 

PS: Una volta hai detto che per un contadino la macchina più bella è quella che è a tal punto parte del sistema della sua agricoltura che si dissolve completamente in esso, scardinanado completamente, aggiungiamo noi, l’idea di consumo passivo. Credi che si potrebbe tornare un poco indietro e immaginare con metodo l’idea di espressione libera senza apparire idioti? Potrebbe essere questo il senso del turning gate nella mostra Onion che presenterai da Pinksummer e quello del Flow Motion del Bozar? Senza tropi nostalgici, li si potrebbe un po’ intendere come Puertas del retorno per riancorarci un pochino a quella che Hegel considerava la realtà oggettiva? Il senso dello zootropio all’interno di Flow Motion ci è apparso come una sorta di addestramento rispetto alle illusioni.

 

MB: Non so cosa farà Onion alle persone, né se girerà e galleggerà oppure affonderà del tutto… non è ancora finito. Ma Flow Motion era quasi bizzarro. È così a bassa tecnologia. Tutto quello che c’era avrebbe potuto essere realizzato già cent’anni fa… Mi piace molto la semplicità e il modo in cui il nostro stesso sistema visivo ci inganna. Quella relazione tra noi stessi e la struttura è una cosa speciale di questo lavoro, ma la parte davvero bella è vivere la magia insieme: osservare come anche tutti gli altri si interrogano intensamente sulla realtà non appena entrano nel cancello rotante.

 

PS: Abbiamo sempre l’impressione, di fronte al tuo lavoro, che tu riesca a tirare fuori veri e propri conigli reali da cappelli metafisici. Forse è solo stupida immaginazione, ma tutta questa metafora delle cose rotanti, e in particolare l’idea del turning gate, ci ha rimandato al film del regista coreano Hong Sang-soo del 2002 On the occasion of remembering a turning gate, un film che parla d’amore senza essere un film sentimentale, un’opera in cui si cerca il contatto, ma si trova il vuoto. Nel film si sente due volte pronunciare la battuta: “E’ difficile essere umani, cerchiamo di non diventare mostri”. Il regista muove dalla favola/leggenda coreana del popolano che s’innamora della principessa e si reincarna in un serpente il quale, seguendola, rimane fuori dalla porta del tempio — il turning gate, un cancello del tempo — in un’attesa indeterminata e inutile fino a quando una tempesta di tuoni e di fulmini lo spaventa, facendolo scappare indietro.  Il turning gate appare una metafora del destino, e a proposito di serpenti e della Corea ci è venuta anche in mente la figura dell’imugi, un serpente antico, una sorta di divinità, un oracolo che presiede al confine tra il sacro e il profano. L’imugi sogna di diventare drago; è una creatura in divenire che aspira a una evoluzione spirituale e rappresenta un potenziale non ancora realizzato. Se la sua attitudine di desiderio e perseveranza tende a finalizzarsi, diventa un  protettore delle acque e della natura; se la sua volontà è frustrata, diventa uno spirito vendicativo.

In questo particolare momento della Storia, l’umanità appare assai frustrata e vendicativa: un cancello che gira potrebbe assomigliare a un simbolo di vita e di cambiamento necessario.

A proposito di memoria, sono trascorsi oltre cinque anni e tre mesi dalla tua ultima mostra da Pinksummer, Keep Beating below 65°. Era l’ottobre del 2020, il Covid era iniziato a febbraio, eravamo rimasti chiusi nelle nostre case per tutta la primavera, l’estate ci aveva fatto ritrovare il respiro e nell’intervista comunicato stampa di quella mostra affermasti: “Il Covid 19 è ancora in circolazione, e verrà affrontato solo quando lavoreremo tutti assieme. Internet ha aiutato a diffondere l’informazione e a tenere le persone impegnate nelle loro case solitarie, ma continua anche a spargere informazioni errate e molte verschwörungstheorien (teorie cospirazioniste). Internet mi ha dato modo di parlare con i miei studenti, ma incontrarci dopo qualche mese ci ha reso molto felici. Quindi, suppongo, Keep beating below 65° — perché non vogliamo che questa bella schiuma collassi. Sbattere energicamente ma con attenzione, direi. Vorrei tantissimo organizzare un piccolo workshop nella galleria, con solo tre o quattro persone a creare delle belle forme schiumose, che lentamente cresceranno, insieme, fino a formare una sorta di grande struttura che conquisterà lo spazio e ci separerà di nuovo gli uni dagli altri, ma mostrerà anche — spero — la gioia della sua creazione collettiva”.

Proprio durante la realizzazione della mostra, molti ragazzi del team che improvvisammo si ammalarono di Covid — senza brutte conseguenze grazie al cielo, si trattava di giovani. Si presentò un lungo inverno, non terribile in Italia come durante il primo lockdown, ma cupo ugualmente.

Le tue parole e quella bella mostra che escludeva la solitudine ci avevano rincuorato, ma le forme schiumose della società civile appaiono da allora un po’ collassate, come se l’umanità fosse rinchiusa ancora in un arcano meccanismo di difesa che si attiva per respingere emozioni spiacevoli provocate da esperienze negative. Come se l’ansia e la paura ci avessero buttato in un circolo vizioso. Il turning gate potrebbe rappresentare un meccanismo psicologico di avvitamento in questo senso, in considerazione delle prospettive in atto nel presente, ammesso che il tempo si mantenga lineare però come un serpente arrotolato?

 

MB: I cancelli rotanti e le altre opere sull’acqua creano tutte situazioni intense e in cui di solito le persone fanno gruppo. Non è tanto il laboratorio dell’ultima mostra a creare un legame sociale, quanto questa strana esperienza visiva condivisa con gli altri visitatori che potresti trovare all’interno della giostra (i cancelli rotanti sono, naturalmente, anche giostre, solo che qui non sei mosso… vieni trasportato mentalmente).

Quando entri in un cancello, tutto intorno a te si muove. Nessun suono accompagna il movimento o dà prova acustica della sensazione visiva. Il tuo corpo percepisce il movimento, ma i piedi non camminano. Per un momento potresti sentirti completamente distaccato dallo spazio familiare che la galleria ti aveva promesso entrando, e per un attimo, potresti distaccarti anche da tutti i problemi là fuori. Una magia puramente fisica ti risucchia all’interno.

Per un buon numero di persone, il Flow Motion del Bozar era troppo intenso. Dovevano lasciare rapidamente il cerchio interno, e allora potevano trovare sollievo osservando da fuori il rotore in continuo movimento.

Sono gli stessi spettatori a ruotare il cancello. Il movimento c’è solo dove c’è interazione. Con la punta del dito, hai il potere di far girare la struttura, per te e per tutti gli altri.

L’Onion dipende anche dalle persone. Ti invita a giocare. Il gioco ha potenziali ed effetti positivi, ed è profondamente connesso alle creature di questo pianeta, non solo umane. Moltissime persone, sedendosi dentro al Flow Motion, si sono limitate a sorridere con trasporto.

 

PS: La tua nuova personale da Pinksummer si chiama Onion, “cipolla”, e anche su questo abbiamo ragionato nel nostro modo strambo. Per gli antichi egizi la cipolla, con i suoi strati concentrici, le sue “tuniche”, rappresentava la vita eterna; nell’esegesi biblica era un simbolo di corruzione della mente e di dolore pungente; in altre epoche, simbolo di doppiezza per le false lacrime che provoca. La cipolla è stata anche uno strumento di pratiche divinatorie: le ragazze indecise sui pretendenti incidevano le iniziali di ciascuno sulle cipolle, e la prima che germogliava indicava l’uomo da scegliere.

Ovviamente ci è venuta in mente The Onion, la performance di Marina Abramović del 1995. Per semplificare, diremmo che la performance focalizzava sul potere positivo e liberatorio del pianto.

La poetessa polacca Wisłava Szymborska, in una poesia, parla della “cipollosità” della cipolla, che, “cipolluta” fino al cuore, “potrebbe guardarsi dentro senza provare timore”.

Perché hai chiamato Onion la terza personale di Michael Beutler da Pinksummer?

 

MB: Per via di un libro per bambini italiano, Le avventure di Cipollino. Ho provato a leggerlo a mia figlia, ma credo di dover aspettare ancora un po’. Potrebbe essere più una coincidenza che altro. Un altro motivo è l’uso architettonico della cipolla come simbolo di molteplici strati termici nelle pareti, per creare aree definite con temperature specifiche. In sé, Onion è una stanza all’interno della galleria, che a sua volta è una stanza all’interno del palazzo. E dentro Onion ci sono altri strati: una piscina, una barca a forma di anello con un altro anello al centro e un palo, come ancoraggio interno a questo centro. Il palo impedisce alla barca di urtare i bordi della piscina, e allo stesso tempo permette i movimenti di galleggiamento della struttura. Il centro della fontana non coincide quindi necessariamente con il centro del movimento. La rotazione non segue tanto la linea di un cerchio, quanto piuttosto… di una cipolla.

Anna Scalfi Eghenter – COLLECTORS ANONYMOUS

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Anna Scalfi Eghenter

COLLECTORS ANONYMOUS

Opening il 3 ottobre 2025, 18.00 – 21.00

Orari di apertura: da martedì a sabato, 15.00 – 19.30 o su appuntamento

 

 

Comunicato stampa in forma di intervista

 

Pinksummer (d’ora in poi PS): “Socrate: quale conoscenza dunque possiamo dire che costoro avessero quando posero i nomi e furono legislatori, prima ancora che alcun nome fosse stato dato e che quelli lo conoscessero, se non è possibile imparare le cose altrimenti che dai nomi?”. Nel Cratilo, Platone mette in tensione l’idea che i nomi abbiano un legame naturale con le cose e quella che essi siano, al contrario, pura convenzione. Il tuo Lavoro tratta con le regole dei codici (del gioco, della strada, della legislazione): pensi che i tuoi dispositivi, le tue opere, tendano a mostrare una verità naturale e preesistente oppure che le tue traduzioni e interpretazioni ne rivelino il carattere convenzionale e negoziabile?

Anna Scalfi Eghenter (d’ora in poi ASE): Mi interessa capire le regole del gioco in atto in ogni campo di cui varco la soglia, e ancora a monte mi interessa sperimentare le dinamiche di accesso a quel campo, con quale dispositivo emerso da quel campo se ne può rinnovare la visione.

PS: Foucault ci ha insegnato che il linguaggio non è mai neutro, ma parte di un sistema di potere che disciplina e normalizza. Nella tua pratica artistica, con le sue peculiarità alternate, la sovversione linguistica sfiora, talvolta senza incarnarlo, il paradosso (come quello di aprire un teatro con un supermercato durante una pandemia); questa sovversione linguistica diventa anche sovversione dei dispositivi di potere?

ASE: Mi diverte svelare il paradosso senza la retorica della sovversione predisposta dai dispositivi di potere.

PS: Alcuni miti aborigeni australiani raccontano che il mondo è nato cantandolo. Le tue opere nascono sempre da una urgenza di dire qualcosa: credi che l’arte sia un modo di “creare il mondo”, o quantomeno di colmare le sue contraddizioni attraverso il linguaggio? Può essere l’arte un canto collettivo che apre nuovi spazi di realtà?

ASE: L’urgenza è un sentimento che diventa progettuale nella determinazione del suo concretizzarsi.

PS: Huizinga e Caillois hanno visto nel gioco una matrice fondativa della cultura. Se, come nelle tue pratiche performative, il linguaggio è un gioco (con regole, ruoli, turni, mosse), nel tuo caso la posta in gioco è la consapevolezza? La libertà?

ASE: È il processo, il continuum e l’istante che lo compone multiplo e costruttivo. L’equilibrio in questa disponibilità permanente a rinnovare la consapevolezza e la libertà possibile.

PS: Nel tuo Lavoro sembri mettere costantemente alla prova l’idea di confine – tra arte e società, tra norma e sovversione, tra linguaggio e azione “senza parole e senza numeri”. Il linguaggio per te è una porta, una trappola o uno strumento di abitazione del mondo? Credi  che rinominare o quantomeno ribattezzare il mondo possa cambiarlo?

ASE: Il frame può cambiare ogni performance in atto ritenuta oggetto. Il frame è l’oggetto.

PS: Che cos’è la bellezza?

ASE: Esclusa quella naturale o spirituale è un codice la cui presunzione legittima pratiche di discriminazione.

PS: Abbiamo come l’impressione che Pinksummer, in qualità di galleria privata, sia il frame ideale del progetto che presenterai; in questo senso non vogliamo introdurre la tua mostra, come accade facciano le gallerie private, come la prima personale con noi. Non abbiamo idea se ce ne saranno altre – e anzi a noi sembra che ti piaccia non avere una galleria che ti rappresenti con annunci solenni, non avere opere pronte e détourné da vendere ai collezionisti, avere il tuo centro studi per affiancare le tue produzioni ibride, aver fondato Scalfi & Eghenter LTD per seguire le commissioni private e finanziarti i progetti che ancora devono accadere. Sul piatto crediamo ci sia un progetto che ti calza a pennello, e che negozierai con noi. Che cosa presenterai da Pinksummer?

ASE: Avendolo evitato con molta determinazione nel corso degli anni, non potrebbe esserci occasione più giusta per iniziare a collaborare con una galleria privata di questa, in cui è necessaria al progetto stesso. Anche qui ho cercato di capire le regole del gioco per partecipare dal mio punto di vista, rispettando il contesto, chi lo anima, con quali obiettivi.  L’opera sono i collezionisti, la linfa che può nutrire la ricerca, queste persone del mondo reale che però deviano straordinariamente nella complicità di immaginare possibili azioni non richieste, senza precedenti, irrazionali, talvolta spiazzanti. A Genova, in palazzo Ducale, nella vostra sede, intervengo su questo, sull’urgenza da parte dei collezionisti di acquistare un lavoro e sostenere lo sviluppo della ricerca di cui quell’oggetto è parte.  Sulla fascinazione estetica e concettuale che li induce a partecipare. Il progetto iniziò nel 2013 durante le fiere a Basilea, Londra, Parigi e successivamente a Milano, pubblicando nei maggiori quotidiani degli annunci per “collezionisti anonimi”, proponendo riunioni di mutuo aiuto per coloro che non possono smettere di collezionare arte contemporanea. Avranno luogo varie sessioni, durante le quali prendere atto dei contenuti condivisi, che verranno a loro volta tradotti su altri supporti. Alcuni saranno già presenti nello spazio, altri verranno aggiunti nel corso delle settimane. Nella stanza più piccola, dove una scala collega a spazi senza accesso, sono installati artefatti di ricerca eventualmente aperti alla partecipazione dei collezionisti, tramite i quali possono essere riattivati e contestualizzati. Pronti ad ogni evenienza.

Tomás Saraceno – ANIMA∞LE

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Tomás Saraceno – ANIMA∞LE

La mostra inaugurerà il 30 novembre 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 01.03.2025

Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19.30

 

Comunicato stampa

 

Nel bel testo che Tomás Saraceno ha scritto per il catalogo della mostra tenutasi alla Serpentine nel 2022, Web(s) of Life, dopo aver affermato che la Fondazione Aerocene dal 2015 supporta direttamente attività che né le gallerie dell’artista, né lo Studio Saraceno con le loro produzioni di arte possono sostenere, rispetto alla solidarietà e al vero e proprio attivismo contro l’estrazione del litio che consuma acqua in luoghi del “Sud Globale” in cui l’elemento è prezioso per il sostentamento dei popoli e delle creature di quelle latitudini: “Un accordo con le mie gallerie significa anche che ogni profitto rispetto ai lavori connessi con la Fondazione Aerocene sia diviso in tre: lo Studio, le gallerie e per le comunità della Salinas Grandes e della Laguna Guayatayoc attraverso una NGO locale in Argentina che si chiama FARN” e continua: “Dobbiamo anche chiederci da dove vengano i nostri ospiti. Chi sono? Cosa accade quando un museo prende in considerazione i visitatori non-umani? Chi ha il potere di deciderlo? Noi diamo il benvenuto ai cani nella nostra mostra e essi conteranno nelle nostre statistiche. Vorranno rimanere tutti gli uccelli e i ragni quando finirà la mostra? Alcune case per gli uccelli diventeranno stabili qui? Io non posso remunerare i ragni/ragnatele, la cui autorialità e saggezza hanno un posto centrale in Web(s) of Life, continuiamo a cercare modi non-estrattivi e sensitivi per supportare la ricerca e le pratiche di quelli della comunità Aracnophilia […]  che attraverso la pratica divinatoria del Ŋgam dù rivelano un vero dialogo interspecista […]  Abbiamo anche discusso come le sculture di Cloud Cities, quando sono occupate dagli uccelli, potranno rimanere stabili nel luogo, e dunque la proprietà di una tale opera dovrà essere estesa per istanza ai suoi ospiti volanti come co-proprietari insieme a futuri collezionisti. Decrescita della proprietà… ricrescita della responsabilità. Lo abbiamo chiamato certificato di autenticità e implica: se un collezionista acquisisce la scultura, sarà in co-proprietà insieme all’uccello e non gli sarà consentito di trasportarlo e trasferirlo fino a quando l’uccello nidificherà dentro di essa” e infine Saraceno afferma: “Con l’immagine di un seme dormiente, in uno stato latente di speranza, io e molti altri abbiamo provato a dare un piccolo contributo al movimento di decrescita, aggiungendo a questa nozione quella di ri-crescita, un segno di rigenerazione piuttosto che di negazione. Questo progetto è imperfetto, lento e talvolta può apparire come un tentativo goffo di prendere il passo verso una transizione meno estrattiva e più eco-sociale; non solo una transizione rispetto al flusso di energia, ma un movimento di scambio di conoscenza e di modi nei quali differenti forme di sapere siano rispettate, supportate e valorizzate”.

 

La mostra Anima∞le presenterà una forma di Cloud Cities, se vogliamo meno austera, teorica e elegante, ma accogliente anche per i visitatori non-umani: ragni, insetti, uccelli, cani e a Genova da Pinksummer anche gatti. Una declinazione di Cloud Cities che focalizza ancor più sulla teoria che l’universo non ha frontiere e che appartiene anche ai non-umani di tutte le specie a cui siamo accomunati dallo stesso destino, soprattutto di fronte alla consapevolezza della minaccia ecologica.
Quel seme dormiente di speranza di cui scrive Saraceno, rispetto a trovare il passo verso comportamenti meno estrattivi e più eco-solidali, si sta manifestando anche con il cambiamento del rapporto della nostra complessa società umana verso gli animali. Come tratta un articolo su “Wired” di Marco Grieco “Gli animali hanno un’anima? Ora se lo chiede anche la Chiesa”:  nel periodo dirigistico iper estrattivo del boom economico il cinema metteva in scena Uccelli di Alfred Hitchcock (1963), Lo Squalo di Steven Spielberg (1975), inquadrando con precisione il rapporto conflittuale tra l’uomo e il resto del regno animale, atteggiamento fedele peraltro a una tradizione favolistica moderna sconfinata. Nel 2019 la serie Netflix Giù le mani dai gatti: caccia a un killer on-line ribalta la prospettiva. Ispirata a una storia vera, la serie inizia con la testimonianza di due internet nerds che non si conoscono e che si sono incontrati on line perché entrambi sono rimasti sconvolti da un video in cui qualcuno uccide due gattini. Assieme a altri hanno deciso di trovare il killer, lavorando come investigatori senza uscire da casa. Con l’ utilizzo della tecnologia  scovano indizi, uniscono i puntini per trovare luoghi, tempi e un volto, quello infine di Luka Magnotta,  killer dei gatti che si scoprirà essere  anche l’assassino dello  studente cinese Jun Lin a Montréal.
Chi è feroce verso gli animali non umani lo è spesso con quelli della propria specie, nell’ultimo romanzo Schegge di Bret Eston Ellis, il serial killer chiamato nel libro Pescatore a Strascico, poco prima di uccidere la sua vittima umana, rapisce e tortura i suoi animali domestici e quelli del quartiere. Leggendo il romanzo ogni volta che il giovane protagonista Bret, rientra nella sua ricca casa sulla Mulholland Drive a Los Angeles, priva di genitori perennemente in vacanza in Europa,  assale una densissima ansia fino a quando il piccolo cane Shingy non si manifesta.
Porfirio di Tiro (III secolo d.C.), la cui scrittura dai frammenti lascia intravedere una sorta di pubblicista contemporaneo, che da buon neoplatonico riprende I pitagorici e nel trattato De Abstinentia afferma che chi ama la natura animata non odierà nessuna classe di esseri innocenti e quanto sarà il suo amore per il tutto, tanto più coltiverà la giustizia.
Porfirio inoltre afferma che la dieta vegetariana rende più buoni della dieta carnivora, perché procura un senso di pace della ragione.
Konrad Lorenz, per il suo saggio narrativo sul linguaggio comportamentale degli animali non-umani, L’anello di Re Salomone, muove dalla leggenda che il re possedesse un anello  che gli dava il potere di parlare con gli animali, lasciando intendere che la saggezza del mitico sovrano derivasse proprio da questa pratica.
Rispetto a Leonardo da Vinci il Vasari afferma: “Veramente mirabile e celeste fu Lionardo…. E non avendo egli si può dir nulla, e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de’ quali si dilettò molto, e particolarmente di tutti gli altri animali, i quali con grandissimo amore e pacienza governava. E mostrollo ché spesso passando dai luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia a pagatogli a chi li vendeva il prezzo che n’era richiesto, li lanciava in aria a volo, restituendogli la perduta libertà”. Si dice che Leonardo non mangiasse carne. D’altra parte anche nella Genesi Dio invita l’uomo a cibarsi dei frutti degli alberi e non degli animali e pare che i cristiani primitivi si attenessero a questo precetto, come del resto Francesco d’Assisi fece in seguito.
Sempre nel medesimo articolo sull’anima degli animali di “Wired” si legge basandosi su statistiche precise che in Italia nel 2020, anno della pandemia, si è registrato un boom di adozioni di cani e gatti per un totale di 17.600 animali domestici, il 15% in più dell’anno precedente e che anche a tavola l’Italia sta cambiando, pur essendo il quarto produttore di carne bovina in Europa, negli ultimi dieci anni il consumo è diminuito di un terzo.
Ammesso che l’uomo possegga o meno un’anima immortale, riesce davvero difficile o alquanto irrazionale pensare che il soffio degli animali sia più restio a una qualche ascensione metafisica, ma non è importante, l’etica riguarda soprattutto la Terra considerata come divinità laica. D’altra parte ci sono stati momenti della Storia, in cui si diceva che anche la donna fosse priva di soffio divino, come altre specie umane ritenute inferiori. La cultura patriarcale è tuttora irragionevole, anche sotto il profilo capitalistico della finanza, svincolata da ogni forma di produzione, che non sia il denaro per il denaro anche quello nuovo digitale straperformativo.
Vogliamo credere che queste sculture di Cloud Cities pensate da Tomás Saraceno per accogliere gli “zóa”, contengano il seme della speranza che conduce al manifestarsi di un mondo rinnovato e più evoluto in cui vitella/o e leoncella/o pascoleranno assieme a una piccola/o fanciulla/o, per citare l’Isaia della Bibbia.
Benvenuti saranno I vostri animali non umani in questa mostra di Tomás Saraceno e benvenuti saranno anche quelli che speriamo giungano non accompagnati da umani per appropriarsi delle sculture Cloud Cities per uccelli e insetti sistemate nel Cortile Maggiore di Palazzo Ducale.
Ci verrebbe da concludere con la favola di Esopo Il Ragno e la Podagra, ma non ci sembra appropriato, Cloud Cities combattendo le frontiere e lo specismo, vuole andare oltre alle forme di classismo divisivo. Come a dire che tutti beneficierebbero di un certo tipo di decrescita che implica il ritorno necessario dello Welfare, inabissato dai capitali folli del neo-liberismo di matrice individuale indotto dalla globalità nei fatti un po’ di cartapesta, come una quinta teatrale che nasconde il backstage.
Lasciamo piuttosto spazio a Alberto Pesavento, collaboratore e fondatore della comunità del Museo Aero Solar con Saraceno, una comunità la cui visione ha contribuito anche alla formazione della Fondazione Aerocene, che ci racconta di un’opera speciale che sarà presentata in mostra.

 

Titolo: “Ora d’aria”
Serie di favi di miele naturali costruiti dalle api mellifere all’interno di un coprifavo posizionato al contrario sopra il nido dall’apicoltore.
L’apicoltore: “Qualche volta le api vanno a farsi una passeggiata nei dintorni e portano con sé tutto il necessario: cera e miele. Sembra poi che le api preferiscano occupare questo spazio vuoto piuttosto che quello che offriamo loro di solito: un nido a misura d’uomo.”
Tutti i proventi di quest’opera d’arte saranno utilizzati per preservare l’apicoltura sostenibile su piccola scala e i
progetti educativi sulle api da miele.
In collaborazione con âseméil
www.asemeil.it

 

Pinksummer ringrazia per il supporto alla produzione
Painting S.R.L. Verniciature Industriali, Luzzara RE, Italia

Peter Fend – AZIONI SULLA TERRA

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Peter Fend – AZIONI SULLA TERRA

La mostra inaugurerà il 19 ottobre 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 20 novembre 2024

Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19.30

 

Comunicato stampa

<< Le opere principali in mostra sono state realizzate nel 2019-2020 per Manifesta, una biennale europea per città in crisi o in cambiamento, allora ospitata a Marsiglia.

All’arrivo a Marsiglia, nel 2019, Peter Fend è stato accompagnato a incontrare i funzionari del porto e la sede di Marsiglia della società Interxion.  La società gestisce una rete di cavi di telecomunicazione sottomarini dall’Europa all’Africa e all’Asia meridionale.  La rete si estende dall’Irlanda alla Francia occidentale, a tutte le città portuali dell’Africa e dell’Asia meridionale, fino a Hong Kong.   La rete costituisce sostanzialmente Internet.  Questa è una realtà fisica che Cina, India, Iran e tutta l’Africa devono affrontare.

Ora l’Africa è un campo di battaglia tra Cina, Stati Uniti, Italia e UE (“Operazione Mattei”), India, Turchia e Russia.  Quali sono le regole del gioco?

Come detto, Fend ha iniziato la sua vita adulta con il rifiuto della Banca Mondiale e del colonialismo occidentale.  Era il 1974.  Ora, nel XXI secolo, tale rifiuto è diventato una sorta di moda.  Ma in che modo?  Il governo italiano ha presentato all’ONU, nel 2018, una proposta per organizzare tutto il mondo secondo l’Oceano.  Il Programma ambientale delle Nazioni Unite ha avviato, sempre dal 1974, un programma marino regionale.   Fend ha parlato con i vertici dell’UNEP e del Programma regionale dei mari, ideato da uno jugoslavo (non croato, ha insistito) di nome Stepkjan Keckes.  Tutti i terreni sono delimitati in base al loro drenaggio nei mari salati.

Pensando in modo simile, il governo italiano ha guidato una conferenza all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con tre Paesi come referenti: Italia, Monaco e Palau.  Il relatore principale italiano era Andrea Orlando, che è stato ministro dell’ambiente nel 2013-14.  Cosa direbbe ora?  E cosa disse lui, allora a capo del Ministero dell’Ambiente? E cosa direbbe Giorgia Meloni nel promuovere l’Operazione Mattei in tutto il Mediterraneo e in Africa, in linea con le recenti direttive politiche dell’UE?

Il governo italiano ha aderito al programma europeo basato sulla pesca, chiamato Fisheries Local Action Group (con l’acronimo “FLAG”). Fend ha prodotto una mappa dei bacini d’acqua salata di Ognuno dei 67 FLAG d’Italia.  Lo ha fatto utilizzando la legge irlandese del 1959 (anch’essa membro dell’UE) per organizzare tutta l’Irlanda (compresa la parte detenuta dal Regno Unito) nelle sue baie di acqua salata, o “aree idrometriche”.  Fend viaggia accanto all’Irlanda per questa pratica.  Organizza coerentemente tutto il mondo in questo modo.  Questo perché rifiuta qualsiasi nozione di madrepatria o patria, affermando che l’unico imperativo territoriale è la conservazione e la forza dell’Oceano Madre.

A causa delle leggi e delle pratiche italiane, Fend si vede qui non tanto come un artista che propugna qualcosa di nuovo, quanto come un’ostetrica che aiuta a dare forza e potere legale a iniziative già realizzate all’interno dello Stato italiano.

I risultati storici sono evidenti.

I risultati sono riassunti in un manifesto realizzato da Fend in collaborazione con l’artista canadese Ryan Foester per una mostra che si è tenuta a New York nel marzo 2024, intitolata RODENTS RESTORE AMERICA, from the Antarctic to the Arctic”.

Rispondendo a un impero arricchito da aziende come Apple e Microsoft, ovvero la “Repubblica Popolare Cinese”, Fend si è basato sulle proposte artistiche di Documenta, di varie biennali e di conferenze scientifiche, secondo cui l’umanità dovrebbe essere subordinata alle esigenze di BIRDS, REPTILES, INSECTS, CARRION (us mammals), SEAFISH.

*Abbiamo lasciato la sequenza di parole in inglese, perché le lettere iniziali formano la parola BRICS

che rappresenta la sigla dei paesi considerati emergenti nell’economia globale, i paesi emergenti inizialmente erano Brasile, Russia, India e Cina.

I tempi dei “popoli” sono finiti.  Ora è il momento della restaurazione di tutti gli animali selvatici.

Questo era previsto per Manifesta a Marsiglia.  Ma… ma… come troppo spesso accade, qualcuno in qualche paese ha commesso un grosso errore.  La RPC ha commesso un errore a Wuhan.

L’errore ha portato a una pandemia.   La pandemia ha fatto chiudere la mostra di Marsiglia.

Quello che mostriamo ora arriva con quattro anni di ritardo.

Quello che Fend mostra complessivamente ha un ritardo di circa quaranta o cinquant’anni.   La maggior parte della responsabilità ricade sui mezzi di produzione radicati: petrolio, nucleare, grandi dighe, parchi solari.  Combattono con le unghie e con i denti, spesso con l’omicidio, per rimanere dominanti. Per Fend, questa è stata una grande sorpresa.  Pensava che la Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, e tutti i trattati a livello mondiale, gli avrebbero dato una possibilità di intervento.  Non è così.  Per niente.

Qui in Italia cerchiamo il progresso.

Ogni oggetto mostrato è il più accurato possibile.  Si tratta di una documentazione scientifica di luoghi specifici dell’emisfero orientale, dall’Irlanda a Hong Kong.

La logica viene dall’icona di Marcel Duchamp, la principale del nostro tempo: l’orinatoio.

L’arte della Terra sarà prevista dopo, soprattutto nei deserti che ora si estendono da Dakar a Pechino.

In gruppi di lavoro collaborativi, ci proponiamo di andare non “avanti” ma “molto indietro”, a circa 6.000 anni fa, quando luoghi come il Sahara e l’Arabia erano popolati da orde di animali selvatici.  In questo modo, diamo seguito a una richiesta fatta a Ocean Earth dall’ambasciatore algerino in Francia nel 1985.  Egli chiese se i giganteschi Earthworks che abbiamo visto con i satelliti nella zona di guerra Iran-Iraq, tutte molto simili alle opere degli artisti pionieri della Earth Art, possano essere costruiti di nuovo, in Nord Africa, per ripristinare la savana che tanto tempo fa prosperava?

Il nostro obiettivo: INVERTIRE I DESERTI.

La nostra missione principale: ripristinare le popolazioni di roditori in quello che ora è un deserto, con grandi afflussi di uccelli migratori e insetti, in modo che l’acqua nel suolo, sottoterra, torni ad essere abbondante.

Non troppo presto potrebbe accadere.  Lo testimonia la desertificazione in atto in Sicilia.

Qual è, come si diceva a Milano negli anni Settanta, “la risposta adeguata alle condizioni riconosciute”?

Lo dimostriamo in Pinksummer?

Forse questi punti aiutano.

Peter Fend è un cittadino statunitense che nel corso della sua vita ha sempre cercato di rispondere ai principali problemi del mondo.

A Milano negli anni Settanta, secondo un articolo della rivista “Kunst”, l’arte era vista come “la risposta appropriata a condizioni riconosciute”.

La condizione riconosciuta ora, e già da qualche decennio, è che l’umanità sta distruggendo le sue basi di sopravvivenza nella fauna selvatica.

Se gli esseri umani continuano a distruggere le foreste pluviali tropicali, o l’oceano nel suo splendore ittico, o i Poli nel loro controllo climatico, peggioreranno ulteriormente rispetto a ciò che sta già accadendo: clima estremo, desertificazione, peste e guerra.

Una “risposta appropriata” non è ancora iniziata.  La scala d’azione dovrebbe essere di miliardi di euro.

Le opere che Fend mostra dovrebbero portare a progetti in loco di grandi dimensioni, con budget su scala militare. In miliardi di euro.

Le idee dell’arte degli ultimi due secoli, se convertite in tecnologia o in mezzi di produzione, possono soddisfare le esigenze attuali.

Questo non accade perché chi è al potere manovra per rimanere al potere, ritardando i cambiamenti necessari, e il regno dell’invenzione, come l’arte, evita le realtà storiche e sceglie piuttosto di essere tollerato come “innocuo”.

Su quasi tutto ciò che mostra, Fend pubblica nel mondo scientifico e in contesti politici come il Congresso degli Stati Uniti e le Nazioni Unite, oltre a think tank su questioni ecologiche e militari. Le idee vengono dall’arte, ma il mondo dell’arte è solo un luogo.

Tutto ciò che viene mostrato è destinato a accadere nella realtà storica e economica.

Ogni spettatore può venire, vedere e fare domande.  Tutte le obiezioni o i dibattiti sono benvenuti.

La vita di Fend.  Dopo aver conseguito la laurea, accademicamente qualificato per i migliori programmi di dottorato o di legge, si è recato in California e poi a Washington, dove gli è stato offerto un lavoro presso la Banca Mondiale.  Ma una settimana di prova è stata uno shock: ha visto che la Banca Mondiale perpetuava il colonialismo del XIX secolo.  Ora pensa che sia l’ONU a farlo.  L’idea iniziale era quella di organizzare tutto il territorio della Terra in base al drenaggio nei mari salati.  La stessa organizzazione potrebbe essere fatta sulla Luna, o su Marte, o in qualsiasi altro luogo in cui l’uomo voglia insediarsi.   Fend esclude quindi l’estrazione di combustibili fossili, o di combustibili nucleari indistruttibili, o di dighe alte (che bloccano il flusso di nutrienti verso il mare), o di pannelli solari sul terreno.  Sono i mezzi di produzione, tutti a livello di settore primario, che aumentano l’abbondanza naturale che dovrebbe circondarci.  Il poeta-soldato Spenser scrisse che “l’arte è ciò con cui la Natura rende più Natura”.  Tutto ciò che viene esposto a Pinksummer quest’autunno ha questo scopo.>>

Peter Fend

 

Abbiamo deciso che il comunicato stampa arrivasse direttamente dalla tastiera dell’artista, scritto in terza persona.Anche se Peter Fend si definisce fisiocrate e come tale agisce nell’immanenza, crediamo che la sua opera sia intimamente collegata al movimento trascendentalista americano, in questo senso gli dedichiamo alcune piccole strofe citate in Walking da Henry David Thoreau:

When he came to the grene wode,
In a mery mornynge,There he herde the notes small
Of byrdes mery syngynge
It is ferre gone, sayd Robyn,
That I was last here;
Me lyste a lytell for to shote
At the donne dere.*

*”Giungendo nel verde bosco/un ridente mattino/egli udì l’armonia/dell’allegro canto degli uccelli/è
da molto tempo disse Robin/che non vengo qui;/vorrei cacciare un poco/i bruni cervi”.

Da “A Little Geste of Robin Hode” cfr. Robin Hood: A collection, London 1823, p.58.

THE MORBID PALACE – Summer show

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra collettiva THE MORBID PALACE 
In mostra ci saranno opere, in ordine alfabetico, di:
Mariana Castillo Deball, Plamen Dejanoff, Luca De Leva, Mark Dion, Peter Fend, Invernomuto, Koo Jeong A, Tobias Putrih, Jorge Queiroz, Tomás Saraceno, Bojan Šarčević, Georgina Starr, Luca Trevisani, Cesare Viel.
La mostra inaugurerà il 27 giugno 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 27.09.2024
Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19 o su appuntamento
Location: Ex Chiesa dell’Angelo Custode, Vico Squarciafico 6R, Genova – Entrata da Piazza delle Scuole Pie

 

Comunicato stampa

 

 

“We are a blaze in the northern sky” cantavano i Darkthrone negli anni Novanta.

Si potrebbe però aggiungere con Eugene Thacker che il luogo dell’orrore, quel genere di orrore metafisico che si attua dentro una prospettiva materialistica e schiettamente laica, rende il pianeta un posto magico.

Questa premessa per introdurre una collettiva estiva di Pinksummer dal titolo The Morbid Palace, il Palazzo Morboso, titolo anche suggerito dal luogo in cui si terrà la mostra, che non sarà la galleria, ma uno spazio rimasto segreto e abbandonato e in qualche modo protetto dalle logiche asfissianti del tardo capitalismo. La stanza assai curiosa e imponente è dentro a un palazzo del XIII secolo, nel centro della città, vicinissimo alla cattedrale di San Lorenzo: abbiamo saputo della sua esistenza grazie all’amico architetto Valter Scelsi. Per secoli chiesa dell’Angelo Custode di Vico Squarciafico, dall’inizio del XX secolo fino al secondo dopoguerra è stata invece una centrale elettrica e infine è stata dimenticata fino a questa nostra mostra. Ringraziamo qui i nuovi proprietari che hanno appena acquisito l’immobile per aver acconsentito a prestarci questo luogo speciale e ad aprirlo al pubblico dopo settant’anni con la mostra The Morbid Palace.

La mostra, essendo una collettiva di galleria – seppur verranno presentate anche opere nuove prodotte per l’occasione e una performance inaugurale di Georgina Starr, con in seguito una seconda performance di Luca De Leva – non meriterebbe forse elucubrazioni tipiche da comunicato stampa, ma per noi le collettive, rare in verità, sono un’occasione per intravvedere, negli artisti che rappresentiamo, ciò che ci piace tanto e che vorremmo venisse fuori nella mostra. Vale a dire quell’attitudine tipica che li accomuna “al di là del bel canto”, che pur muovendo tutti da una prospettiva pessimista, non la risolvono mai in una contemplazione intimista chiusa nei propri affetti, ma si trasforma piuttosto in stimolo, impulso di vita attiva e combattiva del presente, impegnata. L’attitudine per noi, un po’ romantiche, potrebbe essere riassunta in quella lettera che Lovecraft scrisse nel 1935 a Catherine L. Moore “Se vuole essere arte autentica deve raffigurare in primis la cristallizzazione e la simbolizzazione di una precisa disposizione d’animo umano, non la delineazione degli eventi”. Sì, l’opera deve restituire un’atmosfera rispetto a “quell’infruttuosa aspirazione umana”, come direbbe Shopenhauer, che rende la contemplazione estetica il farmaco che ci rigenera, fuori dall’illusione, dalla paura che diventa ansia, così comune nei tempi che incombono, in cui l’uomo per la prima volta ha a che fare oltre che con la sua inadeguatezza ontologica, con il fatto certo che l’Antropocene non prevede soluzioni eroiche.

L’approccio squisitamente anti-umanistico di The Morbid Palace è solo per contrastare la hybris del genere umano nella Storia, con Leopardi la mostra potrebbe enunciare “L’uomo è solo una menomissima parte dell’universo”; tuttavia l’angoscia si trasforma nello stimolo per un nuovo umanesimo: solo quando l’uomo avrà acquisito, fatta propria, la convinzione che non rappresentiamo che un piccolo insignificante aspetto dell’immensa vita della materia universale, troveremo la forza per superare gli odi, le divisioni e trovare una nuova fraternità universale, una civiltà basata non sulla lotta, ma sulla solidarietà rispetto a un rapporto, mediato dalla coscienza (errore evolutivo?), uomo-natura impari che condividiamo con tutti gli esseri. Le differenti personalità che compongono The Morbid Palace sembrano ambire a questa nuova civiltà e la mostra appare, di fatto, come un’elegia alla fragilità.

Plamen Dejanoff – Trifon Ivanov Museum

PINKSUMMER È LIETA DI ANNUNCIARE LA NUOVA MOSTRA DI PLAMEN DEJANOFF – TRIFON IVANOV MUSEUM
VIA SAN FERMO 7 , 20121 MILANO
LA MOSTRA INAUGURERÀ IL 21 MARZO 2024, ORE 18-21, E SARÀ VISIBILE SINO AL 06.04.2024
ORARI DI APERTURA: DA MARTEDÌ A SABATO, ORARIO 15 – 19

 

PINKSUMMER È LIETA DI ANNUNCIARE LA NUOVA MOSTRA DI PLAMEN DEJANOFF – HERITAGE PROJECT
LA MOSTRA INAUGURERÀ IL 22 MARZO 2024, ORE 18-21, E SARÀ VISIBILE SINO AL 15.06.2024
ORARI DI APERTURA: DA MARTEDÌ A SABATO, ORARIO 15 – 19.30

 

Comunicato stampa
«Negli anni Settanta il partito comunista iniziò a costruire in Bulgaria scuole superiori altamente specializzate per meglio promuovere i giovani talenti.
C’erano scuole superiori specializzate in matematica… in lingue… con quelle che avevano come materia principale la musica… le arti… e gli sport.
Quando avevo 12 anni fui scelto (senza che mi fosse chiesto) per la scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo.
Il mio sogno era veramente quello di diventare artista, ma qualcuno decise che io dovessi appartenere alla scuola superiore di competenza sportiva.
Nella scuola sportiva di Tarnovo avevamo almeno 6-7 ore di sport ogni giorno (6 giorni alla settimana) e un paio d’ore di poche altre materie.
Dopo un grande sforzo da parte dei miei genitori, riuscii a lasciare la scuola sportiva e l’anno dopo fui preso in quella a indirizzo artistico dove avevo 6-7 ore di lezione di arte, architettura e design ogni giorno (per 6 giorni alla settimana per 5 anni).
Comunque i miei amici della scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo (incluso il mio “Idolo” Trifon Ivanov) crebbero bene e nel 1990, sette degli undici giocatori della squadra nazionale bulgara provenivano da quella scuola.
Al campionato mondiale di calcio negli Stati Uniti del 1994, la squadra nazionale bulgara vinse in modo sensazionale contro Francia… Grecia… Messico, contro l’Argentina di Maradona, contro la Germania che deteneva il titolo di campione del mondo… e raggiunse le semi-finali contro l’Italia.
La Bulgaria perse sfortunatamente 2-1 e l’Italia perse due giorni dopo ai rigori contro il Brasile.
Sei giocatori che vinsero la medaglia di bronzo per la Bulgaria di quel campionato mondiale di calcio del 1994 negli Stati Uniti provenivano dalla scuola superiore di Tarnovo!
Alla fine degli anni Novanta, il sistema educativo in Bulgaria collassò totalmente e tutte le scuole specializzate chiusero una dopo l’altra.
La leggendaria scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo fu chiusa anch’essa e brutalmente convertita in una scuola turistica 5 anni dopo.
In quanto parte di Heritage Project, riuscii a salvare frammenti dell’edificio (quelli che non erano più necessari) dalla distruzione.
Con grande difficoltà ho smantellato parte della scuola superiore sportiva di Tarnovo con l’idea di includere questa parte di edificio in Heritage Project.»

 

Heritage Project di Plamen Dejanoff è una sorta di realismo speculativo di matrice identitaria. Ripercorrendo il progetto dell’artista nella sua Bulgaria rispetto alla Fondazione Plamen Dejanoff a Veliko Tarnovo, la sua città natale, si comprende che tutti i capitoli  di questo radicale progetto a lungo termine, un progetto di vita, rimandano a una necessità personale di radicamento, come un tentativo di ancorarsi rispetto alla superficie liscia, fluida e senza confini del monoteismo mercantile, del capitalismo tendente per vocazione a ridurre l’altro all’identico. Di fatto l’impostazione di Heritage Project appare come un manifesto che si oppone alla reductio a unum di quella globalizzazione che qualcuno ha iniziato a chiamare globalitarismo  tendente a modellare un’umanità apolide, precaria, migrante, affrancata da ogni radicamento territoriale, munita di zaino leggero, di bagaglio a mano, delocalizzata in ogni dove, giacché percepisce ogni luogo, anche quello d’origine, come transeunde. Un’umanità flessibile, nomade, privata della sua struttura simbolica, dentro a un mondo miniaturizzato senza confini e differenze.
Rispetto al percorso di Dejanoff si può quasi azzardare che l’artista parta dall’assunto che la realtà è già così squisitamente reale che ogni tentativo di tradurla implicherebbe il fallimento. Una realtà costituita da una molteplicità di oggetti, concreti e immaginari, la cui valenza strutturale ha ben poca importanza. L’estetica di Dejanoff, con le sue piattaforme, i piedistalli, intesi come temporanei recinti o meglio parentesi, rimanda a una sorta di ontologia, tendente a svelare le qualità sensuali degli oggetti reali. L’arte di Dejanoff non allude al reale, non lo rappresenta, lo ripresenta e lo riproduce: si potrebbe affermare che l’arte di Dejanoff è anti-letterale.
A differenza dei filosofi orientati agli oggetti però, quella di Dejanoff non è una ontologia piatta, senza gerarchia, al centro c’è ancora l’uomo e la sue velleità identitarie, seppure mai nostalgiche.  Alcuni oggetti ci devono ricordare la nostra appartenenza, altri si devono accettare come diversi e questo è forse il senso di Heritage Project, ricercare oggetti capaci di scaldare il cuore e la nostra quotidianità senza rendere superflui la nostra storia e il nostro passato, per resistere all’eterofobia della globalizzazione e del suo falso multiculturalismo.
La fenomenologia tassonomica dello sradicamento tipica del colonialismo implica l’estraniazione, l’isolamento e la superfluità rispetto alle culture considerate altre  circa la teleologia imperialista del capitalismo contemporaneo, una forma di colonialismo solo apparentemente più soffice e orizzontale. Di fatto ogni forma di colonialismo priva i popoli della loro tradizione, della loro anima, riducendo gli individui, le persone  a materia umana, a mera materia interscambiabile. Dentro a un presente senza storia e senza memoria può accadere ogni sopraffazione, ogni orrore. L’io un tempo era solo un elemento nella costellazione del gruppo, della comunità, adesso è l’elemento predominante: non ci si impegna con il mondo, ma co se stessi e tale dinamica implica una grave forma di intolleranza e conduce alla progressiva secolarizzazione e  al manicheismo che informa la contemporaneità
Simone Weil in Écrits de Londres et dernières lettres scrisse: «L’anima umana ha bisogno più di ogni altra cosa di essere radicata in molteplici  ambiti naturali e di comunicare con l’universo per il loro tramite. La patria, gli ambiti definiti dalla lingua, dalla cultura, da un passato storico comuni, la professione, il paese sono ambienti naturali.
È criminale ciò che ha per effetto di sradicare un essere umano e impedire che metta radici.»
Lo sradicamento è una patologia tipica della modernità, Heritage project di Plamen Dejanoff appare in questo senso come un’indicazione per costruire società più pacifiche e sostenibili che riconoscano l’importanza centrale delle comunità e delle persone come produttori del senso che attiva gli oggetti e le pratiche, rendendole appunto patrimonio culturale, una risorsa fondamentale per il benessere dei popoli.
Non ci stupisce che Plamen Dejanoff, che ha mimato la deregulation neoliberista del capitalismo contemporaneo, fin dal suo cambio d’identità nel 2002, presenti oggi con Heritage Project un contributo alla preservazione della memoria storica e del patrimonio culturale della ricchezza e della competenza che vengono tramandate da generazioni, da maestro a apprendista.

Plamen Dejanoff – Heritage Project

Pinksummer è lieta di annunciare la nuova mostra di Plamen Dejanoff – HERITAGE PROJECT
La mostra inaugurerà il 22 marzo 2024, ore 18-21, e sarà visibile sino al 15.06.2024
Orari di apertura: da martedì a sabato, orario 15 – 19.30

 

Comunicato stampa
«Negli anni Settanta il partito comunista iniziò a costruire in Bulgaria scuole superiori altamente specializzate per meglio promuovere i giovani talenti.
C’erano scuole superiori specializzate in matematica… in lingue… con quelle che avevano come materia principale la musica… le arti… e gli sport.
Quando avevo 12 anni fui scelto (senza che mi fosse chiesto) per la scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo.
Il mio sogno era veramente quello di diventare artista, ma qualcuno decise che io dovessi appartenere alla scuola superiore di competenza sportiva.
Nella scuola sportiva di Tarnovo avevamo almeno 6-7 ore di sport ogni giorno (6 giorni alla settimana) e un paio d’ore di poche altre materie.
Dopo un grande sforzo da parte dei miei genitori, riuscii a lasciare la scuola sportiva e l’anno dopo fui preso in quella a indirizzo artistico dove avevo 6-7 ore di lezione di arte, architettura e design ogni giorno (per 6 giorni alla settimana per 5 anni).
Comunque i miei amici della scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo (incluso il mio “Idolo” Trifon Ivanov) crebbero bene e nel 1990, sette degli undici giocatori della squadra nazionale bulgara provenivano da quella scuola.
Al campionato mondiale di calcio negli Stati Uniti del 1994, la squadra nazionale bulgara vinse in modo sensazionale contro Francia… Grecia… Messico, contro l’Argentina di Maradona, contro la Germania che deteneva il titolo di campione del mondo… e raggiunse le semi-finali contro l’Italia.
La Bulgaria perse sfortunatamente 2-1 e l’Italia perse due giorni dopo ai rigori contro il Brasile.
Sei giocatori che vinsero la medaglia di bronzo per la Bulgaria di quel campionato mondiale di calcio del 1994 negli Stati Uniti provenivano dalla scuola superiore di Tarnovo!
Alla fine degli anni Novanta, il sistema educativo in Bulgaria collassò totalmente e tutte le scuole specializzate chiusero una dopo l’altra.
La leggendaria scuola superiore a indirizzo sportivo di Tarnovo fu chiusa anch’essa e brutalmente convertita in una scuola turistica 5 anni dopo.
In quanto parte di Heritage Project, riuscii a salvare frammenti dell’edificio (quelli che non erano più necessari) dalla distruzione.
Con grande difficoltà ho smantellato parte della scuola superiore sportiva di Tarnovo con l’idea di includere questa parte di edificio in Heritage Project.»

 

Heritage Project di Plamen Dejanoff è una sorta di realismo speculativo di matrice identitaria. Ripercorrendo il progetto dell’artista nella sua Bulgaria rispetto alla Fondazione Plamen Dejanoff a Veliko Tarnovo, la sua città natale, si comprende che tutti i capitoli  di questo radicale progetto a lungo termine, un progetto di vita, rimandano a una necessità personale di radicamento, come un tentativo di ancorarsi rispetto alla superficie liscia, fluida e senza confini del monoteismo mercantile, del capitalismo tendente per vocazione a ridurre l’altro all’identico. Di fatto l’impostazione di Heritage Project appare come un manifesto che si oppone alla reductio a unum di quella globalizzazione che qualcuno ha iniziato a chiamare globalitarismo  tendente a modellare un’umanità apolide, precaria, migrante, affrancata da ogni radicamento territoriale, munita di zaino leggero, di bagaglio a mano, delocalizzata in ogni dove, giacché percepisce ogni luogo, anche quello d’origine, come transeunde. Un’umanità flessibile, nomade, privata della sua struttura simbolica, dentro a un mondo miniaturizzato senza confini e differenze.
Rispetto al percorso di Dejanoff si può quasi azzardare che l’artista parta dall’assunto che la realtà è già così squisitamente reale che ogni tentativo di tradurla implicherebbe il fallimento. Una realtà costituita da una molteplicità di oggetti, concreti e immaginari, la cui valenza strutturale ha ben poca importanza. L’estetica di Dejanoff, con le sue piattaforme, i piedistalli, intesi come temporanei recinti o meglio parentesi, rimanda a una sorta di ontologia, tendente a svelare le qualità sensuali degli oggetti reali. L’arte di Dejanoff non allude al reale, non lo rappresenta, lo ripresenta e lo riproduce: si potrebbe affermare che l’arte di Dejanoff è anti-letterale.
A differenza dei filosofi orientati agli oggetti però, quella di Dejanoff non è una ontologia piatta, senza gerarchia, al centro c’è ancora l’uomo e la sue velleità identitarie, seppure mai nostalgiche.  Alcuni oggetti ci devono ricordare la nostra appartenenza, altri si devono accettare come diversi e questo è forse il senso di Heritage Project, ricercare oggetti capaci di scaldare il cuore e la nostra quotidianità senza rendere superflui la nostra storia e il nostro passato, per resistere all’eterofobia della globalizzazione e del suo falso multiculturalismo.
La fenomenologia tassonomica dello sradicamento tipica del colonialismo implica l’estraniazione, l’isolamento e la superfluità rispetto alle culture considerate altre  circa la teleologia imperialista del capitalismo contemporaneo, una forma di colonialismo solo apparentemente più soffice e orizzontale. Di fatto ogni forma di colonialismo priva i popoli della loro tradizione, della loro anima, riducendo gli individui, le persone  a materia umana, a mera materia interscambiabile. Dentro a un presente senza storia e senza memoria può accadere ogni sopraffazione, ogni orrore. L’io un tempo era solo un elemento nella costellazione del gruppo, della comunità, adesso è l’elemento predominante: non ci si impegna con il mondo, ma co se stessi e tale dinamica implica una grave forma di intolleranza e conduce alla progressiva secolarizzazione e  al manicheismo che informa la contemporaneità
Simone Weil in Écrits de Londres et dernières lettres scrisse: «L’anima umana ha bisogno più di ogni altra cosa di essere radicata in molteplici  ambiti naturali e di comunicare con l’universo per il loro tramite. La patria, gli ambiti definiti dalla lingua, dalla cultura, da un passato storico comuni, la professione, il paese sono ambienti naturali.
È criminale ciò che ha per effetto di sradicare un essere umano e impedire che metta radici.»
Lo sradicamento è una patologia tipica della modernità, Heritage project di Plamen Dejanoff appare in questo senso come un’indicazione per costruire società più pacifiche e sostenibili che riconoscano l’importanza centrale delle comunità e delle persone come produttori del senso che attiva gli oggetti e le pratiche, rendendole appunto patrimonio culturale, una risorsa fondamentale per il benessere dei popoli.
Non ci stupisce che Plamen Dejanoff, che ha mimato la deregulation neoliberista del capitalismo contemporaneo, fin dal suo cambio d’identità nel 2002, presenti oggi con Heritage Project un contributo alla preservazione della memoria storica e del patrimonio culturale della ricchezza e della competenza che vengono tramandate da generazioni, da maestro a apprendista.

Bojan Šarčević & Luca Trevisani – Pinksummer goes to Milan

Bojan Šarčević in dialogo con Luca Trevisani 

Opening: 20.12.2023 ore 18-21

Date di apertura: 20.12.2023 – 03.02.2024

Sanfermosette, Via San Fermo 7, Milano

 

 

comunicato stampa

 

«E’ attraverso la nostra pelle che siamo in relazione e in osmosi con ciò che proviene dall’ambiente esterno. Siamo in contatto con impressioni di umidità, secchezza, caldo, queste sono relazioni sensoriali e sensuali.
L’indumento di pelle è come una seconda pelle, che potrebbe essere vista come un involucro sostitutivo, essendo la nostra pelle un involucro e una sorta di indumento primario.

Un nuovo corpo di lavori che ha a che fare con il concetto di mostruosità.

La trasformazione di una giacca di pelle di seconda mano, simbolo di ribellione, indipendenza, aggressività e anche come primo strumento che ha permesso alla specie umana di regolare la temperatura del corpo nel clima duro.

Una sorta di “scuoiatura” di un indumento di moda per trasformarlo in una rappresentazione.
Inserendo nelle cuciture aperte dell’indumento gli occhi da tassodermista, la figurazione allude alla bestialità e a un presenza minacciosa che ci osserva. Il cuoio senza forma rimanda al test di Roscharch.

Il concetto di mostruosità può essere visto come una formalizzazione delle ansie perché rappresenta una manifestazione visiva delle nostre paure circa il mondo intorno a noi e il tempo in cui viviamo.

Le figure mostruose sono spesso una rappresentazione dell’ignoto, dell’anormale, del minaccioso e in quanto tali, incarnano la nostra angoscia più profonda.»

 

Bojan Šarčević

 

 

«Del taglio è una serie di coltelli in guisa degli animali che mangiamo e che tagliamo, costruiti per stabilire una corrispondenza tra forma, materiali, usi e sensi.
Un arcipelago di forme taglienti, oggetti ma anche soggetti, che si fanno carico della gestione spirituale del rapporto di forza che intercorre tra il nostro stomaco e il mondo, sublimandosi in talismani contraddittori e provocatori. Le diverse tipologie delle forme di vita, come fantasmi per mettere in crisi il nostro rapporto passivo e automatico con l’idea di cibo, dieta e materia. La morfologia del vivente come grimaldello in cui incarnare tutta una serie di tensioni e rapporti che troppo spesso rimangono silenti e invisibili, per indagare la percezione occidentale del mondo, spostarne il baricentro, dagli occhi ad altre parti della mente.
Il taglio come forma del pensiero, come figura scultorea con cui trovare le buone articolazioni del mondo, il taglio e la sua paradossale dolcezza, il taglio come gesto culturale e cultuale, come mitologema. La bocca, la mano, il nutrimento: una scrittura perenne dove la distinzione tra il sé, il corpo e l’ambiente non sono più così certe.

Il nutrimento come scambio energetico, quale incessante produzione e distruzione di forme, supremo crogiolo di metamorfosi. Che per esser compreso va formalizzato, coagulato, replicato.
Fare scultura è quel modo specifico in cui l’uomo sembra aver sempre cercato di fermare l’impermanenza della vita, per dare al tempo un corpo solido, e fare dell’attimo la Storia. È una pratica energetica, un’esperienza che incarna forze immateriali, un atto di immaginazione che unisce le parti occulte e visibili del mondo in un impasto inedito.

Tagliare, separare, ma anche raddrizzare, o liberare, è il tabù del pericolo. I coltelli sono oggetti apotropaici pensati per allontanare la malasorte, unendo una funzione protettiva e devozionale a quella decorativa. Un oggetto ordinario ma anche l’espressione di epos popolare, strumento essenziale per l’economia agropastorale, simbolo di legami sociali, incarnazione del potere.
Lavorare su un paradigma archetipico come quello del coltello, su un fossile culturale, è un modo di disarticolare la nostra idea di tecnologia, di progresso digitale e di svincolarsi dalle frenesie e dagli stereotipi del presente. Il passato è il solo futuro del nostro futuro.»

 

Luca Trevisani

LUCA DE LEVA – THYSELF AGENCY

info point genova post

English text below

 

 

Thyself Agency apre il suo primo INFO POINT a Genova, ospite di Pinksummer e spazio Campo XS.

 

Thyself Agency è un’agenzia di viaggio. Organizza spedizioni nell’ignoto, dove praticare la maieutica attraverso tre specifici esercizi:
– Scambiarsi la vita
– La Settimana dei 9 giorni
– gli Occhiali

 

L’INFO POINT è un ufficio per la sperimentazione di pratiche esistenziali – Luca De Leva propone nuovi metodi di ricerca, esercizi personali e intimi per scardinare automatismi comportamentali e facilitare la ricerca di altri modi di vivere e relazionarsi con il mondo.

L’INFO POINT sarà aperto dal 15 dicembre al 17 dicembre 2023. Tre giorni di attività intensiva dove sarà possibile conoscere il lavoro dell’Agenzia in maniera diretta, dalle parole vive dei suoi agenti e di chi ha partecipato agli esercizi. Il 15 dicembre dalle ore 18 alle ore 20 l’Agenzia verrà presentata al pubblico, mentre nei successivi due giorni verranno accolti i candidati, i disperati e i curiosi, per delle sessioni personali, dalle 12 alle 19.
Se anche tu sei tra loro, regalati quello che non conosci.

 

Ti aspettiamo in via del Campo 40R a Genova.

 

 

///

 

 

Thyself Agency opens its first INFO POINT in Genova, hosted by Pinksummer and Campo XS space.

 

Thyself Agency is a travel agency. It organizes expeditions into the unknown, where it practices maieutics through three specific exercises:
– Life exchange
– 9 days week
– the Glasses

 

The INFO POINT is an office for experimentation in existential practices – Luca De Leva proposes new research methods, personal and intimate exercises to unhinge behavioral automatisms and facilitate the research for other ways of living and relating to the world.

The INFO POINT will be open from December 15 to 17, 2023. Three days of intensive activities where it will be possible to learn about the agency’s work in a direct way, from the living words of its agents and those who participated in the exercises. On December 15 from 6 to 8 pm the Agency will be presented to the public, while on the following two days candidates, curious and hopeless people will be welcomed for personal sessions, from 12 to 7 pm.
If you are also among them, gift yourself what you don’t know.

 

We look forward to seeing you at Via del Campo 40R in Genova.

info point genova post retro

INVERNOMUTO – SANTA LUCIA

comunicato stampa

 

 

Un cantico di Francesco Urbano Ragazzi scritto in occasione della mostra.

 

 

RISVEGLI

Io, prima di tutto, ero vivo. Nessun dubbio su questo. Ma il motivo per cui lo sapevo, di essere vivo, era purtroppo davvero spiacevole. Da qualche mese a questa parte, ogni giorno verso le sei di sera, mi cominciavano a lacrimare gli occhi: entrambi e copiosamente appena il sole tramontava dietro ai palazzi. Gocce che percepivo elastiche e un po’ viscose scendevano senza sosta ai lati del mio naso, mi si appoggiavano sulle labbra, scendevano ancora fino alla punta del mento, al centro del quale si accumulavano. E da lì poi cadevano, finalmente, oltre la superficie della mia pelle.

Poiché ogni giorno quell’inarrestabile sgocciolamento durava per più di qualche ora, dapprima cercavo di arrestarlo tamponando l’estremità dei dotti lacrimali con un fazzoletto; poi però la mia mano cominciava a indolenzirsi, a poco a poco mi stancavo di esercitare quella lieve pressione, ed ero costretto mio malgrado ad arrendermi. Lasciavo allora scorrere il torrentello di lacrime così come veniva, cercando di leccare con la lingua quante più gocce potessi, di tanto in tanto asciugando le molte che mi sfuggivano con la manica del maglione.

La lacrimazione non era indolore. Già nei primi minuti di quel pianto senza motivo i miei bulbi iniziavano a infiammarsi, regalandomi una fastidiosa sensazione di pizzicore che cresceva di intensità man mano che il tempo passava. Era come se la superficie dei miei occhi diventasse a poco a poco un grande lago in cui cadevano infiniti elettrodomestici accesi.

Ecco la dolorosa prova della mia esistenza! Era sufficiente un Cartesio un poco ferrato in oftalmologia per dimostrarla. Da quando iniziava alle sei di sera fino a quando terminava molte ore più tardi, per tutto il tempo pensavo e ripensavo a quel lacrimare. Lacrimavo e pertanto ero vivo, ero vivo fintantoché lacrimavo. In quelle condizioni, non potevo che pensare a me stesso incessantemente.

Come sempre accadeva nel momento in cui l’inspiegabile fenomeno si ripresentava, anche quella sera ero seduto davanti al computer per sbrigare qualche lavoro di poca importanza. Iniziai allora, ancora una volta, un esercizio di meditazione che mi concedeva un po’ di pace, facendomi dimenticare per qualche istante il mio lacrimevole ego. Era diventato ormai un rituale.

L’esercizio non mi era stato insegnato da qualcuno, né era difficile da eseguire. Facevo piuttosto istintivamente quello che fanno tantissimi esseri umani quando vogliono perdere la cognizione del tempo e di sé stessi. Aprivo Chrome a tutto schermo sul monitor del computer e iniziavo a cercare, e cercare, e cercare.

Dopo molte ore, la ricerca mi portava a battere territori inimmaginabili, ma il punto di partenza era più o meno sempre lo stesso: scrivevo a caso le parole corrispondenti ai sintomi che sentivo di avere e leggevo i risultati sul motore di ricerca, saltando di pagina in pagina con ritmo sempre più insofferente. Non so se per troppa concentrazione o per troppa distrazione, ma in pochi minuti non percepivo più di avere un corpo, e con esso quei due occhi umidi e infiammati. Senza accorgermene diventavo nulla, il mondo attorno a me diventava nulla, mentre le informazioni che accumulavo finivano per coincidere col mondo, col tutto.

La routine era più o meno sempre la stessa. A cambiare, col passare dei giorni, era stato soltanto il mio stile di scrittura. Nei primi tempi, avevo digitato a caso lemmi piuttosto generici: lacrimazione, dolore agli occhi, malattie agli occhi. Poi le descrizioni si erano fatte più precise: persistente lacrimazione con bruciore agli occhi. Verbose: inarrestabile lacrimazione con infiammazione concentrata sul perimetro di entrambi i bulbi oculari, sporadiche teleangectasie. Quasi ermetiche: occhi lacrimanti si infiammano alla sera. Fino a tornare alla semplicità iniziale, ma arricchite da qualche trucco del mestiere: “lacrimazione” persistente + “infiammazione” + “occhi” + related:humanitas.it. E così avevo finito per credermi discretamente esperto di almeno una ventina tra disturbi e malformazioni, i quali però non coincidevano mai, per un motivo o per un altro, con quello di cui soffrivo io.

Congiuntivite (virale, batterica o allergica), blefarite, cheratite, distacco della retina, glaucoma, uveite, sindrome di Sjögren, cellulite orbitaria, febbre da fieno, herpes, blefarospasmo, disturbi della superficie oculare, condropatia corneale, tumori oculari o palpebrali, pterigio, nevralgia del trigemino, sindrome dell’occhio secco. Sapevo tutto di questi argomenti, ma questo tutto non serviva mai a nulla.

Ero passato dalla consultazione di portali divulgativi come my-personaltrainer.it, medicitalia.it, farmacoecura.it, starbene.it, alla lettura di pagine dedicate all’omeopatia, alla fitoterapia, allo yoga e all’ayurveda; da lì, alla frequentazione di forum i cui utenti, sparuti e paranoici, proponevano rischiosi rimedi naturali o l’uso massiccio di allucinogeni. Approdato alla cinquantesima pagina dei risultati offerti dal motore di ricerca non distinguevo più il verosimile dal falso. Le informazioni che incameravo si mescolavano in un unico piano d’irrealtà che sospendeva il mio giudizio: cercando trovavo tutto, tranne la soluzione che stavo cercando.

Di andare da un dottore non se ne parlava. Non perché avessi paura di affrontare una potenziale diagnosi infausta. Ma per pigrizia, o per una strana forma di smemoratezza. Durante il giorno, quando gli ambulatori erano aperti, i miei occhi ritornavano normali. Se ne stavano al loro posto senza darmi fastidio, come se sparissero dalla mia vista. Dimenticavo perciò l’urgenza di farmi vedere da un dottore fin quando l’effluvio non ripartiva al primo buio della sera.

L’esercizio di meditazione che praticavo davanti al computer era molto efficace, ma provocava un effetto collaterale piuttosto prevedibile. Implicando un discreto sforzo visivo, le molte ore trascorse a fissare il monitor mi facevano sì scordare il dolore per qualche ora, ma allo stesso tempo lo peggioravano. Più mi perdevo nei bagliori dello schermo e meno sentivo la mia condizione; meno sentivo la mia condizione e più i miei occhi si consumavano. Puntualmente, dopo una buona mezz’ora trascorsa in uno stato d’incosciente impermanenza, una nuova scossa dolorosa mi costringeva a tornare nel mondo.

Quella sera, mentre l’ultima fitta bruciava ancora sotto le mie palpebre, mi tornò in mente di aver letto da qualche parte una frase filosofica che forse faceva al caso mio. A dire la verità mi sembrava riguardasse il mal di denti, ma ero sicuro centrasse con ciò che stavo vivendo. La sentenza in questione diceva a grandi linee così: solo il dolore di una carie rende percepibile il dente in sé e per sé, il dente in quanto dente. Qualcosa del genere. Il senso della frase doveva però alludere a un significato ben più generale. Forse aveva a che fare col legame tra il dolore e la percezione degli organi interni, con la relazione tra il male e la conoscenza delle parti, o con la fine dell’idea di corpo come intero. Non ricordavo bene, ma la frase aveva sicuramente a che fare con un significato che andava al di là del perimetro di una bocca, per quanto spalancata.

Ero certo che la citazione, vagamente custodita nella mia memoria, facesse al caso mio. Ero altrettanto sicuro coincidesse con un celebre paragrafo di Sigmund Freud. Credendo dunque di poter rintracciare senza troppa fatica le parole dello psicoanalista su internet, mi gettai sulla tastiera. Una volta individuata la frase esatta, l’avrei ricopiata sull’agendina che tenevo sempre aperta vicino a me. Chissà che un giorno non mi sarebbe tornata utile, pensai.

Dovetti rivedere ben presto le mie aspettative. Dopo un quarto d’ora immerso in letture inconcludenti, tutto quello che racimolai fu il resoconto di un sogno in cui un’anonima governante, all’apparenza giovane e piacente, mostrava di tenere in bocca una vecchia dentiera mal sistemata. Nel sogno, Freud ispezionava la cavità della donna, scoprendo al suo interno un misterioso bagliore biancastro.

Che fare? Approfondire il significato della scena oppure proseguire diritto sulle tracce della citazione ancora irreperibile? Normalmente, la sete di conoscenza mi avrebbe spinto ad aprire una lunga parentesi di minuziosa divagazione. Questa volta decisi però di non desistere, di tenere salda la mia volontà iniziale. Spremendomi un po’ le meningi, ebbi d’improvviso l’impressione di ricordare. Mica che per caso di carie e di denti si fosse occupato Merleau-Ponty? Non era lui ad aver scritto pagine fondamentali sul modo in cui il tatto, integrandosi col senso della vista, riesce a farci percepire l’invisibile?

La fenomenologia non rientrava nel mio campo di specializzazione, ma ricordavo chiaramente quell’esempio del dito che, infilato in un guanto, sente la forma del vuoto dentro l’oggetto, arrivando dove l’occhio non può. Non poteva darsi, magari, che tra le pagine del Visibile e l’invisibile ci fosse un altro esempio nel quale un dente si sostituiva al guanto e una carie faceva le veci del dito? Dopo un’altra mezz’ora di ricerche dovetti constatare che ancora una volta lo schermo non voleva darmi ragione. Nessuna traccia appariva, sulla sua superficie, dell’interesse che Merleau-Ponty avrebbe nutrito per i molari cariati.

Data la cocente frustrazione, sentii chiara la voglia – sproporzionata rispetto al contesto, me ne rendo conto – di sciogliermi in un pianto consolatorio. Se solo le mie guance non fossero già state rigate di lacrime…

Che il sentimento da cui ero pervaso coincidesse con la mia espressione facciale senza che tra i due fatti vi fosse correlazione mi paralizzò. Sentii di essere come un attore che, obbedendo alla sceneggiatura di uno spettacolo, gridasse «Al fuoco! Al fuoco!» e che un attimo dopo s’accorgesse di un vero incendio divampato in platea. Come quel grido d’allarme, anche il mio pianto sembrava così sincero e così finto, interiore ed esteriore, appropriato e inappropriato allo stesso tempo.

Forse per allontanarsi in fretta dall’indecidibilità del paradosso, il mio cervello fece balenare in me un nuovo e più puntuale ricordo. Dal buio emerse chissà come la certezza che la citazione da me anelata riguardasse un tema specifico. Ero adesso sicurissimo che, nella frase, il dente simboleggiasse un oggetto la cui naturale funzione consisteva nel penetrare, mentre la carie l’eventualità che l’oggetto penetrante venisse penetrato a sua volta. Ecco perché all’inizio m’ero fissato su Freud e la psicoanalisi! La sequenza di parole doveva rappresentare un’inversione di ruoli, una qualche dialettica di cui ancora andava chiarito il punto.

Mi alzai di scatto dalla sedia e andai a frugare nella libreria. Nell’ordine che io stesso avevo stabilito e che conoscevo a menadito, le mie mani carpirono d’istinto quel che stavo cercando. Che vittoria sarebbe stata per il ventesimo secolo se fossi giunto alla conclusione della mia indagine tramite il metodo analogico!

Tirai fuori due tascabili da uno scaffale posizionato non troppo in alto sulla libreria. La risposta al mio peregrinare doveva per forza trovarsi nell’uno o nell’altro volumetto. Seduto a gambe incrociate direttamente sul pavimento, mi misi a sfogliare i due libri quasi in contemporanea, facendo scorrere veloce lo sguardo sui paragrafi già sottolineati. Alla mia sinistra tenevo aperto The Penetrated Man di Jonathan Kemp, una storia letteraria della passività maschile nell’età moderna; alla mia destra brandivo invece Speculum. De l’autre femme di Luce Irigaray, nelle cui pagine veniva condotta una psicoanalisi femminista su alcuni classici del pensiero psicoanalitico: la struttura dell’argomentazione sembrava in effetti riflettere la dinamica della carie e del dente.

Mi tuffai a lungo nella rilettura dei due saggi. Fu divertente constatare quanto in uno di essi Freud fosse celebrato come una specie di progressista queer, mentre nell’altro la sua figura venisse fatta a brandelli. Nonostante il magro divertimento, tuttavia, della mia agognata citazione non v’era l’ombra.

Sebbene il risultato non fosse cambiato e io mi trovassi ancora in svantaggio sulla mia fallace memoria, un sentimento più compassionevole si era impossessato di me. Due o tre lacrime erano cadute su quei fogli ruvidi che mille volte avevo sfogliato da studente. L’acqua salata aveva sciolto alcune note a margine scritte da me con calligrafia ancora scolastica ormai decenni prima.

Ero tornato d’un tratto indietro nel tempo. Che ne era stato di quella persona ora che le cellule del suo corpo erano state tutte sostituite, a una a una, da cellule nuove? In fin dei conti era sempre lo stesso individuo. Perfino allo specchio la sua immagine era rimasta quasi la stessa. C’era ancora tempo perché le sue potenzialità venissero espresse e capite. Non era ancora troppo tardi.

Rinvigorito dalla sensazione di essermi ritrovato, mi convinsi pian piano che la ricerca iniziata ormai due ore prima non foss’altro che una perdita di tempo. Dovevo smettere di cercare a tutti i costi una frasetta che comunque non mi sarebbe servita, che sarebbe rimasta per chissà quanto lettera morta nel mio quadernino. Dovevo concentrarmi su degli obiettivi reali e lasciar andare la piccola ossessione che m’era presa. Dovevo rimanere nel presente.

Volendo radicarmi nel qui e ora, abbandonai i libri per terra e mi sedetti a gambe incrociate. Portai la mia intera attenzione sul ritmo del respiro, iniziando a usare la tecnica del sobbing che avevo imparato da poco.

In un tutorial visto qualche giorno prima si diceva di compiere due veloci inspirazioni ravvicinate prima di espirare a fondo. Si diceva poi di ripetere il ciclo, a cadenza quotidiana, per almeno cinque minuti. L’obiettivo dell’esercizio consisteva nell’imitare il genere di respirazione che istintivamente si compie quando smettiamo di piangere e ritroviamo la forza in noi stessi. Un’équipe di psicologi aveva verificato che le aree del cervello regolatrici della serotonina si attivavano in automatico già al terzo minuto di ripetizioni. Spinto dalla fede nella neuroscienza, cercai di respirare con diligenza anche io.

Non arrivai alla decima ripresa che il mio pensiero era già galoppato altrove. Tornai per la verità quasi al punto di partenza della mia divagazione. Mi ritrovai infatti a meditare di nuovo su Descartes e sul suo dubbio metodologico. Quasi per gioco mi chiesi se il motivo per cui non ero capace di reperire la citazione potesse risiedere in una qualche forma di inganno radicale. Senza tirare in ballo entità ultraterrene, potevo immaginare per esempio che il mio cervello fosse l’unica cosa rimasta di me; potevo immaginare ancora che l’organo fosse immerso in un recipiente collegato a una macchina, la quale mi avrebbe inviato informazioni sbagliate ogni qualvolta avessi cercato una frase su internet. Se davvero le cose fossero state così, non avrei avuto modo di saperlo. Sarei stato condannato a un inferno di ricerche senza successo, ma in cambio avrei trovato piena giustificazione alla mia incapacità. Mi chiesi pertanto se, in qualche modo, la possibilità che quell’ipotesi fosse reale non mi consolasse. Non riuscii a negarlo a me stesso e me ne vergognai.

L’immagine del cervello nella vasca non era davvero originale, questo lo sapevo. Era ispirata a un esperimento mentale messo a punto da Gilbert Harman nel 1973 e confutato da Hilary Putnam nel 1981. Eppure, nonostante quella visione fantascientifico-filosofica fosse consunta da decenni di riflessioni, essa accendeva ancora in me un fortissimo interesse. Poco dopo la fine dell’università avevo perfino pensato di scriverci sopra un breve saggio, che però non ero mai riuscito a terminare.

Per certi versi, il ragionamento che avevo cominciato a imbastire a quei tempi mi convinceva ancora oggi poiché si basava su un fatto piuttosto palese. Sostenevo nel saggio: per dimostrare che la nostra esperienza è sempre irreale non c’è affatto bisogno di ipotizzare l’esistenza di vasche in cui sarebbero immersi dei cervelli. Per farlo, basta rendersi conto di come funzionano le macchine che già sono collegate ai nostri organi di pensiero. Consideriamo bene l’evidenza. I due occhi di cui siamo dotati vedono l’uno un panorama leggermente diverso da quello dell’altro. Se si chiudono le palpebre una dopo l’altra lo intuiamo chiaramente. Eppure, la costitutiva doppiezza della visione ci viene nascosta attraverso un inconsapevole lavoro di sintesi. Non è quindi la prima bugia della nostra percezione, e la più costante, quella che ci porta a vedere una sola immagine là dove in realtà ce ne sono due?

Il mio mentore dell’epoca mi aveva caldamente sconsigliato di proseguire nella stesura del testo. Vi individuava così tante contraddizioni, insensatezze e cattive comprensioni della filosofia che non avrebbe davvero saputo da dove iniziare a correggermi. Poiché provavo per lui estrema soggezione, seguii senza fiatare il suo offensivo consiglio. Ora che però riconsideravo con mente adulta i miei argomenti, non ero più tanto sicuro di aver fatto la scelta giusta. Non solo le premesse dei miei sillogismi mi parevano concatenarsi alle conclusioni come ingranaggi d’orologio, ma il ventaglio di esempi che avevo portato a sostegno della tesi mi sembrava incontestabilmente erudito. All’inizio del secondo sotto-capitolo avevo perfino trovato il modo di mettere a paragone due opere d’arte: Stereoscopie à la main di Marcel Duchamp e 3D Mutoscope di Robert Breer.

All’improvviso mi assalì un senso d’inganno. Come mi ero potuto lasciar convincere ad abbandonare quell’ambizioso progetto? Dopo tanto riflettere, la vampata di rabbia che mi assalì fece riemergere nella mia coscienza la gravità del peso corporeo. Poiché ero rimasto immobile sul pavimento per molti minuti, mi accorsi inoltre che tutte le lacrime scese senza sosta dai miei occhi mi avevano nel frattempo inzuppato il collo del maglione. Quella sensazione di stagnante umidità si trasformò subito in un brivido di ribrezzo.

Basta! Non potevo più sopportare l’idea di essermi ridotto alla stregua di un rubinetto guasto. Era il momento di fare qualcosa! Senza più alcuna esitazione infilai tutte e dieci le dita nelle orbite oculari ed estrassi il contenuto molliccio che vi trovai dentro. Due lumache nel loro guscio. Non sentii il minimo dolore, ma non ne fui sorpreso. Lanciai tutto ciò che avevo in mano contro il muro davanti a me, ascoltando il rumore secco restituito dal gesto. Infine inserii di nuovo le dita nelle due brecce che avevo appena aperto sul mio viso.

Finalmente le lacrime si erano fermate. Che enorme sollievo! I polpastrelli delle dita mi restituirono un’impressione liscia e cristallina che avevo sentito solo sfiorando certi bicchieri di ristoranti stellati. Finalmente tutto era chiaro. Finalmente tutto era calmo. Come se guardassi d’un colpo il perimetro del mio sguardo, tutto ciò che potevo vedere era una sola immagine:

auge

Si ringrazia

Painting S.R.L. Verniciature Industriali, Luzzara RE, Italia

painting

Cesare Viel – L’Inaspettato – OPENING 16.11.23 ore 18

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA

Opening: 16 novembre 2023, h 18
Via San Fermo 7, Milano

 

“Ecco L’Inaspettato: la forma improvvisa di un corpo vegetale,
un’immagine aggrovigliata che ti attrae e che non sarebbe apparsa se non fossi scivolato fuori dal sentiero.

Cominci a vagare nel bosco, perdendo e recuperando continuamente l’orientamento.
Perlustrazione che attraversa roveti, cespugli, spine, tronchi inclinati, caduti.

Come in un campo di battaglia, grumi terrosi misti di pietre e di radici.
Alberi rotolati lì dal tempo e dalle acque si tengono tra loro in acrobatiche strutture e forme, da sotto, da dentro.

Come talpa cieca scavi nel fango, e rimetti a fuoco, dopo,molteplici linee che proseguono nel foglio
in tutte le direzioni.”

 

Cesare Viel

Luca Trevisani – del taglio

 

Comunicato stampa

Del taglio è una serie di coltelli in guisa degli animali che mangiamo e che tagliamo, costruiti per stabilire una corrispondenza tra forma, materiali, usi e sensi.

Un arcipelago di forme taglienti, oggetti ma anche soggetti, che si fanno carico della gestione spirituale del rapporto di forza che intercorre tra il nostro stomaco e il mondo, sublimandosi in talismani contraddittori e provocatori. Le diverse tipologie delle forme di vita, come fantasmi per mettere in crisi il nostro rapporto passivo e automatico con l’idea di cibo, dieta e materia. La morfologia del vivente come grimaldello in cui incarnare tutta una serie di tensioni e rapporti che troppo spesso rimangono silenti e invisibili, per indagare la percezione occidentale del mondo, spostarne il baricentro, dagli occhi ad altre parti della mente.
Il taglio come forma del pensiero, come figura scultorea con cui trovare le buone articolazioni del mondo, il taglio e la sua paradossale dolcezza, il taglio come gesto culturale e cultuale, come mitologema. La bocca, la mano, il nutrimento: una scrittura perenne dove la distinzione tra il sé, il corpo e l’ambiente non sono più così certe.

 

Il nutrimento come scambio energetico, quale incessante produzione e distruzione di forme, supremo crogiolo di metamorfosi. Che per esser compreso va formalizzato, coagulato, replicato.

Fare scultura è quel modo specifico in cui l’uomo sembra aver sempre cercato di fermare l’impermanenza della vita, per dare al tempo un corpo solido, e fare dell’attimo la Storia. È una pratica energetica, un’esperienza che incarna forze immateriali, un atto di immaginazione che unisce le parti occulte e visibili del mondo in un impasto inedito.

 

Tagliare, separare, ma anche raddrizzare, o liberare, è il tabù del pericolo. I coltelli sono oggetti apotropaici pensati per allontanare la malasorte, unendo una funzione protettiva e devozionale a quella decorativa. Un oggetto ordinario ma anche l’espressione di epos popolare, strumento essenziale per l’economia agropastorale, simbolo di legami sociali, incarnazione del potere.

Lavorare su un paradigma archetipico come quello del coltello, su un fossile culturale, è un modo di disarticolare la nostra idea di tecnologia, di progresso digitale e di svincolarsi dalle frenesie e dagli stereotipi del presente. Il passato è il solo futuro del nostro futuro.

Bojan Šarčević – Vieille Lâcheté

Comunicato stampa

 

Vieille Lâcheté è il titolo del nuovo progetto di Bojan Šarčević e della sua sesta mostra personale da Pinksummer. Queste opere rappresentano bene quello che chiamiamo “formalismo esistenziale”, definizione che potrebbe apparire pomposa, ma che in sostanza significa che Šarčević spesso esplora l’idea che la vera essenza della vita risieda nei limiti e nei confini che dobbiamo affrontare. Questi confini sono come il fondamento della vita, con tutti i suoi alti e bassi.

 

Se si parla di trascendenza rispetto all’opera di Šarčević, non si tratta di qualcosa che ha a che fare con il divino. È piuttosto la vivida consapevolezza del vuoto o del nulla. Questa consapevolezza lo spinge a creare opere che tendono all’impossibile o a dare forma a cose che non possiamo toccare o vedere.

 

Lacan una volta disse che il reale è come un uccello rapace che si nutre di azioni dotate di significato, anche se il mondo in sé non ha alcun significato intrinseco.

Le persone che vivono nel reale, nello spazio e nel tempo, sentono spesso che la propria esistenza è costantemente a rischio.

 

Da parte sua, Šarčević non è tanto interessato a rendere l’esistenza come un affare importante o un progetto impegnativo. Si concentra più sul modo in cui la nostra esistenza lascia naturalmente il segno nel mondo senza che noi nemmeno ci abbiamo tentato.

 

Andando indietro quando tenne la sua prima mostra personale da Pinksummer nel 2002, Šarčević ha detto qualcosa di particolarmente interessante. Sostanzialmente ha parlato di come il nostro modo di essere diventa completo quando smettiamo di pensare a qualcosa di più grande (il trascendente) come a una cosa misteriosa e iniziamo a vederlo semplicemente come una parte naturale della vita (immanente). Ha anche accennato al fatto che le cose vere e assolute riguardano il presente e l’essere spontanei. Ma non bisogna confondere la spontaneità con l’ingenuità; si tratta di qualcosa che puoi migliorare con la pratica.

 

In questa mostra personale, Šarčević si è ispirato agli abiti. Non è la prima volta che gioca con i vestiti. I vestiti sono molto vicini al nostro corpo, come una seconda pelle, che, tra l’altro, è in realtà l’organo più grande e più pesante del nostro corpo. La nostra pelle è la prima parte di noi che percepisce ciò che accade nel mondo esterno, se fa caldo o freddo o se qualcosa ci fa sentire bene o ci mette in allerta: in Vieille Lâcheté, Šarčević ha armeggiato con un tipo speciale di abbigliamento che è piuttosto interessante se paragonato alla nostra pelle. Stiamo parlando delle giacche di cuoio, indumenti di pelle animale come quelli che l’uomo utilizza da sempre per riscaldarsi. Ma in tempi moderni sono diventate anche un simbolo di ribellione e di sfida.

 

In questa mostra Šarčević ha fatto qualcosa di singolare. Ha sostanzialmente disumanizzato vecchie giacche di pelle smontandole e aggiungendovi occhi vitrei e realistici, come quelli che si vedono sugli animali tassidermizzati. Ha trasformato queste giacche in una forma d’arte, in una sorta di rappresentazione.

L’artista attraverso queste giacche sembra voglia risvegliare i sentimenti di paura reconditi, gli antichi terrori e le angosce dentro di noi.

 

E, giusto perché lo sappiate, questa non è la prima volta che Šarčević gioca con i vestiti. Ripensiamo al 1999, quando fece indossare quegli stivali a un addetto all’irrigazione/fertilizzazione. Gli stivali perdevano misteriosamente del liquido, inzuppando tutto durante l’intensa giornata del lavoratore.

Pensiamo a cosa ha fatto Šarčević nel 2000 con Favorite Clothes Worn while S/He Worked. Ha convinto 15 lavoratori, tra cui panettieri, meccanici e collaboratori domestici, a indossare abiti firmati fantasiosi mentre erano al lavoro. Quindi, ha esposto questi vestiti logori e sporchi come reperti di un museo. È quasi come se volesse celebrare il lavoro manuale e il modo in cui il nostro lavoro plasma ciò che siamo.

 

E non dimentichiamo la sua mostra più recente nel 2020 alla galleria Frank Ebalz di Parigi, il titolo era L’Extime. Lì, c’erano tre manichini di plastica muscolosi e dall’aspetto virile con teste scolpite nella pietra che indossavano morbide camicette di seta che avevano uno stile super elegante tipico degli anni ’80 (una sorta di Homo Sentimentalis?). Era come se questi vestiti trasformassero le emozioni in qualcosa di prezioso. Ma ricorda, i nostri sentimenti non sempre seguono la nostra volontà.

Luca De Leva – www.thyself.agency

COMUNICATO STAMPA

Opening: 1 aprile 2023, h 18 – 21

Pinksummer: Thyself Agency, sulla quale è incentrata la tua prima personale da Pinksummer, è un’agenzia attraverso la quale le persone si scambiano per un tempo determinato, come se si trattasse di una sorta di viaggio, quella che definiremmo la vita ordinaria con il suo immenso potenziale teorico rispetto all’esposizione del corpo, del soggetto, al mondo. L’opera, per noi è un’opera, lavora sui concetti di identità e estraneità, di intrusione e estrusione, intesi come poli dialettici all’interno dei quali scivola l’esistenza e al corpo come luogo in cui l’esistenza accade al di là di ogni risvolto metafisico. Abbiamo pensato a Jean-Luc Nancy quando in L’Intruso afferma che per sopravvivere bisogna diventare estranei a sé stessi, in quel caso il filosofo raccontava il trauma del suo trapianto cardiaco focalizzando sul fatto che un corpo, il suo corpo, sé stesso, per accettare un cuore nuovo, aveva dovuto ricorrere a immunodepressori per sedare il sistema immunitario. Intendi trasformare Thyself Agency in un metodo per imparare a diventare estranei a sé stessi consapevolmente, per combattere la depersonalizzazione e la derealizzazione a cui l’abitudine induce? Thyself Agency è una sorta di immunodepressore rispetto a quello che viene definito ego?

Luca De Leva: Thyself Agency è uno strumento, un’opera fatta di vita e proprio arrivato al fondo della mia vita ho trovato un abisso di pace. Sì, ho bisogno di una medicina per tornare ad essere me stesso, di nuovo, una medicina fatta di vita. Cerco il senso di tutto questo attraverso le esperienze di chi ha partecipato all’esercizio, chi ha scambiato la sua vita con qualcun altro, mi racconta la mia idea e insieme creiamo il metodo, un metodo applicabile, generato nella condivisione. Cercando le mie idee nelle parole di altri mi sono imbattuto anche in Nancy, ho trovato questo: “Come sempre, la lezione è semplice, ma il compito è arduo. Non dobbiamo fare niente di meno, ‘noialtri’, che capire e praticare la condivisione del senso – e del senso del mondo. Questo non vuol dire dialogo e comunicazione, che si trascinano ormai come significati saturi e parole d’ordine dell’accordo generale, ma vuol dire – o non vuole dire – un’altra cosa, per la quale la parola solitaria e orgogliosa vale quanto la conversazione comune: che la verità del senso non è altro che la sua condivisione, cioè il suo passaggio tra noi (tra noi sempre altri da noi stessi) e contemporaneamente la sua deiscenza interna e sovrana, mediante la quale la sua legge conferisce diritto alla sua eccezione, mediante la quale il senso si esenta da se stesso per essere ciò che è, e mediante la quale il suo godimento non è il suo risultato sensato, ma l’esercizio del suo stesso senso, della sua sensibilità, della sua sensualità e del suo sentimento. È ancora Barthes a parlare di ‘amore della lingua’: questo amore val bene, è il caso di dirlo, quello del prossimo, se non ne possiede addirittura tutto il valore o il senso. Ecco – oserei dire – la moralità per il nostro tempo – e qualcosa di più della moralità.” Questo è stato scritto nel 2005 ne La dischiusura, mi ci ritrovo, a fine pagina avevo disegnato un cuore con scritto dentro Bene.

PS: Thyself Agency ci sembra intenda liberare il soggetto dal soggetto o meglio dall’assoggettamento al sé stesso e dai suoi limiti per esporci all’altro da sé, non un altro da sé, ma l’alterità che è in me: tu in me, i colori in me, l’animale in me, l’aria in me, il cosmo in me… Thyself Agency tende a organizzare, con semplicità e eccedenza, un viaggio che porta le esistenze fuori da loro stesse staccandole dalle loro necessità, per condurle in uno spazio in cui di fatto si potrebbe anche davvero iniziare a scrivere un futuro di co-esistenza? L’idea di co-esistenza non rimanda a una forma di ecologia?

LDL: Vivo in un cosmo in cui sono immesso fin dalla nascita e che per me, almeno come singolo, è una dimora immutabile in cui vivere. Libertà e Liberazione mi sfuggono quando credo di comprenderle, come posso immaginarne il significato profondo avendo occhi così miopi? Eppure, percepisco dell’altro, qualcosa che ribolle alla radice di quel cosmo e fa vibrare la mia intuizione. Qualcosa che posso perseguire solo abbandonandomici, non più razionale e nemmeno irrazionale, solo nella a-razionalità trovo il coraggio per gioire davvero dell’aria che mi riempie i polmoni e porta la realtà dentro la mia speranza. Allora gioia infinita srotola gli angoli del mio sorriso e comprendo che io non esisto, le cose non esistono e la realtà è una sola. Cosa c’entra l’arte in tutto questo? Mi chiedo proprio cosa c’entri l’arte in quel cosmo che ho detto all’inizio, quel sistema di pensiero così egemone da farmi credere che sia l’unico modo possibile. Non penso si possa iniziare a scrivere un futuro di co-esistenza ed ecologia, perché si fonderebbe su un’incomprensione. La co-esistenza è un fatto, non può iniziare, è già tale. Allora sono io che devo sviluppare la consapevolezza di vivere in un’unità, di essere unità. Thyself Agency, l’Agenzia, mi aiuta in questo. Io, tu, ego, nostro, giorno, notte, vita, morte sono concetti e parole percepiti così reali ed inoppugnabili proprio per aiutarci a superarli. Non voglio vivere nella menzogna eppure ci vivo. Non conosco il profumo delle cose, ma solo quello che il mio cervello traduce. Questo mi suggerisce che è su un altro piano che vibra la realtà e noi siamo in grado di comprenderlo, siamo natura che riconosce sé stessa. Voglio riconoscere quello che sono, non iniziare a esserlo. Sono l’ombra della luce, la percezione è soltanto uno sfidante. La goccia diventa oceano.

PS: Sì, di fatto esistere è co-esistere. Sì, da soli non possiamo conoscere il profumo delle cose in sé, o meglio oggettivamente, ma insieme forse, come affermava Protagora, possiamo provare a uscire dalla soggettività, dalla singolarità, attraverso il linguaggio, il confronto e magari riusciamo anche a approssimarci all’inseità del profumo delle cose. L’arte c’entra forse nella gratuità del mettere in atto un’azione, un gesto. L’arte c’entra soprattutto rispetto alla restituzione, alla formalizzazione, di quell’azione, di quel gesto consumato: un’opera, una mostra. Qui entra in gioco il linguaggio che apre all’in-comune, quel linguaggio che a volte vibrando fa virare il pensiero all’intuizione, al baluginio a-razionale anche solo per un istante quando accade, ma ti ci affezioni. Si può prescindere dal linguaggio?

LDL: Io non saprei come fare. Questo è il senso di “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, gli islamici lo dicono ancora più chiaramente “La Ilaha Illa Allah” (non vi è Dio che Dio), o ancora più in profondità “La Huwa illa Huwa” (non vi è Lui se non Lui). Oppure penso a Wittgenstein “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Tanti lo sanno. La realtà è una e non c’è realtà al di fuori della realtà. Ora la liberazione mi diventa più familiare, smascherando la soggettività e accettandone il ruolo segreto, la sfida. Ci vogliono coraggio e fede, l’arte è un atto di fede, verso l’umano e dall’umano verso il linguaggio. Quale verità si può cercare se non la verità stessa? L’Agenzia aiuta in tutto questo, ascoltando i racconti di chi realizza gli esercizi osserviamo le nostre sensibilità intrecciarsi di ritorno dall’ignoto, affrontiamo il freddo dando alla luce idee che non esistono, ma dentro di noi sappiamo che stiamo parlando al contrario e quelle idee sono sempre state lì, eravamo noi distratti.

PS: Thyself Agency ci ha fatto pensare all’eremita ornamentale di Painshill Park, ne parla Teodor Cerić nel suo libro Giardini in tempo di guerra. Tom Page rispose all’annuncio che Hamilton il proprietario di Painshill Park aveva fatto mettere sul Times il 10 aprile 1740. Tom Page aveva una vita ordinaria: viveva a Londra, aveva 31 anni, aveva una moglie, viveva in un grazioso appartamento per acquistare il quale aveva contratto un debito, aveva un domestico e aveva perso il lavoro. Hamilton offriva settecento sterline di stipendio annuo che, al tempo, non era poco. Le condizioni del contratto erano vivere in una casupola in mezzo parco, di non parlare con nessuno, farsi crescere barba e unghie, passeggiare con una clessidra in mano, vestirsi con una vecchia palandrana di cammellotto, mangiare zuppe, pane formaggio che gli avrebbero portato ogni sera. Tom Page non conosceva nulla della campagna, ma decise di accettare perché era perseguitato dai creditori. Hamilton appena incontrò Tom Page scrisse alla sua amica Lady Beauclerk, che forse il giovane eremita non era adatto: aveva lineamenti troppo fini e modi molto educati e scrisse che anche un bambino avrebbe capito che non aveva mai incontrato digiuni e privazioni. Tom Page rimase dieci mesi a Painshill Park, ma già dopo i primi tempi iniziò a cambiare comportamento, faceva il bagno quasi nudo nel lago del parco, sembrava avere sempre più familiarità con i boschi e con la frugalità dei pasti, sembrava aver preso gusto alla solitudine e smise di scrivere alla moglie. Hamilton scrisse alla sua amica: “Sul momento stentai a riconoscerlo. Non lo vedevo da settimane. La sua barba aveva raggiunto una lunghezza ragguardevole… Non di meno avevo notato qualcosa di nuovo nel suo modo di camminare: pareva che avesse dimenticato come si muovono gli uomini civili o – fatto ancora più singolare pareva che non lo riguardasse. Avvicinandomi (era seduto su un masso e guardava un punto invisibile al di sopra degli alberi, al di là del lago), mi accorsi che sorrideva. Mi parve il sorriso di un idiota. Era diventato pazzo?… Teneva la clessidra tra le mani come un tesoro prezioso ma in posizione orizzontale e in perfetto equilibrio, in modo tale che la sabbia non scendeva più né da una parte né dall’altra”. Il vecchio misantropo Hamilton si chiese in quel pomeriggio d’autunno se Tom Page, il suo eremita, avrebbe ritrovato la via che doveva ricondurlo al mondo. E se qualcuno attraverso Thyself Agency volesse rimanere nella vita di un altro?

LDL: Immaginiamo la persona che sta leggendo ora queste righe, se decidesse di contattarci perché curiosa di provare l’esperienza, noi le troveremmo il candidato giusto con cui scambiarsi la vita e abbandonare la propria, lo scambio inizierebbe in tutta la sua intensità e gioiosità, e se questa persona alla fine della settimana non volesse più tornare da sé stessa, direi che gli abbiamo fatto un bel regalo. Buona Nuova Vita, Persona!
Ricordo quando mi avete raccontato la storia dell’eremita ornamentale, è stata la prima volta che ci siamo visti, ricordo anche un’altra frase “scegliamo gli artisti, non i progetti”. Sia voi, che io, che l’eremita ornamentale, ci imbattiamo nelle cose. Siamo fortunati, impegniamoci a mantenere la nostra sensibilità adatta a questo movimento. Voglio immaginarlo come sgocciolare nella realtà: ora sono una pozzanghera, il grosso dell’alluvione è già riassorbito, una forza mi drena in profondità, il tragitto mi contamina fino alla fonte.
Thyself Agency è un artista in cui mi sono imbattuto, per questo ho voluto portarvelo, e per lo stesso motivo ho immaginato una mostra nella mostra, un significato dentro un significato, uno scrigno dentro uno scrigno. Mi riferisco a quello che c’è oltre la tenda di pantaloni, ai ritratti di mia sorella Fiammetta, un altro fatto in cui mi sono imbattuto da piccolo e che continua a soffiarmi addosso. Ero piccolo, qualcosa l’ho capito qualcosa mi ha confuso, qualcosa lo ricordo qualcosa l’ho inventato, qualcosa sì qualcosa no, niente è vero tutto è permesso. Lei mutò geneticamente mentre la sua gemella sviluppava la normalità, una volta nata era affetta da una sindrome che tra le altre cose le causa un ritardo cognitivo a sua insaputa, Fiammetta la bambina per sempre, l’oracolo casalingo, ho sempre avuto l’impressione che non percepisse il tempo, sicuramente passato e presente sono identici e non concepisce il futuro, mi ricorda la clessidra in orizzontale dell’eremita ornamentale. La sua mutazione mi insegna che: un altro mondo è possibile.

PS: Sì, dietro alla tenda di pantaloni, appartata, la tua piccola fiamma, trasfigurata e autonoma rispetto a qualsivoglia narrazione.

Mariana Castillo Deball – In a Convex Mirror

 

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 2 dicembre 2022, h 18 – 21

 

Le parole “oggetto” e “cosa” hanno origini etimologiche differenti che, come affermava il filosofo Remo Bodei, il tempo ha confuso intorbidendone il senso e i significati: “oggetto” è un termine introdotto dalla scolastica medievale che deriva dal latino “ob-jectum”, letteralmente “gettato davanti”; l’oggetto si oppone al soggetto, è una sorta di ostacolo, di impedimento e la lotta si conclude con l’assimilazione e con l’asservimento dell’oggetto al soggetto. “Cosa” deriva dal latino causa, discutere, ragionare, deliberare, la cosa è ciò che ci sta a cuore, con la cosa si ha in qualche modo un rapporto affettivo. Mariana Castillo Deball agisce la transustanziazione degli oggetti che definisce “Uncomfortable Objects” in cose, smontandoli, duplicandoli, per assimilarli nel suo metabolismo con la pratica del fare oltre a ogni infatuazione teorica, un fare atto a liberare l’essenza intangibile degli oggetti per trasformarli in cose con pazienza e dedizione. Gli oggetti non confortevoli sono quelli di cui è difficile tracciare una biografia perché decontestualizzati e classificati in modo cronologico e morfologico alla maniera, senza dubbio, eurocentrica. Si potrebbe azzardare che Mariana Castillo Deball, ripercorrendo le tecniche che hanno dato origine a quegli oggetti, crei una teoria fisica antimaterialista della cultura materiale. Gli oggetti, di fatto, sono lavoro cristallizzato, rappresentano lo scendere a patti dell’uomo con la materia e di conseguenza con la natura. Talvolta abbiamo il dubbio che l’interesse di Mariana Castillo Deball per la cultura materiale rimandi anche alla deculturazione tecnica della società contemporanea non più in grado di lavorare con le mani e servita da meccanismi che sfuggono alla capacità di controllo dei cittadini, della collettività. Tale sistema implica l’alienazione del soggetto produttore. Il regime di iper-capitalismo vigente, costituito dal proliferare di oggetti, conduce a una sorta di feticismo delle merci. Le merci non incorporano più la cultura dei lavoratori, ma l’istanza del profitto che le produce. Mariana Castillo Deball con la sua ricerca e il suo fare si oppone al colonialismo in generale, e più specificatamente alla colonizzazione del pensiero del cittadino-consumatore rispetto a un benessere fasullo, costruito sullo spreco asimmetrico di una parte di abitanti umani del mondo, alle spalle di tutti gli altri di ogni specie e latitudine. La cultura materiale del passato con le sue tecnologie di sentimento collettivo e di cooperazione è una via per ripensare gli spazi e la Storia, perché l’oggetto è meno statico di quanto si pensi sia concettualmente che fisicamente: le cose hanno compiuto vari percorsi, incorporato molteplici strati di senso e, talvolta si ha a che fare, come nel caso della ceramica, con universali antropologici che disegnano geografie inattese al di là di ogni pretesa eurocentrica.
Lo sguardo antropologico di Mariana Castillo Deball è focalizzato sul lavoro, sulla materia sulla natura. I luoghi di elezione della sua ricerca sono l’antropologia, l’archeologia, la paleontologia, i musei e le collezioni di arti applicate e quelli della scienza, ogni dove si trovino oggetti, utensili frutto di processi produttivi artigianali e tradizionali che incorporano saperi tecnici di cooperazione collettiva, oggetti con cui l’artista interagisce, adottandoli, adattandoli, traducendoli e appropriandosene per narrare una storia relativizzata e riformando nel contempo l’eurocentrismo della Storia. Mariana Castillo Deball libera l’essenza intangibile degli oggetti, affrancandoli sia dal loro valore d’uso e di scambio per cui sono stati costruiti nelle comunità di origine, che dalla classificazione positivista dei musei o delle collezioni in genere, ridisegnando gli spazi. Castillo Deball ben sa che mettere o rimettere le cose al loro posto conferma l’ordine sociale e culturale stabilito; pertanto, allontana il più possibile le cose dai posti convenuti. Liberare gli oggetti trasformandoli in cose è una pratica rituale dell’arte di Castillo Deball per liberare il pensiero, per farlo respirare e avere un rapporto più naturale con il mondo che ci circonda. Il lavoro di Mariana Castillo Deball, ragionando e deliberando sulle cose, rappresenta un curioso o meglio surreale studio sulla cultura materiale, giacché gli oggetti informano le nostre vite, le nostre politiche e indicazioni di genere. L’opera di Castillo Deball con il ragionamento pratico si focalizza anche sullo spreco. Qualcuno ha detto che l’uomo è un essere famelico anche di fami future, che hanno messo e continuano a mettere in serio pericolo la vita ecologica del nostro pianeta. Ciò che accomuna il passato e il presente rispetto alla cultura materiale è lo smaltimento degli oggetti una volta che non si usano più, ma a differenza del presente, in passato c’era una penuria di oggetti che peraltro erano organici, e la morte di un oggetto coincideva con la sua impossibilità di essere riparato una volta rotto: il valore era il risparmio non il consumo. Oggi la morte di un oggetto avviene spesso assai prima della sua irreparabilità, e la nostra civiltà è basata sul consumo di avere, ma anche di essere.
La cultura materiale, gli oggetti, anche quelli che sono più cronologicamente vicini a noi, si sono sempre salvati in modo fortuito, non vengono mai presentati nel contesto di origine e pertanto è sempre difficile ricostruirne la circolazione, senza contare che, rispetto alle collezioni, anche quelle con pretesa scientifica e con una prospettiva analitica finiscono sempre per rappresentare un’autobiografia del collezionista in azione, e vale lo stesso per i musei. La storia relativizzata presentata da Mariana Castillo Debal ha in qualche modo un’autenticità speciale.
Forse perché abbiamo un rapporto affettivo con quell’opera, riteniamo che Distanza e Menzogna, un’opera di Mariana Castillo Deball del 2011, sia emblematica rispetto al rapporto dell’artista con la Storia e la storiografia, in cui la cultura materiale ha assunto un ruolo importantissimo. L’opera presenta una serie di specchi circolari di diametri diversi con appoggiato sopra il calco della mano dell’artista in forma di battaglio, che rimanda all’impossibilità oggettiva di interpretare il passato: sbattendo il battaglio lo specchio andrebbe in frantumi e lo specchio integro non può che riflettere la contemporaneità. Di fatto gli oggetti nel tempo cambiano di significato e anche di valore.
A proposito di specchi la nuova personale di Mariana Castillo Deball da Pinksummer ha per titolo In a Convex Mirror: “Il titolo della mostra” spiega Castillo Deball “muove da un poema di John Ashbery: Self-portrait in a Convex Mirror del 1974, nel quale Ashbery prende spunto dal dipinto datato 1524 del pittore italiano del tardo Rinascimento, Parmigianino. Il dipinto è un autoritratto della sua immagine in uno specchio convesso.
Parmigianino ha usato una superficie di legno semi sferica per il dipinto, replicando la distorsione dello specchio convesso nella forma del dipinto.
Ho letto questo poema per la prima volta quando ero in accademia, più o meno nello stesso tempo in cui ho iniziato a sviluppare le stampe distorte tridimensionali.
Mi piace perché Parmigianino aggiunge un aspetto esistenziale all’idea formale di dipingere su una superficie curvilinea, ponendo l’accento sul ruolo della superficie.

The Whole is instable within

Instability, a globe like ours, resting

On a pedestal of vaccum, a ping-pong ball

Secure in its jet of water.

And just as there are no words for the surface, that is

No words to say what it really is, that it is not

Superficial but a visible core, then there is

No way out of the problem of pathos vs. experience.”

In galleria verranno presentate una serie di ceramiche decorate a ingobbio deformate collegate l’una all’altra in un’installazione aerea con una corda di cotone nera come a creare un campo di forza. Le ceramiche forse di memoria etnografica Zuni, si presentano forate, deprivate della funzione ricettiva di contenitore e pertanto da qualsivoglia valore d’uso o di scambio. Le ceramiche forate “kill hole” si usavano nei rituali di sepoltura nell’America Sud Occidentale, ma rimandano anche a un oggetto matematico, la bottiglia di Klein, su cui Mariana Castillo Deball ha lavorato in passato, avvicinandola alla classica piñata messicana, la pentolaccia, che pone fine al Carnevale e precede la Quaresima, usata dai monaci conquistatori per evangelizzare i nativi americani, attraverso i piccoli doni che la piñata riversava a terra. Di fatto la bottiglia di Klein è una superficie non orientabile in cui l’interno si riversa all’esterno, che proietta al di là delle tre dimensioni euclidee, in una quarta dimensione che la realtà non ci lascia esperire, ma alla quale con il ragionamento, l’oggettività e la fantasia informata da una diversa narrazione è possibile aspirare.
Dentro allo specchio convesso della mostra, si potranno vedere anche dei tondi di tre diversi diametri in forma di tavolette cerate scrittorie, che rimandano alla grande installazione a parete di tavole cerate colorate con pigmento nero, nella mostra di Mariana Castillo Deball dal titolo Roman Rubbish attualmente in corso alla Spazio Bloomberg a Londra. Nel centro di Londra o meglio nel cuore del quartiere finanziario gli scavi di qualche anno fa hanno riportato alla luce 400 tavolette scrittorie romane, il cui legno non si è decomposto perché conservato dal fango del fiume sotterraneo Walbrook che attraversava il centro di Londinium, fondata dai romani nel 43d.C. Mariana Castillo Deball afferma che dai detriti, dagli scarti di una civiltà si può capire molto di più, che dagli oggetti di valore. Le tavolette del Mithradeum non sono state seppellite per qualsivoglia celebrazione sacra, ma sono state semplicemente scartate e adesso costituiscono i più antichi documenti scritti dell’antica Britannia. Di fatto i romani usavano le tavolette di legno cerato inscritte con lo stilus, con una modalità similare alla nostra quando scriviamo i messaggi sul telefonino: nel momento in cui venivano consegnate e lette le tavolette cerate venivano buttate.
“La serie di opere circolari di cera nera” afferma Castillo Deball “sono incise con immagini distorte come viste in uno specchio convesso.
La superficie è nera e l’incisione toglie materiale alla superficie, rendendo l’immagine visibile solo da alcuni angoli, a seconda di come la luce si riflette su di essa.
Le immagini che ho inciso provengono da una serie di incisioni del XVI secolo di Diego Valadés, un frate francescano di cui ho scoperto il lavoro mentre stavo lavorando all’opera per il Padiglione Messicano alla Biennale di Venezia quest’anno. Le immagini raffigurano personaggi che stanno parlando tra loro, ascoltando e scrivendo, ma ciò che esce fuori dalla loro bocca, orecchie e occhi sono strane creature come serpenti, scorpioni e altri insetti.
Queste immagini rappresentano indigeni che stanno diffondendo la parola di pratiche religiose proibite dalla chiesa cattolica. Diego Valadés stava illustrando la sua retorica cristiana con l’incisione, pensando che il popolo indigeno fosse analfabeta, e che il solo modo di comunicarvi fosse attraverso le immagini”.

Koo Jeong A – Stars Above the Tree

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 6 ottobre 2022, h 18 – 24

 

“La nuova serie di pitture Seven Stars è la continuazione della serie Seven Stars, un modo per esplorare lo spazio, il mondo, l’universo. Lo spazio in relazione all’immaginario architettonico, il mondo in relazione alle tematiche più profonde sulla Terra, l’universo in relazione alla dimensione N” ha scritto Koo Jeong A rispetto ai dipinti su tela di lino che presenterà nella nuova personale da Pinksummer. Il titolo della mostra personale è Stars Above the Tree, titolo che in qualche modo lascia immaginare che i nuovi dipinti Seven Stars, oltre a essere la continuazione della precedente serie sulle stelle, siano collegati in qualche modo ai piccoli preziosi disegni su carta di riso di alberi squisitamente umani Your Tree my Answer. Con la marcata astralità di questa mostra appare chiaro che l’artista senta la necessità di tracciare una linea immaginaria con il cielo. Già nella mostra Nocturne del 2020 di Koo Jeong A e Tomás Saraceno alla galleria Custot Dubai realizzata in collaborazione con Pinksummer, facemmo riferimento al fatto che nel nostro tempo l’80% della popolazione mondiale vive sotto un cielo inquinato dalla luce artificiale che rende le stelle invisibili. Si tratta di una delle forme più diffuse e sottostimate di alterazione ambientale. La notte in qualche modo sta scomparendo e giacché il bioritmo degli esseri, compreso quello degli umani, implica l’alternarsi della luce e del buio, se la sequenza smette di essere ben sincronizzata l’equilibrio ambientale rischia di andare in frantumi. Studi recenti dimostrano che l’alterazione del fotoperiodismo influisca nella fauna selvatica sui flussi migratori, sui rituali di accoppiamento, sui rapporti tra predatori e preda e in quello della fotosintesi delle piante. Rubare il buio alla notte altera in poche parole la nostra percezione del mondo.
Nelle grandi tele della serie precedente Seven Stars, monocromi alla luce del giorno e dipinti figurativi nel buio, il rimando al fotoperiodismo terrestre era in qualche modo mimetico e agito. I dipinti erano realizzati spruzzando la tela, con la tecnica dello stampino, di pigmenti fosforescenti che si caricano nella luce per diventare visibili in contrasto con il buio.
I nuovi dipinti Seven Stars sono acrilici su tela di lino non preparata che rimandano non tanto alla dimensione in sé, ma a una curiosa deviazione poetica di ciò che in fisica viene definito degrees of freedom: i gradi di libertà determinano la posizione e il moto di un punto materiale nello spazio delle configurazioni possibili.  Le prospettive dei nuovi dipinti Seven Stars escono dallo spazio euclideo kantiano per rimandare a un numero arbitrario di dimensioni. Se l’osservatore penetra questo spazio dell’immaginazione comprende che le “Sette Stelle” di Koo Jeong A non si ergono sulla  contigenza, ma ne sono parte e la influenzano. In questi dipinti le stelle non sono in una dimensione ma sono esse stesse le dimensioni: le stelle appaiono  come oggetti matematici scaricate da ogni eccesso realistico, analitiche e sintetiche nel contempo, colte con l’appercezione leggera e immediata di un intelligenza emotiva atta a mostrare la connessione tra la Terra e il cielo. Le stelle di Koo Jeong A sono soprattutto sopra agli alberi. Tra gli alberi e le stelle lo spazio ha una curvatura variabile, si tratta di uno spazio in cui l’osservatore e l’osservato appaiono legati intimamente. Lo sguardo che osserva queste stelle è uno sguardo ontologico che informa e partecipa alla danza dei corpi celesti, verrebbe quasi da azzardare che Koo Jeong A nei suoi dipinti abbia immaginato un’osservazione altra rispetto allo sguardo umano. Sembra che la capacità più straordinaria del mondo vegetale sia appunto la visione. Gli alberi, le piante hanno una percezione chiarissima della luce e sanno come intercettarla. E’ attraverso questo senso acutissimo della luce che gli alberi sanno quando germogliare e fiorire. Della luce gli alberi sanno riconoscere intensità e lunghezza d’onda. Ovunque sulla superficie del loro corpo, ma soprattutto sulle foglie, gli alberi sono ricoperti da sensori sensibili alla luce, i fotorecettori. Le foglie degli alberi sono come ricoperte da tanti piccolissimi occhi.
Le stelle di Koo Jeong A sono sette come sono sette i pianeti che fin dall’antichità vengono accomunati al mondo vegetale, dalla Grecia classica passando da Cornelio Agrippa a Marsilio Ficino con la teoria delle segnature fino a Rudolf Steiner, il padre dell’agricoltura biodinamica, che nel 1924 dedicò un ciclo di nove conferenze all’azione delle stelle e dei pianeti sulla vita terrestre. Non a caso tutte le attività di coltivazione della tradizione erano eseguite seguendo il calendario lunare.
I dipinti della nuova serie Seven Stars come gli alberi di Your tree my answer orbitano nella medesima dimensione della cura che in questo caso è la cura dell’ambiente, la cura dai pregiudizi di matrice specista, la cura di ogni singola virtù che ognuno dei sette pianeti dispensa sul pianeta Terra.
Steiner scrisse dei versi mantrici per comprendere come l’azione planetaria entri nella vita vegetale dell’albero collegandoli anche all’anima del metallo corrispondente. Ci piace concludere questo comunicato con il mantra che Steiner ha dedicato alla betulla e a Venere.

Venerdì – Venere – Rame – Betulla.

Così parla la Venere ramata

Attraverso la virginale Betulla bianca scintillante

Che ha radici poco profonde e beve molta luce:

“Oh uomo, lavora sulla tua anima

Con tenerezza:

Meravigliati della bellezza del mondo”.

Georgina Starr – Quarantaine

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 5 maggio 2022, h 18 – 21 – le proiezioni inizieranno alle ore 18 – 19 – 20 – durata del film 43min
05.05.2022 – 02.07.2022

 

Pinksummer: Il tuo film Quarantaine è stato girato nel 2019 e ultimato nel primissimo 2020. Da lì a poco, in quello stesso febbraio del 2020, il termine “quarantena”, un poco obsoleto, sarebbe rientrato come un uragano nelle nostre vite del XXI secolo. La parola “quarantena” deriva dai quaranta giorni di isolamento a cui venivano sottoposte le navi provenienti da territori esotici o da zone colpite dalla peste o da altre malattie infettive nei secoli addietro. Di fatto il termine “quarantena”, al di là della quantità specifica di tempo, si distingue dall’isolamento tout court perché viene applicata a soggetti che potrebbero essere stati esposti a un agente infettivo, ma che non hanno una diagnosi, al fine di non trasmettere un eventuale contagio. L’uso corretto del termine “quarantena” non è di fatto applicabile all’isolamento a fronte di una malattia confermata dalla diagnosi per arginarne la diffusione. Il termine viaggia in qualche modo su un binario ipotetico. Perché hai deciso di intitolare il tuo film con il termine francese quarantaine che rimanda in qualche modo alla vicinanza eccezionale di territori remoti rispetto al parametro solido della realtà quotidiana che confidiamo sempre di controllare?

 

Georgina Starr: Associo quarantaine al mitologico e all’alchemico piuttosto che a un particolare significato assoluto della parola. Quando ho scelto il titolo del film, come dite, era ben prima della recente pandemia mondiale, quindi la parola sembrava più fluida e misteriosa. Pensavo in particolare all’idea di une quarantaine – un periodo di cui ho letto nella mitologia celtica. Si crede che abbia luogo nei 40 giorni che precedono la prima luna piena di primavera. È uno strano periodo liminale in cui gli spiriti possono scendere sulla Terra e vivere tra i mortali. Immaginando come sarebbe stato questo momento di une quarantaine, ho iniziato a evocare un intero mondo che sarebbe esistito in questo periodo molto teso. Quarantaine ha un piede nella realtà, ma “entrando” attraverso il portale dell’albero le donne si abbandonano all’ignoto. Dentro ci sono nuove regole, nuove strutture educative e nuove lingue da imparare. Pensavo a un modello di “istituto educativo” e al processo di acquisizione di nuovi codici di apprendimento e modi di comunicare. La mia ricerca per il film è stata ampia e prolungata. Guardavo alla mitologia mariana e al suo potere sulla pedagogia femminile, ai sistemi psicologici di Wilhelm Reich, agli insegnamenti musicali, vocali e di movimento di Kodaly, Orff e Keetman, Delsarte e Mettler e anche alla trasformazione metafisica del Rosarium Philosophorum e agli esercizi di benessere e purezza spirituale negli antichi manoscritti cinesi Daoyin Tu.

 

PS: Il manifesto Belle-Époque in cui s’imbatte V, la ragazza con il giubbotto di pelle nero, mentre attraversa in motorino una Londra contemporanea, deprivata da qualsivoglia mistero, in un luogo appena a latere dalle tangenziali trafficate, ci ha fatto pensare alla sorpresa dei parigini quando, in un mattino dell’agosto del 1623 trovarono dei misteriosi manifesti manoscritti, affissi frettolosamente agli angoli di alcune strade, in cui si leggeva: “Noi, deputati del Collegio principale dei fratelli della Rosa-Croce, stiamo facendo soggiorno visibile e invisibile in questa città per grazia dell’Altissimo, a cui si rivolgono i cuori dei giusti. Riveliamo e insegniamo senza libri né segni come parlare le lingue dei paesi dove vogliamo essere, e come trarre gli uomini dall’errore e dalla morte”. Come i manifesti dei Rosa-Croce, che informavano, senza dire né dove né quando, che in città si era insediata una confraternita segreta che avrebbe insegnato la conoscenza vera, il manifesto con le donne sdraiate con le gambe alzate a V e la bolla di Bubblegum rosa, come un’effimera scultura informata dal respiro, con il suo erotismo esplicito e retrò, fa infuriare V. Perché usi il manifesto, parte fondante della tua cosmogonia dell’ultimo decennio, di cui Quarantaine appare come la summa narrativa, per introdurre il viaggio iniziatico di matrice squisitamente onirico-linguistica di V e L, novelle Alice o meglio Céline et Julie di rivettiana memoria?

 

GS: Non sapevo della campagna di manifesti rosacrociani del 1623. Mi fa pensare alla Storia dei Tredici di Balzac, la sua suite di tre romanzi su una società segreta nel cuore di Parigi. L’immagine d’epoca sui manifesti V di Quarantaine è anch’essa di origine francese, è un’immagine che ho usato ripetutamente nel mio lavoro negli ultimi 10 anni. È un’immagine potente per me, e continuo a tornarci. Sembra essere sia misteriosa e giocosa che sfidante. Stavo facendo ricerche su “anasyrma” mentre sviluppavo un lavoro di performance (Androgynous Egg, 2017) e il poster vi è molto legato. La storia dell’atto di “anasyrma” è complessa. I primi esempi che ho trovato descrivono donne in situazioni di battaglia – quando il nemico si avvicinava le donne sollevavano le loro gonne in segno di sfida per tenerlo a bada. È anche descritto come un dispositivo apotropaico per allontanare il male. Tutte queste storie straordinarie aprono un interessante e complicato dibattito sui molti significati di “esporre” i genitali femminili nella religione, nella storia, nell’arte, nella mitologia e nella guerra. Stavo pensando a uno smantellamento del corpo. Questo è un tema cruciale nel film – la separazione di braccia, mani, teste, gambe, orecchie, dita e bocche. Il film cataloga uno smontaggio del corpo femminile per poterlo eventualmente ricostruire, riappropriarsi o riposizionare. Le parti del corpo che V “taglia” dal poster sono letteralmente le chiavi per entrare a Quarantaine – le inserisce pezzo per pezzo nell’albero del parco prima di scomparire in esso. La religione è piena di parti del corpo femminile separate, specialmente l’agiografia femminile – Santa Lucia (occhi), Sant’Orsola (smembrata e decapitata) Sant’Agata (seni) e molti, molti altri. C’erano altre immagini che hanno ispirato il portale arboreo. Mentre facevo una residenza di insegnamento a Glasgow nel 2014, stavo facendo ricerche su antichi manoscritti alchemici nella biblioteca dell’Università di Glasgow e mi sono imbattuta nel Rosarium Philosphorum, un trattato di alchimia del XVI secolo, parte del quale era un’illustrazione di un albero che cresce dal ventre di due figure androgine congiunte. L’idea della perfetta trasformazione alchemica attraverso l’Arborium Ostium fu cristallizzata in questo momento – sarebbero entrati nell’albero! Sfruttando i poteri magici di altri spiriti arborei come Ariel e Daphne, ho immaginato che l’intera Quarantaine potesse svolgersi all’interno di questo albero.

 

PS: La prima parola che viene pronunciata da L, la co-protagonista di Quarantaine mentre sta inaugurando un capitolo nuovo della sua vita seduta nel parco, con in mano il libro di Papus Traité methodique de magie pratique, libro preso in prestito da Céline et Julie vont en bateau di Jacques Rivette, è un incantesimo numerico: six six nine nine, 6699. Cos’è questo numero d’incoraggiamento che apre portali e passaggi invisibili? La magia e i riferimenti all’occultismo nella tua opera sono in senso junghiano una porta socchiusa sull’inconscio?

 

GS: I numeri sono un incantesimo segreto, qualcosa che L crede porterà a una trasformazione. Penso che la maggior parte di noi abbia questi strani sistemi di credenze codificati, che si tratti di preghiere nel senso religioso più regolare, o altri mantra spirituali, esoterici o nevrotici. Quei numeri specifici “66-99” provengono da un romanzo che ho iniziato a scrivere circa 6 anni fa, quindi per me hanno una rilevanza personale. Mi piace anche come suonano e come si sentono sulla lingua. Le poesie numeriche mi affascinano. Per l’artista e scrittrice tedesca Unica Zurn il numero 9 conteneva il segreto di tutto. I numeri erano i suoi salvatori. Usava gli anagrammi per evocare il suo eroe mistico The Man of Jasmin. Di questo The Man of Jasmin diceva:

 

“Qualcuno ha viaggiato dentro di me, passando da una parte all’altra. Sono diventato la sua casa. Fuori, nel paesaggio nero, qualcuno afferma di esistere. Dal suo sguardo il cerchio si chiude intorno a me. Attraversato da lui interiormente – circondato da lui dall’esterno – questa è la mia nuova situazione e mi piace.”

 

I numeri hanno un grande potere. Nelle scene finali del film Duelle – Une Quarantaine di Jacques Rivette del 1976, la protagonista Lucie (interpretata dall’attrice francese Hermine Karagheuz) pronuncia ad alta voce una poesia numerica:

 

Deux et deux ne font pas quatre. Tous les murs à buf š’abatttre. Sept, huit, neuf, cinq, trois, six, deux.”Questi numeri mi hanno fatto un incantesimo. Con un po’ di ricerche ho scoperto che Rivette li aveva presi in prestito dalle pagine di Les Chavaliers de la Table Ronde di Jean Cocteau – erano un incantesimo che avrebbe permesso a Merlino di trasportarsi magicamente da un luogo all’altro. Per inciso, i numeri 7 + 8 + 9 + 5 + 3 + 6 + 2 sono 40 – une quarantaine! È magia o solo una coincidenza?

 

PS: Come in ogni viaggio iniziatico per diventare adulti/e, V e L devono attraversare diverse porte: entrando nell’albero nel parco sono catapultate nella stanza grigia, una sorta di limbo in cui le ragazze aspettano il loro turno per conoscere scopi e destino attraverso la lettura dei tarocchi. La lettura dei tuoi tarocchi è muta, senza voce, ma assai seria, espressiva e didattica. Ci sono poi la porta del muro con la rappresentazione del bosco intricato e quella del grande orecchio nel quale le giovani donne si avventurano come in una caverna. Guidate e sollecitate da mani e teste senza corpo, ma soprattutto da suoni ai quali le ragazze sembrano prestare i loro propri corpi. I corpi addestrati infine all’aderenza con i suoni riescono a materializzare all’altezza del cuore i cervelli rosei (Pink Material) per deformarli e re-informali. Infine la porta rossa con scritto women che le riporta alla realtà trasformate. Quali prove si devono superare per aderire alle parole e in particolare al nome donna?

 

GS: Il Pink Ursula Material appare all’altezza del grembo materno piuttosto che all’altezza del cuore. Questa materia rosa suggerisce un rovesciamento del corpo. È qualcosa di viscerale: gommosa, ipnotizzante, disgustosa e piuttosto incontrollabile. È anche sacra – una sorta di manifestazione scultorea del godimento. È un regalo per le severe lezioni di linguaggio e geometria fisica che le iniziate hanno sopportato nella Light Room (Stanza della Luce) e nella Curtained Room (Stanza delle Tende) – un’offerta di Pearl Mama One, il loro capo insegnante incorporeo? La materia rosa ha anche una voce*.

Dice:

 

Rose à voix haute

Rose cerveau de la pensée

Résine vierge de résidus

Matière Ursula Rose

Je répète!

Matière Ursula Rose

 

È anche un materiale morfico con proprietà allucinogene. Mi piace leggere Henri Michaux, specialmente le sue opere scritte sotto l’influenza della mescalina. Descrive nuovi incredibili viaggi infidi come se si infiltrasse in un’altra lingua:

“Enormi Z mi attraversano (strisce-vibrazioni-zig-zag?). Poi, o S rotte, o quelle che potrebbero essere le loro metà, O incomplete, un po’ come gusci d’uovo giganti che un bambino ha cercato di disegnare senza mai riuscirci. Queste forme, come un uovo o una S, cominciano a disturbare i miei pensieri come se appartenessero alla stessa natura. Sono diventato ancora una volta un passaggio, un passaggio nel tempo. Questo, dunque, era il solco con il fluido dentro, assolutamente privo di viscosità, ed è così che passo dal secondo 51 al secondo 52, al secondo 53, poi al secondo 54 e così via. È il mio passaggio in avanti”.

Alla fine di Quarantaine V e L vengono espulse attraverso la porta rossa brillante etichettata “Donne”. Il significato di questa violenta espulsione è sfaccettato – chi e cosa sono diventate? Si potrebbe rimuginare per ore su ciò che rappresenta questa uscita finale. Se si ascolta abbastanza intensamente, si possono sentire alcune parole pronunciate da L nell’orecchio di V – questo potrebbe contenere qualche indizio.

 

PS: Nel tuo film emerge come un’apparizione la qualità segnica di matrice generativa della natura, come per recuperare l’origine primigenia di un linguaggio mimetico della materia e della forma. La lezione finale, infatti, muove da vocali e consonanti nell’atto di nominare finalmente: la S si trascina fino a generare souffle, respiro. Se il linguaggio veicolasse solo una convenzione, l’idea di cercare una verità, sarebbe un’ingenuità senza parametro? Nel tuo film Quarantine cerchi di recuperare il corpo glorioso del linguaggio?

 

GS: Sopra ogni cosa mi interessa il suono e la voce, come l’ascolto può trasportare e comunicare indipendentemente dal “significato” linguistico. Le lezioni di ascolto che le iniziate intraprendono in Quarantaine iniziano realmente all’interno della EAR Room (Stanza dell’Orecchio). Prima di allora i codici sono principalmente visivi (le carte nella Grey Room – Stanza Grigia). Mentre sono sdraiate nude sotto l’orecchio, assistono a una serenata di Bye Bye Butterfly (1967) di Pauline Oliveros, un’opera fondamentale di suono elettronico sperimentale della pioniera dell’“ascolto profondo”. Di questo lavoro Oliveros ha detto: “Dà l’addio, non solo alla musica del XIX secolo, ma anche al sistema di moralità educata di quell’epoca e alla sua conseguente oppressione istituzionalizzata del sesso femminile”. Era importante per me usare questo pezzo in questa scena. Nel capitolo seguente – attraverso/all’interno dell’orecchio, incontriamo per la prima volta l’istruttrice Pearl Mama One. Lei esegue una vocalizzazione prolungata ed estrema mentre si libra avanti e indietro come una testa fluttuante. I suoni, i respiri e gli enunciati sono strani ed estranei per noi, è difficile da ascoltare, lei penetra nel nostro cervello, ma se ascoltiamo abbastanza profondamente il significato alla fine arriverà. Infatti, Loré Lixenberg (il mezzo soprano che interpreta Pearl Mama One) aveva Bye Bye Butterfly di Oliveros nell’orecchio durante le riprese e stava cercando di vocalizzare e tradurre questi suoni elettronici. Questa è stata una gloriosa performance virtuosistica che ha creato un linguaggio incarnato completamente nuovo ed è diventato il battito cardiaco e i polmoni respiranti di Quarantaine.

 

*La voce di The Pink Ursula Material è quella della musa di Rivette e protagonista di Duelle (1976), la defunta attrice Hermine Karagheuz, registrata nel 2017.

Pauline Curnier Jardin & Feel Good Cooperative – Fireflies (lucciole)

COMUNICATO STAMPA

 

Opening: 3 febbraio 2022, h 18 – 21
3.02.2022 – 02.04.2022

 

A proposito del suo libro Storia laica delle donne religiose dalle colonne della rivista Jesus, il gesuita Piersandro Varzan consigliò a Ida Magli di rivolgersi a uno psicanalista per risolvere la sua fissazione sul sesso, ma l’antropologa liquidò l’attacco rispondendo su una pagina di La Repubblica con queste parole: “Parlando delle istituzioni della Chiesa si è costretti a parlare di sessualità. Sono loro che hanno fatto distinzioni. Se la Chiesa canonizza le sante, giustamente, come vergini io che ci posso fare?”. Era il 1995. Ida Magli affermava che il linguaggio e l’immaginario sono sessuati e che l’immagine femminile è una costruzione dello sguardo maschile mediato dalla teologia che fornisce lessico e immagini.

L’opera di Pauline Curnier Jardin con l’uso iperbolico della categoria del grottesco tendente all’iper-sessualizzazione pare rimandare all’idea di sacrificio e di martirio, stiamo pensando a Explosion Ma Baby (2016), un film sperimentale costruito editando materiali raccolti dal 2010, a Grotta Profunda Approfundita (2017), incentrato sulla figura di Bernadette Soubirous, presentato alla 57° edizione della Biennale di Venezia curata da Christine Marcel, Fat to Ashes (2019) presentato all’Hamburger Bahnhof per la mostra del Preis der Nationalgalerie, un film che assembla le immagini della festa di Sant’Agata a Catania e del carnevale di Colonia a quelle della macellazione di un maiale. Tale rimando al martirio e al sacrificio è presente in modo sottile anche in Teetotum (2018), il film commissionato a Curnier Jardin da Frieze Film e Channel 4 e Fireflies (Lucciole) (2020), il film realizzato a Roma insieme a Feel Good Cooperative fondata dall’artista, un’architetta e tre sex workers in epoca di pandemia, dopo la residenza a Roma all’Accademia di Francia di Villa Medici dell’artista. Queste opere riconducono in qualche modo al connubio sacro e profano e sacro e potere endemici della cultura occidentale e che le feste e la devozione popolare restituiscono così appropriatamente nell’enfasi dei corpi e dei gesti. Tecnicamente controllate, come lo sono sempre i virtuosismi barocchi, considerando il barocco come categoria universale, le opere di Pauline Curnier Jardin esprimono la forza dell’arcaico che si manifesta nella contemporaneità e sembrano richiedere a chi guarda di andare all’origine della civiltà occidentale e del patriarcato capitalista fondato sul sacrificio e sul martirio imposto a tutto ciò che viene riconosciuto come alterità, che sia donna o natura, popolazione autoctona dei territori colonizzati o forme di diversità di carattere sessuale. Il realismo grottesco colorato di sovrabbondanza paradossale di Curnier Jardin non è un mondo al contrario di matrice catartica come il carnevale bachtiniano, tende piuttosto a tingere iperbolicamente l’inconscio della nostra cultura, per estirparne le radici oscure. Il lavoro di Curnier Jardin con le sue tinte accese pare raccontarci che il mondo umano per diventare ecologico dovrebbe essere queer e completamente anticapitalista e il suo linguaggio dovrebbe lentamente desessualizzarsi per diventare più neutro, pacifico e sostenibile, ma questo richiede una rivolta e intendiamo come una rivolta il film di Pauline Curnier Jardin Q’un sang impur (2019). Ispirato a Un chant d’amour, il film cult realizzato nel 1950 di Jean Genet, in Qu’un sang impur Curnier Jardin presenta delle anziane signore il cui desiderio sessuale risvegliato da giovani maschi inconsapevoli, si manifesta con un flusso mestruale subitaneo e anomalo, riconducibile per modalità all’eiaculazione maschile, che provoca l’altrettanto subitanea e folgorante morte dei ragazzi sfiorati dallo sguardo impuro delle nonne. D’altra parte, Mary Douglas in Purity and danger: an analysis of concepts of pollution and taboo del 1966 afferma che il marchio di purezza organizza la società su assi di diseguaglianza, definendo impuro tutto ciò che è fuori posto rispetto alla morale condivisa.

Da Pinksummer Pauline Curnier Jardin presenterà il film Fireflies (Lucciole) realizzato nel 2020 durante il primo traumatico periodo pandemico insieme a Feel Good Cooperative. La magia del film di Curnier Jardin rende “le lucciole” creature mitologiche che si muovono nella campagna periferica di Roma, attualizzando, in modo arbitrario ma sensato, quell’articolo sul vuoto di potere e la scomparsa delle lucciole di Pier Paolo Pasolini apparso sul Corriere della Sera nel 1975: “Sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si sono accorti che le lucciole stavano scomparendo”. Se Pasolini interpretava la reale scomparsa delle lucciole come un chiaro segno del disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico del vuoto di potere, qui si fa anche riferimento al fatto che la pandemia da coronavirus abbia falcidiato il mestiere dei sex workers, riducendo in povertà le circa 100.000 persone che operano nel settore. Seppure il lavoro sessuale non sia esplicitamente vietato dal Codice penale in Italia, il sistema abolizionista rende assai complicato l’esercizio di questo lavoro e i lavoratori sessuali non hanno di fatto alcuna protezione sia di natura economica che sanitaria. Sottrarre la vendita di servizi sessuali dal terreno della morale e della psicologia per inserirla nell’ambito del lavoro con tutti i diritti e i doveri che implica l’agire dentro a un lavoro sarebbe anche questa una forma di ecologia per eliminare marginalizzazione, abuso e sfruttamento.

I disegni presentati in mostra sono realizzati come il film Fireflies (Lucciole) a più mani con Feel Good Cooperative.

Viene da concludere con Pasolini così: “che io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola”.

 

 

Pauline Curnier Jardin (1980, Marsiglia, Francia) è un’artista che vive e lavora tra Berlino e Roma. La sua ricerca si sviluppa attraverso installazioni, performance, film e disegno. Nel suo lavoro Curnier Jardin ha rivisitato Giovanna d’Arco, Bernadette Soubirous, la dea Demetra, la nascita di Gesù e la sua Sacra Famiglia, il teatro anatomico del Rinascimento, nonché i riti pagani e cattolici nell’Europa centrale e meridionale.Nel 2019 è la vincitrice della German Preis der Nationalgalerie, nel 2021 del Premio Villa romana a Firenze e vincitrice della borsa di studio Villa Medici 2019-2020 a Roma. Il suo lavoro è stato esposto o commissionato negli ultimi anni: Steirischer Herbst Festival, Graz; Manifesta 13, Marseille; Palais de Tokyo, Paris; the Bergen Assembly, Bergen Biennial; International Film Festival, Rotterdam; the 57th Venice Biennale; Tate Modern, London; Performa 15, New York.

 

Feel Good Cooperative è nata da un workshop che ha avuto luogo durante il severo lockdown della primavera 2020. Con l’aiuto della fotografa e sex worker Alexandra Lopez, dell’architetta e accademica Serena Olcuire, Curnier Jardin ha invitato un gruppo di prostitute colombiane che vivono a Roma a disegnare momenti del proprio lavoro, per essere poi pagate il corrispettivo del loro lavoro per la produzione di una mostra. Il ricavato della vendita di queste opere sarà diviso tra i soci della cooperativa. Membri di Feel Good Cooperative: Alexandra Lopez, Serena Olcuire, Pauline Curnier Jardin, Andrea, Alexandra Mapuchina, Gilda Star, Giuliana.
Il Feel Good Cooperative ha esposto a livello internazionale a: Villa Medici, Accademia di Francia a Roma, Italia, Fondazione Lambert per l’Arte Contemporanea, Avignone, Francia, Haus der Kulturen der Welt, Berlino, Germania, Kunstverein Braunschweig, Germania e Villa Romana a Firenze.

 

Tobias Putrih – Internal Affairs

COMUNICATO STAMPA

 

1° ottobre 2021 – 15 gennaio 2022
Inaugurazione: 1° ottobre, 16:00 – 21:00

 

Tobias Putrih: Mi sono reso conto che sarebbe stato complicato trasportare le opere in cartone in Italia. Sono davvero troppo fragili senza una cornice… quindi ho deciso di farle incorniciare tutte qui. Ma in particolare vorrei rivedere un poco il progetto della mostra. Ho scavato negli archivi dei giornali sloveni degli anni Cinquanta e raccolto alcune immagini. Soprattutto immagini degli anni 1950-1953, quando alcuni politici in Jugoslavia decisero di rompere i rapporti con la Russia e costruire un proprio sistema ibrido tra socialismo ed economia di mercato, che chiamarono autogestione dei lavoratori. Posso scrivere qualcosa su questo. Il titolo della mostra ora è Internal Affairs. Ma devo pensare ancora bene. La mia opera fluorescente risalente alla fine degli anni Novanta sarà il pezzo centrale della mostra. Nell’ultimo mese ho anche realizzato alcune sculture di legno che la accompagneranno, alle quali sono attaccate delle fotografie (in realtà sono lastre da stampa offset). Le lastre verranno utilizzate per stampare un “libro d’artista” di poche pagine nel formato di un giornale. Le opere in cartone saranno in più, potremmo presentarle fuori mostra. Vi mando le immagini delle opere nei prossimi giorni così possiamo sceglierle insieme. Complessivamente sono nove.

Pinksummer: Hai visto Toward a Concrete Utopia: Architecture in Yugoslavia 1948-1980 al MoMA e Architecture. Sculpture. Remembrance. The Art of Monuments of Yugoslavia 1945-1991 alla Galleria Dessa a Lubiana? Non è forse Tito che decide nel 1948 di rompere i rapporti con la Russia facendo della Jugoslavia la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia leader delle nazioni non allineate? Questo tipo di socialismo jugoslavo ha fatto sì che l’architettura modernista della Jugoslavia diventasse speciale… quando scrivi di utopia, ti riferisci a questo linguaggio astratto peculiare? L’utopia è sempre un’isola? La Jugoslavia ha qualcosa dell’isola di Huxley tra la cultura orientale e occidentale, tra NATO e URSS.

TP: Sì, Tito e gli altri hanno dovuto bloccare i rapporti con i sovietici perché avevano paura di sottrarre tutta la terra ai partigiani che avevano combattuto durante la guerra, e senza la nazionalizzazione della terra il sistema sovietico non era praticabile. Quindi successivamente Kardelj e Kidrič hanno ideato il nuovo programma sociale e economico, in qualche modo sostenuto da ingenti finanziamenti americani. Intanto Tito stava preparando lo strudel alle mele con Sophia Loren.

PS: Il 3 ottobre del 2011 la Corte Costituzionale della Slovenia ha dichiarato incostituzionale la nuova dedica di una strada di Lubiana a Josip Broz Tito, in quanto poteva essere interpretato come un riconoscimento del precedente regime non democratico e in contrasto del rispetto e della dignità umana secondo la nuova costituzione slovena. Il precedente regime e il nome di Tito in qualche modo sono stati consegnati alla storia assieme ai monumenti e alle architetture del periodo precedente presenti in Slovenia. Si trattò della prima decisione di un organo giudiziario di uno stato democratico della ex Jugoslavia sull’opera di Tito. La Jugoslavia socialista rappresentò una sorta di prospera anomalia nella mappa del mondo, scegliendo di sottrarsi alla guerra fredda e indicando una via alternativa, in qualche modo ucronica oltre che utopica ai due blocchi di potere esistenti. Il punto di partenza delle utopie è individuare un male singolo o plurimo colpevole di un assetto sociale negativo contro cui si deve porre un’alternativa e si delinea una nuova identità. La storia della Repubblica Federale Socialista della Jugoslavia costruì la sua primeva prospettiva di felicità attorno alla lotta partigiana antifascista? Fu per questo che la Jugoslavia non fece mai parte del Patto di Varsavia come dei paesi NATO? Seppure la storia sia sempre molto più complessa è possibile che la Jugoslavia di Tito rimase per sempre un paese postbellico che continuò a individuare il male nei fascismi e il bene nella liberazione dai fascismi? Fu un errore non individuare un nuovo vero nemico?

TP: Parlando appunto della cosiddetta “terza via” della Jugoslavia è necessario mettere tutto in prospettiva. Per prima cosa, dopo la guerra Tito si rese conto che non poteva andare avanti con l’idea sovietica di nazionalizzazione della terra. La terra era tutto ciò che era rimasto per i ragazzi e le ragazze che si unirono ai partigiani e combatterono dalla sua parte. La riforma agraria del 1948 fu un bicchiere mezzo pieno, lasciò Stalin arrabbiato perché le direttive sovietiche non furono seguite. Ma, d’altra parte, all’interno delle nuove riforme la questione della proprietà della terra era relativamente minore, considerando che essendo costituita da infiniti piccoli lotti, l’agricoltura diventava semplicemente non praticabile. Quindi si sono dovuti inventare qualcosa di nuovo. E questo “qualcosa di nuovo” è stato un leggero ritorno all’economia di mercato. Si è trattato di un puro esperimento, immaginato dagli intellettuali di destra di Tito, Edvard Kardelj e Milovan Đjilas. Naturalmente gli americani erano deliziati di avere dalla loro parte qualcuno come Tito in grado di colpire Stalin dritto negli occhi, così hanno pompato soldi nell’economia jugoslava e messo Tito sulla copertina delle riviste Times e Life. E, naturalmente, Tito ha giocato da entrambe le parti. Poco dopo la morte di Stalin, Krusciov si rese conto che i sovietici non potevano lasciare scivolare la Jugoslavia nelle mani degli americani, e improvvisamente il paese fu inondato di prestiti americani e sovietici. Questa è stata l’eredità principale di Tito: costruire un paese tra due superpotenze e inventare un sistema economico e sociale intermedio. Avrebbe potuto ottenere ciò se la Jugoslavia non fosse stato un luogo frammentato: religioni, lingue diverse e un’enorme differenza del livello economico tra nord e sud. Ha funzionato fino al 1968 solo perché la maggioranza credeva nell’idea di un futuro migliore. Una contadina poteva improvvisamente andare a scuola e finire l’università. L’espansione economica fino alla metà degli anni Sessanta fu a dir poco sorprendente. Come lo scrittore bosniaco-americano Aleksandar Hemon ha descritto sua madre, lei credeva nell’idea della Jugoslavia, oltre il nazionalismo, oltre l’occidente corrotto e l’oriente autocratico. Sì, Tito fu un dittatore, ma è stato lui a vincere la guerra e a dire di no a Stalin, e inoltre era uno di loro, un fabbro di un piccolo paese al confine sloveno-croato. Le foto di lui che balla con Elizabeth Taylor e prepara lo strudel con Sophia Loren non hanno nuociuto. Era un dittatore affascinante che aveva un lato oscuro, ma alla gente non importava. Quindi la Jugoslavia era qualcosa in cui lei e molte, molte persone realmente credevano. Ma poi arrivò la disillusione del 1968, dove la vecchia guardia non capiva che per tenere a bada il nazionalismo, l’idea del progresso e del costante allineamento economico e sociale era cruciale per l’esistenza del paese. Forse avete ragione sul fatto che la vecchia guardia che ha visto il mondo dalla prospettiva della guerra non l’ha lasciato andare. E da lì in poi è andata in discesa. I genitori di Hemon emigrarono in Canada dopo che si era scatenato l’inferno e la Jugoslavia era andata a pezzi. Si unirono al figlio ribelle, che dopotutto si rese conto che i suoi genitori avevano qualcosa che lui non avrebbe mai avuto – credevano in un’idea che era molto più grande dell’individuo, una convinzione che stavano costruendo una società migliore. Non importa quanto questo possa sembrare fuorviante o ingenuo dal punto di vista di oggi, ma probabilmente era piuttosto speciale.

PS: Internal Affairs è il titolo che hai dato alla tua quarta personale da Pinksummer. Riferito alla “Druga Jugoslavia”, ci ha fatto immediatamente pensare al principio di indeterminazione di Heisemberg e al fatto che è impossibile conoscere i dettagli di un sistema senza perturbarlo. Certe coppie di grandezze fisiche complementari (immagine esterna e realtà interna) non sono misurabili contemporaneamente. In questa mostra hai privilegiato gli strumenti di misurazione per determinare la posizione e la carica elettrica interna alla ex Jugoslavia in quei primi metabolici e ibridissimi anni Cinquanta. Però l’outsider non può essere prodotto dalla struttura dell’utopia, così come lo straniero non è tollerato che per brevi periodi, il tempo necessario perché possa testimoniare nell’altrove le meraviglie dell’utopia a tendenza, nel caso della ex Jugoslavia, più costruttiva che escapista. Ogni prospettiva di felicità dell’utopia, comunque, non si arena sempre sul terreno difficile dell’inclusione sociale?

TP: Il caso jugoslavo è altamente idiosincratico. Nel 1951 alcuni ex partigiani ottennero il compito di attuare il nuovo sistema di autogestione, il prudente ritorno all’economia di mercato. Non c’era un progetto su come farlo, non sapevano cosa aspettarsi o dove li avrebbe portati l’intero esperimento. Per questo tipo di passaggio all’ignoto è necessario un certo consenso all’interno della società, un certo elemento di paura, persino repressione, ma anche una speranza, un’aspettativa di vita migliore e di un futuro più luminoso. Si potrebbe dire che è un’utopia nei termini usati da Édouard Glissant: utopia come un tremore, uno stato di flusso costante. Ma la domanda che questo progetto pone è forse più orientata verso la nostalgia, la nostalgia in senso produttivo di esplorazione dei sentieri e delle potenzialità alternative della modernità. Svetlana Boym ha descritto a lungo questo riuso “moderno” del passato, a volte tormentato ma poetico, e per nulla scontato. La metafora di Viktor Shklovsky’s per questo tipo di approccio era una mossa del cavaliere degli scacchi, dove la modernità non è mai uno stato di fatto, ma una costante ripetizione di scenari di “e se”. In questo senso un oggetto diventa un indicatore di uno stato conflittuale tra paura e speranza, una linea sottile tra vuoto e appagamento, ma soprattutto un sentimento di appartenenza, di essere parte di un’esperienza comune, di un futuro più luminoso. Quando ero ancora a Lubiana ero vicino ma mai veramente parte della comunità di artisti che occupava l’ex caserma dell’esercito a Metelkova nei primi anni Novanta, dopo la caduta della Jugoslavia. Quindi per il mio progetto “1:1” a Metelkova a Lubiana nel 1999 ho avuto la libertà di porre la medesima domanda che sto facendo ora: un oggetto potrebbe riflettere una tensione “e se”? Nel caso di Metelkova mi sono concentrato su un breve periodo di transizione sociale dei primi anni Novanta, un periodo di speranza e di energia che non era destinato a durare, e infatti in parte era già crollato al momento della mia mostra nel 1999. L’oggetto in mostra era, come dite, uno strumento di misura, un oggetto estraneo che non apparteneva a quel contesto. Faceva parte di un universo “e se” parallelo. Questa mostra è una continuazione dello stesso esperimento, una iterazione che guarda indietro, si focalizza sui primi anni Cinquanta, quando l’energia era simile, forse solo più amplificata, e in entrambi i casi si trattava di un momento di spaccatura che ha prodotto un enorme sforzo collettivo che è al centro del mio interesse. Quindi, se mi chiedete di cosa tratta questa mostra, la mia risposta potrebbe essere: è come ricostruire un momento di appartenenza. In quanto tale, è mascherato da una narrazione, in cui lo spettatore ha la possibilità di avvicinarsi e capire.

PS: Questa nuova società che credette in un futuro migliore e seppe uscire dalla sfera individuale coinvolse anche le donne: le partigiane si erano guadagnate la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia a colpi di fucile insieme agli uomini. La prima costituzione post-bellica della Jugoslavia del 1946 accordava piena cittadinanza alle donne, il diritto di voto, tutele speciali nel processo di educazione. Nel 1962 poco meno della metà dei laureati alla facoltà di architettura di Zagabria erano donne. Branka Tagik Novak progettò le prime cucine prefabbricate, Svetlana Kana Radević collaborò a Tokyo con il metabolista Kishō Kurowawa. Si credeva nella distribuzione egualitaria della ricchezza e l’attenzione per la condizione femminile era implicita. La condizione della Jugoslavia dopo la morte di Tito avvenuta nel 1980 fu, negli anni Ottanta, relativamente serena, negli anni Novanta coloro che intendevano dividere la società secondo criteri etnici e religiosi ebbero la meglio e furono perpetrati crimini efferati, come gli stupri di massa durante le guerre nei Balcani. Non credi che il capitalismo estremo in cui viviamo, in cui la ricchezza è in mano a pochi destinati a essere sempre meno non può che condurre a condizioni divisive, anche di genere, e a una visione tetra del futuro? Non credi che una distribuzione più egualitaria della ricchezza possa essere foriera di visioni più radiose del futuro, al di là di ogni senso di appartenenza a una specifica comunità?

TP: Il fatto è che la Jugoslavia si è sforzata di essere una società egualitaria, ma il problema e una delle cause della sua eventuale caduta è stato proprio il mancato raggiungimento di questo obiettivo. Analogamente all’Italia, il divario di reddito e produttività tra nord e sud era enorme negli anni Cinquanta, e in un paese etnicamente e religiosamente diviso, questo era un problema talmente difficile da risolvere che alla fine ha creato risentimenti da entrambe le parti. Quindi, da una parte si può dire che il sistema ha creato una classe media relativamente egualitaria, ma l’esistenza della classe media era un lavoro in corso, perché l’industrializzazione del paese era molto irregolare. Guardandola da una prospettiva più ampia, queste aperture, questi stati di “tremito”, sono il più delle volte innescati da un evento traumatico. In Jugoslavia sono stati la Seconda guerra mondiale e poi il crollo del paese nei primi anni Novanta. Non sono sicuro se tali punti di frenata che potrebbero bilanciare la società verso l’egualitarismo possano essere il risultato di una politica o di una volontà politica. Si tratta di una forza molto più cruda, dal basso verso l’alto, necessaria per un tale cambiamento sismico. Forse oggi, durante la spinta del globalismo verso l’uniformità, il compito di un produttore culturale è quello di coltivare uno stato disorientante di diversità, una catena infinita di scenari “e se”, di re-immaginare e ricostruire lo stato di trauma e speranza, di ricordarci che esistono diverse modalità di convivenza, e mantenerci sani.

Mark Dion – By the Sea

 

 

COMUNICATO STAMPA

MARK DION – By the Sea

Pinksummer goes to Palazzo Pallavicino Cambiaso – Via Garibaldi 1, Genova

03.06.2021 – 25.09.2021

Opening: 03.06.2021 – h 16.30 – 21.30

Pinksummer: Essendo che il linguaggio produce senso e genera significato, credi che abolendo la parola razza, soprattutto dal vocabolario delle costituzioni su cui vengono improntate le leggi degli stati e delle nazioni, ciò potrebbe scoraggiare gli atteggiamenti discriminatori tipici del razzismo?
Seppure da Ippocrate al XVIII la parola razza sia stata più o meno usata in modo interscambiabile con il termine specie, adesso sappiamo che a differenza della specie, la razza non è una categoria tassonomica, ma un costrutto sociale biologicamente sfocato basato su un raggruppamento fenotipico privo di significato zoologico, a prescindere dalla specie di riferimento, che sia quella umana (Homo sapiens) o di qualsivoglia altra specie appartenente al regno animale. Nominare non è in sé la prima forma di classificazione e in questo senso non implica la possibilità di pensare esclusivamente il proprio pensiero? In che rapporto stanno le parole e le cose nella tua opera?

Mark Dion: Domanda interessante. Non sono un esperto di storia costituzionale o del concetto di razza, tuttavia ho imparato almeno un po’ da studiosi della storia della scienza e dell’evoluzione come Stephan Jay Gould (in particolare in Intelligenza e pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo), Cary Wolfe e Donna Haraway, circa la storia cupa del “razzismo scientifico”.
Per quanto so, il termine razza è usato nel linguaggio costituzionale in modo da proteggere i diritti di tutti, indipendentemente dalla razza. Si tende a usarlo per rimarcare coloro che hanno sofferto storicamente della discriminazione, così come accade per il termine sesso o orientamento sessuale.
Forse dovrebbe / potrebbe essere eliminato, giacché la protezione dei diritti di tutte le persone, potrebbe in realtà significare veramente tutti.
Come dici, razza non è realmente un termine biologico ma di natura culturale, che ha una lunga storia di malizia, dalla dominazione e discriminazione, allo sterminio totale. Fino alla prima metà del secolo scorso c’era un feroce tentativo di qualificare la razza come qualcosa di simile alla specie. La teoria della razza si è mimetizzata come una forma di biologia evoluzionistica. Ho una grande collezione di libri di biologia dell’inizio del XX secolo che si sforzano di inquadrare la razza come se si trattasse di questioni biologiche di specie separate nel modo più spaventoso e fraudolento. Penso che la maggior parte del mio lavoro sia un tentativo di guardare la storia della scienza e della classificazione e sottolinearne i momenti in cui l’ideologia, la pseudoscienza e gli agenti sociali permeano la scienza borghese. Il linguaggio, come dici, può essere la prima causa di questo inquinamento. Il corpo di lavori che sto presentando attualmente è, naturalmente, carico di attacchi diretti al linguaggio e alla significazione, dato che nei disegni, mascherati da tabelle informative, c’è un’apparenza logica veramente esigua.

PS: L’illuminismo portò poco dopo la presa della Bastiglia nel 1789 alla dichiarazione dei diritti dell’uomo, in cui donne e schiavi non erano implicitamente ammessi, ma nemmeno esplicitamente esclusi e nell’ambito delle antropologie sensistiche in quel tempo s’incominciò a ritenere anche inammissibile la cesura netta tra i diritti degli umani e dei non umani, degli animali. Jeremy Bentham fondatore dell’utilitarismo propose un’impostazione etica volta a minimizzare la sofferenza degli esseri senzienti. Secondo l’attivismo politico antispecista l’invenzione del concetto di specie è fondamentale per pensarsi come altro dall’animale. Lo sfruttamento dell’animalità rimanda al neolitico, alla nascita delle società agricole stanziali e coincide anche con l’inizio dello schiavismo. Per uscire dal dominio antropocentrico rispetto ai non umani senzienti, la domanda che ci si deve porre, per gli antispecisti, è non se possono parlare o se possono ragionare, ma se possono soffrire. Credi che l’intelligenza peculiare degli umani possa rimanere un parametro per determinare il valore delle altre specie zoologiche?

MD: Un problema fondamentale, naturalmente, è che noi tendiamo a inquadrare la discussione come umani da una parte e animali dall’altra. La parole “animale” è dannatamente inutile. Si riferisce a tutto, dai protozoi ai coralli, dai colibrì agli orangotango. Non c’è molto spazio per la differenziazione. Chiaramente, quando parliamo di animali, abbiamo bisogno di esprimere che c’è un mondo di differenze tra un serpente di mare e una balena assassina, tra un lupo e un grillo. Ci sono numerosi animali che condividono una forma di cognizione notevolmente simile alla nostra, inclusa una complessa struttura sociale. Non avrei nessun problema a includerli nel concetto di persona, con tutti i diritti e le protezioni che ne conseguono. Il problema di come gli umani immaginano il proprio posto nel mondo, rimanda alla formazione dell’idea più perniciosa e persistente della tradizione occidentale – la grande catena dell’essere o scala naturale. Il concetto che permane dal periodo classico fino a tutto il XIX secolo (e ovviamente trova espressione oggi), stabilisce la gerarchia e il senso dell’umano come l’apice del mondo naturale.
Penso molto a come la nostra cultura si sia evoluta come un rifiuto diretto dell’animalità, che dovrebbe includere la morte, il sesso, mangiare, invecchiare e espellere gli scarti. Il terrore della nostra mortalità ha molto a che fare con l’estinzione degli esseri con i quali condividiamo il pianeta. È indicativo il fatto che usiamo la parola “animale” come insulto.

PS: ll capitalismo potrebbe essere il modo in cui l’Homo sapiens ha espresso l’antropocentrismo ai danni del pianeta e della diversità. In questo senso il post-umano dell’etica inter-specista potrebbe mai svilupparsi dentro a un sistema capitalista la cui plasticità paradossale è quella di trarre vantaggio anche dal veganismo etico?

MD: Per quanto creda veramente che il capitalismo e il colonialismo siano stati i fattori storici più distruttivi per l’ambiente e la biodiversità del mondo, non penso che il capitalismo sia l’unica espressione del mondo informato dall’antropocentrismo. Sicuramente nella tradizione occidentale, come in numerose altre, la dominazione, il degrado e la distruzione dei luoghi e degli organismi naturali precedono il capitalismo. Tuttavia sono totalmente d’accordo che un genere di mondo dove un’etica post-umana e inter-specista o anche un luogo che valorizzi le cose e i luoghi selvatici per il loro essere intrinseco, non possono essere promossi dai valori del capitalismo che afferma che il benessere è generato dalla conversione delle risorse naturali.

PS: Parlaci del tuo ambientalismo reso ancora più radicale oltre che dall’utilizzo immaginifico delle categorie tassonomiche maneggiate con disinvoltura, dal tratto intelligibile dei tuoi disegni, dall’estetica garbata dei tuoi “cabinets” e da quello che è stato definito nel tuo lavoro il vuoto di distinzione storica rispetto ai reperti, in genere artificialia, che raccogli e ordini. Tutto rimanda all’hic et nunc: i tuoi reperti accuratamente disposti nell’indifferenziazione storica sembrano sovvertire intimamente quegli stessi standard di catalogazione museale positiva o positivista a cui ti rifai. La storia intesa come progresso lineare è deflagrata e con essa non dovrebbe estinguersi ogni illusione deterministica circa i futuri?

MD: Ci sono molti modi per essere un artista e pensatore ambientalista. Quando penso all’arte a servizio dell’ambiente e all’arte come parte di una costruzione progressiva della natura, sento che la situazione richiede “tutto l’equipaggio in coperta”. Il mio ruolo come artista è interrogare la storia delle idee e degli oggetti nel tentativo di capire come noi, come società, siamo evoluti in una relazione suicida rispetto al mondo naturale. Questa è la mia posizione circa il pensiero critico e la manifestazione di una nuova cultura della natura.
Comunque penso anche che una delle cose più importanti del ruolo degli artisti sia quello di nutrire e stimolare l’amore per la giustizia ambientale, cose selvagge e posti selvaggi, e non intendo solo luoghi incontaminati. Alla fine le persone salveranno soltanto ciò che amano, e ameranno solo ciò che incontreranno, conosceranno e di cui faranno esperienza. È questa cultura progressiva della natura che difendo. Prosperare richiederà la partecipazione di un’ampia varietà di artisti visivi – da quelli che fanno belle fotografie e fanno film squisiti sul mondo naturale, a quelli che lavorano con ingegneri e scienziati per trovare soluzioni pratiche ai problemi ecologici, a quelli che condannano la distruzione e l’avidità, a quelli che immaginano un altro mondo. Ognuno di noi avrà il proprio compito da svolgere. Il mio posto è quello di interrogare la storia delle idee nella tradizione espositiva della storia naturale, ma anche costruire lavori e spazi per incoraggiare interazioni fruttuose con le comunità bioniche.

PS: Per cancellare le migliaia di specie botaniche e zoologiche che ogni anno scompaiono dalla faccia della terra per qualche azione dell’uomo si è mantenuta la nomenclatura binomiale dei due ultimi taxa del metodo tassonomico di Linneo: genere specie in latino e corsivo? Non è struggente pensare a una catalogazione del mondo naturale di segno negativo?

MD: La gente spesso fraintende la mia critica alla tassonomia come una guerra alle metodologie scientifiche, mentre non è questo il senso. Dovremmo, invece, essere vigili circa le metodologie di influenza delle agende sociali, questo campo è uno strumento eccezionalmente valido per la nostra comprensione del mondo. La sistemica è un modo di tracciare le relazioni evoluzionistiche e, pur essendo un sistema artificiale, è una struttura che ci aiuta a comprendere e quantificare la biodiversità. Anche se la classificazione scientifica potrebbe essere nata come imposizione del pensiero gerarchico e come modo per comprendere il lavoro e i metodi del dio cristiano, si è trasformata in una disciplina essenziale per illuminare la complessità dell’evoluzione.
Il pathos a cui fai riferimento è qualcosa su cui ho lavorato a lungo (dalla fine degli anni Ottanta) – considerando che il periodo moderno si trova a cavallo tra la lista delle piante e degli animali “scoperti”, seguita dalla lista delle specie che si estinguono. Naturalmente, senza l’identificazione sistematica degli organismi, non avremmo la minima idea di cosa stiamo perdendo.

PS: Si dice che i collezionisti siano gli uomini/donne più passionali del mondo. Il tuo lavoro implicata sicuramente il raccogliere e l’ordinare in modo rigoroso, la classificazione è il terreno in cui si manifesta la tua libertà ascientifica di artista, ammesso che si possa definire in modo proprio tale attitudine alla libertà, rispetto all’azione classificatoria. Nella tua opera è l’oggetto ad avere un ruolo guida o è il sistema atto a contenerlo?

MD: Ordinare una collezione è incredibilmente simile alla pratica curatoriale che trovo quasi indistinguibile dallo stesso fare arte. Mentre spesso determino un ambito organizzativo prima di iniziare a collezionare, questo non può essere eccessivamente rigido, dato che il metodo deve essere in dialogo con gli oggetti stessi. Ci sono indubbiamente delle volte in cui un oggetto o una serie di cose sono già così singolari che l’intero ambito deve essere alterato per accoglierli.
Come dici, i miei modi di ordinare sono spesso ascientifici. In più evito la ricapitolazione di tropi organizzativi standard come la cronologia, le differenze regionali, i caratteri tassonomici, la funzione e forma o le operazioni casuali o fortuite. Per quanto problematica possa essere, la wunderkammer offre una gamma di principi di ordine allegorici che precedono l’Illuminismo e che possono essere espressivamente liberatori.

PS: Cosa presenterai da Pinksummer per la tua prima personale in galleria dal titolo By the Sea?

MD: Questa mostra è particolarmente eccitante per me poiché la gran parte del lavoro è il risultato del recente periodo di lockdown. La maggior parte del mio lavoro si basa su un’interazione con il luogo. Rispondo al luogo dove i progetti sono situati, ricerco, esploro e lascio che sia il posto a dirmi cosa fare. Improvvisamente, non ho avuto un luogo, un team, un budget, niente della mia normale struttura metodologica. Invece di rimanere paralizzato mi sono ricordato che sono un artista, e che non ho bisogno di molto di più di una matita, inchiostro e carta. Così gran parte dei lavori in mostra sono disegni e carte fatte in questo periodo.
Il disegno è stato a lungo un aspetto essenziale della mia pratica, ma in passato un grande disegno per me sarebbe stato di 30 x 40 cm. Questi nuovi lavori sono spesso molto grandi. È stato un momento importante per adattarmi e spingermi oltre la mia convenzionale gamma di espressione. La maggior parte dei lavori nella mostra sono in relazione alla questione della salute degli oceani e della biodiversità marina. È stato un punto centrale del mio lavoro per un po’ di tempo, ma ha anche molto a che vedere con la relazione di Genova con il mare. La mia città natale, New Bedford, Massachusetts, è anch’essa un duro porto industriale e una città di pescatori. Sento un’affinità con Genova basata sulla mia esperienza formativa di abitante di una città portuale. Parte di questa mostra arriva da un’infinità di problemi e sfide che le città affacciate sul mare affrontano.
Il lavoro relativo agli oceani non può fare a meno di essere in qualche modo malinconico considerando che ci sono così poche notizie positive che emergono dagli ambienti marini. Uno dei soli modi di rendere un lavoro come questo sopportabile è quello di impiegare umorismo, mestiere e complessità nel DNA critico dei lavori stessi.

 

Si ringraziano The Black Bag e Genova Cleaners per l’aiuto nella raccolta dei detriti plastici che il mare restituisce alle spiagge.

 

Luca Trevisani – In bocca

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

Pinksummer: Talvolta si ha come l’impressione che il cibo, seppure solo in Occidente, sia diventato lo sfondo effimero degli assetti patologici sociali. Come se di fronte all’eccesso e allo spreco degli alimenti si tendesse a investire meno sulla sostanza e più nella forma. Il cibo si assaggia, si degusta, non si mangia: la fame, intesa come necessità, appare anacronistica, se non proprio volgare. Ti abbiamo sentito dire che la dieta è una scultura sociale e, in questo senso, quanto la tua dieta è stata informata dalla scelta di trasformare gli avanzi delle tue pietanze, nei paesaggi fatati delle carte che presenterai per la tua quarta personale da Pinksummer dal titolo In Bocca? E quanto in questa mostra, ci riferiamo soprattutto agli still life reliquario, riguarda il recupero della sacralità del cibo?

 

Luca Trevisani: La nostra dieta – qualsiasi essa sia – è una vera e propria scultura, è un processo di formalizzazione del mondo, una messa in forma delle sue energie, operata tramite scelte di gusto, appartenenza, e ideologia. La dieta è un gesto di controllo del corpo che disegna economie, alleanze, società e paesaggi. Ogni opera d’arte è una rappresentazione in scala della realtà, un modo per mettere a posto le cose, fare ordine, ricordarci le gerarchie. Lavorare con quel che mangiamo, con quel che ci mantiene in vita, è un’operazione politica, perché ci ricorda che la nostra identità è costruzione in divenire, un coagulo incerto di materia e narrazioni.

Lavorare in cucina non è un revival dalle provocazioni futuriste, o dei rituali di Gordon Matta-Clark: il nocciolo della questione non è coinvolgere il cibo come eclettica materia prima, ma agire sul cibo in quanto collante collettivo, storia materiale, precipitato sociale, scrittura biologica. Non si tratta di fare una scultura col cibo, ma di fare del cibo scultura, monumento, esperienza, riconoscerne la saggezza e celebrarne il potere. Mi definisco scultore, come ben sapete, perché assaggio la materia, e perché tento di raccontare a mio modo le storie che ci attraversano: hardware e software, si direbbe in inglese. Il sapere materiale e le narrazioni con cui lo organizziamo. Una cosa bella della materia è che è vecchia, antica, ancestrale, ci obbliga a un bagno di umiltà, è un ottimo antidoto al noioso mondo dell’egomania sociale. Abitiamo un presente costantemente acceso, in cui dobbiamo farci trovare sempre aggiornati, accelerati, scattosi, pronti a reazioni istantanee, a sfoderare opinioni su qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Ecco, la mia reazione è quella di guardare al ciclo delle stagioni, di tornare a studiare un ritmo biologico differente, ma senza esser nostalgici o ingenui. Voglio trasformare la fragilità biologica del cibo in un laboratorio materico innovativo, in una fantasmagoria ludica, ma anche etica, e politica.

Alcuni mesi fa ho iniziato a svuotare e seccare frutta e verdure di stagione, per farne delle ciotole di tempo, delle reliquie magiche, che trasformavano l’umido in secco, e il molle in eterno. Inizialmente pensavo fossero degli oggetti docili, anche teneri, e buffi, ma man mano che il tempo passava mi rendevo conto della loro violenza.  Dopo qualche tempo, ho iniziato a conservare gli avanzi dei miei pasti, come per ringraziare quel che mi sfama. L’acido dei limoni, e il loro inchiostro simpatico ha fatto il resto, componendo questi mandala di carta. Questa mostra è fatta da due serie di lavori che nascondono sotto panni decorativi un’energia dissacrante e disperata. Sono fossili, perché il fossile, a pensarci bene, è un grumo di materia mal digerita, mai assimilata, vomitata nel mondo. Queste sculture sono un messaggio analogico irriverente, ci ricordano che nessun corpo è neutro.

I fossili minano qualsiasi idea di autore, nel loro mondo non ci sono invenzioni, ma solo scoperte, ibridazioni e sincretismo, la loro scrittura procede per impollinazione, sono il risultato di un metabolismo collettivo. A me intessano i materiali, più che le forme, e tento di stuzzicarli per liberare la loro voce, di stanarli per mostrare la loro saggezza, di farli suonare per sentire quanto conformista e limitato sia il nostro modo di guardare e pensare il mondo.

 

PS: Si dice che gli animali si nutrano e solo l’uomo in quanto animale eminentemente simbolico mangi e, addirittura in questo senso, si potrebbe trasformare il cartesiano cogito ergo sum in edo (dal verbo latino edere/divorare) ergo sum, nel senso che il cibo è una forma di iniziazione al sapere perché l’uomo mangiando pensa agli alimenti. La crisi sembra che spinga le persone ad affollare i ristoranti e tu hai definito questa tendenza una sorta di scrittura isterica, non è un caso che molta disperazione contemporanea si trasmuti in anoressia, in bulimia nervosa e in altri ambiti sociali in obesità. Non credi che in questa società della tavola il cibo tenda a divorare ogni forma di complessità, fino ad appiattire anche il paesaggio urbano sulla gastromania?

 

LT: La nostra conoscenza del mondo passa attraverso i sensi, e avviene nella manipolazione diretta delle cose: mangiare digerire espellere trattenere sono solo alcuni momenti della ruota della metamorfosi, che è sempre in moto. In un mondo ossessionato dal puro e dal certo, abbiamo bisogno di nutrire processi altamente energetici, per trovare la forza per essere curiosi.

A me appassiona la materia come nutrimento, non il cibo dalla cultura mainstream, che in pochi anni ha trasformato un rito di convivenza in un feticismo vuoto e aggressivo, in uno status symbol da conquistare e esibire. Il mondo del cibo per come viene raccontato e vissuto è un tristissimo laboratorio steroideo, dove le nostre identità sono definite in base a parametri da positivismo ingenuo e tossico, è un incubo prestazionale senza alcuna allegria, dove l’unica fame è quella di successo, e a lievitare deve essere la nostra posizione sociale. In tutto questo turbine nevrastenico di doveri sociali e cucina performativa che fine ha fatto la curiosità? La curiosità per me è tutto: è un lavoro costante, né leggero né innocente, né necessariamente pacifico, ma dalla ricompensa assicurata. Essere curiosi non è una festa, o un atto giocoso, infantile o colorato; essere curiosi è una dipendenza, che obbliga a essere aperti al mondo, a mettere in discussione le proprie convinzioni e i propri equilibri, per cercare soluzioni a problemi che non sappiamo ancora di avere. È come fare opere d’arte fingendo di non averle fatte, ma di averle trovate, come un fossile scoperto nel cuore di una montagna, magari fatto di frutta essiccata …

 

PS: Ludwig Feuerbach le cui idee influenzarono Engels e Marx affermava “Der Mensch ist, was er isst”, “l’uomo è ciò che mangia”, frase che nella lingua tedesca gioca sulla somiglianza della terza persona singolare del verbo essere e del verbo mangiare. Il materialismo radicale di Feuerbach si schierò contro ogni filosofia che negasse l’unità psicofisica dell’uomo, arrivando a affermare che noi coincidiamo con ciò che ingeriamo. D’altra parte, ai tempi, siamo intorno alle metà del XIX secolo, esistevano seri problemi di sussistenza, pertanto Feuerbach disse che la fame non abbatte solo il vigore fisico, ma priva l’uomo della sua capacità di pensare e dunque della sua umanità. Sosteneva che alla base del perfezionamento della cultura c’è una buona alimentazione e che per cambiare un popolo bisogna cambiare le sue condizioni materiali. Adesso, seppur in Europa fame e carestie sembrino domate, la politica agricola comunitaria PAC, istituita nel 1962, assorbe circa il 40% del bilancio totale UE e tende a facilitare ancora i grandi latifondisti che si oppongono al cosiddetto green new deal andando a incidere sulla qualità dei prodotti dell’industria agroalimentare rispetto all’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, che impattano fortemente sull’ambiente e sulla qualità delle nostre abitudini alimentari. Per ricondurci a una lettura che ci hai consigliato, il pane selvaggio, il pane alloppiato, di cui tratta Camporesi, che induceva il popolo a vagheggiare quiete cuccagne artificiali, ha assunto sembianze più subdole e zuccherose, un po’ come le guerre? I cibi si trasformano, come gli avanzi e i fossili alimentari delle tue opere, anche in sentimento?

 

LT: Negli anni di Weimar, dal 1919 al 1922, un pervasivo odore di aglio riempiva gli spazi della mensa del Bauhaus, e i corpi degli studenti che vi mangiavano. Alma Mahler, la moglie di Walter Gropius, da buon asceta quale era, trovava quell’odore semplicemente intollerabile.

Secondo Bernd Wedemeyer-Kolwe il Bauhaus fu la prima scuola d’arte a contenere la ginnastica ritmica nei suoi corsi. Ecco, fu anche la prima in cui venne introdotto un rigido disegno alimentare, regolato da Georg Muche e ideato da Johannes Itten, secondo le regole della dottrina mazdazista.

Ispirato allo Zoroastrismo, il programma implicava un rigido vegetarismo, imponendo una dieta rigorosa fatta di cereali e noci, succhi e verdure, senza disdegnare l’uso di potenti lassativi. Tra le lezioni e i rituali, Itten persuadeva gli studenti a concentrarsi alla depurazione dei loro corpi, con lo scopo di raggiungere una forma di pulizia intestinale per equilibrare il corpo individuale e influire su quello spirituale, parte di un’esperienza comunitaria condivisa e vincolante. Ecco, Tu mi chiedi del cibo come sentimento, e io ti rispondo con l’amaro calice dell’utopia…

Una storia tra le tante per ricordarci come il corpo e il cibo siano impegnati in un duello senza fine, quello tra la percezione della tecnologia come strumento evolutivo e la sensazione perturbante di essere abitati e definiti da un corpo estraneo. Credo nel potere cognitivo dell’arte e della scultura, ma soprattutto nel potere conoscitivo della cucina, come forma di sapere democratico che si esercita dal basso, come lente d’ingrandimento per capire, e per decidere, l’animale che vogliamo essere.

 

 

PS: L’insorgere di malattie di rilevanza epidemiologica si inserisce sempre in un determinato sfondo sociale-antropologico. Carol Gilligan In a Different Voice, afferma che le malattie psichiche della donna sono state fraintese perché il modello di lettura alla base è quello maschile. A proposito di costruzioni di identità attraverso la ridefinizione della dieta, l’anoressia determinata dal volontario affamarsi rischiando la vita si è diffusa nella seconda metà del XX secolo e ha preso il posto dell’isteria dell’Ottocento come patologia essenzialmente femminile. L’anoressia colpisce soprattutto femmine adolescenti, benestanti, bianche e occidentali. Rudolph M. Bell in La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal medioevo a oggi, ha gettato un ponte tra l’anoressia delle mistiche nel medioevo e l’anoressia nervosa contemporanea. È difficile ricondurre al malfunzionamento dell’ipofisi gli ascetici digiuni di sante come Caterina da Siena e altre che tra il 1300 e il 1500 furono affette da patologie alimentari, che lo studioso riconduce alla lotta per l’autonomia identitaria e alla conquista dei diritti in una società patriarcale, attuata interrompendo il meccanismo vitale dell’alimentazione e ripudiando di fatto la fisicità. In questa luce le sante anoressiche del medioevo paiono circondate da un’aura femminista. Sia le sante nel medioevo che le ragazze contemporanee che inseguono la magrezza lanciata da Twiggy negli anni ’70, perseguono ideali ben accolti dal proprio tempo. Con la Controriforma che tacciò di eresia le patologie alimentari delle ascetiche, la pratica del digiuno estremo tra le sante è andata via via scomparendo. Il cibo talvolta invece di essere democratico mezzo di coesione diventa elemento di dispersione e gioca ancora un ruolo principale nella differenziazione tra i generi maschile e femminile. La cucina intanto ancora oggi è più territorio femminile, mentre l’alta cucina con la sua tendenza a de-sostanzializzare, eterizzare, estetizzare e infine a miniaturizzare le porzioni è prevalentemente maschile. Esisterà mai un orizzonte alimentare coesivo e comune e eventualmente come sapremo riconoscerlo?

 

LT: Penso alla Regola monacale, alla comunità monastica che condivide il silenzio, il teatro di verdura del chiostro, e la prassi quotidiana. Senza regole non viviamo, è come giocare a tennis senza rete, non c’è né capo né coda. Se il cibo è trionfo di messi e libagioni senza pudore né direzione, allora io propongo la povertà francescana, che lotta per un solo unico diritto, quello di non avere diritti, e che si posiziona al di là del controllo politico, nella metafisica. La povertà non come privazione, ma come sapere frugale, la capacità di riconoscere il necessario.

 

PS: I lavori che andranno a informare la mostra In Bocca, sembrano rimandare alla necessità del passaggio da una posizione ego a una posizione eco: muovendo dal cibo, riconducono all’idea dell’economia circolare della vita, che a differenza dello sviluppo economico produttivo lineare dell’antropocene, è inclusivo, non produce scarti di sorta che si tratti di materiali, piuttosto che di marginalizzazione di capitale umano e sociale. Gli scarti produttivi dell’economia lineare sono indigeribili: non possono essere gettati e smaltiti, ma solo spostati un poco più lontano nel pianeta. Il cibo ha cambiato la biomassa della Terra, se pensiamo che il 60% dei mammiferi presenti sul pianeta sono animali allevati per essere cibo, il 36% è costituito dagli umani e solo il 4% sono specie selvatiche. Oltre a sussurrarci con garbo che nessun corpo è neutro, fossili e avanzi indigesti di In Bocca indicano l’urgenza dell’approccio ecologico integrale e anche della solidarietà o meglio della pietas?

 

LT: La cucina esiste per mantenere il fuoco, e quindi il rito. Queste mie ricette sono terapeutiche ma non perché vogliono lenire, ma per tenere aperte le ferite, non si propongono di cauterizzare il nostro io, ma di scucire ogni sua difesa. Altari alla fragilità, vanitas, memento mori, natura morta, chiamiamole come volete, il genere è quello. Sono l’immagine perfetta del nostro inciampare in un mistero, un’immagine dal corpo solido ma dall’anima liquida, sfuggente ma non svanente, che resta come un monito senza tempo. Il cibo è il collante tra il nostro corpo e il paesaggio tutto, mangiare esorcizza la paura dell’eterno, i lavori che metto In Bocca interrogano quel che accade alla materia quando questa si separa dalla nozione d’individuo, alla fine dell’io, oltre il sogno narcisista, quando quel che siamo va dove mai sapremo.

 

PS: La tua arte è connotata da sempre dal tentativo di fissazione perenne del deperibile. Si tratta di una sorta di ripudio del trascorrere del tempo o di fascinazione rispetto all’eternità?

 

LT: È un po’ come l’acqua, che incarna l’idea del moto perpetuo, una continua ridefinizione del tutto. L’alchimia è un inno alla porosità delle cose, è fiducia olistica, è teoria del Tutto, riconoscere che tutto è dappertutto. Reagire al culto del sé con la sospensione dell’io, il poco controllo, la bellezza dell’inesperienza, il mistero.

Si dice che Henri Bergson ritenesse che la nostra coscienza non si trovasse nel corpo, ma che questa esistesse al di fuori di noi, e prima di noi, là, fuori, dispersa nel mondo. Ecco che il cervello si faceva stazione ricevente; la mente non era radicata in noi come una pianta coriacea, ma piuttosto un’attenta antenna capace di captare vibrazioni, una radiolina che ascolta segnali che ci preesistono, insomma, e non un megafono sicuro di sé che bla bla bla tutto il tempo. Gli alchimisti si arrendono alle facoltà narcotiche della materia, sono golosi cultori della metamorfosi, e quindi del divenire incessante delle identità. In un mondo ossessionato dal puro e dal certo, dal clinico e dal certo, serve guardare a procedimenti energetici e improbabili come l’alchimia, trovarvi la forza per ignorare le interdizioni e i tabù. Occorre però oculatezza: dell’alchimia non adottiate la vulgata spiritualista e sempliciotta, ma la sinestesia, la fusione dei sensi, la fiducia disperata.

Ripensate il trapianto, l’innesto, la mutazione, rubate i gesti al botanico irrequieto, e utilizzateli per dar vita a immagini, sculture, azioni. Sono questi metodi e strade che distorcono e sublimano la nostra idea di ricerca scientifica, e la traghettano in pratica artistica, in favola visiva, in libertà.

How to listen to the universe in a spider/web: A live concert for/by Invertebrate Rights by Tomás Saraceno

 

 

On New Year’s Eve Rome will connect all the inhabitants of Planet Earth to the Universe through “How to listen to the universe in a spider/web: A live concert for / by the Invertebrate rights”, world premiere of a new artwork by artist Tomás Saraceno.

 

The artist will explore the connections of Planet Earth with the Universe and of Human beings with Nature and the Cosmos, thanks to a new artwork that involves the public in three levels of active participation: a sound level, a visual one and a third level related to the perception of vibrations.

 

Thanks to the Gravitational Waves detected by the Virgo Antenna, active at the European Gravitational Observatory in Pisa, Saraceno elaborated a series of sounds that correspond to the phenomena that occur in space (i.e. explosions of stars, black holes, collisions…). Each sound accurately describes a cosmic event thanks to a system developed by the blind astronomer Wanda Dìaz-Merced.

 

It will be possible to listen to the concert both through the portal www.culture.roma.it and through the Arachnomancy App – for a better enjoyment of the concert it is strongly recommended to use good quality headphones.

 

The app will also be the way to experience the second perceptual level, where the sound, perceived with tact via smartphone, will be broadcasted with vibrations in the full version of the concert.

 

During the concert, the artist will invite the participants to approach, if possible, a spider/web – a recurring theme in his work – in order to share the experience of the concert with the animal: there are many similarities between the communication of the arachnoids and the diffusion of cosmic gravitational waves.

 

The third level of the experience, the visual one, will consist of a video-documentary produced by the artist that illustrates the celestial bodies from which the sounds has been taken and explains the role of spiders/webs in his research.

 

The video-documentary was developed by Tomás Saraceno in conversation with Wanda Díaz-Merced, Stavros Katsanevas, Peggy SM Hill, Costantino D’Orazio, Francesca Macrì and Claudia Sorace.

It will be visible on the portal www.culture.roma.it and on www.arachnophilia.net, and will also present the images of the light beams installed in Rome by the artist, which will be projected towards the constellations.

From the eastern quadrant of Rome, between via Tiburtina and Prenestina, from the suburbs to the historic center, on New Year’s Eve three rays will rise to the sky and will connect three significant places, chosen by Saraceno for their symbolic value, with the universe and vice versa. One will point the stars from Lake Bullicante “Sandro Pertini” at the ExSnia, a place where the city community conducts awareness-raising and research on environmental issues; one will start from the ruin of a bombed house in San Lorenzo district, symbol of the Resistance and custody of historical memory; the last one will be located on Colle Oppio, near Caritas association, where significant social commitment is implemented every day by serving meals to the poor ones.

 

 

 

CREDITS

 

How to hear the universe in a spider/web:

A live concert for/by Invertebrate Rights

by Tomás Saraceno

 

Promoted by Roma Culture

and produced by Azienda Speciale Palaexpo and Sovrintentendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaboration with Zètema Progetto Cultura.

Curated by Costantino D’Orazio with Francesca Macrì and Claudia Sorace, curators of OLTRE TUTTO.

 

Idea, composition, visuals & sounds: Tomás Saraceno.

 

With project collaborators: Wanda Díaz-Merced, Stavros Katsanevas, European Gravitational Observatory and Peggy S. M. Hill, University of Tulsa.

 

With the support of Studio Tomás Saraceno in particular Sarah Kisner, Saverio Cantoni, Marina Höxter, Irina Bogdan, Lars Behrendt, Claudia Meléndez, Manuela Mazure, Dario Lagana, Giulia Albarello, Gustavo Alonso Serafin, Lucas Mateluna, Jillian Meyer, Lugh O’Neill, Soledad Pons, Ilka Tödt and collaborators Christian Flemm and Caterina Nicolini.

 

With vibrations from the Arachnophilia community: Nephila senegalensis, Pardosa lugubris, Cyrtophora citricola, Habronattus dossenus from the Arachnophilia Archives recorded at Studio Tomás Saraceno, and Duncan Anderson, Ally Bisshop, Markus J. Buehler, Peggy S. M. Hill, Prof. Dr. Hannelore Hoch, Odysseus Klisouras, Marco Isaia, Elena Piano, Patrick Reddy, Roland Mühlethaler.

 

With vibrations from the universe: Wanda Díaz-Merced, Stavros Katsanevas, Vincenzo Napolano, European Gravitational Observatory, AGC7849 Spiral Galaxy, Solar winds, Solar storms, Cosmic Microwave background, Gravitational waves, Earth-Moon-Earth radio connections, Topography of the moon, Damian Elias, Dustin Jaschko, Advanced Composition Explorer, NASA, Giuseppe Greco, University of Urbino, Irene Fiori, Gary Hemming, Pierre Chanial, CA Muller Radio Astronomy Station, Dr. Gregory Neumann.

 

With sound processing in collaboration with Stefano Ferrari and Constantin Carstens at Paraverse Studios Berlin.

With moving images in collaboration with Matías Lix Klett, Felix von Boehm, Charlotte Jansen, Maximiliano Laina and archives from Tomás Saraceno: Quasi-social musical instrument IC 342 built by: 7000 Parawixia bistriata – six months, Museo de Arte Moderno de Buenos Aires, 2017, Particular Matter(s): Jam Session, How to entangle the universe in a spider/web?, Sounding the Air, Palais de Tokyo, 2018, Palazzo Strozzi, 2020.

 

Arachnomancy App developed with the Arachnophilia Archives together with Studio Tomás Saraceno and Ingo Randolf, Mei-Fang Liau and Abe Pazos Solatie.

With producers from Rome: Martina Merico, Sarah Parolin.

With technical director from Rome: Maria Elena Fusacchia.

With light beams hosts in Rome: Lago Bullicante, Casa della Memoria di San Lorenzo, and Caritas in Colle Oppio Park.

 

With special thanks to Antonella Berruti and Francesca Pennone of Pinksummer Contemporary Art, Genoa, and Andersen’s, Copenhagen; Ruth Benzacar, Buenos Aires; and Tanya Bonakdar, New York/Los Angeles, Verónica Fiorito and the teams from Centro Cultural Kirchner, Ministerio de Cultura de la Nación Argentina and Canal Encuentro, and to all the community members of Arachnophilia, Arachnomancy and Aerocene.

 

Courtesy the artist.

© Tomás Saraceno, 2020

 

How to hear the universe in a spider/web: A live concert for/by Invertebrate Rights is property of Tomás Saraceno. Material may not be copied, reproduced, shared, modified or in any way distributed without express written consent from Studio Tomás Saraceno.

 

 

INFO

 

There are various ways to listen to Tomás Saraceno’s “How to hear the universe in a spider / web: A live concert for / by invertebrate rights”.

 

Download the Arachnomancy app available on the Apple Store and Google Play.

 

At 10pm CET (Rome) on December 31st connect to the app, join the community of arachnophiles around the world, and find your spider / web friend, to feel the spider / web’s binaural vibrations and listen to this concert in a different way. Don’t forget to wear headphones and activate vibration mode. Feel the earth beneath your feet, listen to the song of the stars and the spider / web …

 

The concert will be available starting from 10pm CET (Rome) on December 31st also on www.culture.roma.it and www.arachnophilia.net.

 

For a better enjoyment of the concert we strongly recommend the use of good quality headphones.

 

In Rome, in the historic center and in the eastern part of the city, stay at home and look at the sky. The stars you are listening to will shine on three special places – Lake Bullicante, Casa della Memoria di San Lorenzo and Caritas del Parco di Colle Oppio – together with the terrestrial lights of three light beams.

 

The concert will be available on www.culture.roma.it and www.arachnophilia.net from 10pm (CET) on December 31, until January 3.

 

In Argentina the concert will be broadcasted on Canal Encuentro at 10pm ART (Buenos Aires).

 

Può uno spazio vuoto essere esplosivo?

Rassegna film e video

Can an empty space be explosive? is the title that we chose for the video – film programme that will happen because the rest programmed couldn’t and since we have a strange wish to do, and to do in presence, we gave the contingency a title that, although it recalls the quantum effervescence of zero-point energy, we would like the sum of this little review not to be anything, but to fill a bit the void. 

From 22 December to 16 January, with an interruption from 24 December to 6 January, the programme will be hosted in the hour of the gallery, in the main room of one or different films of the same artist, in the project room each day will be presented an artwork of the same artist. In the stairwell for the duration of the programme, a small drawing cabinet will be set up independently from the show. A maximum of four people at a time can access the exhibition.

22.12.2020 Cesare VielAndroginia – Domande d’Identità

23.12.2020 SUPERSTUDIOSupersuperficie – Atti Fondamentali

07.01.2021 Tomás SaracenoFly with Aerocene Pacha

08.01.2021 Georgina StarrAndrogynous Egg – Moment Memory Monument – Before Le Cerveau Affamé – Flesh: Six Sculptures – THEDA – The Bunny Lake Collection

09.01.2021 Bojan ŠarčevičThe breath taker is the breath giver

12.01.2021 Amy O’NeillThe Zoo Revolution

13.01.2021 Guy Ben NerSoundtrack

14.01.2021 The Icelandic Love Corporation: Aqua Maria – Water and Blood

15.01.2021 Invernomuto: Wishes of a G

16.01.2021 Koo Jeong A: CHAMNAWANA

Michael Beutler – Keep beating below 65°

Comunicato stampa

Abbiamo deciso di lasciare sospese le domande stimolate dalla lettura della corrispondenza e-mail con Michael Beutler. Michael Beutler se lo vorrà ci risponderà a mostra aperta.

Michael Beutler: L’estate è molto calda. Sto fondendo lontano dal mio studio. Non ho deciso ancora niente circa il tema della mostra. Vorrei proprio fare una grande installazione. Così non sarà una mostra di frammenti come la scorsa volta, ma un’installazione che dialoghi con l’architettura in qualche modo. In questi giorni fantastico di grandi volumi e immagino di produrre una specie di polistirolo fatto di palle di carta. È un po’ collegato a un lavoro che avevo previsto di fare per una personale a Ludwigshafen al Wilhelm Hack Museum. Ludwigshafen è la città della BASF dove tra tanta plastica producono anche polistirolo.
Immagino un grande volume che assomigli un po’ a una roccia artificiale.
L’unico problema, ma è anche la parte bella del lavoro, è il suo volume gigante…  Potrebbe essere problematico per il trasporto e per le vostre porte piccole e ovviamente anche per il magazzino. Sto anche valutando alternative, una soluzione dal volume meno ingombrante per l’installazione nella vostra galleria. Ma questa volta lì vorrei proprio un lavoro grande.
Costruirò un piccolo modello dello spazio e l’installazione e alcuni esempi di materiale così avremo tra le mani qualcosa di cui parlare.

(Pinksummer: Il tuo lavoro tende a incoraggiare nel visitatore la produzione di significati, piuttosto che il consumo di significati chiusi. Se non fossi l’autore che significato produrresti di fronte a una mostra “monolitica”, piuttosto che a una “frammentaria” del medesimo autore, vale a dire rispetto a un’unità di stille e alla coerenza tematica?).

M.B.: La base di molti dei miei lavori è l’idea di pensare alla galleria come fosse un contenitore che è stato costruito per ospitare un certo oggetto, piuttosto che considerare la galleria come pre-esistente e rispetto al lavoro. Il VASA Museum a Stoccolma è probabilmente un buon esempio per questo genere di architettura.
Detto ciò lo spazio sociale cambia a un grado altissimo. L’opera controlla il movimento delle persone. Queste si trovano in una situazione speciale, devono tenere in considerazione l’opera e comunicare tra di loro.
Un’altra parte di questa strategia è non dare la possibilità di vedere l’intero lavoro: il visitatore deve muoversi attorno per osservare, dovrà ricordare e dovrà assemblare assieme i pezzi dell’oggetto nella sua testa.
Mi è sempre piaciuto della vostra galleria il bel soffitto voltato. Vorrei proprio giocarci e penso che questa potrebbe essere l’occasione giusta.
Vediamo…
Immaginate la mostra a Portikus (Il castello di Portikus) dentro alla galleria, o una grande roccia di materiale in equilibrio sopra una parte più piccola che lasci pochissimo spazio per muoversi all’interno della galleria.
Ho pensato a ciò che devo fare per organizzare il trasporto ect…
L’intera mostra di Venezia è entrata in un solo camion. Magari funziona anche questa volta, incrociamo le dita.

(Ps: La domanda principale che le persone si pongono di fronte a una nave in bottiglia è come si è potuto inserire in uno spazio così piccolo una creazione così grande.
Sotto il profilo tecnico, a cui tu non sei mai estraneo, le navi in bottiglia possono essere costruite in due modi:

  • La tecnica antica prevedeva la costruzione del modellino fuori dalla bottiglia e la spiegatura della velatura avveniva una volta che lo scafo era stato inserito all’interno della bottiglia, attraverso fili.
  • La tecnica moderna prevede la costruzione della nave direttamente in bottiglia attraverso strumenti di precisione.

Comunque la più antica nave in bottiglia risale al 1780. Inizialmente venivano costruite da marinai, guardiani di fari, prigionieri. Erano merci di scambio nelle bettole e nei bordelli.
Gli oggetti più antichi in bottiglia erano soprattutto preghiere, croci, che la gente di mare portava in viaggio per ancorarsi a qualche certezza in forma di amuleto. La bottiglia era un semplice contenitore per proteggere il porta fortuna dalla salsedine e dall’umidità.
Le navi in bottiglia a volte assomigliano un po’ a ex voto: oggetti dati in dono a una divinità a seguito di un impegno che il richiedente assumeva affinché venisse esaudita una richiesta. L’ex voto è un ringraziamento come fosse una manifestazione tattile della preghiera.
Gli ex voto però come le navi in bottiglia sono piccoli oggetti da guardare da fuori, qui tu ci porti dentro alla bottiglia dove l’oggetto è inafferrabile e ci richiede, per essere percepito, memoria, logica e forse anche immaginazione. La tua roccia artificiale limitante è una metafora o una menzogna per citare il saggio di Harald Weinrich? E per citare Baudrillard quando la prigione non esiste più il sequestro e la reclusione possono avvenire in qualsivoglia spazio/tempo?).

M.B.: Ho strapazzato alcuni pensieri e preso alcuni appunti nel mio studio. Da questo processo ho distillato un titolo:
Keep beating below 65° (Continua a sbattere sotto i 65°)
È una lettura errata dell’etichetta di un latte d’avena in bottiglia di un bar, del cui contenuto schiumoso ho goduto stamane insieme al mio caffè. Erano istruzioni stampate sulla confezione che consigliano come rendere la schiuma del latte nel migliore dei modi.
I miei lavori si prestano ad avere dei manuali considerando che non sono l’unico a produrli. Tuttavia ho un rapporto ambiguo con i manuali. Non mi piacciono tanto le ricette.
Faccio piuttosto degli esperimenti e lavoro con ciò che c’è, apro i miei sensi al materiale che ho disponibile. Senza contare che uso anche internet per trovare informazioni su come le cose potrebbero essere fatte. Facendo ciò ho sempre la sensazione di avere sprecato il mio tempo.
Dal momento in cui ho iniziato la mia pratica circa 20 anni fa, gli strumenti per raccogliere conoscenza sono cambiati parecchio. All’inizio dovevo davvero capire da solo come piegare le maglie della rete metallica. Oggi potrei aprire una pagina web e sempre trovare qualcuno che l’abbia già fatto, e che ne ha anche fatto un filmato. Ma questo ci può aiutare? Sono ancora qui con i materiali tra le mani, semplicemente non voglio fare quello che ho visto in questi video, e non voglio ripetere un processo sapendo che perderei tutta la meraviglia della scoperta. Nessuno di questi manuali aiuta a fare arte, neanche Sol Lewitt.
Con il mio caffè tra le mani sono passato accanto a un mucchio di libri nel corridoio dove si trova la nostra libreria. Vedo un piccolo opuscolo che ho realizzato al laboratorio di ceramica Kahjiro Kaway a Kyoto durante la nostra residenza del Goethe Institut del 2018.
Sulla copertina dice “Nessuno lavora da solo”; così vero penso e immediatamente mi sembra di sapere perché sto faticando ad assemblare le mie cose. Ho fatto un’intera gamma di esperimenti e nessuno ha realmente funzionato. Ho fatto questi esperimenti per trasferire il mio lavoro ai miei aiutanti. Per razionalizzare una tecnologia fragile e riuscire a convertirla in un processo ripetibile. La riproduzione crea credibilità e stabilisce un sistema oltre all’apparenza di uno solo degli oggetti.
Sto facendo questi esperimenti pensando a come la produzione in galleria avrebbe potuto essere. Mi prefiguro sempre una situazione: i materiali sono tutti già disposti, tutti gli attrezzi sono sistemati e curati da persone indaffarate e curiose che si divertono con qualsiasi aggeggio passi loro tra le mani. Sì – “Nessuno lavora da solo” – io certamente no. Ma come fare di questi tempi. Mi piace fare questi esperimenti, devo davvero farli da solo per far lavorare i miei sensi. Ma quando effettivamente inizia la produzione allora avrò bisogno degli altri.
Il Covid 19 è ancora in circolazione e verrà affrontato solo quando lavoreremo tutti assieme.
Internet ha aiutato a diffondere l’informazione e a tenere la gente impegnata nelle loro case solitarie. Ma continua a spargere informazioni errate e molte teorie cospirazioniste. Internet mi ha dato modo di parlare con i miei studenti, ma incontrarci dopo qualche mese ci ha reso felici.
Così suppongo Keep beating below 65° perché non vogliamo che la bella schiuma collassi.
Sbattere energicamente ma con cautela, sbattere intendo.
Voglio davvero tanto incominciare il piccolo workshop in galleria che con solo 3 o 4 persone riuscirà a creare forme schiumose, che lentamente cresceranno per formare questa grande struttura che conquisterà lo spazio separandoci di nuovo l’uno dall’altro, ma che, si spera, mostrerà anche la gioia della realizzazione tutti insieme.

(Ps: Perché hai usato metafore culinarie per descrivere la progettazione della mostra? Strapazzi i pensieri come fossero uova, parli dei manuali come fossero ricettari. Non è un malinteso che tu intitoli la mostra reinterpretando le istruzioni sull’imballaggio di un latte d’avena atte a rendere la schiuma al meglio. Keep beating below 65° ci appare come una volontà:
A proposito della schiuma Roland Barthes scriveva in miti d’oggi: Quanto alla schiuma, è nota la sua significazione di lusso; prima di tutto ha un’apparenza di inutilità; in secondo luogo la sua proliferazione abbondante, facile, quasi infinita, lascia supporre nella sostanza da cui esce un germe vigoroso, un’essenza sana e potente, una grande ricchezza di elementi attivi in un piccolo volume originario; infine seconda nel consumatore un’immagine aerea della materia, un modo di contatto leggero e verticale insieme, perseguito come una felicità…. La schiuma può perfino essere segno di una certa spiritualità nella misura in cui lo spirito è ritenuto capace di ricavare tutto dal nulla, una grande superficie di effetti da un piccolo volume di cause…).

Ps: A proposito di Roland Barthes e de La morte dell’autore e anche di Foucault e del testo incipit di Suzanne Prinz della tua ultima monografia Things in Slices in che rapporto sei con l’autorialità e con l’idea di avanguardia e di capolavoro? È più importante l’autore, l’opera, la sua riproducibilità o il visitatore?

Ps: Circa il riciclo come si può distinguere un lavoro sostenibile da uno insostenibile?).

Why should not we enjoy an original relation to the universe?

 

COMUNICATO STAMPA

 

Pinksummer goes to, dopo Roma e Palermo, andrà in villeggiatura nel castello del piccolo borgo medioevale di Senarega, in alta Valbrevenna, ai piedi del monte Antola, montagna cara ai genovesi, il cui nome deriva dalla parola greca ἄνθος (antos) che significa fiore, montagna fiorita dunque, dove il sedicenne Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955), sulla strada sul crinale tra Pavia e Genova, bivaccò una notte, osservando per la prima volta, in quel cielo misterioso, quanto fosse bizzarra l’orbita disegnata da Mercurio. D’altra parte, per quest’anno, niente appare più appropriato della villeggiatura e dell’otium che ne consegue, per rinfrancarci in anticipo da viaggi o vacanze eventuali, in un futuro che non sappiamo ancora ridisegnarci in forma confidenziale.

Una mostra di mezza estate, che aprirà i battenti del castello dei Fieschi di Senarega a fine luglio e chiuderà in prossimità dell’autunno, il cui nome l’abbiamo pescato nell’introduzione di Nature di Ralph Waldo Emerson (Boston, 25 maggio 1803 – Concord, 27 aprile 1882) e recita: Why Should Not We Enjoy an Original Relation to the Universe?

Friedrich Nietzsche (Röcken, presso Lützen, 1844 – Weimar 1900) stesso si lasciò ispirare dal pensiero di Emerson quando immaginò a Genova La Gaia Scienza.

Una mostra, quella di Pinksummer a Senarega, per ragionare di un tempo, il nostro, in cui seppure non sembriamo più cercare un rapporto diretto con la natura né con Dio, sprofondati entrambi nel mito, ma a differenza degli antenati, ci è stato concesso di guardare con i nostri occhi, la biopolitica in azione. La rete dei poteri che ha gestito, o meglio sta gestendo le discipline del corpo e la regolazione della popolazione. Per dirla appieno con Michel Foucault (Poitiers, 15 ottobre 1926 – Parigi, 25 giugno 1984): un’area in cui il potere ha accesso al corpo per garantire la vita. Uno spazio in cui alla legge, viene sostituita la norma, duttile e plasmabile sulla circostanza come il metallo fuso, che garantisce al potere la zona franca dello stato di eccezione, che, Giorgio Agamben (Roma, 22 aprile 1942) avverte, nella ultra-modernità sta diventando, per un motivo o per l’altro, una consuetudine. Norma che negli ultimi mesi si è trasformata a livello planetario in un distillato velenosissimo di terrorismo puro, molto al di là dell’aberrazione linguistica di indicare anche l’esile pioggia di primavera con la parola allerta, seguita da quella che indica il colore giallo.
Why Should Not We Enjoy an Original Relation to the Universe? Presenterà le opere di otto artisti rappresentati da Pinksummer Koo Jeong A, Peter Fend, Tomás Saraceno, Mark Dion, Luca Vitone, Bojan Šarčević, Cesare Viel, Luca Trevisani. Una mostra che nel nostro intento fragile, vorrebbe rivendicare la vita piena, bruciando, come fosse uno spaventapasseri di paglia e cenci, la vita nuda. Un passaggio, come quelli che si celebrano sulle montagne, per scacciare con un rito di fuoco l’inverno e accogliere al meglio la rigenerazione.
Una mostra rituale tra le ripide montagne di una valle chiusa dell’Appennino ligure, per celebrare il diritto dell’individuo, giovane o vecchio che sia, alla soggettività e alla intersoggettività, anche inter-specie volendo, alla libertà e alla soddisfazione dei desideri veri, contro ogni scienza o ogni disciplina statistica o sociologica che ci ha trascinato inermi nel solco di una normalità fasulla e spaventosa rispetto all’attività biologica.
Un’esposizione germogliata per ricordarci che qualcosa di profondamente distopico è accaduto, e che l’accadimento è avvenuto nella cornice del neoliberismo pervasivo e deviato, forse anche patologico, che tende a appiattire la natura nell’eco ecologico-ambientalista, rendendoci dimentichi che la natura, quando le garba, sa essere davvero maligna con i suoi esseri, tutti, anche con l’uomo, senza eccezione, componendoci e dissolvendoci quasi fossimo delle nuvole. La natura che richiede ai nostri corpi e alla nostra intelligenza continui adattamenti. La natura che non ha eguali tra gli esseri e per perfidia e per istinto della bellezza e mai potremmo eguagliarla circa l’indifferenza.
Una mostra viziosa e anti-ecologica, come il circolo chiuso del pensiero poetico di Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli,14 giugno 1837), tra il tedio e il titanismo eroico dell’uomo, che potrebbe, con qualche aggiustamento disinteressato, smettere di considerarsi la locusta del pianeta, o farsi paragonare alla meteorite caduta sullo Yucatan, o ai rettili giganteschi, consumatori della preistoria.
La razza umana di fatto è un’eccezione tra le specie, e nel nostro umanesimo forse avventato, sappiamo che anche tra i castori più bravi a costruire dighe, non si può trovar alcun Galileo Galilei e neppure un Michelangiolo.
La mostra è un invito a prendersi una pausa, in breve, dal quadro igienico e igienizzante smaccatamente neoliberista della bio-politica perché al di là delle chiacchere misantrope dello gnomo o del folletto delle Operette Morali, anche Giacomo Leopardi riconosceva che l’eroismo della razza umana risiede nella consapevolezza.

Alcune opere presentate in mostra sono inedite, fresche fresche di produzione, altre sono fantasmatiche come i sogni, tutte sono umanizzate e umanizzanti nell’accezione più positiva.

 

  • Il 30 luglio l’artista Luca Vitone parlerà degli alberi all’interno della sua opera presentata a Senarega e collegata con il progetto del Parco Polcevera, a cui parteciperà come artista all’interno del progetto del Parco dello Studio Boeri.
  • In prossimità della notte di San Lorenzo l’8 di Agosto la scrittrice Rosa Matteucci farà una lettura dei Tarocchi realizzati da Tomás Saraceno.
  • A Ferragosto ci sarà una performance del collettivo di artisti Mefistofele Documenta.
  • Il 22 agosto l’apicultore Alberto Pesavento parlerà di api di alveari e indirettamente della polis.
  • Il 29 agosto Cesare Viel farà all’aperto sotto le stelle la rivisitazione della performance “Il Giardino di mio padre” tenutasi per la prima volta nel Padiglione di Arte Contemporanea di Milano lo scorso autunno durante l’inaugurazione della personale curata da Diego Sileo “Più nessuno da Nessuna parte”.

 

Si ringraziano il Comune di Valbrevenna, l’Ente Parco dell’Antola, Trattoria Il Pioppo e i partecipanti agli eventi: Rosa Matteucci, Alberto Pesavento, Cesare Viel, Luca Vitone, il collettivo Mefistofele Documenta

La mostra sarà aperta dal venerdì alla domenica dalle 16 alle 20 o su appuntamento.

 

EVENTI

  • 8 agosto 2020. Rosa Matteucci legge i tarocchi di Tomás Saraceno

    Tra le antichissime mura del Castello di Senarega, si potrebbe immaginare di ogni, tranne che ragni e insetti di ogni genere e foggia siano prossimi all’estinzione. Tuttavia i tarocchi di Tomás Saraceno, presentati nel 2019 insieme all’applicazione Aracnomanchy.com, nello Spider Pavilion realizzato da Saraceno nei Giardini per la 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia May You Live in Interesting Times curata da Ralph Rugoff, nascono come esercizio di mappatura contro l’estinzione degli antropodi e in assoluto contro l’estinzione.
    Di fatto l’applicazione implica una sorta di baratto: la lettura on-line della carta scelta avviene in cambio dell’invio di una foto di una ragnatela immortalata dove può capitare di trovarle, nell’angolo della stanza da bagno, sul balcone e in generale in ogni dove si aggiri il nostro sguardo, un poco appena più fino.
    Il mazzo oracolare di Saraceno e in generale, gli oracoli di ogni tempo, sono volti non tanto alla conoscenza del futuro, quanto alla trasformazione di esso, attraverso eventuali correzioni del presente. Una sorta di forma indotta alla legge della sintropia, intesa come diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, che spesso prescindono non solo per l’uomo, ma per tutti gli esseri, dalla mera soddisfazione delle necessità materiali. Se la soddisfazione delle necessità materiali avviene in un ambiente che genera paura, angoscia, panico, non si avrà mai organizzazione e rigenerazione.
    La lettura oracolare ben accudita da Rosa Matteucci, che è già stata tramite alla Biennale di Venezia e all’inaugurazione di Aria la personale di Tomás Saraceno a Palazzo Strozzi curata da Arturo Galansino, tutt’ora in corso a Firenze, fa emergere questa tensione alla coesione anabolica con l’universo, piuttosto che alla disgregazione di segno catabolico. 
    Ogni cellula e ogni sistema biologico si trovano di fatto, lungo la vita, sollecitati di continuo da rimbalzi che provengono dal passato, Kronos o legge della causalità e altre che arrivano dal futuro, Kairos, e devono adattarsi e operare scelte, per l’uomo si potrebbe parlare di libero arbitrio: ogni atto volitivo e pertanto razionale non può che far individuare come essenziali il perseguimento della felicità che implica la vita, il finalismo e la coesione con l’universo.
    Anche a Senarega la lettura dei tarocchi di Tomás Saraceno attuata dalla scrittrice Rosa Matteucci avverrà come scambio di pensiero e di emozioni e in assoluta gratuità.

Guy Ben Ner – Keeping the family safe – Film program

Pinksummer presenta

Guy Ben Ner | Keeping the family safe – Film program

20/03/20 – 03/04/20

20 March: Berkeley’s Island, 1999

22 March: Moby Dick – 2000

24 March: House hold – 2001

26 March: Wild Boy – 2004

28 March: TREE HOUSE KIT – 2005

30 March: Stealing beauty – 2007

Tutti i films resteranno disponibili sul nostro canale YouTube fino al 3 aprile 2020

Pinksummer ringrazia Guy Ben Ben per aver permesso la visione delle sue opere

© Guy Ben Ner. All the right reserved. Unauthorized copying, reproduction, hiring, lending, public performance and broadcasting prohibited.

Cesare Viel – Scrivere il giardino

 

Comunicato stampa in forma di intervista

 

Pinksummer: Tuo padre per certo non deve essere stato un tipo bagnato.

Il tuo Il Giardino di mio padre presentato al PAC di Milano nella personale Più Nessuno da Nessuna parte, ci ha fatto pensare all’ultima puntata della seconda stagione della serie televisiva The End of the F***ing World. Soprattutto alla fine, quando James (Alex Lawther), convinto da Alyssa (Jessica Barden), va con la ragazza sotto a un cavalcavia per spargere le ceneri del padre che sta portando con sé da parecchio tempo. James cerca maldestramente di rovesciare il contenuto dell’urna industriale dorata, ma esce una poltiglia grigia che si spiaccica a terra. Non vola via proprio niente. James giustifica il fatto senza sorpresa, considerando che suo padre da vivo era sempre stato un po’ bagnato. È allora che Alyssa, in quel suo modo minerale piatta, dice che morire è proprio una cazzata, perché si perde tutto.

Il posto sotto al cavalcavia era stato il luogo in cui il padre e la madre di James si erano incontrati per la prima volta, così orrendamente squallido che Alyssa chiede a James se i suoi genitori si trovassero lì perché stavano pedinando qualcuno. James risponde che prima del cavalcavia, quel luogo era un parco.

Chissà se l’essere genitore implica una stereotipizzazione accompagnata anche nei casi antiretorici, da un’affettuosa accezione negativa. D’altra parte, i genitori migliori si devono nascondere ai figli, per diventare un modello, il modello, un po’ come la scrittura fa con le parole e la natura con tutti.

Quegli oggetti che tu diseppellisci di Il Giardino di mio Padre, non dissimulano per niente il sentore di un percepito arido.

Che domanda vorresti ti venisse formulata rispetto a quell’opera? E poi, eventualmente, come ti risponderesti.

 

Cesare Viel: Con mio padre ho avuto un rapporto silenzioso, a volte anche molto distante. La domanda potrebbe essere: Che cosa mi ha portato a immaginare e a voler realizzare un’opera come quella?

Un celebre verso del poeta persiano Rumi dice: “Al di là di ciò che è giusto e sbagliato c’è un giardino, là ci incontreremo”. Dunque, forse, prima di tutto, il desiderio di una riconciliazione. Un deporre le armi, sedersi sul bordo di una relazione e finalmente ascoltare il silenzio. E camminarci dentro. Lentamente. Se l’arte ha una funzione è quella di farci percepire in un colpo solo tutta la gamma delle emozioni e dei pensieri racchiusi in una data situazione, reale o immaginaria, che abbiamo vissuto o che potremmo vivere.

 

Ps: Se Socrate fosse tra noi come tuo amico o conoscente, ti tratterrebbe dentro a un dialogo fittissimo per il titolo che hai scelto per la tua quarta personale da pinksummer Scrivere il Giardino. Si dice che avesse una marcata sfiducia nella parola scritta, sosteneva che una volta composto, un libro è cosa morta: chiunque può interpretare uno scritto a piacimento e di conseguenza è illusione di sapere. Direbbe che il giardino è la sede privilegiata della pratica filosofica espressa nella forma dialogica, cadenzata dalla tesi e dall’antitesi, come fossero usignoli che si rispondono a distanza, da albero a albero.

Il giardino è lo spazio utopico per eccellenza perché i giardinieri vivono per il futuro, devono intuire ciò che potrebbe essere, ciò che ancora non è.

In questo senso, anche noi sentendoci un poco giardinieri, immaginiamo che il tuo giardino, seppure scritto, non sarà mai un libro, giacché la tua scrittura non sottende alla narratività, neppure alla più flebile e disincantata delle narrazioni. Le tue frasi assomigliano in questo senso ai semi, e per quanto le parole in sé siano poco inclini a soggiacere alla gravità, le tue frasi sono come le seedbombs della green guerrilla. Sei un attivista garbato da sempre, però come ogni attivista vuoi anche tu un mondo migliore. Parlaci della tua scrittura sentenziosa e delle differenze e anche del futuro. Immagina la domanda che vorresti ti fosse fatta sui domani.

 

CV: Il giardino è un mondo, la frase è un mondo. Giardino, mondo, frase s’intrecciano e si rispecchiano l’uno nell’altra. Non so se avesse ragione Socrate a proposito della scrittura, ma so che per me la scrittura è un dialogo infinito con la superficie, su cui tutto scivola e rotola. La scrittura porge un piano, come la mano un piatto, nello spazio. Una pagina, un foglio, un volto, un corpo, una curva, una parola, sono superfici di varia natura e grandezza. Ora scrivere frasi per me significa soprattutto aspettare la giusta calibratura e porosità nei pensieri.

Mettere a contatto tra loro vari piani. E vedere che cosa succede.

Aspetto che le domande affiorino a poco a poco dal basso, come suoni dentro il corpo. C’è un eterno differente ritorno delle frasi scritte in questo giardino creato per loro. Ospiti resistenti, timidi e forti come i fiori, le piante e i ricordi.

Prima di iniziare qualsiasi progetto perché non camminare tra gli alberi? Far crescere le intenzioni come crescono gli alberi. Questa è ora la mia domanda-auspicio sul domani.

 

Ps: Alla foresta spontanea è seguito il frutteto, il giardino. In Sicilia chiamano gli agrumeti giardino. Nel Cantico dei Cantici è scritto: “Come un melo tra gli alberi del bosco il mio diletto tra i giovani. Giardino chiuso sei tu, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un paradiso di melagrana, con i frutti più squisiti, alberi di Cipro con nardo, nardo e zafferano, cannella cinnamomo con ogni specie di albero da incenso, mirra e aloe con tutti i migliori aromi…”.

Non credi che la nostra idea di giardino, assimilabile all’idea di Eden, di paradiso perduto, rimandi al fallimento a cui ci ha condotto la disobbedienza del peccato originale?

Pensi che abbiamo trattato il mondo e le altre specie umane, animali, vegetali e minerali in malo modo, per chiamarci fuori da una ferinità per cui abbiamo creduto di non essere tagliati? Per un mito, una credenza, una superstizione? È il muro che abbiamo eretto per separarci dalla natura la matrice del nostro progresso, del nostro giardino? È ancora possibile cambiare il verso delle scritture?

 

CV: Hortus conclusus, chiostro, frutteto… Nella storia del giardino risuonano desideri e reali bisogni di raccoglimento e speculazione filosofica, di coltivazione, crescita e mantenimento del ciclo biologico. La natura e le forme del giardino sono cambiate nel tempo così come via via si sono trasformati il nostro linguaggio e la nostra cultura.

Il giardino in fondo ci pone ogni volta una domanda sull’origine, sul punto di partenza e sulla direzione che intendiamo intraprendere. Stiamo vivendo oggi un tempo così complesso e difficile. Le nostre scelte sull’ambiente saranno determinanti per il futuro. Questioni planetarie talmente importanti, e di tale portata, che fanno tremare. Mi sento fuori scala. Un minuscolo punto perduto nella sabbia. Ecco che arriva dunque, proprio qui, il momento di sedersi in giardino. Ognuno come può e per quanto gli riesce. Passare un po’ di tempo apparentemente senza far nulla, per riposare e preparare le energie necessarie. Ritagliarsi momenti di giardino nella nostra vita. Forse solo così si può incominciare a pensare di cambiare anche il verso delle scritture. Agire la pausa, sviluppare una diversa forma di attività.

 

Ps: Il grande giardiniere Gilles Clément autore di Il Giardino in Movimento pensa al mondo come a un giardino, un giardino planetario di cui dovremmo essere tutti giardinieri consapevoli.

Afferma che in ogni spazio pubblico, in ogni giardino, si dovrebbe lasciare sempre uno spazio incolto libero da ogni mano, da ogni disegno per le specie pioniere e per gli insetti impollinatori. Per lasciare alla natura il vuoto per sviluppare la sua propria energia. Il tuo agire la scrittura rimanda talvolta a questa sorta di agevolazione, all’immobilità, al silenzioso incantamento. Il vuoto che crei tende a agevolare il tropismo dell’imprevedibile?

 

CV: Assolutamente sì. Ascoltare con consapevolezza l’allenamento del giardino, con i suoi tempi lenti, le sue attese, le luci e le ombre. Trovo fondamentale l’idea di Clément di lasciare una porzione di spazio libero, incolto. Per aprire fessure. Fare spazio. Considero gli spazi vuoti, e il lasciarli essere, vitali per ogni progetto, relazione, gesto o pensiero. Il vuoto e il silenzio: ingredienti essenziali per accettare l’imprevedibile e assecondare il movimento delle cose. Tra il mio giardino scritto e il “giardino in movimento” di Clément sento una grande affinità, un’intensa risonanza.

 

Ps: Virginia Woolf, su cui hai lavorato molto, a proposito del giardino di Monk’s House pare apparecchiarlo come la Clarissa Dalloway del romanzo apparecchia fin dal mattino, tra pieni e vuoto, la sua festa della sera.

“Io e Leonard abbiamo comprato un campo e stiamo facendo progetti ambiziosi di ogni genere per metterci terrazze, chioschi, stagni, ninfee, fontane, carpe, pesci rossi, statue di signore nude e polene di navi da guerra che si riflettono in laghi ombrosi”.

L’immagine dell’invito della mostra Scrivere il Giardino è bellissima. Cosa presenterai da Pinksummer?

 

CV: L’invito è un’immagine da un’enciclopedia illustrata del 1908 appartenuta a mio nonno. Sfogliare le pagine di quei volumi in tedesco e guardare le illustrazioni a colori è stata un’esperienza emotiva e mentale. Tutto un mondo imprevisto che si rivelava. Mi sono proposto di fare altrettanto in galleria. Aprire e svolgere un mondo-giardino, per camminarci dentro, sostare, osservare, leggere, meditare, fare esperienza. Passato, presente e futuro convivono e collaborano in questo progetto.  Ho immaginato frasi-superficie per un ambiente che si percorre ora ma che provengono anche da altri tempi e mondi affettivi. Alcune parti scritte di questo giardino a pavimento sono ricordi personali del giardino di una casa della mia famiglia, in Trentino.

Alla vasta e orizzontale mappa-giardino sono accostati poi nuovi collages. Fogli di un muto erbario di astratte forme modulari che tornano eguali ma sempre diverse.

Una scritta bicefala a parete dice: “inafferrabile si manifesta, la natura ama nascondersi”. Frase-innesto fra Laozi ed Eraclito. Nucleo segreto e misterioso di tutta la mostra.

 

Jorge Queiroz – Blink

Comunicato stampa

 

Pinksummer: D’acchito, se ci capitasse sott’occhio un tassello di un puzzle, potremmo definirlo astratto, considerando che difficilmente una minuscola parte rilascerebbe l’immagine intera. Astratto è un aggettivo un po’ alieno, i numeri in fondo non sono più astratti delle parole, dire “uno” o dire “mela” è sempre una questione di vocali e di consonanti, entrambi sono riconducibili all’azione del nominare, una sorta di scorciatoia sospesa tra il particolare e l’universale. Il mondo, checché se ne dica, sarebbe forse esistito alla stessa maniera senza nominarlo: le astrazioni non sono poi così fondanti per l’esistenza come le allegorie ci fanno credere. Lo sono forse alla politica, che almeno qui in Italia sembra organizzare veri e propri festini dionisiaci sulle astrazioni, senza minimante tenere conto del mondo, ponendo che sia mai esistito e non che stia solo sbiadendo per gli incendi in Amazzonia e il climate change, e perché noi umani, che siamo davvero tanti, ce lo stiamo masticando, ognuno a suo gusto, servito come contorno ornamentale delle statistiche coltivate in serra come fossero ortaggi fuori stagione.

All’interno di un’altra Storia, considerata decisamente più minuscola, la storia dell’arte, Wihelm Worringer in Astrazione ed Empatia, opera cresciuta a valle delle teorie freudiane e del rapporto antitetico tra dionisiaco e apollineo su cui si fonda La Nascita della Tragedia di Nietzsche, pone diversamente la questione dell’astrattismo, affermando che è assai più spontaneo lo stile geometrico di qualsivoglia naturalismo. Secondo lo storico dell’arte tedesco, l’astrattismo è una sorta di appercettivismo tipico dei popoli poco progrediti, che avvertono un’empatia latente o negativa con l’ambiente circostante e che pertanto necessitano di costruirsi una sorta di rifugio temporaneo, ordinato e pulito, se vogliamo semplificato dalla sintesi, rispetto alla caoticità del mondo, con lo scopo di controllare l’ansia. In Europa si è passati dal naturalismo all’astrattismo, in qualche modo mitologizzandolo; nell’epoca della rivoluzione industriale alcuni artisti straordinari volevano rinfrescare, iniettando la vitalità delle civiltà primitive, un mondo alienato dalla ripetitività e dalla bruttezza del ciclo produttivo della catena di montaggio, di cui peraltro non si riusciva a percepire che un solo tassello del puzzle. Può esistere l’idea di astrattismo in rapporto al significato? Di fronte a un tuo dipinto dovremmo chiederci cosa rappresenta o come funziona?

 

Jorge Queiroz: Il modo per vedere il mio lavoro, direi, è ascoltare quello che ne dice chi lo vede. Il lavoro attende di essere terminato da chi lo guarda.

Direi che è un viaggio mentale romantico, attraverso le relazioni tra idee e idee di figure e un mare di immagini, nel viaggio su strada i colori che fondono il sole e la pioggia in paesaggi iperstimolati.

Non ho un solo modo di leggere il mio lavoro, e ne sono molto contento.

L’idea di astrazione nel mio lavoro non è opposta alla figurazione o all’immagine, è qualcosa di più caotico e senza forma, e sperimentale, è essenziale per connettere tutti i pensieri della mente.

 

PS: Molti testi che abbiamo letto su di te premettono quasi sempre che la tua pittura cresce nella zona di confine tra l’astratto e il figurativo. Se di confine o di confini si deve azzardare, sul piano plastico in cui organizzi la tua immaginazione baluginante, ci verrebbe da dire che l’unico confine è quello che cercano di stabilire caparbiamente le tue forme e i tuoi colori, quando riescono a emergere dallo sfondo, facendo intravvedere in quel baleno quanto sia meravigliosamente eroica e tragica e provvisoria l’individualità.

Dell’informale rispetto alla pittura abbiamo inteso che si tratta di un territorio coltivato duramente, come un terreno impervio in cui il caos va tenuto seriamente a bada, con una griglia potentemente strutturata. Non abbiamo mai capito se è un luogo ostile o semplicemente un posto dove tutte le speranze vorrebbero vivere contemporaneamente, come dentro al brodo primordiale. Succede davvero di tutto nei tuoi dipinti, e alcuni enigmi nella smania di essere, di esistere, s’imprimono nella retina come se si trattasse di energia radiante, per poi scomparire lievi rilasciando la sottile malinconia della dissipazione.  Bisogna essere progrediti se non proprio saggi, o anche incoscienti per non tener conto della natura liquida di un orizzonte. Tutto quello che accade si può sciogliere di nuovo nello sfondo, con il soffio debole ma pericoloso dell’eccedenza.

In un certo senso l’informale/barocco, intesi come categoria assoluta, e l’astrattismo non sono nell’arte due antitesi eterne che si alternano nel tempo e si ripetono sempre uguali, ma ovviamente diverse, come se fossero i Big Bang e i buchi neri (espansione e contrazione) degli universi non rappresentati?

 

JQ: Sì, è un luogo di opposti, dove esilio e appartenenza sono visioni antitetiche e questo stimola il mio lavoro.

Non ho uno stile particolare, ma l’approccio delle stesse idee è visitato molte volte, in momenti diversi, la malinconia è l’atmosfera dello stato d’animo, sono anche gli ingredienti per la costruzione delle forme e dello spazio nel mio lavoro.

 

PS: Sei il primo pittore, pittore-pittore, che presenteremo da Pinksummer. Abbiamo sempre pensato alla pittura come a una sorta di wormhole: un abisso con leggi singolari e intime che riconducono ogni genere di profondità, compresa quella dei tempi o del Tempo alla piattezza fisica della superficie. Leggi della cronotopo-pittura che un pittore-pittore deve conoscere, eventualmente, anche per riuscire a eluderle, ma accade di rado, come se si trattasse più di una grazia che di una benedizione. C’è la credenza popolare, ma sappiamo che non è vera, che la pittura, forse per quell’assommarsi della sintassi, sia una lingua che richiede tempo per essere assimilata e fatta propria e che i pittori, tra gli artisti, diano il meglio di sé in tarda età, magari perché la vecchiaia è incline alla lentezza e al ripensamento come il colore a olio o semplicemente perché la fine, quando arriva bene, induce all’essenziale. Non credi che la pittura sia un modo particolarmente intimo di approcciare lo spazio-tempo con l’ossessione di organizzarlo in paesaggio? Hai mai guardato al paesaggio assumendo fin dove è possibile lo sguardo di altri artisti, pittori, che ti hanno preceduto o che ti sono contemporanei? Non immagini che un giorno rappresentando uno dei tuoi paesaggi simultanei potresti incontrare te stesso in ogni singolo punto della tua esistenza, anche quella futura come nei film di fantascienza?

 

JQ: Sì, credo che la pittura sia camminare nello spazio-tempo della nostra esistenza, che riflette, genera, distrugge e riconsidera la condizione dell’invenzione e dei suoi strumenti e della pittura lungo il suo cammino.

 

PS: Un piccolo bellissimo racconto in forma epistolare dal titolo Il Fucile da Caccia, scritto nel 1949 dal critico d’arte e poeta Inoue Yasushi, ci ha suggerito di chiederti se un Gauguin può essere più o meno intonato all’atmosfera serena di un ambiente di un paesaggio sotto la neve di Vlaminck? E, anche: se dovessi decidere a priori preferiresti amare o essere amato?

 

JQ:

PS: Ci racconti della mostra da Pinksummer? Avrà un titolo?

 

JQ: Blink è il titolo della mostra. Fin dall’inizio della preparazione per questa mostra, nelle prime settimane di marzo, ho deciso di lavorare a casa, vicino al mare. Ho trascorso il tempo lavorando ai dipinti, camminando e guardando il mare, cercando di trovare un haiku e trasferire quell’idea dentro il mio lavoro, e nel luogo dello spazio espositivo. Questo è stato il mio punto di partenza e la mia idea guida. Era un pensiero intimo e non ero sicuro nel mio intento di farne un’immagine:

 

Un pomeriggio di lavoro

Nell’angolo dell’occhio.

Bagliore

 

Ho creato l’haiku e trovato il titolo della mostra, Blink.

Questo haiku ha rivelato il mio lavoro e stabilito echi per le differenti relazioni al suo interno: alcune più reali, altre meno reali, tra quelle ci sono i colori, la dimensione, la superficie e la linea, che presentano idee visive.

La densità di segni consente diverse possibilità in un disegno o in un dipinto, nella mia testa non è soltanto un modo di fare, ma un modo per i sensi di lavorare insieme.

Il carattere del lavoro è anche definito dal modo in cui è realizzato. Il contorno rivela ciò che è necessario, niente di più e niente di meno. Ho iniziato a rimuovere ciò che copre una struttura che già esiste nella mia mente.

Non è un semplice trapianto di forme, oggetti o situazioni già nella mia mente. Ciò che è fatto, ciò che potrebbe essere fatto, è il segno lasciato dal mio modo di fare.

Non un’immagine tecnica dove esiste una gerarchia di valori possibili, dove i dettagli possono essere inferiori alle forme, o alle forme che possono reagire soltanto allo spazio sovversivo da cui sono dominate, uno spazio continuo, nessuna componente è neutra, ciò che hanno in comune è più di ciò che le divide. Le cose che creano la forma, e questa crea lo spazio, sono sempre a mi disposizione come su un palcoscenico in movimento.

 

 

Jorge Queiroz, settembre 2019, Colares

Mystical geographies and landscapes of deep time: three artists explore Mongolia

Comunicato stampa

PS: Ogni cultura assume diversi tipi di razionalità per ordinare le percezioni, Robert Lenoble in Storia dell’Idea di Natura, afferma che la percezione si scontra evidentemente con tutte le difficoltà oggettive dell’osservazione e che la motivazione dei dogmi è molto più profonda della percezione in sé. Dal XVII secolo l’agente dell’evoluzione delle idee rispetto al concetto di natura passa dall’estetica alla scienza, e la scienza ha indubbiamente tralasciato la ricerca delle cause finali. Il meccanicismo ha restituito una natura senza intenzioni, da pilotare e manovrare come un qualsiasi altro arnese, producendo nell’uomo una sorta di isteria della collezione e della classificazione. Istigando anche nell’uomo una potente forma di aggressività nei confronti dell’ambiente, prodotta dalla frustrazione. Sicuramente il museo di storia naturale è emblematico rispetto al tentativo, se non proprio di colmare l’angoscia, almeno di recuperare un poco di centralità.  Nell’opera di William Hogarth Boys Peeping at the Nature, Iside è una statua sul piedistallo e i ragazzi che la ritraggono, sono puttini paffuti scappati dalla cornice. La scena accade nel Settecento nella penombra del museo di Belle Arti. Ogni tentativo di classificazione della natura essendo arbitrario e congetturale ci mostra il limite, l’impossibilità? Eventualmente tale limite e codesta impossibilità su cui il tuo lavoro pare imperniato è da cogliere, al di là della fascinazione post-moderna per l’approccio moderno, come un invito a rinunciare o come sollecitazione a ricercare con una certa urgenza nuove modalità di approccio all’ambiente, per non dire alla natura?

Mark Dion: Il tentativo di classificare la natura da un punto di vista scientifico occidentale non è per niente un compito arbitrario o congetturale. È il tentativo di trovare un sistema di classificazione basato sulla natura stessa che rifletta e riveli i rapporti evolutivi. Gli stessi strumenti che consentono di farlo si sono evoluti dai tempi di Linneo, in cui si comparavano gli organi sessuali delle piante come base per la classificazione, fino all’approccio anatomico comparato più ampiamente comprensivo elaborato da Cuvier, fino alle nuove tecniche e tecnologie di tassonomia molecolare. Le origini della sistematica affondano le radici nella teologia naturale, tanto che il naturalista ha immaginato il suo compito come l’enumerazione delle opere di Dio stesso. Già nel XIX secolo si immaginò con arroganza di essere giunti quasi al compimento dell’opera. Tuttavia, il consolidarsi della questione evolutiva conferì al processo della sistematica un nuovo mandato, quello di illuminare le relazioni evolutive. Tutte le società costruiscono tassonomie, anche se sono particolarmente semplici, tipo cose che volano, cose che nuotano, cose che strisciano a terra. Non tutte queste società distruggono il mondo attorno a loro con tanta efficiente ferocia. Le scuole tassonomiche occidentali sono scientifiche per natura e si sforzano di essere naturali più che artificiali. I nostri amici biologi stanno cercando di trovare un sistema di ordine che davvero possa mappare le relazioni evolutive. È forse ironico che le società che costruiscono i più sottili e elaborati ordini sono anche le stesse che, attraverso l’accoppiata nefasta di colonialismo e capitalismo, sono state le più violentemente distruttive. Se guardiamo a ciò che dice Linneo nella prima edizione del Systema naturae (1735), leggiamo “Il primo passo nella saggezza è sapere le cose stesse”, e prosegue, “Questa nozione consiste nell’avere una reale idea dell’oggetto; gli oggetti sono distinti e conosciuti attraverso la classificazione metodologica e attribuendo loro nomi appropriati. Dunque, la classificazione e la denominazione saranno il fondamento della nostra scienza.” Quindi, credo che la tua domanda sia: la classificazione è anche il fondamento del dominio e della distruzione? Credo che sia piuttosto uno strumento, che può essere utilizzato come parte di un programma di saccheggiamento e denigrazione ma che può, e molto spesso è, uno strumento di protezione e promozione della biodiversità. Senza dubbio nella ricerca dell’ordine in natura c’è stata una componente di dannosa ricerca di gerarchie, nonsense teologico naturale e molti tipi di guai ma è stato uno strumento per capire l’evoluzione, la conservazione della fauna selvatica, e per sfatare pseudo scienze come l’eugenetica. Per tutto il tempo in cui ho guardato a diversi sistemi gerarchici di ordine, quello che è risultato chiaro è che coloro che fanno l’ordine sono quelli che siedono stabilmente in cima a esso. In ogni caso, siamo oltre a tutto ciò. Oggi non esistono più apici o direzioni per i sistematisti.

Come artisti possiamo esplorare l’impulso a ordinare in modalità che sono comunque scettiche. Possiamo usare e usiamo l’umorismo per minare le supposizioni perentorie di quelli che organizzerebbero le persone, i viventi, i luoghi, e anche gli oggetti in classifiche. Non penso che l’inclinazione a organizzare cose e idee sia di per sé maligna, ma accoppiala alla supremazia, al colonialismo, all’estrazione di risorse senza impedimenti, al capitalismo e al fanatismo avremo un patto piuttosto catastrofico. Il nostro lavoro come artisti è disgiungere l’ideologia dalla scienza e segnalare dove e come la pseudo scienza e i programmi politici inquinano la questione scientifica.

PS: In mostra presenterai un “ritratto” dell’esploratore scienziato americano Roys Champman Andrews, entrato nel 1906 come custode del reparto di tassidermia all’America Museum di Natural History e diventato, nel 1934, direttore dello stesso, grazie soprattutto alle quattro spedizioni che fece in Mongolia, nel deserto del Gobi, tra il 1922 e il 1930, considerate le più grandi spedizioni paleontologiche del XX secolo, che come bottino fruttarono al museo americano, tra le altre cose, i resti di un velociraptor, e le prime uova fossili di dinosauro mai rinvenute, appartenute a un oviraptor. Di fatto Andrews, esperto di mammiferi, si era recato in Mongolia per trovare le origini dell’uomo, che una curiosa teoria dell’epoca riteneva fossero da ricercare in Asia centrale. Andrews, scienziato e avventuriero dalla mira infallibile, sembra che abbia ispirato il personaggio di Indiana Jones. Fin da ragazzino l’esploratore si distingueva nel Wisconsin per essere un bravo tiratore e un abile tassidermista e la sua autobiografia si intitola Under a Lucky Star. Ti affascinano le leggende dei dragon hunter?

MD: Roy Chapman Andrews non era solo un paleontologo esploratore, ma era anche uno scrittore di libri per bambini sulla scienza naturale. Scrisse libri sui dinosauri, sui mammiferi preistorici, sulle balene e altri argomenti di storia naturale. Alcuni di questi erano illustrati da Rudolf Zallenger con il quale successivamente ho studiato alla Hartford Art School. Come un bambino curioso che cresce in una casa senza libri, frequentavo la book mobile, una libreria su ruote che visitava diversi quartieri permettendo l’accesso dei libri ai bambini. Qui conobbi le opere di Roy Chapman Andrews. In quel periodo (tardi anni Sessanta) c’era molto poco che si potesse trovare facilmente sui dinosauri, e non esistevano nemmeno molti giocattoli di dinosauri. Come tanti bambini ero completamente ossessionato dai dinosauri e trovare i libri di Roy Chapman Andrews fu incredibilmente importante per me. È attraverso questi libri che ho appreso per la prima volta di un posto così lontano chiamato Mongolia.

Così, nell’avere la grande fortuna di lavorare con RedHero e viaggiare con Tuguldur, Duke, Paolo, Alice, Matteo e Dana in Mongolia, la mia mente è andata ancora una volta ai dinosauri. Di fatto, molti scienziati e professionisti che abbiamo incontrato nei musei in Mongolia erano paleontologi. La Mongolia rimane uno dei posti principali per i dinosauri nel mondo.

Ho anche una lunga e profonda relazione con l’American Museum of Natural History. Così sono riuscito a visitare il meraviglioso archivio e la biblioteca di ricerca e vedere le fotografie originali della spedizione in Mongolia condotta da Andrews nel 1922. Sotto molti aspetti Andrews fa parte del pantheon di naturalisti del tardo Ottocento, primo Novecento sui quali ho prodotto dei lavori. Questi includerebbero figure come William Beebe e David Fairchild, che rappresentano anche una transizione tra il naturalismo della tradizione europea e una nuova era di biologia evolutiva. Queste figure sono lontane dall’essere modelli perfetti rispetto ai valori progressisti contemporanei e devono essere visti nel contesto del loro periodo storico.

Roy Chapman Andrews in molti modi è il modello per lo scienziato avventuriero macho che è divenuto un personaggio sia nella scienza che nel giornalismo (National Geographic Magazine) e nella cultura popolare (libri come She e eroi finzionali come Indiana Jones). In un certo senso il mio lavoro, che lo trasforma sia in campione che in action figure, è un modo per criticare scherzosamente lo status di questo modello storico che ha influenzato l’immagine del mondo dipinta per persone come me durante l’infanzia.

C’è molto da districare nel lascito di Andrews. Prima di tutto la sua missione non era trovare i dinosauri, ma piuttosto trovare le origini dell’uomo. Più o meno in quel periodo, molti nel campo della storia naturale e in particolare quelli dell’American Museum avevano un pernicioso credo razzista e suprematista bianco riguardo alle origini dell’uomo. Erano molto coinvolti nella nozione di razza. Ho l’impressione che la motivazione principale della ricerca delle origini della razza bianca in Mongolia fu la risposta all’evidenza che richiamava l’Africa come luogo di nascita dell’umanità. Una volta che i dinosauri e in particolare le uova dei dinosauri sono state scoperte, l’enfasi della missione è cambiata o almeno ha subito un’inversione.

PS: La tua riflessione sulla natura e sull’ambiente e la socialità passa anche, o forse primariamente, dal cibo, di fatto l’evoluzione della specie umana, è passata attraverso il nutrimento: dall’australopiteco, alle differenti specie di homo, fino al sapiens, sembra che le diete siano variate moltissimo. È sicuro ormai che dobbiamo alla scoperta del fuoco, alla cottura e all’arte culinaria, che hanno reso i cibi più digeribili, la circostanza che abbiamo potuto dedicarci con relativa tranquillità a coltivare la cultura e la T/terra. Il fatto poi di essere onnivoro, ha permesso all’uomo di colonizzare il pianeta. Rispetto alla contemporaneità, il cibo che proviene dalle colture e dagli allevamenti intensivi è responsabile dell’inquinamento che provoca il cambiamento climatico al pari della logica estrattiva che sottende all’utilizzo dei combustibili fossili.  Pur lavorando con biologi e scienziati sociali, tendi a definire i tuoi metodi di analisi come squisitamente a-scientifici.  Hai dimostrato tuttavia, preparando banchetti e festini notturni sorvegliati da telecamere per animali selvatici autoctoni, che proprio come l’uomo, anch’essi tendono a preferire i cibi pronti, piuttosto che cacciare o raccogliere. Procioni, volpi e falchi penetrano sempre più frequentemente le aree urbane densamente popolate: hai interpretato questa sovrapposizione di territori, quello addomesticato, consacrato all’uomo e quello selvaggio, come un segno di distruzione dell’era dell’Antropocene. L’artista Peter Fend quando gli abbiamo chiesto come si può fare marcia indietro rispetto alla catastrofe ecologica, ci ha risposto senza esitare che dovremmo tornare al pre-neolitico, vale a dire a pescare, a cacciare e a raccogliere. L’anoressia, malattia sottile contemporanea, che nelle contrade occidentali, colpisce sempre più adolescenti di entrambi i sessi, viene descritta come un controsenso alla natura delle cose. Il rifiuto del cibo, tipico dell’anoressia, a proposito di confini da attraversare, sembra dipenda dall’incapacità di distinguere la linea tra fatto e finzione, tra realtà visibile e la realtà invisibile della psiche, tra fame e emotività.  Il cibo può diventare funesto in assenza di linee di confine tra il domestico e il selvatico?

Dana Sherwood: Addomesticamento; domare, colonizzare e sfruttare la natura è questione di controllo. Proprio come noi cerchiamo di controllare i nostri territori per tenere ogni tipo di invasore al di fuori, teniamo fuori i parassiti, i cervi, i procioni, i roditori e altre creature. Controlliamo i nostri corpi, il microcosmo interno dell’universo. Controllare è un riflesso dell’istinto di sopravvivenza umano. La psiche umana si è adattata a questa mentalità conservativa e protettiva dall’avvento dell’agricoltura. Passare del tempo con le popolazioni nomadi in Mongolia ha rivelato un forte contrasto con la vita contemporanea, antropocentrica e il suo ethos di sopravvivenza che è dannoso all’ecologia del pianeta. Impressionata dalla relazione più simbiotica che i nomadi hanno con la natura, sono stata ispirata per la realizzazione di un nuovo corpus di opere che si mescolano con la natura, in particolare con i cavalli, per creare un linguaggio energico, invisibile, inudibile. Ispirata dal passato sciamanico e dalla sua rinascita nella Mongolia contemporanea, ho esplorato modi di connettersi con la natura attraverso il regno invisibile dei sensi.

 

PS: Per la mostra da pinksummer, presenterai un video nuovo di zecca basato sulla comunicazione tra umani e non-umani come paradigma di collaborazione che prescinde dal linguaggio, giacché una volta citando Wittgenstein hai affermato che se anche un leone parlasse, non avremmo alcuna possibilità di capirlo. Hai definito gli animali selvatici che compaiono nei tuoi video o nei tuoi disegni e acquerelli come collaboratori e rifletti sulla comunicazione inter-specie come possibilità per uscire dalla catastrofe ecologica. Hai detto di essere stata influenzata in Mongolia dallo sciamanesimo, una pratica sociale legata al sacro, che vede nello sciamano colui che sa (saman) comunicare con lo spirito degli animali ausiliari, e con il mondo delle energie, per riportare l’armonia e di conseguenza la bellezza nel mondo, perché la bellezza non è mai separata dalla moralità nella tradizione. Solo attraverso il raggiungimento dell’equilibrio con il mondo naturale e l’energia che sottende alla sua armonia, si può dunque guarire e prosperare. Hai assimilato il ruolo dell’artista a quello dello sciamano, il sacro, nella tradizione estetica, non sta nel superare la provvisorietà del tempo e il confine/o degli idiomi? In qualche modo nel recupero dell’innocenza e eventualmente del luogo perfetto?

DS: La mia prima regola per fare arte è: abbracciare la paura e la perdita del controllo. Dai miei primi progetti con animali selvatici e addomesticati ho lottato con il concetto di controllo e le aspettative verso le reazioni degli animali in accordo con la mia visione artistica. Ma questo era un errore. Ogni volta pianificavo i miei video in questo modo: vedendo gli animali come i miei performer, e aspettandomi che seguissero le mie indicazioni, i miei sforzi erano in qualche modo frustrati. Ho lottato con tutto ciò per molto tempo finché, mentre stavo facendo un video in Danimarca, mi sono trovata sempre più contrariata dal cervo rosso che si rifiutava di apparire in camera e assaggiare il cibo preparato appositamente per lui. Era una cosa inaspettata, perché mi era stato detto che questi cervi erano molto domestici essendo stati nutriti dai cacciatori per tutto l’anno. Con riluttanza, ho cercato di trasformare questa frustrazione nell’argomento del video. The Wild and the Tame che si è rivelato poi essere molto più convincente del progetto originale. C’è una citazione di Robert Smithson sul processo di fare arte nella quale io mi riconosco molto, soprattutto in queste particolari situazioni. Smithson afferma (rispetto al viaggiare in America centrale): “Tutte quelle guide non servono. Devi viaggiare a caso, come i primi Maya, rischi di perderti nelle selve, ma è questo l’unico modo di fare arte”. È così ho affrontato il video per questa mostra: See/Sight Equus Mongolia. Invece di utilizzare il cibo per attirare i cavalli a partecipare, ho tentato di comunicare con loro attraverso vie energetiche in base alle mie ricerche sulle cerimonie sciamaniche in Mongolia e nelle Americhe. Ho inoltre studiato la comunicazione equina e la guarigione attraverso il lavoro con l’energia. In un certo senso sono diventata lo sciamano, ma anche il bambino, che fa i suoi primi tentativi di discorso. Il video è girato con una camera che ho modificato per riprendere in infrarossi, uno spettro luminoso invisibile all’occhio umano, che rende l’invisibile visibile e trasforma l’energia in arte.

PS: Quando la Nasa qualche anno fa presentò il progetto di usare la luce laser per incrementare la velocità del passaggio di dati sia in downlink che uplink soprattutto verso destinazioni lontane nel sistema solare, la comunità scientifica pare si divise, perché l’utilizzo del potente sistema ottico avrebbe potuto rendere la Terra visibile a predatori alieni di galassie remote, come si trattasse della giungla. Hai tradotto il poema Khan Kharanqui della regione Altai della Mongolia nel linguaggio “SAA”, un linguaggio binario inventato dagli scienziati, pensato per comunicare con gli alieni e manipolato dagli artisti o meglio dall’artista, da te. Il linguaggio “SAA” ispirato al messaggio di Arecibo, trasmesso dal radiotelescopio di Arecibo in Porto Rico nel novembre del 1974 era indirizzato all’ammasso globulare di Ercole M13, a 25000 anni luce di distanza.  Era composto da 1679 cifre binarie, prodotte dai numeri primi 23 e 73. Ordinando il messaggio in righe e in colonne chiunque, anche un alieno di M13, avrebbe potuto ottenere un crittogramma che rilasciasse informazioni.  Una sorta di linguaggio universale di estrema sinteticità. Nel 2001 si credette di trovare la risposta aliena al messaggio di Arecibo, nel pittogramma nel grano a Chilbonton in Inghilterra. Hai scritto che il poema si prestava alla traduzione in lingua “SAA” perché tratta di pratiche di comunicazione eterogenee e di viaggi in diverse dimensioni e poi perché gli eventi magici contenuti nel poema sono strettamente correlati al sistema di misurazione mongolo, essenzialmente di natura binaria. Sappiamo che gli sciamani in Mongolia si dividono in bianchi e neri, i primi sono preposti all’ascesa al cielo, i secondi, alla discesa agli inferi. Entrambi però hanno un ruolo sociale positivo. Sappiamo che la cosmogonia mongola comprende 99 dèi, quanto è la distanza in anni dalla Terra, dal luogo in cui il tenebroso Khan Kharangui relegò la principessa amata del poema.  Cosa intendi quando affermi che molte cose in Mongolia hanno un significato binario? Raccontaci del tuo progetto 81 Meters Backwards to the Darkest Dark. È un tentativo di attualizzazione e di universalizzazione dell’antico poema mongolo dell’Altai o un’interpretazione? Vorresti fosse decodificabile anche per gli alieni?

 

Tuguldur Yondonjamts: Grande evento limitato (10 00000000000000000000000000000)
Luce bellissima (10 0000000000000000000000000000000)
Il grande occhio (10 00000000000000000000000000000000000000000000000000)
A. Janj khutugtu A.Rolbiidorj (matematico mongolo del XVIII secolo) ha nominato numeri grandi fino a 66 zeri con questa poetica, ma con un linguaggio visivo abbastanza forte. Mi interessava la modalità di pensiero e l’idea era “visibile” mentre viaggiavamo in Altai. La campagna visitata era un luogo perfetto per investigare il poema e naturalmente i numeri sembravano essere significativi. Avrei il desiderio di decifrare petroglifi, rocce, fossili come se potessero nascondere una certa mappa. L’immaginazione dell’artista è ancora limitata alle informazioni visive che continuiamo a raccogliere o esperire. La metodologia della creazione è stata ispirata dall’andamento del poema, ma ha anche attraverso l’esperienza fisica di temperature, giorni e notti nell’Altai.
“Cavallo che non ha spazi vuoti tra le sue costole e che non ha articolazioni nelle gambe. Cavallo che dà consigli all’uomo. Cavallo che pensa in modo indipendente, navigando e coprendo dimensioni lontane, portando il suo cavaliere “… (parte del poema di Khan Kharanqui). È un paradosso reinterpretare un poema antico oggi, poi ho cominciato a pensare automaticamente a qualcos’altro, ma non a un cavallo. C’è anche un aggiornamento nella storia, un Myna comune appare nella poesia mentre esegue una missione. L’uccello Myna non è originario della Mongolia, sono descritti come “Spavaldi e arroganti, non in grado di prendere comandi umani, mangiano bacche e non insetti nei campi” (Capitolo 13. Come Myna andò alle Hawaii, Gli animali alieni di George Laycock). La presenza di quell’uccello dà l’impressione di un’influenza buddista nell’epica, quindi l’epopea fu scritta / riscritta in tempi diversi. Forse è il momento di riscriverlo in linguaggio binario, dopo essere sopravvissuto all’oralità di un vecchio copione mongolo, successivamente al cirillico mongolo…
Si, ero interessato al processo di linguaggio SAA che ci ha messo 27 anni a concludere un certo cerchio di immaginazione. Scienziati, Alieni, Artisti, questo strano triangolo dovrebbe continuare a realizzare ubicazioni geografiche in magici buchi neri.
Il poema epico di Khan Kharangui è ben noto in Mongolia. Racconta la storia di un protagonista il cui nome può essere tradotto come Darkest Dark (traduzione dell’artista) e il suo paese d’origine si trova a 99 anni di viaggio. Il protagonista viaggia con suo fratello verso la sua amata principessa che può prevedere gli eventi con tre giorni di anticipo e il cui viso illumina qualsiasi direzione in cui lei vada. E c’è un figlio del cielo, l’avversario di Darkest Dark e il cui paese d’origine si trova nel trentatreesimo strato del cielo. Il protagonista attraversa diverse sfide e competizioni e porta la principessa nel suo paese lontano. Il geloso figlio del cielo si vendica diverse volte sul protagonista. Alla fine dell’epopea il protagonista, suo fratello e il loro amico riuniti, riceveranno nomi di Insetti dal padre del protagonista. Il poema viene intonato come una lunga canzone durante la notte da un cantante ben addestrato accompagnato da Morin Khuur (uno strumento musicale con binari di corde di cavalli) nella yurta coperta. Le alte montagne innevate sono descritte nel poema come un paese natale di Darkest Dark e anche come un luogo in cui lui dorme e dove fu avvelenato e trasformato in mostro a 90 teste.

PS: Nel 1990, con la fine del comunismo, la Mongolia, soprattutto nelle regioni rurali e montane ha iniziato a recuperare la tradizione sciamanica come fosse una sorta di filosofia della crisi in grado di guidare il tragico passaggio dal socialismo al post-socialismo, ricreando un humus positivo per negoziare con l’indeterminatezza della transizione. In questo senso lo sciamanesimo assieme alla musica e al canto ha ristabilito in qualche modo la continuità storico-culturale, spazzata via dalla Repubblica Socialista della Mongolia instauratasi negli anni Trenta. Lo sciamano in Mongolia è sempre stato preposto dalla comunità al riassestamento dell’equilibrio per creare armonia e concordia; l’abilità dello sciamano non è mai stata separata dal suono, dal canto, dalla musica, come forma di comunicazione intersoggettiva. Come ti rapporti con lo sciamanesimo e con il suono nel tuo lavoro?

TY: “Uno sciamano è in grado di saltare sette volte dalla cima di una montagna per raggiungerne il fondo”, ho sentito questo da bambino. Naturalmente, non sapevo quanto fosse alta la montagna, se la voce si basasse sul sogno o sulla realtà fisica di qualcuno, o se fosse una delle “storie” raccontate tra i bambini della Mongolia comunista negli anni Ottanta. Non sono un esperto conoscitore di sciamani, ma esistevano da un tempo così remoto che non riesco nemmeno a immaginare. Rappresentano viaggiatori esperti, la cui conoscenza degli spiriti, delle piante, degli animali, del paesaggio e delle relative condizioni metereologiche li ha portati a ricoprire un ruolo significativo nell’antichità, ma anche nell’attuale società mongola. La tuta / abito da sciamano è equipaggiata con diversi oggetti e ognuno di essi ha un ruolo / uso specifico per il viaggio verso diverse dimensioni. Si mimetizzano abbastanza bene in qualsiasi ambiente, quindi hanno praticato le loro conoscenze anche nella Mongolia comunista. Hanno viaggiato abbastanza lontano, sono affascinanti per molti.
Nel mio video Myna Song, ero curioso della diversa percezione del tempo di insetti, uccelli e umani. Ho provato più volte ad alterare la velocità del suono di uccelli e insetti e trovarci qualsiasi parola dei dialetti o della lingua mongola. In qualche modo tutto ciò ha innescato una certa sensazione, che si riferisce a una situazione onirica. L’aggiunta di livelli nell’editing, l’alterazione della velocità del suono secondo gli uccelli e gli insetti, la scrittura della storia usando il sistema a pelle di serpente, la mappa di un osso, tutti questi passaggi sono stati fatti per imitare il poema.

PS: Sulla pagina di RedHero si legge: “RedHero is a long-term local and international project constructed around Mongolian arts and culture with a particular focus on the capital city Ulaanbaatar, whose name translates to red hero”. Com’è nato questo progetto in Mongolia?

RedHero: L’idea di RedHero nacque da un incontro, nel 2014 a Venezia, tra Paolo Rosso e Dulguun Batbold, co-fondatore del progetto. Dulguun propose di sviluppare un progetto culturale che avesse come perno Ulaanbaatar, capitale che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica e dalla successiva indipendenza da essa nel 1992, ha iniziato una rapida ascesa di crescita e sviluppo, basti pensare che il 45 per cento dei mongoli ha meno di 24 anni e l’età media della popolazione è di 27 anni. La capitale mongola, nominata durante il periodo sovietico “eroe rosso”, è una città asiatica come non te l’aspetteresti, caotica ma non esageratamente affollata, piena di sabbia, asfalto, grattacieli, case di legno e yurte e ospita quasi la metà degli abitanti del paese (che sono in tutto tre milioni, una delle più basse densità di popolazione al mondo). Come una città europea della rivoluzione industriale, durante i mesi invernali è inquinata per la combustione del carbone e le stufe a legna, che la rendono la capitale più inquinata (e fredda) al mondo. La tradizione mongola e le rapide trasformazioni della sua capitale, in cui si riversano anche interessanti contraddizioni, ci hanno spinto, insieme al duo di video-makers Kinonauts (Matteo Primiterra e Matteo Stocco), a mappare visivamente, in maniera sinuosa e non programmata, gli aspetti più eterogenei di questo affascinante paese. Questa mappatura multimediale, una metodologia già applicata ai progetti di ricerca Guwahati Research Program (Assam, India) e Los Caminos del Café (Cuba), è diventata uno strumento d’indagine che si lega ad artisti internazionali e mongoli che vengono invitati ad esplorare, in un progetto a lungo termine, il territorio. Ospitando più della metà della popolazione della Mongolia, Ulaanbaatar è un’importante punto di partenza, ma non sufficiente per capire l’anima di questa cultura millenaria, legata ancora alla vita nomade e allo sciamanesimo. Per questo RedHero si sposta anche fuori i confini della capitale.

In collaborazione con RedHero: Paolo Rosso, Alice Ongaro Sartori, Kinonauts

www.redhero.mn

Si ringrazia la Fondazione Sergio Poggianella di Rovereto per aver concesso il prestito di:

Autore ignoto, Cavallo sciamanico, Cm 22×26

Invernomuto – MED T-1000

COMUNICATO STAMPA

 

PINKSUMMER: Non abbiamo mai pensato al vostro lavoro in termini squisitamente geografici prima di Black Med, il progetto che avete presentato alla Manifesta 12 di Palermo nel 2018. Ascoltare Alessandra Di Maio e Iain Chambers, da voi invitati a tenere una lecture a Palermo, la prima all’interno del vostro progetto, ci ha fatto pensare che le idee di luogo possono definirsi in tanti modi diversi, e che i vostri soundscapes tendono a definire il luogo attraverso la dislocazione e la de-territorializzazione. I paesaggi di Invernomuto sono mobili, fluidi, cangianti. Sono i paesaggi immateriali delle diaspore: luoghi acustici, fuori da ogni confine, per “anti-essenza” sono transnazionali, transculturali. Paesaggi opachi che paiono originarsi dai memi spaziali che fluttuano nel tempo pronti a mettere le radici nell’udito di chi presta attenzione al rumore di fondo. Sono paesaggi da ascoltare. Raccontano di esili e di resistenza, di incroci e ibridazioni, di assonanze e di dissonanze. A loro modo possono definirsi corali o comunque non si lasciano appiattire dalla visione univoca euro-americana del luogo, inteso innanzitutto come nazione. Il legame tra la musica e la geografia, anche a ritroso, ci appare adesso centrale nel vostro lavoro. Le vostre geografie evocano epistemologie altre? Altre storie, altre culture, altri corpi, per citare Iain Chambers, che tendono a essere negati rifiutati dalle mappe visive e linguistiche che siamo abituati a maneggiare? Esiste un luogo della musica?

 

INVERNOMUTO: Black Med per noi è un progetto che completa ed esprime il nostro interesse per gli immaginari che il suono è in grado di generare. È un sotto testo che accomuna il nostro lavoro da sempre, ma che con Black Med forse affiora in maniera più chiara, per quanto l’operazione sia tutt’ora in fieri e in via di definizione, liquida, appunto – e dunque per molti aspetti ancora imprendibile. Con questo ciclo le geografie di cui parli non mirano ad assecondare una concezione cartografica o geopolitica tradizionale, al contrario l’obiettivo – per citare sempre Chambers – è quello di creare “buchi nello spazio e nel tempo”, di perforare le mappe, evitando di osservare il Mediterraneo come una superficie piatta e bidimensionale. Black Med si mette in ascolto, forza il perimetro del Mare Nostrum per sondare geografie espanse, fatte di movimenti di persone, oggetti, dati e capitali. La musica e il suono sono i formati di diffusione di questa ricerca. Non esiste un luogo della musica, perché essa viaggia molto più velocemente del previsto, e soprattutto lo fa senza chiedere un permesso di transito.

 

 

PS: Abbiamo letto che nel 2006 alcuni residenti illegali dell’America Latina cantarono l’inno nazionale statunitense in spagnolo nelle strade della California. Lo chiamarono il nuestro hymno. Intervenne l’allora presidente George W. Bush affermando che l’inno nazionale degli USA poteva essere cantato solo in inglese. Detto così sembra ridicolo, di fatto la più alta carica dello stato intervenne per porre la questione della lingua come centrale rispetto all’idea di nazione. Come se la lingua coincidesse con l’idea stessa di nazione. I rasta rifiutano la prima persona singolare della lingua creola giamaicana “me”, che intendono come espressione di servilismo, e usano “I”, il noi è espresso con “I and I”. La lingua rasta contiene tutta una serie di I-words come I-vine al posto di divine. Quando nacque il rastafarianismo negli anni Trenta del secolo scorso, il 90% della popolazione della Giamaica era costituita dai discendenti degli schiavi deportati dall’Africa per garantire la reddittività dell’isola caraibica destinata dall’Impero britannico e alla produzione di zucchero. Il linguaggio verbale è un border marker divisivo? Pensare con il suono, non al suono come oggetto, produce un altro senso di appartenenza? Il suono è linguaggio? La geofonia, la biofonia, l’antropofonia sono anch’essi linguaggi?

 

IM: Il linguaggio delle culture giovanili o degli oppressi non ha mai coinciso con la lingua ufficiale, in ogni parte del mondo. La nascita degli slang svolge questa funzione. Il patois giamaicano – o il verlan delle banlieu parigine – è tradizionalmente il linguaggio gergale delle classi più povere della società, utilizzarlo è una necessità politica, una rilessificazione indispensabile che reinterpreta e fa propria la lingua degli oppressori. Il celebre leader rasta Count Ossie in un’intervista del 1972 per Swing Magazine dichiarò: “We were fighting colonialism and oppression, but not with guns and bayonet, but WORDICALLY”.
L’archivio sonoro di Black Med è attraversato da lingue non ufficiali di continuo: dal dialetto napoletano alle recitazioni del corano e i canti tradizionali della Grecìa Salentina; dall’utilizzo “sbagliato” dell’Auto-tune della musica pop Amazigh ai molti slang delle lingue del rap e trap contemporaneo. I linguaggi oggi sono molteplici e non secondario è il contributo della tecnologia applicata alla voce, spesso dissacrata e scomposta. In parallelo, Google Translate è sempre più sofisticato.

 

PS: Nella prima personale di Invernomuto Africa Addio da Pinksummer a Genova nel 2015, avete incoronato in oro zecchino i “mori” post-moderni e post-coloniali delle sottili veline in cui vengono fasciate le arance siciliane per essere trasportate al nord. Il simbolo del vostro Black Med, che muove dalla teoria “africanista” del Mediterraneo di Alessandra Di Maio, è una testa di moro che avete trovato già incoronata. Con la corona sono presentati i mori in coppia, maschio e femmina, a volte bianchi a volte neri, nei tipici vasi di ceramica di Caltagirone. I mori in questo folclore non sono schiavi, ma i conquistatori arabi che hanno dominato la Sicilia fino al 1071, anno della presa normanna dell’isola. Di quel “vostro” moro rimase solo la testa perché la leggenda racconta che fu decapitato dalla sua amante, splendida giardiniera siciliana, che non volendo lasciarlo andare via, lo tenne con sé in qualche modo, trasformando il suo capo incoronato in un vaso per il basilico. Una storia che racconta del Mediterraneo, mare di mezzo, mare di lotte e di crisi e della Sicilia come ponte sospeso tra l’Europa e l’Africa. Alessandra Di Maio afferma che le migrazioni dei popoli non sono mai accidentali sono sempre modellate e strutturate, quella del Black Atlantic dalle deportazioni degli schiavi dall’Africa, e quelle dell’attuale Black Med?

 

IM: È curioso in effetti pensare oggi alla serie King Moro con le veline delle arance di Sicilia alla luce della recente firma del memorandum tra Roma e Pechino che agevola l’esportazione di agrumi freschi verso la Cina nell’ambito di una ipotizzata nuova Via della Seta. La teoria del Black Atlantic è modellata sulla diaspora africana post-schiavitù, quella del Mediterraneo Nero sulle migrazioni contemporanee. Black Med è nato grazie ai testi di Alessandra Di Maio ed è il motivo per cui era fondamentale lanciare il progetto insieme a lei a Manifesta 12. In generale consideriamo queste teorie strumenti portanti per la nostra ricerca, con Alessandra è nata una collaborazione speciale. Il suo saggio Those Are Lasers that Were Their Eyes – che accompagna questo comunicato e che pubblicheremo online su palmwine.it è da questo punto di vista quasi un’estensione teorica della mostra.

 

PS: Cosa presenterete da Pinksummer?

 

IM: La mostra si presenta come un’unica installazione di macchine in ceramica e raggi laser. MED T-1000 è un reticolo formato da otto teste di moro modificate. Queste teste non sono più “di moro”, e forse non ha nemmeno senso definire se siano buone o cattive: sono patrol della costa mediterranea o esoti contemporanei? Sono i dispersi del Mediterraneo che riemergono e cercano vendetta? Il riferimento al T-1000 (Terminator Serie 1000, apparso per la prima volta nel film Terminator 2, il Terminator in grado di liquefarsi) è formale, ma anche programmatico: il payoff di Terminator recita infatti “They would reshape the Future by changing the Past” – che, oltre a spaccare la concezione cartesiana del tempo, funziona per noi come una sorta di manifesto.
MED T-1000 è un unico ambiente scultoreo, luminoso e sonoro. Il suono è un nostro adattamento di “L’Egitto Prima Delle Sabbie”, brano e album di Franco Battiato del 1978, ispirato ad un racconto del maestro armeno Georges Ivanovič Gurdjieff. Gurdjieff sosteneva di aver trovato una mappa che era la prova dell’esistenza di una civiltà precedente all’Egitto dinastico. A quei tempi, la sabbia non aveva ancora trasformato l’Africa settentrionale in quello che oggi chiamiamo deserto del Sahara, e il continente era il luogo più fiorente e civilizzato sulla Terra.
Nella seconda sala presentiamo invece due opere bidimensionali, prodotte in parallelo alle ricerche di Black Med: una foto scattata nel porto di Marsiglia, Corsica Linea (2019), con un intervento in PVC specchiante – e MED T-800, un grande collage composto da 42 postcard di varie epoche, che mostrano diverse vedute del Mediterraneo e dei luoghi che vi si affacciano, prese d’assalto da un T-800, il cyborg protagonista del primo Terminator.

 

 

Sono laser, quelli che erano i suoi occhi

 

“Dell’acque sta sepolto

tuo padre, e non è morto,

ché la magia del mare

lo seppe trasformare

in cosa ricca e strana:

son l’ossa sue coralli

e perle i suoi occhi”

(W. Shakespeare, La Tempesta)

 

Alessandra Di Maio

 

Nel settembre 2012, quando il celebre duo di designer italiani Dolce & Gabbana ha presentato la collezione Primavera/Estate 2013 a Milano, il loro utilizzo di ciò che era percepito da un audience internazionale come Blackamoor, rappresentate su alcuni capi e accessori femminili, ha causato un enorme scandalo. Particolarmente controversi gli orecchini che rappresentavano teste di moro molto stilizzate, che pendevano dalle orecchie di dozzine di modelle, nessuna delle quali nera. Giornalisti, artisti, blogger, e appassionati di moda erano sul piede di guerra, specialmente in Inghilterra e negli Stati Uniti, nazioni storicamente sensibili ai dibattiti razziali e alla rappresentazione del corpo nero. Il Guardian ha paragonato i gioielli con le teste di moro alle bambole Aunt Jemima, notando come fosse impossibile “non essere inorriditi dal trasparente esotismo nel vedere le uniche facce di colore sulla passerella in forma di orecchini.”[1] Il blog femminista Jezebel ha definito gli oggetti “Mammy earrings.” L’Huffington Post ha parlato di “immaginari razziali insensibili” dal momento che le figure rappresentavano la schiavitù, concludendo che “il duo di designer avrebbe dovuto evitare qualsiasi cosa potesse trarre profitto dalla cultura degli schiavi.”[2] Azealia Banks, musicista hip hop americana, ha commentato duramente definendola una collezione razzista, twittando al mondo che avrebbe boicottato Dolce & Gabbana. La rivista Refinery29.com ha affermato che la collezione riposa pesantemente “sugli allori di un’epoca coloniale a lungo perduta, completa del suo immaginario fumettistico, degradante e subalterno e che pure il nonno più politicamente scorretto ci avrebbe pensato due volte.”[3]

Nonostante la controversia sia facilmente comprensibile – c’erano effettivamente teste di colore che penzolavano dai lobi delle modelle nella passerella di Milano – va considerata una discreta quantità di inesattezze storiche attorno a queste figure. Come hanno spiegato Dolce & Gabbana nel loro comunicato e nella loro autodefinita “rivista di lusso online” Swide, i loro orecchini fanno riferimento alla tradizione dei vasi siciliani delle teste di moro, così come il resto della collezione è ispirata dal folklore siciliano: le ruote decorate dei carri tradizionali e le marionette dell’Opera dei Pupi.[4] Dietro tutto ciò, Elisa Della Barba ha spiegato su Swide, c’è una storia antica e una leggenda particolare. I famosi orecchini riproducono i vasi in ceramica a forma di testa di moro che hanno decorato a lungo molte case siciliane e si possono facilmente trovare nei negozi di souvenir di tutta l’isola – che è tra l’altro il luogo di nascita di Domenico Dolce, una delle metà del brand. I mori rappresentati sui vasi coprono una vasta gamma di colori: alcuni sono neri come la pece, altri bianchi, altri ancora biancastri oppure mulatti; e tutti hanno le sembianze facciali dei mori. Persino la varietà di colori facciali è stata imitata negli orecchini di Dolce & Gabbana. Ma le fotografie che sono comparse su internet e sui principali canali di comunicazione e stampa riguardanti la passerella, mostravano solo gli orecchini con le teste di pelle scura – alle quali in inglese ci si riferisce con il termine “Blackmoors”, enfatizzando il colore scuro, in contrasto con la più comune definizione italiana “mori”.

Indipendentemente dal colore, sia i vasi originali, sia, per analogia, le teste dei mori negli orecchini Dolce & Gabbana, rappresentano l’esotismo che perpetua un “immaginario razziale insensibile”, un argomento intrigante e ancora largamente trascurato in termini di indagine estetica. In effetti, alcune sembrano realistiche, mentre altre presentano caratteristiche moresche goffamente stereotipate. Ciò che è certo, tuttavia, è che la storia iscritta sui tradizionali vasi che hanno ispirato Dolce & Gabbana non fa riferimento alla concezione moderna di schiavitù, né al colonialismo occidentale. In contrasto con la loro controparte nordica – le statuette dei mori delle tradizioni veneziana o fiorentina che rappresentano discendenti di servi africani – le teste di ceramica dei mori siciliani si riferiscono ad un momento della storia precedente, pre-moderno: la dominazione araba della Sicilia, ampiamente riconosciuta come lo zenit dello splendore dell’isola. In particolare, si riferiscono alla storia popolare, che secondo la leggenda risale all’anno 1000 d.C. Per contestualizzare la storia è necessario tornare a quel momento storico, attraverso un breve flashback nella storia italiana.

L’Italia è considerata un paese occidentale. Fa parte dell’Unione Europea, dei primi G7 – ora G20 – e stato membro della NATO. Nel discorso contemporaneo, appartiene al Nord e all’Occidente del mondo, al contrario del Sud Globale e dell’Oriente. È un paese dove, negli ultimi anni, un grande numero di migranti è approdato dai quattro angoli del mondo, specialmente dall’Africa, in cerca di migliori condizioni di vita. In ogni caso, fino a che il paese fu definito un’unica nazione, nel 1861, il territorio che comprende la penisola e le due maggiori isole della Sardegna e della Sicilia che oggi chiamiamo Italia era un insieme di piccoli stati indipendenti, compreso lo Stato Pontificio, più spesso che mai in guerra tra loro. La Sicilia, geograficamente e culturalmente strategica, era uno di questi piccoli stati. Posizionata al centro del Mediterraneo, l’isola è stata un magnete per i conquistatori attraverso i secoli.

Arrivati dalla moderna Tunisia, gli arabi conquistarono la Sicilia nell’827 e rimasero al potere per più o meno 250 anni. Infatti, I nuovi conquistatori non furono comunemente conosciuti come arabi, ma come mori. Il “notoriamente incerto” termine “moro” fu adottato più generalmente dagli europei per riferirsi sia alle popolazioni nomadi che agli arabi del nord Africa, spesso estendendolo a popoli di altri paesi africani e a ciò che oggi chiamiamo Medio Oriente, addirittura includendo anche paesi lontani come l’India.[5] Il termine non implicava quindi una singola e delimitata identità culturale, etnica o razziale. Faceva riferimento a persone di colore scuro come a persone di colore più chiaro. Spesso anche usato come sinonimo di “musulmano”, “moro” in realtà trascende i limiti della religione, comprende numerose storie, geografie e ideologie, ognuna con i propri indicatori culturali. L’espressione è stata coniata dagli europei per riferirsi all’“altro”, che arrivava attraverso il Mediterraneo; significava l’intersezione tra culture europee e non-europee.[6]

I mori portarono in Sicilia la coltivazione degli agrumi, i sistemi di irrigazione, l’architettura sontuosa, l’algebra, il Corano, le maioliche e una ricca tradizione culinaria. La pasticceria siciliana conosciuta in tutto il mondo – cannoli, cassata, marzapane – risale alla dominazione araba, che durò senza opposizione fino alla conquista normanna del 1071. Fino a quel momento, la Sicilia era un emirato arabo, e Palermo era la sua capitale. I mori non erano schiavi, ma conquistatori. Per usare una terminologia moderna, non erano i subalterni, ma la classe dirigente; non i soggetti coloniali, ma i colonizzatori. Erano i sovrani, come la corona sulle teste decorative rende chiaro.

Le leggende iscritte sui vasi risalgono ai tempi della dominazione araba della Sicilia. Arte e leggenda sono combinati al punto che sembra impossibile distinguere se sia la tradizione che ispira l’arte o, viceversa, l’artefatto che ha fatto nascere la leggenda. Tuttavia, la storia narra che nell’anno 1000, nel cuore della Kalsa, uno dei quartieri arabi di Palermo, visse una bellissima giovane donna siciliana che passava le sue giornate a coltivare piante e fiori sulla sua terrazza. Alle giovani donne benestanti non era permesso uscire per conto proprio in quei momenti, e l’occasione degli incontri sociali era mediata dai genitori. Ma dal momento che la donna faceva giardinaggio sul suo balcone, la sua bellezza era nota ai suoi vicini, i quali dicevano che i suoi capelli erano scuri come la notte e gli occhi blu come il mare nella baia di Palermo. Un giorno passò un giovane moro che viveva nelle vicinanze e, ipnotizzato dalla rigogliosa vegetazione sulla terrazza, scorse e vide, tra i fiori, la bella signorina. Fu amore a prima vista. Si avvicinò, chiese di essere ricevuto e le dichiarò il suo amore eterno. Mossa dalle sue dolci parole e dalla purezza dei suoi sentimenti, lei ricambiò. La storia d’amore continuò appassionatamente, fino a che un giorno, qualche tempo dopo, il moro disse alla donna che doveva lasciare Palermo per tornare nel suo paese, dove sua moglie e i suoi figli lo stavano attendendo. Alla giovane donna, ignara del fatto che il suo amato avesse una famiglia nella sua terra natia, si spezzò il cuore. Infuriata a causa del tradimento e del disonore, progettò una vendetta in perfetto stile medievale siciliano. Invitò il suo amante a trascorrere l’ultima notte insieme nella sua dimora, e quando finalmente si fu addormentato, gli mozzò la testa. In questo modo il suo amante sarebbe rimasto con lei per sempre, come aveva promesso. E quale modo migliore di preservare la sua testa che trasformarla in un vaso dove piantare il basilico, l’erba reale, dove il conquistatore decapitato sarebbe stato perfettamente? La pianta nella testa dell’uomo si unì alle altre sulla terrazza, crescendo in fretta e così lussureggiante e fragrante che i gelosi vicini, che avevano fedeli ceramisti in città, si fecero realizzare vasi di maiolica della stessa forma – come la testa del moro.

Ben presto, nella tradizione della ceramica siciliana, le teste divennero due, un maschio e una femmina, rappresentanti i due amanti, e ancora oggi sono esposti a coppie nelle case siciliane. Le teste maschili e femminili, di solito esposte l’una accanto all’altra, sono ugualmente adornate con gioielli, frutta ornamentale, rami, ghirlande di fiori e foglie, talvolta turbanti, nei tipici colori vivaci della maiolica siciliana, come il blu cobalto, il giallo antimonio e il verde rame. Con o senza turbante, entrambe le teste sono sempre incoronate. I volti, indipendentemente dalla sfumatura della carnagione, condividono caratteristiche simili, come le sopracciglia marcate e le labbra più o meno carnose. L’uomo ostenta sempre un paio di baffi virili e occasionalmente un pizzetto, mentre la donna a volte è ritratta con gli occhi azzurri. Cromaticamente, tuttavia, la pelle corrisponde a ogni coppia di teste di Mori: possono essere chiare o scure, ma sempre uguali, simboleggiando la comunione perenne e un destino condiviso. I due vasi, mettendo drammaticamente in scena una storia d’amore tristemente conclusa, rappresentano l’incontro tra uomo e donna, Oriente e Occidente, Sud e Nord, musulmani e cristiani, conquistatori e conquistati. Non è un caso che questo incontro avvenga simbolicamente nel contesto delle arti decorative della Sicilia, crocevia del Mediterraneo attraverso i secoli.

Versioni leggermente diverse di questa storia sono diffuse in tutta l’isola, ma la fine rimane sempre la stessa: il moro è decapitato dalla devota, tradita siciliana, e la sua testa diventa un vaso di basilico in fiore. La storia è degna di nota non solo per le conseguenze drammatiche e il tema macabro, una commistione di amore e morte tipica dello stile siciliano, ma anche il ruolo svolto dalla protagonista femminile: la nativa donna sedotta prende posizione, agendo sulla sua voglia di vendetta, e uccide il moro che ha conquistato la sua terra e il suo cuore. In diversi modi, questo racconto popolare siciliano è l’esatto opposto della storia del moro più popolare nella letteratura europea, Otello, il Moro di Venezia, che cieco di gelosia, uccide la candida ed innocente Desdemona. Mentre Desdemona è una ricevente passiva delle malefatte di Otello, l’eroina siciliana agisce contro il tradimento del suo amante. Ci sono buone ragioni per credere che il racconto popolare sia stato altresì fonte di ispirazione per la famosa Lisetta da Messina di Boccaccio nel suo Decamerone, dove la protagonista pianta basilico nella testa del suo amante. Le sue lacrime permettono alla pianta di crescere forte e profumata, fino a che i fratelli, responsabili dell’assassinio, la portano via, causando la morte della sorella.

Indipendentemente dai suoi echi letterari, la leggenda ispira la tradizione delle teste di moro, sia che preceda la loro produzione, come si crede, o che la segua, come molti artisti criticamente affermano. Lo scambio tra la leggenda e la tradizione decorativa ha attratto nel corso degli anni artisti e artigiani, i quali hanno ri-significato i vasi in nuove tendenze. Negli ultimi anni, ad esempio, dopo che un gran numero di mori di tutte le carnagioni sono arrivati in Sicilia attraverso il passaggio nel Mediterraneo, nell’immaginario occidentale alcuni vasi hanno assunto delle caratteristiche facciali di persone provenienti da quelle che l’occidente definisce regioni sub-sahariane. Il più delle volte sono figure dai tratti caricaturali, iscritte nella secolare tradizione occidentale della rappresentazione dei corpi neri, la stessa che i dispregiatori della collezione 2013 di Dolce & Gabbana criticano aspramente. D’altra parte, alcuni artisti si sono interessati alle teste di moro interrogandosi sulla loro presenza, sulla loro storia, sul loro sguardo. Quelle proposte da Invernomuto guardano al futuro – e in alcuni casi si guardano a vicenda – con intensi occhi laser. Il loro raggiante sguardo è curioso, senza tempo, profetico. Si interseca con il nostro, e tutti ci identifichiamo nella testa del moro decapitato come in quella della decapitatrice.

 

 

[1] Sara Ilyas, “Did Dolce & Gabbana send racist earrings down the catwalk?,” The Guardian, 26 settembre 2012.

[2]   Julee Wilson, “Dolce & Gabbana black figurine earrings and dress, Are they racist?,” The Huffington Post, 26 settembre 2012.

[3]   Lexi Nisita, “Colonialist chic? No thanks, Dolce & Gabbana,” Refinery29.com, 25 settembre 2012.

[4]   Elisa Della Barba, “Moorish heads ceramics on the DG SS13 runway”, Swide, 23 settembre 2012.

[5]   Michael Neill, “‘Mulattos’, ‘Blacks’, and ‘Indian Moors’: Othello and Early Modern Constructions of Human Difference”, Shakespeare Quarterly, vol. 49, n. 4 (Winter 1998), pp. 361-374.

[6] See Emily C. Bartels, Speaking of the Moor: From Alcazar to Othello (Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2008), p. 5.

Peter Fend/Yona Friedman – Filling the absence

Comunicato stampa

 

Ciò che è successo a Genova è un grande shock. Non solo per Genova, ma anche per l’Italia e per l’ingegneria civile. Quel ponte era, in sostanza, troppo vulnerabile?
(…) Pinksummer ha due artisti che lavorano con i palloni. Uno viene dall’insegnamento di Peter Cook (Archigram) e l’altro muove da un progetto iniziato con Gordon Matta-Clark.
(…) Cosa si può fare adesso? Peter Fend insieme alla galleria potrebbero aiutare? Le altre persone in copia sono state coinvolte nell’idea del “ponte-pallone”, o Matta-Clark, quindi, questa è la ragione; potrebbe essere un’iniziativa di Pinksummer. No?Peter”

Ci scrisse Peter Fend in una e-mail del 15 agosto 2018, con in copia una sfilza di nomi a noi del tutto sconosciuti. Ma con Fend spesso accade, fa parte, come dire, della sua geografia “oltreconfine”.
Di fatto la mostra Filling the Absence di Peter Fend e Yona Friedman, curata da Andrea Canziani e Emanuele Piccardo, con un film documentario co-prodotto dal Museo Nivola e da Pinksummer, curato da Elisa R. Linn e Lennart Wolff, si potrebbe dire che in origine non sia stata una scelta della galleria, nel senso che ci siamo accordate su sollecitazioni essenzialmente tendenti a sovrastimarci, che ci piaceva potessero vibrare da noi e con noi.
Quando tornammo in galleria dopo la pausa estiva, ai primi di settembre, ci vennero a trovare Emanuele Piccardo e Andrea Canziani, i quali citarono l’esempio del gallerista Max Protetch, che immediatamente dopo il crollo delle Twin Towers invitò più di 100 architetti e designers a presentare proposte per lo sviluppo del sito, successivamente denominato Ground Zero. All’inizio del 2002 Protetch, in collaborazione con gli editori di Architectural Record, organizzò la mostra New York, a New World Trade Center: Design Proposals, in cui vennero presentate le 60 proposte pervenute.
Piccardo e Canziani affermarono che si doveva partire dal violento crollo del viadotto sul torrente Polcevera, descritto da loro come “Il sottile nastro di cemento che attraversava la valle verde, paradigma della Genova moderna post-bellica”, per rigenerare il futuro di una città fragile e tendente a infragilirsi sempre più, oltre che per l’assenza di infrastrutture adeguate, per quella di una visione prospettica in divenire. Piccardo e Canziani ci proposero di organizzare insieme una mostra. Fu invece Joseph Grima a suggerire l’open call. Dopo una serie di confronti con Piccardo e Canziani, decidemmo di invitare Yona Friedman e Peter Fend, accomunati, nelle differenze, dal loro essere “programmaticamente utopici”, e anche dalla generosità che li contraddistingue, intesa come attitudine anti-monumentale, avida di vita, di movimento e di freschissima insoddisfazione positiva.
Yona Friedman ha influenzato due generazioni di architetti agendo attraverso disegni, collages, modelli, idee, teorie, libri e film. Nel suo testo Biosphere is still common property except for land use scrive: “Il concetto di proprietà terriera è cominciato concentrandosi sull’area calpestabile a due dimensioni e si è sviluppato dopo sull’interpretazione a tre dimensioni. La proprietà terriera è stata estesa ‘raggiungendo il cielo’, includendo anche le acque, come ‘acque territoriali’. La biosfera è diventata una proprietà privata. Fortunatamente, la proprietà non è stata estesa all’atmosfera, all’aria, alla pioggia, alla luce solare. La mia proposta di ‘infrastrutture a nuvola’ è basata essenzialmente su quelle nuove tecnologie che sono indipendenti dall’uso diretto della terra, come pannelli solari, batterie compatte, contenitori per la pioggia, cloud di informazioni. Le informazioni in cloud sono di tutti.”
Peter Fend, senza mai celare un profondo senso di frustrazione trasmutato in elemento fondativo della sua opera, ha affidato la sua visione alle azioni di ri-mappatura del mondo reale, muovendo dalla rappresentazione geografica e dalla lettura lucida e senza pregiudizi della Storia atta a centrifugare la segmentazione lineare della causa e dell’effetto, dentro a una prospettiva in cui la relazione di idee manifesta l’a-priori e l’a-posteriori in forma circolare. Il suo libro Ocean Earth è emblematico in questo senso. Al di là del Mega-Strutturalismo e del linguaggio dell’assemblaggio modulare, che Fend ci ha confessato di percepire come una montagna da scalare, al ritorno dal suo primo incontro a Parigi con Yona Friedman, nello studio dell’architetto, lo scorso novembre, avvenuto indipendentemente da noi e senza che noi ne fossimo a conoscenza, per una curiosa coincidenza di cui diremo dopo, Fend ci ha raccontato che Friedman è la prima persona che ha incontrato nel mondo dell’architettura, che conoscesse in modo approfondito la fisiocrazia, una dottrina economica formulata dal fisico François Quesnay nel Settecento, affermando: “Riguardo a ciò, noi due potremmo essere unici nella comunità dell’architettura, e anche nel mondo dell’arte” e ancora “La fisiocrazia è stata inventata dal fisico per il re francese. È arrivato alla conclusione che il benessere della nazione, del popolo, dipendeva dalle fondamenta del benessere della Natura. Gli animali e le piante dovevano essere in salute. La parola ‘ecologia’ non era utilizzata allora, nei primi anni del XVIII secolo. Ma il fisico ha capito l’obbligo dello Stato, oppure del re, di assicurare l’incolumità alla popolazione. Questo significa che il terreno e l’acqua devono essere sicuri. Infatti: le persone vanno e vengono; come sta succedendo, invece, alla terra e all’acqua? Nessuna tirannia è peggio che vivere in un luogo inquinato e malsano. Non c’è scampo”.
Il viaggio di Peter Fend a Parigi per incontrare Yona Friedman è stato organizzato dal museo Nivola, a cui Lennart Wolff e Elisa R. Linn avevano proposto un progetto di collaborazione tra Friedman e Fend fin dal 2017; la mostra sarà aperta nell’ottobre del 2019.
Apprendemmo del progetto da una e-mail di Lennart Wolff in dicembre.
Sia Peter Fend che Yona Friedman, entrambi “trascendentemente” al di sopra di questo apparente conflitto di interessi, non avevano mai fatto cenno al progetto insieme in Sardegna.
Quando chiedemmo a Peter Fend rispose, prendendoci un po’ giro:
Devo ammettere, mi dispiace,
che sono in difetto, dal profondo del mio corpo,
con ogni fibra delle mie braccia e delle mie gambe,
che ho pensato a ciò a cui
tutti gli architetti hanno pensato,
all’ambizione, dopo il fatto di agosto, di ANDARE A GENOVA
a portare idee sul Construttivismo russo,
Gordon Matta-Clark, Robert Le Ricolais, Yona Friedman,
o ad altri genuini pionieri del pensiero strutturale ed infrastrutturale”.

Il film-documentario curato da Elisa R. Linn e Lennart Wolff e co-prodotto dal museo Nivola e Pinksummer, nasce insomma da una coincidenza sintropica, trasformata in opportunità, muovendo dal materiale raccolto da Wolff durante l’incontro a Parigi tra Yona Friedman e Peter Fend.
L’open call, la cui dead-line sarà il 15 marzo e di cui sotto presentiamo l’intento, lavora invece sull’ermeneutica dell’assenza, da ogni punto di vista la si voglia considerare. In un’Italia che dibatte incerta come se la sicurezza di un’identità eventuale fosse assoggettata alla chiusura o all’apertura dei porti, in barba al fatto che un porto, in sé, indica l’approdo in sicurezza, qui a Genova ciò che è accaduto dopo “Il crollo del ponte” più che a rimandare alla cordata Traiano/Apollodoro di Damasco, che insieme costruirono nel 105 d.C. un ponte lungo 1,1 km, quanto il viadotto autostradale sul Polcevera progettato da Riccardo Morandi a opera della Società Italiana per le Condotte d’Acqua e ultimato nel 1967, richiama il neo-feudalesimo contemporaneo, allergico all’idea stessa di partecipazione, che, giustificato dall’eccezionalità (stato di eccezione), si è trovato a ignorare le regole costituzionali della competizione, come premessa compiutamente democratica alla ricostruzione.

 

Pinksummer: La democrazia è il governo del popolo tramite rappresentanti liberamente eletti dai cittadini che hanno diritto di voto. Lei ha affermato che a esprimere il parlamento, in un governo compiutamente democratico, non dovrebbe essere la maggioranza dei votanti, ma di tutti coloro iscritti al voto e che dunque, anche agli astensionisti, dovrebbe corrispondere una percentuale di eletti. Lenin intendeva l’astensione come una forma tattica e strategica rispetto alla coerenza con gli ideali rivoluzionari, per lei l’astensionismo è una forma di resistenza?

Yona Friedman: L’astensionismo è un partito. Può essere rappresentato da delegati scelti casualmente, come i giurati dalla corte d’assise.

Ps: La rete, internet, in qualsiasi forma, è sempre la teatralizzazione di contenuti già noti rispetto all’informazione?

Y.F.: Spesso internet diffonde informazioni false. Come tutti i media. Sarebbe meglio e più facile combatterli attraverso la rete, ma difficilmente è attuabile in maniera altrettanto efficiente.

Ps: Cosa intende quando afferma che le migrazioni oltre a essere una difesa dell’individuo contro l’iniquità sono strumenti di autoregolamentazione sociale? Le migrazioni rappresentano una minaccia per lo stato democratico o solo per lo stato mafia?

Y.F: La migrazione equivale a esprimere dissenso. Io stesso sono emigrato tre volte, lasciandomi alle spalle situazioni politiche che non mi piacevano.

 

Ps: Una volta hai detto che ti piacerebbe guidare l’Italia a costruire ferrovie nel deserto del Sahara, non diversamente da quello che sta facendo la Cina; in linea con una citazione di Matta-Clark che ha detto (o scritto): “L’unica cosa in cui credo sono le ferrovie”. L’idea è quella di sostituire la politica degli aiuti umanitari con investimenti che rimandano a una vera e propria cooperazione. Negli ultimi 10 anni la Cina ha costruito in Africa 2233 km di ferrovie e altri sono in corso d’opera. Il presidente Xi Jimping, durante il China-Africa Cooperation Forum, ha varato un nuovo piano industriale per l’agricoltura e le energie pulite. Di fatto però si tratta di petrolio in cambio di strade e ferrovie e gli aiuti umanitari cinesi all’Africa sembrano solo dichiarati. Non si tratta di purissimo neocolonialismo o meglio nel caso dell’Impero celeste di neoimperialismo? Parlaci dell’Eurafrica che hai in mente.
Peter Fend: Genova è il porto di Milano-Torino-Parma-Genova, anzi, di più rispetto a Rotterdam che è il porto di Amsterdam-Utrecht-L’Aia-Rotterdam.
Le eccezioni sono i due aeroporti internazionale in Svizzera, che è più una banca che un paese,
e i centri globali del Quatar, Dubai e Istanbul, possibili grazie alla loro posizione centrale nel mondo dei viaggi e del petrolio.
Ancora più importante, Genova può diventare il porto principale dell’Europa con l’Africa—più grande di Marsiglia.
Questo necessita di due reti ferroviarie
Attraverso il Sahara fino all’Africa sub-sahariana.
L’Italia ha iniziato una ferrovia trans-Sahara diverse volte, la prima nel 1871, la Cina ha costruito reti ferroviarie di quelle dimensioni, attraverso deserti più grandi, in questi anni. L’Italia può competere?

Ps: Muovendo dal Viadotto sul Polcevera, la tua idea di ricostruzione rimanda alla large scale, per large scale intendi sempre un sistema infrastrutturale strategico, senza mai dimenticare l’ambiente. Hai studiato Genova e il suo territorio. Genova è essenzialmente un porto, i porti hanno bisogno di strade, di ferrovie efficienti. Perché gli amministratori locali e il governo centrale hanno lasciato che il porto di Genova venisse “insabbiato” e la città isolata grazie a reti autostradali e ferroviarie inadeguate per viaggiare in moto sincrono con un tempo accelerato? Fin dagli anni ’80 gli ambientalisti e i residenti delle zone a nord di Genova, interessati dalla cosiddetta “Gronda”, si sono opposti ricorrendo al Tar. Come è possibile coniugare le esigenze dell’ambiente con quello di dare respiro a nord a un porto e a una città, in un territorio orogeneticamente difficile?
P.F.: Uccelli che volano dalla giungla in Africa alla tundra nell’Artico, e ritorno, passando dall’Europa. Questi uccelli appartengono essenzialmente all’ecosistema dell’emisfero boreale. Distribuiscono nutrienti e semi in queste longitudini. Ma questi voli stanno diminuendo. Le ragioni sono diverse. Quasi tutte sono causa dell’uomo. Perché, ad esempio, gli insetti sono diminuiti del 75% negli ultimi 25 anni? Senza un grande numero di insetti, non possono esserci abbastanza uccelli.

La Cina ha adottato una massiccia campagna per la costruzione di infrastrutture, e nell’organizzazione della popolazione, per un percorso che passa in gran parte dall’estremo ovest all’estremo est, attraverso l’intera Eurasia. Questa campagna si è estesa in tutto il mondo, dall’Africa all’America latina. Cosa risponde l’Italia?
L’Italia potrebbe organizzare una campagna analoga per scala e concettualmente simile, ma lungo il percorso dall’Africa sub-sahariana al Sahara, al nord Europa e l’Artico, e viceversa. L’Italia può farlo con altri paesi in Africa e in Europa.
Imitando il volo degli uccelli, l’Italia può dirigere la costruzione di binari attraverso il Sahara. Ha cominciato questo lavoro nel 1871, fare squadra con l’Africa e l’Europa per continuare. Le distanze nel deserto sono minori rispetto a quelle raggiunte negli ultimi anni dalla Cina.
Attraverso questi percorsi, l’Italia può fare da pioniera nella costruzione di paludi, oasi, alimentando il terreno per gli animali, e rigenerando laghi salati. Può fare ciò non solo con l’Africa ma anche con l’estremo nord dell’Europa. L’Artico si sta sciogliendo; gli ecosistemi fioriscono di vita, specialmente in estate; perché non lavorare lungo i litorali dell’Artico, tutto intorno? Perché non seguire l’esempio di Umberto Nobile, il duca italiano, pioniere negli anni ’20, cento anni fa: il primo a attraversare l’Oceano Artico con un pallone. L’ha fatto solo per gioco? No, l’ha fatto perché sapeva che l’Italia avrebbe dovuto attivarsi nell’Artico. Questo può avvenire ora.
Tutte le acque costiere dell’Artico sono in mostra questa settimana a Kirkenes, al confine tra la Norvegia e la Russia. Un film-maker e io intendiamo andare in quelle stesse acque l’estate prossima, per sfidare l’industria petrolifera in questo scenario di trivellazioni e cercare, in questi siti, se le alghe possono essere raccolte per sostituire le emissioni con il biocarburante. Questa ricerca può essere proseguita da ENI. Può essere iniziata anche adesso da Eni che potrebbe tenere sotto controllo il flusso dall’Artico, la corrente del Labrador.
Molte azioni sono state mappate e pianificate per le coste dell’Africa, e anche per l’interno. Dovrebbero cominciare durante l’inverno. Possono essere mappati degli schemi e lanciati dall’Italia.
L’urgenza di azione nell’Artico è chiara: le alghe proliferano durante l’estate, a causa dello scioglimento della tundra e per l’aumento netto della temperatura; le alghe aiutano a riversare acido nel mare; nel frattempo, compagnie petrolifere di grandi poteri (Russia, Cina, Stati Uniti, Inghilterra, ma non in modo significativo, Francia) lavorano per trivellare alla ricerca di petrolio e gas, a grandi costi e rischi, con seri danni all’Artico come a qualsiasi cosa viva.
L’urgenza di azione in Africa è altrettanto chiara: il continente avrà 2 miliardi di persone nel 2050, non tenendo conto di guerre catastrofiche, ma è comunque in dubbio, dato che l’Africa non ha abbastanza acqua. Potrebbe esserci carestia. Potrebbe esserci più siccità. Potrebbe esserci un grande aumento della mortalità. Potrebbe esserci più violenza e terrore. Cosa si può fare? E’ urgente costruire un’attività economica di cui potrebbe beneficiare l’ecologia, ripristinando il circolo dell’acqua. Tale azione dovrebbe essere guidata da paesi come l’Italia. Altrimenti, solo la Cina avrà in mano tutto. La Cina è inoltre già sulla strada per il dominio dell’Africa. Ciò non va bene per l’Italia, o l’Europa, o anche per l’Africa. L’Italia deve entrare nel mondo africano allo stesso modo in cui sta facendo la Cina oggi. Centinaia di milioni di ipotetici rifugiati devono inondare l’Europa? E dovrebbe l’Africa rimanere un continente praticamente deserto? Con deboli rotte migratorie, che portano sempre meno benefici al paese, come l’Italia, a nord?
Genova può essere decisiva.
Genova, insieme a Sarzana, Savona e potenziando la rete ferroviaria a nord, Ovada, o Tortona, può affermare che coordinerà la regione con uno dei più grandi PORTI di scambi tra l’Europa e l’Africa.
Potrebbe chiamarsi PORTA AFRICA.
Genova può fare tutto ciò in concorrenza con la Cina, e sulla stessa scala globale di infrastrutture pensando a ciò che fa la Cina.
Genova può anche rivolgersi a Mercitalia, il trasporto merci delle Ferrovie dello Stato, per costruire binari dall’Europa del nord all’Artico, in collaborazione con la Norvegia e la Finlandia, e può dialogare con Mercitalia sulla costruzione di entrambi gli ecosistemi e linee di trasporto merci attraverso l’Africa.
Il coordinamento può essere gestito dal Giappone: sia l’Italia che il Giappone sono unici al mondo per la costruzione di binari lungo le coste; entrambi i paesi sono in grado di costruire economia mare-terra.
La pressione dalla Cina, con quella della Turchia sempre in espansione, dev’essere pareggiata su una scala similare.  Altrimenti, l’Italia diventa economicamente debole, con Genova come prima vittima.
Rispondendo alla pressione, insieme al governo a Roma, può ripristinare Genova come primo porto industriale d’Europa, tra la Francia e la Russia.
Fare ciò non è difficile: Genova deve ricordarsi di Torino, Milano e il corridoio agro-urbano da Piacenza a Bologna, e il loro porto è quasi sempre Genova.
Ciò che succede nella Val Polcevera è solo una piccola parte di ciò che succede nell’intero sistema ecologico dell’Eurafrica.
VOLO VIA GIUNGLA VERSO TUNDRA

 

Ps: Il Viadotto sul Polcevera, crollato lo scosso 14 agosto, fu costruito da Riccardo Morandi tra il 1963 e il 1967, nel periodo del miracolo economico del secondo dopoguerra simbolo di una modernità dirigistica, che non guardava in faccia a nessuno e che sicuramente non ha guardato in faccia coloro che già abitavano e hanno continuato a abitare le case di via Walter Fillak fino al crollo del nastro di cemento strallato. Per citare Robert Smithson il ponte Morandi non è stato sempre una rovina al contrario?

Andrea Canziani e Emanuele Piccardo: Smithson nel suo A Tour of Monument of Passaic in New Jersey avvenuto proprio in quello stesso 1967, cammina lungo il fiume e racconta con le fotografie una serie di “rovine” che sono pipeline, moli, ponti pedonali, aree gioco per bambini. Smithson lavora sul concetto di rovina invertendo l’idea classica di monumento, infatti si chiede se Passaic possa essere una città eterna come Roma, senza che debba derivare da alcuna volontà monumentale. “Il caso volle che fossero proprio le fotografie di un viadotto dell’Autostrada A12 nei pressi di Rapallo le immagini che usai nel progetto del filosofo Matthieu Duperrex che nel 2017 chiese a una serie di ricercatori, di rendere omaggio al tour di Smithson a distanza di cinquant’anni” (EP). Il Viadotto sul Polcevera è questo: un monumento al contrario, avrebbe potuto essere una rovina solo se ci avesse permesso di percepire l’esistenza di un tempo che non è quello del solo trascorrere degli anni. Ma tutto questo è stato negato dalla volontà della rimozione. Rimozione dell’evento ancor prima della rimozione di ciò che non ha tempo per essere altro che macerie.  Sarebbe sbagliato leggere quel progetto e le scelte da cui deriva con la sensibilità, anche ambientale, che abbiamo oggi.
La modernità del secondo dopoguerra non aveva connotazioni antidemocratiche, certo aveva connotazioni capitalistiche e tecnocratiche. Ma attenzione era ancora (per poco) una tecnocrazia alla William Henry Smith: al servizio della democrazia industriale, con un fine etico e morale di ben altro spessore rispetto alla successiva deriva capitalistica.
Il progetto di Morandi non ha nulla di dirigista, non cambia la città su cui si innesta, non chiede nulla, offre una risposta alla funzione di collegare due autostrade. E lo fa in quel momento così bene che immediatamente viene riconosciuto come un esempio formale di grande interesse, perfino paesaggistico, negli ambienti ingegneristici dell’epoca. Occorre contestualizzare il progetto di Morandi con il boom economico e la voglia di rinascere dell’Italia, l’utopia modernista e la necessità di avere collegamenti efficaci, sono gli stessi anni della costruzione della Sopraelevata (1964).
Allo stesso modo occorre contestualizzare l’operazione che stiamo facendo con questa mostra che non è affatto la proposta di progetti alternativi, bensì di visioni alternative.

 

Ps: L’evoluzione della democrazia, anche in architettura, ha veramente eroso le gerarchie? La post-modernità è davvero più mobile e fluttuante o è solo escrescenza discorsiva. La res publica non è stata devitalizzata dalla fine dell’homo politicus della modernità e dall’avvento dell’homo psycologicus vulnerabile e incerto, in cerca del proprio benessere dentro a una post-modernità equivocamente emotiva?

A.C. e E.P.: L’architettura ha una dimensione sociale ed etica, in quanto il progetto rappresenta sempre la possibilità di vivere in condizioni migliori. Questo è l’ideale a cui tendono alcuni architetti, non tutti. Alcuni si limitano a dare risposte tranquillizzanti ad abitanti che di norma diffidano dell’architettura e della contemporaneità.
La debolezza politica e la crisi dei meccanismi di partecipazione democratica in atto è ben espressa dalla situazione del crollo del viadotto. Abbiamo assistito al decisionismo autoreferenziale dell’ennesimo commissario per l’ennesima emergenza. Lo stato di eccezione giustifica tutto e la propaganda politica tranquillizza, ipnotizza, anestetizza, attraverso una offerta di delega totale alla politica di governo: tutto tornerà normale, tranquilli. Ma a quali e quante libertà siamo disposti a rinunciare per avere la rassicurante prevedibilità di un agire quotidiano?
Non è stata la postmodernità -ammesso che sia mai esistita-, né l’iper-modernità che viviamo che impongono quanto accade. Forse un indizio potrebbe trovarsi nella autoreferenzialità e e nel protagonismo egoista dell’homo psycologicus, ma sembra più ragionevole pensare che l’arroganza e l’ignoranza diffusa contribuiscano a definire la società contemporanea come una società dello spettacolo di debordiana memoria.
Ecco allora l’importanza di attivare meccanismi come quelli che hanno generato questa esposizione e l’open call associata al lavoro di Yona Friedman e Peter Fend. Perché l’agenda politica potrà anche essere dettata dalle emozioni e non dalla razionalità, ma che l’architettura non ne diventi mai l’ancella muta.

Ps: State lavorando a una mostra di Peter Fend e Yona Friedman al museo Nivola fin dal 2017, la mostra aprirà in ottobre. Senza sapere gli uni degli altri abbiamo accomunato per finalità diverse, la nostra più specifica, convogliata se vogliamo all’eccezionalità di un accadimento, la vostra invece si potrebbe definire, forse impropriamente a lungo termine. Cosa vi ha spinto a unire in una mostra l’artista large/small scale Peter Fend, all’architetto della ville spatiale, delle clouds infrastructures e delle utopie realizzabili?
Lennart Wolff e Elisa R. Linn: Il punto iniziale che ci ha spinto a unire Peter Fend e Yona Friedman era una somiglianza che abbiamo visto nelle loro posizioni in relazione alla storia e al discorso delle discipline di arte e architettura. Entrambi hanno mantenuto in qualche modo una posizione periferica e critica muovendo oltre le comuni elaborazioni, piattaforme e istituzioni: ad esempio, un museo e un mercato concentrato sulla produzione artistica negli anni ’80 o l’integrazione degli ideali modernisti delle culture corporative e delle industrie di edifici convenzionali negli anni ’50. Così facendo introducono nuove idee e possibili forme organizzative che vivevano in collaborazione ed eccedevano i limiti delle loro discipline che si sono dimostrate altamente influenti, non solo sulle generazioni contemporanee ma anche per quelle future. Inoltre, alla luce dell’evolversi sempre più accelerato della crisi climatica, eravamo interessati a riportare l’attenzione sul lavoro dei due professionisti, che hanno un ruolo pionieristico nel trovare diverse strade per considerare i problemi ambientali nell’arte e nell’architettura.

Luca Trevisani – 38° 11′ 13.32” N 13° 21′ 4.44” E 44° 24′ 27.4” N 8° 55′ 60.0” E

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: “Pur non entrando nel dettaglio, prendiamo in considerazione solamente quell’architettura vivente e mobile che è la danza. Gli elementi non sono più le pietre ma gli uomini: facendo parte della danza, per suo tramite sono sottratti alla vita animale e trasportati nella vita sociale, vale a dire nella vita propriamente umana. Appare infatti chiaramente come la danza derivi dalla cerimonia e quest’ultima non è altro che la manifestazione della società. Gli uomini che danzano, dunque realizzano danzando la loro vocazione di uomini. Tutte le arti, e in particolare l’architettura, sono simboli della danza, o piuttosto della cerimonia. Affermando che le pietre del tempio vogliono essere là dove sono – cosa alquanto incomprensibile – volevamo dire che l’architettura consiste nel trasportare nelle pietre le relazioni umane”.
Queste parole di Simone Weil contenute nel piccolo saggio Il Bello e il Bene1, ci hanno fatto pensare a quella che immaginiamo sarà la tua terza personale da pinksummer, una danza o forse anche una cerimonia basata sulla ripetizione, intesa come attualizzazione di qualcosa che precede la Storia e che è sempre esemplare, accordandosi in qualche modo alla lunga e costante nota del tempo mitico del panta chorei, quando il mutamento incessante della natura, il panta rei, viene delimitato dal logos, trasformandosi in danza, in poiesis.
Per rendere lo spazio sacro, negli stadi più antichi della nostra civiltà, lo si agganciava al cosmo con un asse e i punti cardinali, appartiene alle culture agricole invece la ripetizione rituale di un’azione esemplare, dove il mondo si genera da una contrapposizione, da una frattura, tra il territorio abitato, considerato sacro e l’indeterminazione caotica del mondo.
Se la mimesi del divenire ha sempre costituito la nota di testa del tuo lavoro, nel caso dell’opera focalizzata sulle misteriose incisioni rupestri delle grotte dell’Addaura, sul monte Pellegrino, che sovrasta Palermo, tale nota sembra allungarsi in profondità, per far affiorare, ritualizzandola, la lacerazione che ha generato la società e la Storia.
“L’idolatria è dunque una necessità vitale nella caverna. Seppure anche tra i migliori, è inevitabile che limiti strettamente l’intelligenza e la bontà”, scriveva Simone Weil in L’ombra e la Grazia.
L’idolatria è da intendersi come medicamento atto a suturare la frattura fondante della società umana che implica l’esclusione. Anche l’Illuminismo alla base della società moderna in questo senso potrebbe essere intenso come forma di idolatria.
La tua mostra che pare stabilire una sorta di continuità in potenza con quegli uomini della caverna, che nel tardo epigravettiano o all’inizio del mesolitico hanno rappresentato con la pietra e sulla pietra una scena di esclusione, in cui gli animali appaiono discostati e accessori, nasce dall’incanto o dal disincanto?
Luca Trevisani: Le grotte dell’Addaura sono chiuse al pubblico per motivi di sicurezza, sarà forse quindi stato per il fascino del proibito, sommato alla giornata di pioggia monsonica da cui ci riparammo nelle insenature, o per quello che vedemmo sulle rocce: di certo non fu un viaggio che ci lasciò indifferenti. È la visita a un mistero, che come tale è sacro, ma anche buffo, perché ci mostra quanto siamo semplici.
Il complesso delle grotte dell’Addaura è diventato per me un luogo di riferimento, immaginatevi una palestra di roccia abusiva, ma frequentatissima, mescolata a un’oasi di pace per adolescenti in cerca di un’alcova da cui vedere il mare, una scuola di disegno per graffitisti contemporanei, una spiaggia archeologica dove molluschi e dolomite si sono incontrati e incastrati, e – finalmente- un luogo che custodisce incisioni rupestri così antiche da non potersi datare e così fresche da farmi pensare che siano un falso storico succosissimo e verissimo. Si dice che le immagini conservate in queste grotte siano tra le più antiche mai realizzate, in cui è raffigurata una comunità di uomini, forse tra i primi coltivatori, di certo presi e persi in un rito collettivo. Questo luogo è come un giardino sociale, un po’ spontaneo e un po’ tenuto a bada; vivo, scapigliato, inafferrabile, dolcemente fuori norma come un poco tutto il paesaggio che lo circonda.
Avete presente Hotel Palenque ? Quella lecture e proiezione di immagini in cui Robert Smithson si mise a leggere un hotel abbandonato, con delle foto e un testo di purissimo misticismo architettonico? Ecco, quella è stata una sottile guida psichica per le ore che ho passato tra quelle rocce palermitane. Addaura, mese dopo mese, è diventata il mio Hotel Palenque, una piattaforma performativa per meditare sui processi entropici, e su come noi li danziamo.
Per me Addaura è una situazione così florida e bizzarra da non poter accettare che rimanesse sconosciuta ai più, e ho deciso di lavorare come per farne delle cartoline, come per poterla portare in giro, come per metterle le gambe e le ali, stamparla su grandi lenzuoli di carta per trasportarla in viaggio, farla diventare scultura impropria e file digitale, per scioglierla nel mondo.
Era necessario trasformare questo luogo per distillarne il succo, trasfigurarlo per farlo vivere, mi sono fatto ventriloquo per farla parlare.
Ps: “…And my feeling is that the hotel is built with the same spirit that the Mayans built their temples”, scriveva Robert Smithson a proposito di Hotel Palenque. Per certo non hai maneggiato i graffiti dell’Addaura in senso romantico. Di fatto anche l’idea di “rovina al contrario” rispetto al tuo approccio con quel luogo c’entra molto: non è il tempo a fare cadere una costruzione in rovina, bensì la deriva entropica è il fondamento della costruzione stessa, si potrebbe dire endemica rispetto a tutte le costruzioni umane possibili, anche quelle future, fossero anche teoriche. Si possono costruire solo rovine perché la nostra percezione del tempo è evenemenziale e impostata sull’irreversibilità dell’eternità.
Ci eravamo disabituate al tuo discorrere poetico ed elusivo, siamo testarde e ritorniamo alla prima domanda, credi che l’entropia possa essere una variabile provocata da quel rito consumato da quei primi coltivatori maledettamente antropocentrici?
LT: Certo. Si. Senza ombra di dubbio. L’entropia è il disordine immesso in un sistema, e l’uomo, il solo animale che abita e sfonda e ridisegna i confini della natura, non fa che immettere entropia nel mondo. Queste incisioni nella roccia sono l’unico reperto rupestre di nostra conoscenza in cui, circa 10-14.000 anni fa, l’uomo disegna per la prima volta un rito, rappresenta lo stare assieme, la società, il convivio. Questi uomini che danzano ci mostrano la convenzionalità del nostro concetto di habitat e di società; chiamano in causa la definizione di natura, sono un’analisi vivente della nostra idea di progresso e di futuro. Che si tratti dell’incisione di un rito apotropaico o di sciamanismo erotico o di una burla recentissima, questo non ci è chiaro, ma di certo la grotta dell’Addaura ci mette davanti a qualcosa che non possiamo comprendere, a immagini così antiche da essere fuori dalla Storia, senza una tradizione visiva che ci guidi alla loro comprensione. Ogni buona opera d’arte è impastata di ambiguità; non so se questa si possa chiamare anche entropia, ma pensare l’arte come a un campo in cui si coltiva entropia, è un’idea suggestiva.
Ps: “I disegnini di animali e di pupazzi” dell’Addaura, per citare, l’allora sovrintendente Giovanni Mannino, che in La grotta dell’Addaura, delle incisioni e l’Antro Nero”, narra del rinvenimento tra il 1951 e il 1952 dei graffiti paleolitici grazie a un tale Giovanni Cusimano che si definì “ cercatore di tesori e conoscitore di ogni pietra di Monte Pellegrino”, rappresentano, per il loro squisito realismo, un unicum nel panorama mondiale dell’arte rupestre.
Tornando a “L’ombra e la grazia”, Simone Weil scrive: “Quando il vero sembra almeno altrettanto vero che il falso, è il trionfo della santità o del genio” e ancora “Bisognerebbe che l’avvenire rimanesse là senza cessare di essere avvenire. Assurdità che solo l’eternità può guarire”.
Certo forse le categorie per comprendere quella rappresentazione fuori dalla storia non le abbiamo, ma l’interpretazione, vero o falsa che sia, ammesso che questi pregiudizi possano essere applicati qui, è in grado di attualizzare anche la preistoria dentro a un qualsiasi rocambolesco Jurassic Park. D’altra parte hai detto che in potenza, il cianotipo ermeneutico, squisitamente pittorico, cha hai realizzato per replicare le incisioni rupestri della caverna come fossero cartoline, avrebbe potuto essere prodotto da quegli stessi uomini del tardo paleolitico. Se noi umani riuscissimo a liberarci dalle catene che ci imprigionano da almeno 14000 anni nella caverna dell’Addaura, diventeremmo come gli dei che non hanno bisogno né di interpretare né di rappresentare?
LT: Essendo umani non ci libereremo da nessuna catena che appartiene agli umani e alla loro natura, e va bene così. Ho scelto di interrogare e intervistare questi fantasmi replicandoli con stampe cianografiche, sviluppate con reazioni chimiche semplici e elementari. Ho usato una tecnica ottocentesca ibridandola con un negativo digitale, e ottenendo stampe a colori con l’aiuto di vino, caffè, thè, ammoniaca, urina animale e mille altri intrugli. L’ho fatto pensando che la chimica è forse l’unica cosa che ci unisce a questi nostri antenati, la vita molecolare della materia è la stessa che si svolgeva a quei tempi, le energie del sole e dell’acqua del mare sono sempre quelle, e ancora incorniciano le grotte. Il cianotipo e i suoi errori e le sue casuali scoperte, mi sembravano l’unico modo saggio per scardinare e scacciare lontana ogni sciocca idea di progresso, che potrebbe malauguratamente accompagnarci mentre guardiamo queste iscrizioni.
Ps: Quale sarà il titolo della mostra?
LT: L’arte è per me un luogo di ricerca e di scavo. È sperimentazione, e non tutti gli esperimenti vengono bene, a volte si fallisce. Ho capito esserci una tensione costante che attraversa tutto il mio lavoro, è l’azione sui materiali, sulle storie, e sui luoghi. Il mio lavoro è come un’agenzia di viaggi che conduce verso situazioni altre, che tenta di sottrarre all’oblio, o alla non conoscenza.
Il mio lavoro è puntare l’indice verso qualcosa che desidero vediate, e costruire di volta in volta un ponte perché ci arriviate, scegliere il linguaggio giusto per far parlare un luogo, coniare una lingua adatta. Il titolo della mostra si spiega in questo modo, sono le coordinate geografiche delle grotte dell’Addaura, seguite dalle coordinate geografiche di Pinksummer, a Genova. 38° 11′ 13.32″ N 13° 21′ 4.44″ E / 44°24’27.4″N 8°55’60.0″E
Ps: La mostra avrà un suono, cosa sarà?
LT: Ho realizzato un lavoro sonoro, una specie di omaggio a Alvin Lucier e alla sua “I’m sitting in a room”. Ho preso le coordinate geografiche della grotta e le ho fatte tradurre in morse da un sito web, per poi far diventare questo codice un suono, in maniera automatica, grazie a un altro sito gratuito. Ho fatto suonare la localizzazione della grotta dentro la grotta stessa, registrando il suono che ne veniva fuori, per poi farlo ri-suonare ancora nella grotta, e registrarlo di nuovo, e via discorrendo. Ho intervistato la grotta cercando di udire la sua posizione: ne è uscito un suono astrale, un mantra fuori dal tempo, che mi fa pensare al jingle alieno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Ps: Per favore potresti utilizzare come immagine per l’invito, quella foto che ci hai inviato con whatsapp, per mostrarci le sculture che presenterai da pinksummer appena realizzate, en plein air, a Palermo, in cui assomigli a un invincibile pescatore da lago americano, con la sua carpa in mano, come un trofeo?
LT: Sì.
1 Simone Adolphine Weil, Il Bello e il Bene, a cura di R. Revello, Mimesis Edizioni, 2018

TOMÁS SARACENO

ALBEDO

Comunicato stampa

Non sappiamo cosa Tomás Saraceno e il suo team sceglieranno per l’immagine dell’invito, ma concettualmente troveremmo appropriato il cono-luce di Hermann Minkowski, perché è un diagramma che contiene tutti i possibili sviluppi futuri e tutte le cause del passato, lasciando svanire il tempo in sé e lo spazio in sé come fossero pure ombre, per citare Minkowski stesso, in forza di una realtà indipendente, non euclidea per certo.
Non è casuale che in questo nostro tempo, improvvisamente, si percepisca attuale, l’umanesimo cosmico di Nikolaj Fëdorov (1829-1903) e dei cosmisti, movimento oltremodo creativo e interdisciplinare, che muove da “La Filosofia dell’Opera Comune “ di Fëdorov e segue il sentiero della pratica proiettiva radicale e dell’evoluzione attiva consapevole, con la finalità di un mondo migliore , che vede la scienza e la conoscenza come mezzi per sconfiggere la morte, anche retroattivamente, resuscitando gli antenati. Evento che porrebbe fine alla guerra, madre di ogni conflitto, quella della lotta generazionale. In questo sogno prometeico, le generazioni di ogni tempo coopererebbero e l’umanità diventerebbe una grande famiglia pronta a colonizzare l’Universo.
Il futurismo esoterico e positivista cosmista influenzò profondamente gli scienziati russi e il cosmonauta Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, nell’aprile del 1961 a bordo della navicella Vostok 1 esclamò emozionatissimo: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”.
La rivista “Time” il 7 febbraio del 2012, uscì con questo titolo in copertina “2045 The year Man Becomes Immortal”. All’interno conteneva l’intervista con l’ingegnere José Cordero, che trattava l’invecchiamento in modo trascendente, come fosse una malattia curabile. Mentre Raymond Kurzwill, futurista ingegnere, esperto di intelligenza artificiale, musicista e imprenditore, affermava che forse già nel 2020 potremo scansionare le nostre coscienze con il pc e vivere dentro a esso come fossimo software, per sempre.
Nietzsche forse in un aforisma della “Gaia Scienza”, scrisse che in nessun modo poteva credere a un dio incapace di danzare e d’altra parte si sa che le maggiori biopatie, sono determinate dalla paura, che in sé è un’emozione positiva, atta a preservarci nel pericolo, ma esistono paure razionali e paure irrazionali, come c’è il colesterolo buono e quello cattivo che provoca l’infarto e l’ictus. Bisogna iniziarci a difendere dalle paure artificiali indotte dallo stato di eccezione continuo e illimitato, per citare Agamben. La contrazione dello spavento, che gli etologi chiamano freezing, interrompe la pulsazione ritmica della vita, la blocca nella fase di contrazione, limitandone l’espansione e facendoci dedurre che le distopie di ogni tempo sono reazionarie e funzionali a sistemi psicotici e provvisori.
Basta con le distopie create dalla modernità che ci fanno aggirare morbosi e compiaciuti tra le rovine, muovendoci come zombie al suono lugubre intonato dallo spettro dell’estinzione apocalittica.
L’attivismo politico di movimenti come il Solarpunk, le fog communities dei Futurefarmers e la comunità artistica interdisciplinare di Aerocene, muovono dal pericolo reale e ancora incomprensibilmente sottostimato del global warming, per ristrutturare le nostre vite attraverso l’eco-speculazione , contro ogni visione deterministica e meccanicistica, mettendo in relazione il mondo fisico con il mondo spirituale e convergendo verso una visione ottimistica del futuro. Le contraddizioni sono da intendersi in questo senso come un invito all’azione: il futuro non è un luogo temibile se immaginiamo un’altra modernità, similmente tecnologica, muovendo magari da progetti che non sono giunti a compimento. Tentativi seminali di immaginare quell’altra modernità, che rafforza il senso della natura, il nostro esserci dentro come parte e che pertanto rifiuta ogni dinamica dell’esclusione, opponendo all’esclusione e allo sfruttamento estrattivo la partecipazione attiva della cooperazione, dell’impollinazione incrociata, per niente elusiva rispetto all’auto-realizzazione.
Sulla home page di http://aerocene.org, comunità fondata da Tomás Saraceno si legge:
“Aerocene è un tentativo artistico interdisciplinare di elaborare nuovi modelli di sensibilità riattivando l’immaginario comune attraverso il raggiungimento della collaborazione etica con l’atmosfera, con l’ambiente. L’attività si manifesta con l’analisi e la diffusione di sculture lighter-than-air (più leggere dell’aria), che galleggiano solo con il calore del Sole
e i raggi infrarossi della superficie terrestre.
In un mondo di relazioni geopolitiche tumultuose, Aerocene comunica un messaggio di semplicità, ricordando che l’aria appartiene a tutti e non dipende da alcun tipo di sovranità.
Aerocene immagina nuove infrastrutture, che sfidano e ridefiniscono il diritto internazionale alla mobilità, rovesciando l’approccio estrattivo che gli umani hanno sviluppato verso il pianeta e riesamina la libertà di movimento tra i paesi. Ciò può essere raggiunto incoraggiando la spinta ascendente, l’approccio politico partecipativo basato sull’aria e attraverso le attività della comunità internazionale della Fondazione Aerocene”.
Dobbiamo insomma farci attrarre dalle finalità, piuttosto che trascinare dalla causalità, per generare ponti vivi verso una nuova era che non si fa più impigliare senza scampo nella trappola della seconda legge della termodinamica, che prevede per ogni processo fisico la dissipazione di energia, l’invecchiamento, il livellamento, la degradazione determinata dall’aumento di entropia, che porta inevitabilmente a immaginare la consunzione finale della macchina-mondo, bruciando nel contempo ogni nostro desiderio di danzare, di volare, di levitare.
Forse si dirà che parliamo poco di Saraceno in questo comunicato e magari lo potrebbe pensare egli stesso, ma alla sesta personale con pinksummer, abbiamo scelto di fare vibrare il lavoro di questo artista, attraverso suggestioni altre. E’ a questo proposito che ci viene da citare il matematico Luigi Fantappié che si laureò come normalista a Pisa nel 1922, nello stesso anno di Enrico Fermi, e che nel 1942 elaborò “La teoria unitaria del mondo fisico e biologico”. Fantappié osservò che mentre la fisica destina la macchina-mondo al collasso entropico, la biologia e le scienze cognitive ci fanno assistere alla creazione e allo sviluppo di forme sempre più complesse e differenziate, la cui organizzazione rimanda a sistemi in grado di accrescere il proprio ordine e a modificarlo in risposta agli stimoli dell’ambiente. Ricercò una soluzione all’aporia nei principi fondanti della fisica e contro-intuì la teoria della sintropia nel mare di entropia, muovendo dall’equazione che descrive i processi ondulatori di D’Alembert. L’equazione ammette sia la soluzione delle onde divergenti, descritte da potenziali ritardati che si diramano dalla sorgente causa, che quella delle onde convergenti, descritte dai potenziali anticipati, con convergenza in un punto che agisce da attrattore, da intendersi anche come finalità.
Non si è mai tenuto conto di questa eccedenza di energia di cui dispone la vita, facendo di passato, presente, futuro una struttura globale, semplicemente perché le onde divergenti sono ben note, mentre non è possibile osservare le onde dal futuro. Seppure la presenza di sintropia sia più sottile, come i fenomeni a cui presiede, sembra che essa sia egualmente presente nel mondo. I fenomeni sintropici sono tipici della vita e sono costituiti appunto da un surplus di energia in un ristretto volume spazio-temporale. Sono un fenomeno di coerenza per far fronte alle emergenze della vita e in questo senso hanno un carattere finalistico. L’universo in qualche modo conterrebbe “transizioni backward” e “transizioni
forward “, visibili adesso nei fenomeni della non-località quatistica, ossia la possibilità degli oggetti quantistici di scambiarsi informazioni senza scambio di energia in particolari stati di coerenza. Entaglement quantistico, è il nome di questo fenomeno, che garantisce appunto le condizioni necessarie per alcuni processi biologici, come se l’energia fosse informata e in questo senso il futuro potrebbe influenzare il passato. Purtroppo i potenziali anticipativi sono molto fragili e in laboratorio, è improbabile che uno stato di coerenza permanga un tempo necessario per essere colto appropriatamente come oggetto di analisi.
Ci piacerebbe comunque che la mostra di Saraceno da pinksummer fosse collocata in un futuro in grado di influenzare la storia di un seme che il suo tempo non ha fatto germogliare nella rigogliosità che avrebbe meritato, un progetto che ha tentato di immaginare una modernità anti-dissipativa, che forse non avrebbe fallito, lasciando in eredità la rovina distopica dell’idea di futuro.
La mostra, in collaborazione con il Musil Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia e con la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, che conserva il Fondo Giovanni Francia, è incentrata sulla figura di questo pioniere che ben sapeva, come Platone, come gli alchimisti, che lo zolfo solare è uno spiritus familialis, uno spirito servizievole e altamente democratico, attraverso cui si può procedere alla grande opera di trasformazione della società, con l’aiuto dell’ars specularis, che riflettendo e concentrando può creare una moltitudine di soli.
Di fatto Giovanni Francia era un uomo moderno, che pare girasse per Genova con una Guzzi rossa e un sacco sulle spalle, come fosse uno zainetto, tipico dei motociclisti urbani contemporanei. A Genova Francia ha vissuto e insegnato, ma soprattutto ha inventato e progettato. Si dice che fosse un grande matematico, fisico e ingegnere, in grado di cogliere l’essenza dei fenomeni fisici per descriverli con la semplicità pura delle equazioni numeriche.
L’idea centrale di Francia, la cui carriera “solare” iniziò nel 1961 a Roma, con la presentazione, alla Conferenza delle Nazioni Unite sulle nuove fonti di energia, delle strutture a nido d’ape o celle anti-raggianti, , era quella di trasformare il calore solare abbondante, ma a bassa densità e a bassa temperatura, per ottenere le temperature necessarie a far funzionare macchine e impianti industriali delle società tecnologicamente avanzate.
Giovanni Francia, nei primi anni ’60 dimostrò al mondo che era possibile produrre con il calore del Sole, attraverso campi di specchi quasi piani (tipo Fresnel), a concentrazione lineare e puntuale, vapore in pressione per azionare una turbina che a sua volta aziona un generatore elettrico, come accade nelle centrale elettriche dove si usa carbone, petrolio, metano o combustibili nucleari.
La stazione solare a torre a concentrazione puntuale costruita da Francia a Sant’Ilario, all’interno dell’Istituto agrario Bernardo Marsano, richiamò l’attenzione di tutto il mondo su Genova, che a metà degli anni ’70, poteva essere considerata capitale mondiale del solare.
Nel 1970 Giovanni Francia iniziò la sua collaborazione con Ansaldo e nel 1973, nell’epoca del post shock petrolifero, in cui i governi erano sensibili alla ricerca di fonti alternative di energia, Enel in collaborazione con la Comunità Economica Europea, costruì Eurelios a Adrano, in provincia di Catania, la più grande centrale termoelettrica collegata a una rete nazionale, sulla base delle sperimentazioni condotte da Francia a Sant’Ilario.
La centrale fu finita nel 1980, anno della morte di Francia, nel 1985 Enel la chiuse e nel 1991 pubblicò un rapporto che ne decretò il fallimento: “Si arriva a questa conclusione che condivisa dalla grande maggioranza degli esperti mondiali fa ritenere che gli impianti di tipo a torre e a campo di specchi non daranno luogo, anche nel medio e lungo termine, ad applicazioni industriali di qualche rilievo”.
Di fatto si sa dalla critica meta-testuale che l’ergon, l’opera, si manifesta sempre all’interno della cornice, il parergon, e con Derrida potremmo affermare che ergon e parergon sono complementari. Il parergon è l’inevitabile accessorio che dà luogo all’ergon. Se si toglie all’opera ogni rappresentazione, ogni tema, ogni testo, rimane la cornice. La cornice era costituita dall’avvicendamento alla presidenza degli Stati Uniti da Jimmy Carter a Ronald Reagan e dal calo del prezzo del petrolio, ciò determinò un netto cambio delle politiche energetiche a livello mondiale.
Sta di fatto che oggi l’invenzione termoelettrica di Giovanni Francia è quanto mai attuale e la sua scoperta anticipò i fondamenti di quelli che sono gli aspetti fondanti di questa tecnologia.
La mostra di Saraceno sarà di natura immersiva e includerà oggetti provenienti dal Fondo Giovanni Francia della Fondazione Micheletti, sia rispetto alla stazione solare di Sant’Ilario, che al visionario progetto urbanistico solare, a propagazione modulare, sviluppato da Francia nel 1970 assieme agli architetti Bruna Moresco e Kamir Amirfeiz. Infine lo studio del ’74, mai pubblicato, “ Il Sole e i limiti dell’energia sulla terra”, una sorta di documento ante litteram sull’effetto serra indotto dalle fonti energetiche fossili e nucleari, la cui immissione nell’atmosfera, seppure possa apparire modesta, rispetto all’energia irradiata dal sole e dall’energia geotermica, porterà, e noi lo stiamo sperimentando, il nostro pianeta all’instabilità termica con la nascita di una catena di eventi a retrazione positiva, che se non s’interromperà per tempo diventerà inarrestabile, giacché agisce sulle cause nella direzione del loro rafforzamento.
E’ previsto un lancio di Aerocene, sulla stazione solare di Sant’Ilario.
Non possiamo non pensare a Robert L. Forward (1932-2002), fisico e scrittore di fantascienza americano, che studiò le tecnologie di trasporto spaziale, e nella sua saga “Return to Rocheworld” descrisse la navigazione a propulsione fotonica: come una barca a vela, che usa la forza vettoriale contraria dell’acqua e del vento per scegliere la direzione, una nave solare usa il vettore contrario della gravità e delle luce solare… I Giapponesi nel 2010 inviarono una navicella spaziale a vela solare (un nano satellite sonda appeso a una vela solare) su Venere.

Desideriamo ringraziare:

Istituto Bernardo Marsano, Genova
Musil Museo dell’ Industria e del Lavoro, Brescia
Fondazione Luigi Micheletti, Brescia
Enrico Beltrametti, Silvia Castelli, Angela Comenale, Luigi Di Corato, Anna Daneri, Stefania Itolli, Lucia,Pietro, Laura Francia, Davide Malacalza, Daniele Mor, Gianluca Rossi, Cesare Silvi, Pier Enrico Zani.
Ovviamente, Tomás Saraceno, Studio Tomás Saraceno e Aerocene Foundation, in particolare Alice Lamperti di Aerocene Team

Pinksummer goes to Palermo

Comunicato stampa

“Palermo, in quel momento attraversava uno dei suoi intermittenti periodi di mondanità, i balli infuriavano. Dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte, fugati gli spettri di espropria e di violenze, le duecento persone che componevano ‘il mondo’ non si stancavano d’incontrarsi, sempre gli stessi, per congratularsi di esistere ancora”.
A costo di apparire banali, non ci potevamo lasciare sfuggire l’occasione di iniziare il comunicato stampa che annuncia il tempo pop up di pinksummer a Palermo, che si chiamerà per coerenza Pinksummer goes to Palermo, con una citazione dal Gattopardo, uno dei romanzi che più abbiamo amato, e che sentiamo essere appropriata. Non che ci aspettiamo che i vestiti delle signore arrivino da Napoli e nemmeno un viavai isterico di crestaie, pettinatrici e calzolai, ma piuttosto che questa città definita tentatrice e cosmopolita, che viene sempre da immaginare come capitale della Sicilia, prima ancora che capoluogo di una regione italiana – sogno di approdo di tante anime che dal fondo del mare vorrebbero anch’esse continuare a congratularsi di esistere e incubo immaginario o immaginifico degli europei – dia un’impronta diversamente congrua al nomadismo di Manifesta e magari al dialogo tra arte e società.
D’altra parte il neuro scienziato Rodrigo Quian Quiroga sostiene in Borges e la Memoria che nel cervello abbiamo un gruppo di neuroni contenuti nell’ippocampo, che si trova nel lobo della temporalità, che si attivano soltanto di fronte all’immagine di celebrità o di luoghi particolarmente significativi, come può essere la mappa dell’Italia, e aggiungiamo della Sicilia.
Ci è venuta voglia insomma di intrufolarci a Palermo:
1) per scappare ogni tanto dalla “nostra” Genova, che, al momento, se mai di momenti diversi ne fossero esistiti fuori dal meraviglioso periodo barocco di Rubens, Van Dyck e dei loro seguaci autoctoni, non sta certamente annaffiando i semi della svolta iconica visuale contemporanea dal punto di vista politico-amministrativo.
2) Pinksummer goes to Palermo, accade poi grazie all’amico curatore Paolo Falcone, alla sua consorte Olimpia Cavriani, a Anna Maria e Roberta Falcone che ci hanno concesso, dalla primavera all’autunno, lo spazio, o meglio gli spazi, in Via Patania 25/27. Si tratta di un sodalizio collaborativo, quello tra i Falcone e pinksummer che ormai ha qualche trascorso: il supporto che Paolo Falcone, la sua famiglia, la Fondazione Sambuca, con Marco e Rossella Giammona, hanno dato negli anni agli artisti che rappresentiamo per le produzioni delle opere alla Biennale di Venezia. Amicizia che ha fatto sbocciare fiori speciali, da Galaxies Forming Along Filaments, Like Droplets Along the Strands of a Spider’s Web di Tomás Saraceno presentata nel 2009 nella mostra Fare Mondi curata da Daniel Birnbaum; a Mariana Castillo Deball per l’opera El donde estoy va desapareciendo / The where I am is vanishing presentata nella mostra Illuminazioni curata da Beatrice Curiger nel 2011; a Luca Vitone per la scultura olfattiva Per l’Eternità presentata nel Padiglione Italia nella mostra Viceversa, curata nel 2013 da Bartolomeo Pietromarchi; a Michael Beutler per l’opera Shipyard per la mostra Viva Arte Viva curata da Christine Marcel nel 2017.
La piantina dello spazio di Via Patania, un curioso labirinto costituito da 9 piccole stanze, ex magazzini e scagni e l’aria magica di Palermo con il suo strano orologio solare in forma di dodecaedro costruito dal matematico Lorenzo Federici a Villa Giulia, ci hanno arbitrariamente suggerito l’idea di trasformare l’invito della mostra, che avrà come titolo Pictorial Goose Turn in un gioco dell’oca. Di fatto pinksummer goes to Palermo aprirà il 24 maggio, con un’unica mostra che durerà fino a ottobre, un group show con all’interno 4 piccole personali con progetti pensati dagli artisti per quelle apposite piccole stanze. Le personali di Peter Fend dal titolo Costa Verso Costa Koo Jeong A Tengam, Invernomuto Med T-1000 e Sancho Silva (che non ci ha ancora comunicato il titolo, ma ci piacerebbe che fosse XKX, come l’unico misterioso concorrente non casuale del gioco dell’oca degli Stati Uniti in Le testament d’un exentrique di Jules Verne), saranno caselle all’interno di un percorso costruito con opere, molte delle quali mai presentate prima, di Michael Beutler, Mariana Castillo Deball, Plamen Dejanoff, Amy O’Neill, Tobias Putrih, Tomás Saraceno, Bojan Šarčević, Georgina Starr, Luca Trevisani, Cesare Viel, Luca Vitone e Stefania Galegati il cui vicinissimo Caffè Internazionale ( che ormai ha una sua sostanziosa storia in Palermo), rappresenterà una casella dislocata della mostra per la proiezione di Escape Artists di Guy Ben-Ner.
Anche la nostra descrizione verbale della collettiva di galleria comincia a somigliare, per simpatia mimetica, a una sorta di gioco dell’oca, che abbiamo scoperto essere peraltro un gioco di posizione antichissimo, ereditato dall’antico Egitto, ma pare che sia stato inventato a Troia. Si tratta di un percorso dallo spin destrorso, che si dice celi il tragitto iniziatico verso la conoscenza, qualcuno ha scritto che dovrebbe essere la versione popolare dell’opus magnum alchemico che porta l’iniziato dall’oscurità alla luce, alla rinascita. Al centro del nostro gioco dell’oca in forma di invito abbiamo posto il Castagno dei 100 cavalli, uno degli alberi più antichi del mondo, nato in Sicilia tra i 2000 e i 4000 anni fa.
Trattandosi di una mostra collettiva di artisti che lavorano con pinksummer, questo comunicato, in sé, non ha e non deve avere alcun valore esegetico, tanto più che per motivi di spazio e di scelta non siamo neanche avvezze a allestire collettive a Genova. Indipendenza che ci permette di essere, in questo piccolo scritto, assolutamente antiorarie, abbracciando in toto per Pictorial Goose Turn, l’onda retro-causale a tempo negativo. La legge della finalità che arriva dal futuro, piuttosto che quella logica della causalità che arriva dall’onda ritardata del passato. Focalizzando sui potenziali anticipativi che nel bene o nel male le immagini hanno sempre avuto sulla storia che deve ancora accadere. Auspicando assurdamente che le images/pictures potessero avere di nuovo, o di più, un valore propiziatorio simile a quello del rito del serpente cui assistette Aby Warburg tra gli indiani del New Mexico: una sorta di presentazione di strane e complesse soluzioni anticipative mosse da un fine che si trova già nel futuro.
In fondo gli uomini hanno iniziato a rappresentare in forma di magia mimetica, per attivare quelle coincidenze significative con nessi non causali di cui raccontò bene Leibniz e che Jung definì sincronicità. Come se l’arte potesse essere davvero un intreccio di elementi ctoni e di elementi uranici: materialità/causalità e antimateria/finalità, che annichilendosi si trasformassero in un paradigma super-causale per produrre l’energia pulita necessaria al cambiamento verso la complessità, la differenziazione e la vita opposta al livellamento, all’omologazione e alla morte. Il progresso d’altra nasce sempre dalla contro-intuizione e le immages/pictures hanno avuto un ruolo non da poco, più nel bene che nel male, ammesso che esistano come particelle di segno opposto nel mondo. Vorremmo per finire che le opere presentate in questa mostra fossero politiche, come lo sanno essere svariatamente e profondamente gli artisti che rappresentiamo, politici nel senso medesimo di quel paziente di Jung, che in una situazione di crisi sognò uno scarabeo e mentre raccontava a Jung il sogno, uno scarabeo si posò sul vetro della finestra della stanza in cui si trovavano.

Sancho Silva – Primordial Soup

 

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: Caro Sancho, è bello pensare che da pinksummer ci sarà una tua nuova mostra. Siamo state felici lo scorso anno, quando finalmente, da non ricordiamo quale posto del mondo in cui stavi vivendo, ci hai scritto che avremmo dovuto riprendere un po’ in mano la tua carriera di artista. Avremmo già voluto prenderla in mano prima. Sei così prudente, nel senso originale della phron greca, che rimanda non all’agire, ma al pensiero, alla scelta etica che ricade sul fare. Ci hai fatto ridere, quando hai scritto che segui i cicli dell’agricoltura e che le tue idee devono essere irrigate tanto. Non sei un albero piantumato per certo, credi nel futuro e nella comunità delle foreste naturali, nel do ut des della polis. Nel regno vegetale saresti forse un grande faggio cooperativo.
Rispetto all’arte, ti sei preso certo tempi più arborei che agricoli.
Cos’hai fatto in questo tempo?

Sancho Silva: Care Anto e Francesca. Grazie per le vostre domande e scusate di aver impiegato tanto tempo per rispondervi. Credo che siate nel giusto quando affermate che sono più arboreo che agricolo, anche se in ciò non vedo opposizione. Il segreto è quello di sistemare in tempo l’agricoltura in luoghi nascosti dall’ombra di un vecchio albero. Gungsun Long (o era Huan Duan?) una volta disse che l’ombra dell’uccello in volo non si muove mai. Sento che mi è accaduto il contrario. Sto ancora fermo mentre la mia ombra si sta muovendo velocemente.
Ma sto facendo digressioni (come sempre). Mi avvicino di più al punto. Grazie per avermi invitato a fare un’altra mostra nella vostra galleria. Apprezzo la vostra pazienza. Forse anche voi siete un po’ arboree come me. Per “arte” si potrebbe intendere un calamaro vischioso che continua a esserci, ma non è mai nel posto in cui è stato lasciato l’ultima volta. C’è sempre bisogno di ricominciare da capo. Tornare a gettare tutti i frammenti nel vortice. Ma va bene considerando che come buon cittadino della polis, amo riciclare. E ho una bacchetta magica o, per usare un termine inglese, un frullatore elettrico a immersione.

ps: Vedemmo il tuo lavoro per la prima volta alla Manifesta di Francoforte, era il 2002, era elegante e molto, molto politico: quell’essere dentro alla tua installazione e fuori dal museo e viceversa, dentro al museo e fuori dalla tua opera Gazebo. Quando ti conoscemmo, con quella tua aria da matematico puro, pensammo che fossi un techie, ma abbiamo capito presto che eri più fuzzy di qualsiasi fuzzy possibile. A proposito, è uscito un libro di Scott Hartley dal titolo The Fuzzy and the Techie: Why the Liberal Art Will Rule the Digital World. All’Università di Stanford, in cui ha studiato l’autore del libro, i fuzzy sono gli studenti di materie umanistiche, considerati i più sfigati; i techie sono gli studenti di matematica, fisica, informatica: gli eroi del futuro. Tuttavia il venture capitalist Hartley che ha lavorato anche per Google e per Facebook, sostiene che nell’età della second machine, le competenze umanistiche avranno un ruolo fondamentale, soprattutto quello di mantenere alta la creatività intesa come critical thinking. Fatti come quelli attuali di Facebook e di Cambridge Analytica, se fossero impattati sul terreno dell’atleticità ermeneutica preparata dalle humanities, avrebbero lasciato il tempo che hanno trovato, come recita un antico proverbio genovese, che significa che non avrebbero mosso una foglia, altro che favorito l’elezione di un presidente degli Stati Uniti o il voto pro Brexit nel Regno Unito.
Credi che lo “stay hungry e lo stay foolish” predicato da Steve Jobs, sia un bagaglio utile per la vita?

SS: Sinceramente non ho capito molto bene la vostra domanda. Così tenterò di costruire una risposta matta, restando fedele all’immagine che avete di me. Mi piace il detto “lascia il tempo che trova”. Sembra echeggiare il vecchio Huan Duan (o era Hui Shi?) che diceva “Le ruote non toccano mai il suolo”. Ascolto gli slogan dei capitalisti di ventura con lo stesso entusiasmo con cui ascolto gli slogan dei cristiani evangelici durante gli show televisivi in seconda serata. Credo, con Leibniz, che ogni singola entità esprima l’intero universo. Ma, alla stessa maniera si può dedurre che ogni singolo slogan esprima l’intero universo? Penso di si. Alcuni slogan, comunque, sembrano esprimere l’universo in modo così confuso che all’interprete è affidato tutto il lavoro ermeneutico: un infinito, ma piacevole compito. Ora possiamo affrontare lo slogan di Jobs: “Stay hungry stay foolish”. Il cinico direbbe che Steve Jobs voleva semplicemente che la gente restasse affamata e matta, in modo da venderci molte più delle sue mele zuccherose. I futurologi direbbero che ha avuto una premonizione di come la vita sarà nella baraccopoli del futuro. I Mariologi direbbero che Jobs si riferisce esotericamente al Job del libro di Giobbe, che aveva settemila pecore, tremila cammelli e cinquecento gioghi per buoi, e cinquecento asine, e una grande famiglia e una volta disse: “venni nudo dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò”. Huan Duan (o era Hui Shi?) d’altra parte, direbbe sinteticamente: “Un cane non può essere considerato una pecora”.

ps:Tornando alla tua quarta mostra da pinksummer, l’hai titolata Primordial Soup. Recentemente è stato scoperto che la zuppa indistinta da cui è germinata la vita , non fosse costituita solo dalla semplicità e dall’abbondanza di RNA, perché l’RNA manca di “riflessività”; pare ci fosse un altro ingrediente, una sorta di addensante, un dado da brodo di matrice proteica: i peptidi, in grado di dare avvio a quel replicarsi stracolmo di alternative ibridatorie, che è la vita sul pianeta Terra. Il tuo lavoro ha sempre cercato alternative: ridisegnando lo spazio, perturbando e sovvertendo la visione, cercando l’orizzonte o meglio un orizzonte al di là delle barriere architettoniche e socio-economiche. Hai giocato antiche dualità di matrice metafisica, tirando in mezzo effigie e simulacri. Hai montato, smontato, costruito e manipolato, per stimolare alternative.
Certamente i danni ambientali sono sempre stati giustificati dalla mancanza di alternativa. Perché hai chiamato questa mostra da pinksummer Primordial Soup? Cos’è questa minestra il cui profumo sa di matriarcale?

SS: Negli ultimi tre anni – e ora risponderò alla prima domanda – mi sono dedicato a un appezzamento di terra intorno alla casa in cui vivo. Non so esattamente come descrivere questa pratica. Agricoltura dadaista? Agricoltura filosofica? Agro-arte? Nessuna di queste forse, si tratta piuttosto di qualcosa che ha a che fare con il collezionare ogni sorta di seme, occasionalmente zappare la terra, diserbare, irrigare; ciò implica anche molta osservazione e ricerca. E’ stata più una deriva che un progetto con uno scopo specifico e predeterminato.
Come in una sorta di mutazione è accaduto che si sono manifestati un mucchio di cavoli, zucche, rape dallo strano aspetto e un sacco di altre creature che gironzolano intorno alla casa, chiedendo di essere “trasformate”. Ora poiché mi trovo ad avere una bacchetta magica (e due bambini da usare come cavie), sono arrivato a produrre una serie di gigantesche pignatte di un impasto verde-marrone – una zuppa primordiale – con cui ho provato a nutrire i bambini senza successo. Ma non ho perso la speranza. Probabilmente è tutta una questione di presentazione e la zuppa avrà più successo se servita in una galleria. Per citare Hui Shi ( o era Gongsun Long?), i compassi non possono fare cerchi.

ps: Anni fa, a casa tua, a Lisbona, ci mostrasti la tua collezione di semi. Scoprimmo, quella sera, nella tua cucina, che sei un seed saver e forse un inventore di ibridi estetici. I semi non sono una piccola cosa, come recita uno slogan.
Gli agricoltori, nel mondo, ogni tanto si ribellano alle multinazionali sementiere, che creano dipendenza da semi ibridi, da piante OGM, da fertilizzanti e pesticidi, che inquinano e fanno fuori insetti fondamentali per l’impollinazione, quali api e farfalle. La stampa tende a liquidare con piccoli trafiletti le proteste, come se si trattasse di tafferugli da ortolani.
Un tempo, la conservazione delle sementi era parte della tradizione agricola, finalizzata al mantenimento di fattorie e giardini. Oggi, i semi devono essere acquistati e producono dichiaratamente piante ibride. I seed saver sono cercatori di vecchie varietà o di agro biodiversità, non soggette a erosione genetica, che riproducono e scambiano affinché non si estinguano per sempre, insieme al sapere millenario e ai paesaggi che li hanno generati.
L’attivista indiana Vandana Shiva, tra i principali leader dell’International Forum of Globalization, sostiene che gli OGM utilizzati durante la Rivoluzione Verde indiana, forniti dagli Stati Uniti, fossero principalmente uno strumento per allontanare l’India da possibili influenze sovietiche. Comunque le monocolture a alto rendimento si sono rivelate insostenibili, un po’ come il nucleare.
Vandana Shiva, nel libro Monocolture della mente, sostiene che bisogna difendersi dalle monocolture globali, perché la biodiversità è l’involucro della cultura.
In che rapporti sono diversità culturale e diversità biologica? La diversità è innanzi tutto un sistema di pensiero? Rende più autonomi?

SS: Ho sentito che hanno inserito cromosomi di pesce nei vegetali per renderli più resistenti. Potrebbe essere eccitante se fosse fatto da un buon chef (anche se personalmente non sono un fan della salsa di pesce). Sono scettico tuttavia rispetto alla competenza culinaria delle multinazionali. La loro strategia comporta semplicemente l’aggiunta di zucchero in qualsiasi cosa. Ma la gente può essere convinta, con un piccolo sforzo, a mangiare ogni genere di sostanza. Ancora una volta è solo un problema di presentazione. E queste compagnie hanno tante bacchette magiche! L’umanità è stata lentamente trascinata a desiderare, e godere cibandosi delle cose più strane. Mi pare tuttavia che sia una sorta di eccesso di matrice industriale. Probabilmente nel futuro verrà creata una nuova razza di umani che respirerà monossido di carbonio e banchetterà con rifiuti radioattivi. Dovranno indossare abiti protettivi per visitare le foreste sopravvissute per non essere sovraesposti all’ossigeno, che in quel tempo, sarà altamente tossico per gli umani. Quella che adesso chiamiamo borghesia sarà svanita e la società, sarà costituita da miriadi di clan governati da gangster e sacerdoti di culto nella bidonville universale. E’ sufficiente visitare luoghi come Lagos in Nigeria e le favelas del Brasile per intravedere il nostro futuro glorioso. L’Europa e un pugno di altri paesi finora sono stati solo capaci di esportare oltremare la violenza che producono, la faglia è stata posta nel Mediterraneo. Il Brasile (e la Nigeria) per esempio non sono state così fortunate, qui la faglia inizia uno zig zag attraverso il territorio, creando le condizioni per una guerra civile perpetua e non dichiarata. Ho letto che negli ultimi sei anni sono state assassinate più persone in Brasile (280mila) che nella guerra in Siria (260mila). Suppongo quindi che stiamo avviandoci verso quello che Empedocle ha chiamato “la legge della discordia” o quello che Jobs avrebbe chiamato la regola dello “ stare affamato e folle”. Ma dobbiamo essere ottimisti! Se ci proiettiamo in avanti di una dozzina di migliaia di anni, tutta l’umanità vivrà in modo analogo, a quello in cui vivono ora certe tribù isolate dell’ Amazzonia. Le foreste saranno ricresciute sull’intero pianeta, coprendo le rovine di un’antica civiltà. Gli esseri umani saranno più intelligenti e più avanzati. Più sottili. Non avranno auto, nessuna industria, nessuno lavorerà e saranno capaci di nuovo di guardare le stelle e di meravigliarsi.
Saranno poi capaci di esclamare, con Hui Shi: “ Lascia che l’amore abbracci le 10mila cose; Il Cielo e la Terra saranno una sola cosa”.

ps: L’eco-femminismo sostiene che la cultura antropocentrica e androgenica abbia un’interpretazione dicotomica del reale, che definisce i concetti solo per opposizione o per negazione, producendo in questo modo sfruttamento, desolazione e forsennata corsa al profitto.
Alcune eco-femministe cercano un terreno comune tra ambientalismo, animalismo e femminismo. Il power-over-power del modello patriarcale rimanda al sessismo, al dominio della natura, al razzismo e allo specismo. Le diseguaglianze potrebbero nascere dall’assioma che x sia x non in relazione, ma solo in opposizione o negazione di y?

SS: Penso che il problema non sia tanto con la dicotomia in sé, ma con una certa fissazione rispetto a una serie di immagini o forme di pensiero. Tendiamo a intrappolarci in abitudini mentali e fisiche che assimiliamo fin troppo facilmente, per mancanza di forza e discernimento. Il nostro ambiente, sia fisico che fisiologico, costantemente modella ciò che siamo. Come la gravità, il vento e la luce, modellano la forma di un albero, noi siamo informati dalle nostre città, dagli impegni, dai linguaggi e da altri fardelli. Per millenni abbiamo allevato forme di pensiero e gesti fisici strutturati intorno a una netta divisione tra uomo e donna e da altre divisioni manichee (adulto/bambino, nativo/straniero, aristocratico/plebeo, umano/animale, vivo/inerte, ecc, ecc).
Tuttavia queste dicotomie non sono altro che rovine, tracce disfunzionali di antiche vite, scheletri e fantasmi che ancora si ammassano intorno e dentro di noi. Come possiamo fuggire da queste rovine? Come possiamo raggiungere i semi o gli elementi germinativi che possano riscattare il passato da se stesso, che liberino il possibile dalle sue macerie? La chiave qui è, penso, essere capaci di conoscere senza soccombere alle macerie.
E’ una linea sottile e alla fine è una questione di equilibrio. Se siamo fortunati e sufficientemente creativi possiamo imprimere al mondo una piccola rotazione, una sorta di Clinamen, che farà la differenza. Per tornare a Huan Duan possiamo dire: “I cavalli depongono uova”.

ps: Il padre della Rivoluzione Verde, Norman Borlaug, premio Nobel nel 1970, affermò: “Se nel 1999 avessimo avuto le rese di cereali del 1961 (1531 kg per ettaro), avremmo avuto bisogno di quasi 850 milioni di ettari in più, è ovvio che quella terra non era disponibile e certamente non lo era nella popolosa Asia. Oltre a tutto anche se fosse stata disponibile, pensate all’erosione del suolo e alla perdita di foreste, prateria e fauna selvatica, che avremmo causato se avessimo cercato di produrre quelle quantità di cereali con la vecchia tecnologia a bassa resa.
La Rivoluzione Verde ha raggiunto un successo temporaneo nella guerra dell’uomo contro la fame e le privazioni: ha dato all’uomo un po’ di respiro. Se pienamente implementata la rivoluzione può fornire cibo a sufficienza per sostenerci nei prossimi trent’anni. Ma la potenza terrificante della riproduzione umana deve essere piegata, altrimenti i successi della rivoluzione verde saranno effimeri”.
Di fronte a un problema acuto l’omeopatia è rischiosa, di fronte a una broncopolmonite bisogna prescrivere l’antibiotico, non i granuli di centella asiatica. La Rivoluzione Verde con le monocolture a alta resa è stata un antibiotico, che non ha eliminato la malattia, l’ha tamponata, creando nel contempo l’infragilimento immunologico. Tuttavia è stata una soluzione alla fame. Perché in Occidente i governi sono spaventati dalla decrescita demografica? La scolarizzazione delle donne a ogni latitudine geografica e in ogni tempo ha come effetto un calo immediato della natalità. Ciò non risolverebbe buona parte dei problemi ecologici del mondo?

SS: La scolarizzazione è una buona cosa credo, se è una buona scolarizzazione. Torniamo ancora sul problema delle rovine, questa volta le rovine di un sistema educativo che per millenni ha avuto la missione di formare “materia inerte” (i bambini “selvaggi”, ma anche gli insegnanti e gli stessi educatori), in componenti pienamente funzionali dell’organismo sociale. Quali semi si possono recuperare da queste rovine? Credo che l’idea di scuola come luogo di scambio, trasformazione, sperimentazione e creatività, sia uno di questi semi. Per un po’ ci è sembrato che quest’ultima tipologia di scuola stesse non solo spuntando, ma diventando anche più diffusa. Adesso sembra che stia accadendo il contrario. I fondi sono stati tagliati e stiamo scivolando in un’era in cui la scuola (e l’università), sono viste soltanto come uno strumento per produrre umanoidi, come fossero componenti tecnici da inserire nel sempre crescente ciclo industriale. Finché non cambieremo radicalmente il nostro ambiente intellettuale non avremo possibilità di comprendere, ancora meno di nutrire, il nostro ambiente fisico e demografico.

ps: Ci hai consigliato il libro di Emanuele Coccia La Vie des Plantes : Une Métaphysique du Mélange, non ci è stato ancora consegnato, ma nell’ordinarlo su Amazon abbiamo letto “Appena le nominiamo il loro nome sfugge. La filosofia le ha sempre trascurate; anche la biologia le considera come una semplice decorazione dell’albero della vita. E tuttavia le piante donano vita alla terra: fabbricano l’atmosfera che ci avvolge, sono all’origine del soffio che ci anima. I vegetali incarnano il legame più stretto e elementare che la vita possa stabilire con il mondo. Sotto al sole e alle nuvole, fondendosi all’acqua e al vento, la loro esistenza è un’interminabile contemplazione cosmica. Questo libro parte dal loro punto di vista – quello delle foglie, delle radici e dei fiori – per capire il mondo non più come una collezione di oggetti, o uno spazio universale contenente tutte le cose, ma piuttosto come atmosfera generale, un clima, un luogo di vera mescolanza metafisica”
Cosa presenterai da pinksummer?
SS: Ho portato con me una serie di esseri o frammenti di esseri. Rovine, semi e le loro ombre. Qualcosa come tra i 10 e i 10mila di questi ingredienti, saranno usati come attori in una sorta di dramma culinario. Saranno gettati in un vortice dove si combineranno in collisioni aleatorie, componendo una zuppa audio visiva. Questa zuppa sarà servita su uno schermo o una membrana che funzionerà come una sorta di ghiandola pre-digestiva. Bon appétit!

Luca Vitone – Wunderkammer

 

Pinksummer: Il titolo della mostra “Wunderkammer”, porta con sé una tradizione di accumulo e un’idea di meraviglia connessa a ciò che è inusuale, incredibile, esorbitante rispetto alla norma. La polvere della tua “Camera delle meraviglie”, raccolta a Palazzo Ducale, qui a Genova, dove ci troviamo, e stesa alle pareti e alla volta del soffitto di pinksummer, sostituisce, alla raccolta di oggetti de-contestualizzati, la selezione di un solo, sottile oggetto ri-contestualizzante, direttamente connesso alla storia e all’identità del luogo. La scelta di ripensare la meraviglia come frutto non della somma ma della sottrazione di elementi, ha la funzione di ribaltare l’horror vacui delle wunderkammer in quello che potrebbe cogliere l’ospite di fronte a questo spazio (semi)vuoto? O, al contrario, si tratta dell’auspicio che chi entra possa meravigliarsi nell’intravedere proprio nel troppo vuoto di materia un pieno di memoria?

Luca Vitone: Il titolo della mostra è un escamotage per parlare di un apparente vuoto che riempie la galleria. Una wunderkammer è una stanza che trabocca di oggetti e le pareti della galleria saranno interamente occupate dalla polvere di Palazzo Ducale, luogo centrale, millenario, che trasuda storia e memoria della città di Genova, dove, forse non a caso, risiede la galleria.
La wunderkammer è una stanza che esprime la maniaca volontà del collezionista, che la riempie di oggetti raccolti per raccontare una storia e la propria esistenza; storicamente un facoltoso aristocratico. In questo caso si ribalta il ruolo sociale del soggetto e la wunderkammer potrebbe essere il risultato eclatante di un illuminato uomo delle pulizie.
Entrando nella galleria si è circondati da uno strato di polvere che ci osserva. Ciò che si evidenzia è ciò che solitamente non si vede. Il pigmento copre tutta la superficie come in una stanza di Giulio Romano.

PS: Nello specifico, proprio la polvere chiama in causa una dimensione infinitesimale della materia, tanto da essere stata considerata fino all’invenzione del microscopio come la soglia del visibile. Il lavoro con la polvere ha comportato, al di là degli spunti provenienti dalla storia dell’arte intrecciati alla tua storia nell’arte, una riflessione sull’invisibilità o piuttosto sulla visibilità e sulle sue condizioni? In altre parole, la polvere ha a che fare con la dimensione del “nulla” o piuttosto con quella liminale del “poco”?

LV: Una stanza che dapprima appare vuota, ma come nel buio di un planetario lentamente dilatiamo la pupilla e, alzando lo sguardo, riconosciamo la volta celeste, qui piano piano ci rendiamo conto di essere circondati da un elemento reale che ci accompagna nel nostro vivere. Questa evidenza riempie lo spazio e ne trasforma l’apparente vuoto.

PS: Henri Lefebvre parla a proposito degli spazi vissuti di spazi della rappresentazione in contrapposizione alla rappresentazione dello spazio. Ogni spazio vissuto implica di necessità la dimensione della temporalità. Hai affermato che il tempo è uno strumento, il mezzo attraverso cui le cose hanno luogo e si fanno luogo. La tua opera in principio ha teso a ridurre il qualitativo al quantitativo, il cognitivo all’ontologico, quasi sentissi la necessità di applicare alla memoria una curiosa forma di topofilia euclidea. E’ possibile che ultimamente tu ti stia un poco de-ontologizzando rispetto a quel tuo autodefinirti realista, courbettiano e socialista, lasciandoti andare a un percorso più induttivo, universalizzante e in qualche modo controintuitivo? Stiamo pensando alle polveri, agli agenti atmosferici, ma soprattutto all’idealizzazione delle grandi sculture olfattive di Venezia e Berlino.

LV: Qui si mette in scena il reale, ciò che c’è e ciò che è.
La polvere è un elemento persistente che occupa lo spazio. Ogni volta che proviamo a eliminarla, poco dopo si deposita nello stesso posto da dove era stata tolta e lentamente si accumula. Diventa in questo modo metafora del tempo e dell’esistenza, la sua consistenza testimonia l’essenza di un luogo e di chi lo abita. Si tratta di un ritratto, un ritratto realista senza mediazioni. Il passaggio da polvere a pigmento non implica alcuna alterazione e l’immagine che ne esce rappresenta pertanto un momento reale, una frazione di tempo che racconta di un luogo e di chi lo agisce.

PS: La polvere, funzionando, come un palinsesto, per stratificazioni successive, si configura come un’unione di passato e presente, aperta a farsi ricettacolo di futuro. Ci sembra perciò suggerire un’idea durativa e quasi olografica, piuttosto che puntuale del tempo, idea che richiede giocoforza qualcuno che attraversi questo tempo e attraverso esso percepisca. Se pensiamo che Husserl affermava che la percezione è l’atto che ci pone sott’occhio qualcosa come se stesso, si può dire che il tuo lavoro stia, in parte, muovendo da una lettura realista del mondo, verso una metodologia più fenomenologica. Le polveri come gli agenti atmosferici, tendono a fermare l’erosione del tempo, riconoscendola e sussumendola. Un ritratto impregnato in profondità dall’idea di tempo, rimanda alla natura morta, alla Vanitas.
Jim Morrison affermava che c’è il reale e c’è l’ignoto e in mezzo ai due una porta che li separa e che lui voleva essere quella porta. Abbiamo pensato che senza raccontarlo anche tu abbia desiderato essere porta. Ci siamo chiesti se, a oggi, questa porta, per te a lungo dischiusa sul reale percepito, non abbia preso a concedersi qualche apertura sull’ignoto. Ma c’è di più, hai chiamato le tue polveri finestre e non porte, dalle porte si passa, dalle finistre si guarda…

LV: Esatto, preferisco pensarmi finestra piuttosto che porta, finestra che osserva il paesaggio, il mondo che ci circonda, e che, se aperta, fa corrente.

PS: A proposito di soglie, hai sempre contrapposto interno ed esterno, ambiente domestico e paesaggio. Fin da Identificazione del luogo hai costruito coppie oppositive e complementari come gli agenti atmosferici e le polveri. Sempre sulla categoria interno/esterno cosa potrebbe essere complementare e opposto alle Chambres?

LV: Non so se arriverà un opposto/complementare delle Chambres. Nel caso dei monocromi m’interessava raccontare il mondo sia privato che pubblico attraverso questo anti-pigmento che è la polvere. Per gli interni ho deciso di usare la carta perché la polvere raccolta e usata come un pigmento è stesa come un acquerello e la carta è il suo supporto d’elezione. In più la carta è più fragile della tela e mi aiuta a ritrarre una situazione privata, che sia il ritratto di un ambiente o di una persona. La tela la uso per gli esterni ed è lasciata all’aperto aspettando che il tempo, sia cronologico che atmosferico imprima il suo passaggio (la sua presenza): il paesaggio percependosi si autoritrae. Per questa pratica la tela è più resistente e gli agenti atmosferici, più “grassi”, come anti-pigmento li paragono alla pittura a olio perfetta per ritrarre un contesto pubblico.

Don’t look like a line

“Ok vi faccio entrare tra poco, ma per favore fate in modo di non sembrare una fila!” ci esortò la ragazza guardiana dell’installazione temporaneamente chiusa. L’avevamo persuasa a farci entrare , ma non voleva che altri s’infilassero. Immediatamente ci sciogliemmo, la signora giapponese estrasse dalla borsa di tela del cibo, ci sedemmo su quell’erba da bordo strada in quel paesaggio di capannoni e Burger King. Ci trasformammo in un improbabile “déjeuner sur l’herbe”, senza nudi, ma pervasi tutti da una potente aspettativa. Ci piacque proprio quel “Do not look like a line!”.

pinksummer

Stefania Galegati – I modi di dire e della buca con opere di Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga (eteronomo di Bianca Menna), Betty Danon, Agnes Denes, Amelia Etlinger, Maria Lai, Margaret Morton, Giustina Prestento, Greta Schodl, Salette Tavares dalla collezione di Gianni Garrera

Pinksummer: Partiamo subito dal titolo dell’installazione ambientale che vuoi realizzare per il finissage, forse nel laghetto “fake” di Galeazzo Alessi a Villa Doria, un’opera di ingegneria idraulica del Cinquecento che diventerà la cornice del tuo “Buco nell’Acqua”.
“Fare un buco nell’acqua” è un modo di dire italiano che indica un tentativo inutile, un insuccesso, un fallimento. Esiste una fiaba di Luigi Capuana dal titolo “Un Buco nell’Acqua”, la cui morale è che spesso abbiamo il torto di credere impossibile una cosa che pur avendone l’apparenza, non è tale.
Crediamo, rispetto al fallimento, che sia necessario distinguere tra la reiterazione dell’errore o il procedere nella vita rischiando errori nuovi di zecca. Pensiamo che Beckett quando affermava che è necessario provarci ancora e fallire meglio, intendesse che si dovrebbe provare a fare errori nuovi, non quelli che abbiamo sempre fatto.
Cioran rispetto al fallimento parla di allusione all’indicibile in cui è racchiuso il segreto della propria anima con il suo originale essere nel mondo e aggiunge, che gli appassionati della caduta e delle periferie si trovano un po’ ovunque. E ancora che lo scacco porta alla trasfigurazione e che è correlato all’ispirazione poetica, vale a dire che se il perdente si manterrà all’altezza del proprio fallimento, sfruttandone le potenzialità metafisiche sarà illuminato, perché ciò che conta non è produrre, ma comprendere e Bas Jan Ader pare aver compreso, destreggiandosi magistralmente con questa ideologia del fallimento, trasformando se stesso in una “vittima invincibile”.
In quanto a potenzialità metafisiche “Il buco nell’acqua” ne ha parecchie e, in questo senso rientra perfettamente nella tua indagine estetica tesa talvolta a enfatizzare, altre a immaginare una realtà sempre in procinto di valicare un confine che rimanda alla nudità ontologica del reale. Sei contro l’etica mistificante della vittoria, chi è il raté, il fallito?
Stefania Galegati: Direi di si, sono contro l’etica della vittoria perché sono contro le nazioni, i confini, le punizioni, le cose amministrate per delega e altro.
Nel calcio-balilla invece sono per la vittoria perché è una condizione temporanea di godimento e dà adito alla rivincita.
Chi è il fallito?!
Non riesco a definire il fallito, perché il fallito nasce nel momento in cui qualcuno lo giudica tale. Se uno ha un’azienda che non funziona, o lascia la vita borghese per vivere in strada o gli vanno tutte storte, allora si dice: quello è un fallito… ma non è detto e soprattutto non è interessante.
Il fallimento che ha un valore imprescindibile è la condizione mentale di consapevolezza della condizione umana. La capacità di tenerla a mente.
Ricordarsi ogni tanto di cadere come faceva Bas Jan Ader o anche Buster Keaton è un tenersi aggiornati sulla propria condizione di precarietà.
Il dramma viene guardato e reso positivo.
Questa tipologia di fallimento è legata spesso all’ironia, all’accettazione consapevole della nostra precarietà. L’idea del buco nell’acqua (che a dire il vero ebbi una quindicina di anni fa) è così un esercizio mentale. Ci fa sorridere, sembra un modo di dire, ma poi ha una sua presenza fisica. Presenza che viene immediatamente negata perché è un buco, un buco impossibile, doppiamente buco.
PS: Parlaci del titolo della mostra, da dove viene “I modi di dire e della Buca”
SG: Il riferimento al modo di dire è chiaro e fa fare un clic.
La buca si riferisce alla mostra in galleria e alla simbologia femminile del buco.
“Il sociale e della cacciagione” era un ristorante romagnolo; mi è sempre piaciuta questa forma di linguaggio che dice qualcosa e poi apre ad altro.
PS: I buchi di fatto sono irriducibili e totalizzanti e in qualche modo potrebbero essere intesi come difetti della rappresentazione. Il buco è niente da vedere, come il sesso femminile, che già nella statuaria greca veniva escluso, rigettato dalla scena della rappresentazione. Il buco è di fatto assenza. A proposito di sesso e di linguaggio, la sessualità femminile è sempre stata pensata in base a parametri maschili. Il desiderio della donna, non parla il medesimo linguaggio dell’uomo, sfugge la logica maschile dello sguardo e della discriminazione della forma. Le donne amano più toccare che guardare.
Seppure i buchi abbiano proprietà spaziali, esistono? Di che cosa sono fatti? In che relazione stanno ad esempio con il groviera o con la poesia visiva e “La Materializzazione del Linguaggio” per iniziare a introdurre con il titolo della mostra curata da Mirella Bentivoglio alla Biennale di Venezia nel ’78, questa strana personale che includerà opere per l’appunto di Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga (eteronimo di Bianca Menna), Betty Danon, Agnes Denes, Amelia Etlinger, Maria Lai, Margaret Morton, Giustina Prestento, Greta Schodl, Salette Tavares.
S.G: I buchi esistono e sono fatti di aria, di solito, che è invisibile. (a parte i buchi neri che sono pienissimi).
E poi sono definiti dalla materia che gli sta intorno.
Qualche mese fa mi avete proposto di curare o allestire una mostra di artiste donne degli anni 60-70-80 dalla collezione di Gianni Garrera. E’ stato un dono bellissimo che mi ha portato a ripensare alla mia educazione e al contesto in cui mi trovo. Conoscevo il lavoro di Maria Lai e avevo sentito nominare alcune delle altre artiste. Della mostra curata dalla Bentivoglio non sapevo niente. Possibile? C’è stato uno sforzo di cancellazione e di esclusione dalla rappresentazione. Per tutta l’estate ogni due tre giorni Gianni mi mandava un’opera.
Nel frattempo sotto l’ombrellone leggevo Vai pure, il dialogo fra Carla Lonzi e Pietro Consagra che mi ha aiutato a contestualizzare il buco in cui tutte queste artiste agivano. L’artista era sottinteso uomo, era individualista, quasi sacerdote e il linguaggio quello del pene.
Le artiste donne di quegli anni hanno lavorato in una sorta di mondo parallelo, venivano lasciate lavorare ma come se fosse un contentino.
Mi sono resa conto improvvisamente delle carenze di linguaggio che ho vissuto a livello pedagogico e artistico. Aprire gli imballaggi di questa collezione è stato come trovare un linguaggio familiare e le pratiche, le pratiche che mi mancavano.Che intuizione Gianni acquisire queste opere! Come è stato il tuo approccio come collezionista?
Gianni Garrera: Cominciare a collezionare significò dapprima cercare un’alternativa. Rispetto al clima delle mie giornate di studio, trovavo così dei momenti di distrazione assoluta. Stavo lavorando ad alcune traduzioni di Kierkegaard e ogni volta che staccavo da questo lavoro, andavo a trovare Mirella Bentivoglio. I giorni feriali lavoravo alla filosofia e i giorni festivi mi recavo a casa sua, a vedere i suoi lavori, ad ascoltare i suoi racconti, a capire la sua visione delle cose, a conoscere le sue amicizie e riconoscere le sue compagne di avventura. Da ogni visita ritornavo con un lavoro, o di Mirella o di una sua amica, ogni domenica un’opera, per portare qualcosa con me, per avere un feticcio o un idoletto. Di solito erano lavori di poesia visiva o libri-oggetto, pertanto è come se semplicemente adornassi con prodotti di manifattura femminile l’aridità della mia stanza. Mirella l’avevo conosciuta perché aveva bisogno di una consulenza a proposito di Simone Weil, filosofa e mistica straordinaria, e mi aveva chiesto di darle delle ‘lezioni’. Ogni domenica, per un anno, ci si incontrava e le parlavo di Simone Weil, poi, nella seconda parte dell’incontro, era Mirella a contraccambiare la ‘lezione’, spiegandomi i suoi lavori, la sua vita, la sua concezione dell’arte. Tra me che le parlavo di Simone Weil e lei che mi narrava di se stessa, trascorrevo fondamentalmente tutte le domeniche al femminile. Mirella usava dirmi che in tal modo non era più per noi il giorno del Signore, ma della Signora (così aveva soprannominato la Weil). Pertanto lei ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione di collezionista, indirizzando molte delle mie scelte.
S.G. Quando fece quella mostra nel ‘78 eravate già amici? Perché l’amaro che mi resta in bocca è ancora legato all’oscuramento che è stato fatto in quegli anni. Le donne che sono state supportate o lasciate fare dal sistema si comportavano come uomini, linguisticamente dico. Pure io, quando sono ‘uscita’, senza capirmi, ho fatto l’uomo per tanti anni.
Quale è secondo voi la specificità del femminile? I materiali come fili, ricami, tessiture, ceramica, scrittura, un certo modo effimero di usare il video… ritornano spesso ma teorizzati così mi sembra di nuovo di relegare la donna al fare artigianale, mentre sento affinità di pensiero poi profonde…
GG: Sì, sovente si indentifica il lavoro artistico femminile con quei materiali, come se l’attività artistica femminile fosse un’appendice domestica, una deviazione delle attività domestiche, come il cucito o la lista della spesa. Il principio non mi dispiace, perché in realtà non si relega la donna nel suo ambito, ma si individua un’aberrazione della tradizione, un’eresia estetica, per cui quei mezzi innocui, della vita domestica femminile, sono impiegati in maniera impropria, non ortodossa (per cucire libri, per ricamare pagine concettuali).Se ripenso poi ai dialoghi o ai lavori di Mirella Bentivoglio o di Maria Lai, questi mezzi consentono all’artista una speculazione davvero eccezionale, nel senso che alcuni lavori di teologia visiva di Mirella Bentivoglio (come “L’assente”) hanno una piega anti-dogmatica evidente rispetto alla teologia costituita. Come accadeva per la Weil e per il suo recupero disorientante dell’eresia marcionita o catara, in Mirella Bentivoglio il lavoro, in apparenza più disarmato, serve a una revisione addirittura di dogmi, pertanto non si tratta nemmeno di un’operazione di sottomissione mariana. Il suo lavoro “L’Assente” avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, sostituire l’icona del crocifisso, pertanto era in funzione di una sostituzione di simboli. L’impiego della parola e le operazioni sulla parola delle donne sono sempre molto forti, perché riformulano i concetti, le sentenze tramandate, tramite mezzi inadeguati, anti-retorici, come avviene nelle cuciture di poesie o di paesaggi di Elisabetta Gut: interventi anche dolorosi di censura radicale e annichilante. La cancellatura femminile, attraverso la cucitura di parole o di immagini si pone agli antipodi della cancellatura maschile, perché gioca sull’equivoco del rammendo e della “bocca cucita”, e interviene con il filo e l’ago e non con il cassare o il barrare grafico.
PS: Mirella Bentivoglio, disse in un’intervista che il linguaggio è lo strumento del potere della Storia, della Legge che ha emarginato la donna nel pubblico silenzio. Ma che la donna vive il linguaggio come strumento di comunicazione al di fuori dei meccanismi alienanti.Cratilo un allievo di Eraclito di Efeso che radicalizzò il “panta rei” del suo maestro, affermava che nominare le cose è un’impossibilità e si limitava a indicarle con il dito.Il linguaggio verbale è un’architettura che cristalizza la realtà?La parola è uno strumento maschile?
GG: Non è la parola che è maschile, ma la grammatica, anzi, Nietzsche riteneva che non si compirà la morte di Dio finché si continuerà a credere alla grammatica. Ad esempio il senso di un lavoro di Mirella Bentivoglio, come SCUOLA, cioè una targa infranta, è un’allegoria della rottura dell’alleanza con la grammatica, cioè con la legge della lingua, analogamente alla rottura delle prime tavole mosaiche della legge. Ciò determina l’abolizione della parola come istituzione. Trasgredire un comandamento ortografico è infrangere tutta la legge della parola. In particolare nella poesia visiva femminile viene operata la rottura della scrittura lineare sillabica, i nuovi carismi della lingua procedono dal dissolvimento della sintassi e dell’ortografia. Intaccare l’ortografia è intaccare la parola e le leggi che regolano il discorso. La forma più radicale di lotta poetica è la lotta alla grammatica. Quando Maria Lai si mette a cucire un libro, aberra completamente i mezzi di scrittura e i parametri che regolano la scrittura, tramite un corsivo estremo che genera un dettato totalmente indecifrabile. La parola viene resa illeggibile per smentire il sistema del significato e impostare una grafia integralmente asemantica. Così queste donne si ritraggono dalle competenze alfabetiche del mondo.
SG: La parola è una cosa a sé, transgender. Non decidiamo di cambiare il linguaggio possiamo solo usarlo e lui si adatta al mondo e il mondo si adatta a lui. Poi è evidente che il potere dell’uomo sulla donna trapela anche nel linguaggio. Faccio sempre un esercizio per vedere se un po’ cambia: nella generalizzazione di un gruppo di persone per esempio, la faccio al femminile anche se c’è solo una donna presente. Fa strano anche a me che ho deciso di adottare questo esercizio.
PS: Con quale criterio, Stefania, hai scelto le opere dalla collezione di Gianni?
SG: A stomaco. E per affinità. La targa della SCUOLA della Bentivoglio per esempio è molto vicina a quello che resta de “Il Monumento al Cadere”.
PS: Parlaci del tuo “Il Monumento al Cadere”?
SG: “Il monumento al Cadere”, ancora presente su Google Maps è stato inaugurato a marzo 2017 a Palermo. Il progetto è una radice e un pezzo di tronco di un grande pino che è caduto con un temporale violento e la circonferenza di un paio di metri di radici che uscivano dalla terra mi ha emozionato. Ho chiamato una squadra di amici per riflettere sul da farsi e abbiamo deciso di prendercene cura. Lo abbiamo ripulito, trattato e gli abbiamo dato importanza. Abbiamo messo una targa in marmo e lo abbiamo inaugurato con tanto di taglio del nastro dell’Assessore alla Cultura, Andrea Cusumano. Qualche mese dopo i giardinieri del Comune lo hanno rimosso. Ho recuperato la targa tutta rotta che ci ricorda dell’attitudine al cadere.

Mariana Castillo Deball – The Tortoise and other footraces between unequal contestants

Mariana Castillo Deball ci ha scritto: “Uno dei punti di partenza per questo progetto è un fossile di tartaruga che ho trovato al museo di storia naturale di Berlino. Lo scorso anno in Brasile, ho lavorato molto con i fossili per il lavoro della biennale di Sao Paulo; da allora, proseguendo con questa ricerca sto continuando a visitare spesso il museo di storia naturale di Berlino, per guardare i fossili.
Il secondo punto di riferimento è un libro sui miti della Tartaruga Amazzonici, nei quali vengono analizzati i diversi racconti popolari in cui una tartaruga è in competizione con un altro animale, che è generalmente più veloce. Così l’altro animale pensa che vincerà e dà un vantaggio alla tartaruga, ma la tartaruga trova il modo per sconfiggerlo.
Con il loro movimento lento, almeno sulla terra, ma ben corazzate e longeve, le tartarughe appaiono in diverse situazioni nei racconti. Nella favola di Esopo “La Lepre e la Tartaruga”, la lepre sfida la tartaruga in una gara di corsa. Credendo di poter vincere facilmente, a metà strada si concede un pisolino. La tartaruga procede, superando la lepre addormentata e vince la gara. In questa gara tra due contendenti disuguali, l’animale lento è a volte una tartaruga o una lumaca o un granchio o una talpa o un porcospino.
La tartaruga condivide anche una storia con Achille, in uno dei paradossi di Zenone.
Achille è coinvolto in una gara con la lenta tartaruga. Achille confida nella vittoria e concede un vantaggio alla tartaruga, ma ha un problema: prima di superare la tartaruga, deve raggiungerla. Achille percorre lo spazio che lo separava dalla tartaruga all’inizio della gara, ma la tartaruga crea comunque una nuova distanza. Il nuovo spazio è più piccolo del precedente, ma è ancora una distanza finita che Achille deve coprire per raggiungere l’animale. Achille corre per questo secondo tratto, ma con frustrazione si accorge che la tartaruga ne ha aggiunto un terzo, e così via. Non importa quanto veloce sia Achille nel coprire la distanza, la lenta, ma costante tartaruga ne crea sempre un’altra, più piccola, e rimane in testa.
In questa gara, il corridore più veloce non potrà mai superare il più lento, perché l’inseguitore dovrà sempre raggiungere il punto da dove l’inseguito è partito in modo che il più lento resterà sempre in testa”.
La mostra di Mariana Castillo Deball da pinksummer goes to Rome dal titolo “The Tortoise and other Footraces between unequal Contestants”, ci ha fatto pensare alla lentezza come a una pratica di resistenza e in questo senso l’elogio della lentezza simbolicamente incarnata dalla tartaruga, appare affine concettualmente all’invito all’offuscamento che Tobias Putrih ha volto ai visitatori di “Obfuscation”, la personale tenutasi da pinksummer a Genova nell’ottobre scorso, che attraverso piccoli gesti, compiuti da molti, quotidianamente, può diventare una pratica rivoluzionaria per contrastare un contendente disuguale in termini di potenza, come “gli imperi dei dati”.
D’altra parte per la fisica quantistica e dunque per le particelle subatomiche, rispetto al principio di indeterminazione, non è importante pensare che esista il movimento; l’importante e che si possano effettuare delle misure e prevederne il risultato. Pertanto Zenone di Elea considerato da Aristotele il fondatore della dialettica, poteva tranquillamente ridurre all’assurdo la tesi contraddittoria, per difendere, Parmenide, il suo maestro, e negare il movimento, affermando che essendo che ogni grandezza ammette divisioni infinite è impossibile percorrere una qualche grandezza in un tempo finito, essendo costituita ogni grandezza di infiniti tratti.
La morale della favola di Esopo “La Lepre e la Tartaruga” sembra invece insegnare che mai bisogna sottovalutare i propri avversari, e che non serve correre, ma partire in tempo, intenti validi sempre, ma in questo momento storico forse di più.
Le tartarughe sono creature mitiche che in tutte le culture hanno un ruolo simbolico, esistono da 225 milioni di anni sulla Terra, sono fossili viventi, robusti e autosufficienti, sono sopravvissute a qualsiasi sconvolgimento sulla Terra. La tartaruga può sopravvivere a lungo sotto le calotte di ghiaccio, come sotto la sabbia nel deserto. In periodi di oscurità rappresenta un potenziale di speranza, di crescita e di creatività, raccogliendo e concentrando le forze nel sé contro la dispersione . La tartaruga è simbolo di pazienza, responsabilità, creatività e lunga vita. La tartaruga rappresenta in qualche modo la coltivazione del pensiero razionale.
Nel libro “Elogio della Lentezza” il neuro scienziato Lamberto Maffei afferma che il cervello ama la tartaruga, perché il cervello è una macchina lenta a differenza delle macchine che esso ha inventato. Il secolo breve che ha alimentato il sogno utopistico e falsamente emancipativo della velocità, a cominciare dai Futuristi, ha prodotto guerre e stermini. Secondo Maffei, la macchina che meglio rappresenta la contemporaneità è il tapis roulant, si corre, si fatica, si suda per ritrovarsi sempre nello stesso punto.
La tesi centrale di “Thinking faster and Slow” scritto da Daniel Kahneman, che ha vinto il premio nobel per l’economia pur essendo uno psicologo, scritto in collaborazione con Amos Tversky, è la dicotomia tra due modelli di pensiero secondo la teoria euristica, di cui il primo “System 1” è veloce, instintivo, emozionale, il “System 2” è deliberativo e logico e arriva alla conclusione che “la verità è che non siamo obbligati a credere a tutto ciò che pensiamo! Una delle capacità fondamentali del vivere consapevole e dello sviluppo personale è scegliere cosa credere e cosa non credere”. Il pensiero lento è un modo per spalancarsi dunque strade inaspettate.
Sembra che le pubblicità più efficaci oggi non contengano più messaggi logici, ma sono emozione allo stato puro. Non è più importante spiegare logicamente che un prodotto è migliore rispetto a quello di un altro competitor. Il messaggio razionale è bandito, ciò che rende uno spot di successo è la sua componente emozionale. Se il consumatore di prodotti o di notizie può sviluppare anticorpi sotto il profilo razionale, non potrà mai essere immune dalle emozioni.
Le emozioni universali dell’uomo, secondo la teoria dello psicologo Paul Ekman sono sette, di cui solo la felicità ha una connotazione positiva, la sorpresa può avere una connotazione positiva o negativa, mentre rabbia, paura, disgusto, tristezza e disprezzo hanno una connotazione negativa. Se ne aggiunge un’ ottava che è la neutralità, la più pericolosa dal punto di vista del marketing, mentre le altre emozioni hanno tutte un valore commerciale.
Internet non ha cambiato i consumatori, ha solo amplificato ciò che siamo, un po’ come il capitalismo impiantato in Cina.
La civiltà borghese ha coltivato la virtù pubblica e il vizio privato, vale a dire la dissociazione tra ciò che l’individuo sperimenta dentro di sé e ciò che lascia apparire, in questo senso la mistificazione o dissociazione inconscia tra emotività viscerale e rappresentazione cognitiva delle emozioni è un male diffuso nella nostra società e conduce alla mistificazione e alla manipolazione, ed è tanto più inquietante quanto meno se ne ha coscienza.
La tartaruga di Mariana Castillo Deball è costituita da sette parti, come la scala delle emozioni umane universali del marketing pubblicitario che rende il ROI migliore, come le corde della prima lira costruita dal dio Hermes, donata a Apollo e da questi al figlio Orfeo. Si dice che Hermes usò un carapace di tartaruga e tese al suo interno sette corde di budello di pecora per costruire lo strumento musicale atto a rallegrare il cuore. La lira è associata alle virtù apollinee di moderazione e equilibrio in contrapposizione al flauto legato a Dionisio che rappresenta estasi e celebrazione. La tartaruga di Mariana Castillo Deball sembra condividere con la lira donata da Hermes a Apollo una sorta di forza nascosta: la capacità di sapersi rifugiare in sé per resistere e trovare prima o poi una via inaspettata.
Il titolo di un racconto amazzonico sulla tartaruga è “How a Tortoise Killed a Jaguar and made a Whistle of one of his bones”.

Forse – Peter Fend

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: Abbiamo trovato un curioso articolo sul giornale “The Observer” del maggio del 2013 dal titolo “Brother, Can you Spare $ 2 Billion? : Is Artist Peter Fend an Autodidactic Genius or a Globetrotting Gadfly?”. Inizia così: “Chi è Peter Fend?”
‘Il Buckminster Fuller di The New Wave’, ha suggerito il critico Alan Jones in un articolo di vent’anni fa, ‘il Lawrence d’ Arabia del mondo dell’arte’, dichiara nello stesso articolo il vecchio collaboratore di Mr. Fend, l’artista Richard Prince.
‘È proprio Tristram Shandy’, ha detto il suo dealer Maxwell Graham a “The Observer.”
Il fatto di compararti al gentleman Tristram Shandy ci piace per tante ragioni, innanzi tutto per il discorso della digressione e della meta-narrazione. In questo anno di scambio epistolare (e-mail), abbiamo inteso che l’arte, da argomento primario si trasforma con te spesso in secondario. Ci hai un po’ disorientato, se non proprio frullato, portandoci a spasso tra realtà e sogno, trattando di politica, ambiente e Storia e storie… A volte il qui e ora sembra sfuggirti di mano, ma non sei un sognatore.
Poi il romanzo di Laurence Sterne è il prodotto ansioso di una Inghilterra che stava sistemando in soffitta tutti i valori della civiltà contadina, per entrare, anticipando tutti, nell’era dell’urbanizzazione selvaggia e dell’alienazione umana della rivoluzione industriale. Sotto il profilo della politica estera, stava creando invece il suo abnorme impero coloniale, basato sullo sfruttamento di popoli e risorse ambientali.
Temiamo che la Gran Bretagna, che oggi sta negoziando con sicumera la sua uscita dal sogno dell’Europa, peraltro mai condiviso davvero, possa anticipare di nuovo tutti, nel chiudersi dentro ai confini della nazione, altro che integrazione e libera circolazione.
Ti vorremmo fare una sola domanda a proposito delle insegne in stille Esso che “reclamizzano” i prodotti “Global Warming” e “Global Terror”, sui principi di causa efficiente, formale e finale, muovendo una lunga citazione tratta da un romanzo americano, ci riferiamo a “Libertà” di Jonathan Frazen: “Walter stava rovistando tra i grafici laminati. Ho cominciato a risalire alle origini – disse- perché continuavo a soffrire d’insonnia. Ricordi Aristotele e i diversi tipi di causa? Efficiente, formale e finale? Bene la predazione dei nidi da parte di cornacchie e gatti selvatici è la causa efficiente del declino della dendroica. E la frammentazione dell’habitat ne è la causa formale. Ma qual è la causa finale? La causa finale è la radice di quasi tutti i nostri problemi. La causa finale è che ci sono troppe maledette persone nel nostro pianeta….
…Solo in America – disse – la popolazione aumenterà del cinquanta per cento nei prossimi quarant’anni. Pensa a come sono già affollate le zone extraurbane, pensa al traffico, all’espansione edilizia, al degrado ambientale e alla dipendenza dal petrolio estero. E poi aggiungi il cinquanta per cento. E questa è solo l’America che in teoria può sostenere una popolazione più numerosa. E poi pensa alle emissioni globali di anidride carbonica, e ai genocidi e alle carestie dell’Africa, e al sottoproletariato senza prospettive e radicalizzato del mondo arabo, e allo sfruttamento dissennato degli oceani, agli insediamenti illegali in Israele, ai cinesi Han che soffocano il Tibet, e cento milioni di poveri nel Pakistan nucleare: ci sono ben pochi problemi nel mondo che non verrebbero risolti, o almeno alleviati, da un calo della popolazione. Eppure – proseguì, porgendo a Katz un altro grafico, – entro il 2050 avremo raggiunto altri tre miliardi di persone. In altre parole avremo aggiunto l’equivalente dell’intera popolazione mondiale di quando io e te infilavamo le monetine nelle cassette dell’Unicef…..
… A modo mio, – proseguì Walter, – ho partecipato a un ampio mutamento culturale avvenuto negli anni Ottanta e Novanta. La sovrappopolazione rientrava senz’altro nel dibattito pubblico negli anni Settanta, con Paul Ehrlich, il Club di Roma, e la Crescita Demografica Zero. E d’un tratto è scomparsa. È diventata innominabile. In parte a causa della Rivoluzione Verde, sai le carestie erano sempre numerose, ma non più apocalittiche. E poi il controllo della popolazione si è fatto una brutta reputazione politica. La Cina totalitaria con la legge del figlio unico, Indira Gandhi con le sterilizzazioni forzate, la Cdz americana dipinta come xenofoba e razzista. I progressisti si sono spaventati e hanno taciuto. Si è spaventato perfino il Sierra Club. E i conservatori, naturalmente, se ne sono sempre fregati, perché la loro ideologia è tutta basata sull’interesse personale a breve termine e sul piano divino e così via. E dunque il problema è diventato una specie di cancro che ti cresce dentro, e tu lo sai ma decidi di non pensarci”.
Peter non hai pensato che tutti i tuoi progetti “Unbuilt Roads” e “TO BE BUILT”, sarebbero comunque schiacciati dalla forza del numero e dunque inutili?

Peter Fend: Rispondo in due frasi. Dovremmo ripristinare il numero di animali selvatici del pre-Neolitico. In molti casi, ciò richiede un intervento specifico sul posto.

Ps: il Neolitico è stato rivoluzionario rispetto all’ambiente. Pensi che il processo sia reversibile?

P.F.: È reversibile perché ora abbiamo una sufficiente conoscenza scientifica, oltre ai paradigmi dell’Earth Art e il lavoro fatto da pionieri come Beuys e Duchamp e possiamo far fronte alle urgenti questioni politico-demografiche, forzando il ritorno al pre-addomesticamento dell’uso della terra. Posti favorevoli per iniziare sarebbero le Grandi Pianure degli Stati Uniti, l’Asia centrale, il Mato Grosso in Sud America e l’Africa.
Avete il mio libro Ocean Earth? Rimando al testo del 1976 “Agriculture Ends, Art Takes Over”.

Ps: Ti citiamo “… 1976 L’agricoltura finisce, l’arte prende il sopravvento”. Seguito da “Evolution Mediation” e una lettera a Dennis Oppenheim sul suo ritorno al “selvaggio”, che mi ha introdotto nel mondo artistico di New York. Ero soprannominato “Dr.Fang (Dr. Zanna)”, per la pelle di cervo e l’ascia con cui celebravo la caccia, la pesca, la raccolta contro l’agricoltura. Notato da Gordon Matta-Clark che mi chiese di investigare sulle tecnologie, ad esempio sull’ingegneria dei ponti e dei palloni aerostatici, per ciò che avrebbe dovuto essere un’architettura completamente nuova. Appassionato dalla lettura di Vicent Scully su “Garden & Fortress: The Shape of France” ho realizzato una serie di lavori di Earth Art basandomi su De Maria, Nauman, Oppenheim, Smithson, Heizer, dentro ai paradigmi di Schneemann, Edelson, e Horn guidato dal “capo dei cacciatori” Joseph Beuys, senza leggi e limiti territoriali come voleva Duchamp, per un uso completamente nuovo della Terra. I disegni “Earth Net An Economic System”, compaiono al Caltelch’s Baxter Museum. Panorami similari si trovano ora in libri come “Walter. A Natural History” nel quale è scritto che L’America del Nord ha bisogno di 80 milioni di bufali, 250 milioni di castori, bilioni di cani della prateria e 25 milioni di alligatori. Uno studio dell’ Università del Minnesota conclude che 400 milioni di umani qui potrebbero vivere bene sull’economia nativa americana, principalmente cacciando- pescando- raccogliendo con solo piccole porzioni di terra destinata all’agricoltura (o urbana). Questi sono i miei obiettivi primari”.

Tuttavia la tecnologia e la conoscenza che abbiamo sono state acquisite grazie alla transizione demografica del Neolitico.

P.F.: Restaurare il Sahara, e le terre incolte dell’Asia Centrale, le terre disseccate della Bolivia e del Paraguay, è assai più facile che creare nuovi posti di lavoro. Come riporta l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, si creerebbero un bilione di posti di lavoro. Sì, ritornare a ciò che l’essere umano ha fatto per la maggior parte della sua esistenza sul pianeta Terra: cacciare, pescare, intrappolare, raccogliere.
I robots sono più adatti a lavorare nelle fabbriche e negli uffici.
Non denigro affatto la riduzione demografica (ho fatto il mio in questo senso, con un solo bambino, avuto a 52 anni, un solo bambino per quattro nonni. Voi l’avete promossa altrettanto).
Possiamo avere uno scambio sull’argomento. Questo è il motivo per cui ho rischiato di fare tanti esempi di “Cielo” o Television Government. Su questo argomento la pressione è molto forte: ridurre l’imprinting della terra e di conseguenza il numero degli umani.

Ps: Cosa presenterai da pinksummer?

P.F.:

FORSE
RICCHEZZA
NEGLI
OCEANI

L’Italia dovrebbe fare squadra con Monaco e Palau per ri-dirigere Le Nazioni Unite verso una nuova gestione, che sarebbe più proficua e rispetterebbe le necessità del pianeta partendo dai suoi oceani e mari.
Con questa mossa, l’Italia – insieme a Monaco e Palau – sfiderebbe le strategie terrestri di diversi Consigli di Sicurezza degli stati-membro delle Nazioni Unite, specialmente della Cina. La Cina ha lavorato duro per sorpassare l’Occidente e i suoi cinque secoli di impero coloniale, da quando Cristoforo Colombo ha scoperto l’America.
Così la Cina costruisce dighe, esporta reattori nucleari, estrae minerali, intensifica l’agricoltura, costruisce treni veloci e aerei, cerca il controllo sulla logistica globale, tutto ciò con uno zelo nazionalistico che ha fatto uscire l’Occidente dall’Ovest.
La distruzione del pianeta accelera.
L’Italia può interrompere questo inseguimento veloce e furioso, lanciando una altrettanto veloce e furiosa campagna, muovendo proprio da qui dove gli imperi globali sono iniziati: Genova.
Il continente che entra in gioco non è solo l’Europa, ma l’Europa assieme a un territorio vasto, di cui ecologicamente l’Europa è parte: l’Africa. Parlo dell’Eurafrica
La Cina ha i suoi piani sull’Africa, basati sui confini coloniali e sulla pratica tipicamente coloniale del dividi et impera.
L’Italia può immaginare strategie completamente differenti per l’Africa basate sul suo affaccio sul mare, basate sul sine qua non della vita: l’acqua.
Ciò che Genova può fare del suo golfo, ciò che può fare per l’Italia tutta e l’imponente cambiamento che potrebbe coinvolgere l’Europa assieme all’Africa dall’Artico all’Antartico e ritorno verrà mostrato in 10 x 8 m di spazio, e spiegato, in termini di metodo di governo, in un ufficio di 6 x 3,3 m: pinksummer.
Non sappiamo precisamente ciò che accadrà nei prossimi 20-30 anni, ma con questa mostra, offriamo a Genova, alla Liguria, all’Italia, all’Europa, ai mass-media e al mondo dell’arte, un altro scenario. Il pezzo forte è l’Africa. Il mezzo del cambiamento arriva dall’Earth Art e dai suoi contemporanei, come Joseph Beuys. Noi presentiamo qui una “UNA STORIA DELLA FUTURA”, ma con un titolo che appare precauzionale, FORSE, o in inglese MAYBE.

È una mostra di ingegneria ecologica anche se Fend è stato descritto come un sognatore, un utopico. Semplicemente perché servono grandi capitali per fare questo.
Nel mio ultimo libro PLANET POLICY rivolto agli Stati Uniti, e scritto per i cervelloni dell’American Association for the Advancement of Science (editori di “Science”), può essere facilmente convertito in un programma per l’Italia.
La mia frase preferita, con la quale tutti i visitatori sono invitati ad agire è: WHY NOT? PERCHE’ NON. SEMPRE PRONTO A FARE. NO SOLO PARLA. PIETRO*
*In italiano nel testo

Ab urbe Genua duo lykanthropi Romae – Cesare Viel – Luca Vitone

La doppia personale di Cesare Viel e Luca Vitone da pinksummer goes to Rome, tratta di deformazione e ricomposizione e forse anche di scompaginazione e riscrittura, muovendo dall’ineludibile principio d’ immanenza dell’opera d’arte. La trasformazione della forma nel caso specifico appare spinta dal desiderio di esplorare altre, delle diverse possibilità che l’attitudine e le forme, per forza devono rilasciare.
La mostra in qualche modo fa pensare all’arte del recupero e alla cucina degli avanzi della tradizione ligure e genovese. Al contrario di quanto si immagina la cucina degli avanzi non era solo appannaggio delle classi povere attente a far quadrare le proprie risorse. Nelle casate aristocratiche vigeva il detto “un buon pasto dura tre giorni”. Anche a Genova il cibo veniva usato per stupire, mostrando attraverso le tavole imbandite averi e potere. Più il pasto era ricco di portate, più avanzi rimanevano. E pertanto in una terra per cui lo spreco, al di là della classe sociale, è tradizionalmente inconcepibile, cuochi e massaie si destreggiavano con gli avanzi tirando fuori pietanze speciali.
Cesare Viel e Luca Vitone, il cui percorso procede parallelo da circa un trentennio e per parallelo s’intende citando Viel alla lettera “ una profonda condivisione di punti di partenza che sono campo vivo di dinamiche, una sorta di riconoscimento da lessico familiare, come sentire suoni e segni linguistici esistenziali dentro a una grotta, al buio e riconoscersi d’istinto, con segnali prelinguistici emozionali”, presenteranno una mostra fluida e mutaforme, muovendo da opere pre-esistenti.
Cesare Viel ritorna per la mostra romana sui feltri tratti dalle figure e dagli sfondi dell’opera matissiana, gli stessi che in “Infinita Ricomposizione”, l’ultima personale dell’artista da pinksummer a Genova, erano usati come materiale performativo, per saturare lo spazio, lo sfondo reale della mostra, con una dinamica serrata, come sopraffatta dall’ultra-colore di Matisse. Tuttavia se il lavoro di Viel contiene una tensione verso l’assoluto, per l’artista l’assoluto assume sempre i connotati del relativismo, un relativismo che prima di essere culturale è etico traducendosi nel rifiuto, che contraddistingue tutta la sua opera, di qualsivoglia determinismo assiomatico e gerarchico implicito nella fissità, fosse anche quella del genere.
A Roma i feltri hanno un ritmo autonomo e indipendente, presentandosi pre-ordinati in soffici mobiles fluttuanti nell’aria, come “Apparati del Buon Umore”. Opere tattili per il “toucher actif”.
Luca Vitone presenterà due dei tre “scompaginamenti spaziali”, come dispiegamento in successione del processo che ha condotto alla realizzazione di un libro, che l’intenzione avrebbe voluto essere altro, ma che la circostanza ha fatto implodere in un diario di sentore beckettiano. Dove l’eventuale fallimento registrato in “Effemeride Prini”, pubblicato da Quodlibet, non appare poi tanto accidentale, considerando che la scommessa, rispetto alla residenza a Roma all’American Academy, avvenuta nel 2008, era quella di “fotocopiare la voce” di Emilio Prini. Un pianeta, la cui posizione, si sa, è sempre stata remota e sfuggente. Tuttavia è proprio la maniera con cui Vitone si destreggia con l’idea di fallimento che rende questo libro speciale. A differenza dei personaggi di Beckett, Vitone non gira come un criceto nella ruota, conferendo al vuoto, ammesso che esista, una sorta di cornice, che in altri tempi, avrebbe potuto avere la valenza positiva dell’ozio, atto a trasformare l’attesa chimerica in contemplazione produttiva.
Ogni pagina, presenta in alto una data strappata, nei giorni, da tre diversi quotidiani, mentre in fondo, a chiusura di giornata vengono nominati i piatti prelibati della cuoca dell’American Academy, accompagnati dall’accostamento appropriato del vino servito. I dialoghi al centro della pagina, trasformano via via Prini nella creatura leggendaria di un mito sull’origine.
Viel dal canto suo, aveva già ricondotto altrove Henri Matisse, l’altro grande assente della mostra, alla sua personale primeva origine.
La mostra s’intitola: “Cesare Viel e Luca Vitone. Ab urbe Genua duo lykanthropi Romae”, tanto per richiamare in modo celato, il pop e l’orrore di quegli anni ’80 in cui Cesare Viel e Luca Vitone, assieme, fecero la loro prima mostra.

Slampadato – Bojan Šarčević

Comunicato stampa

Un corpo che transita nello spazio è un gesto che trasforma lo spazio in luogo, un luogo ha sempre un carico di significati simbolici che implica la progettazione del vivere. Un luogo è in questo senso uno spazio percepito dal corpo attraverso il suo apparato sensoriale, occhi, orecchie, naso, epidermide… L’idea di luogo include in qualche modo il concetto di “limen”, varco, soglia, orifizio. Seppure il mondo orientato dalla tattilità sia connesso a quello orientato dalla vista attraverso l’astrazione del ricordo delle esperienze passate, sembra che il mondo della tattilità sia più confortevole, mantenendo il corpo in stretta aderenza con il luogo che abita, in cui si comporta, che sia un intérieur delimitato dal soffitto, o uno spazio atmosferico con sopra il cielo. In “La dimensione nascosta” Edward Hall cita l’antropologo Benjamin Lee Whorf che in “The Language, Thoughts and Reality” afferma che nella lingua hopi, quella degli indiani che vivono nelle pianure desertiche a nord dell’Arizona, la parola tempo non esiste, perché il tempo è collegato in modo inestricabile al concetto di spazio e per gli Hopi lo spazio è qualcosa di profondamente reale. Gli Hopi non sanno immaginare, né tantomeno descrivere nella loro lingua luoghi come il paradiso o l’inferno. Seppure questo popolo costruisca robuste case di pietra, il loro linguaggio non ha parole per nominare, come fossero cose, spazi tridimensionali tipo il corridoio o l’entrata di una casa, che sono espressi in hopi come localizzazioni.
Bojan Šarčević da sempre afferma che la magia di un’opera d’arte transiti sulla zona liminare della sua indescrivibilità. Ogni sua opera sembra rimandare a esperienze corporee e relazionali accarezzate da un approccio formale sensuale e raffinato, centripeto e purissimo rapito dalla texture e dall’immaginario tattile e visivo che l’idea di texture libera. Il suo lavoro tende a creare talvolta una sorta di frustrazione sensoriale che può essere provocata in senso a-narrativo dall’allusione scultorea a un dispositivo di arredo, come dall’accostamento di materiali freddi e sconfortevoli a altri soffici e sensuali. Negli ambienti progettati per le mostre “In the Rear View Mirror”, “Invagination” fino all’attuale “Slampadato”, Šarčević riconosce esclusivamente l’orizzonte percettivo cinestesico, annunciato fin dall’onomatopeismo linguistico di matrice fisica dei titoli delle ultime due mostre, e radicalizzato in questa mostra a pinksummer goes to rome, dalla volontà di sopprimere qualsivoglia intermediazione che sia un’immagine sull’invito o peggio il comunicato stampa. Come se un mondo espressivo estraneo e prefabbricato potesse impedire la percezione profonda dell’opera e la magia sensuale e intima della sua dimensione nascosta.
Questa lunga premessa, per dire che il comunicato stampa, per quel che vale, esiste solo perché pinksummer è un po’ come gli aborigeni australiani descritti da Bruce Chatwin in “Le Vie dei Canti”, che immaginano che le cose vengano tratte all’esistenza dal canto, noi non sapendo cantare scriviamo.
Si potrebbe affermare ancora che “Slampadato” di Bojan Šarčević rimanda, forse per coincidenza, a un’esposizione surrealista curata da Marcel Duchamp alla galleria Lelong di Parigi nel 1947, in cui installò a soffitto un sistema idrico che faceva cadere l’acqua sul pavimento di legno bagnando le sculture di Maria Martens, che era al tempo la sua amante. E infine che a noi “Slampadato” ci ha fatto pensare a “Le bain Turc” dipinto da Jean-Auguste-Dominique Ingres quando aveva 83 anni, o meglio alla descrizione del bagno turco che ispirò l’artista, fatta da Lady Mary Wortley Montagu , ambasciatore inglese della Turchia Ottocentesca: “Credo che in tutto fossero 200 donne… I primi sofà erano coperti con cuscini e ricchi tappeti, sui quali sedevano le donne… Tutte come natura le ha fatte, vale a dire, detto chiaramente, completamente nude, senza bellezze o difetti nascosti, eppure non c’era il minimo sorriso scostumato o gesto immodesto tra di loro…”

Michael Beutler – Criss Cross Garage

 

Comunicato stampa

Pinksummer: Le tue installazioni, le tue opere (si può distinguere una parte dal tutto?) sono costruzioni belle e eccessive, di un eccesso, per quanto paradossale appaia il dirlo, senza ridondanza. Come se riuscissi a attivare solo alcune possibilità all’interno delle molte che esistono dentro al disordine. Heinz Von Foester aveva teorizzato il principio di “order from noise”, secondo cui un sistema auto-organizzato è in grado di produrre ordine muovendo dal rumore ambientale, facendo diminuire, seppure in forma aleatoria, la
ridondanza. Etimologicamente la parola caos è legata alla casualità, tuttavia nulla appare casuale nel tuo processo, la flessibilità che implica la tua visione sembra piuttosto legata all’idea di circostanza. Il disordine non è una circostanza, semmai è consustanziale alla materia, deterministica e strutturata in sé. Il disordine non può venire eliminato, permane accanto alla relazione circolare ordine/organizzazione e fa di ogni processo, di ogni tuo progetto un miracolo sospeso e provvisorio di cui ogni sviluppo, ogni informazione, ogni progresso si paga in entropia. Il tuo lavoro ha l’impianto a-prospettico della pittura fiamminga, che restituisce il mondo attraverso una somma dei particolari in cui ci si può perdere come dentro a un bosco, perché ammesso che l’invisibile esista, si disperde anch’esso nell’immanenza di quel bosco fittissimo. E’ possibile che stia lì l’idea di non-finito, di work in progress delle opere di Michael Beutler?

Michael Beutler: La galleria, la mostra, il lavoro, l’installazione,… La situazione è probabilmente quella del punto di vista all’interno di un fitto bosco. Esserci è avere una leggera distanza dalla densità della foresta, è un po’ come essere in una radura, “Lichtung” in tedesco. C’è la possibilità nell’ambito della realizzazione che alcuni legni e rami di quella foresta vengano ri-arrangiati in un’altra esistenza. Un sistema d’installazione similare a quello auto-generativo di una foresta, nonostante sia fondato sulla natura intrinseca
della fisica comune. Nessun miracolo, semplici osservazioni di relazioni tra azione e materiale, impegno
sociale, realtà vibrante.
Vorrei segnalare un testo che una volta Gerry Bibby è stato così gentile da scrivere:

Problema della soluzione o
Fabbrica dell’Invenzione Imperfetta

Nulla di più di una grande e riverberante faccenda di fioritura, dentro cui le forze si stavano coagulando. Intorno elementi sparsi non attivi, mentre qualcos’altro si stava impegnando alla soluzione di un problema. Sollecitando questo, schiacciando quello, spingendo e piegando, tagliando e giuntando, sono nate le forme.
E’ stato percepito un altro corpo che potrebbe agire sugli elementi. Proverebbe a imitare le forme ancora incerte. Poi nacque. Aveva parti mobili, usava cose bagnate, cose pesanti, cose dure. Strappando e avvolgendo, sono state date in pasto a questo corpo che non è cresciuto. Ha sputato fuori immagini di sé, che per quanto assomigliassero al problema, non era mai davvero somigliante il loro rispecchiarlo.
A loro, da sole, potrebbero essere dati nomi divertenti, stanno all’interno del posto più grande e hanno descritto un impulso. In varie costellazioni dello stare insieme tuttavia – determinate per esempio impilando, appoggiando, tessendo – queste figure sono diventate ancora altre forme che hanno approssimato la
soluzione.
È comparsa una porta che conduce a un lungo corridoio stretto, in cui la luce da sopra faceva splendere le pareti. Si sono ricordate di stare in quel punto dove prima non c’era una parete o una porta e si sono ricordate anche il suono del grugnito, un grande campo piatto era alterato fino a comportarsi come se questa via di fuga fosse segnata in giallo.
La soluzione era fare qualcosa, perché no e dove magari? Il suo problema ha tradotto il come, con che cosa e da chi.
Guarda. Guarda cosa è successo! Quell’azzurro ostacola questo colore verdastro striato da quel rosa.
Le due pareti di fondo di una stanza rettangolare erano anch’esse rettangolari e stavano implorando un triangolo equilatero con i lati uguali alla base della parete, con il suo vertice che quasi perforava il soffitto.
Ricava il modo migliore di proiettare questo triangolo attraverso la lunghezza della stanza. Il problema aveva dato il suo corpo, che non era cresciuto, dopo che si era deciso a proposito del combustibile, lo si era raccolto, ne erano stati testati i limiti e investigate le possibilità. Poi è stato passato da pochi a molti, che hanno imitato quest’altro corpo, che quasi assomigliava al loro, facendo cose con esso e nutrendolo ripetutamente.
Sposta questo, tira quello, picchia quello e spingi. Urta questo, incolla quello, solleva e spingi. A volte l’ingenuità delle nascite originali perdono il loro big bang e “coloro” che aggiungono altri elementi e metodi infine esagerano il processo del problema. Altre volte, il combustibile ha fallito, si è stravaccato un po’ e ha alterato la superficie della soluzione, illuminando uno scherzo.
Un gran mucchio di soluzioni stavano attorno, forse a abbellire quel particolare del muro al quale stavano vicino. Si era presentato proprio lì anche se il suo problema si riproponeva dappertutto. La decisione di lei di aggiungere questo poi quella di lui di lasciare da parte quello, il peso e l’equilibrio di quella sezione e l’aggeggio che hanno usato ha imbevuto tutta la soluzione di mobilità indelebile.

PS: Luciano Gallino, che insegnava sociologia all’università di Torino e si è occupato della trasformazione del lavoro e anche della disoccupazione, affermava che un paese che si non si cura dell’industria manifatturiera intesa come industria in senso stretto, non può che diventare una colonia, giacché l’industria manifatturiera oltre a assicurare occupazione e reddito struttura la vita delle persone entrando nelle case.
Entrando nella tua grande casa/studio in un momento di fervore operativo collettivo in vista di un progetto imminente, siamo impattati in un sistema auto-organizzato che per quanto aperto e permeabile, di diventare colonia non ne sente ragione. Anche la macchina del caffè della tua cucina, abbiamo notato che presentava alcune piccole modifiche tecnico/estetiche riconoscibili rispetto alla tua mano e scherziamo un po’ sapendo che non fosti tu il cuoco, ma di fatto anche il bellissimo strudel di rapa rossa che abbiamo mangiato, sembrava informato dal medesimo realismo magico o piuttosto mirabolante che contraddistingue
la tua ragione funzionale oltre a delimitare il tuo spazio.
La tecnica di fatto appare una questione imprescindibile rispetto alla tua produzione, in “Der Arbeiter” Ernst Jünger scriveva a proposito del lavoratore “In esso c’è l’ebrezza della conoscenza la cui origine non è soltanto logica, e c’è un orgoglio di conquiste tecniche, l’orgoglio verso uno sconfinato dominio dello spazio, cui si avverte il presagio, di recondita volontà di potenza, ancora in germe…” e poi “Tutte le conquiste tecniche servono semplicemente da armatura per impreviste battaglie e insospettate rivolte”. Opponendosi al ruralismo mistico del Blut und Boden, Jünger affermava che dovunque un agricoltore può usare la macchina, non si può parlare di un contadino. Cosa si potrebbe dire di un artista che le macchine se le inventa di sana pianta per esibirle accanto alle opere, al gesto consumato della loro stessa funzione, esaltandole l’obsolescenza repentina. Si potrebbe azzardare che tendi a risolvere il mito dell’arte nella sua stessa funzione produttiva, di fatto la tua estetica tecnicizzata ha un sentore profondamente politico, quasi esistenziale. È forse un invito alla resistenza, rispetto a un consumo che struttura l’esistenza degli individui e delle collettività, al di là di ogni progresso, con il solo scopo di perpetrare se stesso e la sua propria
obsolescenza ormai tangibilissima?

MB: Le macchine mi incuriosiscono. Completano il quadro e non sono proprio macchine, quanto attrezzi manuali. Semplicemente aiutano riguardo l’aspetto dell’ordine e si occupano di una parte di produzione probabilmente noiosa. Ora ho un problema, poiché l’attrezzo che ho inventato, quello che è abbastanza fondamentale per le cose che mostrerò da pinksummer, si trova nel mio studio e è una normale combinata, una piallatrice o una giuntatrice… Bene, ho aggiunto alcuni pezzi alla cosa per far si che tagli solo il legno della superfice in determinate zone, in modo da poter intrecciare il legno secondo uno schema specifico.
Che cosa ci farebbe questa piallatrice nella galleria, quando è così fermamente legata allo studio in cui vive?
Questa situazione sembra diversa. Il cerchio della mostra sembra esser debordato da quella foresta fin dentro al mio studio. Sono qui con i miei assistenti, produciamo una fornitura di questo materiale e lavoriamo con esso, per tirar fuori le sue possibilità, valutare opzioni e trovarci a usare non solo la piallatrice ma anche un normale pennello. Direste che va bene per un artista inventore di macchine usare un pennello? In realtà mi ci sono abbastanza divertito per un po’ a dipingere un paio di spigoli, ma poi ho avuto voglia di passare il lavoro a terzi, dando alcune istruzioni, sviluppando un sistema di pittura. Le macchine si dissolvono in azione. E per questo lavoro specifico il semplice pennello è l’attrezzo migliore. Non serve alcuna invenzione.
Altre azioni hanno bisogno di più materializzazione per diventare indipendenti, potenti forse. Così anche se se ne stanno silenziosi tra la produzione questi attrezzi, macchine, oggetti materiali rappresentano l’azione e la possibilità o se volete un invito all’attività e non tanto all’obsolescenza. Il suggerimento che mi viene da Ernst Jünger è anche di dissolvere l’idea della macchina intesa come preparazione contro qualcosa piuttosto che della macchina come preparazione all’interno di qualcosa,
qualcosa che insomma connette. Credo che la macchina più bella per un contadino sia quella che è a tal punto parte del sistema della sua agricoltura che si dissolve completamente in esso. Se questo poi possa far fronte alle richieste coloniali, è un’altra questione.

PS: Sarà stata la tua aurea da craftman, ma prima di cenare con te avremmo scommesso che fossi vegetariano e avremmo perso la scommessa, perché con il tipo vegetariano non c’entri niente.
Che ti piaccia giocare si capisce certo dal tuo lavoro, ma con il tipo adulto dell’homo ludens non hai niente a che vedere. Il tuo giocare non è superfluo e il gioco non s’impossessa mai di te come giocatore. Giochi con la serietà dei cuccioli, non importa che siano di uomo, di gatto o di orso. Mentre scriviamo, stiamo pensando a quel tuo video buffo, che ti riprende in un interno serio e affaccendato in qualche compito specifico legato a qualche costruzione, con una macchinina, che ha l’aria del giocattolo. I materiali poveri che usi, su cui si è fatta tanta letteratura rispetto alla tua opera, sono appunto economici e di conseguenza facilmente reperibili rispetto all’idea di laboratorio, ma è dimostrabile, te la cavi bene anche con il cemento e i mattoni quando si presenta l’occasione giusta, seppure con essi nella vita ordinaria si costruiscano “seriamente” grattacieli e
infrastrutture. Perché hai deciso di agire in questa sfera temporanea del gioco senza celia dell’arte? E’ un problema di libertà, di sviluppare un’autonomia più selettiva?

MB: La mia cara sega a nastro ha dei problemi. Ho questi attrezzi che appartengono al regno della vita normale. Sono fantastici, quando funzionano. Quando hanno un problema possono condurti nei posti più strani nei quartieri più assurdi per trovare ricambi e consigli. Il problema della sega è molto grande, ma è solo una piccola graffiatura sulla superfice dell’organismo meccanico là fuori. Potrei probabilmente averlo risolto e ho sentito di un tale Rudi, che potrebbe verosimilmente truccare la mia sega a nastro e farla correre a qualsiasi velocità, ma sarei completamente in balia di quel tipo e del tempo necessario per fare qualcosa.
Quando si gioca, si può modulare il tempo e dargli forma. Se mi costruisco gli attrezzi da solo, decido anche quante pieghe vengano fatte, in quanti minuti, ore o giorni. Il risultato potrebbe essere limitato a quei semplici materiali, ma ciò significa anche maggiore libertà di gioco, di decisione, di possibilità e intraprendere quei percorsi fuori strada, che vengono in superficie solo quando si è coinvolti nell’esperienza diretta di tutto il processo. Mi piacciono quei percorsi.

PS: Criss Cross Garage è il titolo che hai dato alla tua prima personale da pinksummer. Che significa questo titolo? Cosa presenterai da pinksummer?

MB: I garage sono posti meravigliosi quando vengono trasformati in officine. Io trasformo le gallerie in officine, da qui il nome mostre garage. Faccio una mostra garage da pinksummer. Di che cosa è fatta quella mostra garage? Di materiale incrociato. Mi piace tessere. Potrei aver preso questa passione dal lavoro che ho fatto per il mio precedente insegnante Thomas Bayrle, o dal background della mia casa artigianale, o potrebbe piacermi semplicemente perché è un modo così semplice di realizzare una superficie partendo da
linee.
Ho questa fornitura di materiale che si può tessere prodotto qui e la porterò con me a Genova. Mi tengo la decisione di cosa farne per il giorno in cui arriverò al pinksummer garage.

Murakami – Manetas

pinksummer-manetas-murakami-invitation-card

Press-release

It’is dominating the idea that Contemporary art is a sort of esoteric practice unrelated to reality; the visual art language is a composite and structured body which absorbs the environment and inscribed in its time. The Contemporary artist makes us conscious of the everyday aspects of life, which the experience is not enough to understand only though of living them. One thinks of the Pop images of Andy Warhol and Claus Oldenburg, which condensed the American style of life during the Hot chapter of consumerism and tied to the productive period of the 60es.
The exhibition Murakami – Manetas presents the works of two artists who interpret the Nintendo generation: that of the techno-maniacs raised on the manga (Japanese comics) and video games, kids that live games like a trance that renders ephemeral the edges of reality. The game becomes a place in which we are heroes and we can take on borrowed identities. Our life has been contaminated by fiction: the commutative tissue of the media demonstrate an indifference for logic and truth, instead an interest in only stimulating an public emotions; fashion has been invaded by the techno-clothes inspired by the heroines of the manga, such as Sailor Moon or from the main character of the video games, like Lara Croft; the new urbanism moves toward the utopian landscape of Disneyland; and in the end our children cuddle technological toys like Furby and Tamagochi. Some believe that, reality being a fiction, that fiction no longer exists, thus the Loudness esthetics of Murakami and Manetas are more realistic than what appears in reality.
Takashi Murakami is with Mariko Mori, one of the most important Contemporary Japanese artists working today. The work of Murakami takes its inspiration from the manga world, a world that the artist manipulates in which he create a new universe which is as wonderful as it is ironic, consequently destroying the borders between high and low culture. In representing his colorful world the Japanese artist uses a wide variety of media: a refined pictorial technique, serigraphs, drawings, blow-up sculptures. Serial objects, which exist on the borderline between art and mass produced objects like small sculptures, maquette and watches. In the main exhibition room of pinksummer will be presented DOB, a character created in 1993, in the form of a gigantic flying balloon with ears large eyes (cm. 235x 305x 180) and pink Summer (cm. 100×70) an acrylic on canvas with a floral theme.
The Miltos Manetas language divides into two lanes: vibracolor, a sort of Contemporary ready-made in which he represents the dreamy and stereotypical iconography of the video game; and large oil on canvas in which he depicts in the domestic life the game console, cables, computer screens, joysticks like instruments which help us to penetrate the new virtual world. Manetas presents a large vibracolor of super Mario (cm. 260 x 300) comprised of four panels of (cm, 130 x 170 ea.).

Alis/Filliol – Invernomuto – The Ifth of Oofth

pinksummer: Che titolo potrebbe avere la doppia personale di Alis/Filliol e Invernomuto da Pinksummer Goes to Rome, se dovesse averne uno? The Ifth of Oofth, ci sembra pertinente, richiamando il racconto sci-fi di Walter Tevis del ‘57, considerando l’iper-volume della mostra diadica: doppia personale, doppia coppia di artisti, includendo la “doppiezza” di pinksummer, viene da citare Asimov “proiezione bidimensionale distorta dalla proiezione tridimensionale distorta dal tesseratto quadrimensionale” o ipercubo inteso anche come ombra del cubo. Senza tralasciare che sia Invernomuto che Alis/flliol avete una certa propensione a allargare i volumi angusti, che siano quelli della provincia e della Storia, che quelli della scultura e della tridimensionalità, lasciando fuoriuscire dalla realtà aumentata forme informi di demoni, alieni e distopie, come se il presente venisse platonizzato attraverso la proiezione geometrica di un’ombra congetturale che tuttavia appare plausibile, considerando che il giuramento di Donald Trump all’America assomigliava alla proiezione di una puntata dei Simpsons. Kant parlava di doppio identico e incongruente rispetto alla mano destra e alla mano sinistra e diceva anche che lo spazio e il tempo non sono proprietà inerenti alle cose, ma semplici forme dell’intuizione del sensibile. Si potrebbe paradossalmente dedurre che se dentro alla geometria euclidea Alis/Filliol e Invernomuto appaiono “incongrui” sia in senso relazionale, che assoluto, rispetto alla ricerca dei collegamenti della realtà ordinaria con dimensioni sconosciute sembrate identici. E’ la dimensione del fuggitivo che vi accomuna, che titolo dareste alla mostra?

Alis/Filliol: Per iniziare ci piacerebbe fare alcune istintive considerazioni a livello generale sul lavoro di Invernomuto, tenendo presente i due fattori più immediati che ci accomunano: ossia il fatto di lavorare in coppia e la spinta verso un linguaggio che proviene da un’altra dimensione.
A nostro parere il vostro lavoro si struttura anzitutto come un forte impianto scenico di chiara ascendenza cinematografica e musicale che ci sembra volutamente ostentato, quasi a rimarcare il carattere di finzione dell’impianto stesso.
Il gusto dell’arcano, del grottesco e del pop cercano un sottile senso armonico.
Ci sembra una scenografia che combaci con una narrazione che si sviluppa per frammenti. Questi frammenti sono oggetti enigmatici in grado, in primo luogo, di dialogare tra loro generando un senso immanente rispetto all’esperienza dello spettatore, e in secondo luogo di comunicare una narrazione invisibile. Questa “seconda narrazione” è una sorta di legame superiore che trascende gli oggetti e le persone e li proietta in un mondo immaginifico. Sebbene questo mondo sia costituito da riferimenti storici, contiene già in sé l’amalgama di reale e “sovrareale” che è proprio di una dimensione immaginaria.
E’ come se il flusso del vostro immaginario si scontrasse contro i vostri corpi sparpagliandosi in pezzi e il fascino che ne deriva, ancor più che nel singolo pezzo, consiste nell’eco di questo impatto.
La costruzione di un ambiente pervasivo include il corpo allo stesso modo in cui l’ambiente è incluso nella narrazione superiore.
Domande:
Quali artisti vi interessano? Qualcuno che proprio venerate? (In ogni campo dello scibile).
Film o libri o album potenti e ispiratori?
Domandone finale:
Ha ancora senso parlare di aura a proposito di un singolo oggetto? E che cos’è per voi?
Queste le prime considerazioni “a caldo”… aspettando una vostra risposta.
Poi c’è la questione titolo. Quello suggerito da Antonella e Francesca non suona male, ma il racconto non lo conosciamo..
beh per ora è tutto.

Invernomuto: Iniziamo dal titolo: THE IFTH OF OOFTH. Avete visto la copertina dell’Urania dov’è contenuto anche quel breve racconto di Walter Tevis?
Alla domanda: Quali artisti vi interessano? Qualcuno che proprio venerate? (In ogni campo dello scibile), risponderemmo semplicemente con: Harry Smith.
E’ interessante com’è posta la vostra domanda sull’aura.
Forse è più facile trovarla in una costellazione di oggetti più che in un unico elemento. Potrebbe aver senso parlarne rispetto a uno spazio che viene costruito scenicamente, architettonicamente. Si è mai parlato di aura del suono? O di aura dello spazio? Esiste l’aura sulla Luna?
Tempo fa abbiamo fatto una mostra insieme a Milano, in quel caso avete presentato due teste realizzate in grasso. Un materiale che non secca mai, e dunque mutevole per sua stessa ammissione. Perché vi interessava il grasso?
Ieri in studio si parlava del termine “simulacro”, io, Simone, sono molto affezionato a questo termine, ma Simone mi ha detto che è un termine “così anni ’90”.
Quando penso alla Scultura, penso sempre all’idea di simulacro. E voi?
Mattia invece, il nostro assistente, ci parla spesso di un suo amico e per difendere il suo lavoro dice: “E’ uno scultore”. Quasi come se questa sua scelta lo separasse da tutto ciò che è una discussione se vogliamo più politica dell’opera d’arte.
Voi vi definireste scultori? Io, Simone, sono un grande fan del termine francese “plasticien”.

A/F : Nella mostra che abbiamo fatto insieme esponevate due lavori. Uno in particolare era molto interessante. Si trattava, se ben ricordiamo, di una grande scultura presentata in pezzi. Invece di riportarla alla sua forma iniziale avete deciso di posizionarne alcune parti nello spazio, lasciando che si vedesse anche l’anima interna di polistirene. Rinunciare all’impatto del pezzo singolo di grandi dimensioni, alla sua presunta integrità e autonomia, andava a favore di un’idea di fluidità del segno e di volontà di contaminazione del luogo. Definireste il vostro segno ipertrofico?
Il lavoro Fratelli è di grasso industriale, in effetti un materiale instabile che secca con tempi molto lunghi. Per noi conta soprattutto l’oggetto reale che si può incontrare in mostra, con le sue qualità plastiche, tattili, di colore e di immagine, rispetto al concetto di instabilità della forma. Due volti che si fronteggiano, che si guardano, legati a stretto giro. Ecco lo sguardo è molto importante, perché anche se simulato, tendiamo a percepirlo come esistente, vivo, fastidioso quasi. Siamo tutti un po’ ossessionati dagli sguardi, sguardi fissi che attraversandola compromettono l’aria, rubandoci spazio.
Pensiamo sia molto forte l’idea di incontrare una presenza statica, inedita e intraducibile; un fermo-immagine incastrato nella realtà quotidiana, la quale si impone invece come flusso, movimento virtualmente scontato. Qua sta forse una parte della risposta alla domanda sul simulacro.
Una questione tra quelle possibili: riguarda quelle rare immagini che hanno poco a che fare con la comprensione, la spiegazione, la comunicazione; e hanno invece qualcosa della complicità.

IM: A noi interessa un simulacro quando diventa più reale del reale, come in un gioco di ruolo, o un multiverso. Non è mai stato così reale!
È verissimo siamo tutti ossessionati dagli sguardi. Wax, Relax – vi ricordate bene, non era mai stata presentata così, ma assemblata per formare una copia della copia della copia (ancora simulacri) di una grotta di Lourdes. In quell’occasione l’abbiamo disseminata in quell’enorme spazio a Lambrate per creare un paesaggio. Quelle masse di cera e polistirene (e sporcizia raccolta man mano), creavano dei piccoli punti di osservazione possibile sul resto della mostra (ancora l’ossessione degli sguardi).

Ps: Lo sapete che lo spazio di via del Vantaggio 17/A a Roma è stata una galleria in cui hanno esposto gli artisti della Scuola di via Cavour, Antonietta Raphael, Mario Mafai, Scipione… Tendiamo a sottostimarlo, anche rispetto all’aura.
Siamo appena state all’inaugurazione della mostra in Triennale a Milano “ Giuseppe Iannaccone: Italia 1920-1945”, tra i Chiaristi Lombardi, i Sei di Torino, gli artisti di Corrente, c’era anche la Scuola Romana. Ci è subito saltata in mente la mostra sovranazionale al Pompidou del 1980 curata da Jean Clair Les Réalismes entre révolution et réaction 1919-1939. La mostra analizzava come dopo la sovreccitazione degli “ismi”, nel periodo tra le due guerre, si fosse manifestato in tutta Europa e anche negli Stati Uniti (la mostra includeva anche i precisionisti americani Demuth e Sheeler), la necessità di un ritorno alla figurazione, un sorta di richiamo all’ordine a favore della tradizione. Sensibilità che si manifestava al di là degli orientamenti ideologici, seppure li includesse nelle peculiarità nazionali inconfondibili.
Non abbiamo trovato eccentrico che un collezionista nato nel 1955 abbia iniziato comprando Mafai e Birolli, è accaduto spesso, ma piuttosto che, avendo proseguito a collezionare, abbia scelto questo nucleo di ben 200 opere per rappresentare il sé nel 2017.
Per uscire dalla mostra felicemente sovraffollata “Italia 1920-1945” si doveva passare dentro alla mostra Elegantia curata da Francesco Garutti degli artisti belga Jos de Gruyter & Harald Thys, che appariva una specie di immacolato ritorno al futuro. E’ stata davvero un’esperienza straniante!
Cosa intendeva il Simone di Invernomuto che non scriveva, affermando che la parola simulacro “è così anni ’90”: post-moderno all’apice, manierista? Non credete che categorie come barocco e manierista, moderno e post-moderno, siano applicabili a tutti i corsi e ricorsi storici? Quando Alis-Filliol citano l’aura, cosa intendono energia, corpo eterico o semplicemente strategia di allestimento per conferire una metafisica che la vita tende perlopiù a sgamare subito? Il racconto di Walter Tevis in italiano è stato tradotto con il titolo La seezza della quasità .
Cosa presenterete da pinksummer goes to rome?

IM: Usciamo ora da un lungo ciclo di incontri e seminari all’ERG di Bruxelles. Stamane Paul Gilroy – teorico inglese, una delle voci più autorevoli degli studi post-coloniali – parlava del concetto di ‘melancholia’; riferendosi in particolare alle grandi guerre e ai suoi studi su ciò che rimane, in termini anche patologici, dopo aver subito alcuni traumi della storia. Parlava di grumi, agglomerati di memoria e del loro modo di agire sulla contemporaneità, tornando a manifestarsi. Non parlava di nostalgia, sia chiaro. Così leggiamo i grumi e le correnti che citate, il vostro attraversamento delle sale di Triennale.
E così ci piace pensare ai due strati di moquette che presentiamo da pinksummer goes to rome. L’intervento che proponiamo è un’opera site-specific: due grandi moquette bianche stampate a un colore, che mostrano due disegni tecnici riferiti all’ultima visita di Haile Selassié in Italia, nel 1970. Il primo mostra l’aeroporto di Ciampino, la posizione dell’aereo privato di Sua Maestà e le posizioni delle cariche di stato. Il secondo la deposizione della corona di alloro al sacello del Milite Ignoto. Due luoghi iconici ed estremamente carichi di grumi, storici e contemporanei. Haile Selassié goes to Rome. E invitiamo il pubblico a passare attraverso questi grumi, calpestandoli con rispetto, percependone le differenze di superficie. L’intervento è pensato anche come un possibile stage, sempre aperto, che ospita le opere di Alis/Filliol.

A/F: Una nostra riflessione sull’aura riguarda la capacità che hanno alcuni oggetti di esercitare un potere attrattivo, quasi ipnotico, come se l’oggetto restituisse lo sguardo.
Per questa mostra abbiamo pensato di creare un dialogo tra lavori che realizziamo separatamente, seguendo delle personali inclinazioni. Il tentativo è quello di esplorare la meccanica dialogica dell’operare in coppia sotto una nuova luce, creando un panorama a due dimensioni che entrerà in dialogo a sua volta con il lavoro di Invernomuto.
Nello spazio ci saranno un rilievo realizzato in poliuretano, un’impronta in negativo di una catena montuosa, realizzata in scala, della Valle di Susa, su cui si affaccia il nostro studio. Una fotografia stampata su carta che ritrae una figura umana sfocata (una scultura in realtà) intenta a scrutare lo spettatore. Due o tre piccole sculture di diversi colori che raffigurano forme semi-umane realizzate in cernit. Ognuna di queste sculture è sostenuta da tre sottili tondini in acciaio, sospese a diverse altezze a partire da circa un metro da terra.
Una scultura infine e alcuni dipinti, una messa in scena di personaggi ripiegati sui loro gesti, isolati in uno spazio di indecidibilità, di sospensione; spiati nel loro proprio personalissimo equilibrio.

Si ringrazia l’ Archivio Storico Grand Hotel Miramare, Santa Margherita Ligure per aver messo a disposizione i documenti originali a Invernomuto.

Ceal Floyer

pinksummer-ceal-floyer-mostra-2000-invitation-card

Press-Release

To be as adherent as possible, a text on Ceal Floyer should contain only three or four words, but it is almost impossible to find those words. In fact all the texts about the Ceal Floyer’s work are descriptions of Ceal Floyer’s works, because her formal and conceptual atomism tends to transform every attempt of explanation into a pathetic appendix.
Ceal Floyer’s work is a little like asking someone who is eating something unmistakable warm and salted: “How is what are you eating?” and that someone simply answers: “it is warm and salted” making you nervous.
Ceal’s work actuates itself in such an exact, essential and is endowed with a sense of proposition (in relation to the laws of logic) that it crashes against reality becoming a paradox, which loses its meaning.
The formally perfect discourse of Ceal skeptically plays at destroying every artificiality which has the presumption of being inherent to things, to world that happens.
Ceal tries to kill the same idea of representation that is at the base of every principle of human knowledge: she seems to say to us that our intentions and desires to confer meanings on to signs, imagines, sounds, but the world, admitting that it exists, is independent of our preoccupation.
For Ceal, to be means to conceive and she demonstrates it to us with her ferocious and de stabilizing intelligence, but after she redeems herself by giving us something that is similar to beauty and perhaps poetry, also if it is only a receipt under a light that she calls Monochrome Till Receipt (White); or a bucket that seems to collect a real dripping from the ceiling, when in fact it only contains a CD player that produces the sound of water drops (Bucket); or some blots of colored ink on paper (Ink on paper).
Ceal handles our imagination evoking a presence that doesn’t exist simply with a ray of light projected under a door. Her playfulness is built on few elements that she dominates.
In the end one can say, risking to seem contrary to democracy, that Ceal isn’t an artist for everyone, to love her one must understand her, but to understand her one must accept her like one could accept a child with an impossible behavior.

Cooperation with:

Comune di Genova, politiche giovanili, centro della creativita’ (Genoa City Council, center for creativity)

Guy Ben-Ner – Escape Artists

“Io non so com’è la realtà. La realtà sfugge, mente continuamente. Quando crediamo di averla raggiunta, la situazione è già un’altra. Io diffido sempre di ciò che vedo, di ciò che un’immagine ci mostra, perché immagino quello che c’è al di là; e quello che c’è dietro a un’immagine non si sa. Il fotografo di ‘Blow Up’ non è un filosofo, vuole andare a vedere più da vicino, ma gli succede che, ingrandendo, l’oggetto stesso si scompone e sparisce”disse Michelangelo Antonioni a proposito di “Blow Up” (1966), un film sull’impossibilità strutturale di tangenza tra realtà e rappresentazione del reale.
Robert Flaherty disse a proposito del suo film “Nanook of the North” (1922): “Il mio desiderio di girare ‘Nanuk l’eschimese’ deriva da ciò che provavo nei confronti di questo popolo, dell’ammirazione che avevo per loro, volevo raccontare agli altri ciò che sapevo di loro”. Di fatto “Nanook of the North”, il primo documentario lungometraggio prodotto dal cinema americano, fu finanziato a scopo pubblicitario dai pellicciai francesi Réveillon Frères; doveva svolgersi tra gli eschimesi dell’arcipelago artico canadese, ma fu girato allastessa latitudine di Edinburgo. La vita quotidiana di Nanuk è adattata non del tutto onestamente alle aspettative di un’opera di fiction made in USA degli anni ‘20. Il film di Guy Ben-Ner “Escape Artists” (2016), come il film mito di Flaherty, è costruito su eventi autentici e su materiale preso dalla realtà: lo sfondo reale del nuovo film di Ben-Ner sono i corsi di cinema e video che tiene una volta a settimana da due anni, nel centro di detenzione per richiedenti asilo sudanesi e eritrei di Holot, nel deserto del Negev, nel sud di Israele, non lontano da Gaza. Israele essendo firmatario della Convenzione ONU sullo status di rifugiati non può espatriare persone che nel loro paese rischiano la vita, pertanto li confina nel limbo legale di Holot. Il riconoscimento dello status di rifugiato, per coloro che vivono a Holot è un’utopia, considerando che Israele ha la media più bassa di rifugiati del mondo occidentale. I richiedenti asilo sudanesi e eritrei possono uscire, ma devono rispondere a tre chiamate al giorno; alle 10 in punto a Holot c’è il coprifuoco. Israele rifiuta di riconoscerli come rifugiati politici, possono stare nel deserto, dove c’è solo unautobus che passa ogni 5 minuti. L’attivista Anael – Adda afferma che lo Stato di Israele mira a portare i richiedenti asilo a decidere di allontanarsi volontariamente dal paese. Talvolta i richiedenti asilo vengono trasferiti coattamente in paesi africani limitrofi come il Ghana e il Ruanda.
Guy Ben-Ner in “Escape Artists”, attraverso la rappresentazione dei suoi studenti e di se stesso mentre tiene lezione di cinema, si dirige verso un approccio linguistico alla “Blow Up”, l’artista finisce per ontologizzare la simulazione facendo penetrare le vite dei rifugiati di Holot, come una sorta di effetto collaterale della didattica esemplificativa e comparativa sul tema cinematografico.
In questo senso l’arte, il mondo della finzione, non pare incompatibile con l’attivismo, l’arte in “Escape Artists” non vuole arrendersi alla sua finzionalità. A differenza del suo precedente film “Soundtrack” (2013), in cui non è la realtà, ma il sentimento di realtà della rappresentazione che ha la meglio, in “Escape Artists” è la realtà che usa intenzionalmente la rappresentazione per emergere. Guy Ben-Ner è un artista impegnato che abbraccia consapevolmente la bugia creativa, mentre spiega ai richiedenti asilo di Holot i segreti dei montaggi paralleli e del taglio invisibile mostra metacinematograficamente allo spettatore che “una porta”, un confine, “ rappresenta sempre un taglio nella realtà”. Ben-Ner organizza nel modo che gli è proprio “il montaggio critico degli eventi” (così Eco definì il cinema di Antonioni), rimbalzandoci addosso una realtà cruda attraverso l’umorismo e l’ironia che contraddistingue la sua arte, al di là di ogni intento straniante.
Se Antonioni in Blow Up aveva scelto la difformità cromatica per sottolineare la distanzatra la vita a colori e le foto in bianco e nero di Hemmings, Ben-Ner in “Escape Artists” per enfatizzare la differenza tra la sua condizione e quella gli abitanti di Holot, dove si reca a insegnare cinema e video, sceglie la metafora del viaggio in auto con Joshua, uno dei suoi studenti. Quando è inquadrato l’artista che parla, l’auto procede in avanti, quando parla Joshua, il paesaggio scorre all’indietro, mentre il dialogo procede così:
“Dimmi Joshua, non pensi che
ci sia qualcosa che non va in questo viaggio in macchina?
Penso di sì, stai guidando in retromarcia
Non sto andando indietro, tu stai andando indietro
Sto andando avanti
Che giorno è per te?
No… Oggi è il 7
Si il 7 luglio
Non per me. E’ il 14
Non penso che siamo nella stessa auto comunque
Come può essere
Non so
Stai guidando sbagliato”.
Mentre il Thomas di “Blow Up” alla fine guarda la partita di tennis senza racchette dei mimi, seguendo con lo sguardo la traiettoria di una pallina inesistente, Guy Ben-Ner in “Escape Artists”, tenta di suggerire a Nanook l’eschimese dentro al suo computer, che il suono inesistente di quel film muto dell’infanzia del cinema, non si trova nel grammofono, ma nel disco. Esclamando “Il suono è qui, il suono è qui”, colpisce il vetro dello schermo
con il dito nel punto in cui appare il disco.
“Escape Artists” finisce sull’inquadratura di Nanuk l’eschimese che sembra ridere della canzone di Alma Cogan, che non gli appartiene per niente, ma che funziona benissimo come colonna sonora per il finale di “Escape Artists” di Guy Ben-Ner: “Never do a tango with an eskimo – No, no, no….”.

Georgina Starr – The Lesson

In una conversazione con Dominic Paterson del 2015, Georgina Starr ha descritto con dovizia la realizzazione delle forme a bolla di materiale rosa come se si trattasse di una metamorfosi di carattere erotico-rituale: “Il materiale va preparato in un modo particolare. Devi averne 3 o 4 pezzi in bocca per fare una bolla. Devi romperli sia con i denti che con la lingua e la saliva. La lingua spinge e schiaccia informando la materia. Appena il materiale duro è mescolato e scaldato diventa soffice e lo zucchero trasuda da esso. Gradualmente lo zucchero fuoriesce (è ingerito) e dopo pochi minuti ancora di masticazione, il materiale è pronto per essere usato. La lingua rende il materiale in forma sferica e poi si spinge in mezzo a essa. La sostanza si trasforma in una sottile membrana intorno alla lingua e la lingua si spinge leggermente fuori dalla bocca. Poi, simultaneamente, la lingua ritorna indietro velocemente e con un’inalazione, e una lenta esalazione, tra le labbra increspate la bolla è creata”.
The Lesson, la personale di Georgina Starr presso Pinksummer Goes to Rome, è incentrata sull’idea di ri-educazione come ri-nascita. Meditando sulla forma sferica come rituale, l’artista sonda il meccanismo causale della procreazione. Come Peter Sloterdijk, Georgina Starr si occupa di sfere, globi e bolle e del mondo intrauterino connesso all’immaginario del grembo, ma qui prendiamo in considerazione piuttosto il lavoro di Sloterdijk sul self empowerment e, in questo senso, potremmo mimarlo chiedendoci cosa Georgina Starr abbia in comune con Nietzsche, che ha scoperto il valore dell’esercizio reinterpretando la metafisica in termini di potere e pratica oppure che cosa abbia a che vedere la Starr con uno yogi. Hanno in comune il fatto di aver applicato il nucleo antropotecnico esercitante della natura umana come se non esistesse la religione, ma piuttosto l’interpretazione di una pratica spirituale. Per citare Sloterdijk alla lettera: “Definisco esercizio ogni operazione mediante la quale la qualificazione di chi agisce viene mantenuta o migliorata in vista della successiva esecuzione della medesima operazione, anche quando non venga definita esercizio”
Il lavoro di Georgina Starr è squisitamente politico e ancor più decisamente femminista. La sua opera genera una “bolla ambientale”, simile a quella teorizzata da Daniel J. Boorstin considerando il comportamento tipico del turista che, per preservare la sua identità dalla contaminazione indesiderata di ambienti estranei, porta con sé oggetti familiari in modo da sentirsi un po’ a casa anche quando è in viaggio. Georgina Starr non essendo un turista ma un artista, inventa e costruisce questi oggetti immaginari per infondere la vita nelle cose che desidera avere con sé. Junior il pupazzo nogetto su cui era incentrata l’ultima personale di Georgina Starr da pinksummer, The Joyful Mysteries of Junior, è una di queste creature simboliche.
La bolla nel lavoro della Starr è fluida e adattabile, può essere estesa, contratta e deformata senza perdere il suo profilo plastico significativamente rotondo e femminile. Temporaneamente riempita di respiro, la bolla presenta un mondo soffice, duttile e accogliente che, per quanto solo temporaneamente, protegge e nutre. Come afferma la Starr, la sua “bolla” è simile alla parola; ha una durata effimera e per questo sfugge ogni tentativo di dogmatizzazione. Le forme di materiale rosa della Starr che appaiono in mostra, possono essere intese come logos, la loro delicata corporeità acrobatica, le rende logos indistinto dal corpo vivente.
I nuovi lavori della Starr suggeriscono una sorta di entelechia, termine aristotelico usato qui però in senso empirico e goethiano. L’entelechia provoca l’eterna giovinezza opponendosi alla materia e ai suoi asservimenti a qualsivoglia doppio arimanico che semina ostacoli e inciampi dentro alla vita. Di fatto, il lavoro della Starr sembra essere uscito dalla “pars destruens” per entrare nella fase dell’esercizio (della pratica performativa) e del “self empowerment” di The Lesson. Se la ri-educazione e la ri-nascita implicano sempre un attraversamento, si può garantire, ricollegandosi a Goethe e al Faust in particolare, che la regione diaframmatica tra sensibile e soprasensibile del “Regno delle Madri”, è stato esplorato in lungo e in largo da Georgina Starr. “Le madri! Le Madri! Che strano suono”, dice Mefistofile , “Malvolentieri discoprono un segreto superiore”.
Georgina Starr ha sottolineato che fin dagli esordi il suo lavoro è stato volto a re-inventare, a re-immaginare l’identità femminile per sfidare le dottrine che ha assorbito durante l’infanzia. Starr usa i suoi video per ri-educare, in quanto attestano che qualcosa di imperativo e magico, seppur di natura sottile, è realmente accaduto.
Le forme a bolla presentate nei nuovi video The Lesson e The Birth of Sculpture e nei collages e sculture Pink Spoken Loud (2016) e Exorcism of the Luna Milk Orb (2015), offrono un senso di “wombness” ( si potrebbe tradurre con a-uterino): uno spazio per coltivare la trasformazione e la guarigione. La lezione della Starr rivela il fondamento della creatività come una risorsa intima, richiamando l’eterno femminino e il rituale cosmico dell’anasyrma perpetuo.

Tamar Guimarães – Canoas

Il corto “Canoas” girato in 16mm da Tamar Guimarães commissionato per la Biennale di San Paolo nel 2010, sussume il titolo dalla casa che Oscar Niemeyer costruì nei primi anni ’50 per sé e la sua famiglia nella foresta atlantica che sormonta Rio de Janeiro, “Casa das Canoas”. Accadde in questa casa sinuosa e bellissima, o forse nei dintorni di essa, che il neoeletto presidente Juscelino Kubitscheck nel 1956 condivise con l’architetto il suo grandioso progetto politico di costruire Brasilia. Viene quasi da immaginare Kubitscheck mentre dice “Oscar, questa volta costruiremo la capitale del Brasile”*, alludendo al fatto che la città sarebbe dovuta sorgere prodigiosamente, da lì a quattro anni, lontana di tanti e tanti chilometri dall’antica fascia costiera urbanizzata dal colonialismo europeo. Brasilia è un sogno cresciuto per integrare le regioni inospitali del settentrione mai sfiorate dal progresso, nel programma di urbanizzazione, industrializzazione, educazione, di modernizzazione in una parola, che il presidente aveva in testa per un paese che avrebbe di fatto governato solo pochi anni. Kubitscheck rimase al potere fino al 1960, fu accusato poi dai suoi avversari di corruzione e di aver fatto crescere a dismisura il debito pubblico. Nel 1964 l’ex presidente si ritirò dalla vita politica e nel 1976 morì in un incidente automobilistico, le cui cause non furono mai chiarite del tutto, ma probabilmente si trattava di un’ombra proiettata dalla circostanza che era stato un presidente amato dai brasiliani e in questo senso, un re fasullo potenzialmente da bruciare alla fine del carnevale, per propiziare un futuro sempre migliore. Nonostante il regime militare avesse vietato qualsiasi manifestazione, andarono in più di 100000 all’aeroporto di Brasilia per accogliere l’ultimo atterraggio di Juscelino Kubitscheck e furono proclamati tre giorni di lutto nazionale.
Brasilia era una città ideale informata sull’utopia socialista, in quella città non doveva esistere la proprietà privata perché tutti gli appartamenti appartenevano al governo per essere affittati ai lavoratori. Ministri e lavoratori avrebbero condiviso il pianerottolo e l’ascensore da buoni vicini di casa, perché a Brasilia non dovevano esserci quartieri alti e quartieri bassi. Il progetto urbano era di Lucio Costa, gli edifici di Oscar Niemeyer, l’invenzione paesaggistica di Roberto Burle Marx. Niemeyer affermò sempre che l’uomo è infinitamente più importante dell’architettura e che fare politica è un’attività di pensiero che non può prescindere dall’esigenza di guardarsi attorno, per accorgersi che le cose non vanno bene, ma possono essere costantemente migliorate.
Dopo, dal 1964 al 1985, per ben 21 anni, in Brasile resse la dittatura militare.
In progetti sviluppati da Tamar Guimarães e da Tamar Guimarães e Kasper
Akhøj le proiezioni di un modernismo splendido di “ordine e progresso”, assumono connotazioni popolar-metafisiche, che pur muovendo dalle città terrene modernizzate, appaiono infinitamente più celesti. Ci riferiamo al progetto “A Man Called Love” del 2008 e in specifico, alla burocraticissima città astrale descritta dal medium psichico Francisco Candido Xavier in “Our Home” del 1944. Alludiamo poi a “Capitain Gervasio’s Family” con la sua evocazione della mappa ectoplasmica che connette venti città astrali del Brasile, fluttuanti sopra una parte molto estesa del territorio brasiliano. La mappa è stata informata da una medium psichica che vive nella città di Palmelo, una città di circa 2000 abitanti, la metà dei quali sono medium psichici. I medium di Palmelo praticano la“magnetic chain”, un metodo per trattare differenti tipi di malattia. “Capitain Gervasio’s family” (2013), è una “film installation” commissionata e presentata dalle e alle 55esima Biennale di Venezia “Il Palazzo Enciclopedico” e 31esima Biennale di San Paolo “How to Talk about Things that don’t Exist” – la prima biennale di San Paolo dopo la morte di Oscar Niemeyer, avvenuta nel 2012.
“Canoas” invece, prima di essere film è stata un cocktail party, un po’ vero e un po’ finto, un po’ reale e un po’ immaginario, come del resto sono tutte le feste organizzate in modo da lasciare uno spazio perché il flusso di energia determinato dall’interazione tra i convitati, sfoci nell’invenzione dell’inatteso e dell’inedito. Come un corpo glorioso meno soggettivo e più oggettivo, costituito dai sentimenti e dalle emozioni degli invitati, che illumina l’ambiente di una diversa costellazione di senso. Tamar Guimarães in un’intervista con Pablo León de la Barra pubblicata da Vdrome, assimila il party a un carnevale minore. Come se la situazione particolare e intensificata della festa fosse un travestimento temporaneo, che libera la soggettività in funzione di una nuova formazione del sé di natura più oggettiva o quantomeno più collettiva. I riferimenti di Guimarães per “Canoas”, rispetto alla ricerca meticolosa che precede ogni suo progetto, sono molteplici e vanno dal concretismo terapeutico di Lygia Clarck, al cinema di Jacques Tati, fino a Gilberto Freyre. Il parallelismo demistificante di Guimarães tende a ricondurre il modernismo brasiliano all’idea che l’architettura, la casa, sia un riflesso dell’organizzazione sociale e politica brasiliana di ordine squisitamente patriarcale, come viene interpretata nel saggio di Freyre del 1933 “Casa-Grande & Senzala”, tradotto in italiano con il titolo “Case e catapecchie, la decadenza del patriarcato rurale brasiliano e lo sviluppo della famiglia urbana (Einaudi 1972)”. Nella medesima intervista con León de la Barra, Guimarães parla dell’ipotesi che il modernismo brasiliano sia nostalgico della sensualità dell’architettura coloniale, che sotto la sua ala-casa dominata dal patriarca, accoglieva proprio tutti: mogli, figli, figlie, amanti e schiavi. L’intento di Tamar Guimarães è sempre micrologico, vale a dire finalizzato a cogliere nel frammento un intero momento storico, per dirla con Walter Benjamin: l’individuo diventa teatro di un processo oggettivo. Tamar Guimarães converte il pensiero in un’immagine che ha un rapporto con la memoria per scardinare le determinazioni consuete e raggiungere un pensiero più emancipato della contemporaneità.
Il cocktail party concepito da Tamar Guimarães dopo una visita a Casa das Canoas che la lasciò intravvedere la fantasmagoria di eleganti signore intente a chiacchierare a bordo piscina, è stato organizzato mescolando pochi attori e attrici, con amici e a amici di amici imbucati, e personaggi istituzionali che erano attivi sulla scena culturale brasiliana ancor prima dell’inizio della dittatura militare. Molti degli invitati al “pre-party” intimo a Casa das Canoas, da lì a poco si sarebbero recati al padiglione Cicillo Matarrazzo nel parco Ibirapuera per l’inaugurazione e il party conseguente, della biennale di San Paolo per la quale il progetto “Canoas” si stava attualizzando in una festa che sarebbe diventata un film. La pratica ermeneutica applicata da Guimarães per liberare la carica sensuale di Casa das Canoas, utilizzata spesso negli anni come set per servizi di moda, video musicali, saop opere per la tv e riprese cinematografiche, sembra rivelare che il modernismo in Brasile, forse con modalità peculiari, ma non diversamente che altrove, al di là del sogno di democratizzazione del paese, è rimasto un gingillo borghese, la cui frequentazione alle classi meno abbienti era concessa in quanto servitù, un po’ come accadeva nelle colonie fondiarie dei grandi proprietari terrieri trattate da Freyre.
Ci viene in mente qui in fondo al comunicato stampa un aneddoto buffo di un amico a cui un collega di Rio de Janeiro, innamorato dell’era modernista in Brasile, mentre stava raccontandogli quanto il modernismo brasiliano fosse stato grandioso, mentre quello argentino un po’ così-così, s’interruppe di colpo per chiedergli guardandolo dritto negli occhi: “E voi in Europa avete tenuto il modernismo?”.

*Ci piace immaginare che il sindaco di Genova Marco Doria, con il presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo e il nuovo presidente della Regione, si recassero tutti nello studio di Renzo Piano sulle alture di Voltri, all’estremità ovest di Genova, e gli dicessero: “Renzo, Genova rinascerà riscoprendo il mare attraverso il canale “Blueprint”, te lo faremo costruire e assieme faremo tornare l’acqua dov’era un tempo, te lo promettiamo e magari dopo, smetterà anche di piovere così assurdamente e Genova non farà più solo la fortuna degli ombrellai ”.

Luca Trevisani – Clinamen

pinksummer-luca-trevisani-clinamen-invitation-card

Pinksummer: Hai chiamato il progetto che presenterai da pinksummer clinamen, il principio di declinazione, introdotto da Epicuro nel sistema dell’antico atomismo, fa in modo che gli atomi, durante la caduta nel vuoto infinito possono deviare in qualsiasi momento del tempo e in qualsiasi punto dello spazio per un intervallo minimo dalla linea retta e incontrare così altri atomi in modo da formare corpi composti. Epicuro affermava che vano è il discorso di quel filosofo che non curi qualche umana passione e che la filosofia non è di alcun giovamento se non libera dalla malattia dell’anima. La fisica epicurea è fortemente aporetica proprio rispetto all’introduzione della teoria del clinamen, di fatto la ragione fisica fu meno decisiva della ragione morale: nell’antico atomismo tutto avviene per necessità e in un mondo assoggettato al fato non c’è posto per la libertà umana e la realizzazione dei valori morali a cui Epicuro teneva tanto. Il titolo dato al progetto vuole aprire uno spazio ontologico a un’ideale di esistenza che coincide antillusionisticamente col tuo rigore formale?

Luca Trevisani: Sono sempre più interessato dall’indagine delle regole che si instaurano in una situazione comunitaria. Per farlo, in ogni lavoro, sento il bisogno di allestire un laboratorio in cui ricostruirle per testarle, metterle sotto esame, tenerle sotto controllo.
Quello che voi chiamate spazio ontologico per me è uno spazio in cui ottenere risultati, impugnando l’estetica come una scienza efficace, la storia delle idee come uno strumento, la forma come un punto di arrivo. Trovo che per parlare di esistenza non sia necessario mostrare il dato umano, per questo a volte ho lavorato con un gruppo affiatato di persone pensando soltanto a come riprodurne l’ingombro fisico.
Questa volta ho voluto lavorare con gli oggetti, come faceva il teatro del Bauhaus e delle avanguardie russe, guardando alle forme degli skatepark come a quelle di una cavea teatrale perfetta, e cercando il correlativo oggettivo più adatto ai miei bisogni.

P: L’immagine che hai scelto per l’invito rimanda a Francesco Lo Savio. Lo Savio come Epicuro aveva una grande fede nella ragione e nel ruolo dell’estetica e dell’impegno intellettuale per dare una soluzione all’ineluttabilità del destino umano. Entrambi cercarono rifugio nella ragione per sconfiggere l’irrazionale di un universo antiteleologico. Come l’atarassia di Epicuro non è inerzia, ma conquista sofferta della felicità tramite il logos, il breve, intensissimo percorso razionalistico e pertanto utopico di Lo Savio tende a armonizzare la relazione fra uomo e ambiente, non a caso muovendo dai dipinti spazio-luce, passando per i filtri, i metalli e le articolazioni totali giunge a progettare l’unità abitativa della maison au soleil, seguendo il dinamismo energetico della luce-vita. Una tensione aggettante, rigorosa e deduttiva che dallo spazio bidimensionale della pittura passando per la scultura è finalizzata a investire il reale per circoscrivere il male, per difendersi. Vengono in mente i versi del De rerum natura di Lucrezio: “né valgono i raggi del sole a sperder le tenebre e questo terrore dell’animo, ma solo lo studio del vero, ma solo la luce della ragione”. Sia Lo Savio che Lucrezio si accorsero che la fede nella ragione non è un rifugio adeguato perché essa resta tragicamente muta di fronte al nullificarsi dell’essere. Parla del dialogo a distanza con la vocazione razionalistica di Lo Savio.

L.T: Sono portato a pensare, e quindi a concepire i miei lavori, come una serie di livelli e di strati sovrapposti, il cui legame è frutto di ragionamenti arbitrari e contraddittori, ma che sono capaci di condurre verso strumenti visivi efficaci. E’ questo che mi interessa.
La luce e il dinamismo suggerito dalle opere di Francesco Lo Savio mi affascinano per la loro musicalità. Dico musicalità perchè si tratta di intendere la vita della materia, e l’esistenza in generale, come un flusso ininterrotto, fatto di pulsazioni e di diverse intensità. La musicalità di un suono è complessa e sfuggente; in fin dei conti di un suono non si può prendere uno still, come lo si può fare di un’immagine, sia questa ferma o in movimento. Non si può ridurre un suono ad un’entità minima. Questo è molto importante, perché costringe ogni volta a una ricerca, a un rapporto attivo e scomodo con le cose.

P: Una volta hai detto: “il mio lavoro è un’indagine plastica del sottile confine che corre fra il piacere della condivisione, le certezze che ricaviamo dal confronto e la violenza che vi si nasconde. La scultura mi permette di disegnare una realtà ipotetica in cui assodare la mia analisi, dove è basilare la forma autonoma che assume la materia, dando sostanza alle immagini del pensiero”. Parli di un’esperienza biunivoca, concava e convessa: se da una parte lo spazio estetico ha una sua autonomia formale espressiva entropica che nega la rappresentazione, dall’altra affonda le sue radici nel sociale e implica il concetto di rappresentazione. Parlaci di questo dualismo.

L.T: La comunicazione migliore è quella che seduce, non quella che vuole dire tutto, ma quella che è fatta di accostamenti e di spifferi. Credo in un’estetica del frammento: il frammento è il germe di qualcosa che vale ben più di un significato, è la spinta ossessiva a essere completato. La condizione di frammento intensifica il senso, acuisce lo sguardo dell’osservatore, gli chiede di costruire il senso delle cose unendo indizi disseminati nello spazio. Parlo di indizi perché sono portato a leggere e vivere l’ambiente con una sensibilità che mi sento di chiamare noir, perché lo faccio accostando dettagli limitati e inquadrature irrigidite, per circoscrivere atmosfere molto definite.
Ridurre lo sguardo a una sequenza di dettagli essenziali fa in modo che non ci occorra un “senso muscolare” per avere un rapporto con il mondo. Sono convinto che lo spettatore debba considerarsi un estraneo rispetto all’oggetto che si trova davanti, sempre. È l’unico modo che ha a disposizione per partecipare.
Voglio che i miei lavori e i miei video deludano lo sguardo che cerca o aspetta un evento, perché quello che mi interessa è mettere davanti a una presenza, e a nulla più.
La tendenza all’astrazione elimina la possibilità di momenti forti e rafforza il senso di distanza dalle cose.

P: Hai detto di condividere l’ossessione compositiva legata all’elemento sferico con Florence Henri. Come ha osservato Guido Molinari in un recente articolo su Flash Art Italia, la forma geometrica della sfera con i suoi confini precisi rispetto a ciò che sta all’esterno sembra nel tuo lavoro la metafora di una chiusura nell’individualismo e in questo senso ci sembra una rappresentazione della socialità del nostro tempo, dove i legami sono facili da instaurare quanto da smantellare, non hanno ancoraggio emotivo, tutto è liquido e fluttuante, gli equilibri sono maledettamente provvisori. Esiste l’individuo e il vuoto, ma non c’è il senso del tragico perché come afferma Bauman il nostro tempo ha scambiato la grande banconota della felicità con una manciata di monetine di piacerini rapidi a venire come a andarsene che aiutano a togliersi dalla testa la preoccupazione della felicità. La Provvisorietà, e la concrezione casuale sono ricorrenti nel tuo lavoro: si può credere ancora nella res publica?

L.T: Non so bene da cosa nasce la mia ossessione per la forma circolare. La sfera è la monade di Leibnitz, funziona come una sineddoche, finendo per evidenziare la necessità di un collegamento tra parti di mondo che non lo prevedono. Guardo alle sfere pensando al filo che le collega e le rende una collana, o una rete, comunque un insieme. Mi interrogo sulla sua presenza o sulla sua necessità. Penso sia importante non arrivare ad un dato definitivo.
Se questo filo esiste è meglio che sia elastico e trasparente, potenziale e non permanente, suggerito e non dato per scontato.
Tutto il processo contenuto nella mostra è iniziato con la costruzione di un piano inclinato, dove ho fatto scorrere delle sfere di ghiaccio. Le sfere di ghiaccio mentre scorrono si consumano; sono solo un momento nella vita delle molecole d’acqua, per un attimo bloccate in una forma geometrica, per poi tornare, a forza degli scontri con altre sfere e del calore atmosferico, alla forma liquida, che in qualche modo è collettiva, perchè tutta l’acqua torna a unirsi in un’unica sostanza indivisa.
Voglio però precisare che non mi interessa l’aspetto narrativo di questo processo, o il fatto che in un dato periodo di tempo l’azione si consumi. Mi interessa la liberazione di energia, reale ed immaginaria che avviene negli scontri, il lavoro collettivo, i cambiamenti di rotta.

P: Lipovetsky sostiene che skate-board, windsurf sono l’illustrazione sportiva della società della glisse, che scivola veloce in superficie senza penetrare. Nel video che sarà una delle opere presentate da pinksummer hai lanciato delle sfere di ghiaccio lungo una rampa da skateboard. Una volta ti abbiamo sentito dire che Lo Savio è uno skater, ci spieghi.

L.T: Mi interessava testare il comportamento di un gruppo di sfere lungo una parete inclinata.
Guardando con distacco il video che stavo realizzando mi sembrava di osservare il pensiero di Lucrezio illustrato in un documentario scolastico girato da Ed Wood, con un’estetica da anni sessanta. Avuto poi la consapevolezza che formalmente mi stavo appoggiando, perché si tratta di un appoggio, al lavoro di Lo Savio, non restava che portare questo dialogo a distanza sino alle sue estreme conseguenze, mischiando le carte con coraggio e cognizione di causa.
Le teorie di Lo Savio su luce e spazio confermavano le mie intuizioni. Un calco della Maison au soleil, guardato con poca attenzione, sembra uno skatepark in miniatura. Una sfera di ghiaccio è un Filtro, è una porzione di spazio che si condensa e analizza la luce che la attraversa.

P: Descrivi fisicamente come apparirà il progetto clinamen in relazione allo spazio di pinksummer.

L.T: Il progetto si articola in diversi oggetti e un video.
Il video è stato girato in uno skatepark, facendo scivolare diverse decine di sfere lungo i pendii artificiali, registrandone le immagini e i suoni.
Le sculture visualizzano parti del video, e sono ottenute partendo dal lavoro scultoreo di Lo Savio, trattato come un bacino formale e concettuale con cui dialogare, e di cui espandere i preusupposti.
Completano il progetto Gibbosa e sfuggente, una coppia di sfere che visualizzano e tentano di misurare il moto della luna attorno alla terra; ancora una volta un moto di sfere, un passaggio da luce a ombra, un movimento ondivago senza soluzione e senza fine.
Vicino alle due sfere se ne trova una terza, completamente trasparente, in cui è affogata, al centro, una clessidra. Lo scorrere del tempo diventa un moto ininterrotto, e lo spazio una unità di misura temporale.

Luca Trevisani- The truth is that the truth changes

pinksummer-luca-trevisani-the-truth-is-the-truth-changes-invitation-card

Pinksummer: Molto tempo fa, almeno ci sembra molto tempo fa, in occasione della tua prima personale da pinksummer, a proposito di “Clinamen”, così chiamasti quel video bellissimo, ci facesti provare a dissertare di equilibrio e di equilibri, muovendo dalla declinazione logico-razionale, fortemente aporetica, che Democrito aveva introdotto per giustificare l’origine aggregativa del suo mondo atomico (atomistico?). Un concetto che di fatto faceva acqua da tutte le parti, e a pagarne le conseguenze fu la sensibilità di Lucrezio, che, incappando in un filtro d’amore, proprio mentre stava intessendo il De Rerum Natura, un elogio poetico alla cosmologia democritea, diventò folle e si tolse la vita.
La tua predilezione ben riposta ci fece raggiungere Francesco Lo Savio, il quale di clinamen non parlò mai, ma sicuramente tentò di proteggersi in una declinazione razionale della vita, finendo addirittura per suicidarsi in un oggetto architettonico razionalista di Le Courbusier.
Nel 2006 si tenne quella tua personale, davvero molto tempo fa, considerando l’obsolescenza dei tempi, se ci pensi allora si poteva ancora parlare, imitando la prosopopea baumaniana un po’ modaiola, di società liquida, di provvisorietà nei rapporti sociali, di flessibilità rispetto al lavoro, perché i subprime, anche se si avvertiva che erano già entrati nel nostro orizzonte, nessuno ancora li aveva visti. Tu, allora, e per età e per spirito del tempo, avevi più dimestichezza con l’estetica slide e, a ben pensarci, avresti potuto prendere il tuo skate per scivolare via almeno da queste nostre ulteriori curiosità, ci poteva stare, ma in fondo quella tua mostra di slide non aveva proprio nulla e quindi ci risiamo, dopo tre anni giusti giusti.
“Truth is that the truth changes” (“la verità è che la verità cambia”), è l’aforisma che hai scelto per la tua seconda personale da pinksummer, non certamente la tua seconda personale in assoluto essendo che il tuo curriculum si è addensato parecchio nel frattempo. Un titolo che enuncia l’eraclitismo latente (nemmeno troppo latente) della tua ricerca, eppure quello che ci sembra di amare di più nel tuo lavoro è proprio quel lasciare intravedere la tensione verso una verità ultima, che scappi dal divenire del tempo e dal relativismo stesso dell’individualità scissa e conflittuale che di quel tempo, di necessità, non può che scorgere un segmento.
La lotta contro il disequilibrio delle cose e degli esseri che porti avanti tende ad asciugare l’umidità endogena alla pluralità, ma non ti riesce mai. L’equilibrio formale che trovi per approssimazione, anche nelle fasi che preferiamo del tuo lavoro, quelle implosive, risucchianti in un punto ordinato, è sempre perfettibile, foriero di instabilità, non trova la fermezza definitiva dell’essere, la sua profonda e esclusiva assennatezza.
A volte si dovrebbe credere a una tua ammissione aprioristica di fallimento, a un’inutile fatica di Sisifo, oppure, si potrebbe ipotizzare che tu creda che possa esistere un qualche luogo, dentro o fuori dalla mente, in cui le essenze riescano a trovare una quiete appropriata, a cui ambisci, nascondendo dietro alla sobrietà formale che ti contraddistingue ogni frustrazione. Pensiamo che l’idea di equilibrio nel tuo percorso assuma le stesse connotazioni di verità: è possibile che essa diventi per qualche strana alchimia un suo sinonimo oggettivo dentro al tuo sceverare?

Luca Trevisani: Si, è vero. La verità è come l’equilibrio, mutevole e viva, difficile, instabile. Noi siamo vivi e ci ridefiniamo di continuo: anche un corpo morto non è mai uguale a se stesso. Io, me, il cosiddetto consorzio sociale, la legge morale dentro di me, e il cielo stellato sopra di noi. Le stelle non sono mai sempre allo stesso posto. Come minimo quello che vediamo nel cielo è successo circa otto minuti fa …
Niente è stabile, noi cambiamo e la verità con noi: Veritas filia temporis.
Così vanno le cose, così devo andare, cantavano anni fa. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, né prevedere i cambiamenti di costume. Ladies and gentlemen we are floating in space. Per questo il molle vince sul rigido, la cera sul marmo (aveva ragione Medardo) e l’edera sul cemento.
Non so se si tratti di lotta con il disequilibrio, ma forse di stadi di definizione. Di certo la salvezza non è nella forma chiusa delle cose. Dobbiamo arrenderci al logorio delle cose. È meglio dimenticarsi i confini tra le singole opere, come i confini tra i singoli pensieri, non esistono più immagini, ma solo catene di immagini. Un ritmo, una canzone.
Se devo definire il mio lavoro al momento, le convinzioni che lo guidano, e che definiscono la mostra da pinksummer, parlerei di coltivazione.
Mi spiego.
Dico coltivare partendo dal “Candide” di Voltaire, che si conclude con questa frase: “Il faut cultiver notre jardin”, dobbiamo coltivare il nostro giardino.
In uno spazio stabile, definitivo, marmoreo, non c’è bisogno di coltivare. Noi, invece, siamo chiamati a coltivare, a prenderci cura.
Il mondo delle pluralità pian piano prende forma solo grazie al potere del nostro agire.
Da cosa nasce cosa, diceva Bruno.
Oppure, detto in altro modo, nulla si crea e nulla si distrugge.
Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si modifica, incessantemente. Identity is a cloud, e non sappiamo nemmeno domani che tempo farà.
Colorare con dei fumogeni non mi interessa per l’automaticità del gesto, quella la lasciamo ad altri, venuti prima di me. Colorare col fumogeno è come colorare con il vento, se esistono vettori e non forze, allora ha senso dare forza a questi vettori, e colorarli.

P: Tu dici che il molle vince sul rigido, che la cera vince sul marmo, l’edera sul cemento. Forse hai ragione, Luca Cerizza, in un testo scritto per te, ipotizza verosimilmente la fine dell’angolo retto, perché in natura non esistono angoli retti. In Italia, sotto il profilo politico, questa plasticità delle forme un po’ estrema (cominciando da quelle asservite delle “vallette”) si sta già attuando da un pezzo e non ci piace.
Tuttavia, sul fatto che la cera vinca sul marmo rimaniamo un poco perplesse. Giulio Carlo Argan (una nostra amica che insegna storia dell’arte all’università di Genova, ci ha detto che “l’Argan” come manuale non è più in uso perché i ragazzi non lo capiscono, se pensiamo che negli anni ’70 Argan fu eletto sindaco di Roma) insegnava che Medardo Rosso e Auguste Rodin erano due grandi scultori, ma che alla fine fu Degas a ristrutturare, tu diresti ridefinire, l’arte plastica, forse perché essendo pittore la utilizzava semplicemente come una sorta di laboratorio di analisi, senza enfasi. Rodin e Rosso pensavano invece alla dignità letteraria della materia e, se uno era ossessionato dall’idea di monumento, l’altro lo era da quella di anti-monumento. La cera era utile a Rosso per visualizzare un processo induttivo che implicava l’apertura di una forma chiusa allo spazio, all’atmosfera, mantenendo nel contempo integro il gusto per l’aneddoto. Riteniamo, sicuramente a torto, che per Michelangiolo marmo o cera sarebbe stato lo stesso, forse la cera avrebbe semplificato le cose considerando che deduceva la forma dentro la materia, limitandosi a eliminare il superfluo. Anche quando l’oppressione della materia si era fatta greve, come nel caso della Pietà Rondanini, Michelangiolo riuscì comunque a rendere percepibile il vettore orientato sull’ascesa.
Rispetto al tuo dipingere con i fumogeni, considerando l’indefinitezza della tela, per noi è più facile immaginare il vento come un vettore piuttosto che come un colore. Il vettore-vento, un segmento (frammento?) orientato, potrebbe allora sussumere il colore dei tuoi fumogeni e in questo senso essere rafforzato, reso percepibile, innanzi tutto alla tua coscienza, in secondo luogo all’altro o magari contemporaneamente. Questo non significa creare un confine? L’idea di confine ci sembra una costante della tua ricerca. Coltivare il proprio giardino, prendersi cura di, non significa delimitare e Voltaire, d’altra parte, non era un lume?
La coltivazione non segna il passaggio dalla società matriarcale nomadica, legata al flusso, alla totalità, a quella patriarcale della cultura, informata sugli angoli retti, sui dogmi, sull’ideale di potenza, quella per intenderci che in epoca più recente ha steso il cemento sull’edera? Il passaggio dalla natura al logos, non certo dal caos al cosmo perché quello avvenne prima e non ci riguarda, non ci ha insegnato che stabilire dei confini, delle proprietà, è utile alla sopravvivenza?

L.T.: Nominavo Medardo un po’ per gioco. Mi sento scultore, sì, ma non in quel senso. La storia delle idee mi appassiona più della storia della scultura, quella mi piace saccheggiarla per i miei fini. Per i lavori in mostra ho lavorato con cera e cartapesta, selezionando materiali precari. Mi piace l’idea che si blocchino in delle forme per del tempo, e poi tornino in ciclo. La cera si scioglierà e la cartapesta tornerà a essere qualcosa d’altro. Forse. Prima o poi.
Lo so bene, il vento è un vettore, non un colore, certo. Quello che dico, appunto, è che è interessante dotare di colore un vettore. Valorizzarlo.
Coltivare nel senso di prendersi cura, non conduce per forza al cemento. Non corriamo troppo. I concetti dobbiamo usarli come strumenti, ma non strumentalizzarli. Tutto il mio lavoro si basa sul fornire concetti base, strumenti, leve per muovere le cose, ma se li banalizziamo, se cerchiamo una loro applicazione pratica immediata, tutto si sfalda. Le idee servono per pensare, devono tradursi in azione, sì, ma con calma, devono maturare.
Si tratta di non temere le astrazioni, anche se apparentemente possono sembrare insensate, perché sono un ottimo strumento con cui guardare il mondo.
L’unico modo per capire le cose è farne un modellino da poter tenere in mano, per estraniarle dal quotidiano.

P: Uno sguardo contemplativo è uno sguardo che trova la bellezza senza cercarla?

L.T.: Dall’osservare il volo degli uccelli, questa voce augurale passo al significato più generale di sollevare lo sguardo e il pensiero verso una cosa, che desti meraviglia o riverenza, a cui dare attenzione con atto prolungato e intenso. Rimirare, osservare intensamente. Fissare tanto il pensiero nelle cose divine, che non si curi altro nel mondo, e quelle sole ci siano di consolazione e diletto.
Non parlerei però di bellezza. Affatto.
Un vecchio errore è la ricerca della bellezza. La bellezza non può essere programmata, essendo sempre l’effetto secondario di altre ricerche. Bisogna parlare con le immagini, non con le immagini belle, ma con le immagini utili; non devono servire parole a sorreggerle, devono vivere da sole. Le parole sono la genealogia delle immagini e delle forme, che parlano da sole. Wystan Auden diceva che il modo migliore per ascoltare la messa è quello di non conoscere la lingua in cui viene celebrata.

P: Nei tuoi appunti ci parlasti di butterfly farm, di greenhouse, di energie ateleologiche, del modulo organico di Alvar Aalto, del suo concetto di spazio organico, di ciò che avviene di nascosto sulla spiaggia di Skagen. Cosa porterai da pinksummer? Come articolerai il tuo progetto?

L. T.: La mostra è una sinfonia, orchestrata da presenze bi e tridimensionali, che trova il suo climax in un film, che si chiamerà “Vodorosli”. Le alghe marine ghiacciate, in russo si dicono vodorosli.
Sono partito da un modulo ereditato da Alvar Aalto, ho riportato il pensiero organico a casa, dentro all’orto botanico di Genova, e l’ho trattato come una pianta.
Le convinzioni di Aalto in uno spazio organico diventano lo spunto per un sistema formale mobile, vivo, costruito e animato dentro scatole trasparenti. Se mi interessa dare forma a un sistema e vedere come si regolamenta, come trova un equilibrio tra le sue parti, lo faccio all’interno di scatole trasparenti, coltivandolo in vitro.
Mi interessava vedere dove il confine e il disegno dell’uomo si impongono sulla natura, e dove le leggi di natura vincono. Sottoporre le forme pure alla corruzione, al dinamismo naturale. Ho ridisegnato dei frangiflutti, colmato il vuoto tra i sassi di un muro a secco, colorato con dei fumogeni, bloccato cotiledoni nella cera …
Si tratta di energie, ma di energie senza utilità. Energie pure. Di stati di indeterminatezza, di definizione, di realtà aperte al flusso, alla propria determinazione tramite il mutamento.

Si ringrazia l’Orto Botanico dell’Università di Genova.

Richard Wentworth

pinksummer-richard-wentworth-invitation-card

Presentare Richard Wentworth (Samoa 1947 – vive e lavora a Londra) è un grande onore per pinksummer, ma nello stesso tempo rapportarsi, anche con un breve scritto di comunicato, al suo lavoro diventa difficile: si rischia in qualche modo di trascrivere pensieri già espressi e straespressi, scadendo nell’ovvietà.
Fin dai tardi anni ‘70 Richard Wentworth, con Richard Deacon, Tony Cragg, ha avuto un ruolo determinante nel sovvertire il concetto tradizionale di scultura. Quella che fu definita “la nuova scultura inglese”, nata sotto il segno di Marcel Duchamp, ha inglobato l’oggetto ‘crudo’ dell’ industria per fargli incontrare nuovi contesti, nuovi bisogni, nuove relazioni, e a chi guarda uno sguardo fresco sul mondo.
Viene in mente un libro pubblicato proprio nel ‘74, l’anno in cui Wentworth ha iniziato a scattare la serie di fotografie “Making Do and Getting By” , sculture trovate nella vita di ogni giorno che restituiscono un realismo magico di matrice metropolitana; tornando al libro si tratta di “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert M. Pirsig. L’autore racconta del risentimento verso la tecnologia dei suoi amici Sylvia e John, antipatia condivisa da molte persone che avvertono quanto tecnologia e industria c’entrino con le forze politiche che tentano di trasformare le persone in massa. Pirsig sostiene di non condividere il comportamento dei due amici, affermando che la fuga dalla tecnologia in sé conduce ineluttabilmente alla sconfitta. Budda o il Divino si trovano nel motore di una motocicletta come nei petali di un fiore: “Quando John guarda la motocicletta, non vede che pezzi di acciaio che gli ispirano sentimenti negativi, e così ‘spegne’. Io sto guardando gli stessi pezzi di acciaio e vedo idee. John pensa che io stia lavorando su pezzi del motore, invece sto lavorando su dei concetti”.
Attraverso la sua opera, una sorta di filosofia di vita, Wentworth svela la connessione tra industriale e militare “barely visible but infinitely affecting (a mala pena visibile ma infinitamente attinente)” che è centrale rispetto all’idea di globalismo: la sua forza di scultore, fotografo, curatore, tende sempre a illuminare ed ad arricchire la percezione fornendo a chi guarda uno strumento di resistenza rispetto alla produzione massificata e alla globalizzazione. In un sistema dove neanche le costruzioni ‘Lego’ per i bambini possono ancora prescindere dal libretto delle istruzioni, pensare l’oggetto in modo anarchico in opposizione a venire informati su esso, è una boccata d’aria fresca, aiuta a non sentirsi stranieri in casa propria, un po’ come i ragazzi che campionano i suoni elettronici del Game Boy sovvertendo la destinazione d’uso dell’oggetto per inventare la loro chip music.
E’ un messaggio politico dal potere tanto eversivo quanto pacifico, invita a pensare idee: talvolta si tratta di minime alterazioni che disorientando insegnano ad orientarsi e a riappropriarsi piano piano della realtà che deve appartenerci per provare a essere persona, individuo nel senso meno egoistico del termine.
Per l’invito della mostra di pinksummer, Richard Wentworth ci ha chiesto di scegliere una vecchia cartolina di Genova. Abbiamo trovato un luogo, Portoria, che com’era, non esiste più , al centro del quale c’era il monumento a Balilla, caro ai vecchi genovesi . Balilla era un ragazzino che, esasperato dall’arroganza delle truppe di occupazione austriaca, ha invitato la popolazione a prendere a sassate i soldati inducendoli alla ritirata: i genovesi liberarono la loro città; l’immagine ci sembrava concettualmente affine al lavoro di Wentworth.
A questo proposito, oltre ai suoi ready-made assistiti e alla fotografia a caccia della spontanea distruzione del luogo comune, occorre citare il progetto commissionatogli da Artangel nel 2002: “An Area of Outstanding Unnatural Beauty” , un’indagine sulla psicogeografia di Londra muovendo da King’s Cross, un’area in cui Richard Wentworth ha abitato per 25 anni. Ma si tratta di un progetto articolato e pertanto vi invitiamo ad andare sul sito di Artangel.
Accenniamo ancora a “Thinking Aloud” (pensando a voce alta) , una mostra curata da Richard Wentworth nel 1999, che come è stato osservato, pur non presentando alcuna sua opera, può essere intesa come una sua opera estesa. Una sorta di wunderkammer in cui l’artista ha tentato di esplorare il processo che porta alla formalizzazione delle idee: “how thoughts become ideas become realities (come i pensieri diventano idee e le idee diventano realtà)”.
Tra i differenti oggetti inclusi nella mostra c’era il primo disegno di Pluto uscito dallo Studio Disney, il modello del Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry, oltre alle opere di numerosi giovani artisti tra cui “Garbage Bag” di Ceal Floyer.
Molti tra i YBA’s (young british artists) vedono in Richard Wentworth un padre che come ha scritto Stanley Cavell in “The Claim of Reason” ha insegnato che “Le vie dell’iniziazione sono infinite, non si finisce mai di trovare nuove potenzialità nelle parole e nuovi modi per scoprire gli oggetti”, tramuntando l’ambiguità del reale in uno stimolo creativo.
Da pinksummer l’artista presenterà una serie costituita da 60 fotografie della serie “Making Do and Getting By”.

Ringraziamo di cuore Neal Robert Wenman, giovane curatore di Lisson Gallery, per aver permesso che questa mostra avvenisse.

Xavier Veilhan

pinksummer-xavier-veilhan-invitation-card

Pinksummer: Sembra che lo sguardo che hai sull’arte contemporanea e il design passi attraverso la tua divertita ironia, pensiamo alla ricostruzione di inutilizzabili velos o all’utilizzo di un materiale “celebre” nell’arte contemporanea, come il feltro (Beuys), per creare qualcosa di assolutamente giocoso come la grotta e la foresta. In che modo rielabori gli stimoli mutuati dalla storia dell’arte e del design per inserirli nel tuo lavoro?

Xavier Veilhan: Il mio lavoro non contiene ironia, solo una sorta distanza dalla realtà che peraltro rappresenta il “nutrimento” del mio lavoro. Il mio modo di utilizzare la storia dell’arte e il design non è di natura intellettuale e non è nemmeno una forma di citazione, è invece similare all’utilizzo che si potrebbe fare di uno strumento. Per me non esiste una reale differenza (limite) fra i diversi livelli di percezione. Vorrei che il pubblico sperimentasse la mia arte più o meno come si vive la musica in un club, come un’esperienza globale.”
In assoluto i due progetti di grandi installazioni che ci hanno affascinato di più negli ultimi tempi sono le tua grotta e la tua foresta. Come sono nati questi progetti che tanto rimandano all’infanzia e alle fiabe sia nella realizzazione che nel catalogo?
Non ritengo che il mio lavoro sia particolarmente legato al mondo dell’infanzia. I miei spazi sono creati per esistere in sé, stanno, come dire, in piedi da soli, sono autonomi e definiti. C’è una sorta di fraintendimento riguardo al paragone fra ciò che viene comunemente definito universo infantile e il mio: entrambi muovono dalle immagini e dalla stilizzazione del mondo reale, tuttavia credo che se il processo è identico le modalità siano differenti: la mia arte è per adulti.
Dan Cameron riconduce il tuo linguaggio anacronistico, di matrice tecnicista, ricostruito sullo stampo della pittura francese del XIX secolo a una sorta di critica velata al ruolo dello storicismo nell’arte postmoderna. Vero o falso?
Sono più vicino al pensiero di indirizzo strutturalista, in realtà non so che cosa significhi postmodernismo, sto prendendo posizione riguardo ai materiali attuali, alle emozioni e all’energia. Non sto provando a sistemare la realtà in un modo differente, ma piuttosto a ridurla per adattarla nel piccolo spazio del mio lavoro.
Adorno sosteneva che l’arte nella società contemporanea riveste una funzione critica, non perché se la pone, ma perché è di natura contromovimento. Cosa pensi di quanto sta accadendo nel mondo e dentro alla storia?
Qualcuno dà un pugno in faccia a qualcun’altro e così rovina la festa. L’11 settembre non è una data storica solo per l’efficacia dell’attacco, ma anche per la sua stupidità. Sono ancora molto scettico riguardo all’identità dell’autore della distruzione. Indipendentemente da chi sia l’autore dico che odio qualsiasi riferimento al proselitismo religioso perché di fatto non si tratta di un problema religioso, è un problema estetico: questo genere di terrorismo non si pone un problema quantitativo (quante persone sono morte), ma solo culturale. Qualcuno attacca frontalmente un grande segno nella foresta dei segni dove anch’io sto lavorando, provando a trovare un nuovo modo di usare l’energia dinamica del credo della modernità. Questo attacco è un’affermazione architettonica negativa.

P: Che progetto presenterai da pinksummer?

X.V: Da pinksummer presenterò due nuovi corpi di lavoro. Il primo è un gruppo di “giganti”, si tratta di sculture: oggetti tridimensionali sovradimensionati una volta e mezzo rispetto alla scala naturale. I personaggi sono una combinazione di accessori e vestiti che rappresentano le loro funzioni, non in maniera chiara ma molto forte. I materiali usati sono feltro, pellicola plastica, legno e poliestere. Il secondo gruppo di lavori che presenterò da pinksummer sono una serie di ritratti fotografici di ragazze: serigrafie su legno (monocromi che misurano cm. 160 X 110). La pelle delle ragazze (che sono mie amiche) è la superficie del legno.

NOTE

Circa l’origine dell’immagine scelta da Xavier per l’invito: è tratta dal catalogo pubblicato dalla Dapper Foundation (Museo Africano di Parigi) per la mostra dal titolo “Art et Mythologie, figures tshokwe” tenutasi durante l’inverno 1988-1989. Il titolo del libro è “Art et Mythologie”. La foto è “Mikishi Dancers” (Arhives Musée Royal de l’Afrique Centrale – Tervuren). Riguardo alla ragione della scelta, possiamo interpretarla come la chiave per la mostra. Sfortunatamente una lunga spieagazione non servirebbe… penso che dovremmo prenderla così com’é e punto. [Mahaut, assistente di Xavier

Xavier Veilhan

pinksummer-xavier-veilhan-invitation-card

“People think monuments should come out of the ground, never out of the ceiling, but mobiles too can be monumental” (Alexander Calder).

Quando lo scorso autunno visitammo la mostra di Xavier Veilhan al Centre Gorge Pompidou, divisa tra lo “spazio 315” e il forum, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a due installazioni separate e autonome l’una rispetto all’altra. A posteriori però ci accorgemmo che nonostante la distanza formale e concettuale delle due opere, esse riconducevano entrambe alle idee di spazio e di movimento. L’installazione nello spazio 315 si intitolava “Vanishing Point”, punto di fuga: nella storia dell’arte è il punto situato sulla linea dell’orizzonte in cui convergono tutte le linee nella rappresentazione dello spazio rispetto all’illusione della prospettiva lineare. Un’installazione complessa, quasi geometrica, che assorbiva lo spazio in una prospettiva di movimento ”suggerito” dal concetto statico della rappresentazione. Al contrario ”Le Grand Mobile” sostenuto dalla indeterminazione cromatica del nero istituiva un rapporto continuo con il grande spazio del forum, senza stravolgerlo, danzandovi dentro con una grazia nel contempo leggera e maestosa.

Veilhan ha scritto a proposito di “Le Grand Mobile”: “Volevo creare un’opera che occupasse un volume molto grande; al centro del Forum del Centro Pompidou, che tuttavia restasse trasparente e che non apparisse autoritaria. La mia installazione “Le Grand Mobile”, evoca un bolla del pensiero, è come la somma dei pensieri dei visitatori del Centro (…)”. Quello stesso giorno, istintivamente, chiedemmo a Xavier di creare un “mobile” per pinksummer, contravvenendo alla nostra disciplina di scegliere olisticamente l’artista e mai una singola opera. Compatibilmente ai nostri budget di produzione, abbiamo sempre lasciato agli artisti la possibilità di rapportarsi al nostro connotatissimo spazio in totale libertà. Il “Grand Mobile” di pinksummer, che diversamente da quello del Pompidou realizzato in plastica, è in alluminio, è una sorta di fuoriprogramma fortemente voluto per la semplice ragione che ci piaceva l’idea di avere un monumento appeso per l’ultima mostra di pinksummer nello straordinario salone di Via Lomellini.

Come scrisse Sartre a proposito dei mobiles di Calder: “Un mobile è una piccola festa privata, un oggetto definito dal proprio movimento, la scultura suggerisce il movimento, la pittura suggerisce la profondità della luce. Un mobile non “suggerisce” nulla: cattura i movimenti autentici e li plasma. I mobiles non hanno alcun significato, non fanno pensare ad altro che a se stessi. Sono, questo è tutto; sono assoluti (…)” Sartre proseguiva affermando che i mobiles sono imperscrutabili quanto la natura che non rivela mai se essa sia una meccanica sequenza di cause od effetti o lo sviluppo di un’idea.

Rispetto a Veilhan il cui lavoro è quello di incunearsi nelle pieghe della rappresentazione, rivelandone immediatamente la matrice, quasi si appropriasse di un alfabeto conosciuto per semplificare la lettura delle sue opere, del suo mondo e del suo tempo, delle sue idee: nulla di fatto è più ingannevole della sua opera, il suo lavoro si rifà al flusso dell’energia vitale, lo scorrere del mondo nella storia, Xavier recuperando i codici di rappresentazione passati sembra affermare con Eraclito che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume.

Sartre riprendendo Valéry sosteneva che il mare è seducente perché ricomincia sempre, e un mobile è come il mare, non si può gettarvi uno sguardo, occorre viverci a contatto e lasciarsi affascinare. I mobiles incarnano la fluidità mobile della realtà e sostituiscono alla fredda analisi il potere vivificante dell’intuizione, l’elan vital (life force) di cui parlava Bergson. Presto o tardi nel suo percorso Xavier avrebbe dovuto confrontarsi con l’idea di mobile e lo ha fatto a suo modo creando qualcosa di assimilabile a un paesaggio mentale. Ci ha raccontato che ha preparato una maquette de “Le Grand Mobile” e l’ha appesa nel suo studio, un luogo estremamente vivo dove si lavora e si discute, in cui amici, curatori, critici vi si avvicendano. Ebbene guardando quelle bolle del “monument pendu” al di sopra delle loro teste dedite ad altro rispetto all’opera, l’artista ha pensato che potessero generarsi dai loro stessi pensieri, un po’ come accade ai personaggi dei fumetti.

Calder nella sua autobiografia racconta: “Un giorno gli chiesi (a Marcel Duchamp) che nome mi consigliava di dare ai miei oggetti e senza esitare mi disse “mobile”, parola che in francese oltre a indicare qualcosa che si muove significa anche forza motrice”.

Noto Aka Carsten Nicolai

000-2000-nicolai-invitation-card

La performance presentata lo scorso gennaio dall’artista Carsten Nicolai aka Noto al Guggenheim di New York ha la qualità estetica e il contorno infinitamente frastagliato di un oggetto frattale.
L’artista rivela la densità dell’ambiente contemporaneo concentrarsi su suoni emessi dal fax, telefoni e modem; i vettori primari della comunicazione moderna.
Con un background nel landscape design, Noto ha instillato un concetto geometrico del suono nella musica elettronica d’avanguardia; l’artista guarda alla consistenza e alla forma dell’onda sonora, alla sua struttura e tenta di identificare e sostituire il concetto di silenzio con quello di spazio vuoto.
Con il suo ensemble di oscillografi, registratori DAT e mixer, Noto procede con l’agilità di un funambolo sul limite che unisce e separa l’universo percepito in termini auditivi e visivi, organizzando le sue opere nell’interfaccia tra suono e visione.
Nell’architettura del suono, come nelle sue sculture, nei dipinti e nelle installazioni, l’artista mette alla base del processo generativo fattori antitetici e li unisce in un’ipotesi di sintesi che ha la complessità e la morfologia sfaccettata dei cristalli.
Come la particella attorno alla quale si formano i cristalli di un fiocco di neve è responsabile della generazione di forme uniche e irripetibili, così il lavoro di Nicolai muove dal punto di dimensione geometrica 0: un campione sonoro che costituisce il nucleo attorno al quale si crea un sistema di oggetti omotetici organizzati dall’artista nel loop.
Per uscire dal sistema, Noto ammette l’errore, una variazione nel suono che provoca un cambiamento inatteso nel suono e nella frequenza, rompendo l’omotetia e creando così un altro nucleo, una nuova partenza sistemica. Emblematico è il progetto che Noto sviluppò nel 1997 per la Documenta X di Kassel, intitolato con il simbolo dell’infinito.
Nicolai ha collaborato occasionalmente con altri ricercatori del suono: 20 to 2000 consiste in una serie di cd realizzati con i musicisti più interessanti nel campo della musica elettronica, come Mika Vainio (Pan Sonic), il dj giapponese Ryoji Ikeda, così come Byetone. Recentemente presso la Hayward Gallery di Londra, Carsten Nicolai è stato rappresentato nella mostra “Sonic Boom” da un lavoro sonoro di matrice collettiva.
Nicolai è un artista tradizionale che ha dichiarato di tenersi al di fuori del concetto post-moderno di ripresentazione: “Si può dire che tutto esiste, ha solo bisogno di essere campionato, ma non è questo il mio lavoro, ho sempre creduto nella possibilità di fare qualcosa di nuovo “.
La galleria d’arte contemporanea pinksummer ha scelto Noto alias Carsten Nicolai guardando le splendide forme minimali di suoni dispensati dall’artista nello spazio in un modo simile a come la materia è distribuita nell’universo.

In collaborazione con:
Comune di Genova, Politiche Giovanili, Centro per la creatività

Murakami – Manetas

pinksummer-manetas-murakami-invitation-card

Dominante è l’idea dell’arte contemporanea come una sorta di pratica esoterica estranea alla realtà; il linguaggio dell’arte visiva è in realtà un corpo composito e strutturato che assorbe l’ambiente ed è inscritto nel suo tempo. L’artista contemporaneo ci rende consapevoli degli aspetti quotidiani della vita che l’esperienza non è sufficiente per capire solo vivendoli. Si pensi alle immagini pop di Andy Warhol e Claus Oldenburg, che condensano lo stile di vita americano durante il capitolo caldo del consumismo legato al periodo produttivo degli anni ’60.
La mostra Murakami – Manetas presenta le opere di due artisti che interpretano la generazione Nintendo: quella dei tecno-maniaci cresciuti su manga (fumetti giapponesi) e video giochi, ragazzi che vivono i giochi come uno stato di trance che rende effimeri i bordi della realtà. Il gioco diventa un luogo in cui ci siamo eroi e possiamo assumere identità in prestito. La nostra vita è stata contaminata dalla finzione: il tessuto connettivo dei media dimostra indifferenza per la logica e la verità, mostrando esclusivo interesse per stimolare le emozioni del pubblico; la moda è stata invasa dai tecno-abiti ispirati alle eroine del manga, come Sailor Moon, o al personaggio principale dei videogiochi Lara Croft; la nuova urbanistica si sposta verso il paesaggio utopico di Disneyland; e, alla fine, i nostri figli coccolano giocattoli tecnologici come Furby e Tamagochi. Alcuni credono che, essendo la realtà una finzione, la fiction non esiste più, quindi l’estetica “loudness“ di Murakami e Manetas è più realistica di ciò che appare nella realtà.
Takashi Murakami è con Mariko Mori, uno dei più importanti artisti giapponesi contemporanei attivi oggi. Il lavoro di Murakami trae ispirazione dal mondo dei manga, un mondo che l’artista manipola per creare un nuovo universo tanto meraviglioso quanto ironico, distruggendo conseguentemente i confini tra cultura alta e bassa. Nel rappresentare il suo mondo colorato, l’artista giapponese utilizza una vasta gamma di media: una tecnica pittorica raffinata, serigrafie, disegni, sculture gonfiabili, oggetti in serie, che esistono al confine tra arte e produzione di massa oggetti come piccole sculture, maquette e orologi. Nella principale sala espositiva di pinksummer saranno presentati DOB, un personaggio creato nel 1993, sotto forma di un gigantesco pallone volante con le orecchie e gli occhioni (235 x 305 x 180 cm) e Pinksummer (100 x 70 cm), un acrilico su tela a tema floreale.
Il linguaggio Miltos Manetas si divide in due linee: vibracolor, una sorta di contemporanea ready-made, in cui l’artista rappresenta l’iconografia onirica e stereotipata dei videogiochi e grandi oli su tela in cui si descrive la vita domestica della console di gioco, di cavi, schermi di computer e joystick come gli strumenti che ci aiutano ad entrare nel nuovo mondo virtuale. Manetas presenta una grande vibracolor di Super Mario (260 x 300 cm) composto da quattro pannelli (130 x 170 cm l’uno).

Helen Mirra & Alison Knowles

pinksummer-helen-mirra-alison-knowels-invitation-card

Questa mostra curiosa ha una storia insolita, specialmente riguardo a pinksummer, più orientata a organizzare mostre personali – mai più di quattro all’anno – e di fatto la nostra richiesta iniziale a Helen Mirra era per una mostra personale e lei rispose con la proposta di una doppia personale con Alison Knowles. Noi rispondemmo che la conoscevamo, al di là dei libri sulla storia di fluxus, perché a Genova Unimedia aveva presentato nel corso degli anni il lavoro di Alison Knowles in diverse mostre personali e collettive.
La proposta piacque a tutti e la doppia personale di Helen Mirra e Alison Knowles aprirà il 9 ottobre, e per questa occasione speciale Unimedia-Modern e pinksummer saranno un unico spazio. La data coincide con l’inizio della stagione dei funghi nel nord Italia.
Oltre a essere un’artista, Alison Knowles è conosciuta come un’esperta fungaiola (e cuoca eccezionale). E noi abbiamo sempre pensato a Helen Mirra come a una paesaggista, anche quando fa i suoi indici, apparentemente oggettivi, traendoli da testi di Dewey, James, Sebald, sulle bande di cotone di 16mm, quando organizza i suoi erbari con piante e fiori del Circolo Polare Artico, e fa sculture sistemando i suoi vestiti sotto a rocce di sepentinite camuffando impercettibilmente con la pittura la traccia dei licheni, raccontandoci del tempo e delle sue declinazioni; quando ricostruisce una porzione di cielo con la modularità di Buckminster Fuller;
quando evoca la tundra, la neve, il cielo con i pallets, ricordandoci che furono foresta.
Di fronte alla natura c’è sempre l’autore, e l’autore non descrive, racconta un’esperienza. In ogni lavoro di Helen Mirra c’è sempre l’idea di viaggio, il concetto di mappatura. Al centro degli “events” di Alison Knowles c’è sempre il corpo, l’esperienza diventa il ponte di passaggio fra l’uomo e il mondo, fra il micro e il macrocosmo, un lavoro della Knowles emblematico in questo senso è “Bread and Water”, in cui il pane, simbolo della civiltà fin dal neolitico, cotto in casa dall’artista e fotocopiato con una delle più antiche tecniche di stampatura meccanica, richiama la terra e il suo sistema fluviale.
La cultura deve assimilarsi ai cicli della natura, da qui l’attenzione di Helen Mirra e Alison Knowles per i conflitti ecologici contemporanei e la sottile vena anti-mercantilistica che pervade i loro lavori evocando l’etica originaria Yankee del “Low Living, high thinking” (Thoreau affermava che bisogna chiedere al vaccaio o alla pernice il sapore delle sorbole selvatiche, perché la loro preziosa
essenza va perduta sul carro che le trasporta dalle colline ai mercati di Boston).
La poesia e la musica rientrano i questo processo. Le artiste usano pochi elementi sintetici, materiali sostanzialmente poveri che con la ricerca delle corrispondenze restituiscono il rapporto dell’uomo con la natura e con esso l’idea di responsabilità, una responsabilità che prima di diventare collettiva deve essere individuale. In una monografia di su Alison Knowles abbiamo letto
che l’artista alla richiesta di definire fluxus ha risposto che fluxus è la rivendicazione dell’individuo di essere un creatore responsabile di significati. Nominare significa in qualche modo creare, vedere i un altro modo, vedere per la prima volta, con uno sguardo pulito da ogni rappresentazione preconcetta. Anche quando lavorano in studio queste due artiste sembrano sempre confrontarsi
con territori aperti, misurabili con la bussola e il compasso. In questo senso, magari sarà un mito europeo, ma ci piace il pragmatismo americano che sembra non dimenticare mai che la geometria prima di essere una scienza atta a verificare i teoremi, serviva per misurare i campi e canalizzare i fiumi.
Segue un testo di Helen Mirra e Alison Knowles: Agaricus silvaticus. Caratteristiche: A.silvaticus è una specie collettiva. Le sue varianti differiscono da A. placomyces per le lamelle essenzialmente fulvo-brunastre sul cappello invece di lamelle che vanno dal grigio al grigio brunastro. In entrambi il gambo è nudo sotto
all’anello. Commestibilità: Commestibile ma non consigliabile perchè troppe persone lo confondono con A. placomyces e con A. hondensis, che gli assomigliano molto e causano indisposizioni gastrointestinali. Dove e quando trovarlo: si riproduce generalmente in Nord America ma le sue apparizioni sono sporadiche. Sia A. sillvaticus sia le sue varianti sono più abbondanti lungo le coste del Pacifico durante l’autunno. (The Mushroom Hunter’s Field Guid, Alexander H: Smith, University of Michingan Press, 1958.) Sotto al cappello di questo fungo comune, Alison Knowles e Helen Mirra condividono un approccio al fare arte diretto e in sincronia con il mondo naturale. Knowles e Mirra si fanno strada con leggerezza nel bosco e nello studio, lavorando con materiali trovati, non per scoprire qualcosa, ma per sperimentare il quotidiano, e per comprendere il sublime nelle cose più ordinarie.
Alison Knowles (New York 1933) è conosciuta per i suoi lavori sonori, le installazioni, le performance, le pubblicazioni, e la sua appartenenza a Fluxus. Assieme a John Cage e Dick Higgins, alla fine degli anni 50 ha frequentano la New York Mycological Society, da allora va frequentemente in cerca di funghi. Knowles presenta due serie di lavori: Event Threads (oggetti allineati e appesi immersi successivamente in pasta di carta) e A Rake’s Progress (lavori realizzati per mezzo di un rastrello da giardino trascinato sulla carta).
Helen Mirra (Rochester, New York 1970) realizza lavori in diversi materiali di scarto; è spesso concretamente impegnata con la poesia, con particolare attenzione ai conflitti ecologici del mondo contemporaneo. Mirra espone una serie di fotografie di case di uccelli che si trovano nei boschi che circondano la clinica psichiatrica Walden vicino a Berna, in Svizzera.
La data della mostra coincide con la prima raccolta di funghi della stagione.

David Maljkovic with Jan St Werner- Shadow should not exceed

pinksummer-maljkovic-werner-shadow-should-notexceed-invitation-card

Pinksummer: La definizione della tecnica del collage di Max Ernst riportata sulla tua monografia “Almost Here”, ci appare come una premessa assoluta e essenziale rispetto al tuo lavoro, una forma mentale prima di essere un modo di operare. Il collage, afferma Max Ernst, è la tecnica delle coincidenze provocate accidentalmente o artificialmente per mettere in relazione una o più realtà aliene
attraverso la poesia. Il tuo lavoro ruota intorno all’idea di tempo e i tempi: il passato, circoscritto essenzialmente a due decenni, gli anni ’60 e ’70, e la contemporaneità sono gli oggetti alieni, se non proprio antinomici, accostati nel tuo collage per riflettere sulle promesse delle grande utopie ideologiche (Comunismo? Capitalismo?) restituite dalle rovine dei manufatti modernisti. Rovine a cui conferisci un sentore remoto, archeologico, tipico della science fiction. Sembra che sia trascorso assai più tempo rispetto al concetto lineare di progresso a cui la storia ci aveva abituati, da qui forse quelle date stranianti 2045, 2071?

David Maljkovic: Sì, la definizione della tecnica del collage di Max Ernst si trova sul mio catalogo “Almost Here”, ma come parte del testo introduttivo di Yilmaz Dziewior, perciò è una sua osservazione…
L’idea di usare il tempo e i tempi nel mio lavoro deriva dalla necessità di discutere della situazione attuale. Il contenuto dello spazio, o un oggetto o un soggetto con i quali ho a che fare non possono essere annullati o evitati, ma entrando nel futuro possono essere scaricati. Perciò non utilizzo il futuro dal punto di vista della fantascienza ma come uno spazio vuoto, un futuro dove temi e soggetti
acquistano nuove possibilità e dove nuove piattaforme possono essere create.
A volte uso delle date, e a volte hanno un significato simbolico, ma principalmente sono lì per sottolineare l’assenza del soggetto.

P: Il futuro su cui rifletti non è più collocabile, ha rotto con il principio di causalità, è un futuro a ritroso, un archetipo lucente e liscio come una macchina sportiva ormai fuori da ogni canone contemporaneo di eco-compatibilità. Voi artisti dell’Europa dell’est, avete nella diversità, qualcosa che vi accomuna (stiamo pensando a te, a Bojan Sarcevic a Tobias Putrih, a Carsten Nicolai anche se non fa parte dell’eredità del Bloc-free). Il relativismo degli accadimenti è informato dal vostro sguardo in modo più acuto, per certi versi tragico. Riesci veramente a proteggerti dal romanticismo e dalla nostalgia quando vai “Back to the Future? Perché hai bisogno di proteggerti?

D.M: Nella risposta precedente ho spiegato la mia idea di utilizzo del futuro, ma il futuro tende a reinventarsi costantemente con il tempo.
Per quello che mi riguarda, i lavori degli artisti che hai menzionato hanno poetiche piuttosto diverse e hanno a che fare con diversi problemi e posizioni, perciò per me, vederli come provenienti dall’Europa dell’Est non ha molta importanza.
Riguardo alla questione di come mi protegga dalla nostalgia, devo dire che quella frase era esattamente una parte del testo del diario immaginario che avevo iniziato a scrivere nel 2003 nel contesto di “Again for Tomorrow”, che era una sorta di lavoro ermetico ed esplorativo. Penso sia difficile dare una risposta considerando che la frase è stata presa da quel testo e messa in forma di domanda…

P: Marinetti nel suo “Manifesto Futurista” rispetto a una storia ingombrante, poteva permettersi di fare tabula rasa come un adolescente che per proiettarsi nel futuro si ribella all’autorità di un genitore. Nei tuoi collage comparativi l’autorevolezza della storia è svuotata, il Memorial Park che ti portarono a visitare alle elementari, è il oggi il supporto per il ripetitore della Televisione Croata e
dell’antenna per il T-Mobile, il padiglione italiano della fiera di Zagabria costruito da Tito è un edificio deserto e obsoleto. L’amnesia solleticata dall’easy english può essere una via per svincolarsi stancamente da un’eredità inutilizzabile se non come oggetto poetico?

D.M: Ogni generazione crea la propria relazione con il passato, o per meglio dire con l’autorità genitoriale. L’intensità della relazione dipende da diversi fattori, e uno di questi è sicuramente la distanza temporale e quello che i genitori lasciano. Così, in questa relazione, qualcuno o forse l’intera generazione, vuole uccidere il genitore, oppure usarlo. Penso che la nostra generazione abbia avuto una relazione diretta con il passato. Il Memorial Park era un posto che ho interpretato come completamente assente. Se dobbiamo elaborare i fatti, potremmo dire che questi spazi non esistono più, o che esistono solo in senso fisico. Se questo fatto fosse
un presupposto ne deriverebbe una relazione di sconfitta. Ne risulterebbe uno spazio senza rilevanza, un patrimonio che non ha più senso, per questo ho cercato di inserire una relazione personale come una sorta di fuga, una piccola crepa attraverso la quale è possibile scappare.

P: Raccontaci del progetto in collaborazione con Jan St Werner dei Mouse on Mars che presenterai da pinksummer? Perché quel titolo “Shadow should not exceed”?

D.M: La collaborazione con Jan St Werner sembra una logica conseguenza delle nostre collaborazioni precedenti. In “Scene for New Heritage 3” la musica di Jan appare in una parte del video. Per la mostra da pinksummer siamo andati un passo avanti: questa volta Jan ha creato il suono per l’installazione. Penso che il coinvolgimento del suono ci obblighi a presentare e vedere le cose in una
maniera più astratta, e questo ci è sembrato perfetto per questo progetto che approccia gli elementi che utilizza in maniera libera.
L’installazione è qui come una esposizione di, possiamo dire, un archivio privato di frammenti con, come hai scritto in una delle domande precedenti, un sentore archeologico. Nei collages ci sono frammenti di rassegne annuali sul progresso economico degli anni Sessanta, e di riviste di architettura. Questi frammenti sono perlopiù applicati alle fotografie che ho scattato dopo la notte di Capodanno.
“Shadow should not exceed” è il titolo preso dall’articolo “Architecture and computers”, di una rivista di architettura degli anni Sessanta, mentre il testo sono delle istruzioni di codice per il computer che ho tagliato dalla riproduzione.

Henrik Håkansson-Nightingale: Love Two Times

000-2001-hakansson-invitation-card

Pinksummer: Probabilmente non esiste la natura in se’, ma solo la natura pensata; la natura in se’ e’ una mera astrazione. Il mondo fisico e’ sempre lo stesso, mentre la storia ci consegna tante idee di natura, speculari ai differenti concetti di scienza e morale dei tempi. Qual’e’ la tua idea di natura?

Henrik Håkansson: Oggi, lunedi’, piove, forse tutto questo rimanda alla natura: una suggestione come l’ambiente che ovunque e in ogni istante circonda e include lo spazio dentro al quale noi siamo parte della vita in generale. E poi e’ anche una parte di quello spazio che perdiamo alla velocita’ di circa 10 campi da football al secondo.

P: Puo’ essere che ogni idea di natura rappresenti lo zeitgeist di un particolare segmento di storia?

H.H: Non sono troppo sicuro della domanda, comunque risponderei si.

P: Durante un’intervista con Daniel Birnbaum hai detto: ”Io sono l’unico punto di partenza. Ogni cosa e’ vista dal mio punto di vista, tutto muove da cio’ che voglio vedere”. Cosa significa?

H.H: Semplicemente che sto provando a trarre delle esperienze, a sperimentare.

P: Il tuo lavoro e’ stato scelto da Okwui Enwezor per ”Mirror’s Edge” una mostra basata sull’idea contemporanea di confusione tra realta’ e finzione; eri anche in ”The Greenhouse effect” curata da Ralph Rugoff e Lisa Currin lo scorso anno alla Serpentine Gallery di Londra, nella quale 16 artisti contemporanei (tra i quali Olafur Eliasson, Tom Friedman e Yutaka Sone) hanno lavorato sull’idea di Joseph Beuys che pensava l’artista come mediatore per unire i mondi antitetici di natura e cultura. Cosa pensi circa queste differenti interpretazioni del tuo
lavoro?

H.H: Di fatto non ci ho mai pensato, ma entrambe le idee mi piacciono.

P: Cosa pensi del concetto di giardino?

H.H: Il mio giardino e’ semplicemente la natura selvaggia.

P: Hai detto di te di essere ”un entusiasta amatore”. Significa che il tuo approccio con la natura e’ di tipo romantico. Che differenza c’e’ tra l’approccio scientifico e quello artistico: entrambi non muovono dalla fascinazione?

H.H: Si, non so, ma si.

P: Per creare i tuoi ecosistemi popolati da piante e insetti e per spiare la vita degli animali usi sofisticati apparecchi tecnologici. La scienza offre un nuovo modo di avvicinare la natura?

H.H: Infine l’uomo e’ riuscito a costruire una reale giungla finzionale per il soffitto di una stanza ”After forever (ever all)” senza l’aiuto della pittura. Certo, ma si tratta di un’illusione: e’ un po’ come un film.

P: Non riesce tanto facile pensare al tuo ”Sleep”, film incentrato sul riposo dell’anaconda gigante, secondo i canoni di un’estetica alla Grande Fratello. Hai visto ”The Bugs Life”?

H.H: Credo di si’, ma mi sembra ne fosse uscito anche un altro dal titolo “The Ants” di cui ricordo solo che era triste.

P:Cosa presenterai da Pinksummer?

H.H: Faro’ due tracce sonore lavorando sul canto di due differenti uccelli: l’usignolo luscinia luscinia e il comune usignolo Luscinia megarhynchos entrambi semplicemente chiamati usignoli. Il primo e’ stato registrato in Svezia, l’altro a Genova. I suoni saranno usati per produrre un disco con due lati di canti d’amore. L’installazione prevede che i suoni vengano ascoltati contemporaneamente. Questo sarà il mio secondo disco prodotto per essere distribuito liberamente ed è parte di un progetto che implica differenti aspetti di variazioni comunicative
e atmosfere.

The project “Nightingale: Love Two Times” is a co-production Pinksummer/Franco Noero special thanks to: L.I.P.U, section of genoa, and Cooperativa Castello della Pietra (Vobbia)

Christian Schimdt Rasmussen – Ladies and Gentlemen, we are floating in space

christian-schimdt-rasmussen-ladies-and-gentlemen-we-are-floating-in-space-invitation-card

In “The Kingdom”, l’inquietante serie di Lars Von Trier per la televisione danese, si vedono le lente e corrosive forze oscure dell’esistenza (il rimosso del progresso scientifico) insinuarsi nelle crepe dello stato di benessere acquisito, il cui emblema è il senso di obsoleto dell’architettura di un ospedale, il regno. È come dire che la fiducia nel progresso applicato ha avuto la brevità e la durata di un’estate danese ed ora si torna a cadere nell’horror vacui di Kierkegaard, ma almeno con umorismo.
È il caso di Christian Schmidt Rasmussen che, ossessionato dalla pratica narrativa, accompagna il suo stile fumettistico e in qualche modo fantascientifico al racconto della short story, per esempio We are living on the ruins of a glorious future, come il dipinto con il cavallino con il naso astratto-cubista in mostra alla Newsantandrea un po’ di tempo fa.
Il fulcro del lavoro di Rasmussen è nel rapporto, lusinghiero e antitetico, fra il piacere della rappresentazione visiva e quello oscuro di tipo verbale; e, quando quest’ultimo è assente, fra la felicità dello stile e la malinconia vibrante che brilla nelle storie illustrate.
L’umorismo di Rasmussen scaturisce dall’inconciliabilità degli opposti, come la commedia che a volte genera la tragedia e i destini che sono rivoltati come un paio di guanti di cui nessuno stato di benessere può fare a meno – capitano e basta.
Il cromatismo eccitato del mondo di Rasmussen è una concentrazione di disarmata disperazione, in questo senso la piacevolezza visiva del suo lavoro potrebbe anche essere una specie di frode che attira la simpatia del pubblico e riversa su di lui, con grazia, un pò del pessimismo danese pesante come il piombo.
La comunicazione, di cui l’artista sente l’urgenza, non ha, in questo caso, altra finalità che avvicinarsi a un corpo per sentire un po’ di calore, e questo non è poco.
Rasmussen presenta da Pinksummer sessanta acquerelli su carta, alcuni per la prima volta e altri recentemente esposti alla Badischer Kunstverein di Karlsruhe.

Ceal Floyer

pinksummer-ceal-floyer-mostra-2000-invitation-card

Per essere più adeguato possibile, un testo su Ceal Floyer dovrebbe contenere soltanto tre o quattro parole, ma è quasi impossibile trovare quelle parole. In effetti tutti i testi sul lavoro di Ceal Floyer sono descrizioni dei lavori di Ceal Floyer, perché il suo atomismo formale e concettuale tende a trasformare ogni tentativo di spiegazione in una patetica appendice.
Il lavoro di Ceal Floyer è un po’ come se chiedendo a qualcuno che sta mangiando qualche cosa di inequivocabile caldo e salato: “Com’è?”, quel qualcuno rispondesse semplicemente: “Caldo e salato” rendendoci nervosi.
Il lavoro di Ceal si attua in un modo così esatto, essenziale ed è dotato di un senso propositivo (rispetto alle leggi della logica) che si scontra con la realtà diventando un paradosso, il che perde significato.
Il discorso formalmente perfetto di Ceal gioca scettico a distruggere ogni artificialità che ha la presunzione di essere inerente alle cose, al mondo che accade.
Ceal prova a uccidere la stessa idea della rappresentazione che è alla base di ogni principio di conoscenza umana: sembra dirci che le nostre intenzioni e il desiderio di conferire significato ai segni, alle immagini, ai suoni, sono estranei al mondo che, ammesso che esista, è indipendente dalla nostra preoccupazione.
Per Ceal, essere significa pensare e ce lo dimostra con la sua intelligenza feroce e destabilizzante, ma dopo si redime dandoci qualcosa di simile alla bellezza e forse alla poesia, anche solo uno scontrino che chiama Monochrome Till receipt (White); o un secchio che sembra davvero raccogliere acqua dal soffitto, quando in realtà contiene soltanto un CD player che produce il suono delle gocce (Bucket); o alcune macchie di inchiostro colorato su carta (Ink on paper).
Ceal maneggia la nostra immaginazione evocando una presenza che non esiste semplicemente con un raggio di luce proiettato sotto una porta. Il suo gioco è costruito su pochi elementi che domina perfettamente.
Alla fine si può dire, rischiando di sembrare contrari alla democrazia, che Ceal non è un’artista per tutti, per amarla si deve capirla ma, per capirla bisogna accettarla come si accetterebbe un bambino con un comportamento impossibile.

In collaborazione con: Comune di Genova, Politiche giovanili, Centro della Creatività.

Ceal Floyer

pinksummer-ceal-floyer-exhibition-2002-invitation-card

A proposito di Bach, un amico ci spiegava che accanto all’elemento barocco connotato dal virtuosismo e dalla ridondanza, la sua musica contiene l’elemento gotico, di natura più costruttiva e quello concettuale; affermando in conclusione che anche quando si ha consuetudine con la musica di Bach o forse a maggior ragione, si percepisce sempre meno rispetto a ciò che essa contiene realmente. La stessa impressione di vedere meno rispetto a ciò che contengono, si ha di fronte ai lavori di Ceal Floyer e ciò è dimostrato dal fatto che, nonostante l’estetica secca ed elegante da cui queste opere sono limitate, quando si prova a schiuderle attraverso la descrizione verbale, per ogni idea che si riesce a bloccare sul foglio, molte altre sembrano sfuggire in tutte le direzioni. In barba al minimalismo retinico dentro al quale si manifesta il pensiero di Ceal, esso è eccessivo di quel genere di eccesso informato dall’ossessione analitica che conduce la logica dritta verso l’assurdità del paradosso, che, specifichiamolo, è ben altro rispetto al non senso. In “Hysteria” Ceal ha moltiplicato fino a trasformare in uno stormo impazzito che investe la propria stessa ragione d’essere (la causa con l’effetto), l’adesivo a sagoma d’uccello che si vede spesso nei luoghi pubblici per segnalare la presenza di vetri. Una volta Ceal ha raccontato una storia: “A woman walks into a bar, goes up to the barman, and asks him for a double entendre . So he gives her one”. Ceal si comporta con le parole nel medesimo modo in cui Duchamp si comportava con gli oggetti reali: le appende nello spazio metafisico dello studio.
A proposito del suo lavoro Ceal ha affermato: “It’s like mentionning the obvious but in a different tone of voice”. In questo senso il lavoro di Ceal è life-sized non tanto in rapporto alla scala, quanto per la suaessenza che potrebbe essere denominata come riscoperta dell’ordinario. Il linguaggio e la sua irriducibilità al visibile sono riflessioni centrali nel lavoro di Ceal, l’artista ha paragonato alla fatica di Sisifo il suo sforzo per riempire il vuoto lasciato dalla similitudine smarrita fra le parole e le cose. Ceal tende a forzare le sbarre del linguaggio intese come il limite del nostro pensiero a pensare le cose, svelando un mondo inatteso di vedere quelle stesse cose, del tutto indifferente al luogo comune. Si potrebbe anche dire che Ceal si spinge nel non-luogo del linguaggio per risvegliare alla materialità le parole addormentate sulla loro natura di segni. Gli oggetti, ready-made, che manipola Ceal, non è un caso, sono vicini all’idea che la filosofia ci ha consegnato degli universali, pensiamo al secchio di “Bucket”, all’interruttore di “Light Switch” o alla lampadina di “Light Bulb”. Il problema degli universali è quello di conferire agli oggetti reali un’essenza ontologica. Come ci ha insegnato Wittgenstein noi impariamo le parole in certi contesti, poi, a poco a poco riusciamo a capire quando esse possono essere usate adeguatamente in altri contesti e proiettate in contesti ulteriori utilizzando quelli che sono i significati secondari o figurati. Afferrare un universale, imparare una parola, non è semplicemente imparare un suono o un segno, ma apprendere che esso si accompagna a un oggetto o meglio nomina o indica il complesso dei caratteri comuni a tutti gli oggetti compresi nell’estensione di un oggetto. Quando si afferma che conoscere non è né vedere, né dimostrare, ma interpretare ci si rifà a questa capacità di proiezione in differenti contesti, tanto quanto il linguaggio può essere elastico e tollerante, vale a dire che l’oggetto, l’attività o l’evento deve comunque indurre o quantomeno permettere la
proiezione. La struttura del linguaggio è resa così elastica dalla pratica di Ceal da trasformarsi in quel criterio di permanenza e variazione, simultaneità e mutazione che conduce alla consapevolezza di estrarre l’ordine dall’ordinario, l’assoluto dal relativo, l’universale dal particolare. Per la sua seconda personale da Pinksummer Ceal Floyer presenterà un’installazione sonora costruita sulle interpretazioni disponibili sul mercato della “Goldberg Variation” di Bach. La “Goldberg Variation” muove da un’arietta popolare che Bach ha declinato, in 77 minuti suonati al clavicembalo, fino a toccare le forme più astratte, concettuali e raffinate. Bach affermava di comporre musica per la gloria di dio, sottendendo di trovare il divino anche nelle cose più semplici e ordinarie. Il secondo lavoro che verrà presentato da Pinksummer è “Helix”.
Helix è un cerchiografo, una sagoma di celluloide con intagliati cerchi di diametro differenti: grandi, medi, piccoli e piccolissimi. Per ogni cerchio vuoto della struttura Ceal ha trovato un oggetto comune, come una scatola di smarties, un gettone telefonico, una penna, perfettamente compatibile al diametro.

Ceal Floyer

pinksummer-ceal-floyer-invitation-card-2005

Alla fine di una cena stavamo mangiando un ananas fresco, quando un amico con l’aria di pronunciare una piccola, semplice verità, disse che mangiare l’ananas è qualcosa che dà l’impressione di fare bene. Di fatto l’ananas si lascia gustare senza trasmettere complessi di colpa: ha una bella forma, il suo giallo succoso è esteticamente gradevole, è buono, dà una sensazione di freschezza e dicono anche che sia detossinante.
Il paragone può sembrare azzardato se non proprio delirante, ma contemplare il lavoro di Ceal Floyer trasmette la medesima sensazione di fare bene: le sue opere oltre a essere compiute e perfette come un sillogismo, producono in chi guarda una riflessione che può essere assimilata a una sorta di ginnastica passiva per il cervello.
Floyer fruga nella densità dell’ovvio, lo sciacqua di ogni sorta di particolarismo, riducendolo all’essenziale, all’idea o universale, e poi raggomitolando il filo raffinato della logica classica, come in un processo inverso, ri-nomina quell’ovvio, lo ri-definisce svelando le latitudini e longitudini infinite del pensiero, la sua fenomenologia indefinita e ermeneutica e anche il suo lato perverso e finzionale. Non è più il linguaggio che rappresenta la realtà, ma la realtà si purifica prestandosi a diventare immagine del linguaggio. La relazione tra segno e significato, talvolta si fa così intima, che il senso vive nel suo referente. Altre volte Floyer noncurante delle convenzioni desemanticizza i segni reiterandoli per cavarne un’insospettabile vena estetica e decorativa, spesso flirta con i doppi sensi. Comunque ogni opera ha un senso se non un eccesso di senso.
Questa sorta di coincidenza o assoluta non coincidenza fa si che i lavori di Floyer mostrino, sotto il velo sottile dell’ironia, un corpo liscio, bellissimo: sono opere che si lasciano descrivere, ma le interpretazioni vi scivolano sopra. Non ci sono pieghe dove i parassiti si possano annidare. A volte fanno sorridere, ma non si tratta del gioco delle tre carte, non è neppure magia a meno che non si ritenga magica l’intelligenza, perché è di questa che stiamo parlando. Non c’è come fissare l’ovvio, girarci intorno, dargli una nuova identità muovendo dalla sua essenza, o da quella che per convenzione gli è stata affibbiata, che aiuta a uscire dalla droga della consuetudine; la consuetudine che con la sue rassicurazioni fasulle, senza proteggerci dai colpi del fato e anzi rendendoci ancora più inermi e vulnerabili, paralizza il pensiero.
Se il nostro pensiero fosse più atletico forse l’isola dei famosi sprofonderebbe insieme ai famosi e se anche il buon governo dovesse rimanere utopia, almeno si potrebbe ambire al governo buono. Che non si dica poi che l’arte, ogni forma d’arte, sia astratta e elucubrativa, perché l’astratto, se non proprio l’assurdo dimorano altrove, spesso in quella che definiamo a sproposito la normalità.
Ceal Floyer alla sua terza personale da Pinksummer presenterà due opere nuove, altresono disponibili su richiesta.

Italo Zuffi – Zuffi, Italo

pinksummer-italo-zuffi-per-bonani-invitation-card

Comunicato stampa in forma di conversazione tra Italo Zuffi, Luca Trevisani e pinksummer

Luca Trevisani: Italo, la tua mi sembra una mostra sull’ascolto, sull’audience. Sull’audience e sul teatro delle parti che innesca lo/uno sguardo altrui, quando si pone su un artista e il suo lavoro.

Italo Zuffi: La mostra dovrebbe contenere entrambi gli elementi di ascolto e audience. Una performance di gruppo strutturata in funzione della parola, di un paio di frasi lanciate fuori nei momenti finali dell’azione: qui, il pubblico convenuto in galleria potrà partecipare in maniera simile a quello che, ad esempio, determina le percentuali di gradimento dei programmi televisivi (dati inviati a centri di raccolta fisicamente distanti). In un altro lavoro, che consiste nella traccia audio dell’inaugurazione di una recente mostra di Eva Marisaldi, il pubblico potrà invece predisporsi a un ascolto per immersione, sovrapporsi alla presenza e ai comportamenti di un altro pubblico.

L.T: Ieri in treno ho letto due frasi, in due diversi libri, queste:

“L’artista deve essere isolato, poiché solo così può responsabilizzare al massimo il proprio gesto, senza andarsi a cercare un appoggio collettivo.”

“Esisteva là fuori una ‘realtà di fatto.’ Lo stato dell’universo si modifica – si chiese una volta – se un topo lo osserva?”

A me viene a mente la vecchia storia dell’albero che cade in una foresta, senza che nessuno registri qualcosa… e che quindi, in buona sostanza, forse non è caduto affatto…

I.Z: La registrazione di un evento, persino nelle sue forme più algide e distaccate, in potenza è sempre ambivalente, potendo ripristinare un’immagine unitaria e veritiera, oppure generarne una manipolata. Il grado di auto-responsabilità messo in atto dall’artista è anch’esso in rapporto a queste due opzioni. Rispetto alla questione dell’isolamento, certamente anche ciò che rimane isolato è soggetto a forme di registrazione, magari solo più circoscritte o meno sistematiche. Io credo che l’isolarsi, il ‘tirarsi fuori’, sia utile soprattutto a mantenere autonomia e propositività. Non ‘isolamento’ nel senso di ritiro nel deserto – non lo immagino come un gesto dettato da vanità, ma come un semplice esercizio tramite cui controllare cosa lasciare fuori e cosa invece portare dentro.

L.T: Italo Zuffi per il pubblico italiano e Italo Zuffi tradotto in inglese sono la stessa cosa presentata in lingue diverse, o due diversi modi di porsi, due selezioni diverse per due sguardi differenti? O, meglio, l’artista italiano si deve tradurre per l’estero? E per tradurre intendo modularsi/modellarsi per uno sguardo lontano… se non lo fa rischia l’incomprensione?

I.Z: La traduzione viene di solito affrontata con lo spirito del “Che cosa andrà perduto?” Ma sottoporsi a alterazioni è inevitabile all’interno dell’attuale frenesia scambistica, della frequentazione di sempre nuove strutture linguistiche e comportamentali. Poco utile chiedersi se questo sia causa di un indebolimento rispetto alla versione ‘primigenia’. In ogni caso, sugli elementi da vestizione preparati per la performance a pinksummer compariranno entrambe le versioni: quella per il mercato italiano e quella che aspira all’orizzonte internazionale. Riguardo alla tua domanda: certo l’italiano è abile nel cogliere rapidamente l’ambiente circostante, ha in questo senso un colpo d’occhio fenomenale. A volte lo sfrutta per creare modalità camaleontiche, di presunto adattamento, ma poi noti che quella reazione è solo superficiale e temporanea. Tutto sommato, mi pare che siano pochi gli artisti italiani che hanno acconsentito a tradurre in modo permanente la propria pratica per accasarsi definitivamente altrove. Penso comunque che gli sguardi e gli effetti più intensi si producano proprio davanti a forme non del tutto traducibili/trasmissibili.

P: Luca ci fa saltare in mente la pasta Barilla che si trova all’estero nei supermercati, uguale, ma diversa. Modularsi per lo sguardo lontano è possibile? Cosa intendi? Una recente mostra di arte italiana all’estero s’intitolava “Sindrome Italiana”. Sindrome è un termine introdotto da Ippocrate per indicare un complesso di sintomi ciascuno dei quali non esprime un particolare significato ma, unitamente agli altri, rinvia a un quadro clinico riconoscibile. La mostra includeva una quarantina di artisti italiani nati tra i ’70 e gli ’80, ma lo scopo era focalizzare sull’anomalia della modalità italiana rispetto all’arte contemporanea, incentrata esclusivamente sull’iniziativa individuale e sull’incapacità/ impossibilità di creare un sistema o, meglio, sulla nostra fantasia di rendere sistemica tale impossibilità. Ci ha angosciato un poco che l’internazionalizzazione dell’arte italiana assumesse tali connotati. In modo diverso, ma similare, ci ha sorpreso che Sofia Coppola in “Somewhere” riconoscesse al sistema televisivo italiano la capacità di essersi imposto a livello internazionale come portatore di assenza rispetto a qualsivoglia valore che non sia un culo o una tetta.

L.T: Il paragone con la pasta è efficace. La dieta mediterranea è conosciuta e apprezzata, oltre che per il suo valore intrinseco, per la “narrazione” di cui è stata oggetto, che l’ha resa richiesta, famosa, apprezzata… L’artista italiano non ha nulla da invidiare all’artista di un altro paese, la qualità non manca e non è mai mancata, questa che io chiamo narrazione, perché non trovo un altro modo, quella sì. L’arte italiana non è più complicata, debole, autoriflessiva o inutile di quella che nasce e si sviluppa altrove, ne manca di specificità. Manca la capacità di raccontare… L’italiano esportato recentemente ha saputo trasformare lo stereotipo della furbizia in un logo, oppure racconta ancora la storia del meridione del grand tour… e degli spaghetti mangiati con le mani. Sembra che solo così si ottenga l’attenzione dei più, e non con le forme non del tutto traducibili/trasmissibili di cui parla Italo…

P: Certo che intitolando la mostra Zuffi, Italo siamo oltre rispetto all’idea di sindrome italiana, denunci una vera e propria patologia.

L.T: Italo, hai diviso il tuo lavoro in tre aree di interesse: architettura, competizione, tremolio.
Pensando a questa mostra, ma più in generale, mi viene da dire che tutto sia riconducibile alla competizione, intesa come un possibile rapporto col mondo: così l’architettura è la cosa che gestisce il confine tra il dentro e il fuori, e il tremolio la visualizzazione delle tensioni che intercorrono tra il dentro e il fuori… Ricordo osservatori astronomici ciechi che non osservano, camminate che circoscrivono perimetri liquidi, nomi di artisti messi a rivaleggiare come in un gioco della torre… la mia non è un’interpretazione, è una provocazione… è un pungolo… come rispondi?

I.Z: Mi piace la lettura che dai delle tre ‘categorie’, coglie nel segno: architettura come bordo, come limite spaziale, e tremolio come episodio legato alle attività (spesso competitive) che avvengono attorno a quel bordo. Ho voluto suddividere ‘somaticamente’ i miei lavori: in realtà, la loro collocazione in quelle aree non li sottrae dall’appartenere a un unico luogo/orizzonte. E pur non esercitando un’imposizione a favore di una particolare direzione, il ruolo giocato dalla ‘competizione’ si è via via irrobustito. Posso interpretare questa tendenza (sia analizzando il mio caso singolo, sia allargando l’inquadratura su una scena più ampia – il risultato non cambia) come il frutto di una presa di posizione piuttosto esplicita dell’artista, che ricorre a forme reattive in risposta a qualcosa che impediva/impedisce un pieno dominio sul proprio fare.

L.T: Da quello che dici sembra che la categoria “competizione” ti aiuti nel trovare un rapporto con l’esterno, con quello che avviene nel mondo. Appare parente di una delle mille strategie adoperate dall’artista per capire cosa fa, e quindi chi è, nel confronto: c’è l’artista che fa il curatore, quello che scrive articoli, l’insegnante, il pedagogo… tutte attività di certo non nuove, ma che negli ultimi anni sembrano necessarie all’artista per completarsi, per vedersi da fuori… per vedere che posizione ricopre nel mondo, e da lì ripartire. Mi sembra che la tua figura della competizione sia anche questo, un’occasione per creare e/o misurare iterazioni, per capire chi e dove si è, insomma: è uno specchio.

I.Z: Il termine ‘competizione’ lo intendo soprattutto in relazione a domande specifiche che l’artista si pone, del tipo “Di cosa mi sto occupando ora? Che cosa sto inventando ora? Quale è il rapporto tra libertà e verità nella mia pratica?”. In generale, quello che mi piace osservare negli artisti è la ricerca di un chiarimento rispetto alla propria posizione/ruolo. Allo stesso tempo, sono convinto che l’aumento di formulazioni più ‘rigide’ nei nostri lavori (in alternativa o in accompagnamento rispetto alla ‘normale’ pratica da studio), derivi essenzialmente dalla dichiarazione di una debolezza. La performance che rappresenterò a Genova tenterà, in questo senso, di generare un’immagine che rimandi a ambienti in cui vigono gerarchie, ma nei quali è pressoché assente un racconto credibile sul nostro lavoro. Quest’ultimo aspetto è però parte di un’incapacità condivisa: sia gli artisti che i loro interlocutori non hanno saputo stabilire chiaramente i contorni e i criteri di quel racconto. Entrambi ci siamo persi tra la barbarie di ordini dati, ordini ricevuti, ordini assecondati.

P: A proposito di racconto, di narrazione mancante o mancata, intendete la cronaca o la Storia? Rispetto all’arte italiana attuale pare che la cronaca, fitta, fitta, non riesca a fissare il divenire nella storia. Francesco Bonami sul catalogo di Italics afferma che rispetto ai vuoti e alle omissioni di Giulio Carlo Argan, l’Italia è stata vittima del suo rigore critico. Ma scegliere e discernere per la Storia non significa prendersi la responsabilità anche di omettere con un pensiero autorevole più che autoritario? La “modernità debole e diffusa” dell’attuale pratica curatoriale non è allo stesso modo autoritaria e meno responsabile rispetto al futuro? Parlaci della tua mostra, muove da una storia personale, contingente, sia rispetto all’uno che all’altro progetto che presenterai, e tuttavia sembra rimandare a qualcosa di assai meno intimo e relativo.

I.Z: La mostra vorrebbe presentarsi come un’istantanea della mia pratica attuale, spezzata in due tra sottolineature dell’esserci e lo sviluppo di un pensiero sconnesso da ogni dinamica di branco. Vi riferite a Bonami e per me va bene, poiché il nome di Bonami comparirà materialmente in mostra come memoria/traccia di un incontro, anche se l’oggetto ultimo della mia riflessione non è certo lui: la sua presenza è solo allegoria di qualcosa di insanabile che ha condizionato, in questi anni, sia i selezionati che gli esclusi: poiché mentre i primi beneficiavano del clima allegro di qualche parata, gli altri comunque non hanno saputo progettarsi alcuna valida alternativa. L’incapacità di ricorrere a forme collaborative, che ci caratterizza, ha poi fatto il resto. La scena, nel frattempo, diventava sempre più internazionale – ‘internazionale’ non nel senso di compromessa, ma in quello, letterale, di ‘aperta sul mondo’, con le forme irruente delle sue macro-spinte. La questione diviene allora: l’artista italiano, dopo aver interpretato il narratore di una certa idea di ruralità nel suo passaggio verso l’industriale, in cosa potrebbe ora re-inventarsi?

P: Ci piacerebbe che l’intervista finisse con la domanda di Italo aperta, anche se ci verrebbe da consolarvi/ci con le parole di Beckett “Prova ancora. Fallisci ancora, fallisci meglio” (e rispetto alla ruralità ti riferisci all’Arte Povera? Germano Celant non si è mai scusato per le omissioni e i vuoti. Nemmeno Achille Bonito Oliva lo ha fatto. Non avrebbe avuto senso. Eppure, loro non sono storici dell’arte, ma meno che mai sono curatori. Critici, per esclusione: lo storico lavora su quello che esiste e crea una narrazione, il curatore manca di capacità di sintesi, è induttivo, non deduttivo. Rispetto a queste tre figure, il curatore, figura più recente, ‘usa’ gli artisti per informare il suo proprio pensiero, perciò Italo Zuffi diventa Zuffi, Italo) ma lasciamo stare, sistemiamo quello che c’è. Chissà se questi tuoi due progetti che rimandano ad altre gallerie italiane, a altri artisti italiani: Eva Marisaldi e Luca Trevisani per il progetto di comunicato, non siano una metafora del sistema italiano del tanto rumore per nulla all’interno di una famiglia, della Famiglia – forse.

L.T: L’artista italiano, Italo, deve reinventarsi o riscoprirsi? O soltanto essere sicuro di sé? Mi chiedo perché gli assi, i pezzi da novanta, che hanno evitato di cantare la ruralità, facendo ben altro, non li abbiamo saputi apprezzare e esportare… Nelle oscillazioni del gusto vengono sempre prima gli ambienti di Oiticica & friends e solo dopo il gruppo T, prima Eliasson e poi Colombo, prima Posenenske e poi Lo Savio… La leggenda (vera o meno che sia) di Michelangelo Pistoletto che non cede alle lusinghe americane, non vende l’anima al diavolo e rifiuta di diventare un artista pop con green card, a cose fatte, 30 anni dopo, ci insegna qualcosa? E cosa? Uno storico, bellissimo lavoro di Ed Ruscha recita “Hollywood is a verb”. Un verbo, uno stato mentale, un miraggio. Non un luogo, perché non si guarda Hollywood con gli occhi, non la si abita col corpo, ma con il desiderio, o con l’invidia. Ecco, se Hollywood è un verbo, anche l’Italia lo è; dobbiamo smettere di far finta di non saperlo. Ma che verbo è l’Italia?

I.Z: La linea che va dal rurale all’industriale io la percepisco però come un’unica progressione, in cui spaesamento e ottimismo smodato sono legati tra loro. Credo quindi ci sarà un riconoscimento per tutti coloro che hanno saputo rappresentare quella trasformazione da uno e dall’altro dei suoi estremi. Ma a questo punto possiamo davvero chiudere, e vorrei farlo citando un passaggio dall’intervista alla Marisaldi che accompagna la sua ultima personale a Milano (alla galleria Rusconi, e mostra da cui proviene anche l’audio dell’inaugurazione che amplificherò a Genova): “Dimensioni sotterranee della realtà. Disagio aspro nel connazionale”. Un disagio la cui origine non è detta chiaramente, e che allora mi sento libero di leggere in almeno due modi: la non-adesione a una scena sociale e politica desolante; oppure la non-adesione a una scena artistica che, in sostanza, non sembra adoperarsi per il concetto di ospitalità – senza il quale, come si potrebbe mai dar corpo a quel miraggio, quella condizione desiderata di cui parli? Il collante, anche in ambito famigliare, rimane dunque il paradosso.

Luca Vitone – Il volo del grifo

pinksummer-luca-vitone-il-volo-del-grifo-invitation-card

Federico Rahola è nato a Genova nel 1966, insegna Sociologia dei Processi Culturali all’Università di Genova. Questa conversazione tra Federico Rahola e Luca Vitone per il comunicato stampa della personale di Vitone è stata chiesta da pinksummer. L’amicizia che li unisce, alcune esperienze giovanili comuni e altre individuali del loro percorso, ci sembravano utili a eludere l’ambito meramente estetico. Rimanendo tuttavia in ambito culturale, dal discorso tra Vitone e Rahola emerge l’inadeguatezza o addirittura l’assenza di una politica culturale rispetto a Genova. O meglio, aggiungiamo noi di pinksummer, ci sembra che qui, sempre più, la politica, abbia smesso di svolgere il suo compito precipuo, vale a dire indicare le linee guida, finendo per corrodere l’autonomia dei curatori o direttori di museo. Gli esiti di “centripicità” non sono propriamente felici. Crediamo che produrre cultura non sia solo ospitare eventi o cicli di conferenze. Significa trasparenza rispetto alla suddivisione del budget e agli intenti, significa dare la possibilità ai curatori di costruire un programma. Auspichiamo tra l’altro, che quando Sandra Solimano terminerà il suo mandato, il prossimo direttore di Villa Croce Museo Comunale di Arte Contemporanea di Genova possa uscire da un concorso non rivolto esclusivamente ai funzionari interni al Comune di Genova e abbia un contratto rinnovabile, ma a termine. Molti giovani curatori italiani, sono costretti a andare a lavorare all’estero. Si tratta di professionisti informati che riescono a uscire dall’invisibilità senza la dotazione di budget irragionevoli.

Conversazione Tra Luca Vitone E Federico Rahola
Federico Rahola: Credo che la principale differenza tra noi due, rispetto a Genova, sia che io la geografia la subisco, tu invece la scegli. Per quanto mi riguarda tornare a Genova non è stata una vera e propria scelta, ma la conseguenza di un concorso e una casa libera. Non pensavo di tornare.

Luca Vitone: Sei contento di questa decisione? Quanto sei stato fuori?

F.R: Più o meno dieci anni.

L.V: Personalmente ho delle remore a tornare, non avendo mai ricevuto un invito da un’istituzione genovese che mi obbligasse a valutare un ritorno, non ho mai pensato di ritrasferirmi in città. L’idea mi appare come l’interruzione di un cammino. Tornare a Genova, lasciata nell’84, da una parte mi sembra un tornare a certe sicurezze infantili, lo recepisco come un guardarsi alle spalle, un’idea melanconica di abbandono di un percorso di ricerca. Tutto sommato l’occasione di pensare a una personale a Genova dopo vent’anni e presentare un lavoro che avevo in mente da tempo è di fatto la sublimazione di un ritorno. Il progetto è un ritratto della città che, nonostante il desiderio di lontananza, esercita su di me una grande attrazione. Per anni sono venuto a Genova solo saltuariamente e sempre per brevissimi soggiorni. Con l’occasione della mostra Stundàiu, nel 2000, a Palazzo delle Esposizioni a Roma, ero tornato a Genova con l’intento di cercare, di riguardarla col tentativo di riappropriarmene. Tra i lavori in mostra c’era anche un itinerario che raggiungeva le dimore di illustri genovesi che nei secoli, pur senza dimenticarla, hanno lasciato la città per trasferirsi a Roma.

F.R: Credevo che Stundàiu fosse un altro tipo di lavoro, una sovrapposizione di mappature, pensavo ad una proiezione di nomi e vie genovesi sulla mappa di Roma, tipo Canneto sopra Via Margutta e viceversa.

L.V: Avevo intenzione di fare un lavoro su un luogo, uno qualsiasi, per mostrare i suoi aspetti caratteriali ma alla fine scelsi Genova perché conoscendola a sufficienza mi sentivo più libero di restituirne le peculiarità e i luoghi comuni, come la tirchieria o, se si vuole, la parsimonia, la gloria passata, le vie strette, le creuze e la musica. Una musica polifonica a cappella per cinque voci che si chiama trallalero. Era il Duemila, da dieci anni non passavo più di due o tre giorni di seguito in città. Non c’era ancora Leo, mio figlio. Per quell’occasione passai a Genova alcune settimane, volevo rivederla e capire quali immagini estrarne per quel progetto espositivo. Stundàiu è un termine genovese che ho trovato in un’intervista a Montale, una parola che condensa in sé le diverse sfumature di quella che si potrebbe definire l’attitudine del genovese: una costante insicurezza che lo induce a diventare presuntuoso nei confronti del mondo e che si trasforma in frustrazione in quanto l’altro non se ne accorge, non lo sa. Questa presunzione è una sorta di illusione interna che origina il brontolio, il mugugno (“L’atteggiamento tipico di orgoglio e timidezza misto a diffidenza. La pratica quotidiana del mugugno, un certo complesso di inferiorità nei confronti dell’altro, bilanciato dal senso di superiorità di ordine morale”). Genova è lenta come dice Piovene. Nei confronti del contemporaneo, del nuovo, del futuro. È dubbiosa, d’altra parte il futuro in sé non può rappresentare una sicurezza. Sono tutti luoghi comuni che riflettono Genova nell’immaginario collettivo. Villa Croce è un museo dall’86, ma non se ne conosce effettivamente l’esistenza se non si hanno rapporti con la città; la Gamec di Bergamo ha molta più visibilità, eppure Bergamo è una città assai più piccola di Genova e con una storia culturale e economica meno influente. La lentezza in questo senso diventa invisibilità.

F.R: Genova è un esempio di enclave: da fuori la si pensa molto più piccola e quando dici quanti abitanti ha, la gente non ci crede, è percepita grande come Perugia e sicuramente più piccola di Bologna. Da dentro ovviamente non è così. Ma è una città proiettata sul passato prossimo, un passato che sembra sempre più vivo del presente, eppure negli anni ’80 era dura, l’industria smantellata, l’eroina. Dagli anni ’90 sono cambiate molte cose. Ora viene percepita come una città bella e anacronistica: “adoro Genova, l’ho vista di sfuggita prendendo il traghetto”. C’è stato il film di Winterbottom in cui sembrava di stare a Marrakech. Nel 2010 Genova è una scoperta: 500 anni dopo Colombo, Genova diventa una città esotica, da scoprire.

L.V: Genova ha avuto momenti topici senza formare mai un sistema, gli eventi rimangono scollegati tra loro come isole, è una città fortemente individualista, oligarchica: costituita da famiglie potenti che non hanno mai voluto creare un luogo comune che rappresentasse la città. C’è Palazzo Ducale, ma non si è mai voluto che rappresentasse realmente la città. Anche oggi, come centro culturale, non si ha l’impressione che segua un programma.

F.R: E’ solo questo che manca a Genova?

L.V: Io vedo questo perché è il mio ambito.

F.R: Ci sono cose che accadono, la città è relativamente vitale.

L.V: Per tornare a Bergamo, Cresci rilanciò l’Accademia di Belle arti con Vettese, Di Pietrantonio, Arienti, Piccolo, Daneri, Pioselli, Cavenago, Paci tra gli altri, anche in questo ambito Genova langue per fortuna da qualche anno c’è Cesare (Viel), Fiorato, Benvenuto. Le accademie sono una buona spia della dinamicità di una città. Non a caso, alcuni giovani artisti formatisi a Bergamo cominciano a farsi conoscere, sto pensando a Giovanni Oberti, Meris Angioletti, Luca Resta.

F.R: Pensavo a com’era la città alla fine degli anni Ottanta. Ci sono stati momenti di cui tu ed io abbiamo vissuto gli ultimi rivoli, non la fase montante. Ricordo il centro sociale Officina e gli amici con cui lo frequentavamo, che da lì a qualche anno avrebbero lasciato la città. Una diaspora. Però accanto a questa forza centrifuga, Genova ha una storia centripeta: conta quello che succede dentro e non fuori.

L.V: Rispetto all’individualismo si potrebbe anche ipotizzare che Genova sia un modello ante litteram. Non è stato creato un luogo civico rappresentativo, salvo l’eccezione di quello religioso preesistente. Al contrario a Milano, dove il luogo pubblico un tempo aveva una funzione importante, oggi ognuno si limita a pensare al proprio interesse, i progetti rispetto allo spazio pubblico decadono sistematicamente nel rimandarne continuamente l’apertura: il Museo della Moda, il Museo del Design, il Museo del Presente, il Museo del Novecento. Il tutto si traduce in un estremo ritardo rispetto all’Europa e l’immagine della città viene costantemente ridimensionata. Genova in questo senso è un modello inconsapevole che ha insegnato come non condurre una città. Quel guardarsi tra le proprie mura che provoca l’invisibilità. A Milano si parla di progetti che poi decadono, a Genova non si parla affatto di progetti.

F.R: E’ questa invisibilità che la rende un luogo esotico, perlomeno nel nord d’Italia. Ma se Palermo è sovraesposta, l’esotismo di Genova dipende dal fatto che è sconosciuta. Poi Genova è esotica anche perché ha una forte presenza migrante in centro, nel centro storico, mentre a Milano come in altre città, gli immigrati sono sbattuti in periferia. Il centro storico di Genova ha poco a che fare con le altre città del nord, a parte Torino forse, la gente che lo abita non è quella che penseresti di trovare. Winterbottom, con un occhio molto da fuori, la vede come una città del Maghreb.

L.V: Negli anni ’70, nell’immaginario cinematografico e televisivo, il centro storico di Genova era un luogo torbido, dedito all’illegalità. Ricordo un film di Zinnemann (“Il giorno dello sciacallo”) in cui un sicario che doveva attentare alla vita di Charles de Gaulle arriva a Genova e compra documenti falsi e un’arma di contrabbando in Sotto Ripa. L’angiporto è per sua natura un ambiente borderline, colluso.

F.R: Un’altra caratteristica dei genovesi è l’ipersensibilità geografica nei confronti della città, un’attenzione ossessiva ad ogni più insignificante cambiamento. I genovesi non ammettono un’immagine che non sia iconograficamente corretta. Milano ad esempio è abitata da ottocentomila persone, ma si fonda principalmente su chi pendola, la maggioranza della popolazione è diurna, e purtroppo invece comanda solo quella che vi risiede. E comunque è una città iconoclasta. Qui se il Carlo Felice cambia tipo di grigio, i genovesi s’incatenano.
Fino agli anni ’50, anche Milano aveva una presenza popolare molto forte in centro, a Brera e ai Navigli, poi con l’ondata di speculazione, queste zone sono state progressivamente bonificate dalla presenza proletaria. Negli anni ’80 anche a Genova si parlava di riprogettare il centro storico, ma fortunatamente il progetto si è scontrato con dei limiti strutturali: molte case sono buie ai piani bassi e quindi non appetibili, questo genera la possibilità di vivere in centro con prezzi da equo canone. Il centro storico di Genova ha delle condizioni così particolari che gli permettono di continuare ad essere abitato da under class e difficilmente potrà essere museificato. Prendi Via Prè, benché vi abbiano investito, non riuscirà mai a diventare Boccadasse, e allora si sono inventati la città galleggiante, tutta finta, davanti a quella vera. Poi dato che il centro storico è molto esteso, se un luogo si rivaluta, un altro si squalifica, come sta accadendo in Via della Maddalena. È un po’ come nella foresta amazzonica: ti fai largo col machete, e la natura ricresce dietro di te non appena sei passato. La storia del posto ha il sopravvento su qualsiasi razionalità speculativa.
Passiamo ora al tuo lavoro su Genova.

L.V: Come dicevo prima si tratta di un ritratto della città, un video. Un’immagine aerea che parte da ponente e arriva a levante. La visione del tessuto urbano osservato dal mare, una lunga visione, che risulta interminabile, che parte da Voltri per arrivare oltre Nervi. Una città adagiata sul mare. Due linee dell’orizzonte parallele: il confine tra il mare e le case, sotto e la linea che separa le montagne alle loro spalle e che non permettono l’espansione urbanistica, e il cielo, sopra. Un percorso sul mare, per più di 20 km, un montaggio orizzontale che ripercorre la struttura della città. Poi ci si alza sulle montagne, a destra del Monte Fasce, ci si addentra in un ambiente brullo, disabitato, quasi selvaggio, per lo più senza alberi, prevalentemente roccioso con estesi manti erbosi. Un luogo remoto appena alle spalle della città. Lì un pifferaio è intento a suonare, suona con il piffero ligure un brano struggente della tradizione popolare, una poesia rivolta alla città, a qualcosa che non esiste più o che non si riconosce, qualcosa di imprendibile. Il video ha una durata di 5 minuti e 27 secondi. Due sono i sonori: l’elicottero e il piffero. E’ struggente come l’idea di pittoresco, fa parte di una memoria costruita che non c’è più, ma che vorremmo rivivere. È un tornare nei luoghi di un’infanzia idealizzata.

F.R: Idealizzata, ma non nel senso di pittoresca: il pittoresco è andare in Provenza cercando il paesaggio dei quadri di Cézanne, è quando l’immagine di una cosa ha il sopravvento sulla cosa stessa.

L.V: E’ vedere i luoghi come ce li siamo immaginati.

F.R: Depositi sul luogo la tua idea del luogo. Saudade, si dice a Rio de Janeiro.

L.V: Il video si apre con il suono dell’elicottero che in seguito viene sostituito in dissolvenza con il suono del piffero, la vibrazione delle pale si perde sui profili montuosi dell’entroterra e torna sul finire per continuare quando l’immagine si annerisce. Penso a questo lavoro da molto tempo, una decina di anni, inizialmente volevo usare uno scioglilingua come dedica alla città. Il piffero è arrivato dopo, quando si pensava, insieme a voi (Pinksummer e Anna Daneri), al progetto che avrei desiderato realizzare ai Giardini di Plastica, è da lì che ho rimaneggiato l’idea. Con gli anni il lavoro si è trasformato: come dicevo prima, all’inizio non c’era un piffero, ma una voce umana, uno scioglilingua. Mi viene da pensare alla mostra alla Pinta (Genova, 1988), fu la mia prima vera personale in una galleria, era pervasa da un bisogno di iconoclastia nei confronti dei luoghi. Ha rappresentato la mia prima riflessione su cosa siano i luoghi che viviamo, l’assenza di radici; le fotocopie che utilizzai in quella mostra sottolineavano la spersonalizzazione del luogo. Avevo bisogno di fare tabula rasa, anche linguistica, rispetto all’emozione colorata degli anni ’80. Negli anni ’90 si guardava al Minimalismo per allontanare Salvo, Ontani, Cucchi, per arginare la loro ondata di colore. Ma la mia è stata anche una generazione fragile. Allora c’erano poche opportunità, le mostre di allora, per la loro organizzazione, oggi ci sembrano antiche, non c’erano premi, borse di studio o produzioni. La prima mostra istituzionale della nostra generazione si tenne a Prato nel ’91, curata da Grazioli, con Martegani, Moro, Arienti, Catelani, De Lorenzo. Poi nel ’94 ci fu quella di Rivoli curata da Pasini e Verzotti e tra gli altri c’erano Moro, Arienti, Beecroft, Cattelan, Airò, Viel . Allora non c’era lo stesso rapporto di continuità generazionale, non c’era la continuità che ci può essere oggi tra me e Luca Trevisani, ci conosciamo e ci stimiamo reciprocamente.

F.R: Questo forse dipende dallo schiacciamento generazionale, una sorta di compressione che investe anche altri ambiti sociali, penso alla distanza diminuita tra genitori e figli.

L.V: Forse. Dipende, credo, soprattutto dal fatto che la nostra generazione ha iniziato a insegnare. Allora gran parte dei docenti, quelli che sono stati i nostri professori, erano soltanto insegnanti e non artisti presenti sulla scena. Le generazioni di Cucchi, Kounellis, Ontani, Clemente, Anselmo, non ha insegnato nelle accademie, e quando l’ha fatto, mai in Italia. Solo Fabro a Milano. Per motivi burocratici e di una malsana gestione della didattica, le accademie hanno creato un vuoto negli anni Ottanta. Nel decennio successivo, da Garutti in poi, molti artisti professionalmente visibili hanno iniziato a insegnare. All’estero questo ruolo didattico degli artisti, nelle scuole più importanti, non si è mai interrotto e ha promosso generazioni di artisti..
Noi siamo una generazione di autodidatti. Abbiamo imparato sul campo come si deve allestire una mostra, come si presenta un lavoro a un gallerista o a un curatore. Come pensare un catalogo, si vedano le pubblicazioni uscite in quel periodo per farsene un’idea. In Italia, fino agli anni ’70, c’era un numero di istituzioni che funzionavano e avevano relazioni a livello europeo, sto pensando a Palma Bucarelli a Roma, alla GAM di Bologna: istituzioni dalla conduzione non tanto diversa da quelle presenti in altre realtà europee; poi c’è stato un collasso istituzionale. Con la nascita del Beaubourg cambiano le cose e noi abbiamo perso tempo. Soltanto negli ultimi 15 anni la situazione è migliorata, penso a Torino come centro del contemporaneo e poi il MART, il MADRE, il Mambo, il MAXXI, Ratti, Spinola Banna… Ora noi insegniamo come si monta una mostra, come ci si rapporta con le gallerie, i curatori, la produzione del lavoro, la committenza e si parla di strategia, di sistema. Noi siamo cresciuti nell’idealismo, pensavamo che l’idea fosse sufficiente.

F.R: La vostra/nostra non è quasi identificabile come generazione, ma come piccole realtà che sono emerse; ora è in atto il tentativo di istituzionalizzarle.
Comunque volevo chiederti due cose sul video. La prima riguarda il pifferaio: cosa si porta via il pifferaio magico? E poi la carrellata è in orizzontale, per forza schiacciata in lunghezza, e quindi si tratta di una visione di Genova che è possibile solo da fuori, perché da dentro è impossibile. Genova la si vede per esteso solo dal mare, come se fosse impossibile costruire un racconto unitario da dentro e da ciò forse dipende la sua invisibilità.

L.V: Non ci avevo pensato, è vero… e tu che lettura dai a questo?

F.R: In primo luogo Genova è un’invenzione urbanistica del fascismo e poi esiste un forte narcisismo delle differenze, tipo che se sei di Sampierdarena dici vado a Genova e non vado in centro. Questa lunghezza è l’unica direzione che la città possiede, un budello di terra con due linee: l’Aurelia e la Circonvalazione, e quando sei dentro a quel budello non hai la percezione di una città così lunga. E’ un modo di vedere la città cartografico, hai sempre dei punti a scartamento ridotto.

L.V: Una rappresentazione cartografica che è difficile riconoscere quando la guardi dal mare. Mi viene da dire che questo lavoro riconduce inconsapevolmente alla prima mostra alla Pinta, in cui presentai una planimetria in scala 1:1 della galleria stessa posizionata sul pavimento. Come dicevo prima, rappresentava il mancato rapporto tra noi e il luogo; la sua duplicazione ne sottolineava la perdita. In questo mio ultimo lavoro c’è forse il tentativo di restituire un’immagine della città, ma questo tentativo risulta fallito perché il luogo rimane irriconoscibile. Ritorno al punto di partenza. Genova si nasconde dietro a questo strumento musicale che c’è e non c’è, un piffero “magico”, oggetto archeologico introvabile di una cultura materiale in via d’estinzione. Non credo esista un museo che ne custodisca una copia. Il piffero ligure o delle 4 province, l’ho conosciuto tramite il Tralallero e in particolare Stefano Valla.

Luca Vitone – Per l’eternità

pinksummer-luca-vitone-per-l-eternita-invitation-card

La storica dell’arte Barbara Rose nell’articolo dedicato alla 55. Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia, tuttora in corso, pubblicata su “The Wall Street Journal” del 18 giugno, scrive a proposito del Padiglione Italiano: “Given that Italy is the host country of the Biennale, it is an insult to its artists that the management displaced them from their main pavilion in the giardini, crowding them into the most remote spaces at the end of the Arsenale to transform what was the Italian pavilion into the keynote curated international exhibition (…)”. (Considerando che l’Italia è il paese ospitante della Biennale, è un insulto ai suoi artisti che l’organizzazione li abbia spodestati dal loro padiglione principale ai giardini, stipandoli nel più remoto spazio alla fine dell’Arsenale per trasformare quello che è stato il padiglione italiano nella chiave di volta della curatela internazionale della mostra).
Con questa citazione, abbiamo inteso incominciare il comunicato stampa della seconda personale di Luca Vitone da pinksummer. Una mostra che si presenta con il medesimo titolo di Per l’Eternità, la scultura acromatica monolfattiva a base di rabarbaro, o meglio di rabarbari, realizzata in collaborazione con il maestro profumiere Maria Candida Gentile, che ha impregnato di sé l’aria del padiglione italiano della Biennale di Venezia, annunciandosi, talvolta, perfino all’esterno dei suoi perimetri.
L’odore, dinamico e ambivalente, inteso dall’artista come ritratto anamnesico dell’Eternit, il materiale edile, versatile e inodore, il cui nome è stato ispirato dal latino aeternitas, e che invece ha causato, attraverso l’inalazione delle sue particelle minerali fibrose, tanta e troppa morte, in Italia soprattutto a Casale Monferrato, dove lo stabilimento Eternit era ubicato. Da qui il titolo del progetto “Per l’Eternità”, e da qui l’idea di realizzare per Venezia una variante invisibile della sua riflessione sul monocromo incentrato sul concetto di anti-pigmento: le polveri inquinanti presenti nell’aria, che della pittura di Vitone sono nel contempo causa formale e materiale.
Il 3 giugno di quest’anno, qualche giorno dopo l’inaugurazione della Biennale di Venezia, la corte di appello di Torino, ha condannato a 18 anni di carcere, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, co-proprietario dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, insieme a Jean-Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne, deceduto qualche giorno prima della sentenza, il 21 maggio, nella sua villa in Belgio. Il processo ai proprietari di Eternit era stato istituito nel Palazzo di Giustizia di Torino nel 2009, in seguito a un’azione legale collettiva per aver causato la morte , per esposizione all’amianto, di circa 3000 persone, tra cittadini e lavoratori dello stabilimento.
L’approccio caleidoscopico di Vitone al fibrocemento del progetto Per l’Eternità da pinksummer si svilupperà in un video delicatissimo di voce e di paesaggio, in cui la violenza di un trauma collettivo si smaterializza anche nelle parole di una donna che accenna alla sua strana paura del vento. Il paesaggio immobile e orizzontale pare come un volto ritratto nella fissità di un pensiero, il fremito della vita al suo interno sembra mero accidente. L’altro oggetto primario della mostra di Genova è un monocromo che sussume, quasi in antitesi con la delicatezza del video, l’ingombro simbolicamente pesante di una memoria prematuramente archeologica, remotizzata , sterilizzata, e in qualche modo esteticizzata, dentro a un suo sigillo materico appropriato.
Abbiamo poi iniziato questo comunicato con la citazione di Barbara Rose su “The Wall Street Journal” per denunciare come la mancanza di lungimiranza dell’Italia contemporanea sia anche manifesta nello scadente sostegno che questo paese accorda ai suoi artisti . Un paese, l’Italia, di cui il microcosmo geografico esemplare delle nazioni all’interno della Biennale di Venezia, tra Giardini e Arsenale, restituisce con chiarezza la dimensione culturalmente e politicamente marginale. La Rose prosegue l’articolo affermando che la condizione di marginalità in cui sono stati presentati gli artisti italiani, ammassati sul confino del Giardino delle Vergini, è particolarmente sfortunata, considerando che, secondo il giudizio personale della critica, una delle migliori installazioni dell’intera Biennale è quella di Marco Tirelli.
A differenza dei paesi europei e extraeuropei che, da sempre, al proprio padiglione nazionale conferiscono un valore simbolico, metaforico e anche economico, non solo di investimento, ma anche di ritorno, l’Italia curatoriale tende a non ottimizzare le sempre più esigue risorse nel mare più (Beatrice, Sgarbi) o meno (Pietromarchi) magnum della collettivona.
Bartolomeo Pietromarchi, il curatore del padiglione italiano, per sopperire alla decurtazione dei fondi ministeriali per le arti visive alla Biennale di Venezia, si è inventato un crowdfunding. I nomi di tutti coloro che hanno sostenuto la mostra “Vice-Versa” nell’indistinzione del collettivismo, sono stati menzionati sul pannello all’ingresso del Padiglione e sul catalogo. Coloro che hanno sostenuto, e che qui ringraziamo ancora per l’aiuto prezioso, il progetto curatoriale di Pietromarchi, scegliendo di sostenere l’installazione ambientale di Luca Vitone, sono stati omessi dalla lista del crowdfunding, che peraltro comprendeva democraticamente anche i donnors da 5 euro, e emarginati nella sola didascalia dell’opera specifica. Precisione discriminante davvero poco comprensibile. L’invito poi al vernissage dell’intera Biennale di Venezia ai sostenitori del progetto di Luca Vitone al Padiglione italiano è arrivato, tranne per chi già lo riceveva da Fondazione Biennale, dal Padiglione latino americano, dove Luca Vitone è stato invitato a partecipare dai curatori, con un lavoro prodottogli. Rispetto alla posizione degli artisti sul piano curatoriale, riferendoci a Vitone che pinksummer rappresenta, ci viene da citare Renato Barilli su “L’Unità “: “Luigi Ghirri, accoppiato a Luca Vitone, non riesce a schiacciarlo, pur dall’alto della sua maestria di fotografo, in quanto interviene il criterio distintivo tra chi usa l’obiettivo fotografico allo stato puro, per trarne responsi di cronaca, e chi invece, Vitone, lo gestisce alla pari con altri strumenti concettuali. Vitone infatti potrebbe altrettanto bene valersi di cartoline illustrate, diagrammi, scritte sentenziose”.
Con il solito fatalismo italiano concludiamo affermando che avrebbe potuto andare peggio.
Si ringraziano i sostenitori del progetto di Luca Vitone “Per L’eternità” al Padiglione Italia della 55. Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia :
AGI Verona; Francesco Berti Riboli, Genova; Dena Foundation for Contemporary Art, Parigi; Fondazione Sambuca, Palermo; Andrea Fustinoni e Fabio D’Amato, Santa Margherita Ligure (GE); Eva e Alessandro Nieri, Fucecchio (FI).

Si ringraziano:
Anna Maria Amato Falcone, Francesco Berti Riboli, Antonella Berruti, Gerardo Cejas, Fabio D’Amato, Paolo Falcone, Giorgio Fasol, Andrea Fustinoni, Roberta Garufi, Daniele Gasparinetti, Maria Candida Gentile, Marco Giammona, Rossella Giammona, Loredana Gintoli, Alessandro Nieri, Massimo Palazzi, Francesca Pennone, Eva Perini Nieri, Bruno Pesce, Giuliana Setari Carusi, Cristiana Stona, Angela Tenca, Gianni Villa, Maria Villa, Leo Vitone.

in particolare si ringrazia i collaboratori dello studio: Floriana Giacinti, Elvio Manuzzi, Giovanni Oberti

Cesare Viel

pinksummer-cesare-viel-invitation-card-2004

Cesare Viel (Torino 1964) presenta da pinksummer una mostra costituita da due progetti distinti. “Diario contemporaneo”, un work in progress di 41 disegni tutti del medesimo formato, in cui l’artista ripresenta, rimontandole, immagini diverse provenienti dal flusso onnivoro della cronaca nazionale e internazionale pubblicata su quotidiani e magazine. Raramente i disegni si mostrano nudi e crudi, Viel li accompagna con una frase scritta a mano, in corsivo. Accanto al teatro dell’immagine aggiunge quello della parola, facendo emergere il rapporto/scontro tra i due linguaggi.
Là dove l’immagine si presenta come fatto apparentemente oggettivo, la parola interviene tracciando il solco emotivo in cui la si vuole incanalare, ne indirizza la lettura o, più in profondità, la stessa percezione. Talvolta si tratta di vere e proprie didascalie descrittive, altre volte sono frasi tratte da Susan Sontag, Virginia Woolf, Peter Brook o Paul Auster. La scrittura a mano rimanda al diario, alla soggettività che ripensa il mondo e che, lo si voglia o meno, lo destruttura e lo ristruttura.
Il messaggio è chiaro, preciso, senza orpelli, semplice e riflessivo, in qualche modo politico. L’intreccio tra rappresentazione visiva e verbale è una costante del lavoro di Cesare Viel e connota anche l’altra opera che l’artista presenta per la prima volta da pinksummer. La scultura “Aladino è stato catturato”, dotata anche di un audio, evoca una performance dal medesimo titolo presentata a “Fuori Uso” a Pescara e successivamente a Milano. Durante la performance, Viel rinchiuso per ore in una gabbia leggeva e trascriveva i responsi dei tarocchi al pubblico: così, catturato, lo intratteneva e si intratteneva giocando all’oracolo.

Conversazione Con Cesare Viel
Pinksummer: “Nel tuo lavoro sembra centrale il fatto di affiancare l’immagine alla parola, ma muovendo dalla loro incompatibilità. Forse non si può dire ciò che si vede, non che la parola sia inadeguata a descrivere le cose, semplicemente sai che sono irriducibili l’una all’altra. Il luogo del linguaggio non è quello che vedono gli occhi, ma è quello definito dalla sintassi. Il linguaggio è un principio maschile, è ciò che caratterizza il conoscere, non è vedere, ma interpretare. In “Diario” tu decomponi e ricomponi l’immagine secondo la legge di una tassonomia soggettiva?”

Cesare Viel: “L’irriducibilità tra immagine e parola, il loro muoversi su piani diversi e il metterli in reciproca azione è una costante del mio lavoro. E’ una pratica di destrutturazione e ristrutturazione che m’intriga perché rivela una scissione produttiva complessiva: dal sentimento consapevole dell’incompatibilità tra i linguaggi può nascere il desiderio di un rapporto tra le parti che non sopraffaccia l’altro e non distrugga le diversità. E’ quando capisci che i conti non tornano che accetti di contare. Il lavoro che espongo in galleria, “Diario contemporaneo”, è prima di tutto un infinito intrattenimento. Inizia nell’ottobre del 2002 e arriva fino al gennaio del 2004, ma in sé è un lavoro senza fine: proseguirà ancora nel tempo. Per il momento sono 41 disegni su carta tutti dello stesso formato (29,7 x 42 cm.). La dimensione identica dei disegni è la prima regola che ho scelto per produrre questo “work in progress”. Poi, la scelta dominante del bianco e nero (solo ogni tanto c’è del colore, ed è sempre rosso) e del contorno preciso, netto, marcato come quello del tracciato della scrittura. Le immagini scelte derivano da fotografie pubblicate su quotidiani, settimanali e riviste. Accanto a ciascuna immagine la scritta a mano di una o più frasi che funzionano come le didascalie pubblicate vicino alle foto sui giornali. Determinante per lo svolgimento di questo “Diario” è il rapporto strutturale tra immagine e frase. Sulla carta stampata le immagini “parlano” al lettore attraverso la didascalia riportata. Il senso solo apparentemente denotativo della frase indica il modo in cui dobbiamo “leggere” l’immagine. La frase pubblicata condiziona l’immagine, la tradisce, la svia, la giustifica, ecc. ecc. Nel mio “Diario” ho voluto affrontare questo aspetto della comunicazione quotidiana per immagini, nella quale siamo immersi. L’uso e l’abuso reciproco che facciamo, e che ci viene fatto, del linguaggio visivo e di quello verbale. Da questa “gabbia” strutturale non si esce, ma possiamo provare a giocarla, a rimetterla in una scena diversa e farla “parlare” con altre voci e altre intonazioni. Le frasi che riporto accanto o sotto i disegni appartengono, a volte, al livello della didascalia ” denotativa”, altre volte provengono da un altro campo discorsivo e possono essere frammenti di pensiero di autori come Susan Sontag, Paul Auster, Virginia Woolf, Adolf Loos, Peter Brook. In questo modo si amplia la possibilità di lettura e di osservazione delle immagini, allontanando la didascalia dalla sua pretesa di “compatibilità” descrittiva e aumentando il livello di “scissione” tra testo e immagine. Proprio per questo però, nello stesso tempo, l’immagine alla fine si avvicina di più a noi in termini emotivi. Da qui il titolo del lavoro: “Diario contemporaneo”, che inserisce elementi di soggettività.”
L’io generico che caratterizzava il concettuale degli anni ‘60 incentrato sui procedimenti piuttosto che sull’opera finita, metteva in discussione il concetto di autore smaterializzando l’opera. Pur recuperando la disamina razionale dura e pura, tu insieme a molti artisti della tua generazione avete reintrodotto il concetto di autore e con esso quello di emotività.
Dal concettuale ho ereditato la pratica della consapevolezza che tutti gli strumenti che usiamo non sono innocenti o neutri, ma sono il frutto di una costruzione culturale, di un’elaborazione linguistica che si mostra, si fa vedere. Nello stesso tempo, la purificazione, la smaterializzazione concettuale dell’arte ha prodotto in fondo il desiderio e la consapevolezza del suo contrario: intervenire sugli aspetti impuri, ingombranti e non eliminabili dell’identità, della realtà e dell’emotività di ciascuno. Ci sono voci, sentimenti, conflitti e limiti alla docilità dei corpi (come diceva Foucault). Esiste l’impossibilità di una completa svaporizzazione dell’io, il rapporto inevitabile e forte tra l’io e il tu, l’attrazione del dialogo tra le soggettività. Tutto questo ha prodotto nella mia generazione la tendenza ad affrontare un’arte che sia capace di uno sguardo plurale, personale e complesso, anonimo e individuato al contempo. Uno sguardo che tenga insieme la deriva e la concentrazione dell’io. Una soggettività, intesa non in termini strettamente autobiografici, che non venga rimossa da una supposta “neutra” progettualità, ma che tenga conto della sua posizione e delle condizioni della sua esistenza. In questo senso intendo anche la pratica della performance.

P: Per l’invito della mostra hai scelto l’immagine della morte di Marat di David. Argan afferma che nel caso di David il neoclassicismo applicato alla cronaca assume un carattere etico piuttosto che poetico. Si dice che David andasse spesso a vedere i condannati mentre venivano condotti alla ghigliottina e li ritraesse con pochi tratti di estrema intensità, di quei ritratti è rimasto solo quello di Maria Antonietta. Parla di questa scelta.

C.V: Prima di tutto ho scelto quest’immagine perché mi piace molto. Proviene dalla rivoluzione: un momento in cui si attraversano e si compenetrano tra loro elementi contrari, vita e morte, entusiasmo e disperazione, felicità e dolore. Non l’ho scelta per una “nostalgia” della forma o per mera provocazione, ma per i possibili intrecci con il mio lavoro: la relazione complessa con gli eventi sociali contemporanei (David è stato in fondo il primo artista-cronista politico della modernità); la sua lucida consapevolezza della messa in scena del rapporto tra teatro, immagine e scrittura (Marat tiene ancora una lettera nella mano sinistra e una penna d’oca nella mano destra, il calamaio e un’altra lettera sono ben visibili sulla base di legno dove sono riportate anche la dedica e la firma, due nomi, quello del soggetto rappresentato e quello dell’autore); il rapporto tra la violenza dell’incidente, del fatto, e il rigore del disegno; la presenza di un corpo politico e l’asciutta modalità del linguaggio compositivo utilizzato per mostrarlo. Tutto questo produce, secondo me, una profonda emozione mentale, ed è molto contemporaneo, anche se il quadro è abissalmente lontano nel tempo. Per l’esattezza, sono passati 211 anni da quest’opera laica e “contemporanea”. Poi, è vero, mi interessa lavorare anche sull’aspetto etico del nostro rapporto con il visibile, anche se non mi piace dichiararlo. Per me l’etica dev’ essere soprattutto un’emozione, una conseguenza del comportamento, non un programma.

P: I disegni che presenterai da pinksummer ci appaiono come una sorta di trompe l’oeil, di fatto si organizzano intorno a un oggetto, la cronaca, ma tale oggetto si organizza intorno al tuo sguardo. Nancy afferma che dipingere, disegnare è uscire da se stessi, dall’occhio esce lo sguardo, lo sguardo dell’occhio ed è attraverso di esso che il soggetto diventa soggetto. Il ritratto è l’infinito dilatarsi dell’uno, non a caso questo progetto potenzialmente infinito si chiama diario, il diario non è l’ autoritratto letterario?

C.V: Parto dalla cronaca del presente per ricavare una possibile iconografia contemporanea, forzando le immagini a dirci qualcos’altro, e la forma del diario mi permette di non produrre gerarchie di valori o di contenuti. Il criterio orizzontale e pubblico di questo progetto diaristico porta in realtà ad una negazione dell’idea di diario come autoritratto privato. O meglio, se un autoritratto affiora è a mia insaputa, costituendo caso mai un autoritratto anonimo e plurale.

P: Sempre Nancy afferma che Il ritratto è in absentia, nel senso che è fatto per conservare la presenza, è costruito sull’idea di somiglianza e riconoscibilità che differisce dall’idea di copia o riproduzione per il valore di approssimazione. Il ritratto evocando immortala cioè sottrae alla morte. Perché hai sentito il bisogno di sottrarre al flusso questi fatti, presentarli nel medesimo décor, indipendentemente da valore e merito?
Ho sentito prima di tutto il desiderio di disegnare queste immagini, queste notizie, per trasformarle, per distoglierle da qualcosa, non so se per sottrarle alla morte (questo è già uno scopo etico e non mi sento di dichiararlo). E’ certo però che rimontandole come pagine smembrabili di un diario, esse si distaccano dal flusso delle informazioni per ritrovarsi in un contesto che le fa apparire ancora riconoscibili ma diverse, frammentarie e soprattutto fragili perché fatalmente destinate ad un uso indiscriminato. Tutte le immagini si rivelano dunque per quello che sono: mezzi utilizzati per qualsiasi scopo, che possono significare qualsiasi cosa a seconda delle più diverse intenzioni. Questa è la loro straordinaria potenza e “tenerezza”. Questo mio progetto è infinito perché credo che sia senza fine il desiderio soggettivo di ricontestualizzare le immagini riprodotte che abbiamo quotidianamente intorno a noi.
Oltre a “Diario” presenterai da pinksummer una scultura, che richiama una tua performance in cui chiuso in una gabbia leggevi i tarocchi, facevi il veggente. Una rappresentazione della rappresentazione. Parlaci di questa scultura e della performance e anche della performance come pratica, esercizio, all’interno del tuo lavoro in maniera più esaustiva.
La scultura, “Aladino è stato catturato”, ha lo stesso titolo della performance dalla quale è scaturita come un perturbante e ironico doppio. Durante la performance (eseguita per la prima volta nell’edizione 2000 di “Fuori Uso” a Pescara, e poi ripresentata nell’aprile del 2003 in occasione del primo evento pubblico organizzato e promosso dall’associazione Ida, Isola dell’Arte, della quale faccio parte, per la difesa dell’edificio della Stecca a Milano a rischio di demolizione per via di un progetto molto discutibile di riqualificazione urbana) rimanevo rinchiuso, seduto in una cassa-gabbia di legno per diverse ore, a leggere e interpretare i tarocchi trascrivendo su fogli di carta le improbabili e bizzarre sentenze che le carte mi comunicavano. Il tema favolistico di riferimento ( Aladino, la lampada magica, il tappeto volante) era un pretesto per affrontare con ironia la dimensione di un soggetto che, trovandosi letteralmente rinchiuso, ha perso momentaneamente la propria forza e, per far passare il tempo, cerca di trovare una possibile soluzione attraverso i responsi contraddittori delle carte da gioco. L’azione della lettura e della scrittura medianica, la presenza di un corpo esposto allo sguardo degli altri, la presenza stessa degli altri attorno alla gabbia, e la destabilizzazione percettiva dovuta all’ apparente normalità della mia condizione di rinchiuso, erano gli elementi messi in gioco da questa performance. Ho sentito ben presto però che l’energia scaturita da quell’azione non aveva intenzione di concludersi con l’evento performativo, c’era una parte ostinata che non accettava di rimanere “rinchiusa” e risolta solo nella dimensione della performance, da qui è nata la necessità di farne una scultura: un ‘opera autonoma. Adesso questa performance ha trovato la sua collocazione e forma definitiva. Come ho accennato in una risposta precedente, per me la pratica della performance è importante proprio perché permette di affrontare nella sua concretezza il delicato aspetto della posizionalità e della relazionalità di un soggetto. Sinteticamente posso dire che all’interno del mio lavoro la pratica della performance è un fondamentale momento di rilancio e di verifica dei linguaggi e delle questioni legate all’esposizione della soggettività e dell’identità tra altre presenze umane. Si tratta della condivisione pubblica di un momento intensamente emotivo che diventa anche politico, nel senso più ampio del termine.

P: Angela Vettese in un articolo su Il sole-24 ore del ‘98 parlava della “sfortuna” dei giovani artisti italiani affermando che anche i giovani più promettenti deperiscano di fronte a una mancanza di adeguato riconoscimento. Le cause secondo l’autore dell’articolo potevano essere determinate dalla posizione economica italiana, troppo povera per i paesi ricchi, troppo ricca per i paesi poveri; per mancanza di strutture “e là dove ci sono rette da piccoli egocentrismi locali e da normale ignoranza”; ma soprattutto imputava tale mancanza d’incidenza all’amore per la forma, che facendo grande la nostra moda e design, non ha mai aiutato gli artisti italiani: “l’obiettivo di dare forma a un pensiero appare all’estero, spesso, come segno di scarsa attenzione per i contenuti”. Infine in quell’articolo si affermava che in Italia” i “vecchi artisti, timorosi di perdere posizione , sbarrano la strada ai propri allievi”. Tu insegni all’Accademia Ligustica di belle Arti, come ti poni di fronte ai tuoi allievi?

C.V: E’ vero, in Italia le condizioni generali dell’attenzione nei confronti dell’arte contemporanea non sono buone anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato in positivo. Quando ho iniziato ad esporre alla fine degli anni Ottanta la situazione di vuoto e di indifferenza era ancora più pesante. Si sentiva ancora di più la presenza dei “vecchi” maestri, i pochi musei sembravano fortezze inespugnabili e le istituzioni pubbliche erano completamente immerse in una gestione tutta autoconservativa. Da qualche anno insegno all’Accademia e intrattengo un rapporto molto positivo con colleghi e allievi. Ovviamente non mi sento un “maestro”, sarebbe ridicolo per come la penso. Cerco di stimolare il più possibile negli studenti la curiosità critica e lo spirito libero e dinamico della ricerca, non do ricette a priori e non intendo pormi come un modello (della mia pratica artistica non parlo mai e odio il narcisismo). E’ molto interessante quando senti che hai contribuito a far nascere delle domande e ad aprire una porta o uno spiraglio. E’ a quel punto che anche tu impari qualcosa da loro e scopri la bellezza di trovarti in mezzo a soggetti attivi. La cultura e l’insegnamento sono fenomeni di vita fortemente radicati nell’esperienza e nella qualità emotiva e intellettuale dell’esperienza. Credo sia questo l’aspetto più importante del rapporto di trasmissione del sapere.

P: Ci ricordiamo di un lavoro di Boetti della fine degli anni ’80, disegni come semplici ricalchi delle copertine di newsmagazine di un definito e limitato periodo. Panorama, L’Espresso, L’Europeo. Matita su foglio bianco. Conosci questo lavoro? Ci sono dei rimandi con il tuo diario quotidiano?

C.V: Conosco e apprezzo il lavoro di Boetti, e lo considero uno dei più interessanti artisti italiani della seconda metà del Novecento. Qualche anno fa ho realizzato un lavoro fotografico che era anche un omaggio esplicito ai suoi “Gemelli” del 1968. In questo caso però questo mio lavoro (“Diario contemporaneo”) ha un rimando con il suo in termini solo evocativi. E’ piuttosto un’aria di famiglia (per dirla alla Wittgenstein), nel senso che in fondo un’opera d’arte ne richiama sempre almeno un’altra, e questo è bello che accada. “Diario contemporaneo”, però, non è un lavoro sul ricalco oggettivo delle copertine di alcune riviste popolari di un periodo ben circoscritto (Boetti scelse l’ottobre del 1983), ma è un rimontaggio selezionato e parziale che produce uno slittamento, a volte anche molto esplicito, delle fotografie e della loro lettura. Il procedimento non è basato sul meccanismo della serializzazione/registrazione oggettiva, ma sul rimontaggio manipolatorio e conflittuale tra immagini e linguaggio verbale aggiunto. E’ un procedimento soggettivo di ricontestualizzazione più vicino, caso mai, all’atteggiamento operativo situazionista, sempre nel senso evocativo di un’ altra “aria di famiglia”. Ho voluto manipolare immagini che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi proprio perché, avendole tutti i giorni sotto gli occhi, tendiamo a non vederle più come un problema.

Cesare Viel

pinksummer-cesare-viel-invitation-card

Pinksummer: Artaud ha scritto a proposito del suo teatro: “Popolare lo spazio per coprire il vuoto, è ritrovare il cammino del vuoto”. Artioli e Bartoli in uno straordinario saggio su Artaud hanno ricondotto la metafisica linguistica artaudiana a quella situazione di sospensione che ricerca il punto vibratile in cui ciò che è forma comincia a svanire, materia dissociata che produce energia, soffio, distruggendo il feticismo del testo e il nesso tra significato e significante. Tale parola non è raptus incontrollato, ma conoscenza delle leggi della vita che oscillano tra pieno e vuoto con un ritmo duale centrifugo e centripeto. Questa tua seconda personale da pinksummer è materializzata dal e sul e intorno al linguaggio. La tua strategia linguistica sembra galleggiare tra presenza e assenza; la tua parola, materia cristallizzata, appare sul punto di sciogliersi e vivere autonomamente prendendo la forma del trasalimento dell’anima. Il primo spettatore di questa mostra sembri essere tu: nella scena teatrale artaudiana concepita in modo circolare il vuoto sta al
centro, nel punto in cui si trova lo spettatore, il pieno sta ai margini, in procinto di essere inghiottito dal nulla.

Cesare Viel: Ho sempre avuto una forte attrazione per il vuoto e i precipizi. Da bambino mi affascinava esporre una bambola al di là della ringhiera del mio balcone, al sesto piano. Restavo a guardare il corpo del giocattolo sospeso nel vuoto, tenuto solo dalla mia mano. Provo sempre un brivido creativo quando vedo i tuffatori che si lanciano dal trampolino più alto e, nel giro di qualche secondo, si trasformano in proiettili perpendicolari che bucano la superficie dell’acqua. E’ come trovarsi sul bordo di una diga e osservare da una parte il lago d’acqua, dall’altra il muro verticale di contenimento, e sentire la forza immensa dell’energia lì presente.
Da adulto ho capito che queste esperienze sono profondamente collegate al duplice stupore per l’esistenza – la sua meravigliosa e sconcertante gratuità – e per il linguaggio che ci contiene, ci descrive, cerca di render conto di questo vuoto, di perimetrare questa sensazione di precipizio. Il linguaggio è forse come la mano del bambino che tiene in pugno il giocattolo sospeso nel vuoto, mentre osserva se stesso, il giocattolo, l’orizzonte dello spazio in cui è immerso, tutte le cose intorno, il contesto complessivo – e imprendibile – di questa situazione. Le parole possono far vedere tutto questo, anche quando non è più presente.
Il linguaggio crea le immagini e nello stesso tempo può dissolverle. Questa capacità del linguaggio di costruire e dissolvere, far vedere e andare al di là del vedere, è per me un nucleo di energia potentissima.
Dentro il linguaggio c’è una tensione ad uscire da se stesso, e c’è per questo anche una mancanza, un vuoto, che attrae.
I primi spettatori di questo spettacolo dell’esistenza e del linguaggio non possiamo che essere noi stessi mentre facciamo questa esperienza, e poi cerchiamo di farla vedere anche agli altri, stupiti che non ce l’abbiano indicata subito come la cosa più importante. Perché non ce l’ hanno voluta raccontare questa esperienza del vuoto in sé quando eravamo bambini? Per non spaventarci, per proteggerci? Perché è inspiegabile, paradossale, insopportabile da gestire? Non si finisce mai di fare i conti con il vuoto, con la mancanza di fondamenti. Artaud lo ha capito e attraversato fino in fondo.

P: Platone nel “Fedro” muove da un discorso sull’amore e sulla bellezza per rivendicare il valore ontologico della parola affermando che il discorso del retore è basato sull’opinione e sul criterio della verosimiglianza e pertanto può dire tutto e il contrario di tutto, mentre il discorso del filosofo è basato sulla conoscenza
dell’oggetto intorno al quale si parla e sulla conoscenza dell’animo degli uomini che il discorso deve persuadere. In questo senso Socrate, nel dialogo platonico, distingue l’oralità dalla scrittura: “Il vero libro del filosofo non è quello che egli scrive sulla carta, bensì quello che egli scrive nell’anima degli uomini”. Paragona la scrittura a un gioco, quello del “giardino di Adone”, in cui per festeggiare Adone si seminavano in vaso dei semi che fiorivano e sfiorivano in pochi giorni senza produrre frutti, mentre l’oralità
al lavoro dell’agricoltore che porta alla raccolta del frutto, frutto che genera altri semi, e dunque l’oralità per Platone è linguaggio immortale. Il tuo linguaggio, anche rispetto al lavoro performativo, sembra cercare l’identità tra oralità e scrittura, in entrambi i casi tu cerchi una distanza dalla tua parola, l’hai già abbandonata a se stessa: anche in presenza del gesto, la parola è già stata pronunciata e tu rimani muto. La parola aleggia nell’aria come eco, ormai lontana da te.

C.V: Fin dai miei primi lavori mi sono accorto che ero trascinato dalla parola. La parola mi diceva e mi oltrepassava. Dentro la dimensione indicale della scrittura a mano – del gesto e dell’azione dello scrivere – scaturisce un moto perpetuo di potenzialità del linguaggio. Dalla parola scritta alla parola detta – la grana della voce – il gioco di rimandi è infinito. Quando faccio un lavoro di parola non so mai che cosa nasca prima, se l’oralità o la traccia scritta del pensiero. Vengono insieme, sopraggiungono, si presentano insieme, e nello stesso tempo sono già divise dentro. Sono già spezzate, attraversate nella loro contingenza. Non cerco di ricomporle – l’oralità e la scrittura – pretendendo da loro una prestazione unitaria e monolitica: un’astratta e unica voce. Mi fanno presente il loro diritto di esistere. Allora cerco di rispettare le loro differenze, il loro molteplice – e amoroso – rapporto.
Cerco di far emergere la loro reciproca sconnessione.
La parola si manifesta in molte forme: scritta, vista, pronunciata, cantata, pensata, rimossa, ascoltata, letta, agìta. E’ subito presa in un’ interminabile relazione plurale, singolare, privata e pubblica. L’eco è ciò che resta della parola che non è più tua ma ti chiede ugualmente di essere ripresa, ancora e ancora, per riproporla in un circuito che non vuole finire mai.

P: Rispetto alla sospensione creata dal linguaggio in questa tua mostra, ci viene da guardare verso l’inespresso, o meglio verso l’inesprimibile inteso come impossibilità a esprimere descritta con
meravigliosa eloquenza lirica dal Dante del Paradiso, ma con altrettanta pregnanza e concretezza da Wittgenstein nel Tractatus, il quale cercando una struttura linguistica logicamente perfetta basata
su un rigido parallelismo con la realtà, traccia un limite davanti al nostro pensiero: “su quello di cui non si può parlare occorre tacere”, la saggezza sta dunque nel silenzio e l’etica nella parte non scritta del Tractatus. Ammesso dunque che esista il soprasensibile, esso non può essere espresso dal nostro linguaggio
essendo il linguaggio il confine invalicabile del nostro mondo costituito da fatti. Al di là di quel limite non può esistere espressione, e ammesso che esista essa non ci appartiene. In quel limite qualcuno ha intravisto il misticismo di Wittgenstein: il mistero della fede. In questa tua mostra la parola sembra tentata di incamminarsi oltre a quel limite, lo fa intuire a chi ascolta, a chi legge, e proprio in chi ascolta, in chi legge essa trova la concretezza del limite e nel contempo la sua possibilità.

C. V: Qui, per me, si affaccia la questione centrale del corpo – e intendo anche quello dell’arte -. A volte il corpo vuole dormire fino a tardi – restare a lungo nel buio -, a volte si alza all’alba e cerca il contatto con la prima luce del giorno. La motivazione di questi comportamenti è del tutto esprimibile? Resta in fondo, dopo tutto ciò che riusciamo a spiegare, un residuo che si fa sentire, che continua a resistere e che non si può dire. E’ questa resistenza a dirsi che mi interessa. Ciò che non si può esprimere lo si indica, lo si mostra, ha detto Wittgenstein. Il corpo agisce l’inesprimibile, e il linguaggio è un corpo.
Ciò che non si può dire è lì davanti a noi, e noi lo vediamo.
Come al mattino la prima luce del giorno. L’arte va là, e insiste, dove si annida l’inespresso. Tutta la mostra lavora intorno – e grazie – a questa dimensione.

P: Come si articolerà il tuo progetto da pinksummer?

C.V: Tre nuove opere: “Avvicinandoti a distanza” che affronta la dimensione verticale e frontale;
“Ti sento passare” quella allargata; “Mi trovavo a casa” quella circolare, intima e avvolgente. Ruotano attorno a un evento personale, intenso. Un passaggio del limite, un incontro col vuoto, con un’assenza, con un silenzio che si trasferisce e vive nel linguaggio: camminare sui suoi margini per indicarne la forza fantasmatica e rigeneratrice. Nucleo carico di energia che si relaziona con lo spazio, e si consegna apertamente alla lettura, all’ascolto, pubblico e plurale – sia letterale – sia metaforico – degli altri.

Cesare Viel – Infinita Ricomposizione

pinksummer-cesare-viel-infinita-ricomposizione-invitation-card

Pinksummer : In questa terza personale da pinksummer “Infinita Ricomposizione”, il demone della scrittura che ha connotato, in forma pura o spuria, lunghezza e profondità del tuo percorso, sembra avere abbandonato il piano d’esperienza per il colore. L’uso che fai del colore e non a caso muovi dagli à plats a-mimetici di Matisse, è assimilabile all’uso che in altri piani empirici hai fatto dei concetti. Ricomposizione potrebbe anche significare riattivazione in questo caso. In “Che cos’è la filosofia” Gilles Deleuze e Félix Guattari dicono che il concetto è questione di articolazione, di ritaglio e di accostamento, premettendo che il concetto non è mai cosa semplice. Verrebbe da pensare che anche i colori primari (semplici?) non esistono se non dentro all’approssimazione/semplificazione del linguaggio. Perché hai deciso di partire da Matisse per intraprendere questo cammino linguistico/ sensoriale?

Cesare Viel : Mi sento di dire che Matisse in fondo è legato alla mia biografia. È stato il primo artista che ho casualmente scoperto a scuola, per conto mio, intorno ai 13 anni, e che mi ha realmente aperto un mondo: le avanguardie del Novecento. È dunque, prima di tutto forse anche un ritorno all’origine, e un fare i conti con questa “lunga storia d’amore”, rimasta in sospeso, in attesa di essere riattivata, eppure sempre sordamente lì sottotraccia. Ogni tanto Matisse riaffiorava nella mia mente e poi scompariva di nuovo, sovrastato da altri stimoli, altre differenti e apparentemente più aggiornate necessità. Adesso è arrivato il momento giusto. Ora la “macchina-Matisse”, con tutta la sua energia, la sua forza, si è messa in moto dentro di me, si è fatta ri-sentire. È un corpo in azione che dà movimento all’intero progetto. Costituisce un nuovo piano di composizione, anzi una serie infinita di più piani di composizione. Prima di tutto un sistema installativo e un procedimento performativo. Un divenire, con un ampio margine di libertà e di consapevole indeterminazione. Un nuovo sfondo illimitato, come già la “macchina-Matisse” era stata capace di fare, a suo modo all’inizio del secolo scorso. Ovviamente questo mio progetto da Pinksummer non è un semplice omaggio a, o un articolato insieme di citazioni formali più o meno filologiche. È di fatto una forte, nuova scommessa per me e la mia ricerca in atto, in movimento.
È un’infinita dispersione e ricomposizione. La scrittura in questa nuova mostra in effetti non è presente come immagine e pratica riconoscibile e consueta del mio lavoro, non poteva più esserci, ma è stata elaborata e trasformata in altro, è diventata diversamente funzionale all’intero progetto. Alcuni colori, certe forme, alcuni materiali, del tutto nuovi per me, si sono manifestati, articolati e accostati tra loro, su diversi effettivi piani di realtà. E tutto è diventato possibile.

P: Il linguaggio, anche quando i suoi bordi si fanno irregolari, lasciandoci intravedere altri mondi possibili, gli altri mondi, i mondi degli altri, non è come un ombrello che protegge dalla infinita frammentarietà del mondo? Il linguaggio non è un sistema che di necessità implica sempre la figura e lo sfondo, il soggetto e l’oggetto, il centro e il margine? Il nominare non è delimitare, per non lasciarsi sopraffare dalle cose, fosse anche solo da un rosso?

C.V: Sì, il linguaggio è una scatola degli attrezzi, uno strumento multi-funzionale che ci accompagna sempre, è dentro le nostre pratiche di vita, forma il nostro sfondo esistenziale, relazionale. Mi piace l’immagine del linguaggio come un ombrello, e aggiungo anche come uno sfondo. Il linguaggio è un po’ come il colore. A volte rivela, altre volte ricopre qualcosa. Come il colore, anche il linguaggio umano può essere contemporaneamente uno strumento, una possibilità di griglia, una risorsa, un’espressione, un limite, un desiderio, un’azione, un ostacolo o una connessione tra diverse realtà. Mi piace molto l’idea di farmi sopraffare da un rosso, così come da una frase o da un suono, e da una danza. Performare un rosso, un giallo, un verde, un nero, un bianco, e così via.

P: Una delle “Osservazioni sui colori” di Wittgenstein è così ” solo pochi uomini hanno mai visto il bianco puro. Allora la maggior parte degli uomini impiega la parola in modo scorretto? E come imparare l’uso corretto? Ha costruito un uso ideale conformandosi all’uso ordinario. E questo non vuol dire: un uso migliore, ma: un uso raffinato in una certa direzione, in cui qualcosa è stato portato all’estremo.
In una lettera su “La Dance” Matisse ha scritto di aver cercato: “per il cielo un bel blu, il più blu dei blu (la superficie è colorata fino alla saturazione, vale a dire fino a un punto in cui emerge finalmente il blu, l’idea del blu assoluto), e lo stesso vale per il verde della terra, per il vermiglio vibrante dei corpi”.
Sia Wittgenstein che Matisse sembrano dare per scontato che esistano quelli che potremmo definire gli ultra-colori e anche di un punto (determinato dall’uso estremo, la saturazione) in cui il colore si può trasformare in ultra-colore e dunque in qualcosa di ultrasensibile senza per questo diventare trascendente o metafisico. La dimensione ultrasensibile è un esercizio e una possibilità del presente, potrebbe essere definito un esercizio di delimitazione?

C.V: Portare la regola – una regola qualsiasi-, alle sue estreme conseguenze, al suo punto di resistenza, fino al suo possibile esaurimento. Questo punto si avvicina per me il più possibile a una sorta di silenzio, di pura presenza. Una forma di concentrazione vuota, come il respiro, può essere anche una visione, che però è un’esperienza concreta, reale, qui e ora. Non è un altrove metafisico, ma è più semplicemente un qualcosa – un esperimento – il cui confine viene portato all’estremo. Si tratta di una pratica del presente, un continuo esercizio di movimento e di attesa, un ritmo, una forma di consapevolezza. Il colore pieno, al massimo della sua saturazione, è un caso di questo tipo: un regola che viene spinta al suo grado massimo. Cosa c’è oltre? Cosa si può vedere o provare dopo? Al di là? Non sta a me rispondere, a me interessa mettere in atto un processo che si avvicini a toccare quel punto di sospensione, di attesa, di tensione.

P: Hume sosteneva che la realtà è risolta nella relazione che intercorre tra impressioni e idee e che nessun oggetto svela attraverso le qualità che rivela ai sensi le cause che può produrre o gli effetti che potrebbero sorgere, come l’acqua, dalla cui trasparenza o fluidità non si potrebbe desumere, senza l’esperienza, che possa produrre l’annegamento. Per Hume fuori dall’esperienza tutto è illazione e fantasticheria. Il colore, in questo senso, potrebbe essere interpretato come null’altro che una qualità delle cose, proprio come la trasparenza o la fluidità dell’acqua. Dentro alla pittura tuttavia, il colore smette di essere una qualità, dimostrando eventualmente che può sospingersi con agio a rappresentare la qualità della trasparenza dell’acqua senza possederne la trasparenza. E qui ci verrebbe di nuovo da riprendere un’altra osservazione di Wittgenstein a proposito di un vetro verde, della trasparenza e della pittura, per orientarci nell’altrove di una mostra in cui il colore e le forme di Matisse tratte indifferentemente da figure e sfondi, sono state riconvertite in grandi pezze di feltro, per essere maneggiate come fossero carte da gioco. Si dice che Matisse dalla nativa Piccardia avesse sussunto una grande conoscenza dei materiali tessili, tanto da realizzare da sé il grande mantello rosso dell’imperatore per la scena finale di “Le Chant du Rossignol” di Stravinskij per i balletti russi di Diaghilev. E quando si trovò a progettare a distanza le grandi decorazioni per la Fondazione Barnes scrisse: “Per comporre tutto ciò e ottenere qualcosa che vivesse, che cantasse, non potevo cercare che a tentoni, modificando senza sosta i miei settori di colori e i miei neri”.
Il feltro è una fibra senza trama e senza ordito, non è tessuto, è plasmato, il feltro è un manufatto arcaico risalente all’8/9000 a.C. che tanta storia ha anche nelle pratiche dell’arte concettuale. Ci puoi raccontare di “Infinita Ricomposizione”?

C.V: L’installazione graviterà principalmente su un piano orizzontale di composizione. Sul pavimento della galleria verranno disposti diversi feltri, di varie forme, dimensioni e colori, secondo un preciso, e continuamente rinnovato, ordine dinamico. Durante la mostra interverrò a spostare i feltri a pavimento riprendendo un’ evidente attitudine processuale. I feltri a terra saranno disposti in relazione tra loro per somiglianze e differenze, e formeranno liberi rimandi anche allo spazio della galleria. I feltri in mostra compongono a loro volta un riferimento alle forme-matrici di provenienza. Non me le sono inventate, ma sono state “ricalcate” e ritagliate da sfondi e figure accuratamente selezionate da opere di Matisse. Anche i colori sono stati scelti pensando a certi colori ricorrenti di Matisse. Naturalmente tutto l’impianto, le forme ritagliate, i colori, l’uso stesso del feltro come materiale di scena, formano un libero gioco delle parti. L’esperienza del caso, l’emozione dell’indeterminato, una sorta di geometria relazionale, sono ingredienti essenziali del progetto. Perché il feltro? Mi andava, oltre alla macchina-Matisse, di giocare anche con altri piani di riferimento e di composizione: la memoria di questo materiale nella storia dell’arte concettuale e performativa ormai del secondo Novecento, degli anni Sessanta-Settanta. Ovviamente mi riferisco a Beuys, ma soprattutto affiorano altri due nomi di artisti che condividono, in modi diversi, l’uso del feltro come elemento importante nelle loro pratiche: Robert Morris e Vincenzo Agnetti. Si viene così a comporre un frastagliato “gruppo di famiglia”. Un insieme di qualità diverse, e di esperienze che si sovrappongono, e si intersecano. Infine, ci sarà in questa mostra, come già ho accennato, anche una parte consistente di performatività in divenire, non del tutto prevista e preventivamente programmata. Sarà infatti anche una mostra del tempo attraverso il tempo. Durante l’inaugurazione, così come nei giorni successivi, anche senza preavviso, accadranno micro-eventi. Alcuni potranno anche solo essere pensati e comunicati a voce, o sotto forma di appunti scritti e lasciati di passaggio nell’ufficio della galleria, o inviati via mail, anche a galleria chiusa, non per forza durante l’orario canonico di apertura. Durante l’inaugurazione ci sarà un’azione collettiva (eseguita da me insieme con alcuni altri performer) intorno ai feltri a pavimento. Talvolta avverrà uno spostamento dei feltri mediante un insieme di brevi mosse, un “comportamento di danza”, più che una danza vera e propria. Porterò in galleria, via via, nel corso del tempo, alcuni interventi sonori, qualche canzone, mie nuove frasi composte per l’occasione e dette, ripetute, destrutturate secondo un personale metodo di ricomposizione. Tracce audio che alla fine contribuiranno a formare un complessivo e frammentario tessuto sonoro della mostra, del tempo trascorso. Come una specie di “collage” di suoni provenienti da un angolo, o da dietro le spalle, che ti sorprende e ti spiazza.

Si ringrazia:
Ruben de Michellini
Camilla Giachetta
Margherita Merega
Gabriele Risso

cesareviel.net

The Icelandic Love Corporation – Origin

faces 2011

Pinksummer: Una volta affermaste che non vi piace spiegare troppo il vostro lavoro, preferite preparare la zuppa, per usare le vostre parole, e lasciare la facoltà di decidere se è gustosa o meno a chiunque voglia assaggiarla. Tuttavia diceste anche che il vostro lavoro è sincero, associando la sincerità all’umorismo. L’uso che fate dell’umorismo di fatto appare fondante rispetto alla vostra modalità, citandovi: “L’umorismo è super-necessario anche quando si esprime qualcosa di serio; si possono toccare effettivamente le persone con l’umorismo”.
Sincerità, umorismo e serietà appaiono in questo senso correlati. E’ stata appena tradotta e pubblicata in Italia una raccolta di saggi di Virginia Woolf, in uno dei quali anche la scrittrice associa, non tanto l’umorismo (che afferma essere precluso alle donne, alle quali è permesso, solo di essere tragiche o comiche), ma la risata, alla sincerità e alla serietà, perché si può ridere su qualcosa o qualcuno, soltanto intuendone l’essenza più profonda. L’umorismo, afferma la Woolf, sta sulle vette delle menti eccelse che da lassù guardano la vita come un panorama; la risata sincera improvvisa, esce invece dalla bocca dei bambini e delle sciocche donne. Un suono disarticolato a cui socialmente viene conferita assai meno virtù che non alle lacrime e al nero, tuttavia è proprio la capacità di ridere che distingue l’uomo dagli animali e dagli esseri superiori, perché, che si sappia , né i cani né gli dei sono mai stati visti ridere. Senza considerare scrive la Woolf ” Che nel cercare il punto privilegiato di osservazione dell’umorista, mentre si tiene in equilibrio sul pinnacolo negato alle sue sorelle – il maschio ginnasta non di rado precipita ignominiosamente sull’uno o sull’altro versante, o piomba nel grottesco, o scende sul duro suolo della banalità seriosa, dove, per rendergli giustizia, va detto che si trova del tutto a suo agio”. La Woolf sostiene poi che lo spirito solenne della tragedia appartiene al genere maschile, mentre la commedia appartiene allo stesso sesso delle Grazie e delle Muse e conclude : “Non c’è niente, in verità tanto difficile quanto ridere e far ridere, ma non esiste qualità che valga di più. E’ una lama che recide ciò che è superfluo, riproporziona e restituisce la giusta misura e sincerità alle nostre azioni e parole”.
Credete che l’umorismo abbia un sesso e la risata un altro?

ILC: Ci potrebbe essere una differenza nel modo in cui uomini e donne usano il riso e l’umorismo, ma facciamo fatica a distinguerla. Per qualche ragione ci sono molte meno donne che fanno cabaret, ma quelle che lo fanno sono spesso estremamente divertenti e taglienti, come le inglesi Smack the Pony. Ma in questa attività, come in qualsiasi altra, le donne di solito devono essere molto più brave degli uomini per farsi strada … il che dovrebbe rendere gli amanti dell’arte più sicuri quando comprano opere realizzate da artiste donne di successo…
La risata è un dono per l’umanità, questo è vero, come l’amore e tanti altri meravigliosi regali della vita. Può essere uno strumento potente, nel bene e nel male, e c’è una grande differenza tra il ridere di e ridere con qualcuno. I livelli e la messa a punto della risata e dell’umorismo sono talvolta complessi e intricati. Una buona capacità di comprensione sociale è necessaria nella foresta di risate. Una bella risata dice più di mille parole e, a riguardo, è stato detto che niente spaventa gli uomini più che le risate delle donne.
Le opere che saranno in mostra da Pinksummer non sono divertenti, ma potrebbero provocare un risolino in quelli che trovano i genitali imbarazzanti. Il lavoro potrebbe anche suscitare qualche fastidiosa sensazione per alcuni fanatici religiosi, ma dovremo solo saper convivere con questo.
Come scrivete all’inizio della vostra lunga domanda, spesso usiamo l’umorismo nel nostro lavoro, e fin dal principio della nostra collaborazione stabilimmo che avremmo smesso di lavorare assieme, non appena ci fossimo accorte di non trovarlo più divertente. A volte diciamo anche che il nostro lavoro è per il 40% ironia e il 60% sincerità. O era il contrario …? In altre parole, ci piace pensare che il lavoro sia divertente e serio allo stesso tempo. Siamo fermamente convinte che se si vuole mandare un messaggio, funziona meglio essere divertenti e intrattenere, piuttosto che tenere conferenze o predicare. L’umorismo è una forza nell’abbattere i tabù e nell’aprire argomenti difficili. E’ molto catartico, e l’umanità lo sa da sempre. Quindi, sì, ci aggrappiamo ad esso in un modo femminile, dal momento che siamo donne e costruiamo sulla nostra esperienza.

P: Giacomo Leopardi, grandissimo poeta italiano vissuto a cavallo tra il ‘700 e l’ 800, dedicandosi per un certo periodo alla prosa scrisse le “Operette Morali “, “Un libro di sogni poetici, d’invenzioni e capricci malinconici”, come egli stesso lo definì, in cui la natura è concepita come indifferente all’essere umano e la vita dell’uomo come una lotta per la sopravvivenza destinata a fallire. Uno di questi dialoghi metafisici e irreali è il “Dialogo tra la Natura e un islandese”, in cui si racconta di un islandese appunto , viaggiatore per disperazione, che sotto la linea dell’Equatore incontra la Natura, una donna bella e terribile, grande come i testoni dell’isola di Pasqua. La Natura chiede all’Islandese come mai si trovasse da quelle parti in cui la sua specie è ignota, l’uomo inizia a spiegarle che per tutta la vita ha tentato di sfuggire ai patimenti che il vivere implica e di cui incolpa esplicitamente proprio la Natura. Dapprima, dice l’Islandese, per scampare alla stoltezza degli uomini, che da sé medesimi si recano danno con guerre e competizioni, si rifugiò nella solitudine ,“Cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà”, tuttavia, “La lunghezza del verno, l’intensità del freddo e l’ardore della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo”. Allora l’Islandese racconta di aver lasciato l’Islanda, ma neppure in altri luoghi riuscì a riscattarsi dalla sofferenza, lamentandosi di non aver trovato alcun posto accogliente. A un certo punto della lagna, la Natura interrompe l’Islandese per chiedergli se credesse forse che il mondo fosse stato confezionato su misura per lui e prosegue argomentando, in totale onestà , che il suo scopo è la perpetuazione del mondo, inteso nella dualità nascita/morte, creazione/distruzione, e non certo causare piacere o dolore agli uomini: se ciò accade, nel bene o nel male, la Natura dichiara di esserne del tutto inconsapevole. La fine è sarcastica: sembra che proprio mentre la Natura e l’Islandese si trovavano in siffatta conversazione sono arrivati due leoni che lo hanno mangiato, o forse, scrive Leopardi, è arrivato un vento fortissimo che ha ricoperto l’Islandese di sabbia mummificandolo e adesso, la mummia del poverino si trova esposta in un museo di una non precisata città d ‘Europa.
Già Voltaire aveva scelto un islandese per il dialogo “L’histoire de Jenni” , Leopardi lo sceglie in quanto emblematico rispetto all’idea dell’uomo che lotta duramente per sopravvivere in un mondo sorto non certo a sua misura.
Credete che la piccola, meravigliosa Islanda, capace di fermare la velocità del nostro mondo con l’eruzione di uno dei suoi 200 vulcani, abbia temprato il vostro lavoro?

ILC: Si. Gli Islandesi, così come gli altri esseri umani di questo mondo, sono parte della natura, in questo senso siamo uno degli animali della natura, e sì, siamo certe che crescere in questo ambiente in qualche modo ci abbia plasmato. E’ anche interessante vedere che, anche se tutte e tre abbiamo viaggiato come l’Islandese in questa divertente storia, e vissuto in altri paesi, siamo tornate a vivere in Islanda. Siamo come i salmoni che ritornano dove sono “nati” per deporre le loro uova, il fiume può essere freddo e duro, ma questo è il posto da dove veniamo.
Il problema di gran parte dell’umanità è che siamo partiti dalla natura, ma non la consideriamo come parte di noi, anche se siamo fatti della stessa materia. C’era una volta una donna che voleva salvare un albero che doveva essere abbattuto, così si arrampicò sull’albero e si rifiutò di scendere fino a che non fosse sicura di aver salvato l’albero. Passarono due anni e 8 giorni, nel frattempo era entrata in contatto con l’albero in maniera così stretta, che durante una grande tempesta aveva imparato a muoversi e piegarsi assieme all’albero, e questo le aveva salvato la vita.
Le più grandi minacce per la vita sulla terra sono opera dell’uomo, la bomba atomica e l’effetto serra. Dobbiamo prendere atto della madre terra e smettere di fare cose che la danneggiano o utilizzare cose che non funzionano quando ha bisogno di esplodere una volta ogni tanto. Senza un pianeta sano non ci sono i viaggi, né l’arte, né la vita come la conosciamo.
È affascinante che l’eruzione del Eyjafjallajökull nel 2010, quasi portò il mondo occidentale a una battuta d’arresto. Questo fece infuriare un sacco di gente che si sentiva come se la tecnologia li avesse salvati dalla natura. In un aeroporto in Inghilterra un uomo gridò: “Odio l’Islanda!”. C’è una teoria che afferma che un’eruzione del Lakagigar in Islanda fu uno dei motivi principali della Rivoluzione Francese. Nel 1783 questo vulcano sputò fuori tante ceneri velenose che uccise un islandese su cinque, e soffiò in tutto il mondo causando in Europa la carestia, che portò alla rivolta del popolo contro gli aristocratici.
E’ una specie di paradosso che l’uomo del vostro racconto debba partire dall’Islanda per incontrare questa donna grottesca chiamata Natura, perché ci verrebbe da pensare che possa esistere anche in Islanda. Ma è anche simbolico che la Natura sia una donna che vive al di sotto dell’Equatore. Questo può essere visto come simbolo degli organi sessuali. L’organo sessuale femminile è mistico e nascosto all’interno del corpo, ai maschi può sembrare grottesco e quasi come una ferita calda, che erutta. Così in questo senso, questa storia coglie anche l’essenza di come uomini e donne siano stati messi in categorie diverse nella cultura occidentale attraverso i secoli. Il maschio è freddo e logico, ma la femmina è calda e illogica, sentimentale e un po ‘stupida. Era forte la tendenza, e in qualche modo forse lo è ancora, a pensare la natura in questo modo, che sia semplicemente una specie di stupida cretina in mezzo al suo infinito ciclo di creazione e distruzione. Lei non ascolta nessun ragionamento. Alla gente piace ancora pensare che le loro decisioni siano basate sulla logica. E che la scienza e la tecnologia ci abbiano portato a un punto in cui abbiamo vinto la natura, ma se guardiamo più attentamente, vediamo quanto grezze e sterili siano le creazioni umane sintetiche paragonate alla natura. Gli esseri umani sono naturali e illogici, e sotto l’incantesimo delle emozioni, lo sono anche più di quanto ci piaccia ammettere.

P: Thoreau in Walden afferma canzonatorio che ci sono donne che fino all’ultimo giorno della loro vita, invece di pensare ai problemi metafisici che implica la morte, si occupano di ricamare la tovaglietta da té. Ricordiamo con grande piacere la visita al vostro Studio di Reikjavik, e la conversazione sul progetto a venire da pinksummer con una tazza di té in mano, mentre una di voi allattava il suo piccolo e tutte quante lo vezzeggiavamo. Ci viene ancora da ridere quando, non ricordiamo chi di voi tre, ci mostrò la busta di un collant sanpellegrino e sbarrando gli occhi sull’immagine esclamò “buona idea!” : sul pacchetto veniva mostrato un corpo femminile con la pancetta e i glutei un po’ flaccidi e poi, accanto, lo stesso corpo trasformato, dopo aver indossato le calze, con pancia piatta e sedere alto. Il vostro lavoro tende a recuperare una dimensione femminile che esce fuori dal pensiero andropico a cui il femminismo degli anni ’70 non ha sottratto la donna. Di fatto la stessa parola parità ha portato la donna a emulare il maschio, disconoscendo le proprie peculiarità se non per rimanere un mero oggetto del desiderio. Voi siete spesso impegnate in occupazioni squisitamente femminili come il ricamo, il cucito, il tricottare, avete tra l’altro progettato il vestito che Bjork indossa nell’immagine di “Volta” in cui sembra prendere fuoco. Tutto questo indulgere consapevole e calmo in tali faccende ha un che di politico, che restituisce una dimensione matriarcale fuori dai canoni estetici astratti che ci hanno disegnato attorno. Credete che si possa ritessere il mondo anche ricamando e bevendo té?

ILC: Sì, bere té può avere un effetto radicale. In realtà è stata la lucidità mentale di chi beve caffè e probabilmente anche té, che ha fatto la Rivoluzione Francese. Non solo uno stupido vulcano. Prima che il caffè arrivasse in Europa, la gente beveva molta più birra e non era in forma per fare la rivoluzione.
Ma a parte questo, ci piace abbracciare la tecnica tradizionale delle nostre nonne, e amiamo mescolarla con la nostra creatività e le nostre idee. Perché questa tecnica dovrebbe essere inferiore? Il punto di femminismo non è quello di metterci tutti nello stampo maschio alfa, ma di abbracciare le qualità più spesso collegate all’ “l’altro sesso”. Godiamoci la diversità della gente, questa è la chiave per ritessere il mondo.
E’ abbastanza fastidioso che il femminile sia sempre connesso con qualcosa di superficiale o non importante. Anche uomini intelligenti come Thoreau sono apparentemente colpevoli di questo pregiudizio. Naturalmente ci piacerebbe cambiare questa cosa. Perché il femminile arriva sempre secondo? Forse il ricamare tutto da sole non è sufficiente per cambiare il mondo. Un nostro amico una volta ci ha raccontato una storia interessante di un esperimento tra gli oranghi. All’interno delle tribù degli oranghi sembra che nascano a volte alcuni individui che sono maniaci del controllo e gravemente aggressivi e violenti. Diventano i cosiddetti maschi alfa dei gruppi, e governano su di essi con la minaccia e la paura. Gli scienziati credevano che, una volta rimossi questi maschi, i successivi nell’ordine gerarchico, si sarebbero automaticamente evoluti diventando patriarchi similmente violenti o dittatori. Ma questo non è accaduto. Nella maggioranza dei casi la tribù vive in pace e armonia per lungo tempo, dopo che questi personaggi sono stati rimossi. Si può dunque supporre che il 99% dell’umanità viva la sua vita, ricamando e bevendo té , e che in un certo senso, abbiamo solo bisogno di limitare il potere di quei pochi fanatici che creano tutto il disturbo.

P: A proposito di politica il prossimo 1 ottobre verrà forse approvata in “Islanda” quella che è stata chiamata la “Wiki” costituzione: per la prima volta una democrazia ha permesso di partecipare ai suoi cittadini alla realizzazione della carta costituzionale attraverso la rete. L’assemblea costituente voluta da Johanna Sigurdadottir è costituita da 25 cittadini, il cui unico requisito è la non appartenenza a partiti politici e la maggior età. Ci raccontate un poco di questa rivoluzione pacifica che gli islandesi portano avanti dal 2008, quando le speculazioni azzardate, condotte dalle lobbies politico-finanziarie, hanno condotto il paese a una recessione senza precedenti?

ILC: La costituzione ora è stata scritta, ma nessuno sa cosa succederà dopo. Non è ancora stato deciso se sarà il parlamento ad approvare questa costituzione o se verrà sottoposta a un referendum nazionale.
Quello che è successo in Islanda è già successo, e succederà ancora, e sta accadendo in Grecia ad esempio, su scala più grande. La gente si sta ribellando qua e là, ma non sembra che molto stia cambiando davvero. Il motivo per cui le cose non cambiano è legato al sistema capitalista in cui viviamo, dove il denaro è l’unico paradigma. Che ci crediate o no, è possibile avere altre misure. In Bhutan usano la felicità come barometro per le decisioni politiche, e in Bolivia hanno deciso di anteporre le esigenze di crescita e prosperità della madre terra a qualsiasi altra necessità. Sostenibilità è la parola chiave, laggiù. Il sistema capitalista mantiene il 90% delle persone nelle catene del debito, in modo che il 10% possa essere super ricco. Questa non è una forza della natura, ma un insieme di norme e regolamenti che abbiamo creato per noi stessi, e può cambiare in qualsiasi momento, se solo lo vogliamo. Le rivoluzioni in Libia e in Egitto sono in qualche modo più vere, perché il popolo sta rovesciando questi terribili dittatori e la violenza è tragica e dolorosa. Ma sarebbe triste se cadessero in preda del materialismo e del capitalismo, o della religione fondamentalista.
Forse il mondo sta davvero cambiando in questo momento. Forse queste rivolte sono tutte collegate e sono l’inizio di un nuovo ordine mondiale. E’ difficile vedere chiaramente quando il fumo è ancora così fitto.

P: Cosa presenterete da pinksummer?

ILC: Wheel – una scultura di grandi dimensioni, fatta di legno, calze di nylon e luce.
Abbiamo usato collant di nylon come materiale nel nostro lavoro fin dall’inizio della nostra collaborazione. Alcuni pezzi, come Bald Eagle, Second Skin e Black Swan, sono stati fatti con un vecchio metodo che una di noi ha imparato da sua nonna, secondo il quale si formano piume o petali con filo e collant. Poi li abbiamo indossati come parte del nostro costume e lo scorso anno abbiamo iniziato a esplorare davvero il materiale, perché ha così tanti livelli interessanti concettualmente. Il collant è un oggetto molto femminile, ma anche il risultato di un processo tecnologico e chimico molto complesso. Una specie di miracolo scientifico, che ha sostituito le calze di seta. Un simbolo di controllo dell’uomo sulla natura, o forse piuttosto un segno di come siano grezze e sterili le creazioni sintetiche umane in confronto alla natura.
Una volta stavamo facendo esperimenti in studio con dei collant colorati e la luce, e abbiamo visto questa forte somiglianza con le vetrate. Molte delle vetrate nei rosoni delle chiese gotiche, raccontano la storia dell’immacolata concezione della Vergine Maria. Wheel d’altra parte mostra gli organi sessuali dell’essere umano maschile e femminile, gli organi che si occupano della concezione biologica di un embrione umano. Il ciclo di collant colorati rappresenta il ciclo mestruale e il ciclo della luna è visibile anche intorno a tutta la rappresentazione, in modo da collegare l’universo esterno all’universo interno. Al centro c’è l’uovo, il sole di questo universo interiore e gli spermatozoi che si stanno avvicinando. Questo è il vero miracolo della vita, molto più complesso di quanto possiamo immaginare.
Sheet – Questo è un nuovo pezzo che abbiamo creato appositamente per Pinksummer. Si tratta di un lenzuolo bianco che è stato teso come una tela su un telaio a espansione e in questo senso ricorda un dipinto. Su questo lenzuolo bianco abbiamo cucito gruppi di “penne” di nylon di colore rosso. Queste penne sono realizzate in collant e filo, un’antica tecnica decorativa. Le calze di nylon appartengono quasi esclusivamente al regno femminile e le abbiamo usate nel corso di tutto il nostro lavoro.
Quest’opera a muro può essere vista come puramente astratta, ma ci piace pensare ad essa, come se i petali rossi rappresentassero le macchie che accidentalmente appaiono sul lenzuolo di una donna mestruata. Questo sangue significa che la donna non è incinta e quindi in un certo senso questa è l’idea opposta a ciò che viene presentato in Wheel.
La vista di queste macchie può causare grande sollievo o delusione dolorosa, o essere semplicemente fastidiosa. In alcuni luoghi o in passato le donne erano considerate sporche quando avevano le loro cose, e questo poteva comportare una loro temporanea esclusione dalla società o dalla partecipazione a particolari eventi. Ma queste macchie rappresentano semplicemente il ciclo della vita, e in questa sostanza, o nei pezzi che il sangue contiene, tutta l’umanità ha la sua origine.

PS: Esistono gli elfi?

ILC: Si.

Superstudio – La Moglie di Lot

superstudio-la-moglie-di-lot-invitation-card

Pinksummer: Abbiamo pensato tanto a come iniziare la conversazione con voi di Superstudio e alla fine invece partiremo con una domanda farlocca, muovendo da Firenze e da un fotomontaggio che non vi appartiene per niente.
L’edizione internazionale del “New York Times” ha dedicato un “Saturday Profile” a Matteo Renzi, sindaco votato del capoluogo toscano e premier incaricato (sembra che lo stato di eccezione esteso abbia reso superflua la piazza italiana), presentandolo come il fanciullo caravaggesco con il canestro di frutta, alle cui spalle si stempera Castel Sant’Angelo e il fiume Tevere di Corot, salutando il segretario del PD (center left) come portatore di energia e prosperità. Da Genova, non più il proletariato organizzato del Porto e dell’Ansaldo, ma Beppe Grillo, nuova icona dell’italico dissenso, vorrebbe opporre “Il grande rifiuto”. Al di là del valore del pensiero negativo, Marcuse aveva almeno visto “La fine dell’utopia”, come la liberazione da ogni forma di repressione e l’immaginazione al potere divenne la parola chiave dei movimenti studenteschi del ’68. Seppure tra i “radicali” non siete stati certo i più fiduciosi sotto il profilo antropologico, ritornando al futuro con la f maiuscola di Superstudio, sareste riusciti a aprire tanto la fantasia da sospettare che il tempo riuscisse a operare una desublimazione così pervicace e irragionevole sulla vita associata italiana, da consentire cotanta immaginazione al potere?

Superstudio (Adolfo Natalini, Piero Frassinelli, Cristiano Toraldo di Francia):
Provo a rispondere:
La realtà supera sempre la finzione.

P: La dialettica antinomica tra monumento e anti-monumento, sembra manifestare bene l’ambiguità della poesia spaziale di Superstudio tra sapere e fiction, tra conservazione e liberazione, tra disordine e confine cartesiano deformato dalla fuga prospettica. In questo senso è emblematica la comparazione tra il “ Monumento Continuo” e “La moglie di Lot” nei termini heideggeriani.
Il valore simbolico del “Monumento Continuo”, colosso che serpeggia nel mondo in cerca di un’ anima che non potrà trovare, essendo mera superficie senza alcuna dimensione interiore, tende a impersonare una cultura egemonica di stampo metafisico e anti-fenonomenologico, che Superstudio presenta come una sorta di a-priori , inteso come impossibilità progettuale, esaltandone il limite drammatico, come se si trattasse di un’esistenza che si perde tra gli enti (oggetti?) senza tenere di conto della fine.
“La moglie di Lot” presentata alla Biennale di Venezia del ’78 e poi perduta, riappare oggi con la sua poesia fragile, nomadica e transeunte, per raccontarci sempre che l’essere non può che essere esistenza e dunque storia e dunque finitudine e che ogni verità è figlia del proprio tempo. “La moglie di Lot” guarda alle possibilità in una dimensione intrinsecamente temporale, in cui il vuoto s’impone come anticipazione e di necessità come minaccia futura. La moglie di Lot con le sue cinque architetture di sale che si disciolgono nel tempo e nell’acqua di-svelando qualcosa, non si lascia definire, ma solo interpretare. “La moglie di Lot” ha la monumentalità orizzontale dell’esistenza e in questo senso può essere forse interpreta come anti-monumento.
Alla fine per Superstudio, monumento e anti-monumento, retorica e anti-retorica, “Monumento Continuo” e “La moglie di Lot” non coincidono? Non sono due manifestazioni dell’identico? Del resto può esistere la mera superficie anche solo trattando di rappresentazione?

S: Provo a rispondere:

Tra il 1969 e il 70 abbiamo elaborato un discorso al limite sulle possibilità dell’architettura come mezzo critico. Iniziando ad usare sistematicamente la ‘demonstratio per absurdum’ abbiamo prodotto un modello architettonico d’urbanizzazione totale. Questo lavoro e raccolto nel catalogo:

IL MONUMENTO CONTINUO, 1969

… abbiamo partecipato al concorso (e vinto un premio) con una architettura unica da prolungare su tutta la terra, un’architettura capace di dar forma a tutta la terra o a una sua piccola parte, un’architettura riconoscibile (anche da extraterrestri) come prodotto di civiltà. Un’architettura con cui occupare le zone di abitabilità ottimale lasciando libere tutte le altre…
Abbiamo presentato un “modello architettonico d’urbanizzazione totale” come logica risultante di una storia “orientata”: una storia dei monumenti iniziata con Stonehenge e che, passando per la Kaaba e il VAB, trovava il suo logico completamento con il “monumento continuo” (vedi a pag. 9).
E di questo enigmatico monumento continuo, di questo “monumento per esempio”, abbiamo presentato alcune foto a caso, abbastanza cartolinesche e quindi inquietanti come tutte le immagini di “saluti da…”. (Su questo lavoro, continuato e ampliato, stiamo preparando un film per una società televisiva americana).
ll monumento continuo è il polo estremo di una serie di operazioni progettuali coerenti che portiamo avanti di questi tempi, dal design all’urbanistica, come dimostrazioni di una teoria enunciata a priori: quella del disegno unico. Un disegno cioè che si trasporta rimanendo uguale a se stesso, cambiando scala o area semantica senza traumi o inconvenienti. Trovava il suo logico completamento con il “monumento continuo”.
Quest’immutabilità c’interessa: la ricerca di un’immagine “impassibile e inalterabile la cui statica perfezione muove il mondo attraverso l’amore che fa nascere per se”.
Attraverso una serie di operazioni mentali si può prender possesso della realtà e raggiungere cosi la serenità, l’unico stato libero da paure e angosce; in questo senso l’architettura è mezzo di comprensione del mondo e di autoconoscenza: Selbsterkenntnis durch Architektur.
Poi a Graz, con Mayr e Missoni abbiamo parlato molto di architettura come mezzo per mettere ordine, calma e serenità tra le cose. Abbiamo parlato di come sentirsi in equilibrio e discusso sul fatto che Freud sosteneva che il cubo è un sintomo di angoscia, e allora stiamo tutti in case d’angoscia, anche Wittgenstein che se n’era costruita una cubica per sé perché gli piacevano quelle di Loos …
A proposito di Wittgenstein: “come può l’uomo essere felice, se non può tener lontana la miseria di questo mondo? Mediante la vita di conoscenza. La vita di conoscenza é la vita che è felice nonostante la miseria del mondo. Felice è solo la vita che può rinunciare ai piaceri del mondo”. E anche: “V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico. L’impulso al mistico viene dalla mancata soddisfazione dei nostri desideri da parte della scienza”. Forza, un filosofo, abbiamo anche parlato molto di architettura della felicità, di una cosa che abbiamo chiamato Glückitektur o anche Happytecture, di un’architettura di libertà mentale, di usi disinibiti dell’intelligenza, di una serena fiducia nell’uso decontratto della mente…
Un’architettura libera dai complessi dell’“architettura costruita” (e questa è forse l’unica moderata utopia) per allargare il campo nelle due sole vere direzioni: al di fuori di noi (come dice Hollein) e al di dentro di noi (come da migliaia di anni ci consigliano gli indiani e magari anche S.Tommaso).
Abbiamo parlato di un’architettura di gesti immateriali, di un’architettura presente e invisibile da costruire un giorno da qualche parte possibilmente su tutta la terra, e da edificare adesso continuamente dentro di noi. Il più grande progetto è sempre progettarsi una vita intera sotto il segno della ragione, una vita con coordinate precise, scelte e serenamente accettate, con limiti co-me pietre angolari. Costruire noi stessi con una serie di gesti primari, di gesti magici calibrati e lucidi, per mezzo di un’architettura della chiarezza e della lucidità, non della crudele intelligenza ma della comprensione di tutte le ragioni.
Salvarsi l’anima attraverso la chiarezza, privando l’architettura delle sovrastrutture (giustificazioni e mistificazioni) spaziali-estetiche-economiche-funzionali e rivalutandone l’essenza rappresentativa conoscitiva e ordinatrice.
In questo modo l’architettura come struttura operativa si sovrappone alla natura naturans e alla natura naturata ordinandone i materiali con gli utensili della storia e della tecnica.
Ora elaboriamo progetti concentrando i nostri sforzi sulla definizione di un’architettura come immagine, come costruzione prettamente mentale capace di risolvere in se stessa le contraddizioni tra le cose e l’idea delle cose.
Così a Graz non potevamo più esporre progetti, discorsi su altri discorsi, ma solo architettura.
Abbiamo costruito la Stanza di Graz. E basta.

Da: “Superstudio: lettera da Graz/Trigon 69” Domus 481, 1969

DA: “IL MONUMENTO CONTINUO” UN MODELLO ARCHITETTONICO DI URBANIZZAZIONE TOTALE – 1969

Per chi come noi sia convinto che l’architettura è uno dei pochi mezzi per rendere visibile in terra l’ordine cosmico, per porre ordine tra le cose e soprattutto per affermare la capacità umana di agire secondo ragione, è “moderata utopia” ipotizzare un futuro prossimo in cui tutta l’architettura sia prodotta da un unico atto, da un solo “disegno” capace di chiarire, una volta per tutte, i motivi che hanno spinto l’uomo a innalzare dolmen, menhir, piramidi, e a tracciare città quadrate, circolari, stellari e infine a segnare (ultima ratio) una linea bianca nel deserto.
La grande muraglia cinese, il vallo d’Adriano, le autostrade, come i paralleli e i meridiani, sono i segni tangibili della nostra comprensione della terra.
Crediamo in un futuro di “architettura ritrovata”, in un futuro in cui l’architettura riprenda i suo pieni poteri abbandonando ogni sua ambigua designazione e ponendosi come unica alternativa alla natura. Nel binomio natura naturans e natura naturata scegliamo il secondo termine.
Eliminando miraggi e fate morgane di architetture spontanee, architetture della sensibilità, architetture senza architetti, architetture biologiche e fantastiche, ci dirigiamo verso il “monumento continuo”: un’architettura tutta egualmente emergente in un unico ambiente continuo: la terra resa omogenea dalla tecnica, dalla cultura e da tutti gli altri imperialismi.
Ci inseriamo in una lunga storia di pietre nere, di sassi caduti dal cielo o eretti in terra: meteoriti, dolmen, obelischi. Assi cosmici, elementi vitali, elementi riproduttivi dei rapporti cielo-terra, testimonianze di nozze avvenute, tavole della legge, atti finali di drammi a lunghezze variabili.
Dalla sacra Kaaba al Vertical Assembly Building.
Un blocco squadrato di pietra poggiato sul terreno è un atto primario, è una testimonianza di architettura come nodo di relazioni tra tecnologia sacralità utilitarismo; sottintende l’uomo la mac-china le strutture razionali e la storia.
Il blocco squadrato è il primo atto e l’ultimo nella storia delle idee di architettura.
L’architettura diviene un oggetto chiuso e immobile che non rimanda ad altro se non a sè stesso e
all’uso della ragione.

Da: “Superstudio: discorsi per immagini” Domus 481, 1969

La Moglie di Lot – descrizione

Una struttura metallica zincata, simile a un tavolo (251 x 56 x 100 cm), sorregge cinque piccole architetture di sale in altrettante vasche di zinco.
Una seconda struttura metallica (56 x 56 x 156 cm) scorre sulla struttura principale e porta una piramide rovesciata di zinco contenente acqua. L’acqua scorre lentamente in un tubo da fleboclisi e scendendo goccia a goccia sulla prima architettura di sale la scioglie.
Poi la struttura scorrevole si sposta sulla seconda e cosi via. La prima architettura è una piramide. Quando l’acqua ha sciolto il sale, appare una struttura piramidale di fili di ferro.
La seconda è un anfiteatro e, disciolto il sale, mostra un insediamento abitativo (in refrattario).
La terza è una cattedrale e, disciolto il sale, mostra un guscio d’uovo, perfetto e vuoto.
La quarta è il Palazzo di Versailles e, disciolto il sale, mostra la brioche di Maria Antonietta.
La quinta è il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier e, disciolto il sale, rivela una targa d’ottone con sopra scritto: “L’unica architettura sarà la nostra vita”.

Mentre il sale precipita al fondo delle vasche, l’acqua salmastra scorrendo in appositi tubi si raccoglie in una vasca sotto la struttura principale.
Nella vasca si trova una targa d’ottone esplicativa che dice appunto:

Superstudio, Firenze/Venezia, maggio/giugno 1978
LA MOGLIE DI LOT
L’architettura sta al tempo come il sale sta all’acqua.

L’acqua salmastra la ricopre lentamente e, evaporata l’acqua, il sale offusca la targa rendendola scarsamente leggibile.
Le architetture di sale, sciogliendosi, rivelano al loro interno oggetti che rappresentano ciò in cui il tempo le ha trasformate.

L’architettura della storia mostra nel tempo solo il suo aspetto simbolico; il tempo di erosione della fase funzionale è estremamente ridotto rispetto a quello della fase simbolica. L’architettura della storia è un’architettura di simboli e rappresentazioni, la sua funzione d’uso è contingente e deperibile. D’altra parte l’architettura può ritrovare un uso, in tempi e condizioni imprevisti al progettista, ad opera dei propri abitatori.
L’architetto ha scelto di esprimere la funzione simbolica dell’architettura mentre solo gli abitanti ne possono realmente progettare la funzione abitativa.
Quelli che vogliono costruire si guardano intorno e davanti: così si lasciano pur sempre alle spalle gli architetti trasformati in statue di sale.

Da: “La moglie di Lot e la coscienza di Zeno” Biennale di Venezia, 1978

P: A proposito di “paper achitecture”, tra cui arbitrariamente annoveriamo “Le 12 città ideali”, in particolare “Barnum Jr.’s City” che sembra l’anticipazione di un parco a tema e sappiamo contenere “le riproduzioni di tutti i maggiori monumenti, dall’Empire State Building alla Tour Eiffel. Al Colosseo (ricostruito nell’aspetto originario)” e “La Moglie di Lot” in cui Superstudio trasforma e ri-presenta in forma di statue di sale per prepararle alla distruzione senza senso di colpa apparente: il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier , Versailles, la basilica, l’anfiteatro e la piramide. Ebbene ritornando alla “paper architecture”, immaginiamo che una strana soteriologia diacronica di natura infrastrutturale, accomuni la pratica mentale di Superstudio, quella di Etienne-Louis Boullée (pensiamo soprattutto al progetto della biblioteca reale), al post-modernismo sorto nelle ultime decadi dell’ Unione Sovietica, al tempo di Gorbachev, della Perestroika e della Glasnost. In specifico guardiamo dentro al “Colombarium Architecturae (Museum of Dissapearing Buildings)” disegnato nel 1984 da Alexander Brodsky e Ilya Utkin.
La biblioteca mai realizzata di Boullée è uno spazio metafisico, non certo luogo funzionale o quantomeno accogliente per lo studio, un monumento al sapere, piuttosto che un tempio del sapere. Il colombario sovietico di Brodski e Utkin è un’esplorazione utopica al negativo, per non parlare delle vostre di esplorazioni utopiche apocalittiche, seppure trascritte in un linguaggio sincronico alla neo-avanguardia futurologa e tecnolatra dei “Swinging Sixties”.
Queste architetture di carta sono impossibilitate a preservare o a museificare qualcosa, sono strutture della memoria e della nostalgia, forse anche del desiderio, perché sembrano dialogare con una qualche forma di distruzione. Sono arche di Noè costruite in vista di una sparizione. Sono strutture necessariamente ciniche, perché già si sa che con l’urgenza dell’oblio alla porta, si potranno salvare solo semi/segni, a-sostanziali come l’aria che respiriamo senza vedere.
Ma il neoclassicismo e il post-modernismo non sono informati dalla memoria e dalla nostalgia, oltre che dal cinismo/eclettismo linguistico? Che Superstudio sia post-modernismo fiorentino (considerando l’incidenza del genius loci) ante-litteram?

S: Provo a rispondere:

LA TREDICESIMA CITTA’.

La sua forma e le sue dimensioni sono indefinite e inconoscibili. Taluni la ritengono un quadrato perfetto, altri un esadodecaedro, altri un quadrato infinito senz’angoli. Per alcuni è un enorme solido, per altri una figura bidimensionale, per altri infine è una figura di geometria pluridimensionale. I più la definiscono proiezione di un solido invisibile, quale ombra di un cristallo trasparentissimo posto tra noi e la luce, ombra che si forma solo in particolari circostanze, quando il cristallo, muovendosi, viene ad assumere proprietà polarizzanti o quando il cristallo, semplicemente, oppone la sua maggior dimensione alla luce. D’altronde, se il problema del passaggio dalla proiezione all’oggetto poteva esser risolto geometricamente, la sconosciuta permeabilità alla luce dell’oggetto e il dubbio che il piano di proiezione non fosse perfetto, rendevano la conoscenza della vera forma sempre più improbabile. L’uso dei mezzi d’indagine più progrediti non era precluso agli osservatori: si imponeva solo che la stazione osservante rimanesse immobile in un punto scelto e s’impedivano le comunicazioni immediate tra stazioni diverse. Tali comunicazioni si permettevano solo dopo un certo intervallo di tempo e usando canali prestabiliti. Quanto l’intervallo e i canali deformassero i messaggi era sconosciuto. E d’altronde la coincidenza o la differenza di diverse osservazioni poteva dipendere sia dalla loro sostanza che dai mezzi con cui si trasmettevano…
Non era però quello della forma l’unico problema di tale invisibile entità. Si sapeva che nella tredicesima città si era sviluppata una forma ideale di società e di vita. Si conoscevano frammentari racconti sui suoi abitanti. Alcuni che un tempo vi vissero ed altri che un giorno vi vivranno s’incontravano ancora in un immenso spiazzo in campagna: tale spiazzo conservava ancora tracce regolari come di canali, vie o coltivazioni. Gli urti e gli altri erano convinti che quello fosse stato il luogo da cui la tredicesima città si era staccata per divenire trasparente e invisibile. Me a coloro che vi vissero gli anni confondevano i ricordi; a coloro che vi vivranno la speranza alterava le descrizioni e i progetti. Si limitavano così ad incontrarsi nella pianura, cercando nelle trecce certezza e conferme. L’unica realtà era un’erba rada e improvvisa, come grano appena spuntato che perennemente velava di lanugine verde una terra grigia simile a sabbia. Tele terra non si ritrovava in altri luoghi, poteva esser stata generata da trasformazioni chimiche dei materiali della città scomparsa, come poteva l’erba esser generata in tale aspetto dall’ombra leggera che, più spesso che in altri luoghi, la città invisibile vi lasciava.
Nient’altro restava di tracce visibili: solo un vago senso di malessere o di frustrazione negli individui che lì convenivano. I loro incontri finivano spesso senza nemmeno una parola. Un po’ per volta rimasero solo in pochi nella pianura, tutti gli altri essendo troppo occupati a costruire o ad occupare citta pesantissime e impossibili. Cosi nel luogo supposto d’origine della tredicesima città, iniziarono a interrogarsi sul senso delle memorie e delle profezie, cercando di ricostruire la ragione dei loro ricordi e progetti di quella e delle precedenti dodici città.
Lentamente compresero che non si trattava di supposizioni o di piani, nè erano descrizioni trasmesse in un bizzarro codice: non erano neppure metafore o parabole. Aggiunsero così alla fine una nota (ritrovabile solo in questa edizione) sul come e perchè di tali racconti. Il testo della nota era “Vi restituiamo i dati che ci avete fornito”.

S: Insomma continuando a rispondere:
quello che volevo (volevamo) dire con Superstudio (l’ho) l’abbiamo già detto. Basta guardare nei libri nelle riviste o nei fondi d’archivio. A distanza di quarant’anni potrei (potremmo) raccontare quelle storie in maniera diversa. Le costruzioni e i progetti che ho fatto dopo il 1978 potrebbero essere questo racconto in prima persona, ma le pagine tratte da “Superstudio storie con figure 1966-73” e dal libro bianco della Biennale 1978 sono una risposta più precisa.
Ma potete anche pensare che i nostri testi (scritti e disegni) erano le domande e che le vostre domande sono risposte date quarant’anni dopo.

Adolfo Natalini, 4 marzo 2014

Postscriptum
Alla domanda “cosa sono gli istogrammi?” risponderei con 4.1 Istogrammi di architettura 1969 e se mi venisse chiesto di parlare degli “Atti Fondamentali”, ecco la risposta “Atti Fondamentali, 1971-1973” Casabella 367, 1972 ma non me l’avete chiesto – grazie – va bene così!

P: Vi avremmo mandato oggi la domanda “cosa sono gli istogrammi”, mettendo in relazione gli Istogrammi agli “Atti Fondamentali”, vita, educazione, amore, cerimonia, morte. Il riduzionismo più radicale che si manifesta in forme diverse, altro che post-modernismo, ammesso che queste categorie, in cui è agevole sigillare pensieri e attitudini come il cibo dentro ai sottovuoti, esistano. Focault affermava che l’uomo è una invenzione recente, è una sorta di piega nel nostro sapere che sparirà non appena avremo trovato una nuova forma al di là, forse, di ogni rappresentazione.
E comunque nel 2004 pinksummer iniziò la conversazione/comunicato stampa con Tomas Saraceno e Luca Cerizza per la prima mostra in Italia di Tomas Saraceno così: “Superstudio nel 1970 scrivevano ‘In quegli anni stava diventando molto chiaro che continuare a disegnare arredi, oggetti e simili decorazioni domestiche non era la soluzione ai problemi del vivere… e ancora meno avrebbe potuto servire a salvare la propria anima’”.
Siamo felici di ri-presentare “La moglie di Lot” di Superstudio da pinksummer.

S:
ISTOGRAMMI D’ARCHITETTURA, 1969

“ln quegli anni poi divenne molto chiaro che continuare a disegnare mobili oggetti e simili casalinghe decorazioni non era la soluzione dei problemi dell’abitare e nemmeno di quelli della vita e tantomeno serviva a salvarsi l’anima…
Divenne anche chiaro come nessuna beatificazione o cosmesi era bastante a rimediare i danni del tempo, gli errori dell’uomo e le bestialità dell’architettura… Il problema quindi era quello di distaccarsi sempre più da tali attività del design adottando magari la teoria del minimo sforzo in un processo riduttivo generale. Preparammo un catalogo di diagrammi tridimensionali non continui, un catalogo d’istograrnmi d’architettura con riferimento a un reticolo trasportabile in aree o scale diverse per l’edificazione di una natura serena e immobile in cui finalmente riconoscersi. Dal catalogo degli istogrammi sono stati in seguito generati senza sforzo oggetti mobili, environments, architetture… Ma di tutte queste cose non ce ne importa molto, né molto ce n’è mai importato. La superficie di tali istogrammi era omogenea ed isotropa: ogni problema spaziale ed ogni problema di sensibilità essendo accuratamente stato rimosso. Gli istogrammi si chiamavano anche ‘Le Tombe degli Architetti’”.

ATTI FONDAMENTALI, l971-1973

Dal 21 marzo 1971 al 20 marzo 1973 abbiamo lavorato a una serie di ricerche sugli Atti Fonda- mentali, incentrate sui rapporti tra l’Architettura (come formalizzazione cosciente del pianeta) e la vita umana. I film che abbiamo prodotto costituiscono una propaganda di idee al di fuori dei canali tipici della disciplina architettonica. I cinque film sono:

VITA
EDUCAZIONE
CERIMONIA
AMORE
MORTE

I grandi temi, i temi fondamentali della nostra vita, non sono mai toccati dall’architettura. L’architettura se ne sta ai margini, ed interviene solo ad un certo punto del processo di relazione, quando di solito tutto il comportamento è già stato codificato, fornendo risposte a problemi rigidamente posti. Anche se le sue risposte sono aberranti od eversive, la logica della loro produzione e del loro consumo evita ogni reale sconvolgimento. L’architettura non propone comportamenti alternativi poiché usa strumenti messi a punto dal sistema per evitare ogni sostanziale deviazione.
Cosi l’abitazione operaia e la villa signorile seguono gli stessi modelli e l’architetto radicale e l’architetto accademico si equivalgono: la differenza sta solo nelle quantità in gioco; le decisioni sulla qualità del vivere sono già state prese.
Accettando il suo ruolo l’architetto si rende complice della macchinazione del sistema di cui cerca il consenso. L’architetto d’avanguardia poi ricopre uno dei ruoli più rigidamente fissati, un po’ come I’amoroso giovane”.
A questo punto, l’architetto, riconoscendo in sé e nella sua opera connotazioni di cosmesi, environmental pollution e consolatrix afflictorurn, si blocca di colpo sulla sua strada ben pavimentata. Diviene allora un atto di coerenza, o un ultimo tentativo di salvezza, concentrarsi sulla redefinizione degli atti primari, ed esaminare in prima istanza quali sono le relazioni tra l’architettura e tali atti. Tale operazione diviene una terapia per la rimozione dell’archimanie…
Il tentativo di una rifondazione antropologica e filosofica dell’architettura diviene il centro dei nostri processi riduttivi.

Da Casabella 367, 1972

Georgina Starr – The Bunny Lakes Collection

pinksummer-georgina-starr-invitation-card

Se si è abituati ad avere un approccio analitico all’arte contemporanea, davanti alla produzione di Georgina Starr si ha la sensazione di essere spazzati via da un’onda: scossi fino al punto di perdere le categorie di alto e basso e solo in seguito, sulla spiaggia, si riesce distinguere ancora la linea pulita dell’orizzonte.
L’orizzonte di Georgina è il ritratto concepito come la sintesi dialettica per eccellenza tra identità e alterità: l’oggetto del ritratto è il soggetto assoluto.
Per generare la bolla di immanenza nel suo universo, Georgina si affaccia alla realtà attraverso una sorta di appropriazione e identificazione delle cose visibili e tangibili che, all’interno del suo lavoro, assumono una nuova vita, ricreata tramite una rete infinita delle associazioni. Il lavoro di Georgina è una incredibile fusione di passato e presente, essere e apparenza, individuo e immaginario pop, sogno e finzione: è un flusso di coscienza nel quale il ricordo fonde gli orizzonti.
Georgina ci restituisce una concezione dell’identità con una frontiera porosa, permeabile al mondo: l’identità si tinge di alterità, l’alterità si tinge di identità e da qui, forse, quella sensazione di instabilità ontologica che il suo lavoro ci trasmette. L’idea è che l’identità sia composta da una molteplicità di frammenti, ognuno dei quali è una personalità completa ed indipendente: i vari personaggi che Georgina interpreta e dai quali è interpretata.
Nell’intera durata episodica del lavoro del Georgina un personaggio secondario può essere ripescato per diventare, da qualche altra parte, un protagonista come Liz che è un personaggio marginale in “Visit to a small planet”, mentre è l’assoluto protagonista, in quanto sigle, di “Party”. Nello stesso modo un’idea fra altre idee che sono funzionali in un progetto, può finire per far girare sulla sua traccia tutti i progetti, come quella del night club in “The Hungry Brain”. Il lavoro di Georgina è un fluido che cresce come la vita che se si prova a programmare, finisce sempre per sfuggire ai piani.
Come il fulcro del lavoro di Georgina che ha la dimensione dinamica ed incommensurable della coscienza, le sue espressioni si traducono in forma non specializzata: installazioni, videos, Cd-rom, annotazioni del vinile, illustrazione della parete, fotografie, fumetti. La musica è un elemento costante, colonne sonore di video e installazioni, usato da Georgina come un segno evocatore per ricondurre al presente le atmosfere della memoria.

Pinksummer

Comunicato Stampa Di Georgina Starr
“The Bunny Lake Collection”

In Bunny Lake is Missing (Otto Preminger, 1965) una madre distratta, prova disperatamente a mettere insieme gli eventi che circondano la scomparsa della figlia di 4 anni. Il thriller si sviluppa nel giallo di un rapimento con un personaggio centrale (Bunny Lake) che non si vede mai e che non sappiamo se è reale o immaginario. Nelle scene finali una Bunny Lake drogata viene rimossa dal bagagliaio dell’automobile sportiva dello zio e trasportata lentamente attraverso una casa deserta nel giardino sul retro circondato da un muro in mattoni. Guardando con orrore la madre vede suo fratello preparare una tomba per la sua bambina. Bunny Lake sopravvive alla vicenda e il film finisce. Ma quali effetti questi eventi avrebbero prodotto sulla ragazza nella sua vita futura?
In Targets (Peter Bogdanovich, 1967), Bobby riempie di armi il bagagliaio della sua automobile sportiva, va a casa ed uccide la sua famiglia in un’esposizione fredda e diretta di violenza domestica. Lasciando una nota con scritto ” A chi di riguardo… So che mi prederanno, ma ci saranno altri omicidi prima che io muoia” si lancia poi in una frenesia omicida in città con colonna sonora pop alla radio. Dopo l’inseguimento di un’automobile della polizia, Bobby entra nel parcheggio vuoto del Reseda Drive-In e aspetta nella sua auto mentre il cinema lentamente prende vita. Dopo aver guardato dei bambini giocare nel campo del drive in, prende posizione nello schermo di legno. Quando gli spettatori si sistemano per vedere il film The Terror (Roger Corman, 1963) Bobby centra i suoi bersagli usando un buco nello schermo….
Il lavoro recente The Bunny Lakes are Coming (presentato nella galleria Anthony Reynolds, Londra) era il primo episodio di nuova serie di lavori che usano video, musica, pittura, moda e fotografia per tracciare una storia che si svolge introducendo l’evasiva Bunny Lake. In questo episodio, la galleria è chiusa da un falso muro e una tenda di mattoni stampati. All’interno, dietro una vera parete di mattoni, un’immagine video passa alternativamente da un graffitista che dipinge un logo di Bunny lake a le gambe di una ragazza sospesa che oscilla a tempo con un disco che è appena messo nel suo girardischi di plastica rossa. La colonna sonora è una struggente versione di Misty Roses di Tim Hardin, cantata dalla voce angelica di un ragazzo di 14 anni.
“L’arte dovrebbe essere più sensibile della cultura popolare ma non sempre la controlla.” The Bunny Lakes are Coming è un melange di malinconia pop e terrore che è sensibile come una ferita fresca”. [Dave Beech, Art Monthly, October 2000]
Per Pinksummer Starr ha fatto il secondo episodio della saga di Bunny Lake. The Bunny Lake Collection è un lavoro basato su una performance che incorpora una nuova collezione di vestiti disegnati da Starr. Attingendo ancora alle storie dei due film, la collezione sarà presentata per la prima volta al pubblico in occasione dell’inaugurazione della mostra.
” Mi appari come Misty Roses, troppo soffice per essere toccata, ma troppo bella per non farlo”. [Rose Misty, Tim Hardin]
in collaborazione con:
Comune di Genova, politiche giovanili, centro della creatività

Georgina Starr

pinksummer-georgina-starr-invitation-card

Pinksummer: “Per Freud c’è un legame fortissimo tra creazione artistica e infanzia intesa come un insieme di memoria e repressione. Egli associa poi l’idea d’infanzia con quella di morte: i ricordi infantili spesso sono popolati da esseri scomparsi. In molti tuoi lavori l’idea d’infanzia è centrale, pensiamo a Party , uno dei lavori che amiamo di più, in cui ci hai raccontato che per la preparazione del cibo e degli addobbi ti sei ispirata alle feste di compleanno che i tuoi genitori preparavano per te quando eri bambina. Anche per la serie Bunny Lake, tu sei partita dalla fine del film di Otto Preminger Bunny Lake is Missing chiedendoti Bunny Lake bambina si è salvata, ma che adolescente potrà mai essere? Che cosa rappresenta per te, nei tuoi lavori, l’idea di infanzia?”

Georgina Starr: “Sono interessata al fatto che l’infanzia può esistere soltanto in modo finzionale perché ne abbiamo solo il ricordo, non potrà mai essere di nuovo reale. Ho incentrato parecchi lavori su questo tema, ma specialmente la serie Bunny Lake. Il ricordo del film risaliva a quando lo vidi da bambina. Questo ha fatto riaffiorare la storia personale di ciò che stava accadendo allora nella mia vita reale. Il rapporto con mia sorella e il ricordo di lei sono diventati una specie di parallelo rispetto a ciò che accade nel film. L’idea della bambina scomparsa, il rapimento e la vendetta erano sentimenti racchiusi dentro di me proprio come i temi che ho trattato nella finzione filmica. Sia Bunny Lake is Missing che Target hanno a che fare con persone che provano rabbia per qualcosa che è accaduto nel passato e sentono la necessità distruttiva della vendetta. Ho visto un parallelo con mia sorella che era stata salvata dall’abbandono e Bunny che è stata ‘salvata’ alla fine del film. E per questo che nel libro di Bunny Lake mi sono chiesta: ‘Possiamo salvarla? Noi tutti ci provammo. Nel profondo, penso che lei non volesse per niente essere salvata’. Per il semplice fatto che Bunny Lake sia stata salvata, non significa che il trauma non l’affligga. Allo stesso modo mia sorella è stata salvata da noi, ma non è stato abbastanza.”

P: Al tuo luccicante party non si è presentato nessuno, le aspettative di festa sono state disattese e si è tramutato in qualcosa di tristissimo, mentre l’essenza di Bunny Lake è sintetizzata dalla scritta rosa, grassottella, un po’ anni ‘70, della copertina del 45 giri in vinile bianco che rappresenta la colonna sonora del progetto: la colatura rosa delle lettere sullo sfondo nero è terribilmente sinistra. Sia in Party che in Bunny Lake c’è un forte pessimismo: il tempo, la realtà spazzano via le illusioni di gioia e di vita?

G.S: Penso che tutti i miei lavori abbiano un lato sinistro, per quanto gioiosi e colorati possano sembrare apparentemente. Nella fiction di Party, vediamo una donna molto felice di trascorrere il tempo sola. In realtà sappiamo che non avere ospiti a un party è un’esperienza triste e deprimente e non ci sono lustrini e colori che possano cambiare ciò. Ma il lavoro è molto più complicato, perché esso esiste sia come video (finzione), ma in quel momento ero realmente io che per tre giorni ho dato un party sola. Il video ha differenti livelli.

P: Quando venimmo a Londra a vedere Bunny Lake Drive In nella fabbrica dismessa ci siamo accorte, ancor più di quando presentasti Bunny Lake Collection alla Biennale di Venezia e prima da Pinksummer, di come il tuo lavoro fosse in qualche modo una metafora della memoria, stiamo pensando a tutto l’insieme della mostra, così precisa, ma in particolare allo schermo bucato, sul retro del quale venivano proiettati spezzoni di Bunny Lake is Missing e Target, da considerarsi quali nuclei elementari originari, da te colonizzati e re-immaginati per creare una nuova storia. L’antropologia da sempre considera questa negoziazione tra immaginario individuale e immagini collettive. Cosa rappresenta per te il cinema?

G.S: Sono sempre stata affascinata dal potere dell’immagine cinematografica. Sono cresciuta con una madre ossessionata dai film degli anni ‘40 e ‘50. Guardavamo i film insieme e qualche volta io avrei preferito vivere dentro quei film piuttosto che in una qualsiasi vita reale. Quando ero bambina il confine tra realtà e finzione era evanescente. Ero poi più coinvolta e influenzata dai film. Ho un forte ricordo di alcuni film che ho visto, e questi si fondono con ciò che stava succedendo nella mia vita reale quando li vidi. In un mio lavoro del 1995 Visit to a Small Planet ho riscritto la trama del film originale dal ricordo di esso, ma ho incluso ciò che stava succedendo nella mia vita quando lo vidi a 10 anni. Ho attualizzato momenti dal film e dalla vita reale. Nel lavoro di Bunny Lake invece di attualizzare sono andata oltre a ciò che accade nel film immaginando che cosa certi personaggi avrebbero potuto fare dopo, e interpretando le loro prossime mosse, per creare un nuovo lavoro.

P: Sappiamo che hai incontrato poco tempo fa l’attrice che interpretò nel ‘65 la bambina scomparsa e ritrovata Bunny Lake. Che cosa vi siete dette, che ricordo ne ha, perché hai voluto incontrarla?

G.S: Si ho incontrato Suky Appleby l’attrice che ha recitato Bunny Lake. Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto conoscerla. Sapevo che lei aveva recitato solamente in due film Bunny Lake is Missing e Eye of the Devil per questo sarebbe stato difficile rintracciarla, dato che aveva solo 5 anni quando i film furono girati. Quest’anno ho iniziato a lavorare su una sinossi per un copione e ho pensato molto all’attrice e a chi o cosa oggi lei fosse. Ho trascorso l’intera estate scrivendo (fiction) su di lei e quando sono tornata a casa ho deciso che era tempo per provare a incontrarla. Attraverso una serie di fortuite coincidenze sono riuscita a scriverle, senza ancora sapere se fosse realmente lei. Ma lo era. Ci siamo incontrate il mese scorso e abbiamo trascorso 5 ore assieme. Ha parlato molto apertamente circa le sue esperienze durante le riprese dei due film. Mi ha raccontato tutto in ogni dettaglio, e avrebbe potuto descrivere i set, gli altri attori e i registi come se si trattasse del giorno prima. Per varie ragioni non posso scendere troppo nei dettagli per un problema di rispetto, tutto era così personale ed era così profondamente coinvolta da quelle esperienze. Ciò che ho trovato molto interessante era il parallelo tra la mia Bunny Lake finzionale e la Bunny Lake reale, si trovavano certe corrispondenze così affascinanti. Il mio copione sta ancora evolvendo e spero di usare la mia versione finzionale sul suo personaggio come punto di partenza per la nuova narrazione. Il secondo film che ‘Bunny’ ha fatto era il primo in cui ha recitato Sharon Tate nel 1966. Il film è stato realizzato insieme a un documentario su Sharon Tate (All Eyes on Sharon Tate) e lanciava l’attrice come una nuova stella destinata a diventare una star. Sharon Tate in realtà non ha avuto il tempo di vedere la sua luce risplendere in quanto fu assassinata nel 1969 all’età di 26 anni.

P: I tuoi progetti sono racconti, talvolta sono tanti episodi che formano un racconto, ogni opera è il frammento di un racconto, una traccia, una frase sottolineata nel tuo immaginario. Narrare significa essere qui e ora, ma rimanda sempre all’altrove, a un altro tempo e a un altro spazio. Cosa significa per te raccontare? Quando senti che una storia si è esaurita?

G.S: Suppongo che la storia andrà avanti fino a quando saprò istintivamente che è arrivato il tempo di farla finire. Ho lavorato sul tema Bunny Lake per oltre 4 anni, non avrei mai creduto che potesse andare avanti per così tanto tempo. Normalmente i miei progetti prendono un anno o meno di realizzazione. Dipende da quanto il soggetto mi interessa. Posso annoiarmi facilmente, ma in questo caso non è successo, c’era sempre una nuova parte da esplorare. Pensavo che sarebbe finita quando ho ricostruito il giardino a Roma. Bunny aveva chiuso il cerchio: Dalla prima volta in cui l’ho vista nel giardino del film di Preminger, all’introduzione nei miei lavori di The Bunny Lakes are Coming, si è trasformata poi in Bunny Lake Collection e Bunny Lake Drive-In, e adesso era tornata nel giardino.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

G.S: Per quest’ultimo episodio della serie Bunny Lake mostrerò una nuova video installazione Inside Bunny Lake Garden. Il lavoro é iniziato a Villa Medici a Roma dove ho ricostruito il giardino rifacendomi all’ultima scena del film di Otto Preminger. Questo giardino, delimitato da un impenetrabile muro di mattoni e una fossa della misura di un bambino, era usato per filmare il video per Inside Bunny Lake Garden. Mostrerò due video proiezioni che seguiranno simultaneamente l’azione della sequenza finale del film reale (Bunny Lake is missing), seguendo i movimenti della giovane Bunny Lake che sembra prigioniera nel giardino ricostruito. Ci sono nel video sottotitoli che riportano un testo che ho scritto e pubblicato nel recente libro The Bunny Lakes. Il testo mostra che il tema Bunny Lake non solo prende la sua ispirazione dai due film degli anni ‘60, ma anche da una più personale storia di vita reale. Il giardino di Roma non ha potuto esistere a lungo così ho fatto un modello in scala che sarà in mostra. E’ identico all’originale ed é stato utilizzato anche per girare alcune parti del video.

Georgina Starr – Theda

pinksummer-georgina-starr-invitation-card

Proiezione del film di Georgina Starr THEDA, h 21.00, Sala del Minor Consiglio, Palazzo Ducale.
Con accompagnamento musicale dal vivo di Domenico Caliri.

Georgina Starr è stata definita un’ archeologa culturale pop, ma il suo recente film Theda re-inventa la star del cinema muto Theda Bara senza aggiungere nulla alla conoscenza oggettiva del personaggio storico, forse il primo sex symbol della nostra era. Il lavoro della Starr estende l’esperienza al possibile attraverso un’ immaginazione che non è capriccio, ma urgenza di superare il limite, di abbandonare la superficie oggettiva per restituire una visione soggettiva, quella di Georgina Starr. La sua rappresentazione della rappresentazione è come il teatro nel teatro di Shakespeare, non ha nulla di postmoderno, ma è piuttosto barocca, ammesso che il barocco sia una categoria metastorica. La Theda della Starr ha l’enfasi sensuale e illusionistica della natura morta: fasto e miseria convivono negli eccessi chiaroscurali del suo film. Theda Bara è un’allegoria della Vanitas.
Nel progetto Theda la figura del doppio assume il carattere ambiguo e inquietante della morte e dello spossessamento con parecchi rimandi psicoanalitici. Nel preludio di Theda il soggetto più che moltiplicarsi sembra smarrirsi in un infinità di espressioni, di ruoli, di interpretazioni che riflettono la disintegrazione dell’identità. Qualcuno ha scritto “chi vede il doppio vede la propria morte”, nella narratività dell’interludio Theda si decompone con orrore nel ritratto bifronte che ne prefigura la vecchiaia. Theda alza il velo del tempo. La figura del doppio ritorna nell’invito per la mostra recente da Tracy Williams ltd. a NY intitolata “The face of Another”, in cui una fotografia dell’artista è presentata accanto a quella di sua madre negli anni ’70: vestite con lo stesso abito, pettinate nel medesimo modo, sembrano rispecchiarsi l’una nell’altra nella somiglianza artificiosa di un sorriso per la posa fotografica. Il velo del tempo viene alzato per confondere. Baudrillard ha scritto non c’è ossessione, né alienazione finché permane una relazione duale con il doppio, esse sopravvengono con l’interiorizzazione del doppio, l’anima che, presupponendo un rispecchiamento, reclude il soggetto in se stesso. L’ombra del doppio è follia, oblio, perdita, o semplicemente la non accettazione del divenire.
Rispetto alla storia la Starr restituisce una temperie in cui la psicologia è presentata in stretto rapporto con il misticismo e la la magia e in questo senso l’occultismo è considerato una chiave per comprendere le alterazioni della personalità. Abbiamo letto che il Fox Studios promosse un’identità esotica e elusiva di Theda Bara, che pur non avendo mai visto l’Egitto veniva chiamata “serpente del Nilo”, incoraggiando l’attrice a discutere di occultismo anche durante le interviste. Non è soltanto per amore filologico che la Starr presenta Theda in un ambiente iniziato al simbolismo mistico, come nella scena della seduta spiritica, ma voleva collegare il mistero al fenomeno della dissociazione dell’io.
Per la terza personale da Pinksummer la Starr presenterà una versione di Theda (Prelude). In questo singolo frammento della performance filmica, l’artista passa attraverso una serie di espressioni codificate tipiche della recitazione muta dell’epoca. Appena il ritmo della recitazione incalza, sembra che il suo viso sia preso in ostaggio dai gesti e dalle espressioni che sta cercando di comunicare in maniera oltremodo precisa.
La Starr presenterà anche una serie di sculture che si rifanno alla rappresentazione classica della “musa” femminile. Come nei film perduti di Theda Bara, queste prime rappresentazioni della “ femmnilità” venivano raggelate in qualcosa di simile alla natura morta; incarnazioni di un linguaggio metrico e di forme idealizzate, una sorta di idoli. Le sculture avranno in mostra la funzione di oggetti performativi.
Oltre alla mostra da Pinksummer, il 7 dicembre verrà presentato alle ore 21 nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, la versione integrale di Theda. Per ogni proiezione di Theda la Starr invita gruppi musicali di matrice differente a rispondere alla visione accompagnando il film improvvisando dal vivo. La proiezione a Palazzo Ducale sarà accompagnata dal musicista italiano Domenico Caliri.

Georgina Starr – The Joyful Mysteries of Junior

pinksummer-georgina-starr-the-joyful-mysteries-of-junior-invitation-card

Sull’ingresso del sito di Georgina Starr accoglie un cervello che galleggia nell’assenza di gravità del bianco. Sul cervello appoggia appena con un angolo, quasi fosse la puntina di un giradischi incantata su una parte corrotta, un trauma trasformato in ossessione, una carta degli arcani maggiori del gioco divinatorio dei Tarocchi. E’ l’imperatrice. La materia da cui è informato il cervello appare rosa, densa e sensibile; assomiglia a quelle gomme da masticare altamente performative, dal gusto esagerato, simile alla fragola, in genere irresistibili per i bimbi, ma di fronte alle quali gli adulti, in special modo se genitori, inorridiscono. In Italia questo tipo di chewing gum si chiamano “Big Babol” (babol è una storpiatura della parola inglese bubble, il significato è grande bolla) e, ai nostri tempi, girava una voce, di fatto inutilmente dissuasiva rispetto a quella curiosa “suzione” artificiale, diffusa probabilmente da un adulto-genitore, che contenessero grasso di topo di fogna.
L’imperatrice rappresenta invece la donna completa, capace di amore e di comprensione, la madre, la creatrice, colei che avendo potere sulla natura è l’imperatrice. Per gli gnostici è la Pistis Sophia. Quando, durante la lettura dei Tarocchi capita l’imperatrice capovolta, la carta perde il suo significato benefico, indicando la possibilità di perdersi nell’astratto, segnala limitazione della propria espressività, civetteria, immaturità. I bambini sperduti (orfani) nella storia di Peter Pan rimangono per tutta la vita “ageless”, senza età, fuori dal tempo. Quando Wendy chiede a Peter se sappia cosa sia l’amore, egli risponde seccato e evasivo che solo il suono di quella parola l’offende. Non a caso gli antichi saggi, da Pitagora a Platone, per conoscenza intendevano riconoscere, ricordare, fare emergere dalla memoria e ponevano la conoscenza in stretta relazione con la felicità.
Dietro a un bimbo smarrito, ci deve essere una madre che ha perduto il suo bambino, una madre smarrita, forse un’imperatrice capovolta.
Viene da associare l’immagine sul sito, il cervello rosa con sopra la carta, a un lavoro di Georgina Starr dal titolo “I Am the Medium”, si tratta di un disco in vinile in cui ogni solco è chiuso, ogni traccia si ripete all’infinito se la puntina non viene spostata manualmente. Viene anche da pensare che siamo tutti dischi, che talvolta suonano tracce di voci così aliene alla memoria cosciente, da apparirci minacciose rispetto all’idea che ci siamo fatti sull’ identità. “I Am the Medium” contiene 250 estratti di letture di medium spiritici, interpellati dall’artista per conoscere il suo futuro. Come i ventriloqui, anche se con altre modalità, i medium spiritici hanno la capacità (doppiezza, schizofrenia?) di parlare con due voci: la propria e un’altra che sembra provenire dalle profondità remote del ventre, usata nello stato di trance per canalizzare i messaggi dell’al di là.
L’opera “I Am the Medium”, può essere considerata il precedente immediato della quarta personale di Georgina Starr da pinksummer dal titolo “The Joyful Mysteries of Junior”, o anche la causa maieutica per la quale il pupazzo Junior, creato dall’artista a sua immagine e somiglianza nel 1994, parte di “The Nine Collections of the Seventh Museum” ( Cafe Schlemmer, Den Haag, The Netherland,1994; Brilliant, Walker Art Center Minneapolis, USA, 1995; Campo, Venice Biennale, Italy, 1995; Here and Now, Serpentine Gallery, London, 1995; New Photography 12, Museum of Modern Art, New York, USA, 1996), è stato riportato alla luce, dopo essere rimasto chiuso in una valigia per 18 anni.
La scorsa estate Georgina Starr, a proposito della mostra a venire, ci raccontò che i medium psichici interpellati per “I Am the Medium”, le predissero, con modalità vaghe e oracolari, una maternità, che in realtà l’artista non ha mai desiderato. Tale riflessione indotta sull’idea di maternità (sembra ridicolo a dirsi, ma non lo è per niente), ha fatto in modo che la valigia contenente uno Junior ormai diciottenne, seppure di necessità “ageless”, si dischiudesse: “Era il 1994 quando ho fatto Junior, ero in una stanza di albergo all’Aia dove dovevo soggiornare per due settimane. L’ho fatto per combattere la solitudine e intrattenere me stessa. Con Junior ogni cosa sembrò andare meglio”. Con Junior, Georgina Starr riuscì anche a ripetere “Long haired lover from Liverpool”, la sua prima performance sonora, preparata religiosamente per settimane, per la recita in un Natale d’infanzia. Nel 1974 la famiglia dell’artista adottò una piccina, due giorni prima del Natale dello stesso anno, l’agenzia di adozione richiamò indietro la bimba. La piccola Georgina interpretò comunque, sulla traccia pop di Jimmy Osmond, “Long haired lover from Liverpool” in quel Natale in cui sua madre colassò per le troppe lacrime.
Il lavoro di Georgina Starr nella sua dualità oppositiva e paranoica, in cui il gioioso e l’innocente si manifestano sempre congiuntamente a qualcosa di inquietante e profondamente sinistro in agguato, appare come una sorta di metodo, meta-odos, un cammino attraverso cui affrontare qualcosa di doloroso e, anche in questo senso, “I gioiosi misteri di Junior” celebrano il rimpatrio del noto, citando Remo Bodei. In un bell’articolo apparso recentemente sul Domenicale del Sole dal titolo “Piacere di fare conoscenza”, Bodei assimila questo percorso conoscitivo, meta-odos, che muove da qualcosa di ossessivo e traumatico, al gioco del rocchetto del piccolo Ernst di cui parlava Freud in”Al di là del Piacere”. Il gioco consisteva nel lanciare il rocchetto lontano (al grido di Fort,cioè via) per poi ritrovarlo (urlando Da, cioè eccolo), mimando nella dilazione temporale, l’angoscia per l’allontanamento dell’oggetto amato (la madre) e la felicità del ricongiungimento.
A ben pensarci tutti i progetti di Georgina Starr presentati da pinksummer, compreso il “Da” di “The Joyful Mysteries of Junior”, appaiono come un unico discorso che muove da una bambina scomparsa o smarrita: Bunny Lake, la sorellina, se stessa, per arrivare a parlare di madri assenti: quella di Bunny Lake, quella naturale della sorella adottata, della sua e forse anche di una madre mancata, se stessa.
In “The Bunny Lake Collection” informata e agita a Genova nel 2000, e poi alla Biennale di Venezia nel 2001, i bambini smarriti uccidevano, come spesso accade, le splendide adolescenti che avrebbero potuto essere.
In “Inside Bunny Lake Garden” del 2003, mostra presentata dapprima in scala reale outdoor a Villa Medici a Roma e poi in forma di modello da pinksummer, la claustrofobia era materializzata da un muro di mattoni rossi senza porte, senza via di scampo come certe infanzie. Bunny Lake è una bambina assunta da un film del 1967 di Otto Preminger “Bunny Lake is missing”, nel quale fino alla scena finale non si capisce se la bimba esista davvero o sia la fantasia malata di una donna isterica. Georgina Starr vide per la prima volta il film nel 1980, mentre stava facendo la babysitter alla sorella adottata, perduta e ritrovata, una bambina che non ha mai conosciuto la madre naturale e che nel corso della vita è andata smarrita più volte.
In “The face of Another” del 2007, Georgina Starr affronta direttamente il tema della madre, la sua, intesa come doppio in un ritratto sintetico e straordinario, presentato tra cocci di bellezza mai goduta e ingodibile, infranta dal male oscuro e sottile della depressione. Verrebbe da dire che, nel bene e nel male, non c’è nessuno che meglio della nostra discendenza, fosse anche un pupazzo, riesca a conferire il senso del tempo.
Lacan definirebbe probabilmente Junior il pupazzo “le petit object a”, un oggetto sostitutivo, una specie di sovrappiù di essere che nasce nel luogo di una mancanza. A differenza del simulacro e del feticcio, l’oggetto sostitutivo non nasce nel luogo di una mancanza simbolica, ma reale, dove cioè dovrebbe o potrebbe esserci quello che è assente e viene sostituito.
“The Joyful Mysteries of Junior” sarà un tripudio di cose, un mondo parallelo, come nella migliore tradizione della Starr: acquerelli, un piccolo palcoscenico, sculture, una cortina teatrale, video e fotografie di performer vintage intitolate “The Mothers”. Tante donne, future o possibili madri come ballerine di varietà, che assistono distratte e attonite a un ventre che cresce e cresce da solo, come un’alterità straniante, fino quasi a scoppiare.

Sancho Silva

pinksummer-sancho-silva-2003-invitation-card

Pinksummer: “Hai scritto che il concetto centrale del tuo lavoro è quello di spazio. L’idea di spazio non è univoca, ma assume forme e significati diversi nelle differenti discipline: dalla matematica alla filosofia, dalle scienze economiche a quelle sociali come l’urbanistica concepiscono lo spazio in modo specifico, apparentemente autonomo. Affermi che districare le connessioni stabilite dalla storia, dal tempo, tra le differenti concezioni di spazio sia un compito infinito, ma assolutamente significante. E’ questo che persegui con il tuo lavoro?”

Sancho Silva: “Non esattamente. Non penso che il mio lavoro si sviluppi secondo un progetto filosofico preciso e determinato. Non è guidato da stretti principi metodologici . Penso che operi secondo una sua propria logica, e parlando concettualmente, i suoi movimenti sono piuttosto inesprimibili. Ciò che accade, una volta che guardo a posteriori il mio lavoro, è che provo ad adattarlo su uno schema concettuale. Lentamente questo schema concettuale guadagna terreno e inizia a prendere una direzione specifica che non è necessariamente parallela a quella del mio lavoro. Ciò che voglio dire è che esiste sempre una tensione tra il lavoro e lo schema concettuale che lo racchiude. Sicuramente lo schema concettuale influenzerà puntualmente la traiettoria del lavoro, ma non la guiderà. Detto ciò posso affermare di avere un grande interesse per la storia dello spazio, come sono cambiati i suoi limiti più remoti e la sua forma globale, com’è stato trattato dalla filosofia e dalla scienza, com’è stato articolato, categorizzato, costruito e rappresentato nel tempo, nella storia. Penso che ci aiuti a capire che cosa sia il concetto di spazio oggi, il modo in cui si estende, agisce e forma il mondo.”

P: Nella topografia individui un concetto di spazio altro che connette lo spazio noetico (mentale) allo spazio politico. Le tue costruzioni analitiche muovono dalla mappatura dello spazio che le assimila e, riconfigurandolo, tendono a creare dei sentieri percettivi obbligati. Come ti poni di fronte a uno spazio specifico? Su quali basi definisci le tue traiettorie?

S.S
: Riguardo al mio primo contatto con uno spazio specifico provo a cogliere le forze che operano in esso (siano esse sensoriali, ergonomiche, sociali, simboliche, ecc.). Credo che ogni spazio sia costituito da una moltitudine di forze simili che interagiscono costantemente e dinamicamente. In alcuni dei miei lavori è possibile che io agisca sull’organizzazione gerarchica di queste forze. Posso, per esempio, trasporre nel regno tattile una forza che normalmente si manifesta in una dimensione non-tattile. Posso anche provare a ridirezionare o limitare una specifica forza alterando sostanzialmente l’intero equilibrio del sistema. Suppongo che le traiettorie a cui facevate riferimento possano essere intese in questi termini. Derivano dall’enfatizzazione di una forza specifica (ad esempio un orizzonte visuale, una traiettoria ergonomica, una implicita barriera sociale) a cui è conferita una forma tattile. Spesso il risultato è che tale forza tradotta (o “tattilizzata”) finisca per interferire con altre forze creando un certo tipo di ambiguità spaziale.

P: Per l’immagine dell’invito di pinksummer hai scelto un pendolo, l’immagine del tempo, del dinamismo, del flusso del mondo fisico. Da qualche parte abbiamo letto che mentre una zecca può solo aspettare l’acido butirrico e dunque non oltrepassare il presente organico, noi umani possiamo aspettare Godot. Attraverso le costruzioni immaginarie i nostri orizzonti temporali diventano illimitati. Il concetto di limite riconduce allo spazio. Spazio e tempo coincidono nel tuo lavoro?

S.S: Ho sempre pensato al mio lavoro esclusivamente in termini di spazio. Solo recentemente, con un progetto che ho realizzato a Oporto, il tempo è entrato nel disegno. Ho detto prima che ogni spazio particolare risulta dall’interazione di una moltitudine di forze. Credo che ciò valga anche per il tempo. Dubito, comunque, che io abbia mai trattato il tempo in sé, in maniera pura nel mio lavoro. Forse con la musica lo si può fare. Ciò che mi interessa del tempo è la sua relazione con lo spazio: come può esso (o uno dei suoi componenti) influire sullo spazio, come può essere trattato in termini spaziali, come può una particolare organizzazione spaziale definire e articolare un tempo specifico.

P: Per certi versi il tuo lavoro rimanda al cubismo analitico di Picasso e Braque. Nel progetto Overviewer presentato nel 2001 al Museo di Serravals a Porto il visitatore poteva guardare attraverso un periscopio al di là del muro che fermava lo sguardo di chi si affacciava dalla finestra del museo. In qualche modo questo oltrepassare la percezione fisica attraverso un periscopio rimanda alla conoscenza, e ancora al tempo, quello della memoria attraverso la quale sappiamo anche quando non vediamo?

S.S: In Overviewer ho attaccato un periscopio nella parte destra di una finestra che altrimenti avrebbe guardato direttamente sul muro. La parte sinistra della finestra era lasciata scoperta. Quando guardavi attraverso la finestra tu potevi vedere la parte sinistra del muro e, sulla destra, un tunnel attraversava il muro rivelando la sua parte opposta. Il risultato era, da una parte, un’alterazione della struttura topologica dello spazio visuale: due posti che erano precedentemente disgiunti sotto il profilo visuale erano adesso visualmente connessi. Dall’altra parte, a causa di questo slittamento topologico, i componenti visuali dello spazio erano essi stessi separati da quelli architettonici ed ergonomici. Può essere che ci siano dei parallelismi col cubismo analitico, ma nel mio lavoro i componenti spaziali non sono separati nel tempo. Sono separati in sé.

P: Bachelard afferma che fuori e dentro formano una dialettica lacerante e la geometria di tale dialettica sconfina nel campo delle metafore che spazializzano il pensiero: la nettezza del si e del no, l’essere e il non essere, l’inclusione e l’esclusione… Stiamo pensando al Gazebo, la costruzione minimalista che hai presentato a Manifesta 4, ancora al progetto Overviewer del museo di Serralves e a Shortcut realizzato recentemente al De Appel. Perché il dentro e il chiuso dei tuoi lavori assimilano il fuori e l’aperto o viceversa?

S.S: Dentro e fuori sono relativi a un componente spaziale specifico che noi stiamo considerando. Il fuori visivo non è il fuori uditivo, il fuori architettonico non è il fuori sociale. Ciò che accade quando tracci una mappa sovrapponendo un regno con un altro, dove il fuori di un contesto può non coincidere con il fuori dell’altro, è di finire per esplicitare alcuni tipi di ambiguità spaziale. In casi estremi si può anche scalzare completamente questa dualità.

P: Hai detto che attraverso la decifrazione di uno specifico spazio si può scoprire l’organizzazione delle società, le loro pratiche i loro credo. E’ l’uomo il concetto centrale della tua poetica dello spazio?

S.S: No. penso che il concetto centrale del mio lavoro sia quello di spazio. Come per il tempo, sono interessato all’essere umano solo per ciò che riguarda la sua relazione con lo spazio. Come può diventare una forza nella formazione dello spazio e, d’altra parte, come può essere considerato un prodotto stesso dello spazio.

P: Hai una laurea in matematica e filosofia, perché hai scelto di operare nel campo dell’arte visiva?

S.S: Conferisco un grande valore all’immaginazione.

P: Una preoccupazione da galleriste: di fatto quella da pinksummer è la prima mostra in una galleria privata, il tuo lavoro, proprio come l’idea di spazio, esclude l’oggettificazione e muove sempre da una architettura preesistente. Come ti poni di fronte al mondo del collezionismo?

S.S: Non ho pensato molto a questo. Penso che le collezioni colgano sempre il modo per continuare a collezionare. Conservo progetti, disegni e modelli di ogni cosa che faccio. Se non resterà nulla del lavoro sullo spazio, suppongo si possa guardare ad essi e immaginare.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

S.S:[nessuna risposta]

Sancho Silva

pinksummer-sancho-silva-2007-invitation-card

“Dove finisce il punto zero dell’eremita che guarda l’orizzonte?” Recita un antico testo ermetico rifacendosi al principio di polarità secondo il quale nel mondo fenomenico non esistono principi assoluti e immutabili, tutto muove, tutto vibra, tutto è duale e ogni verità non è che mezza verità, pertanto tutto è relativo: sopra e sotto, lontano e vicino, dentro e fuori, prima e dopo non sono in sé opposti assoluti, ma due aspetti della medesima sostanza che differiscono solo per grado. Questo, come premessa all’illuminismo di Sancho Silva, di cui siamo felici di presentare la seconda personale da pinksummer. Silva pone in relazione matematica e filosofia, scienza e etica attraverso un processo ritmico anabolico e catabolico in equilibrio su un principio di ragione altamente dinamico che mette in crisi le basi aprioristiche su cui si fonda la percezione: i concetti stessi di spazio e di tempo. Il campo estetico, in questo senso è da intendersi come humus ideale per le sperimentazioni di Silva, sottraendosi a qualsivoglia dogmatismo conoscitivo, morale e di fatto anche estetico. Rispetto alle finalità, l’indagine di Silva sui meccanismi percettivi è un tentativo di condurre alla libertà della coscienza ribellandosi al principio di autorità, fosse anche quella incancrenita dell’abitudine: l’arte di Silva ha un aspetto umoristico-sovversivo squisitamente portoghese, che ci piace davvero molto.
Per assurdo la metodologia di Silva attua sul piano fisico della percezione ciò che Ceal Floyer attua sul doppio eterico del linguaggio: entrambi scompaginano le nostre credenze girando attorno alla boa della ragione. Lessing affermava che se Dio gli desse la possibilità di scegliere tra verità e ricerca, sceglierebbe la seconda, perché solo attraverso la ricerca incessante l’uomo si affina. La ragione non porta ad acquisire una conoscenza definitiva e statica, ma alla consapevolezza della impossibilità di assumere una qualsivoglia prospettiva come assoluta. Gli scivolamenti percettivi, le visioni frammentarie e parcellizzate guidate da Silva ci mostrano come ogni tipo di rapporto tra due termini, soggetto e predicato, sia condizionato dalla posizione che il soggetto occupa nello spazio tridimensionale in quella precisa porzione di tempo. Spazio e tempo per Silva sono due aspetti della medesima sostanza, giacché la percezione avviene sempre all’interno dello spazio tridimensionale e della successione temporale, spazio e tempo sono dunque la “conditio sine qua non” della percezione, ma a differenza di Kant, il “criticismo” di Silva non intende spazio e tempo come intuizioni pure a priori, noumeni basali e causativi posti a fondamento della visione, ma categorie soggette anch’esse al divenire storico.
I paradossi logici di Floyer usando gli oggetti reali come fossero parole, o verificando il linguaggio sovrapponendolo alla realtà ci mostrano come esso sia un sistema di rappresentazione inadeguato e arbitrario rispetto alla concretezza prismatica del mondo e come la comunicazione verbale si presti in questo senso a ogni sorta di sofismo e paralogismo. Alla stessa maniera Silva, sovvertendo le nostre aspettative visive, dimostra come spazio e tempo siano sistemi di rappresentazioni duttili e plasmabili come la creta dentro alle sue trappole percettive. Come il teatro brechtiano, i trompe l’oeil logici di Floyer e quelli percettivi di Silva non cercano l’immedesimazione del pubblico, esigono la distanza: nei loro lavori è il contenuto o meglio la funzione a determinare la forma, ma è la forma a disciplinare la forza e a non permettere che essa venga dispersa, la fruizione di essa pertanto richiede uno spirito vigile, l’imbambolamento estetico della contemplazione non è qui che va ricercato e se arriva deve percorrere comunque il sentiero della ragione spinta, però, dove Apollo e Dionisio si possono tenere per mano sicuri di non essere visti. Floyer e Silva ci tengono ancorati all’esperienza sensoriale non permettendo che alcuna forma di automatismo si organizzi in un giudizio predeterminato dalle esperienze passate, non tollerando che la nostra conoscenza e comprensione della realtà venga direzionata dalle nostre aspettative fondate su forme di bigottismo non illuminato. Tra calcolo e immaginazione le architetture di Silva immagazzinano le polarità di attivo e passivo, positivo e negativo passando fluidamente da una parte all’altra: vedere-essere visti, nascondere-mostrare, guardare fuori-vedere dentro.
Filipa Ramos afferma (Contemporary n 87 novembre 2006) che i lavori di Sancho Silva non si vedono perché essi non sono fatti per essere guardati, ma per guardare. Noi pensiamo invece che le architetture di Silva in sé, dalle più semplici a quelle più complesse siano oggetti di grande impatto estetico.
Da pinksummer Silva presenterà uno studio sulla città del Cairo. Il materiale crudo è costituita da tre percorsi trasversali che Silva ha documentato con una serie di fotografie scattate camminando dal centro alla periferia della metropoli attraversando i quartieri ricchi e organizzati della city, alle zone borghesi residenziali fino alle terre di nessuno dove baracche e case abusive si alternano al vuoto residuale, quelle zone off-limit che non sono mai comprese nelle mappe ufficiali. Questi percorsi sono restituiti in galleria da un oggetto in legno “Trident” dal cui centro partono tre piramidi tronche all’estremità delle quali tre monitor mostrano le sequenze di immagini dal centro alla periferia, dalla cultura e dalle sue scorie fino alla natura. Un percorso termina nel deserto, gli altri due nei campi.
Il secondo lavoro “Satellite” è una macchina costituita da due piramide tronche coricate orizzontalmente su un lato, mentre le basi sono poste all’esterno, le due estremità sono collegate al centro, creando un restringimento che parcellizza la visione dell’immagine satellitare del Cairo posta su una base, mentre chi guarda si trova da quella opposta.
In occasione della seconda personale di Sancho Silva, verrà presentato anche un progetto permanente realizzato dall’artista nello spazio esterno della sede di Parfiri realizzata dai 5+1AA. L’installazione “Involtino” è costituita da una costruzione in legno al cui interno il visitatore potrà godere del panorama capovolto, restituito dal giudizio riflettente e ingannevole di un sistema di specchi.

Sancho Silva

pinksummer-sancho-silva-invitation-card

Nei precedenti progetti da pinksummer, Sancho Silva si è concentrato su quelle che potrebbero essere definite strutture della percezione, sull’artificiosità delle differenti componenti che vanno a costituire la cornice spazio-temporale dentro la quale abitiamo e che ci forma come soggetti. In “Captor” (2003) considerò la galleria come se fosse una macchina per vedere e essere visti. In “Cyclopean Eye” (2007), Silva ha considerato nello specifico la città del Cairo e in generale l’idea di città intesa come dedalo infinito di traiettorie divergenti, dal centro alla periferia. Infine in “Satellite” (2007) ha focalizzato sulla mediazione tecnologica rispetto alle nostre mappe mentali di una città. Per questa terza personale da pinksummer Sancho Silva adotterà un approccio differente, non si concentrerà sugli elementi strutturali inviluppanti e elusivi, bensì su quello che è al centro, vale a dire gli oggetti che interagiscono direttamente con il nostro quotidiano. Semplici oggetti industriali come uno scopa o una forchetta, ma anche oggetti astratti come un numero o un’opera d’arte. Progetti che potrebbero essere definiti oggetti-specifici.
Focault nella prefazione di “Le parole e le cose” ha scritto che la sua archeologia del sapere nasce da un testo di Borges che altera la nostra pratica millenaria del medesimo e dell’altro. Borges in quel testo cita una certa enciclopedia cinese che classifica gli animali in: a) appartenenti all’imperatore b) addomesticati c) maialini da latte d) sirene e) favolosi f) cani in libertà g) inclusi nella precedente classificazione h) che si agitano follemente i) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello l) et caetera m) che fanno l’amore n) che da lontano sembrano mosche.
A proposito di questa riscoperta in chiave impossibile dell’ordinario, la mostra di Sancho Silva potrebbe essere riassunta nella domanda “quali sono i criteri per affermare che una data cosa sia?”. I criteri di tale conoscenza sono sempre più adatti a determinare l’identità delle cose piuttosto che la loro esistenza, giacché l’esistenza non è un predicato. Sancho Silva tende a fornire una base per determinare se una cosa sia reale o un’allucinazione, una contraffazione o una proiezione. Di fronte a domande semplici circa gli oggetti che strutturano le nostre vite talvolta infatti ci si può trovare davanti a sorprese, il ready-made rispetto al processo estetico è una di quelle. C’è comunque dell’altro: normalmente lavoriamo con oggetti tipo un tavolo, un cucchiaio, un pomodoro, ma ad esempio nella filosofia indiana, abbiamo letto, ci si può anche imbattere in un bastone che in qualsiasi momento e all’improvviso può trasformarsi in serpente. La conoscenza dunque non è solo un problema di descrizione corretta, possiamo definire tavolo ad esempio un tavolo dipinto? La ratio classica con risvolti metafisici di fatto avrebbe considerato tavolo anche la sua immagine (oggetto generico?), l’epistemologia moderna è più portata a delimitare l’oggetto attraverso una funzione trasformandolo in oggetto specifico. In questa inchiesta sulla conoscenza e le sue trappole Sancho Silva giunge a identificare l’oggetto estetico con l’ oggetto generico in quanto svincolato dall’ approccio di tipo strumentale e in virtù di ciò giunge sillogisticamente a assimilare l’opera d’arte all’immondizia cioè una serie di oggetti decaduti rispetto all’ idea di funzionalità. Guy Ben-Ner, ad esempio, nel suo film “I give it to you” risolse il problema analitico dell’oggetto estetico generico riassemblandolo in forma funzionale: “Testa di Toro” di Picasso, una scultura di Tinguely, la “Ruota di bicicletta” di Duchamp, diventarono una bicicletta da regalare ai suoi bambini per scorazzare nella città di Munster.
Per presentare o presentificare gli oggetti Sancho Silva ha pensato a un allestimento in galleria di tipo archeologico, disposizione che di fatto non cambia la sostanza degli oggetti in sé nel senso che una scopa rimane una scopa, trasforma piuttosto il modo di offrire tali oggetti alla conoscenza. Crediamo che tutto questo abbia sfumature di carattere fortemente politico.
A questa introduzione di pinksummer segue il testo dell’artista.

Considerazioni su Funzioni e Oggetti

Parlare di oggetti significa sempre parlare di limiti. C’è bisogno di un criterio per decidere se due dati oggetti siano effettivamente la medesima cosa. Ma, in prima istanza, per prendere in esame un oggetto, bisogna prima delimitare, o prendere una posizione.

Gli oggetti non sono scope, mele, pianeti, ma piuttosto particolari scope, mele e pianeti. Sfuggono sempre dal loro involucro concettuale, lasciando un residuo.

image1

Nell’industria capitalistica degli oggetti la società gerarchica che li produce brilla come un cristallo.

Il primo asservimento di un oggetto a una funzione ha origine con l’attribuzione a questo oggetto di un predicato P( ). L’oggetto funziona poi come una rappresentazione di P( ).

Gli oggetti funzionali sono necessariamente disciplinari, ci istruiscono sempre su una coreografia gestuale.

Gli oggetti possono essere presentati ancora, o ri-presentati. Come tali essi negano lo spazio-tempo. Un oggetto a è sempre in realtà una serie di oggetti a1, a2… in differenti situazioni spazio-temporali s1, s2… Essi servono a identificare o a correlare diversi punti nello spazio-tempo e quindi stanno alla struttura della memoria e dell’orientamento. Abolire l’oggetto è in questo senso sperimentare la liberazione dello spazio-tempo, sperimentarlo crudo.

Consideriamo la costruzione F(x) dove F( ) denota una funzione o un concetto e x denota un oggetto arbitrario al quale la funzione viene applicata. Se lo spazio-tempo è inteso come una specie di matrice per gli oggetti che esistono al suo interno, allora potremmo descrivere lo spazio-tempo come una funzione ST( ) che è applicata agli oggetti all’interno del suo dominio. Iniziando con un oggetto a, per mezzo della funzione ST( ), arriviamo a un nuovo oggetto trasformato b che è l’immagine di a sotto la funzione ST( ). In questo modo, per esempio, all’imputato a è applicata una sentenza di reclusione J( ), risultando in una nuova persona traumatizzata J(a)=b.

Tradizionalmente noi pensiamo che le funzioni rimangano le stesse mentre gli oggetti ai quali vengono applicate cambino. Ma non potrebbe essere anche il contrario? Non avrebbe più senso immaginare che, mentre vengono applicate agli oggetti, o a una serie di oggetti, anche le funzioni cambino, che gli oggetti trasformino la funzione alla stessa maniera in cui la funzione trasforma gli oggetti? Questo potrebbe significare, per esempio, che, quando usiamo un particolare straccio per pulire il pavimento non è solo il pavimento che cambia, ma anche la funzione dello straccio. O, nel caso del prigioniero, che nel corso di scontare la sua pena J( ), la funzione-pena stessa cambia, risultando in una nuova funzione-galera Ja( ) = a(J( )).

image2

Gli oggetti abitualmente indicano funzioni: sono normalmente identificati come strumenti. Nel processo di riferimento agli oggetti spesso usiamo una funzione alla quale li associamo, per esempio, quando indichiamo un oggetto dicendo “quel cucchiaio”. Questo significa che gli oggetti sono spesso costruzioni della forma S(a), dove S( ), si riferisce a una funzione che si suppone venga eseguita da un sub-oggetto a dell’oggetto originale. Spesso questo sub-oggetto può poi esso stesso essere ulteriormente analizzato in una nuova costruzione della forma a = Q(b), dove b è un sub-oggetto di a. Applicando ripetutamente questa procedura agli oggetti percepiti si arriva a quello che potremmo chiamare un oggetto estetico generico. Così, per esempio, un particolare cucchiaio di legno s può essere analizzato come un costrutto della forma

t = Spoon (Wood(…(x)…))

dove x è un oggetto estetico generico che noi rivestiamo con questi attributi.

image3

Gli oggetti estetici generici sono entità paradossali transitorie. In quanto oggetti estetici devono avere una collocazione, una forma, una misura, un colore, eccetera. Ma ancora non possono essere considerati come rappresentazioni di nessuno di questi attributi. Essi non hanno funzioni. Questo significa che se x è un oggetto estetico generico, non possiamo creare asserzioni riguardo la forma Blu(x), o “x è Blu”, perché per quanto x possa essere benissimo inteso come blu (o essere inteso come un secchio blu per quello che importa) nel momento in cui lo assumiamo come predicato lo trasformiamo nel nuovo complesso oggetto percepito y = Blu(x).

Definiamo ora la funzione estetica centrale A( ) come la funzione che, se applicata ad un oggetto percepito k = F1(… Fn(x)…), risulta nel suo oggetto estetico generico x:

A(k) = A(F1(…Fn(x)…)) = x

I musei applicano la funzione estetica centrale sugli oggetti che espongono al loro interno, spostando in questo modo i componenti funzionali di questi oggetti sullo sfondo. Questo spostamento è tuttavia solo temporaneo, perché i musei fanno presto a coprire gli indecenti oggetti esposti con la loro veste ufficiale di classe, valore e significato. I musei sono luoghi di rappresentazione e gli oggetti esposti al loro interno sono sempre usati funzionalmente per rappresentare una scuola, un concetto, una trascendenza…

L’oggetto estetico generico non può essere delimitato dal “retinale”. In esso siamo di fronte alla sospensione dell’approccio strumentale. Al di là di esso si raggiunge il magma indifferenziato della percezione. L’oggetto estetico generico vive nel punto di incontro tra questo magma e la memoria. Sul suo volto si sperimenta l’ansietà della dimenticanza.

Spostando un oggetto si indebolisce la sua funzionalità. Gli oggetti fuori posto catturano l’occhio. La loro modalità di relazione è il puzzle.

Tagliando un oggetto come un geologo si scoprono i suoi strati. Come le prugne, gli oggetti hanno semi, ossa e scheletri, ma non sostanza. Raggiungendo il livello astratto dello scheletro si ottiene un calcolo di possibilità.

image4

I frammenti di oggetti industriali buttati via testimoniamo la decomposizione dell’approccio strumentale. Sporchi, deformati, i pezzi di rifiuti frantumati non possiedono più la dignità o la capacità di rappresentare granché. Nel decadimento dell’immondizia in una sostanza amorfa, si intravedono le ombre degli oggetti estetici generici. Implicita nella funzione-immondizia giace la funzione estetica centrale.

Bojan Sarcevic

pinksummer-bojan-sarcevic-invitation-card

Pinksummer: “Anche se in un primo momento lo potrebbe sembrare, il tuo fare non è mai off-line, cioè non modella situazioni astratte, accentua invece il fattore situazionale (il luogo ad esempio) e dunque esistenziale. Pensi che l’esistenza sia la struttura del condizionamento situazionale?”

Bojan Sarcevic: “Che l’esistenza sia connessa alle condizioni di una situazione particolare è un’evidenza. Ciò che non è invece evidente, è la natura di questo legame. Non credo che l’esistenza sia una struttura, ma piuttosto che necessiti di una struttura appropriata per apparire, manifestarsi nella sua autenticità. Un’esistenza non esiste che in un campo delimitato. S’inscrive da qualche parte: in un luogo, un momento, in un rapporto. Una situazione o un luogo da soli non fanno mai nascere qualche cosa. La nascita si produce dall’incontro di due strutture preesistenti: da una parte c’è il mio sguardo e tutta la sua storia e dall’altra un luogo che anch’esso ha una storia. Ciò che si produce dall’incontro di questi due elementi, l’adeguamento che ne risulta non può essere determinato per addizione come se si trattasse di un calcolo. L’alchimia fa uscire qualcosa di nuovo, di imprevedibile e tuttavia in un certo senso di necessario. E ciò che accade in questo modo s’impone all’ esistenza e sussiste in sé e per sé nell’oblio di ciò che l’ha generato.”

P: Pensiamo al titolo di quel tuo video con i cani nella chiesa olandese: “It Seems that an Animal is in the World as Water in the Water” (1999). Credi che l’esistenza sia diversa dal mero esserci presenziale?

B.S: Capisco il motivo per cui mi chiedete se per me l’esistenza si riduce all’essere presenziale in rapporto a questo lavoro preciso. Di fatto può sembrare che il modo di essere dell’animale, nel caso specifico il cane, sembri qui come una materializzazione della semplice presenza, dell’immediatezza, ciò che è in realtà. Un cane non ha nessuna riverenza verso quei luoghi che noi consideriamo sacri. Abbaia là dove noi abbiamo l’abitudine di osservare un silenzio rispettoso. Ma io non invidio per niente la cieca libertà del cane e penso che sarebbe ingenuo considerare il suo modo di essere come un modello. La presenza dei cani nella chiesa non esprime una volontà blasfema o di ribellione, ma mi permette di introdurre una distanza critica in un rapporto che è naturalmente quello della sottomissione e del rispetto. Al limite tutto, proprio come il cane, non ha un rapporto con la chiesa giacché ogni rapporto presuppone un minimo di distanza; alla stessa maniera noi non possiamo più propriamente parlare di rapporto con questo luogo, perché il rapporto è già pre-formato, che si tratti di un sé credente o di un turista. La presenza per ciò che riguarda l’uomo è immediatamente piena di senso, non ci sono delle presenze immediate, ma sempre delle mediazioni e ancor più in rapporto a luoghi come le chiese che debordano di segni e rappresentazioni. Paradossalmente, il trovare un rapporto immediato autentico, richiede un lavoro immenso. Bisogna aver compreso che un segno è un segno, una costruzione è una costruzione, che il valore non è contenuto nella pietra, ma nello spirito che si rende libero come un cane giacché il silenzio di questo luogo è quello più propizio al raccoglimento.

P: Nel tuo lavoro ricorre l’idea di traccia, che può essere una forma architettonica estranea che si confonde con il preesistente (Untitled 1998 -99-00-01-02?), un fluido che fuoriesce misteriosamente dagli stivali di un lavoratore (Irrigation-Fertilisation 1999), o ancora lo sporco negli abiti da lavoro (Worker’s Favourite Clothes Worn while S/He Worked 1999-2000. La traccia è un’emanazione dell’essere-nel-mondo?

B.S: La traccia un’emanazione? Si. Ma sarebbe riduttivo fermarci a questo. Credo che esistano due tipi di traccia. C’è dapprima la traccia che è un gesto, una manifestazione volontaria e quasi rivendicativa. C’è una traccia che si brandisce come uno stendardo per denunciare la propria presenza nel mondo. Con essa demarchiamo il luogo che ci circonda. E poi, c’è la traccia subita, che ci segna e ci determina forse nostro malgrado. Ma ciò che vi è di comune fra i due tipi di traccia sono segni, è necessario che esse siano viste, lette, descritte, in breve che siano riconosciute come manifestazioni ed emanazioni di un essere. E’ in questo momento preciso che questo essere diventa veramente essere-nel-mondo. Non credo sia sufficiente che un essere voglia manifestarsi, è necessario una eco esterna anche se questa eco, non la si percepisce.

P: In “Friezer” Jorg Heiser assimila il flusso d’acqua che fuoriesce dalle scarpe del lavoratore e ricopre il suolo in “Irrigation -Fertilisation” al dripping di Pollock. La polemica antiformale, nata in un momento di particolare instabilità storica, tende a contrapporre alla forma che ha un senso stabile, permanente e dunque positivo ad aspetti più problematici della realtà. La guerra, l’odio e la distruzione sono di fatto situazioni-limite che riassorbono il mare dell’esistere nel porto dell’assoluto: il tempo, l’irrevocabilità del passato, la morte. Come pensi l’esistenza in rapporto alla trascendenza?

B.S: Per me il gesto, l’azione sono momenti di incarnazione della trascendenza. I momenti in cui l’esistenza si manifesta nella sua pienezza sono precisamente quelli in cui il trascendente non ha più niente di trascendente, ma diventa perfettamente immanente. L’assoluto è in qualche modo presente nella spontaneità. Quando cerchiamo la forma, siamo dentro all’analisi, attuiamo la distanza dello sguardo critico. Quando la forma si impone da sola adeguandosi perfettamente allo sfondo, allora l’assoluto si manifesta. Si tratti di rari istanti di luce. Ma io non farò l’apologia della spontaneità ingenua che crede che sia sufficiente essere spontanei per essere. La spontaneità arriva sempre per me come il risultato di qualche cosa. Riguardo al secondo aspetto della vostra domanda, non credo che si debba cercare forzatamente un legame di necessità tra le contingenze storiche e politiche di una società e le creazioni estetiche nuove.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

B.S: Ciò che presenterò da pinksummer è un’esposizione concepita sugli avanzi. Comprenderà fotografia, disegno e scultura. Al posto di concepire un progetto specifico qualsiasi per la mostra, ho voluto mostrare delle immagini snap-shot: oggetti o cose che conservo nei miei taccuini senza avere mai pensato a considerarli come opere d’arte. Questi resti esistono solo in virtù dell’essere il risultato di processi: sono tardivi e mai originali. Sono ciò che, nel mio lavoro, non appartiene alla parte presa in “considerazione”. L‘indeterminazione, qualità che connota queste immagini e oggetti, non è più caos indistinto, ma è la capacità di sfuggire alla determinazione. Le cose non dovranno esistere che in rapporto alla propria essenza. Vorrei proprio dimostrare al contrario che i resti sorgono da una non-coincidenza tra l’essenza e l’esistenza, perché è proprio l’esistenza che introduce questi “di troppo” o “di meno” irriducibili. L’esistenza, questa frangia contemporaneamente infima e straordinaria che distingue un possibile e un reale. I resti, ciò che fa in modo che una cosa è ancora altro rispetto a tutto ciò che si può dire e comprendere.

P: Ci hai detto che avresti voluto scrivere il comunicato stampa per la mostra da pinksummer, ma che eri curioso di sapere quali fossero le nostre domande. Alla stessa maniera ci è rimasta la curiosità di sapere cosa avresti scritto sul comunicato stampa senza le nostre domande.

B.S: Avrei scritto senza dubbio le stesse cose che ho scritto sopra rispondendo alle vostre domande.

Bojan Sarcevic – Everything makes sense in the reverse

pinksummer-bojan-sarcevic-everthing-make-sense-in-the-reverse-invitation-card

Pinksummer: “Everything makes sense in the reverse”, il nome della grande scultura che da il titolo alla mostra che presenterai da pinksummer. Si dice che nell’infinito, che in quanto tale sfugge a qualsivoglia proporzione, abbia luogo la coincidentia oppositorum. Un filosofo rinascimentale affermava che se dall’idea d’infinito, che è qualcosa nel contempo massimamente grande e massimamente piccolo, si sottrae l’idea di quantità, massimo e minimo coincidono essendo due superlativi. L’idea di infinito è al di sopra di ogni affermazione e negazione, in Dio, così in altri tempi i filosofi nominavano l’assoluto, tutte le distinzioni che nelle creature si ritrovano come opposti coincidono. Credi che ogni creatura, ogni esistenza finita, trova il senso nel suo principio, come il tassello di un mosaico?

Bojan Sarcevic: be, no, non credo esattamente così. Tanto quanto gli opposti possano essere concepiti lontani – opposti di ogni genere – starò sempre con l’altro, quello che non calza, quello che è troppo grande o troppo piccolo, proprio con quello che disturba il mosaico. Secondo me non esiste significato se non nel movimento della ricerca o in questa tensione verso il tutto. Questo perché non credo che ogni creatura trovi il suo significato nella causa e per essere più preciso non penso che ogni creatura possa portarsi così lontano nella comprensione del più grande enigma della vita. Ma credo che tutte le creature siano significanti proprio rispetto alla ricerca di questa causa.
Fortunatamente, non riusciremo mai a conquistare una tale meta, così possiamo sempre tentare di fare meglio, ma se credessimo di poterla raggiungere, sarebbe necessario il dottore. Ciò nonostante, talvolta sentiamo la pienezza e suppongo che siano i momenti in cui raggiungiamo i nostri limiti e quando ciò accade riconosciamo l’altro come nostro, proprio nostro, che è un altro modo per dire che lo accettiamo.
Suppongo di essere troppo vecchio per desiderare l’assoluto e ancora troppo giovane per perdere la mia più ardente curiosità per l’inconoscibile. In altre parole sono romanticamente utopico rispetto alla posizione intermedia. Tuttavia, le creature di cui stiamo discutendo appartengono alla fantascienza, materia di studio del filosofo e dello psicanalista. Come artista, per me il reale è quel topo che è stato mangiato in giardino dal mio gatto.

P: La ragione essendo discorsiva afferma e nega, l’analisi tiene separati gli opposti secondo il principio di non contraddizione. Una volta affermasti che quando cerchiamo la forma siamo dentro all’analisi, quando la forma s’impone da sola adeguandosi perfettamente allo sfondo, allora l’assoluto si manifesta ed è allora che l’esistenza raggiunge la sua pienezza. Pensi che per cogliere il trascendente nell’immanente occorra raggiungere una forma superiore di conoscenza che con un atto di intuizione sappia cogliere questi “rari momenti di luce” in cui gli opposti coincidono? E’ questa forma di conoscenza che chiami spontaneità?

B.S: Sì. Esatto. La vera spontaneità non è nulla se non una bugia estremamente efficace, forse la più efficace. Un movimento spontaneo è quello che sembra incarnare il semplice flusso della natura ma in realtà è il risultato di un complesso processo intellettuale, morale e emotivo che arriva solo attraverso l’esperienza del tempo reale. La più elevata spontaneità potrebbe assomigliare al sublime dei matematici, ciò che tu chiami forma superiore di conoscenza. Ma non uccidiamo la magia, siamo incapaci di ragionare intorno a queste cose con la logica, tuttavia ci proviamo disperatamente. Questo accade perché la bellezza sta nell’inintelligibile. Essere spontaneo significa riuscire a creare connessioni tra le cose come se quelle connessioni fossero in attesa di essere rivelate. Significa avere fede nelle cose e nella nostra relazione con esse. L’intuizione è la sensibilità di questo legame, del confine che c’è tra ogni cosa, suppongo che potrebbe essere qualcosa di simile a ciò che tu chiami una forma superiore di conoscenza espressa con un atto di intuizione.

P: Il concetto di spontaneità intesa come forma superiore di conoscenza a cui bisogna tendere e dunque intesa da te come “risultato di qualche cosa” è centrale rispetto al tuo lavoro. L’uomo a differenza degli animali per stare nel mondo come acqua nell’acqua, deve guadagnarsi la spontaneità sfuggendo alla determinazione. Viene in mente Thoreau quando in Walden scrisse: “(…) Pensate a quelle signore che si preparano all’ultimo giorno della loro vita tessendo cuscini da toilette per tema di tradire un interesse troppo vivo nel loro destino: quasi si potesse uccidere il tempo senza ferire l’eternità”. Una volta ci hai detto che l’arte o la morte hanno il compito di rivelare la vita nella sua pienezza. Sotto la luce di questa ricerca di spontaneità, la prima parte del tuo cammino, che comprende anche la mostra sui “leftovers” presentata nel 2002 da pinksummer, appare come propedeutica a una sorta di “seconda navigazione” seppur nel sensibile. I tuoi primi lavori tendono sempre a creare una distanza, una non conformità, per rompere le catene della determinazione e fare in modo che il mondo dialoghi di nuovo con la nostra essenza in modo immediato: “(…) Prima di pronunciare l’antica parola smarrita e invano ricercata occorre però sciogliere i legami che impediscono di proferirla” (Elèmire Zolla)?

B.S: Rompere con quelle che sono le nostre certezze più radicate. Creare la distanza. Cambiare il punto di vista e ricambiarlo. Questi sono i compiti più difficili che si è chiamati a compiere. Quanto è difficile uscire dal cerchio? Molto perché questo paradosso ferisce: se realmente vogliamo sentirci parte del mondo, in piena coscienza, dobbiamo uscirne. Anche tenendo un solo piede fuori da lì, possiamo sentirlo veramente, girandoci attorno evitando di essere risucchiati nel vortice. La transizione deve essere tuttavia sottile e permanente. I criminali vogliono cambiare il mondo alla stessa maniera degli artisti, ma essi ne escono senza pensare al modo per rientrarvi. Dissolvere le costrizioni è sempre un atto violento e potenzialmente pericoloso se si perde il senso della necessità di ambo le parti “dentro e fuori” e di una inevitabile tensione fra esse. Non c’è soluzione tranne ripetere la domanda in un modo migliore.

P: Le nuove grandi sculture che hai presentato da BQ e quella che presenterai da pinksummer possiedono un’armonia che induce al piacere della contemplazione, non sembrano costruite, ma cresciute sul terreno dei rapporti simbolici con le cose. Quando ci mandasti l’ immagine di una delle “small sculptures” (un vecchio pezzo di legno preso da un’antica casa, forato da struttura in ottone, che tu nella descrizione definisci organica, su cui s’incrociano due sottili fili, uno rosso e uno verde), ci è sembrata qualcosa di forte e fragile nel contempo. Ci ha fatto pensare al vecchio pescatore Santiago di Hemingway, che non sa arrendersi al destino mantenendo un rapporto stoico con il reale. Hai scritto in una e-mail che metterai le piccole sculture vicino a quella grande per creare una sorta di eco. Le piccole sculture ci appaiono come un simbolo di dignità umana. Racconta delle tue sculture.

B.S: Dunque, non mi spingerei a spiegare le mie sculture in modo morale o moralistico. D’altra parte, non penso che questo sia mai stato lo scopo dell’arte. Ma devo riconoscere rispetto a possibili estensioni ciò che intendete, e mi piace il fatto che la vostra analisi raggiunga quelle dimensioni (dignità). Per me sono essenziali le differenti nature dei materiali e le forme e la loro interrelazione quando vi si mura dentro una struttura significante. Mi riferisco alle misure, intendo le sfumature di colore. Il loro scopo è quello di esprimere il momento in cui la più meccanicistica e pura materia messa in un determinato contesto formale suggerisce un altro livello e apre la possibilità di un linguaggio coerente. Diventa poi impossibile decidere se l’impressione di organicità sia il risultato di tali incontri o l’origine della nostra attiva comprensione delle loro emanazioni.

Bojan Sarcevic – True Enough

pinksummer-bojan-sarcevic-true-enough-invitation-card

“…Diventa poi impossibile decidere se l’impressione di organicità è il risultato di tali incontri o l’origine della nostra attività di comprensione delle loro emanazioni”. Così concludesti, rimandando al fattore ermeneutico, quella nostra conversazione del 2005, riferendoti alle tue opere e da quel punto ci piacerebbe riprendere, ritenendo il momento esegetico, centrale rispetto al tuo percorso artistico e cognitivo o meglio artistico/cognitivo circa l’idea di realtà, parola che forse potremmo azzardarci a sostituire con verità, intesa come sostrato condiviso di ogni percezione possibile. Una volta ci dicesti che per te, come artista, la realtà è quel topo che è stato mangiato dal tuo gatto in giardino, riconoscendo un fondo di ineluttabilità agli incontri apparentemente accidentali. L’idea di interpretazione apre la strada al relativismo, e, rimanendo tra le quattro mura di pinksummer, pensiamo ad alcuni titoli di opere presentate da noi come “Truth is different” del 2002 o “Everything makes sense in the reverse” del 2005, ma il titolo di questa terza personale da pinksummer è “True enough”, che sembra non dubitare affatto dell’esistenza di una verità raggiungibile, seppure in modo perfettibile per approssimazione. Protagora scongiurava lo smarrimento nel relativismo arginandolo con il criterio di valore. L’interpretazione è il tentativo individuale di conquistare la conoscibilità attraverso il dominio dell’esperienza di ciò che ha fenomenalità, in nessun modo tuttavia l’opinione del sapiente, affermava quel saggio, è più vera dell’opinione di chi è meno sapiente, semplicemente la prima ha più valore della seconda e il valore condiviso avvicina appunto per approssimazione alla verità.
Rimanendo ancorate al fatto o meglio alla forma delle tue opere, è difficile spiegarlo, ma sappiamo che non ci accade spesso, si ha la fantasia che esse siano e basta, indipendentemente dalla volontà o dall’accidente. Come a dire che non si riesce, per assurdo, a pensarle in alcun modo diverse da come ci appaiono, e questo, in un certo qual modo le mette al sicuro dall’arroganza interpretativa.
Rispetto al concetto di interpretazione poi c’è chi dice che essa ha avuto la sua necessità solo con la perdita dell’intuizione sincretica tipica di un’età dell’oro primitiva, in cui l’uomo era natura e non altro da essa. C’è invece chi pensa all’interpretazione in senso positivista come progresso e allontanamento dell’umanità da una buissima età ferina. Nietzsche tagliava corto affermando che non esistono fatti, ma solo opinioni.
Susan Sontag, in “Contro l’interpretazione”, un libro che recentemente ci hai citato, interrogandosi sul ruolo della critica d’arte rispetto al dispotismo del contenuto sulla forma, tendente a riempirla piuttosto che ad accarezzarla, riconduce tale attitudine alla perdita del valore magico rituale dell’opera d’arte avvenuta con l’introduzione del dualismo platonico. Platone disconosce il valore dell’arte in sé, essendo essa mimesis di una realtà imperfetta, brutta copia dell’astrazione matematica dell’idea. Questo in campo estetico, nella fisica e nella metafisica è il corpo, con la sua tendenza all’obsolescenza, a farne le spese a favore dell’anima.
Aldous Huxley, che sotto l’effetto della mescalina, fu in grado di percepire “l’esistenza nuda” anche nelle pieghe dei suoi calzoni di flanella, disse che Platone commise un errore grottesco separando l’essere dal divenire, perché quell’azione lo rese incapace di vedere l’eternità nella deperibilità della rosa. L’ultimo numero dei Cahiers del Musée national d’art moderne ti ha dedicato venti pagine di portfolio, il titolo del tuo progetto è “La seule costante est le changement”.
Inseguendo la nostra ossessione per lo spostamento percettivo ci piacerebbe vedere una mostra rigorosissima “contro l’interpretazione” che racchiudesse il tuo video “Cover version”, insieme a “Goldberg Variations” di Ceal Floyer e magari a una declinazione del suono di Carsten Nicolai e a altre opere che adesso non riusciamo proprio a immaginare, opere che comunque ammesso che abbiano un’anima non sarebbe possibile pensarla disincarnata da un corpo decisamente glorioso.
E a proposito di carne e di estetica, talvolta estrema, la tua, ci stupimmo al Mambo di Bologna, vedendo in quei tuoi primi film incastonati come pietre preziose, comparire la carne, presentata come materia tra la materia, ma viva, pulsante.
In questa mostra la carne è corpo sotteso, potente e sublime (ci vergogniamo un po’ a scrivere questa parola esagerata), in quelle sculture dal titolo strano: “Stamina and the Muse”, sorta di pull-barr per l’exercitatio corporis da cui la pittura (ce la descrivesti come una sorta di frottage surrealista) cola fluida come un umore corporeo.
Sempre Huxley racconta come il curato di D’Ars soleva dire che nei giorni in cui era libero di flagellarsi, Iddio non gli rifiutasse nulla. I mistici e i contemplativi sembra che lavorassero sistematicamente ad alterare la chimica del loro corpo, anche attraverso lo sforzo, per creare le condizioni favorevoli alla locuzione celestiale. In questo senso la stamina, una sostanza che aumenta la resistenza allo sforzo, sicuramente può essere considerata propizia all’incontro segreto con la Musa.
Esteta si dice colui la cui preoccupazione è volta alla forme e ai loro rapporti entro il campo visivo del quadro (ancora Huxley). Quando vedemmo il tuo nuovo corpus di lavori disposti nello spazio bellissimo di De Vleeshal a Middelburg nella personale curata da Lorenzo Benedetti, gli stessi che presenterai da pinksummer, pensammo a un unico quadro. Le delicate sculture “Presence at night” costituite da forme organiche e naturali e la serie “Stamina and the Muse” ai lati, a parete, al centro le strutture ordinate e ordinanti semi-funzionali costituite dall’accostamento elegante di diversi metalli. La critica freudiana sarebbe tentata di ricondurre tutto all’es, all’ego e al super ego; un neo-platonico forse alla tripartizione dell’anima in irascibile, sensibile e razionale. La critica marxista non sappiamo bene come interpreterebbe.
Nel quadro comunque ogni forma risultava in equilibrio spontaneo in sé e per sé e rispetto alle altre forme e allo spazio, sappiamo che per te la spontaneità è risultato di un grande sforzo intellettuale e della disciplina.

Bojan Sarcevic – In the rear view mirror

pinksummer-bojan-sarcevic-in-the-rear-view-mirror-invitation-card

Di questa personale di Bojan Sarcevic da pinksummer si potrebbe dire che conosciamo solo qualche ingrediente, non la ricetta. Abbiamo il titolo, “In the rear view mirror”, l’immagine dell’invito, altre immagini; è arrivato un trasporto di trentuno colli; è in atto un processo di trasformazione della galleria. Sappiamo che Bojan Sarcevic ha lavorato intensamente alla mostra e che ancora sta lavorando attenendosi alle sue modalità rigorose, ma rifiutando qualsivoglia forma deterministica a priori.

Bojan Sarcevic ci ha messo dunque a parte del processo, passo dopo passo, che sta informando questa mostra, ma l’ha fatto evitando qualsiasi proliferazione verbale che non riguardasse l’esecuzione del progetto in loco, tendente, crediamo, non tanto a rendere lo spazio della galleria più adatto a accogliere in modo puntuale opere specifiche, quanto a renderlo più congruo alla sua specificità di galleria di arte contemporanea, in sé.

Intervenendo sullo spazio espositivo di pinksummer, attraverso modifiche lievi, ma incisive, è come se Sarcevic avesse ritoccato la nostra identità professionale, inducendo, volontariamente o meno, un processo di riflessione rispetto a ciò che avremmo potuto o dovuto essere. Di fatto Sarcevic ha creato dentro alla nostra cornice lavorativa abituale, una nuova cornice artificiale più linda, liscia e ovattata, dentro alla quale potremmo forse conferire al nostro agire, almeno temporaneamente, modalità più appropriate e autorevoli. Brian O’Doherty in “Inside the white cube. L’ideologia dello spazio espositivo” scrive “…La galleria è il luogo in cui si conducono lotte di potere attraverso la farsa, la commedia, l’ironia, la trascendenza e, naturalmente, il commercio”.

In mostra ci sarà anche, a parte, un modellino di “rifugio”, elegante e raffinato come la scultura di Sarcevic, essenziale come può esserlo un’architettura immaginata per l’abitare sobrio, senza distrazioni. L’idea è quella di realizzare assieme all’artista il “rifugio” in un luogo ameno, nella natura. Come fosse, il rifugio, nella prospettiva, un punto di fuga.

A proposito di camuffamenti, una delle prime immagini che Sarcevic ci ha inviato circa la mostra “In the rear view mirror”, è quella di un uomo di origine europea, tra i 35 e i 40 anni di età, seduto in posa fotografica, sul cui petto è appoggiata una maschera lignea extraeuropea, che rappresenta un seno femminile reso cadente dall’allattamento, un simbolo di fertilità, assai poco estetizzante rispetto ai canoni, ormai convenzionali, di sensualità femminile contemporanei. La camicia hippie, dell’uomo, virile e anche barbuto, rimanda alla fascinazione antropologica diffusa, collocabile tra i ’60 e i ’70 del secolo scorso.
Nelle culture extraeuropee in cui queste maschere femminili venivano/vengono usate in modo rituale per scacciare i demoni (Tanzania, Mozambico), esse dovevano/devono essere indossate rigorosamente da uomini.

Successivamente Sarcevic ci ha inviato l’immagine per l’invito della mostra: si tratta di un uomo che si presenta di schiena, la cui testa accenna un breve movimento di torsione a destra e sulla cui scapola sinistra affiora un tondo e roseo seno femminile in silicone, come un’ala fantastica e inconcepibile.

L’immagine è priva di esagerazione e iperbolicità e tuttavia rimanda all’idea di corpo grottesco descritto da Michael Bachtin, inteso come corpo in divenire, interessato a tutto ciò che del corpo sbuca fuori, a tutte le escrescenze che cercano di sfuggire ai confini qualitativi e quantitativi del corpo individuale. E’ una tipologia di corpo che tende a annullare la separazione, che sia quella con l’ altro corpo o con l’ambiente. Il corpo grottesco per Bachtin è un corpo che inghiotte il mondo e si fa inghiottire da esso. La trasformazione grottesca si rivolge ai confini e ai punti di intersezione e in questo senso tende al dualismo e alla bicorporeità.
Il muliebre del seno di silicone collocato sulla schiena di un uomo, rimanda a un organo puramente espressivo e caratteriologico, che ha l’autonomia di un corpo a sé stante.

Guardando indietro, il rapporto con l’elemento femminile è stato presente in modo esplicito nel lavoro di Sarcevic degli ultimi anni, pensiamo alla mostra “Involuntary twitch”, curata da Lorenzo Benedetti, coprodotta da Pinksummer e presentata per la prima volta al De Vleeshal a Middelsburg in Olanda nel 2010, in particolare alle sculture “Presence at night”, in cui il femminile assume connotazioni notturne e inquietanti, come si trattasse di Lilith o Lorelei, i cui lunghi capelli s’impigliano nel sonno di un uomo per non dargli tregua. Pensiamo poi, sempre in quella mostra, ai fluidi ineffabili degli acquerelli di “Stamina and the muse”.

Alla personale di Sarcevic a Londra nella galleria Stuart Shave Modern Art “Comme des chiens et des vagues”, sempre del 2010, venne presentata la scultura monumentale “She”, che nelle mostre pubbliche Sarcevic ha riaccostato a “He”, costituita anch’essa da un grande blocco di onice (“Elipse of an elipse”, IAC Institut d’art contemporain Villeubanne/Rhône-Alpes 2012 a “A curious contortion in a method of progress”, Kunstmuseum Liechtenstein, sempre del 2012). “She” appare come una sorta di Eva, che inverte la sequenza del mito creazionale, precedendo “He” (Art Unlimited, Art Basel 42, Stuart Shave Modern Art, 2011). Nella mostra londinese “Comme des chiens et des vagues” Sarcevic presentò anche una serie di sculture in metallo sul pavimento della galleria, le stesse sculture ricomparivano nelle fotografie a parete, in una dimensione nuova, come si trattasse di arnesi con una funzione misteriosa, vicine ai corpi semi svestiti di giovani modelle.

A proposito del titolo della mostra di Sarcevic da pinksummer “In the rear view mirror”, è uscito in questi giorni in Italia, un saggio (“Il portinaio del diavolo: occhiali e altre inquietudini” di Salvatore Silvano Nigro), in cui si racconta dell’intelligenza dei vetri, che avvicinando le distanze e accorciando gli intervalli possono disincarnare l’occhio, in modo che lo sguardo possa levitare in extradimensioni, fosse solo quella dell’immaginazione. In quel libro si tratta del microscopio, del telescopio o vetro dei mille li, come veniva chiamato in Cina quando vi fu introdotto dai Gesuiti, e ancora dei vetri bruciaincenso e di quelli incendiari e dello specchio. Pearl Jam nel brano “Rearviewmirror” dice che le cose nello specchietto retrovisore si vedono in modo molto più chiaro e tutto ciò che abbiamo alle spalle appare vicino. Lo specchietto retrovisore è un potenziamento dello sguardo all’indietro. Esiste un libro di Dave Goldberg intitolato “The universe in the rearview mirror: how hidden symmetries shape reality”. E detto francamente, un impianto retrospettivo rende meno assurda l’idea di vedere brillare una stella, la cui luce si è spenta milioni di anni prima di essere toccata dal nostro sguardo.

Parlando di nuovo di escrescenze, ramificazioni e germogli, abbiamo scoperto grazie al titolo della mostra di Sarcevic, che lo specchietto retrovisore è stato inventato nel 1911 da un pilota che lo posizionò sul cofano della sua vettura per risparmiare il peso del meccanico, che gli altri piloti, esclusi dall’assimetria implicita nel salto evolutivo, dovevano ospitare sull’auto per informarsi del traffico alle spalle.

Forzando, ma proprio tanto, le simmetrie occulte e anche la teoria degli anelli, in quello stesso anno 1911 Picasso incollava sulla superficie di un dipinto un pezzo di tela con la riproduzione dell’impagliatura di una sedia, quello che Brian O’Doherty, nel saggio già citato, definisce “… Il reperto A del collage” affermando “… Il cubismo analitico non ha spostato di lato il piano pittorico, ma lo ha reso sporgente”.

Si potrebbe pensare la nuova mostra di Bojan Sarcevic “In the rear view mirror”, come qualcosa di similare alla prima personale dell’artista da pinksummer del 2002, una mostra disomogenea, segreta, in fieri come un diario: sui possibili significati che il quotidiano può assumere a posteriori, sulla traccia del diario non è dato sapere.
Possiamo però suggerire di guardare “In the rear view mirror” come fosse un collage molto, molto aggettante.

Tomas Saraceno – On Air

pinksummer-tomas-saraceno-on-air-invitation-card

Pinksummer presenta Tomas Saraceno, invitato da Luca Cerizza

Conversazione con Tomas Saraceno, Luca Cerizza e Pinksummer

Nota di pinksummer
L’intervista, nata per il comunicato, si è dilatata a dismisura; credendo che possa offrire spunti interessanti sia rispetto all’approccio con il lavoro di Tomas Saraceno, sia al connubio arte/architettura e ai suoi risvolti di natura politica e sociale, abbiamo deciso di lasciarla integra.

Pinksummer: Superstudio nel 1970 scrivevano “In quegli anni stava diventando molto chiaro che continuare a disegnare arredi, oggetti e simili decorazioni domestiche non era la soluzione ai problemi del vivere… e ancora meno avrebbe potuto servire a salvare la propria anima”. L’architettura “radicale” di gruppi quali Superstudio, Archizoom e altri collettivi, nati nella seconda metà degli anni’60, si svincola dal pragmatismo della disciplina per progettare una filosofia di vita. Nel 1973 sempre Superstudio dichiarava: “L’architettura non tocca mai grandi temi, I temi fondamentali delle nostre vite. L’architettura resta all’angolo della nostra vita, e interviene solo ad un certo punto del processo, in genere quando il comportamento è già stato codificato”. Tu sei un architetto che fa l’artista o un artista con la formazione di architetto: pensi che l’arte la cui finalità tout court, ammesso che si possa definire finalità, è quella di informare idee, sia più adatta a sceverare i grandi temi della vita o anche solo a defuturizzare il futuro?

Tomas Saraceno: In generale cerco di lavorare lasciando agli altri il compito di categorizzare il mio lavoro. Innanzitutto bisognerebbe definire il lavoro dell’artista e dell’architetto nella storia. Per me è più interessante cercare di trovare casi interdisciplinari tra queste due aree di ricerca. Fino ad ora, mi sono trovato sicuramente più a mio agio con l’arte piuttosto che con l’architettura: nell’arte la possibilità di dilatare il processo di percezione attiva un’attitudine critica che porta a riconsiderare, re-interpretare, decifrare la tua posizione verso la realtà, verso il mondo. Se decido di guardare questa tastiera per quattro ore senza toccarla, la mia relazione non sarà più la stessa. In ogni caso possiamo applicare il termine “architettura” a un’infitnità di contesti e capire che l’architettura può essere una cosa molto più ampia… architettura del computer, architettura di una poesia….l’architettura è da tutte le parti…e non deve essere essenzialmente concepita come scienza del costruire case, città, ecc…. Mi sembra che le finalità e le interazioni tra discipline debbano essere continuamente re-inventate per ogni specifico contesto. Dopo aver operato una dissoluzione delle “discipline”, dovremmo cercare di attivare un processo di ri-attualizzare in relazione a contesti sempre mutevoli, e così riuscire a trovare un feedback per un processo di comunicazione più veloce, capace di concepire regole più elastiche e dinamiche. Forse possiamo imparare dal principio di ecologia come sistema di coabitazione tra differenti aree culturali. Questo ci aiuterebbe a comprendere la necessità del principio di cooperazione. E’ un sistema basato su principi-entità di “networks” (tutti i sistemi viventi comunicano tra di loro e condividono aree di ricerca), “cycles” (tutti gli organismi viventi vanno alimentati da un continuo flusso di materia ed energia dal loro ambiente per poter sopravvivere e tutti questi organismi producono scarti che diventano utilizzabili da altre specie. In questo modo la materia va in circolo continuamente attraverso questa rete di vita), “partnership” (lo scambio di energia e risorse in un ecosistema è sostenuto da una pervasiva cooperazione. La vita sul pianeta è sostenuta dai principi di cooperazione, “partnership” e “networking”), “diversity” (un ecosistema ha raggiunto la stabilità attraverso la ricchezza e la complessità della propria rete ecologica. Più grande è la biodiversità, maggiore la sua resistenza), “dynamic balance” (un ecosistema è flessibile, è un network in continuo flusso. La sua flessibilità è conseguenza di feedback multipli che tengono il sistema in stato di bilanciamento dinamico. Nessuna singola variabile è massimizzata; tutte le variabili fluttuano intorno ai loro valori ottimali). Sarebbe interessante ottenere questo tipo di sistema di relazioni tra arte, architettura, scienza…

P: Utopia in greco significa nessun luogo, è il nome dato da Tommaso Moro all’isola retta da strutture politiche, sociali e religiose ideali. L’utopia è una proiezione in un mondo migliore, che si contrappone alla realtà storica esistente. L’utopia trae forza dalla razionalità opponendosi alle follie dei tempi. Nel tuo lavoro è presente sia il concetto di utopia, rapportata all’uso di materiali fortemente tecnologici, che il senso di meraviglioso. La tua utopia sembra quella di costruire unità abitative, agglomerati urbani, città che siano sospese in cielo grazie al calore del sole e che possano muoversi con il movimento delle nuvole, così da superare i confini nazionali, un po’ come succede negli aeroporti. Queste unità sono contenute in palloni fatti di un materiale che hai brevettato per questo utilizzo (l’aereogel). L’utopia è qualcosa che si può realizzare oppure è un concetto instabile, che scricchiola quando si confronta con la realtà?

T.S: L’utopia esiste fino a che non si realizza. Non era utopico pensare che la gente potesse viaggiare in aereo cento anni fa? Ora cinquecento milioni di persone volano ogni anno. Nel 2010 saranno tre trilioni… L’idea di utopia è mutata continuamente a seconda delle epoche. Penso che l’individualismo che caratterizza questo periodo storico renda questo concetto instabile, fragile. Adesso c’è una coscienza sempre maggiore riguardo al concetto di sostenibilità nella nostra vita sul pianeta terra. In questo senso il mio lavoro cerca di indagare e interpretare la realtà esistente, utilizzando le innovazioni tecnologiche per nuovi obiettivi sociali. Per esempio la mia idea di Air Port City è quella di realizzare piattaforme, cellule abitative o città che galleggiano in aria, che cambiano forma e si aggregano tra loro come le nuvole. Questa flessibilità di movimento, in relazione agli stati-nazione, trova una risposta nelle strutture organizzative degli aeroporti: la prima città internazionale. Gli aeroporti sono in varie città, e sono divisi da “air-side” and “land-side”; nel “air-side” tu sei sotto legislazione internazionali. Ogni azione che commetti sarà giudicata secondo norme internazionali. “Total control under freedom”. Air Port City è come un aeroporto che vola: potrà viaggiare legalmente attraverso il mondo, usufruendo delle regolazioni degli aeroporti. Lavora su questa struttura cercando di contestare i confini politici, sociali, culturali e militari oggi accettati, per cercare di ristabilire nuovi concetti di sinergia. Un anno fa ho brevettato, con l’aiuto di ingegneri e di avvocati, una applicazione di un nuovo materiale chiamato Aerogel, da essere utilizzato in veicoli più leggeri dell’aria. Questi veicoli usano un gas più leggero dell’aria per elevarsi: elio, idrogeno, aria calda, una mescolanza di essi, o altri. L’applicazione dell’Aereogel da a questi veicoli la possibilità di volare con la sola energia solare. Questi veicoli sono l’alternativa più efficace per il futuro della nostra mobilità e la possibile “colonizzazione” del cielo. Non ci sarà più bisogno di aeroporti, cesserà l’inquinamento ambientale, saranno alternative efficienti per nuovi satelliti e attiveranno nuove possibilità di comunicazione. Questa situazione renderebbe possibile movimenti più veloci ed energicamente sostenibili, un’incredibile mobilità di persone, informazioni, dati, creando una continua ridefinizione dei confini, delle identità nazionali, culturali, razziali. Tutto si muoverebbe con maggiore facilità, creando relazioni e interazioni continue e più veloci, e la possibilità di scegliere condizioni di vita e clima preferite. Sarebbero come entità in uno stato di permanente trasformazione, simili a città nomadi. Gli zingari non ritornano mai nello stesso luogo, semplicemente perché il luogo cambia in continuazione… Air Port City è come una immensa struttura cinetica che opera in direzione di una vera trasformazione dell’economia. Ovviamente le Air Port Cities consentirebbero sviluppo senza danneggiare la biosfera, anzi migliorando le condizioni di vita sulla terra e evitando alcuni pericoli e minacce esistenti, come una possibile collisione di un meteorite, la sovrappopolazione urbana, ecc… Muovere da un “credo” personale ad uno collettivo è il primo passo per la realizzazione di questa idea. Dopo l’unione dell’Europa, si costituirà una “europeanafroamericanasianoceaniadfvdsdf”: come le derive dei continenti all’inizio del mondo, le nuove città cercheranno la loro posizione nell’aria, per poi trovarla nell’universo. Da Cirrocumulus a Cirrocumuluscity!
Immagina: intorno al mondo senza passaporto! Sarebbe importante raggiungere un nuovo accordo internazionale che permetta ai cittadini di avere più di un passaporto, e ai cittadini senza stato di avere un passaporto delle “Unite Nazioni”, che gli dia diritti umani di base nei paesi in cui sono ospiti permanenti o temporali, come sostiene Majid Tehranian in Worlds on the move. Purtroppo, come nota Yonathan Friedman, al momento solo il 2% della popolazione mondiale migra. La mia idea di città e civiltà incoraggia una mobilità continua. Se, come sostiene Lewis Mumford, le città hanno avuto origine dalle necropoli e quindi dal culto dei morti, oggi abbiamo siti internet che mettono in orbita le ceneri dei morti, al motto di “Ashes to Ashes…Dust to Stardust”! La storia sembra che si stia ripetendo: siamo pronti per le città volanti!

P: Buckminster Fuller una volta ha detto: “La nave spaziale Terra è stata così straordinariamente ben inventata e progettata rispetto alla nostra conoscenza che gli umani sono stati a bordo di essa per due milioni di anni senza nemmeno sospettare di trovarsi a bordo di una nave”. Newton sosteneva che la gravità è la forza dalle oscure cause che regge il cosmo. La ricerca di trasparenza e leggerezza nel tuo lavoro sembrano opporsi alla legge che incatena la corporeità: il volo è antica metafora di libertà? Il cielo è una realtà al di fuori del luogo che imprigiona?

T.S: Rivoluzione! Pensa al fatto che l’invenzione del pallone ad aria calda e idrogeno è avvenuto come mezzo di fuga e protezione, verso il 1780, nell’epoca della rivoluzione francese. E’ significativo che durante quel tempo di incertezze, la gente guardasse il cielo per poter fuggire alla realtà in terra. Il pallone costituì un grande mezzo per livellare le disuguaglianze nella società francese. L’aristocrazia poteva avere grandi quantità di terreno, ma il cielo era libero e apparteneva a tutti… E così, più avanti nella storia, quando una società attraversa una fase traumatica, la gente cerca rifugio nel cielo per sfuggire al caos e all’incertezza. Brian Charlesworth ha scritto: “As we emphasized several times already, natural selection cannot foresee the future, and merely accumulates variants that are favourable under prevailing conditions. Increased complexity may often provide better functioning, as in the case of eyes, and we then will be selected for. If the function is no longer relevant to fitness, it is not surprising that the structure concerned will degenerate.”

P: Cosa presenterai da pinksummer?

*T.S : In-formare l’aria: Air under different pressure… Due entrate dell’edificio ti portano sotto differenti “pressioni” dell’aria. Se sali per le scale finisci all’interno della galleria: qui la “pressione” è più alta ma non abbastanza da farti saltare i timpani (air-pop). Prendendo invece l’ascensore, un’altra scala ti porta sul tetto di una nuova stanza dentro al medesimo ambiente della galleria, con una minore pressione. Una membrana di pvc trasparente spessa sei millimetri e alta sei metri farà respirare la galleria, lasciandoti sospeso in aria… la tua ombra come un affresco proiettata sul soffitto. “Pneu”: base di tutta la natura. “Pneuma”: aria. “Pneumatos”: respirare. “Pneo”: vivere-dimorare. Sarà come un organismo vivente, uno spazio che reagisce e “si comporta”. Una sezione di una Air Port City, volendo. 513 m3 di respiro ti sollevano, ti svincolano da terra e ti vincolano agli altri. Una nuova mediazione dello spazio: come tutta l’architettura deve mediare in qualche modo tra un contesto esteriore e interiore, la terra media ed è protetta dallo spazio esteriore dall’atmosfera, ma è in uno stato di permanente instabilità. Due pressioni, la stessa aria: Genova e il Mediterraneo. Un segno nel cuscino-Europa… Se condividi uno stesso volume d’aria, uno spazio ermetico, renderai l’aria così solida da soffocarti. L’entrata e l’uscita della gente nello spazio inferiore permetterà, allora, il ricambio dell’aria. La massa della gente sospesa in alto determinerà l’intensità di questo ricambio. Così come succede con i venti, locali o globali, prodotti dalle sacche di aria che si muovono intorno alla terra, nel loro tentativo di equalizzare la temperatura e la differenza di pressione. Marx ha scritto: “all that was solid had melted into air” (tutto ciò che era solido si è trasformato in aria).

Luca Cerizza: Mi viene in mente una frase di una canzone recente dei Blonde Redhead: “Behind these clouds, I am almost home…”

P: Alla prima presentazione stampa di Genova 2004, capitale europea della cultura, a proposito della sua mostra “Arti e Architettura” Germano Celant affermò che l’architettura è in questo momento storico più alla moda della moda. Crediamo che la moda e le mode nascano da una necessità e, di fatto, da qualche anno c’è molta attenzione verso l’architettura, e anche il mondo dell’arte manifesta fortemente questo interesse. L’architettura intesa come proiezione intellettuale che tende a un mondo migliore. Ogni architettura ambisce a essere uno spazio per vivere e agire bene. Credi che questo interesse per l’architettura sia una manifestazione tangibile del fatto che ci siamo lasciati alle spalle i decenni ‘80 e ‘90, connotati dall’individualismo, prima euforico e poi depresso, per entrare in una fase d’impegno, vero o presunto, dal punto di vista politico e sociale?

L.C: Innanzi tutto bisognerebbe chiedersi cosa intendiamo per “architettura”. Oggi mi sembra un termine più che mai elastico e complesso, che non significa certamente solo grandi edifici più o meno istituzionali e “firmati”. Architettura può essere una tendopoli, un campo di prigionia, una base militare, lo spazio della Rete, un vestito. Qualunque cosa si intenda, mi sembra che, sul binomio arte-architettura, convergano esigenze e urgenze diverse. Da una parte assistiamo, da alcuni anni, ad una sempre più capillare ibridazione dell’arte contemporanea con altri linguaggi, in un dialogo costante con tutte le sfere della creatività e della conoscenza. L’architettura e l’urbanistica sono tra queste. Si cerca sempre di più una relazione e un confronto tra artisti, architetti, urbanisti, pensatori; un terreno comune di scambio e di riflessione, senza divisioni di “casta”. Sicuramente c’è un rinnovato impegno di analisi e polemica politico-sociale da parte di artisti, critici, teorici, curatori e il conseguente tentativo di immaginare soluzioni alternative ai problemi del costruire e dell’abitare, nel senso più ampio dei termini. E quindi una rinnovata attenzione per quelle che sono le modalità del vivere quotidiano ad ogni latitudine, con gli squilibri e le trasformazioni, le massicce migrazioni, la straordinaria urbanizzazione, i problemi demografici, le grandi urgenze ambientali, l’impatto delle nuove tecnologie sul fare architettonico e sul nostro modo di vivere, sul portato simbolico e politico dell’architettura. Arte e architettura si incontrano anche nel museo: il cosiddetto “effetto Bilbao”, emerso in seguito alla costruzione del museo di Frank Gehry e alla conseguente “massificazione” della fruizione dell’arte contemporanea, ha rinnovato il dibattito sulla portata simbolica ed ideologica dell’istituzione-museo. Poi, a processo già iniziato, c’è stato l’11 settembre. L’evento con cui si è chiuso il ventesimo secolo, l’immagine che si è appiccicata con più forza nella memoria collettiva globale, è legata alla distruzione drammatica di un edificio, che era poi uno dei simboli dell’Occidente, per le funzioni che conteneva e per quello che rappresentava visivamente e culturalmente. Insomma, mi sembra qualcosa più di un trend passeggero, anche se questo pericolo ovviamente esiste. Ma la mostra si ferma all’anno 2000, e probabilmente aggira il dibattito su questa e altre urgenze legate all’architettura e all’urbanistica. Per quanto mi riguarda è sempre stato un interesse per le poetiche e le problematiche dello spazio, inteso in modo molto ampio, ad avermi spinto a lavorare su queste ibridazioni e relazioni. Anche quello che ho fatto con la musica elettronica va in questa direzione. Ovviamente il fatto di essermi trasferito a Berlino nel 2000 ha avuto una forte influenza, sia per l’identità e la storia della città, che per il suo ambito culturale e artistico.

P: In Italia I “giovani curatori”, ancor più dei “giovani artisti”, tendono a rimanere “giovani” per sempre: non accade quasi mai che vengano chiamati, per mettere a disposizione il sapere fresco della militanza, da un “curatore anziano”, ovviamente più rassicurante rispetto agli investimenti politici, a collaborare a una grande rassegna con un grande budget. Nei giorni in cui pinksummer inaugurerà la mostra di Tomas Saraceno, che tu hai invitato, a Genova ci sarà l’apertura del colossal “Arti e Architettura” di Celant. Siamo felici che la nostra città abbia investito finalmente sul contemporaneo e che l’esposizione sia curata da un professionista in grado di dare garanzie qualitative , ma ci piacerebbe sapere su quali basi avresti lavorato per una sezione non ancora storicizzata della mostra.

L.C: In verità non so molto della mostra ed è difficile parlarne senza averla ancora vista. Dalle informazioni che ho posso immaginare, e forse non potrebbe essere altrimenti, una mostra di carattere “generalista” e di ampio respiro storico e spettacolare, piuttosto che strettamente d’attualità e/o militante. Concentrata semmai sul potere di seduzione, forse un po’ hollywoodiano, dell’immaginario architettonico e sulle sue grandi firme. Da quello che s’intuisce dalla lista degli artisti più giovani invitati, che comunque sono tutti di grande qualità, posso dire che avrei esteso la selezione a personaggi attenti soprattutto alle dinamiche urbanistiche, sociali e politiche di respiro più ampio, piuttosto che al rapporto con la forma simbolica e architettonica dell’edificio. La lista sarebbe infinita, ma direi che avrei avuto uno sguardo più attento alle dinamiche “macro” che a quelle “micro”, all’urbanistica più che alle forme dell’architettura, magari proprio attraverso l’analisi di contesti e situazioni specifiche e locali. Per esempio, sarebbe stato interessante presentare ricerche sulle comunità sociali “alternative”, sugli sviluppi urbani delle megalopoli contemporanee, sulle tensioni odierne legate alla globalizzazione, ai confini, alle identità culturali, alle problematiche ambientali, alla sostenibilità ecologica, e sicuramente attraverso uno sguardo meno precisamente occidentale. Un’attenzione verso architetture marginali, non-ufficiali, ibride, precarie, improvvisate, nomadi, per esempio. Se poi ci fermassimo al rapporto con l’edificio, mi sembrerebbe interessante riflettere sull’impatto delle nuove tecnologie sull’architettura, verso la creazione di un ambiente sempre più flessibile, dinamico, continuamente ri-definito, dove le categorie spazio-temporali tradizionali sono messe in crisi. O, sulle sempre più urgenti questioni legate al rapporto tra spazi pubblici e privati, in relazione alle problematiche sociali, al consumo e all’intrattenimento, per esempio. Insomma, da una parte un’analisi più decisamente “sul campo”, dall’altra una visione sul futuro, magari collegandosi proprio a quella stagione importante e stimolante della ricerca architettonica che lo stesso Germano Celant definì tanto tempo fa “radicale”. In questo senso, ci sono moltissimi esempi di ricerche condotte da artisti internazionali (Tomas Saraceno è tra questi) e da alcuni bravi artisti italiani che riprendono e attualizzano le premesse di quegli anni, a confronto con nuove esigenze. Ma è una storia di cui si è appropriata più l’arte e l’architettura straniera (penso all’Olanda e alla Francia per esempio) che quella italiana. Sarebbe interessante “bringing it all back home”, per dirla con Dylan… Inoltre mi sembra veramente difficile dimenticare che a Genova, in un passato molto recente, mentre la cittadinanza era invitata a sistemare con cura le fioriere, si è verificato uno degli episodi più inquietanti e violenti di “militarizzazione” del tessuto urbano, durante i giorni del G8. Un momento di grande forza simbolica delle tensioni tra diverse visioni sociali e politiche odierne, sul terreno reale della città, e di una città morfologicamente così particolare come Genova. Direi che proprio da Genova potrebbe iniziare un’analisi su queste problematiche che sono state, ancora una volta, tema di dibattito, più all’estero che in Italia. Ma è scontato dire che questo creerebbe più di un imbarazzo a chi ha sponsorizzato questa manifestazione…

P: Raccontaci come hai conosciuto Tomas Saraceno, qual’è il primo lavoro che hai visto e cosa ti ha intrigato.

L.C: Penso di aver sentito parlare di lui e del suo lavoro da amici comuni alla Städelshule di Francoforte, dove Tomas ha studiato nella classe di Peter Cook, uno dei fondatori di Archigram e ancora adesso attivissimo pubblicista e architetto. Forse l’ho incontrato per la prima volta alla Tate di Londra, alla mostra di Olafur Eliasson, per cui ha lavorato per qualche mese e con cui ha collaborato in alcuni progetti. Poi ha partecipato ad una collettiva a Berlino e ho cercato di contattarlo. Abbiamo iniziato a comunicare per email e poi, quando era di passaggio a Berlino qualche mese fa, l’ho incontrato e abbiamo parlato a lungo. Direi che sia stato soprattutto il pensiero e la ricerca di Tomas ad interessarmi, piuttosto che un singolo lavoro. La sua mi sembra, per dirla con Yona Friedman, una “utopia realizzabile”. Mi affascina la forza, il coraggio e l’onesta della sua visione, che tocca alcuni temi e interessi su cui ho lavorato in questi ultimi anni con una certa continuità: poetiche dello spazio, dinamiche sociali, sensibilità ecologica, immaginari di un futuro possibile, tra architettura, scienza e politica. Mi interessa il suo legame con alcune ricerche della stagione dell’architettura cosiddetta “radicale” in direzione di forme di socialità e di aggregazione future. Penso che Tomas sia un artista generoso e ottimista, ma allo stesso tempo non ingenuo, con un atteggiamento critico ma fortemente costruttivo. E questo mi piace. Sono convinto che questo tipo di tensione sia quanto ormai urgente in questa fase storica, quando sembra che l’irrazionalità e la violenza rendano impossibile pensare a nuove e migliori forme di comunità e di società civile.

L’installazione sarà visibile fino al 10 Gennaio 2005

Tomas Saraceno – Biosphere MW32 Air-Port-City

pinksummer-tomas-saraceno-biosphere-mw-32-air-port-city-invitation-card

La concezione del mondo, nei tempi, è dipesa in minima parte dalle idee scientifiche: rifletteva maggiormente i bisogni morali e sociali. Un vizio di tutte le epoche è stato quello di provare la morale che il potere di turno professava forzando la scienza in quella direzione. La fisica ellenica dell’eterno ritorno fu rigettata a favore dell’evoluzione lineare a opera di alcuni teologi che all’inizio dell’era cristiana non accettarono di sottomettere la
storia sacra, di stampo creazionista, alle alterne vicende di distruzione e rinascita del mondo naturale. In breve, la natura è sempre stata identica a se stessa, ma l’uomo ha visto in essa volti diversi a seconda delle epoche. Adesso però, l’umanità, per la prima volta nella storia, si trova a dover decidere le sorti, non tanto del pianeta Terra, quanto delle condizioni che hanno reso possibile la vita, la vita umana, su questo pianeta. Ammesso che si tratti di politica e non di etica, tale politica ha un carattere cosmico: la questione non è più di destra o di sinistra, ma la scienza in questo caso chiama la politica a agire e agire in fretta. La deforestazione e l’immissione nell’aria di carbonio, prelevato dal sottosuolo, non sono che effetti, la cui causa è un atteggiamento di matrice
neolitica di alterità rispetto al mondo. In questo senso, considerando che pinksummer è una galleria di arte contemporanea, ci piace l’idea di presentare un secondo progetto di Tomas Saraceno a qualche giorno dall’assegnazione del Nobel per la pace a un politico per aver promosso la pace non tra uomini e uomini, ma tra l’umanità e la Terra, seguendo le vie indicate dalla scienza.
Tomas Saraceno è un positivista, il cui misticismo laico impone una visione dell’arte che esula da presupposti ludici e di piacere dei sensi in sé. Nel lavoro di Saraceno prevalgono esigenze di operatività e di concretezza, sia in termini progettuali, sia riguardo alla sensibilizzazione attuata attraverso la conoscenza e la riflessione che le sue opere smuovono, sintetizzando una visione del mondo nel contempo scientifica, morale e estetica e anche magica, perché il mistero ha una grande influenza nell’intimità dei pensieri più razionali.
Einstein affermava che la cosa più bella è dimostrare il lato misterioso della vita, il sentimento profondo che si trova alla sorgente dell’arte e della vera scienza. Saraceno ha ereditato da Buckminster Fuller la concezione del mondo come sistema, in cui ogni singola parte, ogni singolo essere è legato all’altro e al tutto da una trama invisibile di relazioni, un concetto olistico che restituisce l’idea di insieme come qualcosa di sinergico, estremamente più efficace e potenziato rispetto alla semplice somma delle singole parti.
Ogni progetto di Tomas Saraceno è da intendersi come un’unità organica, un subsistema che si relaziona al sistema del suo pensiero restituendoci l’idea di utopia, intesa come via di fuga, non nel sogno, ma in una alternativa concreta che non deresponsabilizza il piccolo individuo di fronte alle scelte di macropolitiche scellerate. Solo l’individuo è sufficientemente libero da non preoccuparsi di piacere ai capi, sosteneva Fuller, la cui critica all’architettura modernista fu durissima, arrivando ad affermare che lo stile internazionale introdotto in America dal Bauhaus non si preoccupava di conoscere la meccanica strutturale o la chimica, ma si limitava a convincere gli industriali a cambiare la forma delle maniglie. Un po’ come Henri Poincaré sosteneva in “La scienza e l’ipotesi”, per sperimentare bisogna liberarsi da idee preconcette, condizione difficile considerando che lo stesso linguaggio è impastato di idee preconcette; alla stessa maniera Fuller affermava che l’architettura universale, sintesi di spazio, tempo e sviluppo, non può esistere se non liberandola dalla dipendenza dalla materia esistente. Solo muovendo dalla progettazione dei materiali, l’architettura può compiere quella rivoluzione atta a fornire delle risposte etiche ed estetiche alla collettività che trascendano la logica del riparo e dal monumento. In questo senso si muove
Tomas Saraceno, il cui lavoro, abbattendo le barriere disciplinari e la concezione preistorica dell’uomo contro la natura, promuove l’integrazione con essa e con l’energia e le risorse che essa ci fornisce. Dopo l’esperimento “On Air” del 2004, pinksummer è felice di presentare un nuovo progetto di Tomas Saraceno: “Biosphere MW 32” .

L’opera installata nel Cortile Maggiore rimarrà visibile fino al 17 novembre, la mostra in galleria fino al 7 dicembre.

Si ringrazia:

Oscar Podda
Parfiri srl
Sharjah Biennial

Tomas Saraceno – Cloud Cities

pinksummer-tomas-saraceno-cloud-cities-invitation-card

Tomas Saraceno ci fu presentato da Luca Cerizza, era il 2004. La prima volta che lo incontrammo fu in occasione dell’attualizzazione di “On-Air” nel vecchio, assurdo salone da ballo tardo cinquecentesco di Pinksummer, in Via Lomellini. Tagliò corto rispetto ai convenevoli di saluto, chinandosi subito a rovistare dentro a una borsa piena di cose, da cui estrasse, per primo, un contenitore, nel quale ci invitò a infilare la mano. La sostanza all’interno, al tatto, poteva essere qualcosa di estremamente soffice o anche di polveroso. Non lasciò alcuna traccia sulla pelle. Saraceno ci chiese di mettere la mano sotto al rubinetto, l’acqua scivolò sulla pelle accumulando sul palmo della mano perle trasparenti, curiosamente precise e ipercinetiche, come le sfere di mercurio quando i termometri cascano frantumandosi. Quella materia tanto sottile e leggera da incapsulare l’acqua era aerogel, Saraceno ci spiegò che si trattava di una sostanza costituita da polvere di silicio, per niente nuova, era stata brevettata da uno scienziato nel 1931, e concluse che con essa avrebbe costruito Airport-City. Ci balenò che Tomas Saraceno fosse un architetto vero, un architetto italo-argentino che aveva scelto come base Francoforte dopo la laurea in Architettura conseguita a Buenos Aires e la Stadtschule, infine lo IUAV a Venezia; di fatto a tutt’oggi non si è ancora trasferito a Berlino come avrebbe fatto un artista vero.
Le sue laconiche spiegazioni ci fecero assimilare Airport-City a ciò che Heidegger aveva definito Raum: uno spazio sgomberato atto ad accogliere un insediamento di coloni, delimitato, per accidente, da un luogo piuttosto che da un altro. Da lì a pochi giorni Pinksummer sarebbe stata il luogo da cui “On-Air”, la prima megastruttura realizzata da Tomas Saraceno, avrebbe tratto l’essenza e il limite, dove per limite s’intende anche il punto in cui le cose hanno origine.
L’abitudine di Saraceno è quella di pensare spostandoli i limiti, non solo quelli poietici, ma anche pragmatici, ci riferiamo all’idea di budget, ciò trasformò “On-Air”, come in generale tutti i successivi grandi progetti di Tomas Saraceno, in un’avventura matta e bellissima, un gioco, una festa in cui l’artista riesce a coinvolgere chi gli sta attorno, allora una banda di disperati tra cui noi e Cerizza, a lavorare giorno e notte. I ragazzi che lavorano nello Studio a Francoforte, nato qualche anno dopo, conoscono fin troppo bene questo aspetto sperimentale, partecipativo, che comunica nel contempo angoscia e eccitazione, del discorso di Saraceno, tendente a rimanere “per via” fino all’istante prima dell’inaugurazione; dietro, a rassicurare, c’è la sua progettazione (ma rispetto a “On-Air”, essendo la prima volta, tale precisione ci era dato solo d’intuirla).
Da allora sono passati sei anni, ma circa il percorso di Tomas Saraceno sembra passata assai più acqua sotto ai ponti, c’è stata una seconda personale da Pinksummer nel 2007, e tante, tante mostre istituzionali di grandissima importanza, tra cui la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2009, su cui è stato versato un lago di inchiostro.
Rispetto all’idea heideggeriana di Raum, lo sgombero nella pratica di Tomas Saraceno riguarda proprio l’esattezza dell’architettura, le sue verità, non solo riguardo al gotico e al georgiano di cui si voleva sbarazzare il Buckminster Fuller poeta. Tomas Saraceno in qualche modo ha tradito l’architettura con un atto etico-teoretico di paradossale fedeltà, recuperandone il nucleo più eccessivo e radicale per seminarlo altrove, in un terreno già concimato dall’eccedenza. Si potrebbe arrivare a dire che l’arte di Saraceno è più architettura dell’architettura stessa, sia in rapporto allo spazio che alla fenomenologia temporale. In Saraceno i tre momenti del tempo: futuro, presente, passato, rimangono aperti ognuno alle possibilità dell’altro. La temporalità di Saraceno è estatica, circolare: muovendo dal futuro (le nuove possibilità aperte dalla scienza e dalla tecnica, i suoi progetti), Saraceno arriva al presente, dischiudendo i potenziali repressi che il passato non è riuscito a realizzare. In questo senso per Saraceno l’avvenire è contenuto nel passato, per questa ragione di “On-Air” non si è mai fatto scrupolo di dichiarare che è squisitamente Ant Farm.
Saraceno è un grande ammiratore di Yona Friedman: per lui l’imprecisione, non l’esattezza, è sinonimo di verità nel suo significato etimologico più autentico di disvelamento, ricerca, un discorso che Saraceno radicalizza fino a non tollerare di vederlo concludere, fosse anche dentro a una infrastruttura.
Dal retaggio passato, partendo forse da Boullé passando sicuramente da Fuller e poi Archigram, Superstudio, Metabolist, Cedric Price, Yona Friedman, ha ereditato la fede nella scienza e nella tecnica, non intesa come tecnocrazia imperialista finalizzata a se stessa e all’idea di supremazia che ha reso la natura un mero oggetto di dominio e di sfruttamento, bensì un “positivismo” che avvicina l’uomo all’esperienza sensibile e fa dell’esserci una comunione.
Quando Tomas Saraceno lavora alle sue sperimentazioni estreme nella natura più remota è felice, accumula energia e la trasmette, tanta. Poco tempo fa rispondendo al suo disappunto per il traffico urbano, gli consigliammo una motocicletta, lui rispose svelto che andare in motocicletta è pericoloso. Annuimmo ragionando però tra noi e noi, dove quel Peter Pan avesse nascosta tutta quella prudenza adulta e responsabile, mentre senza alcuna protezione rideva felice e abbronzato come un campeggiatore hippy dei Settanta, accovacciato dentro a una tenda sospesa a metri e metri di altezza su un lago argentino, sostenuta esclusivamente dal vento e dai suoi palloni, nel video “Sky Elevator”.
Heidegger, ancora lui, affermava che l’opera d’arte non è la riproduzione poetica della realtà esistente e tantomeno la rappresentazione della sua essenza. Il tempio greco non riproduce niente, si erge semplicemente nella natura per raccogliere la vita intesa come tensione tra la nascita e la morte, rispecchiando l’uomo e il suo destino di finitudine e, nel contempo trascendendolo per spingersi fino alla sorgente: il limite dell’inizio dove per logica, come raccontò Anassimandro, tutte le cose devono di necessità ritornare (più che una speranza, un pensiero positivo).
Di questo comunicato stampa Saraceno si lamenterà: “Troppo nostalgico, troppo Heidegger e Cloud City e le mie ragnatele?”. Di Cloud City e delle ragnatele riverberanti la formazione delle galassie nei tempi, racconterà con più efficacia delle parole, Tomas Saraceno stesso anche in questa terza personale da Pinksummer.

Tomas Saraceno

pinksummer-tomas-saraceno-iridescent-planet-invitation-card

Non che non sarà una bella mostra certo, questa personale di Tomas Saraceno da Pinksummer. Sarà una specie di paese delle meraviglie.
Ci sarà il grande Iridescent Planet nel Cortile Maggiore, quello antistante alla galleria, prodotto in occasione del Festival La storia in piazza da Palazzo Ducale, Fondazione per la Cultura, di cui questa mostra oltre a sussumere il titolo, è collegata da un’arpa di luce arcobaleno, come fosse un ponte. Dentro, in galleria, ci sarà un video editato di zecca e anche un kite, un aquilone in forma circolare, anch’esso vestito da Iride, che potrebbe anche volare davvero, e dialogare con il vento, come uno strumento sciamanico, capace di dinamizzare le energie, intuendone con semplicità la direzione e assimilandone il ritmo.
Questa volta, però non la faremo lunga sulla mostra di Pinksummer, perché a Villa Croce si sta informando un progetto assai speciale e del tutto inedito di Tomas Saraceno, il cui titolo è Cosmic Jive: Tomas Saraceno The Spider Sessions, una mostra curata da Ilaria Bonacossa e Luca Cerizza, accompagnata da un libro altrettanto speciale, a cura di Joseph Grima, pubblicato da Asinello Press, Genova.
Ammesso che qualcuno volesse un consiglio, propedeutico a esperire con maggiore agio la mostra di Villa Croce, consiglieremmo, senza l’ombra di un dubbio, di vedere Prova d’orchestra, diretto da Federico Fellini nel 1979, proiettandoselo, per mimare Strehler, nella placenta evasiva di una stanza buia da telespettatore, tentando di rispondere alla domanda felliniana messa in bocca all’arpista, perché chi suona l’arpa sa che esistono altre dimensioni: “Ma dove va la musica quando non suoni più?”.
L’altro film da consigliare in vista della mostra, sarebbe invece recentissimo, da vedere al cinema, è Only lovers left alive (Solo gli amanti sopravvivono) di Jim Jarmusch, perché potrebbe contare qualcosa sapere che nel cielo sopra alle nostre teste, splende una nana bianca, il cui nucleo raffreddandosi, si è cristallizzato in un diamante gigantesco di trilioni di trilioni di carati. Una nana bianca che suona nell’universo la sua sinfonia purissima.
Un’altra cosa: un amico, a proposito di Saraceno e dei ragni, ci ha consigliato di leggere il libro di Marc Fumaroli Le api e i ragni. La disputa degli antichi e dei moderni, alla luce del quale potremmo azzardare che le modalità di Saraceno, anche quando ibrida le ragnatele, assomigliano più a quelle dell’ ape, che non a quelle del ragno. Di fatto l’autofagia dogmatica moderna del ragno, che trae da se stesso la materia per la tessitura, non appartiene tanto a Saraceno. Le api invece carpiscono dai mille fiori che crescono nella natura, la materia da trasformare in miele e in cera.
Come le api e gli antichi, Saraceno sembra sapere che l’idea di creazione artistica è una fantasia romantica, e che l’opera è un distillato del trovare e del ritrovare, l’opera è il risultato di un processo di elaborazione e di trasformazione del preesistente e che l’umanità contemporanea ad ogni tempo, non è che un nano sulle spalle di un gigante.

Tomas Saraceno – Dark Cosmic Web

pinksummer-tomas-saraceno-dark-cosmic-web-invitation-card

Dark Cosmic Web, la personale di Tomás Saraceno per Pinksummer Goes to Rome, in Via del Vantaggio 17/A a Roma, appare come una lente gravitazionale che ci conduce lungo i filamenti della materia oscura, all’intersezione dei quali si ammassano galassie e mondi. Una ragnatela cosmica estesa miliardi di anni luce, la cui densità filamentosa invisibile, assimilata dall’artista alla serica struttura della ragnatela, costituisce la massa più cospicua di materia nel nostro universo. Un’architettura flessibile che trattiene i corpi celesti, opponendo resistenza all’energia oscura o “quintessenza”, così chiamata dagli astrofisici in onore del grande stagirita: Aristotele in questo modo definì l’etere rotante. Una forza antigravitazionale potente e misteriosa che sembra spingere l’universo verso la rarefazione accelerata, dal “Big Bang” al “Big Strip”, evento quest’ultimo, che provocherebbe la disgregazione di ogni concrezione materica, dal macro-cosmo dei mondi al micro-cosmo delle particelle, lasciando solo il buio e il freddo infiniti della stravagante bassa entropia centrifuga.
Anche nella mostra Dark Cosmic Web, come in tutta la sua opera, Saraceno con i suoi ibridi di ragnatela, effetti causati dalla collaborazione indotta in successione tra ragni di specie diversa, restituisce un modello olonomico del cosmo. Con l’introduzione del suono, presentato per la prima volta nella mostra personale Cosmic Jive (2014), al museo d’arte contemporanea di Villa Croce a Genova, accompagnata da un libro con contributi disciplinari altrettanto screziati, Saraceno ha trasformato lo spazio vuoto dell’universo, in un pieno pervasivo e denso d’informazione vibrazionale. Suoni che disintegrano il tempo lineare come si può distruggere l’illusione generata da un’interferenza, provenendo da un altrove così remoto in termini spazio-temporali, da apparire inimmaginabile. I suoni che Saraceno campiona per creare la sua “sinfonia mondana”, sono quelli carpiti, con strumenti sofisticati da biologo, dai ragni che, per scopi diversi, dalla caccia all’amore, pizzicano la ragnatela come fosse un’arpa, mixati poi, con quelli registrati delle agenzie spaziali. Proprio lo scorso febbraio l’osservatorio Ligo, ha rilevato per la prima volta un’onda gravitazionale, deformazioni della curva spazio-temporale previste dalla teoria della relatività generale di Einstein, proveniente dalla fusione di due buchi neri, avvenuta tra i 600 milioni e 1miliardo e 800 milioni di anni luce fa, il cui spiraleggiare vorticoso l’uno verso l’altro, è giunto a noi veicolato da un suono, che è stato comparato a un cinguettio in crescita fino al sopraggiungere della quiete dell’ atto consumato. Il suono farà vibrare anche la mostra “Dark Cosmic Web”, strappandoci per un istante dalle coordinate cartesiane, come dentro a un déjà vu che lascia intuire istantaneamente la multidimensionalità dell’universo, in cui passato presente e futuro si addensano di necessità, nel buco nero della contemporaneità.
Dopo questa introduzione che tratteggia rozzamente la personale di Tomás Saraceno da Pinksummer Goes to Rome, è con grande piacere e gratitudine che lasciamo la lettura dirigersi su un testo che tratterà finalmente in modo pertinente di materie e energie cosmiche oscure, a cui la mostra si congiunge con l’equilibrio e l’armonia anti-retorici che contraddistingue l’opera di Saraceno , scritto appositamente in occasione di Dark Cosmic Web dall’astrofisico Gianluca Masi.

Cogliamo infine l’occasione per ringraziare Ilaria Bozzi Ferri e Flavio Ferri che ci hanno condotto temporaneamente a Roma con Gate.

La materia cosmica, tra luci e ombre

“Non è tutto oro quello che luccica” (“All that glisters is not gold”). Così si legge, alla fine del XVI Secolo, nelle immortali pagine de “Il Mercante di Venezia” (atto secondo, scena settima) di Shakespeare (1564-1616), che riprende un detto probabilmente più antico. Il tutto mezzo secolo dopo che a Norimberga era stato dato alle stampe il prezioso “De revolutionibus orbium coelestium” di Copernico (1473-1543), con cui il grande polacco consegnò alla storia la propria visione eliocentrica del mondo. Nella seconda metà del XVII Secolo, poi, Isaac Newton (1642-1727) scolpirà nei suoi “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” le leggi della dinamica e la fondamentale, così nobile nel nome, legge della gravitazione universale.
Intorno all’interazione sovrana del cosmo, quella gravitazionale, si costruisce l’imponente edificio della teoria fisica probabilmente più celebre nel mondo moderno, quella della relatività generale, il cui padre Albert Einstein (1879-1955) è un’inconfutabile icona del nostro tempo, diremmo pure un personaggio à-la-page. Fisica della gravità, fisica dei quanti, big bang, espansione dell’Universo: argomenti questi che sono parte, almeno lessicalmente, della nostra cultura. Proprio nella cornice della relatività generale, la cosmologia costruisce, non senza sforzi, i suoi modelli e traccia i propri percorsi interpretativi dell’Universo fisico nel quale siamo immersi.
Un processo evolutivo, quello della nostra conoscenza del Cosmo, che tiene conto di nuovi dati, nuove evidenze, nuovi spunti, tutte le volte che strumenti sempre più audaci e tecnologicamente avanzati catturano qualche inedito dettaglio. Un processo che ci ha costretti molte volte, e senza dubbio continuerà a farlo, a rivedere le nostre convinzioni, le nostre teorie, in certi casi addirittura a smantellarle. Nulla di grave, beninteso. E’ questo il modo proprio d’incedere, quello naturale, della scienza: un suo punto di forza, non una sua debolezza. Si potrebbe quasi chiamare la sua “onestà”.
Non abbiamo però dimenticato che, nell’esordire con questo scritto, abbiamo scomodato il grande Shakespeare, apparentemente così lontano dalla scienza, citandone un frammento che è invero un proverbio. Un detto che stigmatizza il valore, perché talvolta evidentemente forviante, di ciò che brilla, di ciò che è luminoso. La citazione, ben lungi dal voler essere qui un monito o un suggerimento, vuole piuttosto dirigere nella giusta direzione queste nostre considerazioni scientifiche, che appaiono a margine dell’esposizione del lavoro di Tomás Saraceno.
Di quel motto a noi interessa il valore notoriamente attribuito a ciò che luccica, metafora dell’oro… ma non sempre, a quanto pare. Il grande poeta inglese, raccogliendo forse il monito di Esopo (620 a.C.?-564 a.C.), ci ricorda infatti che tale luccichìo può abbagliare, facendoci prendere lucciole per lanterne. Questa vocazione a dare grande valore a ciò che brilla la ritroviamo, su un terreno più propriamente astronomico, nelle parole di Sir Frederick William Herschel (1738-1822), il più grande astronomo osservatore di tutti i tempi, parole oggi assurte a motto della Royal Astronomical Society: “Quicquid nitet notandum”, “tutto ciò che brilla dovrebbe essere osservato”.
Ecco: chissà cosa penserebbero oggi i nostri padri, come riformulerebbero queste loro perle di saggezza se sapessero che molta della preziosissima materia che compone l’Universo non brilla, non luccica, non risplende. Non si propone proprio, sfacciatamente, come “oro gravitazionale”, mimetizzandosi piuttosto contro il velluto nero della notte cosmica. Essa è, semplicemente, materia oscura. C’è, ma non si fa vedere, almeno non ordinariamente, restando invisibile su tutto lo spettro elettromagnetico, luce compresa. Eppure si fa sentire, a modo suo.
Questo modernissimo tema della cosmologia contemporanea è nato circa un secolo fa. I prodromi più convincenti derivano dagli studi di Fritz Zwicky (1898-1974) sugli ammassi di galassie, le cui caratteristiche dinamiche sembravano denunciare una quantità di materia decisamente superiore a quella luminosa, osservabile telescopicamente. Invisibile, dunque, ma dagli effetti gravitazionali ben percettibili e che egli battezzò proprio materia oscura.
Più tardi, si rivelarono decisive le indagini di Vera Rubin (1928) sulle proprietà rotazionali delle stelle nelle galassie. Studiando quelle a spirale, emerse che le stelle periferiche di questi affascinanti sistemi stellari ruotavano attorno al nucleo della galassia ospite più velocemente di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi dalla distribuzione della materia luminosa costituente la galassia stessa, così come visibile al telescopio. Fu naturale invocare un alone di materia oscura tutt’intorno alla galassia, invisibile, ma capace di imprimere il moto rilevato per le stelle osservabili.
Ad oggi conosciamo poi un paio di galassie appena accennate dal punto di vista della materia ordinaria, che potrebbero essere perciò dominate dalla componente oscura.
Anche le fluttuazioni nella radiazione cosmica di fondo ne suggeriscono l’esistenza, al pari dell’importante caso degli ammassi di galassie.
Esse tendono ad organizzarsi in imponenti famiglie, gli ammassi, che arrivano anche a contarne molte migliaia. La massa di questi sistemi può essere misurata sperimentalmente in diversi modi, tra cui l’osservazione dell’emissione X del gas caldo presente nell’ammasso e lo studio della deflessione, da parte dei membri dell’ammasso, della luce proveniente da oggetti posti alle sue spalle. Un effetto, questo, chiamato lente gravitazionale, che si colloca nel quadro previsionale della relatività generale, che prevede la deflessione della luce quale conseguenza della curvatura dello spazio-tempo imposto dalla presenza di massa. Teoria che, in tempi recenti, ha visto infine realizzarsi l’attesa verifica sperimentale di un’altra sua suggestiva previsione, quella delle onde gravitazionali.
Le nostre attuali osservazioni suggeriscono che la materia oscura rappresenti circa il 25 percento della materia presente nell’Universo, contro un ben più modesto 4 percento della materia ordinaria, elettromagneticamente rivelabile. A questo, per completezza, occorre aggiungere il rimanente 70 percento circa, costituito dalla cosiddetta energia oscura, con cui diventerebbe possibile giustificare l’osservata espansione accelerata dell’Universo.
Se la presenza di questa materia oscura pare convincere una buona parte della comunità scientifica, resta del tutto da chiarire una grande questione: da cosa essa sia costituita. Qui le ipotesi si rincorrono, includendo buchi neri, stelle di neutroni e ipotetiche particelle non barioniche.
La ricchezza del tema è tale che la materia oscura viene tecnicamente distinta in cold, warm e hot. La cosmologia oggi considera come modello standard, ovvero come quello che meglio riassume le caratteristiche dell’Universo osservato, il cosiddetto modello Lambda-CDM, dove Lamba è la costante cosmologica (espressione dell’energia oscura) e CDM sta proprio per Cold Dark Matter.
La materia oscura, dunque, ha un ruolo essenziale nel tenere le fila di quelle macrostrutture che noi chiamiamo ammassi di galassie. Alle più vaste scale, essi sembrano come immersi in una sorta di struttura filamentosa, quasi una ragnatela cosmica, una intricata impalcatura entro cui, d’accordo con le simulazioni al calcolatore, stelle e galassie si formano e si evolvono. Tale ragnatela è principalmente costituita dalla materia oscura e le sue maglie si svelano sempre più nitidamente all’occhio indiscreto della scienza.
Lungo i fili di quella tela si arrampica, indomita, la nostra indole vocata alla conoscenza, all’esplorazione, alla scoperta. E se è vero, lo ribadiva Shakespeare, che non tutto ciò che luccica e brilla è ambasciatore di preziosi valori e rivelazioni, ciò che è oscuro, lungi dall’essere sinistro, può ben essere essenziale, indispensabile per l’Universo e fondamentale per noi per decifrarne le trame passate, presenti e future.

Gianluca Masi
Dottore di Ricerca in Astronomia
Virtual Telescope Project e Planetario di Roma

Tobias Putrih – Paradise

pinksummer-tobias-putrih-paradise-invitation-card

Pinksummer: Nel catalogo della Manifesta di Francoforte nel 2002, come premessa alla presentazione del tuo lavoro, hai scritto: “Sto imparando a fare un oggetto, e questo per me rappresenta un lavoro duro, considerando che nella maggior parte dei casi preferirei che l’oggetto non esistesse”. Un pensiero negativo che echeggia “il grande rifiuto”, rafforzato dal metodo decostruttivo, dall’uso di materiali poco costosi, dal focalizzare su spazi sociali tendenti a indurre il sogno a occhi aperti, l’illusione collettiva, come il cinema o l’architettura del cinema (stiamo pensando anche a “Venetian Atmospheric”, il progetto che presenterai nel padiglione sloveno della 52 Biennale di Venezia). Marcuse sosteneva che nella società moderna l’alto livello raggiunto dalla tecnologia tende a integrare nel proprio sistema anche le forze che dovrebbero rappresentare l’antagonista, e non con mezzi coercitivi, ma attraverso il controllo psicologico e culturale. Cosa intendi quando affermi che nella maggior parte dei casi preferiresti che l’oggetto non esistesse?

Tobias Putrih: Semplicemente non sapevo perché avrei dovuto produrre un altro oggetto e nel contempo mi ritrovavo a studiare scultura. Forse è stato proprio questo dubbio etico a far sì che la ricerca della possibilità di un oggetto fosse veramente intrigante. Ma l’immediata conseguenza era che quasi tutto ciò che cominciavo a costruire si disintegrava. Per costruire, bisogna seguire le leggi di gravità, non c’è altra possibilità. Ero paranoico, avrei finito per fare oggetti grandi, pesanti e non ne sarei uscito. Cosa avrei potuto fare con un oggetto del genere? Come diavolo avrei potuto venderlo? Inoltre non puoi semplicemente buttare qualcosa di grande e pesante nel cestino della spazzatura. Devi pagare per lo smaltimento. In questo senso penso che tutti gli oggetti materiali abbiano una loro propria economia. Come possono essere fatti, come possono essere conservati e come possono essere distrutti. E interrogarsi su questo ciclo economico definisce ogni produzione anche di più che un’ampia cornice concettuale. Perché la teoria difficilmente rappresenta un’origine per un oggetto, se l’economia non supporta una produzione di un oggetto nessuna teoria ti può aiutare. Adesso dopo qualche anno posso dire di sentirmi molto meglio riguardo alla produzione di un oggetto. Penso di aver trovato una via per avere a che fare con un oggetto in modo meno conflittuale. Ho anche realizzato che dormo molto meglio se ho la sensazione che il mio lavoro abbia qualche tipo di funzione, qualche valore pratico. Quel che intendo non è che sia funzionale, ma è proporre concetti astratti che possano essere sviluppati in soluzioni utili. Con i miei progetti di cinema cerco di ripensare questi meccanismi di controllo psicologico e culturale. Sono curioso di sapere come si fa a dirottare questo tipo di meccanismo. Cosa ci vuole per amare un simile meccanismo così tanto da essere capaci di giocarci, di usarlo con un messaggio sbagliato o almeno differente. Conoscete cosa Miguel Sabido ha preso dal genere soap opera messicana? Ha usato il genere popolare per inserire il messaggio, per manipolarlo in modo da educare circa I problemi reali come il sesso sicuro, la contraccezione eccetera. E lui non era rivoluzionario, era un tipo con una soluzione pratica per dei problemi locali e le sue produzioni sono diventate delle hit assolute. Alla fine ha fatto un grande business, ma è stato capace di cambiare qualcosa. Per essere chiari il suo esempio non riguarda l’arte, riguarda la proposta di un concetto astratto e gli affari. Penso che questa sia una prospettiva piuttosto fresca.

P: Il tuo lavoro, insieme a quello di altri artisti della tua generazione (tra cui alcuni artisti che lavorano con pinksummer come Sancho Silva, con il quale hai realizzato il progetto che ha inaugurato il Mudam in Lussemburgo, o a Ceal Floyer) tende a creare una distorsione percettiva, una destabilizzazione della categorie intese come dato certo rispetto alla percezione del reale. Adorno afferma che nella società moderna l’arte d’avanguardia ha una funzione critica, non perché se la pone, ma in sé. L’estetica assume quindi la funzione di movimento contro una ragione ridotta a puro formalismo, contro una razionalità strumentale al dominio di un’amministrazione globale che conduce l’umanità a una nuova barbarie. Adorno voleva dedicare la sua Estetica a Samuel Beckett, il quale pur non dicendo mai, né con parole, né con immagini che la società moderna è un campo di concentramento, lo ha dimostrato attraverso l’assurdità del processo comunicativo. Credi nella funzione sociale dell’arte? Cosa rappresenta per te il Modernismo?

T.P: Suppongo che l’arte abbia qualche tipo di funzione sociale. Ma da un’altra prospettiva penso che l’arte abbia gli stessi problemi della scienza. Se una persona normale apre “Artforum” o “Science” ci aspettiamo che ne capisca i contenuti. Ma non sono sicuro che qualcuno possa acquisire molte informazioni leggendo queste due pubblicazioni al top di entrambi i settori. Una persona resta confusa perché non ha familiarità con il contesto e ci vuole tempo per capire il contesto. Io credo che arte e scienza teoriche o pratiche che siano, propongano e testino concetti astratti. Se cercano di coinvolgere altre persone lo fanno come esempio, come esperimento. Ci sono molte più applicazioni pratiche che usano la conoscenza astratta sviluppata o riflessa dall’arte, campi che hanno un’inferiore libertà sperimentale, ma un maggiore impatto sociale . E naturalmente la modernità ha dimostrato che la conoscenza può essere diffusa e specializzata fino all’assurdo. E proprio questo che m’interessa: questa beckettiana confusione di ogni sistema specialistico.

P: Ci sembra che il tuo lavoro abbia un carattere sistemico duale: da una parte decostruisci, scomponi l’oggetto esistente con una logica a ritroso atta a comprendere l’oggetto, quando la società auspica che l’oggetto venga consumato o anche soltanto comprato, compulsivamente. Dall’altra il tuo costruire oggetti ex novo (sculture? architetture?), rimanda a un processo organico che include l’idea di tempo, di sviluppo, di progresso. Stiamo pensando alla “Serie Macula”, le sculture di cartone sovrapposto, il cui processo costruttivo viene documentato dal video, che muovendo dalla razionalità geometrica del cerchio assimilano l’architettura a un processo biomorfico. Parlaci dell’influenza che hanno avuto gli scritti di Robert Smithson e Buckminster Fuller sul tuo lavoro rispetto all’idea di natura e responsabilità in relazione al fulleriano concetto di “livingry” esteso anche alle generazioni future.

T.P: Per esempio la “Serie Macula” era proprio un test dove provavo a osservare le dinamiche di persone diverse mentre tracciavano una forma, muovendo da un cerchio e passando il cerchio disegnato a un’altra persona e così via. M’interessava l’accumularsi degli errori. Era una specie di esperimento simil statistico senza reali statistiche. Il risultato era un oggetto dove ogni strato di cartone è tagliato secondo questa linea tracciata. Potrei dire che molti dei miei lavori hanno a che fare con una risoluzione. Per esempio in questo caso se la soluzione fosse stata un cerchio tracciato perfettamente ci sarebbe stato sempre un cerchio e l’oggetto finale sarebbe stato un tubo perfetto. D’altra parte la soluzione è anche un fattore chiave quando si osserva un modello, una maquette. In questo senso considero le “Macula” come una proto-maquette, come un non-paesaggio. In ciò ci può essere una qualche connessione con “il paesaggio entropico” di Smithson. D’altra parte ho con Fuller una relazione piuttosto ambivalente. Sì, ci sono I suoi concetti olistici tipo quello della “terra astronave” o quello delle unità abitative modulari. Ma un sacco di questa roba era la conseguenza dell’ottimismo del dopoguerra. Qualche volta ho avuto dei problemi a confrontarmi con queste idee.

P: Riguardo al Proun nel 1920 El Lissiskij scrisse: “Gli abbiamo dato vita con uno scopo: la costruzione creativa di forme (e, di conseguenza, la conquista dello spazio) attraverso la costruzione economica del materiale trasformato”. Siamo curiose circa quel lavoro presentato da Max Protech che hai chiamato “Unity: After Volkerbuegel by El Lissizky”(Unità: La staffa della Nuvola di El Lissisky). Hai costruito quel lavoro con i cartoni delle uova, e anche con qualche uova. L’uovo rappresenta qualcosa in potenza. Ci sembra che nel tuo lavoro l’idea di perfezione sia correlata a quella di modello, un oggetto “nearly finished”, ma autonomo, indipendente,ma aperto a differenti possibilità. Credi che l’etica rivoluzionaria, l’etica del cambiamento e forse dell’utopia debba conservare il concetto di dinamismo?

T.P: L’idea fondamentale di utopia è quella di generare una speranza in un domani migliore. Benché una simile affermazione suoni come un cliché è forse l’unica cosa che possiamo permetterci. Mi piace la posizione di Groys che sostiene come proprio questa apologia dell’impossibilità di una critica definitiva debba essere letta come critica. Suona come una sorta di compromesso, ma è un buon compromesso che ti dà la libertà di fare qualcosa di bello e perfettamente irrilevante. Si deve accettare il fatto dell’impotenza dell’arte per essere in grado di cominciare a risolvere problemi bizzarri, astratti o locali.

P: Raccontaci qualcosa circa il progetto Paradise che presenterai da pinksummer. Perché Paradise?

T.P: Il “Paradise” di Loews nel Bronx fu l’ultimo dei grandi teatri atmosferici di John Eberson. In un certo senso ha segnato il declino dell’età d’oro della produzione cinematografica dei tardi anni ‘20. Riesci a immaginare era l’anno del crollo di Wall Street e quella gente stava costruendo una delle più opulente ed eccessive sale cinematografiche d’America. Il solo costo degli uccelli impagliati, degli alberi finti e delle piante ammontava a più di 10000 dollari che allora erano un sacco di soldi. Sono stato semplicemente affascinato da quale grande meccanismo era stato messo in opera solo perché alcuni avevano capito che era il momento perfetto per fare qualche tipo di affare. La gente cercava la fuga dalla vita quotidiana e l’ottenne. Potevano trascorrere momenti fantastici in cambio di un biglietto davvero economico. E’ sempre questione di come, perché e con quale scopo manipolare. E le sale cinematografiche erano l’essenza del business, macchine da soldi. Ma questo è qualcosa che l’Europa non ha mai realizzato. Il fatto che si possono realizzare simili modelli di business e sovvertirli per qualsiasi scopo aggradi. E’ anche il motivo per cui il socialismo uscì dalla portata della gente comune. Perché non si può obbligare la gente a pensarla come te: si dà alla gente ciò che vuole e si manipola il contenuto. La performance da pinksummer nasce da delle prove che ho fatto durante la produzione del padiglione del cinema che costruirò per il padiglione nazionale di Venezia. Le linee marcate sul pavimento di pinksummer sono la pianta del padiglione del cinema. Volevo testare le dimensioni dello spazio in relazione alla scala umana così ho chiesto al mio assistente di costruire una semplice struttura per mostrare tutti I parametri dello spazio secondo la dimensione del corpo umano. Mi hanno mandato immagini davvero interessanti e ho pensato che poteva essere un ottimo punto di partenza per una performance.

Tobias Putrih – Spogliando un vicino

pinksummer-tobias-putrih-spogliando-un-vicino-2011-invitation-card

Pinksummer: Iniziamo questa conversazione “con il piede sbagliato” parlando di bellezza, una volta affermasti a proposito dei tuoi lavori: “quando mi viene da esclamare ‘che bello!’ penso di aver cominciato con il piede sbagliato. Sento che devo ricominciare da capo”.
E’ difficile pensare alla bellezza come a un attributo meramente accidentale del tuo lavoro, di fatto le tue opere sono oggettivamente belle, e tale ricorrenza della bellezza noi non siamo in grado di leggerla diversamente da un indizio di intenzionalità. E’ anche vero che le neuroscienze cognitive tendono a spazzare definitivamente l’io e forse anche l’anima dall’orizzonte di un cervello inteso come materia tendente a decidere attraverso algoritmi di tipo deterministico, come dire che non facciamo quello che vogliamo, ma vogliamo quello che facciamo, e in questo senso ti si potrebbe sollevare dalla responsabilità della bellezza intenzionale. Che dici?

Tobias Putrih: Sì, suona come una cattiva scusa. Credo di essere ancora molto responsabile per le mie decisioni. Solo mi risulta difficile relazionarmi ad una “ bellezza oggettiva”. Quello che mi interessa di più è essenzialmente il meccanismo di risposta dell’osservatore – la relazione dell’osservatore con un oggetto o un’immagine e la capacità quasi magica dell’oggetto di acquisire un potere sull’individuo. Dal feticismo merceologico di Marx, alla magia simpatica di Frazer, al lavoro di Benjamin sulla mimemis, la modernità ha cercato di capire e in un certo senso appropriarsi del potere degli oggetti e delle immagini. In quel senso la “bellezza” può essere considerata un richiamo, uno spettacolo, un meccanismo di intrappolamento che viene sempre introdotto con scopi specifici e un po’ oscuri. Dal punto di vista biologico di base, quando per esempio si parla di accoppiamento animale, questo scopo può essere chiamato riproduzione. Si può anche chiamare strategia di marketing aziendale quando si scarta un nuovo ipad. Tale bellezza è una categoria secondaria, e il suo diretto riconoscimento è sempre problematico. Ovvero, posso confessare che il lavoro sia “bello”, ma si può anche chiamare bellezza strategica e al di là di quello non si può sapere se io vi stia ingannando oppure no.

P: Sempre a proposito di attributi formali, gli ermeneuti si sono trovati spesso a parlare di ambiguità in relazione, crediamo, al tuo utilizzo di materiali semplici quali cartone, polistirolo, compensato, organizzati in forme altamente complesse che rimandano addirittura al divenire organico del design parametrico. In maniera assai candida una volta dicesti che la componente fisica del tuo lavoro ha un fondamento di tipo squisitamente situazionale: considerando che in Slovenia il mercato dell’arte non è molto sviluppato, lavorare con materiali a basso costo ti ha permesso di contenere l’investimento iniziale nel lavoro, rassicurandoti. Rispetto alla complessità, essa potrebbe forse dipendere dal tuo rapporto aporetico con l’oggetto. Sembra infatti che tu voglia creare “l’illusione fatalistica” che la materia contenga in sé la possibilità di generare forme. Parlaci in questo senso anche della tua collaborazione con i Mos.

T.P: Bè, sì, forma e sostanza sono strettamente collegate, nel senso che alcune forme portano ad un materiale specifico in maniera più naturale di altre. La decisione di realizzare un oggetto è in un certo senso sempre basato sull’economia. Specialmente per quanto riguarda la scultura bisogna pensare al peso, alla misura, all’imballaggio, perchè ognuna di queste voci ha un costo. Gli oggetti riguardano i limiti – quanto pesante e largo può essere l’oggetto perchè passi dalla porta del mio studio, chi lo conserverà, quale può essere la differenza tra rifare l’oggetto o conservarlo, quanto durerà il materiale, ecc.
Per esempio – in uno spazio a gravità zero, l’idea stessa di scultura non avrebbe più senso. Il peso è una delle caratteristiche chiave che la scultura condivide con l’architettura. La questione riguardo il peso e l’equilibrio è stata anche il punto di partenza della mia collaborazione con il gruppo di architetti MOS. Quello che ci interessava era il confine sottile tra la stabilità e il crollo. In che modo mettiamo insieme le cose e per quanto tempo possono durare. Il progetto era un riferimento al parcheggio brutalista costruito da Owen Luder a Gateshead, non lontano dal museo, che stavano demolendo mentre era in corso la nostra mostra. Ci sembrava uno spreco tale di materiale costruire un enorme edificio di cemento che sarebbe durato solo 40 anni. Ma questa è la storia dell’architettura – riguarda per quanto tempo le strutture vengono abitate, per quanto tempo se ne avrà cura per mantenerle vive e sane.

P: Rispetto al tuo “anacronismo modernista”, alla resistenza alla forma finale, all’attrazione per l’idea di modello rispetto all’architettura compiuta dell’edificio, e infine anche alla tensione per l’entropia, il collasso, il fallimento, la perdita in generale contenuti nel tuo lavoro, ma in specifico stiamo pensando a progetti quali Overhang in collaborazione con i Mos presentato al Baltic, ma anche a Quasi-Random (Study on Buckminster Fuller’s Cloud Nine Project). Alcuni hanno affermato che tu sia stato condizionato in questo senso dal crollo dell’utopia socialista, proiettandolo su quello dell’utopia liberista incarnata dal modernismo accelerato dall’economia post ’29. Tutte le grandi idee sono destinate a fallire quando si scontrano con la realtà?

T.P: Credo che le idee debbano essere viste da una prospettiva più dinamica. In questo senso credo fortemente in un punto di vista di Tatlin – che dobbiamo prima di tutto progettare l’impossibile e poi pensare alle sue possibili implicazioni. E il lavoro di Tatlin è quanto di più entropico possibile – riguarda il fallimento e l’impossibilità, ma è anche sistematico e costruttivo. E’ la questione di come mettere insieme le cose che dovrebbe essere migliorato e funzionare in futuro. In questo senso il fallimento di un esperimento è sempre una lezione. Anche oggi se guardiamo al programma spaziale russo a Star City vicino a Mosca – se, nella storia di un programma spaziale un astronauta avesse commesso un errore, questo errore sarebbe stato analizzato, rinominato in base alla persona che lo aveva commesso e insegnato ai futuri astronauti. E’ la storia negativa, entropica, che alla fine ha a che fare con il miglioramento sistematico della conoscenza.

P: “Spogliando un vicino”, questo è il titolo, che hai voluto in italiano, del progetto che presenterai da pinksummer. Chi è il vicino in senso assoluto. Ci racconti questo progetto.

T.P: Ci siamo trasferiti in un appartamento a Cambridge, in Massachusetts, e una finestra del nostro soggiorno è affacciata sulla casa di legno ricoperta di assi. Questi creano motivi semplici e curve. C’è quasi una giocosità naïve nella semplicità e nel carattere improvvisati di questa casa di legno. E ovviamente il costruttore voleva aggiungere qualcosa in più – voleva aggiungere una superficie, per proteggere la casa all’interno, ma per renderla allo stesso tempo comunque attraente.
Già all’inizio avevo capito quanto fosse piuttosto strano guardare, studiare la casa dei propri vicini, perché non importa quale potrebbe essere la mia scusa, non posso negare che io stia guardando attraverso una lente e osservando il mio vicino senza che lui ne sia a conoscenza. Bè, sto decodificando un decoro di assi, cercando di risolvere il mistero scritto sulla sua superficie. Sto solo analizzando, cercando di capire, o no?
Significa che sto realizzando un modello, costruendo assi quali sostituti, attaccandoli e staccandoli, giocando e testando. All’interno della galleria questo gioco prende un’altra forma – porto l’oggetto in galleria, lo spoglio e sistemo i pezzi sulla parete secondo un motivo, con l’idea di creare uno scambio fluido, una specie di relazione tra l’oggetto e le sue parti.

Tobias Putrih – Obfuscation

pinksummer-tobias-putrih-obufscation-invitation-card

Premettendo che questo comunicato, al di là delle indicazioni oggettive di organizzazione e allestimento inviateci da Tobias Putrih circa la sua terza personale da Pinksummer, dal titolo Obfuscation, potrebbe essere del tutto arbitrario, considerando che intenzionalmente, ci siamo attenuti alla sua laconica spiegazione, senza domandare nulla in più. Trattando di offuscamento, l’idea è quella di calcare, sotto il profilo ermeneutico, la natura morfogenica di una mostra, nel cui disegno è aprioristicamente previsto, come spesso accade nel lavoro di Putrih, che la casualità debba irrompere, ma assumendo nella specifica creazione, un significato politico più esplicito. La mostra ci appare come una sorta di elogio all’opacità che si attua attraverso un gesto semplice, tendente però a oltrepassare la sua trascurabilità attraverso la ripetizione e la partecipazione, fino a cambiare lo spazio per farvi germinare nuove idee e concetti atti alla resistenza contro l’assimetria fondante del processo. Tobias Putrih in qualche modo sembra fornirci un modello in vitro di rivoluzione sociale basata sulla potenzialità energetica del gesto marginale diffuso di protesta, che offuscando il disegno dato, permetterebbe di migliorare “a-utopicamente” il benessere su scala mondiale, gettando sabbia negli ingranaggi delle gerarchie.
Viene in mente il “trattatello” seicentesco di Torquato Accetto Della dissimulazione onesta, pubblicato a Napoli sotto la dominazione spagnola e poi riscoperto da Benedetto Croce nel 1928, tempo funestato da altri oppressori, che proprio qui a Genova ebbe la sua prima edizione critica curata da Salvatore Silvano Nigro con la presentazione di Giorgio Manganelli, in una collana condotta da Edoardo Sanguineti per la casa editrice Costa&Nolan nel 1993, anno in cui Silvio Berlusconi costituì la società di produzione multimediale Mediaset e scese in politica lanciando Forza Italia, che si strutturò come partito di centro-destra nel gennaio del 1994. L’editore Carla Costa ci ha raccontato che Luciano Lama, il “moloch” della Cgil, che alle utopie divisive preferiva i fronti democratici comuni, si presentò a Genova a un incontro con la Confindustria stringendo nella mano il raffinato manuale seicentesco in cui si legge: “La dissimulazione è una industria di non far vedere le cose come sono. Si simula quello che non è, si dissimula quello che c’è” e ancora, “Da che il primo uomo aperse gli occhi, e conobbe ch’era ignudo, procurò di celarsi anche alla vista del suo fattore; così la diligenza del nascondere quasi nacque col mondo stesso” e infine, “L’eccellente dissimulatore rimane sconosciuto per sempre, perché agisce nella ricerca del bene comune”. Il trattato morale di Accetta non incita a muoversi nella nebbia della menzogna dunque, bensì a praticare l’offuscamento della dissimulazione per mantenere la proprietà dell’essere in tempi difficili.
Immaginiamo però che il progetto Obfuscation di Tobias Putrih si ispiri a un manuale più recente dal titolo omonimo: Obfuscation. A User’s guide for privacy and protest di Fint Brunton e Helen Nissembaum, entrambi ricercatori della New York University uscito nel 2015 per The Mit Press. Gli autori del manuale dichiarano subito di voler cominciare una rivoluzione che nulla ha a che fare con la piazza e le barricate, ma che si struttura man mano attraverso l’offuscamento, inteso come deliberata costruzione di informazioni ambigue e fuorvianti al fine di interferire e guadagnare tempo sulla pervasiva sorveglianza di Google e di Facebook. Questi “imperi costruiti sui dati” trasformano le informazioni in conoscenza e questa in profitto in modo del tutto assimetrico rispetto all’utente. Gli autori incitano atti di insubordinazione informali, non coordinati, come pratica di resistenza quotidiana contro la gerarchia e il potere, traendo esempi dalla storia umana e dal mondo animale. Come migliaia di colonie piccoli polipi antozoi creano la barriera corallina, migliaia di gesti marginali di insubordinazione e offuscamento, assai difficili da reprimere, creano barriere politiche e economiche.
Gli autori citano software come TrackMeNot, Ad Nauseam, e network come Tor, che non cancellano il nostro passeggio sulla rete, ma generano false ricerche.
Le indicazioni forniteci da Tobias Putrih rispetto al progetto Obfuscation le riportiamo infine pari:
“Chiari e trasparenti pannelli multistrato di policarbonato sono posizionati lungo i muri della galleria. Un gruppo di persone raccoglie e versa la pittura attraverso i canali interni del policarbonato che sgocciolando nelle pareti interne del pannello crea linee e motivi. La trasparenza del pannello lentamente decresce. Pozzanghere di pittura si formano sul fondo. Il processo è restituito attraverso i gesti che rimarranno registrati in una serie di piccole stampe in bianco e nero.
L’obiettivo di questo processo, è compiere gesti semplici, per realizzare prototipi di oggetti accidentali, attraverso la successione casuale di piccole azioni le quali dopo molte ripetizioni producono un risultato finale non controllato da nessuno dei partecipanti.
Il processo diventa un gioco, con vaghe regole, un gioco che lascia una traccia e un suo proprio vocabolario visivo”.
La mostra sarà il risultato di un workshop con sei persone che avverrà pochi giorni prima dell’inaugurazione di “Obfuscation” , oltre alla pittura verrà usata lana, cioccolata calda liquida, carta.

Jorge Peris – Los Pies de Judas

pinksummer-jorge-peris-2013-los-pies-de-judas-invitation-card

Pinksummer: Perché impieghi sempre almeno tre giorni/una settimana a rispondere alle e-mail?
Ipotesi:
1) Leggi ogni secondo le e-mail ma:
a) rispondi subito solo alle e-mail che ti interessano davvero e in questo senso le comunicazioni di pinksummer non sono per niente una priorità.
b) Rispondi dopo tre giorni/ una settimana alle e-mail di cui ti frega un po’ meno e in questo altro senso pinksummer non sarebbe pienamente una priorità.
c) Rispondi a tutte le e-mail dopo tre giorni/ una settimana? e in questo senso pinksummer potrebbe rientrare almeno un po’ nelle tue priorità.
2) non guardi le e-mail per tre giorni/ una settimana. Si tratta di una forma di: a) controllo b) resistenza c) snobismo.

Jorge Peris: Qual è il tempo giusto per rispondere alle e-mail? Leggo le e-mail ogni due giorni, in certi periodi tutti i giorni, poi ogni tre. Penso, mentre faccio lunghe passeggiate per le risaie con Ethra, la cagna, adesso sono secche, sembra l’Africa, rimarrà così per poco tempo. Cambia sempre il paesaggio qui. Penso alle e-mail, osservo l’albero che vive in terrazzo, inizia a mettere i fiori, un po’ di anni fa con Carlos abbiamo fatto degli innesti: mandarini, aranci, limoni, adesso ci sono tre fiori diversi in un solo albero, dopo rispondo alle e-mail, sono passati tre giorni? Pinksummer … sai bene che in questo momento è la priorità.

P: Abbiamo visto una tua scultura preziosa, una bacchetta magica, in una tua personale dal titolo “Tamaris”, tamerice, curata da Aurélie Voltz, in un castello fiabesco in Francia.
Le bacchette magiche possono cambiare il mondo come una rivoluzione o tendono a narcotizzarlo come Twilight? Cos’è la magia? A cosa serve?

J.P: Le bacchette magiche ricordano che c’è, purtroppo, un mondo da cambiare, per tutta la sofferenza che contiene e sostiene. Penso a volte che solo con un’altra rivoluzione, ancora, di nuovo con una rivoluzione, si possa cambiare questa direzione che ha preso il mondo. La magia è sognare a occhi aperti, è immaginare, sembra facile immaginare, ma non lo è affatto. Certo, la magia talvolta può anche aiutare a sopportare.

P: Parlaci del titolo Tamaris, cosa simboleggia?

J.P: La tamerice è un arbero mediterraneo che penetra le radici in terre molto saline, l’ho visto crescere a un metro dall’acqua, sulla spiaggia; è il titolo dell’ ultimo progetto che ho presentato in un castello molto misterioso in Francia. C’era una grande installazione, degli oggetti, tredici collage. E’ stato come trasportare per la prima volta lo studio in un luogo espositivo, in un museo, esporre prove concluse dopo anni. Come se lo studio fosse una specie di navicella spaziale che si fosse posata in un posto isolato e produttivo, con il suono del mare, lontano, che si sente di notte solo se è incazzato.

P: Per la nostra chimica il sale è cloruro di sodio, per l’alchimia, la chimica di Al, la chimica divina, l’ars regia, è il terzo principio originario insieme a sulphur, il fuoco, l’anima e mercurius, lo spirito. Paracelso definì il sale la qualità o radice del corporeo. Il simbolo del sale nell’antica chimica è un cerchio che rinvia all’eternità, perché non ha né principio né fine; il cerchio del sale, ha una barra orizzontale al centro che simboleggia ciò che ordina e stabilizza il creato, il micro come il macrocosmo.
Per l’immaginazione attiva degli alchimisti il sale, lapis, è Cristo, inteso anche come colui che determina la combinazione armonica.
Il sale essendo incorruttibile preserva dalla corruzione le sostanze organiche, i cibi, forse anche l’anima, considerando che la moglie di Lot, che si voltò per un attimo indietro a guardare le fiamme di Sodoma e Gomorra, fu trasformata in una statua di sale. Il sale blocca in un certo senso il divenire, il progresso, ma preserva dalla corruzione.
Il sale ha una sua efficacia purificatrice, per rimanere nel sacro dell’antico testamento, Eliseo purifica con il sale la sorgente di Gerico perché possa cessare di provocare morte e sterilità.
Il sale ha una sua efficacia distruttiva e, Abimelech, sempre nella Bibbia, dopo aver distrutto la città di Sichem, la cosparge di sale per rendere sterile la sua terra per sempre.
Nel tuo lavoro il sale conserva questa duplicità che potrebbe non rimandare al semplice cloruro di sodio. Racconti del sale?

J.P: Si, il sale per me è un labirinto infinito. Sono sempre stato un po’ fissato con queste cose, come se ne spiegassero altre: Ulisse seminava sulle saline prima di partire per il gran viaggio, o Simondon assimilava il cervello al cosmo passando attraverso la cristallizzazione del sale. La mia sperimentazione con il sale è iniziata con la necessità di purificare, o meglio di disinfettare lo studio di Madrid, che avevo riempito di animali morti, animali mummificati, mummie. Ho coperto tutto di sale, sale a terra, sale sospeso. Ho imparato a osservare come cresce, l’osmosi, le stalattiti curvate per seguire il movimento del pianeta, i cristalli che cambiavano proporzione mantenendo sempre la forma di cubo imperfetto. Come si muove con i cambiamenti di umidità nell’ambiente, cercando l’unione, un solo corpo costituito da tanti cubi. A poco a poco anch’io sono stato coperto di sale. Tutto questo mi portò di colpo a un ricordo primitivo dell’infanzia. Camminavo sulla spiaggia per ore, giorni, coperto di sale, nella luce del pomeriggio, dopo aver lottato a lungo con le onde. Quello è stato uno dei momenti della mia vita in cui mi sono sentito più libero e pieno di speranza, ero un vero pirata, sempre solo, naufrago, senza la necessità di raccontare a nessuno l’esperienza, completamente perso in un paesaggio allucinato, cosmico, senza limiti.

P: Il tuo lavoro richiama l’animismo, l’ilomorfismo, l’atomismo di certe dottrine pre-aritoteliche e neo-platoniche, in cui la morte e la vita sono forze complementari che attuano il divenire, in un certo senso sono un’unica forza. Non muore un bel niente nel mondo creazionale, solo ciò che non sa trasformarsi come l’ego, l’individualismo. Il tuo lavoro si muove tra le polarità del solve et coagula, il concetto di materia in questo senso si delinea come possibilità. Nelle tue opere la possibilità è anche rischio. Il processo non è mai controllato fino in fondo, la materia mantiene sempre la sua autonomia, costruttiva e distruttiva. L’idea è invece più stabile, definisce, controlla.
Dalla formula alchemica per eccellenza della dissoluzione e della coagulazione, il tuo lavoro sussume talvolta la violenza distruttiva, altre l’armonia compositiva, il ritmo matematico proprio della natura, la proporzione aurea e simbolica di certa architettura basica e simbolica.. Il solve tende a eliminare le negatività, le forzature, le ripetizioni coatte della materia per fare in modo che ritrovi una sintesi nuova di zecca nel coagula. Come dire che bisogna avere il coraggio di attraversare il buio, la notte, per vedere l’albeggiare. Ho sempre pensato che il tuo lavoro fosse profondamente politico. Sul piano sociale credi che la rivoluzione sia necessaria per eliminare i vizi plumbei e ritrovare la virtù aurea della democrazia?

J.P: La democrazia, è stato un bel sogno, sembrava quasi reale. Mezzo secolo fa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, hanno firmato per i diritti umani, tutto dimenticato. Oggi il fascismo si propaga come i funghi, ma quelli allucinogeni! Sono stato in Cina pochi anni fa, lì il fascismo lo chiamano neoliberismo. Fa paura!, Devono mangiare tutti e sono tanti, siamo tutti predestinati, anche noi, a adorare un dio-diavolo, un re fatto di carta e monete, invisibile, frustrante come tutti i re, come tutti gli dei, come tutti i diavoli, e ciò che abbiamo davanti, la terra, il mare, un fratello, non riusciamo più a vederlo perché siamo dietro a un telefonino, fa ridere, fa più piangere. A Atene migliaia di suicidi e anche in Spagna. La Grecia è stata l’epicentro della nostra civiltà. Angela Merkel andrà all’ inferno per l’eternità: dovrà montare e smontare automobili Audi senza tregua, con le mani sporche seduta sopra una enorme griglia incandescente. Intanto lei sa che l’inferno non esiste, l’universo non è prederminato, è fatto di sorprese, ma forse c’è chi sa per Angela… E’ talmente ovvio ciò che sto dicendo, che può apparire sicuramente banale. Mi aspetto una reazione immediata, piena di speranza, fra un attimo, ci sarà. Schiavi si diventa per paura di perdere quello che si possiede. Non abbiamo bisogno di nulla in questo nostro mondo, solo mangiare e conservare la libertà, pensa ai veri schiavi, senza alternativa, a quelli che muoiono di fame, bimbi! Sono milioni e sono accanto a noi, basta.Bisogna avere il coraggio di attraversare il buio.

P: Los pies de Judas, il titolo della tua personale da pinksummer. Lasciamo scappare i pensieri. Giuda in ebraico significa il prediletto. Gesù durante l’ultima cena si alzò da tavola, si mise un grembiule per iniziare il rito della lavanda dei piedi degli apostoli. Cristo si curvò per lavare i piedi anche del dodicesimo apostolo, Giuda il traditore, quello che mangia il suo pane e ha levato il calcagno contro di lui. Un gesto per ricordare quanto è importante la democrazia nei momenti di rivoluzione: “Non c’è servo più grande del padrone, né apostolo più grande di colui che l’ha mandato. Se comprendete questo e lo mettete in pratica beati voi”. Gesù, di fatto, ce l’ha messa tutta per scardinare le tradizioni politico religiose del giudaismo classico. La morte di Gesù era soteriologicamente prevista, era necessaria alla riuscita della rivoluzione (salvezza?) e, in questo senso, il gesto di Giuda era provvidenziale all’economia salvifica. Giuda essendo il prediletto è stato scelto da Gesù per tradire, per il sacrificio. Nei mazzi antichi dei tarocchi, la carta dell’appeso, era definita la carta del traditore, la carta dell’impiccato o anche la carta di Juda. La carta numero XII degli arcani maggiori rimanda al dodicesimo apostolo. Il volto del traditore, sulla carta, non mostra dolore, ma beatitudine, quasi estasi, è anche contornato dall’aureola, ma porta il prezzo del suo tradimento, le monete. La carta indica accettazione e armonia interiore, capacità di trascendere le convenzioni e guardare il mondo da un punto di vista più spirituale. L’appeso mostra che attraverso il sacrificio del proprio sé emergerà un essere completamente rinnovato. I piedi sono equilibrio,dicono dove e verso chi stiamo camminando. Los pies des Judas si possono immaginare all’altezza dei nostri occhi, delle nostre teste. Ci racconti cosa presenterai da pinksummer e dell’insegnamento di “Meister Zorio”. anche se siamo in Italia, non ti chiederemo nulla.

J.P: Si, il protettore delle cause perse con i piedi sospesi.
Tutto è un passaggio, tutto cambia, si transforma. La medesima cosa può accadere nello stesso tempo in tanti luoghi diversi. Ora siamo in un momento di transizione, un punto e a capo, che lascia intravvedere uno sguardo rivolto al macro, al cosmo che si espande verso il micro, verso il dentro di dentro, un osservatorio, un momento di isolamento, di grande introspezione. Da pinksummer ci sarà un elemento centrale, con un interno caldo, bruciante, per cristallizzare la materia di tutto il corpo, fino alla superficie. Di più non so dire, non so mai dove vanno a finire questi lavori, a un certo punto li abbandono alla loro sorte, continuano a costruirsi e a trasformarsi da soli. Sono il risultato vivo di una azione, di una costruzione che segue le leggi della natura, un cristallo sempre vivo, forse.
Gilberto, lo hai detto, è stato un vero maestro, anche se a lui non piace questa parola. Ho camminato un pezzo di vita accanto a lui, tempo d’ oro.

Gruppo A12 – 12.11.1972

pinksummer-gruppo-a12-12-11-1972-invitation-card

Il 12 novembre 1972 a Genova c’erano 85 sale cinematografiche: 4 cinema d’essai, 14 prime visioni, 7 prosecuzioni, 7 seconde visioni, 22 altre visioni, 31 delegazioni. Un numero consistente, se paragonato con le 49 sale concentrate in 24 cinema presenti a Genova oggi.
Lo scarto tra queste cifre è l’indicatore della profonda trasformazione avvenuta non solo nei modi e nelle forme dell’intrattenimento, ma anche nel tessuto urbano della città.
Cosa è accaduto a questi spazi? Cosa sono diventati? Da cosa sono stati sostituiti nella loro funzione di spettacolo e socializzazione? Alcuni esistono ancora, altri sono stati completamente trasformati, divenendo supermercati, banche, grandi magazzini, palestre ed altro ancora.
Il progetto “12.11.1972” parte da questo scarto e da queste interrogativi, costruendo un dispositivo narrativo che testimonia il processo di trasformazione del territorio urbano di Genova, e più in generale della città contemporanea.
Una sorta di macchina del tempo, dove la documentazione dello stato attuale e delle sostituzioni e cambiamenti fisici avvenuti negli edifici che ospitavano e ospitano tuttora le sale, si mescola con il richiamo alle storie che in quei luoghi, il 12 novembre 1972, erano messe in scena.

Intervista Con Il Gruppo A12

Pinksummer: “Perché vi siete chiamati come l’autostrada Genova-Livorno?”

Gruppo A12: “Il gruppo si è formato nel 1993, affittando un enorme ambiente all’interno di un antico palazzo di via Giustiniani, non troppo dissimile dallo spazio della galleria. Per un certo tempo siamo stati definiti come “quelli dello stanzone”, siccome di uno stanzone, in effetti, si trattava. Il nome gruppo A12 è nato nel 1995, un po’ per caso, in un’occasione specifica (una mostra su Ettore Sottsas all’Accademia Ligustica), per avere un’identità più riconoscibile rispetto a interlocutori istituzionali. Il significato era duplice: all’inizio eravamo dodici ed A era l’iniziale di architettura. Inoltre la A12 va verso est e ci piaceva ironizzare con il “Voyage en Orient” realizzato da Le Corbusier.”

P: Quando è nato il gruppo A12 nel 1993 era un momento in cui la res publica appariva super devitalizzata, l’individualismo era sovrano. Come avete scelto di essere un collettivo senza un capo che sviluppa in modo eclettico, ma sistematico e fenomenologico una riflessione sul sociale per eccellenza e talvolta suo malgrado: la città contemporanea?

G. A12:L’individualismo e l’autocompiacimento, almeno per quanto riguarda l’architettura italiana, avevano portato ad un vicolo cieco da cui ancora si fatica ad uscire oggi. Molti dei nostri docenti si riferivano ai loro come “maestri”, implicando una relazione verticale di trasmissione del sapere, se non del genio. Quella era una strada che si era già chiusa da sola, sia per quanto riguarda il modo di lavorare sia dal punto di vista dei contenuti della ricerca. Il gruppo è nato per un insieme probabilmente fortuito di ragioni. La base era un gruppo di persone particolarmente affiatate anche sul piano dell’amicizia personale, già abbastanza abituate a lavorare assieme per aver condiviso numerose esperienze universitarie ed unite dalla voglia di fare e di superare gli orizzonti ristretti che la facoltà di Genova offriva. C’era una vaghissima eredità dei movimenti di protesta universitari, che pochi anni prima si erano esauriti con la Pantera, più della natura collettiva che non delle varie ideologie. La cosa che soprattutto ricercavamo era una forma di dialogo orizzontale e di collaborazione che abolisse la nozione di autore, e che ci permettesse di articolare una attitudine eterogenea ed eclettica rispetto alla città. Sino a quel momento l’insegnamento universitario ci pareva una accumulazione di dogmi contrapposti ed inconciliabili. Ci pareva utile riferirsi alle pratiche intellettuali ed estetiche dell’architettura come ad una scatola di strumenti, tutti ugualmente utili. In quel periodo ci riferivamo spesso alla teoria del “bricoleur” di Claude Levi-Strauss. Lavorare assieme è sembrato uno sbocco abbastanza naturale, forse per pura fortuna la formula ha funzionato, sono stati vinti alcuni concorsi di architettura e questo ci ha dato l’entusiasmo per continuare.

P: A proposito del modo di intendere l’architettura di A12 e Stalker Hans Ulrich Obrist ha parlato di miracolo italiano appena incominciato. Di fatto, il vostro lavoro tende a svincolarsi da ogni intellettualismo utopico per recuperare una dimensione più funzionale dell’architettura. Cosa intendete quando affermate che l’architetto è un tecnico a disposizione della trasformazione della città?

G. A12:Dall’inizio degli anni ’60 il contributo dell’architettura italiana si è concentrato sulla costruzione di grandi teorie sulla città o sulla sua storia. Nello stesso periodo il territorio italiano è stato letteralmente massacrato e le condizioni professionali in cui gli architetti italiani operano si sono trasformate in un inferno. Gli architetti suppostamente colti, si sono ritratti dalla possibilità di agire direttamente sulla trasformazione della città e del territorio, rapidamente sostituiti da soggetti più spregiudicati ed efficaci. Altrove, dove gli architetti hanno continuato ad essere coinvolti attivamente nei processi concreti di trasformazione della città e del territorio, la situazione non è così tragica. Nei nostri lavori cerchiamo di non dimenticare mai che quello che disegniamo diventerà (o almeno così si spera) un pezzo della realtà materiale con cui le persone si devono confrontare quotidianamente. E’ da questo presupposto che tentiamo di sviluppare i nostri progetti, rinunciando almeno in prima istanza a velleità espressive (in questo il fatto di lavorare in gruppo è un meccanismo di compensazione eccellente).

P: Focault sosteneva che in una cultura e a un momento preciso, non esiste che una sola episteme che definisce le condizioni di possibilità di ogni sapere: sia quello che si manifesta in una teoria, sia quello che è investito in una pratica. La fusione di orizzonti a cui porta l’interruzione della fissità disciplinare che caratterizza il vostro fare è una forma di dialettica per recuperare la coscienza del nostro tempo?

G. A12: eeeeh…? cosa? Si’.

P: Ci raccontate cosa presenterete da Pinksummer?

G. A12: Una sorta di macchina del tempo. Proponiamo un dispositivo narrativo che permetta di ricostruire un processo di trasformazione del territorio urbano di Genova. In questo caso la città è scelta come un caso di studio, piuttosto universale. È Genova ma potrebbe essere qualsiasi altra città. Si tratta di una mappatura dei cinema esistenti in città trenta anni fa, e di un’investigazione su quello che sono diventati ora. Allo stesso tempo ci interessa manifestare cosa sia diventato il cinema, come forma di spettacolo, oggi.

P: Avete contestato la teoria dei non luoghi di Augé definendola nostalgica e un po’ snob. In verità questo ci è piaciuto, soprattutto per via dell’abuso. Il progetto “11.12.1972” pur manifestandosi come una mappatura, se vogliamo un po’ cinica o quantomeno descrittiva, dei luoghi che un tempo sono stati cinema di quartiere a Genova, molti dei quali oggi non esistono più sostituiti dalle accentratrici multisale, dalle banche, dai supermercati o dal nulla. Questo progetto non contiene, al di là della constatazione, qualcosa di nostalgico considerando che Genova è la città dove siete nati e cresciuti e magari anche una critica implicita alla progressiva spersonalizzazione e deterritorializzazione dell’intrattenimento?

G. A12: Il gioco della nostalgia sarebbe forse troppo tipicamente genovese, dato che la città permanentemente vive di una memoria di un passato generico, che spesso neppure conosce. Ci interessa manifestare un processo di mutazione dei modi d’uso, delle forme e delle strutture della città, processo che è globale. La scelta di Genova dipende più del fatto che la galleria Pinksummer sia a Genova e meno dal fatto che noi veniamo da qui. Si tratta di una articolazione che è critica, ma che è anche aperta, infatti, il multisala offre comunque un tipo di esperienza e di intrattenimento diverso, che per molti versi è assai più divertente e comodo. Anche il cinema, quando è nato, ha determinato la crisi delle compagnie di teatro di strada o roba simile. Ed in ogni caso la chiusura dei cinema dipende più dalla espansione della televisione e del videoregistratore durante gli anni ’80, che dalla nascita dei cinema multisala. Senza contare che dietro certe trasformazioni ci sono processi economici complessi contro i quali non ha senso fare battaglie a priori e assai meno fondare teorie su un rifiuto della contemporaneità. Si tratta però di verificare se e come la progressiva concentrazione delle funzioni all’interno di pochi grandi contenitori dispersi in periferia, non intacchi alcune delle qualità minori e diffuse proprie dello spazio urbano.

P: Attraverso l’analisi si arriva a una sintesi, quali sono le vostre conclusioni rispetto al progetto partito da una pagina del ’72 del Secolo XIX?

G. A12: La scelta di osservare un solo tipo di manufatto, il cinema, ci ha obbligato a muoverci attraverso tutto il territorio urbano della città. I cinema di seconda visione, parrocchiali e di quartiere erano dispersi ovunque. Avendo esplorato tutte le zone di Genova, abbiamo incontrato la conferma di una crisi profonda della città, di cui difficilmente si intravedono possibilità di risollevarsi. Soprattutto si nota, anche nelle trasformazioni e riqualificazioni urbane più recenti, la mancanza di fantasia e di coraggio. Oltre ad un’idea stereotipata di città d’arte e turismo che coincide solamente con il centro storico e con pochi negozi di souvenir non c’è nulla, mentre basta fare un giro del porto in battello per accorgersi che la grande dimensione industriale di Genova è assai più emozionante di qualsiasi vicolo. Infatti, i silos granari di Ponte Parodi vengono abbattuti, mentre in pieno centro storico si ricostruiscono inutili volumetrie in stile antico (o presunto tale) togliendo quel poco di luce ed aria che le vicissitudini della storia hanno restituito. Il generale processo di sostituzione delle attività industriali o connesse con il porto, sta determinando solamente un nuovo gigantesco territorio del consumo, caratterizzato da enormi contenitori commerciali (tra questi anche i cinema multisala). Muovendosi lungo la costa verso ovest, dal Porto Antico, si può arrivare sino all’ipermercato di Pontedecimo, passando da un centro commerciale ad un altro (Fiumara e Campi sono le tappe intermedie). Genova si sta ripiegando sempre più su se stessa, il centro imbellettato ed i quartieri, anche quelli più signorili, abbandonati al loro destino. In quest’ottica la strategia militare del G8 (con la contrapposizione di zona rossa e terra di nessuno) è perfettamente rispondente all’idea di città che Genova esprime in questo momento.

P: Per l’invito di Pinksummer avete scelto un’immagine tratta da “I mostri” di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. L’avete considerata solo perché il film era in programmazione a Genova in quel dicembre del ’72 o per quali altri motivi?

G. A12: In realtà non era in programmazione in quel periodo, si tratta quindi di una operazione di puro spiazzamento, così come lo è l’episodio della “vecchia” gettata in piscina che abbiamo scelto. Ci piace però l’autoironia e il fondo di ottimismo che trasuda da un film come “I mostri”: manifesta una capacità ed un interesse per guardare a se stessi, che in generale pare assente nella produzione culturale italiana di oggi.

P: La pagina del Secolo XIX da cui siete partiti diventerà un lavoro?

G. A12: Se per lavoro intendete un “opera” o “pezzo” no, dato che è solo parte del progetto più complesso che presentiamo in galleria da voi. Se intendete che Il Secolo XIX diventerà Il Lavoro (inserto de La Repubblica), nemmeno. Se però trovate qualcuno che se lo vuole comprare a tutti i costi se ne può riparlare.

P: Il curriculum del gruppo A12 è costituito prevalentemente da mostre pubbliche, Pinksummer è una galleria commerciale. Che garanzie può dare un gruppo al collezionismo privato?

G. A12: Diremmo nessuna, ma è una bella scommessa, anche perché nella storia dell’arte moderna e contemporanea, quasi nessun artista agli inizi della sua attività offriva alcun tipo di garanzie al mercato. Inoltre potrebbe accadere che il gruppo vada in pensione prima della nostra morte fisica, quindi le quotazioni aumenterebbero in anticipo.

I membri del Gruppo A12 sono :

Nicoletta Artuso
Andrea Balestrero
Gianandrea Barreca
Antonella Bruzzese
Maddalena De Ferrari
Fabrizio Gallanti
Massimiliano Marchica

Gruppo A12 – Heebies-Jeebies

pinksummer-gruppo-a12-invitation-card-heebies-jeebies

Pinksummer: “Abbiamo sempre inteso il lavoro “artistico” di Gruppo A12 come complementare, in senso analitico, a quello di architetti. L’immagine che avete scelto per l’invito della seconda personale da pinksummer dal titolo Heebie Jeebies è il ritratto del filosofo scienziato giansenista Blaise Pascal. Pascal è l’autore del “Saggio sulle coniche” e del “Trattato del vuoto”entrambi volti a provare appunto l’esistenza del vuoto contro la sua negazione da parte degli aristotelici. Pascal affermava che l’uomo, che definiva canna pensante, è smarrito in un orizzonte infinito il cui simbolo è un cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Raccontate perché avete scelto il ritratto di Pascal per l’invito e qual’è il significato del titolo heebie jeebies”.

Gruppo A12: “Partiamo dal titolo che è strettamente legato al tema intorno a cui ruota la mostra, ovvero i malesseri di origine psicologica (fobie nei casi più gravi) legati allo spazio: heebie-jeebies è un termine colloquiale inglese che significa ansia, disagio psicologico. Il termine ha un’origine piuttosto curiosa, essendo stato coniato intorno al 1923 da Billy De Beck un disegnatore di cartoni animati all’epoca assai popolari, tra cui “Barney Google” in cui appunto tale espressione venne utilizzata per la prima volta.
Nel 1926 Heebie jeebies divenne il titolo di un brano jazz di successo, eseguito tra gli altri da Louis Armstrong, alla fine il termine divenne di uso comune e ufficializzato. Il titolo trae dunque origine dalla cultura popolare ed ha un suono buffo, ci divertiva associare ad esso il ritratto austero ed un po’ inquietante di Blaise Pascal, non tanto in riferimento al contenuto dei suoi scritti, ma come caso illustre di fobico spaziale grave. Pare infatti che in seguito ad un incidente in carrozza, Pascal fosse costantemente perseguitato dal terrore di trovarsi sul bordo di un precipizio e che pertanto usasse porre sempre una sedia o altri oggetti ingombranti accanto a sé come protezione. Non sappiamo se vi sia un legame tra le due cose, ma è interessante che una persona che ha dedicato parte della sua vita allo studio del vuoto fosse ossessionata dall’idea di precipitarvi…”

P: Anthony Vidler in “Warped Space” afferma che paura, ansia ed estraniamento e le loro controparti psicologiche, nevrosi e fobie, sono collegate all’estetica dello spazio e in particolare sono endemiche alla metropoli moderna. L’idea di metropoli secondo voi rappresenta una forma di astrazione culturale in antitesi all’idea di natura come stato ideale?

G.A12:Ci sembra più vero il contrario nel senso che il concetto di natura in termini culturali è ricorrente come luogo ideale di fuga e liberazione dalle costrizioni della vita “organizzata”. Età dell’oro, paradiso terrestre, arcadia, panteismo, ecc. hanno accompagnato la storia della cultura occidentale in varie epoche e idee analoghe ricorrono anche in culture differenti.
Anche l’immagine, mediamente piuttosto stereotipata e ottocentesca, che abbiamo della natura, come ci insegna la storia dell’architettura del paesaggio, è quanto di più sofisticatamente artificiale si possa immaginare. Nella natura probabilmente dureremmo assai meno che nelle nostre poco rassicuranti metropoli, tant’è che alcune fobie legate allo spazio, magari provocate dallo “stress della vita moderna”, potrebbero essere riconducibili a ricordi ancestrali legati ad un istinto di sopravvivenza. La natura, quella vera, uccide!
L’estetica dello spazio sembra correlata agli equilibri sociali di un’epoca. La prospettiva rinascimentale in cui tutte le linee convergevano verso un unico punto di fuga è estremamente rassicurante, mentre la sensibilità nevrotica che caratterizza l’architettura dal barocco fino alla modernità, in cui il vuoto si manifesta spesso come nulla, destabilizza. Credete che si possa leggere la psicologia dei tempi attraverso un’attenta analisi architettonica e urbanistica.
Lo spazio costruito è un prodotto culturale come altri. In quanto tale contiene informazioni sulla società che lo ha generato ed è passibile delle più disparate analisi, interpretazioni ed esegesi. Per noi è essenziale non dimenticare che qualsiasi atto analitico è condizionato sia dal suo oggetto che dal soggetto che lo compie.

P: Rispetto al percorso di Gruppo A12, anche solo riflettendo sulla personale da pinksummer del 2002 dal titolo 12-11-1972, incentrata sull’analisi sociale comparativa tra il passato e il presente, a partire dalle trasformazioni e logistiche e di destinazione d’uso delle sale cinematografiche presenti a Genova in quella data, il vostro lavoro sembra presentare uno sviluppo rarefatto in senso filosofico.
Stiamo pensando al labirinto, con tutte le sue implicazioni simboliche, costruito su commissione per il giardino del Kroller Muller e anche, a priori, alla risposta ludica alle nevrosi contemporanee legate allo spazio di heebie-jeebies. Tale sviluppo in senso autonomo è legato alla specificità dei temi trattati o è da intendersi come un progressivo distaccamento dall’imprinting social-urbanistico di Stefano Boeri e più in generale della facoltà di architettura di Genova?

G.A12: Ogni percorso creativo deve trovare necessariamente un’evoluzione altrimenti finisce per cristallizzarsi in maniera. 12-11-72 fa parte di un ciclo di lavori sul tema delle trasformazioni dello spazio urbano basati prevalentemente su operazioni di osservazione e interpretazione più libere ed eterodosse rispetto ai metodi propri della nostra disciplina di origine.
È vero che recentemente nei nostri progetti questi lavori hanno ceduto il posto ad altri: per mantenere alta la spinta alla sperimentazione avremmo dovuto renderli in maniera più sistematica il centro del nostro operare, affrontandoli con un approccio da agenzia di ricerca, mentre ci interessava maggiormente concentrare le nostre energie verso altre forme di riflessione e modi di intervenire sullo spazio urbano e le sue trasformazioni.
Questo non significa necessariamente una caduta di interesse sul tema in sé che magari potrà tornare in forme diverse nei lavori futuri. In realtà comunque, se proprio vogliamo parlare della nostra formazione, hanno pesato in maniera altrettanto rilevante anche altre esperienze ed altri personaggi che ci hanno dato un’impostazione solidamente ancorata alla disciplina architettonica in senso “tradizionale”, che si manifesta principalmente nel metodo con cui affrontiamo ogni progetto. In ogni caso, forse proprio per il fatto di essere un collettivo, non ci risulta sempre facile leggere un’evoluzione così lineare nel nostro percorso.
Senza dubbio vi sono alcuni capisaldi teorici intorno a cui ruota la nostra ricerca, che si è caratterizzata forse in una progressiva tendenza, con il passare degli anni, alla sintesi concettuale, un asciugarsi più che rarefarsi, nel rispetto di un principio di economia (massimo risultato con il minimo impiego di risorse) in senso comunicativo. Il nostro atteggiamento è spesso piuttosto pragmatico, ad esempio nel caso del Kroller Muller il tema simbolico del labirinto era un punto di partenza dato, di cui abbiamo offerto un’interpretazione forse tra le più puramente architettoniche di tutto il nostro lavoro.
Nel caso di heebie-jeebies il tema è coerente con uno dei capisaldi di cui dicevamo, ovvero la centralità del fruitore rispetto alla creazione e trasformazione dello spazio. La questione dei disturbi dello spazio o malattie dello spazio trova origine anche in alcune riflessioni che abbiamo condiviso molti anni fa sul linguaggio architettonico e sulla possibilità di considerare lo spazio come un elemento dotato di un suo significato autonomo. L’aspetto per noi interessante, operando in un contesto complementare, come lo avete definito, rispetto all’architettura è proprio la possibilità di rimescolare le carte ed affrontare certe tematiche con strumenti completamente differenti, “aggirando” gli ostacoli che le certezze disciplinari talvolta costituiscono.

P: Cosa presenterete da pinksummer?

G.A12: Heebie-jeebies è un lavoro incentrato sullo spazio, affrontato partendo dalla sua negazione, ovvero da quelle che possono essere considerate forme di “rifiuto” nei suoi confronti. Quello che ci ha interessato di questo aspetto è la sua sostanziale ambiguità. Da un lato tutti, chi più chi meno, hanno provato l’esperienza di una qualche forma di “disagio” legata alle condizioni spaziali, percependo in questo modo la “potenza” dell’elemento spazio, anche in termini non necessariamente negativi, rispetto alla possibilità di raggiungere effetti architettonici particolarmente efficaci, ampiamente sfruttati da architetture del passato come del presente (senza addentrarsi in ragionamenti complessi sulle spazialità contemporanee, basta ricordare che è uno degli elementi alla base del concetto di “monumentalità”). Dall’altro lato è assai arduo definire in modo netto il limite delle nevrosi prendendo come punto di partenza le caratteristiche dello spazio ed anzi, dal punto di vista clinico, non sembra esserci in termini generali una distinzione precisa tra le fobie legate allo spazio e quelle legate ad altre situazioni od oggetti. L’elemento soggettivo appare quindi in questo caso prevalente.
Ci siamo sforzati di affrontare questi aspetti senza introdurre nel lavoro la medesima ambiguità tra spazio e soggetto. Abbiamo pertanto realizzato una serie di oggetti, molto diversi tra loro, accomunati dal fatto di funzionare come “amuleti” contro le fobie legate allo spazio, facendo ricorso a meccanismi quali la contrapposizione, la distrazione, la compassione, la comprensione.
Un “traccia tempo-spazio” per non perdere la strada e non oltrepassare il limite oltre il quale non ci si può spingere in spazi sovraffollati; una “parete portatile” per non cadere in baratri immaginari; una “camicia di debolezza” per affrontare in due l’angoscia di percorsi ansiogeni; un “correttore di grate” per esorcizzare la vertigine del vuoto; un bracciale/rosario con “ciondoli di difesa” da sgranare per ridurre a icone addomesticabili le diverse paure; un “metro multiplo” per ricondurre a misure note distanze incommensurabili; un “tracciatore” per illuminare con la luce della ragione ostacoli complessi, applicati a spazi della nostra quotidianità od a luoghi specifici, simbolo di condizioni spaziali limite, sono tutti strumenti di un esorcismo compiuto “sullo” spazio “attraverso” i soggetti che lo abitano.
Lo spazio ha caratteri suoi propri, una sua autonomia specifica, ma non si può che leggere e interpretare in relazione a chi lo usa, lo abita, lo percepisce. Le relazioni che si instaurano sono assolutamente personali e spesso insondabili. Come le fobie, e i modi per allontanarle.

Gruppo A12

pinksummer-gruppo-a12-baukuh-invitation-card

Pinksummer: Drammatica e paurosa l’immagine che avete scelto per l’invito della mostra da pinksummer. Il medesimo angelo, sulla tomba della famiglia Ribaudo al cimitero di Staglieno, scelto dai Joy Division per la copertina del singolo” Love we will tear us apart”. Partiamo da ciò che vi unisce: d’acchito in comune avete Genova e Stefano Boeri, oltre all’architettura in sé. L’imprinting con il genius loci vi ha insegnato solo a darvela a gambe levate? L’approccio sociale (politico?) e sconfinante di Boeri invece?

Baukuh: Al di là della – fin ovvia – associazione con la condizione “terminale” di Genova, città di vecchi e soprattutto con poco interesse per un qualsiasi futuro, l’angelo dei Joy Division lo abbiamo anche scelto un po’ per caso. In certo modo è anche rivelatorio che si tratti di un’immagine di Genova prodotta dal di fuori, che è ormai la nostra condizione. Peraltro nel nostro caso, noi (cinque su sei) non siamo nemmeno di Genova. Abbiamo scelto ad un certo punto di lavorare lì, poi abbiamo preferito muovere lo studio, ora vorremmo (almeno parzialmente) riaprire anche a Genova. Sarà che facciamo gli architetti, ma abbiamo un rapporto molto poco sentimentale con le città. Le città si possono usare, per un po’, poi magari si cambia idea, poi magari si cambia idea un’altra volta. Quanto al genius loci di Genova, detto da gente che viene da fuori, non ci dispiace. Certo, è chiaramente suicida, ma ha una sua grandezza.
Quanto a Stefano Boeri, era una scelta obbligata, non è che ci fossero molte alternative. Non so se avete un’idea della situazione dell’architettura in Italia alla fine degli anni novanta. Quindi anche per chi, come noi, in un certo senso aveva interessi anche piuttosto distanti da quelli di Stefano, era abbastanza inevitabile finire per lavorare con lui. E poi Stefano è una persona estremamente intelligente e generosa, capace di mettere assieme persone molto diverse. E ha il pregio di non considerarsi, lui per primo, un fallito, il che, lavorando con lui, ti dava l’impressione – del tutto eccezionale in quel contesto – che potesse anche darsi il caso che non fossi un fallito nemmeno tu.

Gruppo A12: Siamo due gruppi di architetti, anche questa dimensione di lavoro collettivo, seppure portato avanti con modalità e storie differenti ci accomuna, ma probabilmente anche con la città e con Stefano Boeri abbiamo avuto rapporti molto diversi. La canzone parla di un amore tormentato e Genova non è una città facile. Imparare a vederla un po’ anche con gli occhi di chi ne sta fuori è un esercizio che sarebbe salutare per tutti i genovesi. Quanto a Stefano, lo abbiamo incontrato all’inizio degli anni ’90, noi poco più che ventenni, lui poco più che trentacinquenne al suo primo incarico di insegnamento come professore associato. Sicuramente una ventata di aria fresca in un sistema accademico piuttosto stantio, con in più la capacità di coinvolgerti facendoti sentire alla pari. A12 stava nascendo proprio in quel periodo, da lì sono nate una serie di collaborazioni, anche se con il gruppo in quanto tale non sono proseguite poi così a lungo.

P: Abbiamo letto da qualche parte che dopo la fine del classicismo e il tramonto del modernismo, rispetto all’architettura siamo in un tempo di post-critica, di post-teoria, probabilmente di post e basta (anche nell’arte siamo dentro all”imperativo ” mordi e fuggì” del curatore, un po’ assimilabile al “vendi guadagna e pentiti” della finanza agnostica o becera che sia). In questo senso l’architettura è da intendersi come un mestiere sprofondato nel mero pragmatismo e sempre nello stesso senso la mostra da pinksummer potrebbe essere considerata un’aporia, una impossibilità, un’assurdità, o anche solo una perdita di tempo?

G.A12: In realtà nell’architettura, a fronte della crisi economica che ha colpito in maniera pesantissima il settore immobiliare, e di una disciplina che si è adagiata sugli stilemi di alcuni professionisti di larga fama, ultimamente si assiste a una grande ripresa di interesse per il “disegno”, i progetti “speculativi” (nel senso di speculazione intellettuale, non immobiliare), e tutto ciò che per l’architettura corrisponde abbastanza alla ricerca pura.
Come gruppo si può dire che la maggior parte della nostra attività è stata improntata a questo tipo di ricerca, anche se a causa del nostro atteggiamento molto più pragmatico che teoretico ciò si è tradotto in installazioni effimere invece che testi, diagrammi o grandi tavole disegnate.
Rispetto all’abuso del “post” è probabilmente dovuto a un vizio della critica che non è capace di definire più nulla se non in rapporto a quello che c’è stato prima.

B: A esser sinceri, di pragmatismo/affarismo, al momento ce n’è ben poco. Il mercato immobiliare sembra essere morto per mai più risorgere (e probabilmente non risorgerà, perlomeno nei termini in cui lo abbiamo conosciuto fin qua) per cui, in uno scenario di disoccupazione giovanile attorno al 35% sembra difficile immaginare che si possa essere così impegnati a far soldi da non poter fare una mostra.
Per quanto riguarda invece tutta quella fila di post-qualcosa che dicevate, crediamo che sia una prospettiva che non aiuta molto. Forse è proprio l’assunto di base di tutto il modernismo e postmodernismo eccetera che va messo in discussione. Non possiamo più pensare nei termini di uno sviluppo storico univoco a cui dobbiamo solo restare agganciati, come se lo Zeitgeist viaggiasse sulla motocicletta e noi dovessimo starci attaccati come se fossimo sul sidecar. Direi che Latour ha chiarito a sufficienza che questo tipo di modernità è solo una superstizione.

P: Una domanda scema per Baukuh. A proposito del vostro “Due saggi sull’architettura” ( Sagep editori 2012) abbiamo pensato all’interno di una comparazione assai arbitraria al film di Milos Forman “Amadeus”. Giorgio Grassi è Salieri, poveraccio e Aldo Rossi è il Mozart della storia dell’architettura, poverino?

B: “Amadeus” di Forman è uno dei film più stupidi di tutti i tempi, e Mozart sembra semplicemente uno scemo posseduto da uno spirito superiore che è esattamente quello che NON pensiamo a proposito del lavoro intellettuale. Lavorare è fatica, per tutti, e Mozart non era certo quel demente fortunato che sembra dal film (che riteniamo proprio fascista nel dare un’idea dell’arte di quel tipo).
Quindi la risposta è che Grassi è Salieri e Rossi anche lui è Salieri, ma soprattutto anche Mozart è Salieri, anche perché altrimenti sarebbe solo un pirla.

P: Una domanda per Gruppo A12. A proposito dei vostri interventi al Kröller-Müller Museum e alla Biennale di Venezia Arti Visive del 2003: persiste una differenza sostanziale tra “impianto” o anche “dispositivo architettonico” (cosi abbiamo sentito definire le vostre architetture in quelle occasioni), rispetto all’architettura vera e propria? E se esiste, è solo un problema di temporaneità o anche di responsabilità?

G.A12: Quei termini hanno un significato specifico e sono stati probabilmente utilizzati per descrivere i nostri interventi perché, messi di fronte al progetto di una particolare tipologia architettonica (il padiglione espositivo temporaneo) la nostra risposta è stata assai più ampia di una mera risoluzione del tema architettonico dal punto di vista formale e funzionale. Allargandosi ad una riflessione sulla natura dello spazio collettivo e della condizione urbana. Entrambi quegli interventi possono essere considerati una sorta di manifesto di un’idea di architettura piuttosto precisa, valida in senso generale. La loro natura effimera, su cui molti si sono concentrati è stata per noi del tutto accidentale ed è legata al fatto che, per varie ragioni, quasi solo nel contesto delle esposizioni d’arte contemporanea siamo riusciti a trovare lo spazio per esprimere queste idee.

P: Avete rapporti con l’architettura vernacolare?

G.A12: In qualche modo è impossibile non averne (bene o male anche tutta l’architettura “colta” o “d’autore” ha origine da lì), ma non possiamo dire di avere un interesse specifico per il tema o un particolare “gusto” per l’estetica vernacolare, le tecniche costruttive tradizionali o le architettura spontanee, anche se l’aspetto di alcuni nostri lavori potrebbe sembrare riconducibile ai temi dell’auto-costruzione, che è una delle possibili interpretazioni del termine che usate. Il nostro approccio alla costruzione del progetto, anche nei suoi aspetti formali, è molto più concettuale.

B: No.
Se per “vernacolare” si intende un prodotto di qualche minoranza da compatire, di qualche poveretto a cui gettare un’elemosina per mettersi l’anima in pace, allora è una cosa eticamente disgustosa. Non crediamo per niente alla presunta “architettura senza architetti”, che è sempre e solo architettura fatta da “architetti” (perché tali sono, anche se non hanno il timbro dell’ordine) oppressi, dimenticati, sfruttati. Se questa “architettura senza architetti” ha raggiunto un qualche risultato formale – e spessissimo è andata così – è sempre e solo perché c’era un progetto consapevole, e quindi c’era un architetto, anche se se ne sono perse le tracce.
Se invece per “vernacolare” si intende solo un’estetica “pittoresca”, dove tutto è un po’ più sfumato, un po’ più aggiustato, un po’ più gentile, un po’ più innocuo, quella è semplicemente robaccia.

P: Il superdutch Rem koolhaas curatore della prossima biennale di Venezia, che ne pensate?

G.A12: In linea con la tendenza degli ultimi anni di affidare la direzione della biennale a importanti architetti internazionali invece che a critici o teorici dell’architettura. Sicuramente nel caso di Koolhaas siamo di fronte ad un architetto nella cui attività il peso della ricerca è per lo meno equivalente a quello della professione e ad uno dei personaggi che più radicalmente hanno cambiato il modo di fare architettura degli ultimi 30 anni, quindi siamo curiosi di vedere come affronterà il compito.

B: Koolhaas non c’entra niente con il “Superdutch”, che è il titolo di un libro di Bart Lootsma che forse dieci anni fa faceva incazzare, ma adesso fa solo tenerezza. Peraltro Koolhaas ha sempre detestato quel libro e non lo si può certo rimproverare per “Superdutch”, anzi, forse lo si può rimproverare al contrario per aver infierito contro quel povero cristo di Bart Lootsma, che gli è toccato emigrare in Austria, ma forse non è una questione molto interessante…
Koolhaas sarà un ottimo curatore. Direi che ha diritto di far quello che vuole e che noi ci fidiamo. In generale, di Koolhaas, Gerhard Richter, Derek Walcott e Steve Albini ci fidiamo. Possono fare tutto quello che vogliono.

P: Le città si ammalano e a volte muoiono anche, talvolta accade per cause naturali tipo che i porti s’insabbiano, altre volte è una politica infetta a insabbiarle. Genova sta morendo un po’, non è irrorata da buoni collegamenti, è dissanguata dall’emigrazione costante. Genova è sempre più bella però. L’Architettura, quella vera, quella della città e per la città, non quella prepotente e individualista delle archistars, potrebbe essere una medicina? Ma non è un gatto che si morde la coda? L’architettura della città, della comunità può prescindere da una politica sana?

G.A12: No l’architettura non può essere una medicina per la società. Aldo Rossi, tra una sinfonia e un quartetto, a proposito delle relazioni tra politica e città, ci dice che “la città realizza se stessa attraverso una propria idea di città”. Città, architettura, opera d’arte sono prodotti della società che le esprime. La qualità dell’architettura dipende almeno altrettanto dalla committenza che dagli architetti. Quindi una buona architettura pubblica è possibile solo quando la committenza pubblica (la politica) è consapevole dell’importanza della qualità dello spazio in cui vivono i cittadini, è convinta della necessità di un progetto coerente per ottenerla ed è determinata a superare tutte le difficoltà che dargli concretezza comporta. Ma non c’è nessun legame tra qualità dell’architettura e “sanità” della politica, per come potremmo intenderla noi oggi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato ci accorgiamo che spesso anche regimi corrotti e feroci tiranni hanno prodotto architetture meravigliose.

B: Per la specifica malattia di Genova, l’architettura non può essere una medicina. Solo la politica potrebbe esserlo.

P: Rispetto a questa riflessione che andrete ad annotare in forma di mostra da noi, muovete da approcci speculativi che conducono a esiti differenti. Voi baukuh rimandate a un pragmatismo che ci piace definire impropriamente “effetto farfalla”. Agite pochissimo, ma siete affatto modesti: un fremito di ala appena percettibile, che provoca un ciclone (seppure contenuto e tendenzialmente quantificabile in potenza) di effetti migliorativi dello spazio e di conseguenza della vita in quello spazio. Avete una soluzione e la soluzione cresce e si sviluppa nel ventre dell’architetto.
Mantenendo questo stile inaspettatamente astrologico adatto all’anno appena iniziato, diremmo che Gruppo A12 è cresciuto nutrendosi genuinamente anche e soprattutto di architettura radicale, il vostro linguaggio rivendica la linearità etica modernista, l’utopia è il vostro faro, ma la quadratura cinica del postmoderno non è passata invano, e dunque quella luce che seguite, pur mantenendosi fulgida , incorruttibile e fatata tende a splendere in un mondo alla rovescia, dove il progresso e il mito positivo e positivista dell’eterna giovinezza si schiantano rovinosamente. Voi lo fate schiantate di più amplificando semplicemente il rumore dello schianto. Tendete a non uscire dalla dimensione speculativa, talvolta l’architettura appare un pretesto, ma poi ci si accorge che è la condizione, la pietra fondante. Non avete soluzioni, ma ci viene da pensare che anche se ne aveste qualcuna in tasca vi sembrerebbe ingenuo offrirla, perché non potrebbe essere che parziale rispetto ai problemi che ponete o meglio che la storia pone e sui quali focalizzate per eccesso. In “12/11/1972” la mostra che presentaste nel 2002 da pinksummer, bella, il percorso era dal presente al passato e viceversa, per mostrare e dimostrare come la città possa essere letta come una sorta di diario scritto nell’alfabeto piuttosto oggettivo dell’architettura, in cui vengono annotati, consapevolmente o meno, tutti i cambiamenti della società. Focault entrava dentro al linguaggio e vi dimorava come si potrebbe dimorare dentro a una città di mattoni e cemento in barba alle regole sistemiche di Giorgio Grassi elencate, analizzate e interpretate da baukuh nel loro “Due saggi sull’architettura”. Nel nuovo progetto partite dal presente e il futuro lo deducete (noi sceglieremmo però il verbo evocare).
A Genova comunque vedere le farfalle è improbabile quanto incontrare Tredicino che corre dentro allo stivale delle sette leghe.
Cosa presenterete da pinksummer?

B: Noi presentiamo una cosa molto semplice: un progetto che si intitola “Demolire Genova” e che propone la demolizione dell’1% del volume edificato di una città che negli ultimi venticinque anni ha perso un quarto della sua popolazione e che, allo stesso tempo, vive in una condizione idrogeologica disastrosa. Si tratta di un lavoro che è parte di una ricerca più ampia, che si intitola “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) e che coinvolge anche altri studi di architettura genovesi (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) e che vuole richiamare l’attenzione su un problema e su una possibile opportunità che la città rischia di ignorare. Il progetto è descritto da due grandi disegni che restituiscono la situazione attuale e le trasformazioni proposte utilizzando come caso di studio la valle del Bisagno. Nonostante il titolo volutamente terrificante, “Demolire Genova” suggerisce una politica di demolizioni molto minute, piccoli, cautissimi interventi “chirurgici”. Questa cauta strategia consentirebbe di incrementare la quantità di suoli permeabili, di spazi verdi e di spazi pubblici a disposizione della città. Gli interventi proposti sono deliberatamente poco appariscenti; nei due disegni la differenza tra la situazione attuale e lo scenario proposto è pressoché impercettibile, eppure riteniamo che queste modeste trasformazioni potrebbero riattivare pezzi di città e promuovere quindi trasformazioni più ampie.
In fin dei conti, non ci stanchiamo di ripeterlo: noi siamo realisti. Se c’è una cosa che non ci interessa, sono le utopie. Le cose che proponiamo si possono sempre fare, anche se forse richiedono un piccolo cambiamento di prospettiva.

G.A12: Ritorniamo a rivolgere il nostro sguardo alla città di Genova concentrandoci su un fenomeno generale che qui si presenta in maniera particolarmente evidente: il progressivo invecchiamento della popolazione nella società occidentale. E’ una tendenza che si appresta a raggiungere un punto di soglia critica e ci interessano le possibili conseguenze sull’organizzazione delle città e dei loro spazi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato, di fronte a cambiamenti di questo genere solo le avanguardie artistiche ed il pensiero utopico sono riusciti a proporre visioni dotate di un respiro sufficientemente ampio. Tuttavia, nel loro slancio verso il futuro, tutte le visioni utopiche o radicali hanno sempre posto al loro centro un uomo sano, nel pieno delle sue energie e potenzialità, della sua maturità e delle sue capacità produttive e riproduttive. Cosa succede invece se proviamo a mettere al centro di un’utopia un idealtipico uomo anziano? Un uomo, o una donna, che ha oltrepassato la soglia dei 65 anni e deve fare i conti con una condizione di debolezza se non di malattia? E soprattutto cosa significa costruire una visione urbana per una città dedicata e costruita su misura per questo genere di persone? In mostra presenteremo una raccolta di appunti per il progetto di una nuova utopia urbana, interamente dedicata agli anziani.

P: Una domanda per A12 ispirata da un articolo recentissimo (oggi) apparso sul Domenicale del Sole. Il progetto che andrete a presentare da pinksummer muove dall’idea di statistica e di probabilità per leggere un futuro non proprio radioso. Carlo Rovelli nell’articolo afferma che “La probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza”, e che “Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più”. Rispetto alla propensione della popolazione genovese a invecchiare oltre misura, avete per caso individuato una possibile varianza, quantomeno su scala locale, alla decadenza, che non sia un maremoto, la carestia, la guerra o la pestilenza?

G.A12: Da una rapida indagine su internet apprendiamo che il teorema di Bayes sta alla base dei filtri anti-spam dei programmi e-mail, ovvero è grazie a quel teorema se perdiamo messaggi di importanza vitale, senza riuscire ad evitarci quotidiane proposte di improbabili business da parte di sedicenti ex ministri centroafricani… quindi non siamo granché fiduciosi al riguardo. Tuttavia nel 1999 Nitin Desai, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Sociali, in occasione del lancio dell’Anno Internazionale delle Persone Anziane, affermava: “La longevità è un successo. È qualcosa che gli esseri umani hanno voluto fin dall’anno zero! Il fatto che la stiamo raggiungendo non dovrebbe essere considerato un problema. Dovrebbe essere considerato una conquista.” Noi aggiungiamo che, sempre dall’anno zero, l’apertura al cambiamento ed un atteggiamento progettuale e visionario si sono sempre dimostrati strategie particolarmente efficaci in situazioni difficili.

foto dell’invito cartaceo Massimo Palazzi

Stefania Galegati

pinksummer-stefania-galegati-invitation-card-2001

Pinksummer: Il tuo lavoro rimanda alla necessita’ di costruire un mondo illusionale; si tratta di un antidoto alla realtà, da cui peraltro muovi?

Stefania Galegati: La differenza e’ puramente logica. Si dice ancora che “il sole sorge”, per esempio. Forse si tratta piuttosto di un antidoto all’abitudine. Credere in una storia implica un gesto di fiducia. Ma anche quando una storia si presenta come falsa, ci affidiamo ad essa.
La fotografia in questo senso e’ utile a trasformare la ‘menzogna’ in verità?
Lo era, fino a quando il fotomontaggio si e’ perfezionato tanto da indurre a dubitare della verita’ delle immagini. E comunque tutti hanno creduto all’uomo sulla luna, nel film Capricorn One l’allunaggio e’ ricostruito in studio, ma nessuno dubita della NASA. Il pubblico vasto non e’ ancora smaliziato: la faccia di Berlusconi e’ una maschera fatta con photoshop, ma a nessuno importa che sia falsa. Importa di piu’ che sia sempre giovane e sorridente. Come ha insegnato l’estetica dei regimi totalitari e’ piu’ efficace affidarsi a un’immagine che alla verita’ che astraiamo dai fatti. Cristo e’ bianco perche’ cosi’ vuole l’iconografia della chiesa occidentale, ma non puo’ essere vero.

P: Da Pinksummer presenti un progetto pittorico. Cosa rappresenta per te la pittura?

S.G: Un mezzo.

P: Descrivi i progetti che realizzerai per Pinksummer.

S.G: Un progetto consiste nelle prime tre opere di una serie. Sono dipinti che rappresentano storie di apparizioni, di fantasmi. Ho cercato di avere racconti diretti, di qualcuno che credesse alla verità della sua esperienza. La pittura era il metodo piu’ economico per tentare una specie di rappresentazione scientifica di fenomeni ancora misteriosi. Le storie di fantasmi fanno paura, anche se nessuno ci crede. Mi interessano i meccanismi mentali che si mettono in moto quando e’ necessario affidarsi a una storia. Non importa che siano fenomeni veri o inventati, ma mi piace che stiano su questo limite. Ho trovato molti racconti di apparizioni luminose che per la scienza sono fulmini globulari, anche se non si sa ancora bene come funzionino.

P: Hai visitato alcuni luoghi in cui si dice avvengano apparizioni; esistono i fantasmi?

S.G: Il Sig. Fusoni ha visto due monaci incappucciati vicino alla certosa di Montebenedetto, in Val di Susa: la certosa e’ disabitata dall’inizio del secolo, a causa di un’alluvione. Vicino a una cappella, all’interno dei ruderi del castello del conte Verde, vicino a Condove e’ apparso più volte un sacerdote che dice messa ed esce quasi strisciando attraverso una porta murata. Alcune persone hanno assicurato di aver visto una figura vestita d’azzurro affacciarsi alle finestre più alte del castello del Catajo, vicino a Padova: pensano che sia Lucrezia Dondi dell’Orologio, uccisa nella stanza da letto nel 1654 da uno spasimante non corrisposto.

P: L’altro progetto?

S.G: Anche il secondo progetto racconta di un incontro. E’ un video in cui il protagonista camminando per la campagna si scontra con un oggetto invisibile. La forma di quest’ultimo viene definita dai movimenti dell’uomo. L’oggetto viene disegnato dai gesti. L’uomo e’ rozzo, ha i lineamenti duri, quelli dati dalle credenze popolari e dai proverbi. L’oggetto e’ essenziale e fortemente presente. L’incontro e’ un po’ imbarazzante, come quando si incontra uno sconosciuto dal dottore. Il possibile dramma contro la demenza della situazione concede un’indecisione tragicomica.

P: Per la mostra “Migrazioni” al Centro per le Arti Contemporanee di Roma hai presentato un piccolo samurai in terracotta con in grembo del potassio 40, una sostanza radioattiva. Il rilevatore geiger e i guardiani della teca tendevano a costruire una situazione di minaccia seppur controllata. Perché sfiori il pubblico con argomenti inquietanti?

S.G: Non sono attirata dalle cose inquietanti in se’. La radioattivita’ diventa inquietante se non si pensa ad essa in maniera scientifica. Lo stesso succede con i fantasmi. Volevo che il samurai fosse un concentrato di energia e per questo e’ radioattivo.

P: Perché nella scultura ‘rischiosa’ hai messo in relazione il concetto di piccolo con l’idea di pericolo?

S.G: In realtà volevo concentrare al massimo le forze del samurai. Gli oggetti sacri e preziosi sono piccoli.

in cooperazione con: Comune di Genova, politiche giovanili, centro della creativita’

Stefania Galegati

pinksummer-stefania-galegati-invitation-card-2003

Pinksummer: “La serie Rewind, Le tele dei fantasmi, La spada forgiata col meteorite ferroso, il video in cui Ivano Marescotti si scontra con un’altra dimensione, i nani e il samurai radioattivo. Guardando all’indietro e in prospettiva, il tuo lavoro tende a svelare all’improvviso aspetti misteriosi e in qualche modo inintelligibili della realtà. Tu muovi dal quotidiano per catapultare in una visione del reale che trascende i canoni di razionalità. Credi che la realtà sia il ponte per accedere ad altri mondi possibili o semplicemente t’interessano queste realtà extralogiche per affermare che nulla è scontato?”

S.G: “Queste due possibilità non si escludono l’un l’altra. Mi piace quando la realtà è talmente intensa da collassare su se stessa. Per esempio, quando ho avuto il meteorite in mano la prima volta mi sono emozionata: pensavo al fatto che proveniva da una zona fra Marte e Giove, ma quello che avevo in mano era un pezzo di ferro…”

P: In un epoca in cui l’alterità si afferma prepotentemente attraverso attacchi spettacolari all’occidente o di virus quali la SARS, paure ancestrali tornano a galla come corpi di annegati. Il tuo lavoro sembra affermare una sorta di pessimismo nei confronti del progresso e della conoscenza umana. Il mistero annichilisce il concetto di conoscenza e in qualche modo di difesa: se hai paura dei ladri metti la porta blindata, se hai paura di Dracula ti devi affidare all’aglio o alla croce. Cusano affermava che la nostra conoscenza sta come il poligono al cerchio in cui è inscritto, tanti più lati avrà il poligono tanto più si avvicinerà al cerchio, ma non arriverà mai a coincidere con esso. Conoscere significa fare dei raffronti con oggetti definiti, nel momento in cui è impossibile fare paragoni ci può ancora essere conoscenza?

S.G: Non è nelle intenzioni del lavoro avere un atteggiamento pessimistico nei confronti del progresso o della conoscenza umana. I riferimenti a cose misteriose o pericolose hanno sempre una funzione intrinseca ad ogni singolo lavoro. E comunque non è nelle mie intenzioni fare terrorismo psicologico attraverso il lavoro, ma piuttosto sfruttare criticamente le reazioni psicologiche generalizzate di fronte a certe cose: per esempio, il samurai è radioattivo ma lo è molto meno delle zone bombardate con uranio impoverito; le storie dei fantasmi spariscono nelle tele, il pezzo di meteorite è stato usato per costruire un altro oggetto… insomma c’è sempre una sorta di leggerezza e distanza nel toccare questi temi. Quindi, tornando alla vostra domanda, penso che la conoscenza sia una tendenza indispensabile. Forse dovremmo essere più lucidi e informati per riconoscere che gli eventi che producono fobie collettive, spesso servono a qualcuno molto potente per proteggere ed aumentare il proprio impero. Se penso ai misteri del mondo in questo modo mi viene voglia di cercare di conoscere i motivi della guerra in Iraq, della morte di Enrico Mattei, Moro, la strage di Bologna, Ilaria Alpi, le conseguenze dell’uranio impoverito… bhè potrei andare avanti un bel po’…

P: L’installazione del samurai fa coesistere l’idea di piccolo con quello di potenza e di pericolosità. Nella nostra civiltà quantitativa la forza sta nell’estensione e non nella concentrazione. Si tratta di una critica al materialismo?

S.G: No, il samurai non vuole criticare nessuno. Mi viene chiesto spesso se il samurai ha delle intenzioni politiche, ma no, a me interessa solo il valore aggiunto che può suscitare l’idea di radioattività rispetto all’insieme del lavoro. Anche il fatto che sia piccolo è necessario a se stesso, ad aumentarne la densità.

P: Le tue tele dei fantasmi hanno suscitato molte perplessità fra coloro che conoscono il tuo lavoro, di fatto hanno un che di ingenuo e narrativo che può infastidire. Una volta hai affermato di non voler scalfire in nessun modo la storia della pittura, cosa intendi?

S.G: Usare la pittura è pericoloso perché ha una storia talmente lunga e compiuta e intoccabile. Una buona risposta può essere che non sapete se questi quadri li ho dipinti io o li ho fatti realizzare. Anche le foto della serie rewind sono ingenue rispetto alla storia della fotografia o i video lo sono rispetto alla tv, ma lì nessuno si pone il problema. E’ stato il progetto ad aver bisogno di quel tipo di pittura, volevo che fosse come un racconto ingenuo ma schietto, affaticato e timoroso ma leggero. Quasi che facesse dimenticare i particolari della storia che, in qualche modo, racconta.

P: L’idea di luogo è un concetto intorno al quale ruotano tanti tuoi lavori, tra cui, il progetto che presenterai da pinksummer. Si tratta semplicemente di ricercare la location adatta rispetto al progetto o sono i luoghi a suggerire il progetto?

S.G: Mi pare che si aiutino sempre a vicenda. Il progetto è solo simile all’idea iniziale. E’ stato anche un po’ un caso girare per una via sterrata, dopo giorni che andavo a zonzo a cercare paesaggi, e trovare questo posto. Ho capito subito che era il posto che cercavo.

P: Negli studi del progetto fotografico che presenterai in galleria, il luogo sembra non avere alcun rapporto ontologico con i personaggi che lo percorrono, il paesaggio rimane deserto e la presenza umana è straniante. Perché?

S.G: Perché si tratta di una idea astratta di viaggio, e quello è un luogo di passaggio. I personaggi del resto si adattano a una lentezza e malinconia del luogo. Non succede niente, nessuno fa niente, però c’è un tempo di lettura, anche se lento.

P: Per la realizzazione di quest’ultimo progetto fotografico, quasi una sequenza filmica, hai utilizzato photoshop. Noi abbiamo un forte pregiudizio nei confronti dell’elaborazione digitale della fotografia che è stata utilizzata per ottenere effetti spettacolari e punto. Tu non hai mai elaborato al computer le tue fotografie perché questa volta hai utilizzato photoshop?

S.G: Non bisogna odiare i mezzi. Una volta odiavo l’incisione, poi ho scoperto alcune incisioni molto belle. Odiavo anche photoshop perché era ingannevole, pensavo che non avesse un’etica… però credo che nel 800 anche la nascita della fotografia abbia provocato sentimenti reazionari. Photoshop mi serviva per distorcere quasi impercettibilmente la realtà, perché questa è un’operazione pittorica.

P: Perché nell’invito hai utilizzato l’immagine di L’educazione di un libertino” di Hogart?

S.G: Da qualche anno, ogni tanto riguardo un piccolo catalogo di Hogart. Ha un tempo di lettura molto lento, c’è sempre qualche nuovo personaggio da scoprire e c’è anche una costante decadenza malinconica. Mi sembrava potesse dare una buona via di lettura a questo mio lavoro.

Stefania Galegati

pinksummer-stefania-galegati-invitation-card-2006

La terza mostra di Stefania Galegati da pinksummer è costituita da due video, un’installazione di scritte proiettate a muro, da alcune fotografie tratte dai quaderni delle presenze che si trovano talvolta nelle gallerie d’arte e poi da un librino, attorno al quale, come spiega Galegati di seguito, orbita l’intera mostra: è una storia d’amore per e-mail tra un’artista e un collezionista; una storia intima. Sono lavori che muovono da un’attitudine che potrebbe essere definita la patologia del turista in differita estesa alla quotidianità, una sorta di nevrosi della registrazione che finisce per posticipare il godimento della vacanza al ritorno a casa, quando nell’intimità si riesce finalmente a far propria la vita srotolandone le immagini. Il concetto di intimità viene sviluppato da un progetto prismatico, le cui facce sono collegate da sottili rimandi che muovendo dall’individuale riflettono il collettivo. Il sé sembra ritrovarsi nelle manifestazioni del mondo, e il mondo trova un unico corpo nelle vibrazioni prodotte dalla gente e con esso una sua metafisica elementale. Il sistema dell’appunto, del lavoro per caso ne costituisce la dinamica coerente alleggerita dall’a priori della struttura. Rispetto al comunicato stampa abbiamo scelto di riportare semplicemente alcune e-mail che ci siamo scambiate con l’artista in fase di preparazione della mostra: un “comunicato stampa per caso” è spontaneo e colloquiale.

COMUNICATO STAMPA
Ci racconti, con un po’ di urgenza, la mostra che hai in mente per pinksummer.

Nella mostra da pinksummer vorrei mettere tutta una serie di appunti per caso. Si tratta di una linea che il lavoro ha preso negli ultimi due anni e che fino a ora ho rifiutato di esporre come lavoro vero e proprio… materiale che usavo più per eventi o serate. Ha un peso diverso, nel senso che sono appunti presi in giro, ma pian piano hanno cominciato a diventare parte fondamentale del lavoro, probabilmente sono stata condizionata dal fatto che sono una zingara, ma anche dalla necessità di appropriarmi del mondo in una maniera maniacale e restituirlo facendo da filtro. Insomma, quello che consideravo lavoro vero e proprio si è avvicinato talmente tanto a questa attitudine, e quello che è cominciato come appunti si e’ spostato così tanto verso il lavoro vero e proprio che ora non riesco più a distinguerli. Il progetto avrà diverse forme, avevo anche cominciato dei quadri, ma poi ho capito che devo mettere solo il libro (vedi oltre)… i quadri distoglierebbero l’attenzione dalla “realisticità” di tutte le altre cose. I video e le foto delle scritte serviranno a dare contesto e “veridicità” al libro.
Comunque, vi racconto i lavori: sono video che prendo 24 ore su 24 dovunque io sia e che, in genere, monto ogni 4 – 5 mesi e aggiungo poi la musica. Ognuno acquisisce il suo carattere, che cambia a seconda del mio essere filtro del mondo, a seconda della situazione di vita in cui mi trovo etc. Mostrerei quello fatto principalmente in Argentina, (ma anche Italia, NewYork e Berlino). Si chiama “L’ora del Sud”, ed è diretto a situazioni in cui si sente la necessità di affidarsi a qualcuno o a qualcosa. Sto finendo di montare ora un video che si chiama “Implosion”, è molto ironico, un po’ stupido quasi. Sono situazioni legate a riti e abitudini collettive, una specie di superficie che avvolge il mondo. C’è tanta Italia del calcio, ho raccolto tutte le magliette con scritto Italia in tutto il mondo, e tante chiese assurde. In tutto ciò si sente il caldo.
E’ difficile descrivere questi video senza vederli. (magari uno mostrato a monitor e uno proiettato)
Vorrei poi mostrare le foto delle scritte come diapositive. Le potete vedere sul sito
Ne ho molte, devo selezionarle ben bene. (quindi magari mettere due proiettori di quelli con il caricatore tondo).
Ci sarà una cosa che ho appena cominciato a fare: sono raccolte di foto delle firme dei libri delle gallerie, che qui (New York) si trovano in tutte le gallerie e tutti firmano e fanno anche commenti assurdi. Sono messe insieme a patchwork e il lavoro si chiama “Interesting Congratulation”. Vorrei stamparle, non tanto grandi 40 x 50 o 30 x 40, non so ancora, e’ una cosa ancora un po’ fresca… ci potete trovare la firma di John Baldessarri di fianco a Fire your curator e Andy Warhol…
Una cosa a cui tengo moltissimo è una specie di libricino: è anch’esso un lavoro per caso perché me lo ha passato un’amica, ho cambiato nomi e luoghi… comunque e’ una raccolta di email di una storia d’amore via internet fra un’artista e un collezionista. Ve lo allego.
(attente tutte le persone che lo hanno letto non sono riuscite a fare altro tutto il giorno.)
Siccome non vorrei dargli il carattere del libro, lo stamperò formato a4 e pinzato, vorrei farne una larga distribuzione a basso costo. (Ho anche trovato una traduttrice per farlo in inglese, e al tipo di Printed Matter l’idea e’ piaciuta molto, ma questo è un altro discorso…)
Mi piace che il librino non venga ‘percepito’ in galleria, è una cosa che uno si porta a casa per leggerlo poi.
Questo è più o meno quanto. Ho un po’ paura sul come gestire lo spazio. Anzi appena vi capita mandatemi la piantina della galleria… in effetti mi basta sapere quanti metri per quanti…
Vorrei che saltasse fuori una mostra quasi esageratamente generosa di immagini e suoni, ma allo stesso tempo fatta di leggerezza. Cosa ne pensate?
Ah, poi pensavo all’invito, vorrei mettere un’immagine di Garibaldi, un’altra cosa che ho cominciato a fare, è una raccolta delle immagini delle statue di Garibaldi in giro per il mondo. Ne ho una molto bella di quello lì fuori da voi… ve la allego leggera.
un abbraccio a tutte e due
s

In mostra dunque due video “L’ora del Sud” e “Implosion” (visti ieri) uno su monitor e uno proiettato poi carousel x scritte e foto di album firme delle gallerie. (Sono 10, 27 x 36 cm. ho fatto una prova di stampa ieri per vederle appese e mi sembra una buona dimensione) e poi librino storia d¹amore tra collezionista e artista. Non vediamo l’ora di vederla installata io non vedo l’ora di installarla!!!
Era tanto che non dormivo la notte pensando a una mostra.
l’idea della gommapiuma per sedersi non ci dispiace, il librino come lo presenterai, hai bisogno di un supporto?
veramente non so ancora… dipende un po’ anche dall’effetto del resto dello spazio come interagisce tutto, ma si può decidere all’ultimo minuto se metterli tutti a terra e magari una stampata appesa al muro così che uno può leggersi qualche frase in qua e in là come preview… oppure su un tavolino… in ognuno dei due casi pensavo che ci vorrebbe per l’opening una persona che si occupa della distribuzione… se Nelda avesse voglia… in ogni caso lo terrei al centro dello spazio.
E’ un po’ il fulcro più intimo intorno a cui gira tutta la mostra e attraverso cui si connettono le altre cose. Le dia delle scritte come scrittura, come gesto liberatorio e non solo, fanno un po’ da tramite fra il libro e i video che invece sono più aperti al mondo e meno specifici, ma hanno molti rimandi. Nell’altra direzione le stampe con le firme, che sono un po’ come un sorriso, l’ironia del piccolo inconsapevole mondo dell’arte, la necessità e la ricerca del gossip ma anche quella di lasciare il proprio nome come presenza e anche una sorta di limite fra realtà e fiction, vedrete come tante sono sottili prese per il culo del sistema di per se. Io di fatto ho rubato tutto, in questo caso, mi sono limitata a mettere insieme. Quel che dicevo all’inizio era che il libro è il centro essendo il più delicato: te lo porti via e lui ti porta nell’intimità di due persone reali.
Cosa vuol dire “sono una zingara”?
Vuol dire che non ho casa. L’unica che ho qui a New York e’ la living room di una casa superaffollata, vuol dire chenon ho intimità, mai da due anni… e che ciò probabilmente ha condizionato il lavoro.
Si tratta di materiale non nato come opera d’arte, ma in che senso affermi che si è avvicinato talmente al tuo lavoro che ne hai voluto fare una mostra. Essendo materiale ‘rubato’ e poi editato da me, e’ più vicino all’atteggiamento della fotografia… e’ un limite molto sottile che forse non mi va neanche di andare a comprendere. Ho sempre pensato all’arte in una maniera più purista, come qualcosa che si dovesse astrarre dal mondo, che si dovesse liberare fisicamente dall’immagine del mondo.
Qui forse il risultato è uguale ma il metodo è diverso. Questa mostra è la mia vita quotidiana dell’ultimo anno e mezzo: è accaduto che tutte le cose che mi circondano in una maniera fisica siano diventate materiale su cui lavorare, e il lavoro viene fatto in postproduzione: è come andare a raccogliere le mele per farne una marmellata o una torta o whatever, o invece andare a raccogliere la mela, osservarla, e magari decidere di esporla in un museo per una qualche ragione… scusate l’esempio stupido non è neanche tanto riuscito bene…
Come se invece di rubare le idee dal mondo ne rubassi la fisicità. Non mi è ancora chiaro tutto ciò, per cui forse vi sembrerà confuso questo discorso, a me un po’ confonde, ma credo solo sia perché non ho ancora visto la mostra… ma in sostanza è il metodo di lavoro che mi sembra si sia alleggerito, è diventato quotidiano e mescolato alla vita in maniera quasi indistinguibile per me. Se sono in giro senza camera, ormai mi sento male, come se avessi un terzo occhio che mi segue sempre.
Quando affermi (nella vecchia e-mail) che ti rifai a quei momenti in cui c’è bisogno di affidarsi a qualcuno o a qualcosa credi che alcuni fenomeni di massa, quali calcio o eventi storici tipo i funerali di Giovanni Paolo II, producano vibrazioni emotive simili a quelle indotte dalla psicologia del rituale, e in questo senso sono in qualche modo da intendere come ricerca metasensibile: l’umanità in poche parole cerca dove può, dove riesce, la sua metafisica?
Si, questo si è evidente. E’ un po’ come avere una visione in cui tutto è chiaro e semplice, come succede se pensi il mondo come a un’astronave o come a Gaia (B. Fuller e Asimov, sempre rubo!)… Il mettermi dietro a una camera vuole essere questo stesso atteggiamento di distanza rispetto alle cose. Sembra un contrasto rispetto alla ‘ricchezza’ in termini di quantità di immagini della mostra, ma e’ come prendere distanza dalle cose per esserne parte integrante. Il metodo e’ opposto ma le intenzioni sono le stesse nei quadri delle architetture degli zoo. Ho un’altra citazione bella, ora ve la cerco.
Sentite che bella. “Dalle parti di Miano, poco distante da Scampia, c’erano una decina di Visitors. Erano stati chiamati a raccolta. Uno spiazzo davanti a dei capannoni.
C’ero finito non per caso ma con la presunzione che sentendo l’alito del reale, quello caldo, quello più vero possibile, si possa arrivare a comprendere il fondo delle cose. Non son certo sia fondamentale osservare ed esserci per conoscere le cose, ma è fondamentale esserci perché le cose ti conoscano”. Viene da questo libro di Saviano sulla camorra, pare che in Italia sia diventato famosissimo negli ultimi mesi…
Spesso quando parli del tuo lavoro nomini l’assurdo, intendi quei momenti strani in cui un mondo meno denso, ma non meno reale si rivela.
Stiamo cercando di vedere il movente di questo progetto, rispetto anche a quello che è il tuo lavoro, o almeno a quello che crediamo che sia e che ci piacerebbe che fosse: una forma di evocazione o meglio di rivelazione di un magnetismo, di un’energia sottile e potente che nel tuo disegno arriva sempre per fare inciampare una natura o meglio una esistenza da cui la spiritualità è stata bandita.
Spesso quando parli del tuo lavoro nomini l’assurdo, intendi quei momenti strani in cui un mondo meno denso, ma non meno reale si rivela.
Stiamo cercando di vedere il movente di questo progetto, rispetto anche a quello che è il tuo lavoro, o almeno a quello che crediamo che sia e che ci piacerebbe che fosse: una forma di evocazione o meglio di rivelazione di un magnetismo, di un’energia sottile e potente che nel tuo disegno arriva sempre per fare inciampare una natura o meglio una esistenza da cui la spiritualità è stata bandita.
E’ molto bella questa ultima frase. Mi pare che centriate appieno le intenzioni. Aggiungo che mi piacerebbe dare a questa mostra una forma un po’ astratta in cui ci sono delle linee che ritornano in ogni cosa con un’attenzione diversa.
Ci sono dei rimandi e riferimenti continui fra ognuno di questi lavori che vorrei lasciare scoprire pian piano. Come se si trattasse di un secondo montaggio oltre a quello dei singoli lavori. E i rimandi sono tanti, sia per similarità sia per contrasto: mettere insieme il parco giochi a tema della Terra Santa con la madre nordamericana che non è in grado di spiegare alla figlia che cosa sia successo alle madri di Plaza de Mayo.
La follia dell’inventarsi un credo e una fiducia in un evento sportivo, tanto quanto il jazzista che sputa l’anima sulla batteria, tanto quanto l’inventarsi un possibile amore digitale a distanza e viverlo come se fosse vero… non riesco ad estrapolare un’idea generale dietro a tutto ciò, ma quando collego tutte le cose insieme mi salta fuori un’immagine chiara.
Come un groviglio di nodi che va a formare una palla, se stai distante vedi una palla se ti avvicini vedi solo corda annodata…
allora vi allego il librino, ci vediamo prestissimo
s
Ancora una cosa: Garibaldi.
Garibaldi non e’ un lavoro. non so che farci, un invito intanto. Sto raccogliendo tutte le statue di Garibaldi nel mondo. Parla dell’italianità nello stesso modo del video “Implosion”. Mi interessa il fatto che fosse un rivoluzionario involontario. Lui in fondo voleva solo combattere, ma ha fatto l’Italia.
Mi piace raccogliere cose con cui non so cosa fare, ma sono tutte cose che mi porteranno da qualche altra parte. Nei due video che ci sono in mostra, c’e’ rispettivamente Garibaldi in Plaza Italia a Buenos Aires, e quello di Washington Place a NYC. Nelle diapo delle scritte c’e’ una targa nel mio paese (Bagnocavallo) messa quando Garibaldi passo da lì, in fuga ma festeggiato come un eroe, dai romagnoli.
Col mio amico Marco pensiamo da tanto di farci una tshirt, come quelle di Che Guevara…

Stefania Galegati

pinksummer-stefania-galegati-ivitation-card-2012

Per la quarta personale da pinksummer Stefania Galegati Shines presenta un progetto che esce dalla galleria per fluire sul selciato dei vicoli di Genova dentro alle parole di Rosa Matteucci. Il racconto inedito della scrittrice “Bisogna partire da Odessa per raccontare questa storia d’amore”, composto per il progetto di Stefania Galegati, muove dalla storia di un amore accaduto realmente a Genova durante la seconda guerra mondiale. Il progetto di Stefania Galegati Shines con parole di Rosa Matteucci, dalla scalinata di Palazzo Ducale giungerà a tuffarsi in mare dalle banchine del porto.
In galleria solo un riferimento a questa storia, sarà il manoscritto di Rosa Matteucci.
Una seconda opera è un oggetto che viaggia in una apposita valigia con l’artista. La valigia verrà lasciata in galleria. L’oggetto ogni giorno, negli orari di apertura della mostra, verrà estratto e tenuto in braccio. Non dovrà mai essere appoggiato. Prima della chiusura verrà risistemato nella valigia. L’oggetto è fatto di legno lasciato dal mare sulla spiaggia.
In galleria ci saranno alcuni disegni su carte alimentari che raccontano di architetture, di colonie estive e di ginnastica e anche un piccolo dipinto, che apparentemente non c’entra con il resto.

Segue una conversazione tra Rosa Matteucci e Stefania Galegati Shines con alcuni interventi di pinksummer.

Rosa Matteucci: Perché ti è venuto in mente una storia scritta sul selciato della strada dove i cani fanno pipi?

Stefania Galegati Shines: Camminando ho pensato tante volte che avrei voluto essere accompagnata, immaginavo la stessa stazione radio che esce da case diverse.
rm: Un procedere della vita con una colonna sonora riconducibile al filo di Arianna.

S.G.S: Poi c’è dell’altro: mi è sempre piaciuto leggere sui mezzi di trasporto, viaggiavo in treno e leggevo e accadeva che le storie lette si mescolavano alla vita.

R.M: Tu stavi seduta e leggevi e ciò che leggevi si mescolava con persone che salivano e scendevano dal treno o dall’autobus.

S.G.S: E’ così.

R.M: Mescolavi la parola scritta che per sua natura è qualcosa che rimane, verba volant scripta manent, con un agire fatale, non preordinato, casuale, di persone in movimento. Penso che necessità e caso siano la stessa cosa. Non credo che ci sia il libero arbitrio, che uno possa scegliere di dare una direzione alla propria vita piuttosto che un’altra. Il caso, fato, destino, coincide con la necessità, è quello che ti serve in quel momento, anche se tu non ne sei consapevole. Condividi?

S.G.S: Condivido, però non penso a una volontà superiore… tu?

R.M: Non necessariamente, più che a una volontà superiore penso a un macchinario.

S.G.S: A una sorta di chimica, fisica, a cui noi diamo un senso.

R.M: Una macchina che è anche una legge fisica. Pensa al fascino filosofico, intellettuale e anche religioso della seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia. Si parte da uno stato ideale di quiete, una quiete che via via si annienta perché ogni atto, azione, aumenta l’entropia che è una forza distruttiva, tutto si distrugge e si ritorna a uno stato primitivo di quiete. La nostra vita nel tempo procede in mezzo a questo casino di azioni parole, movimenti.
Però non parliamo di filosofia parliamo di che cos’è una donna oggi. Cosa deve possedere?

S.G.S: Il Bimby? Pensa che quando me lo hai nominato la prima volta su Skype credevo fosse una marca di gelato, lo confondevo con Bindy. Mi sono sbagliata accipicchia! Ho fatto anche una ricerca su Google senza trovare niente.

R.M: Devi cercare Vorwerk

S.G.S: Ok

R.M: È la marca tedesca del micidiale Folletto.

Pinksummer: negli anni ’70 la Vorwerk faceva anche una specie di cuffia…

R.M: Che mettevi in testa e collegavi con il tubo dell’aspirapolvere…

P: La usavi come casco per i bigodini

S.G.S: E’ geniale!

R.M: Ho constatato facendo una sorta di indagine antropologica che quasi tutte le donne contemporanee posseggono questo robot da cucina che si chiama Bimby.

S.G.S: Senti Rosa, ma tu lo desideri questo Bimby?

R.M: No, però mi sento un’esclusa, una paria. Sai perché faccio questo discorso, perché nella mia vita, nella mia biografia, non mi sono mai trovata al posto giusto al momento giusto.
Sono sempre stata cacciata da ognidove: a scuola il banco non l’avevo, non avevo il letto, non avevo le scarpe, non avevo mai niente. Vivo il senso di mancanza come un’equivalente dell’essere rifiutata. Non desidero i beni materiali, ma Bimby mi sembra un’ indispensabile patente, una carta d’identità. Mi sentirei rassicurata di partecipare al consorzio della femmina contemporanea con il Bimby.
Poi c’è un altro dettaglio, perché si chiama Bimby? Si chiama Bimby perché il messaggio subliminale è: tu donna partorisci, hai i bimbi, e dunque hai bisogno di questo robottino che è una specie di governante, di tuttofare. Credo che abbia avuto questa diffusione, proprio perché ha un costo folle; un altro robottino da cucina, che ne so, costa 300 euro, questo costa cinque volte tanto. La suggestione è legata all’idea di maternità: Bimby, c’è il Bimby e con Bimby ogni capriccio viene esaudito. Però in questo caso tu (Stefania) madre non hai il Bimby. Come la mettiamo?

S.G.S: Io madre di fatto non ho il Bimby, però devi sapere cosa uso al posto del Bimby, perché ti farà raccapricciare. Ho un oggetto che si chiama Babypappa, non l’ho neanche comprato, qualcuno me lo ha passato.

R.M: Elettrico?

S.G.S: Elettrico. Odio gli elettrodomestici in genere, ma questo mi è stato dato per far da mangiare ai miei figli quando erano piccoli, prima grattugiavo, facevo tutto a mano, poi per il secondo è arrivato questo oggetto che trita. Ormai sta insieme con i pezzi di scotch.

R.M: Quest’attrezzino che hai trita e basta oppure monta e fa dell’altro?

S.G.S: Trita e basta, è un Bimby in miniatura. In realtà farebbe anche gli omogeneizzati caldi, ma quella funzione non la uso più perché i miei figli sono grandi. Ormai mangiano tutto.

R.M: Sei sfuggita a Bimby, però questo attrezzino Minibimby comunque ce l’hai.

S.G.S: Si, ma questo è un tritatutto, non è un Bimby, è una cosa che vive qui attaccata con lo scotch. Se lo vedessi ti verrebbe la pelle d’oca, però in effetti per tritare è comodo.

R.M: Secondo te in una storia d’amore, perché noi alla fine qui dobbiamo parlare di storie d’amore, ci entra per forza, o di riffe o di raffe, una cosa come il Bimby o quantomeno un attrezzo consimile?

S.G.S: In una storia d’amore c’entra Bimby per forza… Sai con questa storia del Bimby mi hai fatto pensare, ci penso in verità da qualche anno perché posso dire: “ci sono passata”. Tu parlavi della donna di oggi, di cosa ha bisogno. Ebbene credo che la donna d’ oggi si sia liberata dalla schiavitù dell’uomo grazie agli elettrodomestici. E io che li ho sempre odiati fino a rifiutare anche la lavatrice!

R.M: Come lavavi a mano?

S.G.S: Ho passato tre anni a lavare a mano. E dai, e dai. Alla fine lavare è anche un’azione bella.

R.M: Ma anche il lenzuolo. il lenzuolo è faticoso?

S.G.S: Il lenzuolo è faticoso, però il procedimento è bello, mi bagnavo tutta in terrazza: c’è un meccanismo un po’ africano…

R.M: Adesso non lavi più a mano?

S.G.S: A un certo punto ho preso la lavatrice e sai quanto tempo ho adesso. E’ fantastico! Mi sono detta: cavolo penso di nuovo! Il ’68 è coinciso con l’arrivo della lavatrice e la liberazione della donna.

R.M: Tu metti ammorbidente, acchiappa/colore e anticalcare?

S.G.S: No. Dovrei vero?

R.M: Eh si.

S.G.S: Non sono un buon caso, tra un po’ mi sa che di nuovo non avrò più la lavatrice.

R.M: Anch’io sono contraria all’elettrodomestico e alle macchine in genere, perché ho un approccio molto semplice, molto primitivo con le cose. Se potessi starei con le candele, si sta meglio con la candela, però penso che se poi vieni a patti e dici: vabbé avete vinto con l’elettrodomestico, allora bisogna usarlo come va usato, utilizzando ad esempio tutte le funzioni della lavatrice, anche le più folli, tipo quella silenziosa, no-centrifuga, golfino cachemire, bebé, reggipetto, tutte ‘ste cazzate. A questo punto dovrai mettere anche il tuo detersivo di fiducia, avrai un detersivo di fiducia?

S.G.S: Non l’ho ancora trovato sai e tu? Come si chiama?

R.M: Si chiama Felce Azzurra Paglieri

P: Ma è un bagnoschiuma?

R.M: Siete proprio ignoranti. Hanno fatto la linea “Lava Lava Lava”.

S.G.S: Il bagnoschiuma è quello blu?

R.M: Hanno fatto la stessa profumazione per la lavatrice: l’ammorbidente ha lo stesso odore del bagnoschiuma, e io lo verso in quantità sostenute perché così profuma di più. Poi una volta metto la cartina acchiappa/colore, l’altra metto il sacchetto acchiappa/colore con i sali anti/calcare.

S.G.S: Che bello! Non so neanche cosa siano tutte queste cose.

R.M: Poi lavo anche a mano.

S.G.S: Vedi lavi anche a mano, sei una donna antica come me.

R.M: Ho lavato a mano anche cose assurde come le coperte.

S.G.S: Una follia!

R.M: Una volta ho lavato un tappeto in giardino, il cane ha fatto un casino orrendo. Questo tappeto per asciugare ha impiegato otto giorni d’estate, era diventato pesantissimo. A mano ho lavato di tutto: scarpe, cappotti, ho lavato anche un impermeabile, è stato un disastro perché l’impermeabile ha un trattamento antiacqua, un’idrorepellenza che col sapone di Marsiglia si è levata via e ora mi infraccico tutta. Vorrei sentirmi una donna come le altre anche senza Bimby.

S.G.S: Ma infatti secondo me va bene, siamo quattro donne che parlano tra loro e che non hanno Bimby. E’ un buon segno.

R.M: Siamo delle sfigate di nicchia, forse per istinto. C’è un istinto per cui i simili vanno presso i propri simili, fossimo state delle donne realizzate nel lavoro, nella famiglia, nella maternità, avremmo avuto il Bimby! Invece se siamo qua così, siamo delle sfigate invidiose della solidità borghese. Non è solo una solidità esterna, ha una forza di carattere. Con queste famiglie all’apparenza solide ci si può un po’ nascondere, anche se poi le sofferenze spirituali, le paure, forse sfiorano ugualmente. Se però avessi vari Bimby e anche altri elettrodomestici, mi ci nasconderei anch’io e non solo fisicamente.

S.G.S: Hai l’aspirapolvere?

R.M: Si, però non uso il phon, Ho paura del phon come i cani. Mia madre usava il phon e il cane abbaiava.

S.G.S: E’il rumore? A me da fastidio il rumore.

R.M: Ma no, ho paura anche della coperta elettrica, non dormirei mai sotto una coperta elettrica. Anche stamattina che è freddo mi sono lavata i capelli e sono stata un’ora e mezza dentro casa a tamponarli con pezze di lino, e li ho ancora umidi.

S.G.S: Non ti viene mal di testa?

R.M: No non mi viene male, però sto con questi capelli umidi. Ho avuto molta resistenza per il computer, è un altro strumento diabolico moderno e anche per questa cosa che stiamo facendo adesso, con questa finestrina che si vede la faccia tua.

S.G.S: Certo perché non si sente l’odore.

P: Rosa, a ben pensarci, in un tuo romanzo hai scritto che le pulizie di casa salvano la vita.

R.M: Deriva dal fatto che nella mia famiglia, era una famiglia di tradizioni forti, c’era una schiera di persone che puliva: pulivano il giardino, la casa, pulivano tutto e questo pulire mi dava un senso di sicurezza, di stabilità. Poi le cose hanno iniziato a traballare. Sono cresciuta in una casa di campagna che è stata venduta all’asta e negli ultimi mesi, era estate, lì non puliva più nessuno, solo la nonna ha pulito fino alla fine. Si è sfasciato tutto, la casa veniva smembrata, i mobili venivano venduti all’incanto, avevano staccato la corrente elettrica, stavamo con la candela. Ho collegato la fine della mia famiglia con la decadenza della casa. Non la definirei proprio un’ossessione, ma non starei in una casa sporca. Potrebbe essere una casa umidissima, una bicocca con mobilacci, ma deve essere pulita. E’ una virtù femminile saper rendere accogliente la capannetta. Però io sono un’inetta, un’intellettuale, ci sono invece donne che ci sanno fare, sanno pulire con intelligenza.

P: Stefania ci parli ancora del progetto con le parole di Rosa che farai fluire nel mare del porto.

S.G.S: E’ un po’ come un’idea di monumento diverso, il monumento che si fa narrazione. Mi piace anche l’idea di utilizzare il graffito, un linguaggio usato normalmente in maniera illegale. Scrivere sulla città.

R.M: Scrivere per bene in malomodo.

S.G.S: I graffitisti scelgono spesso luoghi brutti per abbellirli.

R.M: La mia valutazione personale dell’azione dei graffitisti è piuttosto variabile. A volte mi disturba.

S.G.S:Il limite è molto sottile, mi piace giocare su questi contrasti. Poi m’interessa la circostanza che il racconto sparirà: questa traccia sulla città, un po’ banale da raccontare forse, ma che è bello percepire sapendo che verrà cancellato dal passaggio quotidiano.

R.M: Rimarrà una storia con i buchi, una lettura ulteriore forse.

S.G.S: Mi ripeti la marca del Bimby?

R.M: Bimby è solo uno, lo fa la Vorwerk, quella del Folletto, poi ci sono delle palle di imitazioni, ma la donna che si voglia definire tale, fronte alta nella società contemporanea, deve avere Bimby.

P: “Ridate smalto alle superfici domestiche con il nuovo miracoloso Ubik”.

Pinksummer e Stefania Galegati Shines ringraziano Giuliano Ballerini, Tania Ballerini, Gabi Curiel De Mattei, Shalom Eugenia De Mattei Graubardt, Cristina Romeo, oltre a Rosa Matteucci.

Pinksummer ringrazia inoltre Stefano Pieri, Andrea Modon, Lorenza Risso dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.

Plamen Dejanoff – Collective Wishdream of Upperclass

pinksummer-plamen-dejanoff-invitation-card-collective-wishdream-of-upperclass-possibilities-invitation-card

Il lavoro di Plamen Dejanov si sviluppa intorno alla relazione cultura/economia: l’artista si appropria delle dinamiche tipiche delle corporation percorrendo la strada che va dalla produzione al consumofocalizzando sulla comunicazione e provocando una osmosi tra arte e vita.
L’artista presenta il progetto Collective Wishdream of UpperclassPossibilities, basato sul cambio di residenza inteso in senso esistenziale come cambio di identità, new lifestyle. Se in epoca di produzione industriale gli oggetti erano un’estensione dell’individualità, nell’era dell’ipercapitalismo, improntata su advertising e branding, sono i prodotti che plasmano l’individuo (emblematica in questo senso la pubblicità del nuovo microscopico motorola).
Circa questo progetto Nicolas Bourriaud afferma: “Dejanoff attua, in questo caso, un’arte del riposizionamento”. L’artista, separatosi da Swetlana Heger (con cui ha collaborato dal 1995 al 2000), ha scelto di spostarsi da Vienna a Berlino, nel quartiere Mitte, in un edificio progettato dalla giovane coppia di architetti Ernst&Gruntuch finito nel 2001. La costruzione stile high-tech
ospita le corporation Adidas, Sisley, Benetton, Viva, Wir design, solo treappartamenti sono loft privati, di cui uno abitato dall’artista. L’edificio Hackesher Markt 2 è incluso in diverse guide che lo indicano tra le più interessanti architetture berlinesi. Dejanoff ha poi contattato il duo di designers parigini M/M richiedendo il logo per la nuova business card e alcuni luxurious announcement che includono immagini di esterni ed interni dell’edificio e il logo con l’indirizzo.
Questo progetto sul cambio di residenza e il cambio di nome, da Dejanov in Dejanoff (suggeritogli dalla Wir design, compagnia che crea e cura il look delle pop stars) trasforma l’esperienza esistenziale in una sorta di joint venture tipica dell’economia reale. Il nuovo ciclo produttivo di Dejanoff, in Italia, tracima nella vita reale attraverso la copertina di Flash Art aprile maggio 2002, sulla quale appare uno dei luxurious announcement in forma di advertising. All’interno sono pubblicati altri annunci e il testo”L’artista come società a responsabilità limitata” di Nicolas Bourriaud, attuale direttore del Palais de Tokyo. Collective Wishdream of Upperclass Possibilities è un progetto che verrà presentato in differenti mostre: attualmente una scultura del logo è alla Kusthalle di Hamburg nella mostra “Art&Economy”.
Da pinksummer Dejanoff presenterà un’installazione costituita da un blocco di Flash Art num. 233 e una serie di oggetti feticcio in cristallo.Recentemente il Museo Belvedere di Vienna ha cancellato la personale di Plamen Dejanoff programmata per il 26 aprile; sembra che abbiano ritenutoche il progetto fosse troppo realistico per potere essere considerato arte. Il
conformismo di Dejanoff rispetto alle dinamiche economico-sociali contemporanee è indubbiamente irritante: egli non si distacca dalla realtà per rappresentarla, ma vi si immerge dentro per viverla. Ci consoliamo pensando che il clero di Santa Maria della Scala rifiutò la “Morte della Madonna del Caravaggio” perché restituiva una Madonna troppo volgarmente
quotidiana.
Mostrandoci i suoi segmenti di vita sponsorizzati, Dejanov/ff ci fa riflettere sul progressivo assoggettamento della cultura all’economia (emblematico l’indiscutibile decadimento della televisione in nome dell’audience). Il vero conformismo dell’arte è quello di volere “épater le bourgeois” a tutti i costi con la critica riconoscibile (in quanto ideale e dunque lubrificante), per
ottenerne infine i favori.

Plamen Dejanoff – Planet of Comparison

pinksummer-plamen-dejanoff-planet-of-comparison-invitation-card

Circa il lavoro di Plamen Dejanoff, rispetto alla focalizzazione sulle dinamiche economiche che strutturano le vite individuali e collettive delle società, si potrebbe affermare, d’acchito, ciò che Baudrillard ha scritto sugli americani, vale a dire che non ha alcun senso della simulazione, ma ne é la configurazione perfetta, ma non ne possiede il linguaggio, essendo esso stesso il modello.
Caratteristica che, rafforzata formalmente dall’estetismo maniacale delle sue opere e da titoli tipo “Collective Wishdream of Upperclass Possibilities” , lo fa apparire come un “impostore” o un “postulante” (così Nicolas Bourriaud lo definisce nel saggio Post-Production) scatenando, sia tra i curatori che tra i collezionisti, una curiosa forma di manicheismo che produce un “con” o un “contro” Dejanoff, e che talvolta si traduce in un vero e proprio fastidio di fronte al suo modo.
Abbiamo premesso d’acchito, perché di fatto Dejanoff è nato a Sofia e il capitalismo occidentale o addirittura l’iper-capitalismo occidentale, considerando che l’artista ha studiato in Giappone, è una cultura che non gli appartiene, ma di cui proprio per questo è riuscito a appropriarsi dei meccanismi, che riproduce con un radicalismo così paradossale e esasperato, apparentemente non critico, da farne risaltare per eccesso i germi dell’egotismo e della decadenza. Per di più introduce, in maniera per nulla giullaresca, le dinamiche economiche nel recinto tabuizzato della creatività, che molti amano credere libera, seppur da sempre essa si trastulli, di necessità, con i potenti di turno, gli unici d’altra parte in grado di prestarle qualcosa di più dell’orecchio.
Fu proprio con la personale da pinksummer nel 2002 che Dejanoff iniziò la sua carriera di artista individuale; in quel periodo stava attuando una sorta di riformattazione identitaria strategica rispetto a ciò che Bauman definirebbe “qualità” dell’obsolescenza programmata. La produzione della mostra in quel caso fu un contributo alla campagna di comunicazione lanciata dall’artista per riemergere rigenerato e puro, come dalla fonte battesimale. Ci chiese di acquistare la copertina di Flash Art Italia.
”Planets of Comparison” non è solo il titolo della personale da pinksummer, ma di un intero ciclo di lavoro inaugurato da Dejanoff con la grande personale che la scorsa primavera gli ha dedicato il museo di arte contemporanea di Vienna. Non ci saranno ready-made di lusso riposizionati su pedane traslucide in questa mostra, ma sculture la cui vocazione formalistica “pop” non viene contraddetta dall’attenzione per i materiali:
legno, marmo, ceramica e da una cura speciale volta alla produzione di oggetti con una sostanza di natura non più esclusivamente concettuale: siamo fuori dall’estetica post-production.
Abbiamo inteso sempre Plamen Dejanoff come un artista sociale, nel vero senso della parola, e le sue opere come una sorta di termometro dei tempi. Questo nuovo ciclo di lavori sembra esplicitare la nostalgia per un’economia estranea al credo delle privatizzazioni selvagge, delle imprese a peso zero, dei flussi di capitali, del capitale per il capitale. Quella, per fare un esempio italiano, che ha trasformato Olivetti in un contenitore
di Telecom per farla infine scomparire dal registro delle imprese per sempre. Nostalgia per un’economia che produca reddito e anche occupazione.
“Planets of Comparison” sembra narrare del nostro mondo, fatto di sfruttatori e sfruttati, di produttori e consumatori, di originali e di copie, ma su tutti i pianeti di comparazione aleggia il mito demiurgico dell’industria manifatturiera, sul quale la firma Dejanoff si posa elegante come un marchio di fabbrica (non vacua come il logo).
Raccontiamo anche di un progetto di Dejanoff che ancora non c’è, ma che speriamo di poter realizzare entro la fine della mostra, dal titolo “The Higher Powers Command”, richiamando un’opera di Sigmar Polke del 1969. L’opera di Polke, una tela grezza che presenta il solo angolo in alto a destra dipinto di nero, si prende gioco del concetto fideistico dell’ispirazione divina dell’artista.
Riguardo alla performance “The Higher Powers Command” di Dejanoff si tratta di un work in progress inluoghi diversi il cui girato andrà a costruire un film. La prima performance si è tenuta nella Kunsthalle di Kiel in Germania e, vista la sede di pinksummer che si affaccia sul bel cortile di Palazzo Ducale, l’artista ha chiesto di poter organizzare qui la seconda performance. La performance prevede la Porsche Cayenne nera dell’artista, nuova a km 0, un dj set, due meccanici Porsche vestiti da meccanici Porsche, una serie di pezzi di ricambio Porsche indicati dall’artista, un tavolo su cui vengono presentati i pezzi di ricambio. Sullo sfondo musicale, in due ore di performance, i meccanici sostituiranno i pezzi nuovi dell’auto nuova con altri pezzi nuovi seguendo le indicazioni dell’artista che a sua volta segue “The Higher Powers Command”, il divino demone dell’arte, di cui l’artista vuole essere solo il tramite.

Plamen Dejanoff

pinksummer-plamen-dejanoff-invitation-card-2010

Fummo ingenue a leggere la virata manifatturiera, avvenuta intorno al 2005, di Plamen Dejanoff, come un ritorno alla tangibilità del lavoro, dopo anni e anni di remix post-produttivo. Dejanoff stava captando piuttosto l’ultima deriva del lusso, annidata nella piega new age dell’aura energetica emanata da ciò che ci circonda: ambiente, oggetti, cibo, pets. D’altra parte il diktat su cui si regge il mondo occidentale (e dato il parziale universalismo della dottrina, per occidentale non s’intende alcun orientamento di tipo cardinale), è che i consumi devono mutare. Da lì a poco l’élite del “piccolo popolo” sarebbe stata pronta a disfarsi con dissimulato imbarazzo della Porsche Cayenne per l’automobilina elettrica; gli M&M candies e le lattine di coca cola sarebbero stati sostituiti nelle dispense dai frollini di kamut integrale e succo di soya e mirtillo rosso biologici; nelle case gli oggetti di design industriale sarebbero stati rimpiazzati con oggetti ecosolidali, ecocompatibili, legati al luogo e alla tradizione, resi unici dalle imperfezioni tipiche del “fatto a mano”. Non era più tempo per Dejanoff di apparecchiare costosi oggetti di design mescolati a opere di artisti da “waiting list” su piattaforme lisce e translucide, si doveva recuperare la scultura e anche, a suo modo, la pittura, addirittura di genere, il ritratto; si doveva ritornare ai materiali della tradizione quali marmo, bronzo, legno, ceramica, vetro e, soprattutto, i prodotti dovevano essere
rigorosamente handmade, con tanto di dichiarazione sul certificato di autenticità, non importa poi se la mano non è la sua, perché suo è il brand stampato a lettere cubitali sui manufatti che, del periodo postproduction hanno il gene pop tramandato dai suoi eroi dell’ovest Andy Warhol e Jeff Koons e, in modo assai più cattivo, dal suo eroe dell’est Sigmar Polke.
Con i “New Works” Plamen Dejanoff si apprestava a entrare nel progetto a lungo termine “Planet of Comparison”.
Di Plamen Dejanoff si dice che sia un artista marketing oriented, alcuni poi pensano che economizzi l’arte, altri che culturalizzi l’economia, di fatto la sua fascinazione priva di qualsivoglia distanza critica rispetto al capitalismo speculativo, svuotato dalle “affettività” produttive, ne fa senza dubbio un artista che ha avuto a che fare con la cortina di ferro. Progetti artistici e vita nel suo lavoro si mescolano così concretamente che non si riesce a capire mai quando finisca la realtà e inizi la rappresentazione, e ammettendo pure che reale e finzionale siano categorie assai relative, non solo oggigiorno, ma in assoluto, noi crediamo (speriamo) di intravedere in queste modalità il cinismo gelido di un hacker che attua nei suoi progetti una sorta di simulazione (Capitalism Iperreal Ism. Forse).
Era il 2002 quando appoggiammo un segmento della sua paradossale operazione di marketing identitario basata sull’idea di brand che chiamò coraggiosamente “Collective Wishdream of Upperclass possibilities”.
Ci fece acquistare la copertina n. 122 di Flash Art Italia per ripresentarsi, dopo la rottura del duo Heger/Dejanov, con un nuovo nome, una nuova città, una nuova casa/studio, una nuova auto e un logotutto suo commissionato al più “stiloso” studio di Parigi. Affidarsi a professionisti del marketing aziendale, il cui know how nulla aveva da spartire con l’individuo e i suoi drammi, fu il suo modo di ripartire dopo una crisi potente e a posteriori, ma questa è una lettura troppo incline al romanticismo perché Dejanoff possa condividerla, una strategia per ibernare i dolori dell’esistenza in un luogo freddo, di non appartenenza. In seguito a tale progetto artistico dal titolo antipatico i suoi discendenti portano un nome
studiato a tavolino con i professionisti di un’agenzia per l’immagine.
Una volta disse: “I’m interested to think about art by means of pre medium of automobile” (Sono interessato a pensare l’arte passando attraverso il pre medium dell’automobile), l’automobile è centrale rispetto a Dejanoff la cui poetica è informata da un processo duale di smaterializzazione e sublimazione, assimilabile a quello attuato dalla finanza con i subprime.
Per la seconda personale da pinksummer scelse per l’invito una fotografia in cui compariva lui stesso, di tre, quattro anni, su una lussuosissima automobilina a pedali in un parco di Sofia.
Al primo incontro con pinksummer si presentò con una macchina sportiva della BMW, frutto di un contratto che firmò insieme a Swetlana Heger nel 1999, in cui cedettero per un intero anno alla casa automobilistica di Monaco di Baviera, lo spazio nei musei e nelle pubblicazioni delle mostre a cui erano stati invitati; BMW utilizzò l’accordo per trovare nuovi potenziali vettori di marketing nell’ambiente culturale.
Nel 2002, da pinksummer, accanto a una pila di n. 122 di Flash Art Italia con il logo e l’edificio di Ernst&Gruntuch in Hachesher Markt a Berlino in copertina, Dejanoff presentò “Alle Autos”, una serie di modellini in cristallo di differenti tipi di automobile che l’agenzia per l’immagine a cui si era affidato per cambiare pelle, gli aveva consigliato per capire quale di esse avrebbe meglio calzato la nuova identità che stavano costruendogli. Gli oggetti non sono più da considerare una estensione dell’individuo, bensì rappresentano una parte essenziale rispetto a un concetto di identità assemblabile e smontabile a incastro come una costruzione di lego.
Nel 2006 Dejanoff presentò alla Kunsthalle di Kiel una performance con il medesimo titolo di un dipinto di Sigmar Polke “Hohere Wesen Befalen (Highter Beings Comand)”: l’opera di Polke presenta su una tela bianca un triangolo nero sull’angolo in alto a destra; “l’ordine dall’alto” di Dejanoff presentava una Porsche Cayenne nera a cui gli estetizzanti meccanici porscher (salopette blu, t-shirt rossa, scarpette Asics gialle), accompagnati da un dj-set, sostituivano parti nuove di serie con ricambi più ricercati e costosi. Scoprimmo in quell’occasione che un freno in ceramica della Porsche Cayenne costava quanto una Fiat Panda, ci rimanemmo secche e iniziammo a prestare attenzione a quante di quelle autovetture
si incontravano quotidianamente, anche nelle strade della parca Genova. Dejanoff in “Highter Beings Comand” dimostra in modo assai esplicito la sua falsità acritica e apolitica rispetto alla dottrina capitalista, rifacendosi al “Capitalism Real Ism” di Polke che, sulla falsariga del “Socialist Realism” rispetto al comunismo sovietico, focalizzava sull’ipocrisia libertaria delle democrazie costruite attorno al consumo, giungendo alla conclusione logica che per mantenere tali libertà e tali democrazie, un consumo di tipo dirigistico doveva essere di necessità impartito come ordine dall’alto. Il video realizzato sulla performance “Hohere Wesen Befalen” fu presentato anche in una serata organizzata dalla Porsche per
i suoi clienti VIP. Dejanoff sa giocare al cavallo di Troia.
Rispetto al comunicato stampa, abbiamo fatto questo lungo excursus sull’opera di Plamen Dejanoff, mosse in verità dalla necessità di giustificare la terza personale di un artista assai complesso e raffinatoche, invero, non sente mai il bisogno di giustificare nulla, neppure dichiarazioni tipo “But art is a luxury item, so everything we do is luxury. Just having the idea of making something in bronze is a luxury” (Ma l’arte è un articolo di lusso, di conseguenza qualsiasi cosa facciamo è lusso. Soltanto pensare di fare qualcosa in bronzo è un lusso). A proposito di “Capitalism Real Ism” e di articoli di lusso comunque, non è un caso che l’annuncio di bancarotta della Lemhan Brothers abbia coinciso con i gli hammer prices alle
stelle e il sold out dell’asta performance di Damien Hirst da Sotheby’s a Londra; le aste successive delle big auction houses sarebbero state un bagno di sangue.
Arrivando alla terza personale di Plamen Dejanoff da pinksummer, egli presenterà un frammento omeglio un’impeccabile astrazione, prodotta appositamente per la mostra, del padiglione di bronzo che vedemmo per la prima volta nella sua interezza in occasione della sua personale al Mumok di Vienna.
Leggero e traforato come un ricamo e nel contempo stabile e pesante come la grata di un carcere, il padiglione di bronzo è emblematico rispetto al real estate project dal titolo “Planet of Comparison”. Il progetto muove da una contingenza legata alla biografia dell’artista: l’acquisto o l’eredità, alla fine del comunismo, di sette case nella sua città natale Veliko Tarnovo, capitale medievale della Bulgaria e epicentro dei Balcani. Dejanoff ha inteso intervenire sulle architetture vernacolari chiamando architetti dell’Europa occidentale dal nome conosciuto, per farne un museum quartier attraverso la joint venture con istituzioni culturali dell’Europa occidentale. La manodopera e i materiali, su cui non esistono specificazioni,cabbiamo ragione di credere che siano invece autoctoni dell’Europa orientale. In poche parole si tratta di un’operazione di colonizzazione bella e buona, la medesima che, celata dalla parola integrazione, hanno agito le companies, sempre in anticipo sui governi, alla caduta del muro. I pianeti galleggiano nell’universo distanti l’uno dall’altro, si possono influenzare, ma solo in termini remotissimi, l’interazione è impraticabile perché c’è il rischio di collisione, di catastrofe. Abbiamo ragione di credere anche, che in “Planet of Comparison”, il museum quartier di Veliko Tarnovo, realizzato interamente o parzialmente, Plamen Dejanoff compari due pianeti assai estranei, quelli delle due Europe.

Plamen Dejanoff – Foudation Requirements

pinksummer-plamen-dejanoff-foundation-requirements-invitation-card

A proposito di Veliko Tărnovo e della Fondazione istituita da Plamen Dejanoff nella sua città natale, sulle pagine finanziarie, risalenti al 2005, 2006, di diversi quotidiani britannici, tra cui “The Telegraph”, “The Indipendent”, si legge che c’era molto fervore intorno al boom del mercato immobiliare bulgaro.
Si scriveva di un incremento annuale costante del 6-7%, con picchi del 25%, o addirittura del 100% nella zona costiera.
Una proprietà che in Inghilterra aveva una quotazione di 150. 000 sterline, in Bulgaria si poteva acquistare per 11. 000 sterline.
A quel tempo il governo bulgaro aveva incentivato poi gli over 50 residenti all’estero, a ritornare in patria a spendere la pensione.
La zona collinare di Veliko Tărnovo fu presa d’assalto dagli inglesi.
Non ricordiamo se fu lo stesso sindaco dell’antica capitale o l’amministratore di una città limitrofa che affermò: “When the Brits arrive, services improve, infracstructure gets better, and jobs are created”.
Intanto Veliko Tărnovo, già lodata da Le Coubusier, per l’organicità della sua architettura, era stata inserita dalla “Lonely Planet” tra le mete top ten dell’Europa dell’est, alla stregua di Praga, di Cracovia e della Transilvania.
Sulla celebre guida si legge: “The evocative capital of medieval tsars, sublime Veliko Tărnovo ”.
Accade proprio nel 2006, quella che definimmo “la virata manifatturiera” del percorso di Plamen Dejanoff, in cui l’artista sembrò indicare il prodotto della manifattura, a mezza strada tra quello artigianale e l’oggetto massificato dell’industria trastificata, come l’ultima frontiera del lusso.
Sia per il costo più basso del lavoro, che per l’abilità competitiva delle maestranze bulgare, con il progetto “Planet of Comparison”, Dejanoff spostò la sua produzione artistica nell’ Est.
Fu allora o poco dopo, che decise di acquistare una serie di proprietà a Veliko Tărnovo e, a posteriori, in considerazione al “Kapitalischer iper/super Realismus” di matrice altamente performativa e riflessiva rispetto al trend economico, che connota l’opera di Dejanoff, ci siamo più volte domandate se non si trattasse di una speculazione immobiliare bella e buona, trapiantata, secondo le modalità dell’artista, nel terreno dell’arte per sentirsi veramente “a casa”.
Fu intorno al 2009 che Dejanoff decise di trasformare le proprietà in Veliko Tărnovo , istituendo una fondazione e iniziando a delinearne il contorno.
Intanto, come si legge su una pagina del 2012 del “Finantial Mirror”, nel 2009 la crisi che ha colpito i paesi dell’Eurozona, aveva bruscamente arrestato il rialzo del mercato immobiliare in Bulgaria.
La fondazione presentata da Dejanoff come uno spazio culturale pubblico, prevede la costruzione di una biblioteca, di un cinema, di uno spazio espositivo e di un laboratorio per la produzione artistica, oltre a una serie di appartamenti per residenze.
Il progetto “The Bronze House” oltre a rappresentare un diagramma immaginifico e modulare della fondazione, costituisce un prezioso veicolo di marketing strategico, funzionale a raccogliere i fondi per la realizzazione della stessa.
L’ambiente scultoreo della Bronze House è stato ideato per adattarsi a spazi, culture e paesaggi e per ampliarsi e trasformarsi, se non nell’essenza nell’apparenza, a ogni tappa espositiva in cui è stato presentato: Mumok, Vienna; Mac, Vienna; Hamburger Kunstverein, Amburgo; Mambo, Bologna; Frac Champagne – Ardenne.
Plamen Dejanoff ha comparato la sua idea di Fondazione a Veliko Tărnovo , alla Chinati Foundation, istituita da Donald Judd negli anni ’70.
Finanziata inizialmente dalla Dia Foundation di NewYork, è stata aperta al pubblico nel 1986, come istituzione indipendente, senza finalità lucrative, finanziata con denaro pubblico.
E’ trascorso molto tempo dalla prima volta che incontrammo il lavoro di Plamen Dejanoff, anzi il lavoro di Heger/Dejanov, perché allora si chiamava Dejanov e lavorava con Swetlana Heger.
Fu in occasione della mostra “After the Wall – Art and Culture in Post- Communism”, partita dal Moderna Museet di Stoccolma, e che noi vedemmo a Berlino, allestita alla Hamburger Bahnhof, nel dicembre del 2000.
Dentro a quella mostra, di cui Dejanoff non si mostrò mai particolarmente entusiasta, l’opera di Heger/Dejanov ci sembrò comunicare in un linguaggio diverso.
Soltanto molto dopo, seguendo Plamen Dejanoff nei diversi progetti (“Collective Wishdream of Upperclass possibilities”; “Planet of Comparison”; “The Bronze House”; fino a “Foundation Requirements”), ci siamo accorte che non si trattava di un idioma altro, bensì di un accento strano, che sfuggiva a qualsivoglia classificazione.
L’inclassificabilità è sempre stata la cifra del lavoro di Dejanoff, insieme all’estetica accattivante e alla capacità metamorfica intesa come metodo, e senza voler citare Engels, né tantomeno Marx e il Capitale, si potrebbe ricondurre comunque a una qualche forma di materialismo storico, sulla scia dell’evoluzionismo economico neo-liberista.
Abbiamo visto tante persone indossare l’eschimo sopra al tight, in minoranza sensibile sono coloro che indossano l’eschimo sotto al tight.
A differenza degli artisti esuli dalla “cortina di ferro”, che negli anni ’60, ‘70 dosavano magistralmente l’ironia mettendo a fuoco il galoppo economico baldanzoso della Germania del secondo dopoguerra, il lavoro di Plamen Dejanoff appare a-critico e se contiene ironia, è ben sigillata all’interno.
D’altra parte l’ironia, per quanto aspra, implica comunque una certa dose di ottimismo, determinata rispetto agli artisti del Realismo Capitalista, dalla presenza sulla scena storica, di un’alternativa, per quanto imperfetta.
L’orizzonte che ci presenta Plamen Dejanoff è privo di alternativa, è volto verso un’economia di comando e pianificazione centralizzata e globale.
Talvolta il lavoro di Dejanoff, per eccesso rappresentativo mimetico, ci appare come una specie di vaccino omeopatico potentissimo, contro il capitalismo del profitto pianificato che ha indotto gli Stati, da una parte a dismettere, più o meno velocemente, il welfare rendendo più profonde le crepe tra le classi sociali, dall’altra, sul fronte internazionale, ha scavato una voragine tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.
A volte il lavoro di Dejanoff ci appare anche densamente romantico, di un romanticismo malinconico, tanto da farci immaginare che la Bronze House, sta a Veliko Tărnovo , in Bulgaria, come la Colonna Infinita di Brancusi sta a Târgu Jiu , in Romania.
La Bronze House come una sorta di totem.
Da pinksummer per questa quarta personale, Plamen Dejanoff presenterà il progetto “Foundation Requirements”, il rimando è andato diretto all’ultima Biennale di Architettura di Venezia diretta da Rem Koolhaas, dal titolo “Fundamentals”.
Koolhaas ha voluto concentrarsi su quegli elementi fondanti dell’architettura, che ogni architetto in ogni luogo e in ogni tempo ha inevitabilmente utilizzato , tipo soffitto, pavimento, porta ect.
L’intento è stato quello di costruire una biennale sull’architettura e non sugli architetti, come se gli architetti fossero un ostacolo al naturale fluire dell’architettura.
Nel contempo Koolhaas ha dato ai padiglioni nazionali da svolgere il tema “Absorbing Modernty”, in cui veniva chiesto di ripercorrere la storia degli ultimi 100 anni delle culture e delle architetture locali, chiedendo di individuare, nel bene e nel male, come avessero reagito alla Modernità.
Questo passaggio di Koolhaas, anche se diversamente motivato, ci è parso, da una parte un curioso richiamo all’ordine, dall’altra un rifiuto temporaneo, forse lungo quanto la durata della mostra, tipo Lars Von Trier del periodo “Dogma”, dell’architettura aulica, in favore della “not pedigree architecture”.
In questo senso l’operazione ha richiamato alla memoria Bernard Rudofsky, che seppure non abbia lasciato segni fondamentali rispetto all’architettura fattiva, tranne per gli splendidi sandali Moon, indossati, tra le altre, da Jacqueline Kennedy e Jane Birkin, ha dato profondo fiato antropologico a parecchia architettura degli anni’70, con la famosa mostra presentata al MOMA nel 1964 “Architecture without Architects”.
Questo lungo discorso sui periodici richiami all’architettura vernacolare era utile a fornire un pretesto giustificativo a un artista che nei primi anni del 2000 aveva scelto di vivere a Berlino in una casa di Hackesher Markt, disegnata da Emst&Gruntuch, arredata con sedie in vetroresina di Marc Newson, e lampade Vistosi anni’50, e che adesso con il progetto “Foundation Requirements”, presenterà da pinksummer le repliche dei fondamenti/ornamenti delle case tradizionali bulgare, in modo autonomo, come fossero sculture, vantandosi degli incastri fatti a mano e dell’assenza di colla e di viti di un parquet.
Accanto alle repliche dei “fundamentals” dell’architettura locale bulgara, Plamen Dejanoff presenterà una serie di covers di locandine di film, questa volta, internazionali, al cui titolo originale ha sostituito il suo nome.

Mariana Castillo Deball – Figures don’t lie, but liars can figure

pinksummer-mariana-castillo-deball-invitation-card-figures-dont-lie-but-the-liars-can-figure

 

Pinksummer: Partiamo dal proverbio, attribuito tra gli altri a Mark Twain, che hai scelto come titolo per la mostra da pinksummer: Figures don’t lie, but liars can figure.
Montaigne affermava che chiamiamo barbaro e selvaggio ciò che non è riconducibile ai nostri usi e costumi, e che riteniamo migliore ciò che di fatto alteriamo con manipolazioni e accomodazioni adeguate al piacere dei nostri gusti corrotti. Credi che il mondo abbia una sua esistenza “oggettiva”, autonoma dalla nostra percezione/interpretazione?

Mariana Castillo Deball: Ho trovato il titolo della mostra, Figures don’t lie but liars can figure, nel libro di Roy Wagner Coyote Anthropology; una serie di conversazioni tra Wagner e Coyote, che ruotano intorno alla domanda su come il significato venga creato, un gioco a nascondino tra la percezione, la rappresentazione e la realtà. Secondo Coyote, “la percezione è una questione molto delicata”.

[Roy: “Quindi perchè la percezione è falsa?”

Coyote: “Vedy, Roy, noi non vediamo il mondo che vediamo, non sentiamo i suoni che sentiamo, non tocchiamo le cose che tocchiamo, o in nessun modo percepiamo quello che percepiamo, ma quel qualcos’altro che sta in mezzo.”

Coyote: “Certo. Come si suol dire: ‘Figures don’t lie but liars can figure’ (le cifre non mentono ma i bugiardi possono fare i conti).”

Roy : “I suoni e le forme alle quali sei stato allenato a reagire e a proiettare (cosicché ora questo è diventato completamente inconscio) formano il modello o il contenuto della realtà a prima vista. Gli spazi tra e intorno a quelle parole, o tra le parole e le cose che rappresentano, che noti solo di passaggio, formano lo sfondo della realtà al secondo sguardo.”]

P: Il problema filosofico in Grecia è nato per spiegare l’intero, la totalità delle cose, cambiando strutturalmente lo sviluppo della civiltà “occidentale” rispetto a ogni altra. La filosofia fin dalle origini ha avuto lo scopo di demitizzare. I miti antichi erano la poesia, la fantasia, l’immaginazione, ma di fatto la filosofia ha preparato il terreno per i nuovi miti della razionalità e della scienza tendenti a parcellizzare il reale. Misurandosi con la totalità del mondo la filosofia si è confrontata con la sua inarrestabile metamorfosi, il divenire, trovandosi costretta per amore di sapienza a classificarlo, catalogarlo per ripresentarlo cristallizzato dentro a cause e principi aureolati di assoluto.
Tempo fa, presentandoci il progetto per pinksummer, rifacendoti a Ovidio e alle sue Metamorfosi, affermasti che conoscere il mondo significa dissolvere la sua solidità. Il mondo di Ovidio, scrivesti, è al di là delle qualità degli attributi e delle forme che definiscono la varietà delle cose. Credi che sia possibile una “de-elenizzazione” del sapere?

MCD: [RM: Sai che cosa significa Mimolette?

MCD: Mimolette è un processo di fermentazione delle idee. Il processo consiste nel mantenere il respiro, specialmente in quei momenti in cui hai così tanti pensieri e idee che la tua testa sembra stia per esplodere. E’ in quel momento di “quasi esplosione” che l’effetto Mimolette funziona al meglio.
Agli Yanomamis non è permesso pronunciare i propri nomi. Se qualcuno si ammala, per esempio, e va dal dottore, deve essere accompagnato da un parente, così quando il dottore chiede “Come ti chiami?” l’altra persona può rispondere per lui. I nomi segreti sono più forti dei nomi pronunciati; alcune persone credono che ci sia una quantità limitata di nomi nell’universo, e se qualcosa o qualcuno rimane senza nome, diventa una tragedia.
Le idee, in questo processo di fermentazione, iniziano ad avere forme e modelli, marmi, cristalli, blu, rossi, viola, gialli, bianchi. Non ci sono colori che iniziano con M?]
Da: Forse Sì Forse No: Una conversazione tra Mariana Castillo Deball e Raimundas Malasauskas che è iniziata nel mezzo dell’alfabeto, è continuata sulle onde radio, ed è terminata intorno a mezzanotte.

P: A proposito degli uncomfortable objects su cui focalizza la mostra da pinksummer, è in corso a Genova una mostra dal titolo “Africa delle Meraviglie” curata da Giovanna Parodi da Passano (e Ivan Bargna con la collaborazione di Marc Augé), allestita dall’artista italiano Stefano Arienti. Al di là dei lavori presentati, non sapendo nulla di arte africana, ciò che ci ha incuriosito è il tentativo di sottrarre gli oggetti “esotici” dalla “violenza museale” della vetrina. In un articolo di un po’ di tempo fa, Parodi da Passano additava il museo, in particolare quello etnografico dedicato a civiltà extraeuropee, con le sue “rappresentazioni competenti” e decontestualizzanti come “luogo principe di un’oggettivazione dell’alterità culturale che assimila e assorbe i manufatti per meglio votare all’oblio le culture che li hanno prodotti”.
Spesso ti sei misurata con le “rappresentazioni competenti” per ottenere racconti del tutto finzionali, in questa mostra dal titolo che ci piace ripetere – le cifre non mentono, ma i bugiardi possono fare i conti – ci hai scritto di voler costruire una genealogia delle cose per osservarle come entità che sono state trasformate, mutate, piazzate in contesti differenti e contraddittori attraversando il tempo e lo spazio della Storia. Quello che tu definisci il non-umano, le cose scomode, hanno una possibilità di raccontarsi scontornandosi dal mondo che gli abbiamo costruito attorno?

MCD: Ultimamente, ho iniziato a collezionare dialoghi e fiabe tra non-umani, come le favole di Esopo, le Metamorfosi di Ovidio, i dialoghi di Lewis Carroll, le favole di Augusto Monterroso, Horacio Quiroga, Antonin Artaud, Sor Juana Ines de la Cruz, Mario de Andrade, Franz Kafka, e Montaigne.
All’inizio ho trovato questi dialoghi solo nei romanzi, ma successivamente ho iniziato a trovare esperimenti di questo tipo tra gli storici della scienza, filosofi, e antropologi. Credo che questo tentativo dipenda da una necessità di costruire una genealogia delle cose, per osservarle come entità che sono state trasformate, dismesse, mutate, e piazzate in diversi contesti contradditori nel corso della storia.
Che cosa hanno da dire i non-umani riguardo al mondo che abbiamo costruito intorno a loro, circa le nostre definizioni, manipolazioni e usi? Che cosa rimane degli oggetti dopo così tante manomissioni storiche e quale sarebbe la testimonianza di questi oggetti se potessero raccontarci la storia dalla loro prospettiva?
La società contemporanea è piena di oggetti scomodi, oggetti del desiderio, ricerca o immaginazione; essi rendono difficile la nostra concezione del mondo e ci inducono a prendere una posizione per cambiare completamente la nostra basilare comprensione dell’universo.
Gli oggetti scomodi vengono continuamente cancellati, rimpiazzati, neutralizzati, distrutti, per fare spazio a nuove cose, ma questa cancellazione non è mai completa, noi siamo sempre più circondati dalle cose, quasi-cose, frammenti, distorsioni e ibridi. Nel contempo c’è un contrasto tra le infinite possibilità e le risorse limitate. Il desiderio e il potere umano di trasformazione è forte e cieco, e ciò è manifesto nell’estinzione delle specie e nell’erosione delle risorse naturali.

P: Esistono oggetti confortevoli?

MCD: Penso che noi proviamo costantemente a produrre oggetti confortevoli o neutri, ma presto o tardi essi tornano a noi come detriti, fantasmi o congegni esigenti. Un oggetto confortevole è sempre relazionato ad un attore confortante.

P: Tu riconduci le due differenti attitudini cognitive al mito di Eco e Narciso, assimilando Eco alla modalità femminile e matriarcale, aperta all’ambiente e disponibile a farsi trasformare da esso. Narciso, cercando il riflesso di sé trasforma il mondo in uno specchio per affermare il suo individualismo. Tu colleghi Eco all’esperienza di riconoscere forme nelle concrezioni minerali di una grotta, dove identificare una forma richiede uno sforzo immaginativo. Narciso rappresenta la neutralità dello spazio espositivo, musei o gallerie dove le forme sono immediatamente riconoscibili. Ora, per la tua mostra, pinksummer sarà una galleria o una grotta?

MCD: La scorsa estate ho visitato la Chapada Diamantina, una regione del Brasile coperta da montagne, grotte, e altre formazioni minerali. Mentre visitavo alcune grotte accadeva spesso che la guida indicasse una particolare formazione chiedendo ai visitatori “cos’è?”. I visitatori invitati a fissare i muri astratti, tentavano di indovinare. Le figure potevano sembrare un delfino, una faccia, una sirena, una chitarra elettrica, un pezzo di pancetta. Ho trovato interessante un posto dove le figure erano apparentemente nascoste, quasi mimetizzate con l’ambiente, uno spazio dove non c’era differenza tra la figura e lo sfondo. Ho iniziato a pensare a come fossero diversi dall’esperienza della grotta i musei e le gallerie, dove lo spazio è lindo e bianco, e i lavori sono immediatamente riconoscibili. In termini di mitologia, ho pensato a Narciso come ad uno spazio espositivo, e a Eco come a una grotta. La pratica di trovare immagini all’interno dei muri e delle formazioni rocciose è vicina alla natura immaginativa di Eco, che prova a ripetere ciò che dice Narciso, ma la sua voce viene inevitabilmente distorta, diventando ogni volta altro. All’opposto, Narciso è un congegno ripetitivo, prova costantemente a confermare la sua immagine attraverso il suo riflesso nell’acqua. La conseguenza di questo gesto implica un completo rifiuto del mondo esterno, per confermare l’unicità di se stesso.

P: A proposito di Narciso e del suo egocentrismo, pensi che l’idea di progresso che ha portato a erodere le risorse limitate del nostro pianeta sia ancora un suo riflesso?

MCD: L’antropologo francese Claude Lévi-Strauss si è definito un viaggiatore, un archeologo nello spazio, cercando vanamente di ripristinare l’esotismo con l’uso di particelle e frammenti. Lévi-Strauss non è mai andato sulla Luna, ma attraverso l’esplorazione della natura umana nelle più remote parti del mondo, ci ha mostrato con la sua lente di ingrandimento la tendenza umana a raggiungere lo zero. La conoscenza umana cerca di dividere e frammentare la realtà per capirla, parole, concetti, mentalità e discipline collidono costantemente ognuna con l’altra creando particelle sempre più piccole, come polvere di luna.
Per Lévi-Strauss, l’umanità si è sempre opposta al decadimento universale. Essa appare come una macchina, forse più perfetta delle altre, che lavora nel disaggregare un ordine originario per far precipitare la materia organizzata nell’inerzia. Da quando ha iniziato a respirare e nutrirsi, fino all’invenzione dei primi strumenti termonucleari e atomici, l’uomo non ha fatto altro che dissociare allegramente milioni di strutture fino a ridurle ad uno stato in cui esse non sono più in grado di essere integrate.
Senza dubbio l’uomo ha costruito città e coltivato campi; ma, se ci pensiamo, questi risultati sono macchine destinate a produrre inerzia con un ritmo e una proporzione infinitamente più elevati rispetto all’organizzazione che essi implicano. In questo modo la civilizzazione, presa nella sua interezza, può essere descritta come un meccanismo molto complesso occupato nel fabbricare quello che gli scienziati chiamano entropia, che significa inerzia.
Per Lévi-Strauss, invece di “antropologia”, dovremmo scrivere “entropologia”, un nome per una disciplina dedicata a studiare questo processo di disintegrazione nelle sue manifestazioni più complesse.

P: Cosa presenterai da pinksummer per la tua prima mostra personale in Italia?

MCD: La mostra comprende amici e parenti di Eco, personaggi che sono costantemente in dialogo con quello che sta loro attorno, stabilendo conversazioni che trasformano di continuo la loro forma.
La mostra consiste in una serie di sculture in cartapesta, una tecnica che m’interessa da molto tempo, a causa della sua flessibilità e semplicità, e anche per il collegamento con l’artigianato messicano, dove viene utilizzata per svariati scopi. Le sculture ricordano modelli matematici impazziti, e includono anche immagini.
Stiamo realizzando in galleria un murale con una tecnica per il finto-marmo, a cui stavo pensando da parecchio tempo, che si ricollega ai miei interessi per i modelli astratti-organici, le grotte e i minerali bellissimi.
La mostra è il punto di partenza di un progetto nuovo. Questo viaggio si evolverà in una serie di fiabe di oggetti scomodi, un ritratto della società contemporanea attraverso gli occhi dei non-umani. Una raccolta di storie brevi interpretate da animali, creature mitiche, piante, oggetti inanimati, macchine e forze della natura.
L’antropologo James Clifford dà un buon esempio di come una mostra di oggetti scomodi potrebbe essere: “Abbiamo bisogno di mostre che interroghino i confini tra l’arte e il mondo dell’arte, un afflusso di artefatti “estranei” davvero indigesti. Le relazioni di potere, dove una parte dell’umanità può selezionare, valutare e collezionare prodotti autentici dell’altra, devono essere necessariamente criticate e trasformate. Questo non è un lavoro da poco. Allo stesso tempo si possono perlomeno immaginare mostre che abbiano per soggetto le produzioni impure, produzioni “non autentiche” del passato e del presente: mostre radicalmente eterogenee nel loro mix globale di stili; mostre dislocate in specifiche congiunture multi-culturali; mostre dove la natura resti “innaturale”; mostre i cui principi di incorporazione siano apertamente discutibili.” 1
Gli oggetti scomodi possono essere visti in modo straniante. Lo straniamento quindi diventa uno strumento integrante del processo creativo, implicando un’oscillazione tra la comprensione e la non comprensione. Tale alienazione, rendendoci consapevoli dei modi in cui creiamo narrazioni, discorsi e storie, ci avverte del contrasto tra la natura frammentaria della conoscenza e la sua naturale tendenza alla completezza.

1. James Clifford, The predicament of Culture, p. 213

Mariana Castillo Deball – Tamoanchan

pinksummer-mariana-castillo-deball-invitation-card-tamoanchan

 

Pinksummer: Pierre Hadot affermava che è stolto giudicare come se si fosse i padroni della storia e citava Agostino quando diceva che chi giudica gli uomini non si limita a conoscerli, ma pretende che siano diversi da come sono. Cézanne, diceva che è il nostro egoismo che si riflette in ciò che percepiamo e Bergson elevava la veritas aesthetica come modello delle filosofia, insegnando a percepire fuori dall’asservimento dell’abitudine, come Roger Caillois ha suggerito nel suo trattatato Estétique generalisée. Tamoanchan, attraverso la ri-presentazione o meglio l’attualizzazione, di un mito e di un simbolo, appare un riconoscimento di appartenenza non più specifico a una civiltà, ma universale, che riconosce la natura come primo artefice.
Tamoanchan è una rappresentazione dell’albero cosmologico, dell’axis mundi della tradizione mesoamericana, ma anche l’immagine primaria del fitomorfismo creazionale comune a tutte le religioni. L’albero che congiunge il cielo al mondo sotterraneo contiene la metafora della caduta e la nostalgia ascensionale radicata all’immaginario simbolico dell’intera umanità. Come ti rapporti con questo archetipo della tradizione? Quale connessione esiste tra la mappa terrestre tramandataci da Hernan Cortés presentata all’Hamburger Banhof e la mappa celeste di Tamoanchan?

Mariana Castillo Deball: Tamoachan è il grande albero cosmico, le sue radici affondano nel mondo degli inferi e la sua chioma si innalza in cielo. Una nebbia lo copre alla base. I fiori incoronano i suoi rami. I due tronchi attorcigliati come in una spirale sono le due forze opposte che combattono per produrre il tempo.
Tamoanchan è uno nel centro dell’universo. È quattro in quanto insieme dei poli che dividono il Cielo dagli inferi. È cinque nell’insieme.
Tamoanchan è la metà dell’albero cosmico. Le sue radici profonde conformano il mondo della morte, da dove sorge la forza della rigenerazione. È anche uno dei due tronchi attorti: quello freddo, scuro e umido.
L’altra metà dell’albero forma i rami della luce e del fuoco dove si posano gli uccelli, le anime delle divinità celesti. Dal fogliame spuntano e scivolano i fiori dei diversi destini. Questo è anche il tronco caldo.
Tamoanchan, complessivamente, è guerra, sesso e tempo.
Le esplorazioni di Pedro Aramillas e José R. Perez nei limiti della vecchia città di Teotihuacan, hanno portato alla luce una serie di murali datati tra il 550 e 650 d.C.
Il murale di Tamoanchan/Tlalocan è uno dei più pregevoli. Nella parte superiore sorge, monumentale, un albero con un doppio tronco attorto su se stesso. È un albero carico di fiori di diverso tipo. Forse sono fiori ubriachi. Fiori che disturbano e trasformano i cuori umani. Dai fiori scende il nettare. I rami sono coperti di insetti, ragni e uccelli. È, senza dubbio, l’Albero.
Una figura enigmatica siede ai piedi dell’albero. È antropomorfa, ma le sue fattezze hanno prodotto diverse interpretazioni. Caso ha considerato che fosse Tlaloc il dio della pioggia che porta una maschera; Kubler ha parlato di un’immagine di culto femminile, non necessariamente una divinità; Miller ha proposto che la figura fosse di spalle; Sejourné ha considerato che nel personaggio si combinino elementi del dio della pioggia e di quello del fuoco e Pasztory, nello studio più vasto finora prodotto, sostiene che è androgino, che la scena è Tamoachan, che la figura è disposta in cima a una montagna e che contiene gli elementi della pioggia che Sejourné ha menzionato.
Ma c’è di più. Le due metà dell’albero hanno elementi opposti. Su una metà ci sono conchiglie, lumache, pesci, tutti elementi dell’acqua e del freddo. L’altra metà presenta fiori, minerali e elementi caldi.
Tra i rami freddi possiamo vedere insetti che salgono, farfalle che volano verso la parte superiore. Sui rami caldi ci sono ragni che tessono la loro tela e uno di loro sta chiaramente scendendo appeso a un filo al centro dell’immagine. Il ragno scende; ma è importante non solo perché sta andando giù. Pasztory ci fornisce un’altra intelligente associazione: il ragno è collegato alla polvere e alla siccità. Le forze che ascendono e discendono nell’albero sono collegate con il ciclo agricolo.
Troviamo ancora in questa immagine, sia nella figura che nell’albero, la lotta delle forze opposte.
Il murale di Tamoanchan è ancora oggi nella sua collocazione originaria a Tepantitla, nel sito archeologico aperto ai visitatori. Alcune parti del murale sono danneggiate, tanto che l’immagine non è completamente visibile, ma ci sono state parecchie ricostruzioni in altre collocazioni e documenti. Da pinksummer, il pavimento dello spazio espositivo mostra l’immagine ricostruita che non esiste tutta insieme, mentre sulle pareti sono presentati una serie di lavori su carta, stampati direttamente dal pavimento, che rappresentano le aree ancora visibili nel sito originale.

P: Città Del Messico sorge sulle ceneri di Tenochtitlan, l’antica capitale dell’impero nahuatl o azteco, di fatto azteco è un termine assai più tardo, coniato dal geografo Alexander von Humboldt, per distinguere la popolazione precolombiana dei messicani moderni.
Sembra che Tenochtitlan fosse stata fondata su un’isola al centro del lago Texcoco e considerata una città sacra al pari di Gerusalemme.
Ci viene in mente Distanza e Menzogna l’opera in cui il calco della tua mano in porcellana come battaglio, sottende all’impossibilità gestuale di bussare alla Storia, informata da un specchio che può solo riflettere il presente o frantumarsi. La mappa di Tenochtitlan, tramandata da Cortés e ripresentata nella mostra a Berlino, è una riverberazione secolare di Tamoanchan, dove la mitopoiesi pittografica colloca l’avvio al ciclo del tempo?

M. C. D.: Nel lavoro precedentemente esposto all’Hamburger Bahnhof a Berlino quest’anno ho fatto il primo pavimento in legno basato su quella che è nota come la pianta di Tenochtitlan di Norimberga.
Nel 1521, una lettera e due mappe arrivarono in Spagna per il re spagnolo. Questa era la seconda delle tre lettere che il conquistador Hernán Cortés inviò per descrivere la capitale Azteca Tenochtitlan che lui e i suoi uomini avevano scoperto e stavano per conquistare. La pianta principale era un’illustrazione dettagliata di questa città e l’altra mappa era uno schizzo della vicina costa del golfo Messicano. La mappa principale sembra riflettere la descrizione del conquistador di Tenochtitlan come una metropoli incantata, un gioiello che sorge al centro di un lago azzurro – una civiltà organizzata e ricca, ma anche una società idolatra incentrata sul sacrificio rituale invece che sulla luce della cristianità.
Tale descrizione di Tenochtitlan non servì solo a giustificare il costoso sforzo coloniale Spagnolo presso il re Carlo V; la pubblicazione del 1524 della mappa e la traduzione latina della lettera a Norimberga accese l’immaginazione e il cercò il supporto di un più ampio pubblico Europeo. Questa mappa fu la prima e la più diffusa immagine che gli Europei hanno avuto di Tenochtitlan e resta una delle poche mappe che abbiamo dell’impero Azteco pre-coloniale.
Alcuni archeologhi ora credono che questa mappa sia il risultato di molte copie che connettono il percorso dal Messico a Norimberga attraverso la Spagna, e del resto credono anche che la mappa originale sia stata disegnata da un artista indigeno. La rappresentazione delle file di case e della capitale dell’isola al centro di un lago circolare non solo deve essere trovata nella tradizione della cartografia europea, ma anche in quella Azteca. La mappa mostra anche particolari non menzionati nelle lettere di Cortés che tracciano riferimenti storici e religiosi Aztechi a quel tempo incomprensibili per gli Europei.

P: Hai sempre avuto un rapporto curioso, sfumato di ironia, manifestata talvolta nel paradosso, rispetto all’episteme e al dogma rigoroso tendente a abilitare il giudizio e a avvalorarne la veridicità attraverso il metodo. Ora ci hai condotto dentro alla topografia lussureggiante e mitopoietica di Tamoanchan, mostrandoci la capacità ordinatrice cosmetica del sacro, che per natura si oppone al caos e alle circostanze del divenire. Qui al meccanicismo opaco del progresso si sostituisce la dinamica rotatoria della ciclicità. Nel vegetalismo cosmogonico di Tamoanchan, l’arte della divinazione appare quasi probabile, come se lo slancio della natura, delle sue forme, fossero permeate di intelligibilità, come se l’assurdo potesse avesse una legge. Il codice fiorentino conservato nella biblioteca medicea laurenziana, rimanda l’etimologia simbolica di Tamoanchan al significato di “scendere a casa”. E’ azzardato intendere questo scendere a casa dell’uomo, come una prospettiva escatologica immanente a madre natura? Come ti poni di fronte al sacro e al magico?

M. C. D.:Tamoanchan è l’asse dell’universo e dell’insieme degli alberi cosmici. È dove è accaduto il peccato. Gli dei hanno messo insieme sostanze opposte, hanno dato origine al sesso e con questo alla creazione di un altro spazio, altri esseri, un altro tempo: il tempo umano. Per la loro azione peccaminosa, gli dei sono stati puniti: esiliati nel mondo della morte e sulla superficie della terra. Gli dei hanno iniziato una nuova forma d’esistenza: trasformati, hanno dato origine agli esseri di questo mondo; ma già infettati dalla morte, una conseguenza del sesso. La loro esistenza sarebbe stata limitata nel tempo, limitata nello spazio, limitata nelle loro percezioni. Avrebbero avuto in cambio la possibilità di riprodursi.

P: Tutto il tuo lavoro è attraversato dalla necessità di dare una consistenza materica all’astrazione, una fisicità al pensiero. Il tuo lavoro rimanda al concetto di traduzione, che implica l’idea di far passare, di condurre al di là, implica l’idea di percorso, di viaggio. Quando si intraprende un viaggio ci si lascia qualcosa alle spalle e si trova qualcosa di nuovo, di altro. Tradurre nel suo significato originario di condurre al di là, rimanda anche al verbo tradire inteso anche come consegnare trasmettere.
Perché ci hai consegnato queste cartografie trasmesse/tradite da percorrere?

M. C. D. : A volte uso il termine “possessione”, riferendomi al modo in cui mi rapporto con l’appropriazione, calandomi in modalità di lavoro diverse e cercando di seguirle. A volte può essere un esperimento formale, come quando provo a replicare la tecnica della scagliola. A volte si tratta di un approccio più intellettuale o narrativo, con cui provo a cogliere un certo modo di descrivere le cose, o di studiarle o di guardarle. Provo a assumere diversi punti di vista e diversi modi di relazionarmi al mondo. Questo comincia sempre con una domanda molto specifica, nel caso della mostra da pinksummer, è una domanda su come un oggetto sopravvive oltre se stesso; non è solo la cosa in sé, ma sono anche i fantasmi e le repliche che questo oggetto genera. Così poi mi concentro su questo problema e vedo come gente diversa si è avvicinata a questo oggetto dai loro differenti punti di vista. Forse è un esercizio di concentrazione. Penso che sia anche ritrovarmi in ciò che penso sia giusto, o reale o corretto. Adotto la posizione dell’oggetto e seguo il suo percorso.
Questa domanda mi fa pensare ancora allo storico Carlo Ginzburg. Uno dei suoi metodi di lavoro è denominato straniamento – usa lo straniamento come mezzo. Prova a ricollocarsi, a immaginare di essere un cavallo o un coniglio per capire qualcosa più chiaramente. Se penso a questo rispetto al mio approccio al Messico la cosa potrebbe essere applicabile, perché quando hai a che fare con la tua identità culturale puoi essere facilmente etichettato; potresti dire “sono un’artista donna messicana” o “sono un’artista donna messicana della donna che non vive in Messico ma che fa lavori sul Messico”. Ci sono tante cose in cui potrei essere intrappolata, quindi cerco sempre di fare attenzione per sfuggire a questi preconcetti. L’identità culturale del Messico è così forte e ha tanti livelli, così penso di essere come un giocatore di scacchi: sto provando sempre a cambiare la mia posizione

Guy Ben-Ner – Second Nature

pinksummer-invitation-card-guy-ben-ner

Pinksummer: Qualche anno fa Amos Oz tenne in Germania una lezione, che in seguito venne pubblicata in un libricino che in Italia uscì con il titolo “Contro il fanatismo”, nel quale focalizzava sul concetto di compromesso, muovendo dall’ambito familiare per espandersi a quello sociale-politico spinoso del conflitto mediorientale. Oz asseriva infatti di saperne riguardo all’idea di compromesso, essendo sposato con la stessa donna da quarant’anni, e continuava affermando che il compromesso non è annientamento dell’individualità, ma superamento del limite che essa impone attraverso il riconoscimento dell’altro, che a sua volta ci riconosce: un venirsi incontro a metà strada che implica il trionfo della vita sulla tanatocrazia narcisistica del fanatismo.
Il compromesso ci appare un concetto fondante rispetto al tuo lavoro che sembra scaturire dalla tensione tra l’ideale della libertà individuale (istinto umano, natura, es) e la necessità altrettanto umana di amare, ricevere amore, appartenere e difendere, strutturando la vita sociale all’interno di leggi e convenzioni (altrettanto istinto umano, civiltà, cultura super-io?). Nei tuoi “homemade movies”, assolutamente low tech, non privi di riferimenti politici, hai più volte asserito che essi sono un compromesso tra il tuo desiderio di essere artista e quello di essere un padre e un marito presente. Nel contempo, il contributo interpretativo che chiedi ai tuoi bambini, a tua moglie e alla stessa idea di casa, di intimità, sono il pegno che la tua famiglia offre per averti a casa.
Rispetto al tuo lavoro qual è la differenza tra compromesso e sacrificio?

Guy Ben-Ner: Oooo. Sapete che mia moglie ed io ci siamo appena separati qualche mese fa? Sì, il compromesso. E’ una cosa che si fa sempre. Anche quando si va in guerra o si divorzia si fanno compromessi.
Il salto che Oz fa dal privato alla politica mondiale è un po’ troppo semplice. Sembra un film di Hollywood – finché la cellula familiare è disfunzionale ci sono catastrofi mondiali – invasioni da Marte o cose del genere. Una volta che si impara a venirsi incontro – i marziani sono sconfitti, come per magia. In questo modo sembra più un programma educativo morale borghese. La questione è un po’ più complicata di così. Una delle cose che mi ha interessato nel video “Second Nature”, è il fatto che si dice che Esopo fosse uno schiavo. Ma se leggi le sue fiabe capisci che insegnano a non essere troppo ambiziosi. Le fiabe vogliono mantenere la rana – una rana. Non bisogna cercare di essere quello che non si è fatti per essere. Bisogna essere quello che si è. Tutto questo mi ha fatto pensare che Esopo non fosse uno schiavo ma un’invenzione dei padroni per tenere lontano gli schiavi dal pretendere di più di quello che avevano. È come un super Io – un’autorità esterna inserita dall’interno. Funziona meglio così. In questo senso sospetto che sia la medesima moralità di Oz.
Proporrei, alla luce del mio recente divorzio, che gli Israeliani divorzino dalla terra di Israele. Gli Ebrei sono migliori senzatetto, siamo molto più produttivi così. Ho uno slogan per Oz: rinuncia alla casa e lascia perdere il compromesso.

P: La storia dell’arte contemporanea è informata sull’idea di ready-made e tu non ne sei scevro ovviamente, trovandoti a essere un artista contemporaneo. Esistono due forme di ready-made, concettualmente antitetiche: quella della “Ruota di Bicicletta” di Duchamp fondata sull’edonismo dell’artista sovrano, e quella di “Testa di Toro” di Picasso, costituita da una sella e un manubrio di bicicletta, assai meno metafisica, ma altrettanto alchemica, più ludica e aperta forse. Nel tuo film “I’d give it to you”, “Testa di Toro” di Picasso ritorna a essere bicicletta sotto forma di dono, e infine si trasforma ancora in opera, una tua opera, attraverso l’elaborazione e la condivisione e non semplicemente la ricombinazione. Sembra che tu utilizzi l’idea di ready-made di Picasso come strumento per eludere e il dirigismo duchampiano, rispetto alla storia dell’arte, e quello politico delle democrazie contemporanee improntate sul fai da te illusionistico dei kit tipo Ikea (per adulti) o lego (per l’infanzia). In un testo critico incentrato forse proprio su “Treehouse Kit” vieni definito un ufo rispetto al mondo stereotipato dell’arte contemporanea. Cosa ne pensi?

G.B: Dopo aver ricevuto questa domanda ho cercato su google “guy ben-ner + UFO”. Sfortunatamente non ho trovato niente di interessante.
Riguardo alla domanda: cercavo di creare una metafora, che l’arte può avere una sua utilità nel mondo. Si può prendere un oggetto utile dalla strada e farlo diventare un oggetto artistico restringendone l’uso (non si può toccare la “Fontana” di Duchamp – non ci si può urinare dentro). E’ per questo che i musei hanno guardie. In questo modo gli artisti e le istituzioni funzionano come qualsiasi proprietario di un bene privato – restringono la possibilità di “godere” l’oggetto che essi “possiedono”. L’idea di costruire una bicicletta funzionante dalle cinque sculture è stato un tentativo di “redimere” gli oggetti ready-made e di restituire loro il “valore d’uso” che gli era stato tolto – in questo modo i miei figli ed io possiamo usare quelle biciclette per divertirci.
E’ una questione di economia – io sono in debito con i miei figli e li ripago attraverso l’arte (neanche a dirlo, loro hanno lavorato talmente tanto con me in questo film che il mio debito è semplicemente cresciuto). Così, alla fine, risulta essere un racconto sulle generazioni – sui padri e i loro figli (artistici o biologici), e sull’essere in debito con qualcuno e non poterlo ripagare (verso le prossime generazioni – i miei figli, e verso le precedenti generazioni – la storia dell’arte).
L’unico modo di gestire questo debito in-solvibile è creare nuovi debiti, sempre più debiti, così tanti che non si possa più tenerne traccia.

P: Quando sei stato prescelto per rappresentare Israele alla Biennale di Venezia nel 2005, hai detto che l’artista è colui che mostra i panni sporchi. Rispetto all’umorismo asciutto che contraddistingue i tuoi film, abbiamo pensato ai saggi di Freud sull’umorismo, “Witz” del 1905 e “L’Umorismo” del 1927. In “Witz” Freud considera le storielle ebree sugli ebrei come forma tipica dell’umorismo che si identifica con l’autocritica. Le storielle ebree su se stessi sono sempre un poco masochistiche e autolesionistiche, e tuttavia mostrando le proprie magagne e debolezze, si esce non solo illesi, ma anche con una dignità superiore basata sulla consapevolezza: ci viene in mente la grandezza di Chaplin, “l’omino solo che tenta di entrare nel mondo, rimanendone sostanzialmente estraneo”, ma anche quella di Woody Allen. E’ stata più volte segnalata, tra l’altro, l’influenza del cinema muto di Chaplin, Keaton, Lloyd sul tuo umorismo gestuale e in quanto tale inenarrabile. Nel saggio “L’Umorismo” Freud, senza più citare le storielle ebraiche degli ebrei dell’Europa orientale, afferma che l’umorismo è il trionfo del narcisismo e che addirittura può sfociare nella paranoia e nella mania di grandezza. Cos’è per te l’umorismo, un antidoto ai panni sporchi o un modo per dominarli?

G.B: In tutti i modi vedo le battute come uno strumento radicale, così radicale che si può morire di risate con la barzelletta giusta, come nella battuta più divertente di Monty Python (dove è così divertente che diventa letale, tanto da venire usata come un’arma da guerra). Per me quella è una metafora di quanto lo humour possa essere efficace. Io lo prendo seriamente. Cerco di metterlo in pratica.
E sì, l’aspetto psico-economico che Freud indaga in relazione alle barzellette è di tale interesse per me – in quanto, come formazioni oniriche, sono un modo per superare la censura. E’ piuttosto semplice.

P: A proposito di quel bigotto di Berkeley, a cui hai dedicato l’isolotto deserto e selvaggio costruito nel bel mezzo della tua cucina nel film “Berkeley’s Island”. Metafora, probabilmente, di un soggettivismo esasperato che sfocia nell’onanismo dell’esse est percepi. Credi che l’individualismo radicale che caratterizza la vita sociale contemporanea sia la causa della progressiva erosione della res extensa, la realtà extramentale oggettiva, lo spazio e il tempo ad esempio, che, in quanto fondamenti della res publica, ha come effetto la corrosione del patto sociale, del diritto, che si ritira lasciando posto ai salvatori di anime indifferenti alla vita, che assumono dio, il loro dio particolare, quale garante del lecito come dell’illecito.

G.B: Wow. State partendo dal presupposto che io abbia letto tutte queste cose? Che conosca il latino? Non sono così sveglio. Di fatto il nome si riferisce al radicalismo ideale del vescovo Berkeley. Questo crea un collegamento tra ciò che egli elabora – cioè di confondere il mondo esterno con le percezioni interiori, e relazionare quello stato mentale alla masturbazione che poi è la stessa procedura del film fatto-in-casa – e il fatto che bisogna usare la propria immaginazione (per esempio) per poter vedere un’isola al centro della cucina. In questo senso la connessione è positiva.
Non vorrei da questo giungere a conclusioni generali, anche se mi piace la questione che sottolineate. Ciò che dite è più interessante per me oggi, ma “Berkeley’s island” è stato realizzato dieci anni fa e allora ero ancora meno sveglio di quanto sia ora, perciò non sarebbe giusto accreditargli questo punto di vista. Facevo le cose un passo alla volta. Forse in questo caso lo spettatore è di gran lunga più intelligente del lavoro?

P: Ci ha divertito la scelta dell’immagine dell’invito fatta con le copertine dei cd con le compilation “the best” and “the Hot” di Samantha Fox e Sheryl Crow, per richiamare la Volpe e il Corvo di Esopo a cui il tuo film “Second Nature” s’ispira. Nell’immagine che ci hai mandato, quella che appare anche sull’invito di Konrad Fisher, il corvo ha imparato la lezione, non quella morale di Esopo circa i danni causati dalla superbia ai superbi, ma quella della volpe: si è fatto furbo in modo da poter cedere alle lusinghe senza rischiare di perdere il boccone di carne, peraltro rubato. Il corvo ha assicurato con una cordicina il pezzo di carne alla zampetta. Parlaci della tua morale. Presenterai altro da pinksummer?

G.B: Veramente la domanda è: puoi raccontare una favola oggi? Non è troppo arrogante pensare di poter insegnare a qualcuno? D’altra parte se credessi che l’arte non potesse trasmettere nessun tipo di lezione, o critica, al mondo, smetterei di farla. Perciò rimane lì in mezzo, umile e arrogante allo stesso tempo.
Questa è una questione interessante riguardo alle favole, il fatto che siano una forma d’arte talmente educativa. Forse il mio film riguarda più il modo in cui vengono costruiti i racconti educativi – intorno all’idea della “lezione di vita”, intorno a queste potenti strutture di formazione ed educazione, dell’esserne assoggettati.
Quello che mi è piaciuto di questa favola in particolare è che qui la “lezione di vita” non è possibile. Intendo – questa separazione tra la “lezione” e la “vita” non è possibile -. Se questa favola riguarda un essere vivente che insegna ad un altro, allora già mentre ci prova – lo sta facendo. Così quando Gwen, il corvo insegnante, prova ad insegnare ad Oreo, il corvo, a lasciare il formaggio, senza saperlo interpreta già la parte della volpe come nella favola. Pensa di provare ad insegnare, ma in realtà lo sta già facendo. E’ come un documentario che diventa improvvisamente falso.
E riguardo ai nodi: così come il cibo è legato, così sono gli animali, e così gli uomini (almeno tramite le parole di Beckett che pronunciano). L’albero lega tutti intorno a sé.
L’altro video che presenterò è “Berkeley’s island”, che è stato il primo lungometraggio narrativo che abbia realizzato, e il primo in cui abbia usato membri della mia famiglia come attori e collaboratori. Forse alcuni disegni. Non ne sono ancora sicuro.

Guy Ben-Ner – Soundtrack

pinksummer-invitation-card-soundtrack-guy-ben-ner

Spazio temporaneo aggiunto Piazza Matteotti 46R

Fu la scorsa estate che Guy Ben-Ner ci scrisse mettendoci a parte circa l’idea fondante del suo nuovo film Soundtrack, il cui working title era Parasites. Ben-Ner voleva muovere da un ready made, parte della colonna sonora di La guerra dei mondi di Steven Spielberg del 2005, per costruire il divenire delle immagini nella cornice che più connota la sua produzione di filmaker, la dimensione familiare e domestica.
Ci venne subito in mente che Slavoj Žižek aveva citato il medesimo film di Spielberg nella disamina sul mito ideologico della famiglia in In difesa delle cause perse. Il filosofo sloveno in quel saggio afferma che ogni narrazione riguardante la famiglia è un’operazione fondamentalmente ideologica e, in questo senso, il cinema hollywoodiano, definito “macchina ideologica per eccellenza”, è un esempio cristallino. Žižek osserva che tutto nella produzione hollywoodiana, dagli asteroidi alla Rivoluzione di Ottobre, è trasportato dentro alla dimensione edipica della famiglia. Per mettere in atto la mistificazione, il codice tipico di Hollywood intreccia due trame: una apparentemente maggiore a spettro sociale più ampio, l’altra d’interesse umano. In genere la prima trama è una catastrofe che minaccia di distruggere l’umanità, mentre l’altra è centrata su un dramma familiare. Secondo Žižek questo secondo intreccio è ciò di cui realmente tratta la narrazione. In La guerra dei mondi Žižek sostiene che l’invasione aliena è solo un pretesto utile a risvegliare gli istinti paterni e a riguadagnare il rispetto dei suoi figli al personaggio interpretato da Tom Cruise, un padre divorziato lavoratore che fino all’attacco alieno trascurava i suoi bambini. La minaccia esterna si dissolve sempre per incanto nel lieto fine, non appena il nodo familiare si risolve. La minaccia spettacolarizzata, in questo senso, conclude Žižek, non è altro che l’estensione metaforica di un problema privato.
In fondo ci poteva stare aprioristicamente, che Guy Ben-ner portando a casa la colonna sonora di La guerra dei mondi, avesse ristabilito, con l’umorismo che lo connota, l’ordine gerarchico che compete rispetto ai due intrecci, sottolineando in questo modo la mistificazione ideologizzante. Eravamo invece fuori strada, ce ne siamo accorte guardando Soundtrack e prima ancora il frame scelto da Ben-Ner per l’invito di pinksummer. In quell’immagine, secca e impeccabile, quasi geometrica, si vede riflesso sull’esterno del vetro dell’appartamento in cui l’artista ha girato la parte maggiore del film, probabilmente il suo appartamento, un caccia intercettore immerso in un cielo di un grigio azzurro catodico. E’davvero strano, ma quell’immagine dell’aereo che compare, mediato dal vetro diaframmatico come da un monitor, pur sottendendo la guerra, magari quel genere di guerre che vengono chiamate da un po’ di tempo preventive contro il terrorismo, appare lì quasi rassicurante. Non a caso, poco prima, la giovane comparsa nella lavanderia a gettoni, dove l’artista che interpreta il personaggio principale, era andato a recuperare il calzino dimenticato della figlia, lamenta l’assenza di aerei e elicotteri nel cielo di Tel Aviv. Il ragazzo della lavanderia sottolinea come lo stato di eccezione, il vuoto di diritto, centrato dalla governance planetaria, sui concetti complementari di sicurezza e terrore, sia ovunque, ma forse a Tel Aviv più concretamente, in qualche modo la nuova forma di normalità. Non è un caso che anche i ragazzi, i figli maggiori dell’artista, nel film e nella vita, rientrando a casa trovando il disastro e il padre in preda al panico, guardandosi tra loro stupiti senza capire e nella necessità di dare una forma alla paura paterna, chiedano se si tratti di un attacco terroristico. Il padre risponde che non è di attacco terroristico che si tratta, alludendo piuttosto alla minaccia di qualcosa di indefinito che viene da altrove. I ragazzi nel tentativo disperato di razionalizzare, insistono per sapere se l’indefinibile terrore provenga dall’Europa, un luogo certo sulla cartina geografica. Il padre si spazientisce abdicando al dovere di spiegare. Ben- Ner in questo film sembra rifarsi all’ ontologia politica della contemporaneità che induce attraverso i media, la televisione, una paura metafisica e irrazionale che viene da profondità remote (non dal cielo), sovranazionali e senza luogo, inenarrabili e inermizzanti. L’idea di azione in Soundtrack è dettata da quell’altrove e non è in alcun modo conforme al senso empirico, è assurda e contagiosa. Il film potrebbe essere sottotitolato forse necessitas legem non habet, non importa poi se la necessità non è reale, ma meramente astratta. Michel Focault afferma che per la biopolitica degli stati contemporanei la posta più alta in gioco è la nuda vita, quella vita biologica che dall’antichità greca alla modernità ha rappresentato il fondamento negativo del potere: l’esclusa. In quel tempo il luogo della vita nuda era la casa e il luogo della vita pubblica e dunque della politica era la città. Soundtrack racconta forse dell’abolizione della vita nuda e dei suoi effetti sulla verticalizzazione della politica non partecipata. Da qui quel recupero del valore della regressione, sul finale, in cui tutti, adulti e bambini invocano istericamente il ritorno della madre o meglio della mamma.

Baukuh

pinksummer-gruppo-a12-baukuh-invitation-card

Pinksummer: Drammatica e paurosa l’immagine che avete scelto per l’invito della mostra da pinksummer. Il medesimo angelo, sulla tomba della famiglia Ribaudo al cimitero di Staglieno, scelto dai Joy Division per la copertina del singolo” Love we will tear us apart”. Partiamo da ciò che vi unisce: d’acchito in comune avete Genova e Stefano Boeri, oltre all’architettura in sé. L’imprinting con il genius loci vi ha insegnato solo a darvela a gambe levate? L’approccio sociale (politico?) e sconfinante di Boeri invece?

Baukuh: Al di là della – fin ovvia – associazione con la condizione “terminale” di Genova, città di vecchi e soprattutto con poco interesse per un qualsiasi futuro, l’angelo dei Joy Division lo abbiamo anche scelto un po’ per caso. In certo modo è anche rivelatorio che si tratti di un’immagine di Genova prodotta dal di fuori, che è ormai la nostra condizione. Peraltro nel nostro caso, noi (cinque su sei) non siamo nemmeno di Genova. Abbiamo scelto ad un certo punto di lavorare lì, poi abbiamo preferito muovere lo studio, ora vorremmo (almeno parzialmente) riaprire anche a Genova. Sarà che facciamo gli architetti, ma abbiamo un rapporto molto poco sentimentale con le città. Le città si possono usare, per un po’, poi magari si cambia idea, poi magari si cambia idea un’altra volta. Quanto al genius loci di Genova, detto da gente che viene da fuori, non ci dispiace. Certo, è chiaramente suicida, ma ha una sua grandezza.
Quanto a Stefano Boeri, era una scelta obbligata, non è che ci fossero molte alternative. Non so se avete un’idea della situazione dell’architettura in Italia alla fine degli anni novanta. Quindi anche per chi, come noi, in un certo senso aveva interessi anche piuttosto distanti da quelli di Stefano, era abbastanza inevitabile finire per lavorare con lui. E poi Stefano è una persona estremamente intelligente e generosa, capace di mettere assieme persone molto diverse. E ha il pregio di non considerarsi, lui per primo, un fallito, il che, lavorando con lui, ti dava l’impressione – del tutto eccezionale in quel contesto – che potesse anche darsi il caso che non fossi un fallito nemmeno tu.

Gruppo A12: Siamo due gruppi di architetti, anche questa dimensione di lavoro collettivo, seppure portato avanti con modalità e storie differenti ci accomuna, ma probabilmente anche con la città e con Stefano Boeri abbiamo avuto rapporti molto diversi. La canzone parla di un amore tormentato e Genova non è una città facile. Imparare a vederla un po’ anche con gli occhi di chi ne sta fuori è un esercizio che sarebbe salutare per tutti i genovesi. Quanto a Stefano, lo abbiamo incontrato all’inizio degli anni ’90, noi poco più che ventenni, lui poco più che trentacinquenne al suo primo incarico di insegnamento come professore associato. Sicuramente una ventata di aria fresca in un sistema accademico piuttosto stantio, con in più la capacità di coinvolgerti facendoti sentire alla pari. A12 stava nascendo proprio in quel periodo, da lì sono nate una serie di collaborazioni, anche se con il gruppo in quanto tale non sono proseguite poi così a lungo.

P: Abbiamo letto da qualche parte che dopo la fine del classicismo e il tramonto del modernismo, rispetto all’architettura siamo in un tempo di post-critica, di post-teoria, probabilmente di post e basta (anche nell’arte siamo dentro all”imperativo ” mordi e fuggì” del curatore, un po’ assimilabile al “vendi guadagna e pentiti” della finanza agnostica o becera che sia). In questo senso l’architettura è da intendersi come un mestiere sprofondato nel mero pragmatismo e sempre nello stesso senso la mostra da pinksummer potrebbe essere considerata un’aporia, una impossibilità, un’assurdità, o anche solo una perdita di tempo?

G.A12: In realtà nell’architettura, a fronte della crisi economica che ha colpito in maniera pesantissima il settore immobiliare, e di una disciplina che si è adagiata sugli stilemi di alcuni professionisti di larga fama, ultimamente si assiste a una grande ripresa di interesse per il “disegno”, i progetti “speculativi” (nel senso di speculazione intellettuale, non immobiliare), e tutto ciò che per l’architettura corrisponde abbastanza alla ricerca pura.
Come gruppo si può dire che la maggior parte della nostra attività è stata improntata a questo tipo di ricerca, anche se a causa del nostro atteggiamento molto più pragmatico che teoretico ciò si è tradotto in installazioni effimere invece che testi, diagrammi o grandi tavole disegnate.
Rispetto all’abuso del “post” è probabilmente dovuto a un vizio della critica che non è capace di definire più nulla se non in rapporto a quello che c’è stato prima.

B: A esser sinceri, di pragmatismo/affarismo, al momento ce n’è ben poco. Il mercato immobiliare sembra essere morto per mai più risorgere (e probabilmente non risorgerà, perlomeno nei termini in cui lo abbiamo conosciuto fin qua) per cui, in uno scenario di disoccupazione giovanile attorno al 35% sembra difficile immaginare che si possa essere così impegnati a far soldi da non poter fare una mostra.
Per quanto riguarda invece tutta quella fila di post-qualcosa che dicevate, crediamo che sia una prospettiva che non aiuta molto. Forse è proprio l’assunto di base di tutto il modernismo e postmodernismo eccetera che va messo in discussione. Non possiamo più pensare nei termini di uno sviluppo storico univoco a cui dobbiamo solo restare agganciati, come se lo Zeitgeist viaggiasse sulla motocicletta e noi dovessimo starci attaccati come se fossimo sul sidecar. Direi che Latour ha chiarito a sufficienza che questo tipo di modernità è solo una superstizione.

P: Una domanda scema per Baukuh. A proposito del vostro “Due saggi sull’architettura” ( Sagep editori 2012) abbiamo pensato all’interno di una comparazione assai arbitraria al film di Milos Forman “Amadeus”. Giorgio Grassi è Salieri, poveraccio e Aldo Rossi è il Mozart della storia dell’architettura, poverino?

B: “Amadeus” di Forman è uno dei film più stupidi di tutti i tempi, e Mozart sembra semplicemente uno scemo posseduto da uno spirito superiore che è esattamente quello che NON pensiamo a proposito del lavoro intellettuale. Lavorare è fatica, per tutti, e Mozart non era certo quel demente fortunato che sembra dal film (che riteniamo proprio fascista nel dare un’idea dell’arte di quel tipo).
Quindi la risposta è che Grassi è Salieri e Rossi anche lui è Salieri, ma soprattutto anche Mozart è Salieri, anche perché altrimenti sarebbe solo un pirla.

P: Una domanda per Gruppo A12. A proposito dei vostri interventi al Kröller-Müller Museum e alla Biennale di Venezia Arti Visive del 2003: persiste una differenza sostanziale tra “impianto” o anche “dispositivo architettonico” (cosi abbiamo sentito definire le vostre architetture in quelle occasioni), rispetto all’architettura vera e propria? E se esiste, è solo un problema di temporaneità o anche di responsabilità?

G.A12: Quei termini hanno un significato specifico e sono stati probabilmente utilizzati per descrivere i nostri interventi perché, messi di fronte al progetto di una particolare tipologia architettonica (il padiglione espositivo temporaneo) la nostra risposta è stata assai più ampia di una mera risoluzione del tema architettonico dal punto di vista formale e funzionale. Allargandosi ad una riflessione sulla natura dello spazio collettivo e della condizione urbana. Entrambi quegli interventi possono essere considerati una sorta di manifesto di un’idea di architettura piuttosto precisa, valida in senso generale. La loro natura effimera, su cui molti si sono concentrati è stata per noi del tutto accidentale ed è legata al fatto che, per varie ragioni, quasi solo nel contesto delle esposizioni d’arte contemporanea siamo riusciti a trovare lo spazio per esprimere queste idee.

P: Avete rapporti con l’architettura vernacolare?

G.A12: In qualche modo è impossibile non averne (bene o male anche tutta l’architettura “colta” o “d’autore” ha origine da lì), ma non possiamo dire di avere un interesse specifico per il tema o un particolare “gusto” per l’estetica vernacolare, le tecniche costruttive tradizionali o le architettura spontanee, anche se l’aspetto di alcuni nostri lavori potrebbe sembrare riconducibile ai temi dell’auto-costruzione, che è una delle possibili interpretazioni del termine che usate. Il nostro approccio alla costruzione del progetto, anche nei suoi aspetti formali, è molto più concettuale.

B: No.
Se per “vernacolare” si intende un prodotto di qualche minoranza da compatire, di qualche poveretto a cui gettare un’elemosina per mettersi l’anima in pace, allora è una cosa eticamente disgustosa. Non crediamo per niente alla presunta “architettura senza architetti”, che è sempre e solo architettura fatta da “architetti” (perché tali sono, anche se non hanno il timbro dell’ordine) oppressi, dimenticati, sfruttati. Se questa “architettura senza architetti” ha raggiunto un qualche risultato formale – e spessissimo è andata così – è sempre e solo perché c’era un progetto consapevole, e quindi c’era un architetto, anche se se ne sono perse le tracce.
Se invece per “vernacolare” si intende solo un’estetica “pittoresca”, dove tutto è un po’ più sfumato, un po’ più aggiustato, un po’ più gentile, un po’ più innocuo, quella è semplicemente robaccia.

P: Il superdutch Rem koolhaas curatore della prossima biennale di Venezia, che ne pensate?

G.A12: In linea con la tendenza degli ultimi anni di affidare la direzione della biennale a importanti architetti internazionali invece che a critici o teorici dell’architettura. Sicuramente nel caso di Koolhaas siamo di fronte ad un architetto nella cui attività il peso della ricerca è per lo meno equivalente a quello della professione e ad uno dei personaggi che più radicalmente hanno cambiato il modo di fare architettura degli ultimi 30 anni, quindi siamo curiosi di vedere come affronterà il compito.

B: Koolhaas non c’entra niente con il “Superdutch”, che è il titolo di un libro di Bart Lootsma che forse dieci anni fa faceva incazzare, ma adesso fa solo tenerezza. Peraltro Koolhaas ha sempre detestato quel libro e non lo si può certo rimproverare per “Superdutch”, anzi, forse lo si può rimproverare al contrario per aver infierito contro quel povero cristo di Bart Lootsma, che gli è toccato emigrare in Austria, ma forse non è una questione molto interessante…
Koolhaas sarà un ottimo curatore. Direi che ha diritto di far quello che vuole e che noi ci fidiamo. In generale, di Koolhaas, Gerhard Richter, Derek Walcott e Steve Albini ci fidiamo. Possono fare tutto quello che vogliono.

P: Le città si ammalano e a volte muoiono anche, talvolta accade per cause naturali tipo che i porti s’insabbiano, altre volte è una politica infetta a insabbiarle. Genova sta morendo un po’, non è irrorata da buoni collegamenti, è dissanguata dall’emigrazione costante. Genova è sempre più bella però. L’Architettura, quella vera, quella della città e per la città, non quella prepotente e individualista delle archistars, potrebbe essere una medicina? Ma non è un gatto che si morde la coda? L’architettura della città, della comunità può prescindere da una politica sana?

G.A12: No l’architettura non può essere una medicina per la società. Aldo Rossi, tra una sinfonia e un quartetto, a proposito delle relazioni tra politica e città, ci dice che “la città realizza se stessa attraverso una propria idea di città”. Città, architettura, opera d’arte sono prodotti della società che le esprime. La qualità dell’architettura dipende almeno altrettanto dalla committenza che dagli architetti. Quindi una buona architettura pubblica è possibile solo quando la committenza pubblica (la politica) è consapevole dell’importanza della qualità dello spazio in cui vivono i cittadini, è convinta della necessità di un progetto coerente per ottenerla ed è determinata a superare tutte le difficoltà che dargli concretezza comporta. Ma non c’è nessun legame tra qualità dell’architettura e “sanità” della politica, per come potremmo intenderla noi oggi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato ci accorgiamo che spesso anche regimi corrotti e feroci tiranni hanno prodotto architetture meravigliose.

B: Per la specifica malattia di Genova, l’architettura non può essere una medicina. Solo la politica potrebbe esserlo.

P: Rispetto a questa riflessione che andrete ad annotare in forma di mostra da noi, muovete da approcci speculativi che conducono a esiti differenti. Voi baukuh rimandate a un pragmatismo che ci piace definire impropriamente “effetto farfalla”. Agite pochissimo, ma siete affatto modesti: un fremito di ala appena percettibile, che provoca un ciclone (seppure contenuto e tendenzialmente quantificabile in potenza) di effetti migliorativi dello spazio e di conseguenza della vita in quello spazio. Avete una soluzione e la soluzione cresce e si sviluppa nel ventre dell’architetto.
Mantenendo questo stile inaspettatamente astrologico adatto all’anno appena iniziato, diremmo che Gruppo A12 è cresciuto nutrendosi genuinamente anche e soprattutto di architettura radicale, il vostro linguaggio rivendica la linearità etica modernista, l’utopia è il vostro faro, ma la quadratura cinica del postmoderno non è passata invano, e dunque quella luce che seguite, pur mantenendosi fulgida , incorruttibile e fatata tende a splendere in un mondo alla rovescia, dove il progresso e il mito positivo e positivista dell’eterna giovinezza si schiantano rovinosamente. Voi lo fate schiantate di più amplificando semplicemente il rumore dello schianto. Tendete a non uscire dalla dimensione speculativa, talvolta l’architettura appare un pretesto, ma poi ci si accorge che è la condizione, la pietra fondante. Non avete soluzioni, ma ci viene da pensare che anche se ne aveste qualcuna in tasca vi sembrerebbe ingenuo offrirla, perché non potrebbe essere che parziale rispetto ai problemi che ponete o meglio che la storia pone e sui quali focalizzate per eccesso. In “12/11/1972” la mostra che presentaste nel 2002 da pinksummer, bella, il percorso era dal presente al passato e viceversa, per mostrare e dimostrare come la città possa essere letta come una sorta di diario scritto nell’alfabeto piuttosto oggettivo dell’architettura, in cui vengono annotati, consapevolmente o meno, tutti i cambiamenti della società. Focault entrava dentro al linguaggio e vi dimorava come si potrebbe dimorare dentro a una città di mattoni e cemento in barba alle regole sistemiche di Giorgio Grassi elencate, analizzate e interpretate da baukuh nel loro “Due saggi sull’architettura”. Nel nuovo progetto partite dal presente e il futuro lo deducete (noi sceglieremmo però il verbo evocare).
A Genova comunque vedere le farfalle è improbabile quanto incontrare Tredicino che corre dentro allo stivale delle sette leghe.
Cosa presenterete da pinksummer?

B: Noi presentiamo una cosa molto semplice: un progetto che si intitola “Demolire Genova” e che propone la demolizione dell’1% del volume edificato di una città che negli ultimi venticinque anni ha perso un quarto della sua popolazione e che, allo stesso tempo, vive in una condizione idrogeologica disastrosa. Si tratta di un lavoro che è parte di una ricerca più ampia, che si intitola “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) e che coinvolge anche altri studi di architettura genovesi (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) e che vuole richiamare l’attenzione su un problema e su una possibile opportunità che la città rischia di ignorare. Il progetto è descritto da due grandi disegni che restituiscono la situazione attuale e le trasformazioni proposte utilizzando come caso di studio la valle del Bisagno. Nonostante il titolo volutamente terrificante, “Demolire Genova” suggerisce una politica di demolizioni molto minute, piccoli, cautissimi interventi “chirurgici”. Questa cauta strategia consentirebbe di incrementare la quantità di suoli permeabili, di spazi verdi e di spazi pubblici a disposizione della città. Gli interventi proposti sono deliberatamente poco appariscenti; nei due disegni la differenza tra la situazione attuale e lo scenario proposto è pressoché impercettibile, eppure riteniamo che queste modeste trasformazioni potrebbero riattivare pezzi di città e promuovere quindi trasformazioni più ampie.
In fin dei conti, non ci stanchiamo di ripeterlo: noi siamo realisti. Se c’è una cosa che non ci interessa, sono le utopie. Le cose che proponiamo si possono sempre fare, anche se forse richiedono un piccolo cambiamento di prospettiva.

G.A12: Ritorniamo a rivolgere il nostro sguardo alla città di Genova concentrandoci su un fenomeno generale che qui si presenta in maniera particolarmente evidente: il progressivo invecchiamento della popolazione nella società occidentale. E’ una tendenza che si appresta a raggiungere un punto di soglia critica e ci interessano le possibili conseguenze sull’organizzazione delle città e dei loro spazi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato, di fronte a cambiamenti di questo genere solo le avanguardie artistiche ed il pensiero utopico sono riusciti a proporre visioni dotate di un respiro sufficientemente ampio. Tuttavia, nel loro slancio verso il futuro, tutte le visioni utopiche o radicali hanno sempre posto al loro centro un uomo sano, nel pieno delle sue energie e potenzialità, della sua maturità e delle sue capacità produttive e riproduttive. Cosa succede invece se proviamo a mettere al centro di un’utopia un idealtipico uomo anziano? Un uomo, o una donna, che ha oltrepassato la soglia dei 65 anni e deve fare i conti con una condizione di debolezza se non di malattia? E soprattutto cosa significa costruire una visione urbana per una città dedicata e costruita su misura per questo genere di persone? In mostra presenteremo una raccolta di appunti per il progetto di una nuova utopia urbana, interamente dedicata agli anziani.

P: Una domanda per A12 ispirata da un articolo recentissimo (oggi) apparso sul Domenicale del Sole. Il progetto che andrete a presentare da pinksummer muove dall’idea di statistica e di probabilità per leggere un futuro non proprio radioso. Carlo Rovelli nell’articolo afferma che “La probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza”, e che “Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più”. Rispetto alla propensione della popolazione genovese a invecchiare oltre misura, avete per caso individuato una possibile varianza, quantomeno su scala locale, alla decadenza, che non sia un maremoto, la carestia, la guerra o la pestilenza?

G.A12: Da una rapida indagine su internet apprendiamo che il teorema di Bayes sta alla base dei filtri anti-spam dei programmi e-mail, ovvero è grazie a quel teorema se perdiamo messaggi di importanza vitale, senza riuscire ad evitarci quotidiane proposte di improbabili business da parte di sedicenti ex ministri centroafricani… quindi non siamo granché fiduciosi al riguardo. Tuttavia nel 1999 Nitin Desai, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Sociali, in occasione del lancio dell’Anno Internazionale delle Persone Anziane, affermava: “La longevità è un successo. È qualcosa che gli esseri umani hanno voluto fin dall’anno zero! Il fatto che la stiamo raggiungendo non dovrebbe essere considerato un problema. Dovrebbe essere considerato una conquista.” Noi aggiungiamo che, sempre dall’anno zero, l’apertura al cambiamento ed un atteggiamento progettuale e visionario si sono sempre dimostrati strategie particolarmente efficaci in situazioni difficili.

Amy O’Neill

“I am interested in the Tournament of Roses and specifically its floats for their temporary status as monuments of popular culture because their guise is so ridiculously whimsical in contrast to the propaganda that is transmitted (a very powerful thing)”.
Questa semplice frase di Amy O’Neill sul tema che ha ispirato il nuovo progetto che presenterà da pinksummer, contiene l’essenza del suo lavoro, volto a scoprire i resti di un barocco delirante che in passato ha costituito l’espressione della concezione popolare del mondo e della vita.
Il Tournement of the Roses è una parata che si tiene ogni anno, dal 1890, a Pasadina’s Valley in California, organizzata inizialmente dal locale circolo dei cacciatori, un membro del quale sembra avesse assistito alla Battaglia dei Fiori del carnevale di Nizza.
Nel corso del tempo i carri tematici, interamente costituiti da fiori, hanno assunto una connotazione fortemente nazionalistica di stampo idilliaco/commerciale, con titoli del tipo “American the Beautiful”, e sono stati sponsorizzati a fini propagandistici da compagnie quali Kodak, Union Oil Company of California, Panda Express Gourmet Chinese Fast Foods, per citarne alcune. In poche parole, rovesciando le riflessioni di Goethe sul carnevale romano, il Tournement of the Roses di Pasadina’s Valley ha cessato di essere uno spettacolo che il popolo offre a se stesso, per trasformarsi in una festa offerta al popolo e per cui ci si aspetta che il popolo manifesti riconoscenza comprando e consumando i prodotti che vi si reclamizzano.
In generale l’aspetto del lavoro di Amy O’Neill è decisamente poco letterario, opponendosi all’estetica dominante del cool o perlomeno del sublime, assomiglia in arte a quello che può rappresentare il paradosso in logica.
Gli chalets svizzeri della O’Neill, guarniti di cornice rustica in pino massello, che vedemmo forse per la prima volta alla fiera di Basilea, sono eseguiti con la perizia artigianale del produttore di souvenir, caricati di tipico, ma si tratta di una tipicità che colorando il mondo con toni troppo accesi finisce per negarlo.
Il lavoro di Amy O’Neill, un’americana che vive a Ginevra, ruota intorno alla cultura di serie b, che non va confusa con il fascino esercitato dal kitsch in sé e per sé sull’intellettuale snob, ma è piuttosto una dissertazione filologica sul folclore, condotta visivamente con grande efficacia, che si tratti di disegni o di grandi installazioni, che si rifaccia al folclore svizzero o a quello della vasta provincia americana delle “no-man’s land of highways and small-town”.
Il folclore è inteso dalla O’Neill, all’interno della sua particolare indagine sull’evoluzione dei costumi, come una progressiva riduzione e imbastardimento del realismo grottesco che con le sue forme mostruose, temporanee e fluttuanti si manifestava sulla piazza e rappresentava l’espressione autentica della piazza per esorcizzare la paura. Quando la cultura popolare si scatenava ai margini dell’ufficialità, nelle proprie isole spaziali e temporali, si opponeva con tutta la sua carica dirompente all’autorità dominante relativizzando verità e gerarchie.
Di quei carnevali e di quelle fiere non rimane che l’involucro iperbolico della parodia, il dramma e l’ironia vibrano solo nelle rappresentazioni della O’Neill, mentre constata che anche ricercando nelle sacche dei folclori locali non esiste più una concezione dualistica del mondo e della vita, quella del popolo, al più è l’economia a sdoppiarsi e a farsi mitica e fiabesca per rivolgersi al basso reddito, al pubblico popolare.

Alis / Filliol – Check your Totem

pinksummer-alis-filliol-check-your-totem-invitation-card

 

Pinksummer: Partiamo dal titolo della personale da pinksummer, Check your Totem. James Frazer afferma che «il totem non è altro che un ripostiglio in cui l’uomo custodisce la propria vita», una sorta di cassaforte, nascosta, dell’anima. Pare, però, che nelle società totemiche (selvagge? primitive?) non troppo dogmatiche, gli uomini potessero avere tante anime quante gliene servivano, una per sé, una per il clan eccetera. E, addirittura, le anime potevano essere anche scambiate. Soprattutto accadeva nelle cerimonie di iniziazione, di morte e di resurrezione, ma poteva succedere anche a caccia che qualcuno si scambiasse l’anima con quella del suo totem.
In Totem e Tabù Sigmund Freud assimila, o meglio compara, i taboo delle società totemiche all’ambivalenza della rimozione di certi pazienti nevrotici.
Di fatto, leggendo il vostro titolo, abbiamo pensato un po’ a Roberto Cuoghi. Ci raccontate del titolo per ora?

Alis/Filliol: Check your totem è una frase entrata nello slang U.S.A. nel 2010 dopo l’uscita del film Inception da cui è tratta. La pellicola di fantascienza narra di un mondo dove i protagonisti hanno la possibilità di entrare all’interno dei sogni delle persone per sottrarre informazioni altrimenti irraggiungibili. Ognuno di loro possiede una sorta di amuleto definito “totem”; un oggetto dotato di una particolarità nota soltanto all’individuo che lo porta con sé e serve al suo possessore per capire in che sogno si trovi, il proprio o quello di un altro. Si tratta di un oggetto in grado di definire in quale realtà il protagonista sta vivendo.
Nello slang statunitense la frase viene pronunciata in senso sarcastico, rivolta, ad esempio, a un amico colto in un momento di spaesamento rispetto al contesto in cui si trova.
Al di là della sua origine cinematografica, ci ha colpito il fatto che questa frase sia diventata parte del linguaggio comune, unendo lontani richiami ancestrali al quotidiano contemporaneo.
Il totem porta con sé una vastità di specifiche particolari scomparse o presenti che sembrano sottrarsi ad ogni tentativo di comprensione totalizzante, come se l’origine dell’umanità provenisse dallo stesso serbatoio ideale di cui il totem è la figura cardine.
Più che il tentativo di illustrarne un’origine antropologica, psicologica o filosofica, noi siamo interessati alla percezione della presenza fisica del totem, alla sua immagine sottratta. La sua illusione come unica possibile sostanza reale.

P: Vi definite scultori. Muovendo dal modo in cui Ejzenstein usa la scultura in Ottobre, Rosalind Krauss afferma che la scultura, come ogni arte, ma a noi viene da aggiungere, forse più di ogni altra arte, è fondamentalmente ideologica.
Qual’è il vostro atteggiamento verso la scultura in questo senso? Non è poi un paradosso rispetto alla scultura, l’arte che realizza l’immagine nelle tre dimensioni, assoluta e risolta in sé, essere due?

A/F: Il bello di un film nel quale compare una scultura è che la si guarda con gli occhi del regista. È lui infatti che l’ha scelta come soggetto, a maggior ragione se l’ha fatta realizzare appositamente. La selezione in fase di ripresa di una parte di essa a discapito del tutto, piuttosto che l’inquadratura dell’intera scultura da una certa angolazione, nel proprio spazio, circondata da persone, è una scelta inevitabilmente significativa, autoriale.
Per noi, in quanto scultori, è fondamentale la dimensione di immanenza, quella che il mezzo filmico tende a far scomparire a favore della visione immersiva nello spazio/sogno del regista demiurgo. È l’articolazione che interessa il rapporto tra corpo, spazio e limite. La scultura è un limite fisico che si frappone al moto del corpo come un ostacolo. Il fascino di questo limite, di questo confine, è che non ha sviluppo lineare ma è piuttosto un centro. In quanto tale può essere circondato. Ciò che caratterizza maggiormente la scultura come nucleo, come centro, e che ci affascina, è il suo carattere di impenetrabilità. Lo sguardo rimbalza sulla scultura e ritorna al corpo vincolandolo al presente.
L’incontro con la scultura non è solo quello con un corpo alieno che riflette per contrasto la nostra singolarità. Ciò che si può osservare è la solidificazione parossistica tra due forme opposte di mobilità: quella immobile della sostanza densa dell’oggetto-scultura e quella iper-mobile del sistema instabile che l’ha formato.
Il nostro sodalizio è un piccolo corpo sociale formato da due persone, che ha la necessità di potersi solidificare, ribadendo se stesso e replicandosi all’infinito, al pari di quanto fanno incessantemente i grandi corpi sociali.

P: Rimanendo ancora sul totemismo e sulla natura ideologica della scultura, accade, è accaduto recentemente in Siria e in Libia, che quando viene destituito un dittatore, il popolo rimuove immediatamente e in modo violento la sua effigie in forma di statua dalle piazze. Il furore catartico con cui i popoli attuano tale “deposizione” ci ha sempre fatto pensare a una sorta di memoria apotropaica del deicidio praticato dai popoli primitivi. Rimuovendo la scultura, si allontana il male e la sofferenza che in essa sono stati trasferiti. Antropologicamente, di fatto, la scultura tende a far scomparire i confini tra il fisico e il mentale, tra il materico e l’immateriale. Questo accade semplicemente perché la scultura, almeno quando si fa monumento, significa nell’esterno? nel pubblico? Quando si può definire una scultura monumento?

A/F: Dal nostro punto di vista, ogni segno è un oggetto, come, ad esempio la parola. Ogni pensiero, ancor prima di essere espresso, è parte della vita mentale stessa, come se, invece di essere autonomo godesse della dipendenza del piccolo caos vitale con cui è a contatto. Un pensiero pronunciato si separa dal legame che lo rendeva in grado di manifestarsi come “vivo” (cioè come un’estensione della mente, un’effimera penisola) e cade nel mondo esterno diventando oggetto. Perciò si può facilmente comprendere il sentimento di estraneità rispetto a ciò che noi stessi diciamo anche subito dopo averlo detto. Si avverte come illusorio il fatto di poterci credere fino in fondo. Si è tentati di cedere al fatto che l’unico “fondo” possibile sia l’incontro con l’altro.
Il legame per così dire empatico, che unisce un’idea a una matrice originaria, è lo stesso che lega il monumento celebrativo a una ideologia nonché l’ideologia alla matrice vitale stessa. È come se l’ideologia fosse un lembo del pensiero, cioè contenesse già in sé una volontà di autonomia che la farà inevitabilmente ricadere nel mondo degli oggetti. Così il monumento pur esibendo una volontà di potere rivendica nel contempo un’assenza: l’assenza della matrice che l’ha costruito nel momento stesso in cui viene costruito.
Il monumento riassume fisicamente in sé il giudizio attribuitogli a posteriori.
A proposito della natura ideologica della scultura verrebbe quindi da chiedersi se non sia piuttosto l’ideologia ad avere una natura oggettuale.

P: Quando abbiamo visto Mofo, la solenne e ambivalente scultura che avete presentato la scorsa primavera nella Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo, abbiamo pensato che potesse essere informata dal fallimento di una tensione potente, intima, che spingeva verso il monumento, bloccata da un’impossibilità più forte, esterna, maligna, di matrice storico-sociologica. Mofo si è addensata prematuramente dentro a un destino di liquefazione perenne. Mofo alla fine è un mostro che trattiene la traccia di una bellezza fattasi struggente. Pensando al vostro lavoro, ma anche a quello di Thomas Houseago, seppure altro per strumenti e modalità, verrebbe da dire, parafrasando in modo poco fedele Goya, che il sonno della politica o quantomeno della res publica, ai nostri giorni, genera mostri. Che dite?

A/F: Siamo perfettamente d’accordo con il vostro rimando a Goya. É una frase che tra noi ricorre spesso.
Vista alla luce della vostra interpretazione, ci viene da riflettere sulla traduzione di res publica come “cosa pubblica” ed è interessante notare come essa sia per sua stessa definizione anzitutto una “cosa”, un oggetto. La società, così come la intendiamo noi, non può far altro che produrre oggetti; ossia riprodurre se stessa. “Res publica” sembra avvicinare due parole che sono l’una il contenitore dell’altra. É come se l’unità “cosa” raccogliesse il molteplice dentro di sé conferendogli corpo. Un mostro societario che ci fa pensare immediatamente al famoso film di Carpenter che non a caso s’intitola The Thing.

P: Vi definiremmo scultori induttivi. Nella scultura abbiamo sempre assimilato l’intagliato, agito sulla materia dura, che implica l’eliminazione del superfluo per scoprire la forma, al procedimento dialettico deduttivo che procede dall’universale al particolare. Un procedimento assoluto che non lascia arbitrio alla materia intesa come mera causa materiale, opacità corporea, carcere dell’anima per esagerare. Il modellato, viceversa, agito su materie plastiche, è un metodo empirico che dal particolare tende a raggiungere la forma, intesa come finalità della materia, ordine a cui la materia tende in sé, pertanto lo scultore diventa quasi un medium, un driver. Il modellato ha una sensibilità demiurgica che aggiunge essere dove mancava, riconoscendo così alla materia, come all’emozione fugace, una dignità. La parola emozione ci ha condotto subito a Medardo. Ci avete fatto ragionare un po’ sulla scultura e ci sentiamo più obsolete del solito. Ma le sculture a neve persa non sono un portare al parossismo il libero arbitrio della materia, e in un certo senso anche giocare pesante alla deresponsabilizzazione del soggetto, voi? Cosa c’entra Mofo con le sculture a neve persa? Che Mofo rappresenti l’irriducibilità inconscia del soggetto scultore/scultore?

A/F: Per definire il nostro lavoro ci piace dire da dove veniamo e soprattutto dove siamo: dentro alla scultura.
Ciò significa essere un po’ fissati, anche per la storia stessa della disciplina.
In secondo luogo significa che c’è un sapere tecnico, all’interno del quale ogni volta ci immergiamo. Esso riguarda le metodologie di realizzazione: dal modellato, alla costruzione di calchi, alla fusione in metallo, ecc. È una sapienza che si è sviluppata lentamente, quasi una storia a parte. Anzi si potrebbe dire che le diverse società succedutesi vi abbiano fatto riferimento solo per direzionarne le finalità produttive.
Per noi si tratta di fare un’esperienza fisica della tecnica, per rileggerla con i limiti che ci appartengono e le visioni che andiamo strutturando.
Se si è dentro alla scultura poi è impossibile vederne l’esterno, la si abita come un edificio del quale non conosciamo i confini, la forma esatta. È come in quei thriller nei quali la ripresa in soggettiva ci fa vedere con gli occhi dell’assassino, ma noi non abbiamo idea di quale sia il suo/nostro volto, possiamo solo intuirlo. La forma si rivela solo nel momento in cui cambia la prospettiva, si esce, ci si distacca. In molti nostri lavori è importante questa dimensione di cecità e successiva rivelazione della forma data dal cambio di prospettiva. Si osserva l’oggetto estratto dal suo stampo. E questo vale per le Fusione a neve persa ma vale altrettanto per Mofo. Per entrambi si tratta di colare materiale semiliquido, cera o poliuretano, all’interno di uno stampo instabile. E in seguito portarne alla luce i pezzi, scavandoli come si trattasse di ritrovamenti archeologici.
A noi interessa la progressione, portarci dietro delle esperienze, anche nel senso di trovare delle figure. L’obiettivo di tutto il nostro lavoro è la dimensione estetica, il mostro irriducibile del reale che ricerchiamo man mano, risultato dopo risultato.
Essendo poi in due a lavorare su un’unica scultura, concepiamo quelle più grandi le vediamo come un’unità costituita da più parti. Quasi un nostro autoritratto.

P: Raccontateci di Scraper e della vostra attività performativa. L’immaginario filmico ha fortemente influenzato il vostro modo “alieno” di alterare il corpo come lo spazio?

A/F: Scraper è un lavoro del 2011. Per realizzarlo abbiamo lavorato all’interno di una cava d’argilla. L’azienda che si occupa dell’estrazione dell’argilla e la successiva produzione di mattoni per l’edilizia in quel momento aveva bloccato la produzione e gli operai erano in cassa integrazione. Tutto era immobile. Gli scrapers sono i macchinari utilizzati per raccogliere l’argilla. Ci sono apparsi subito come dei colossi a riposo (misurano all’incirca cinque metri d’altezza, quattro di larghezza e tredici di lunghezza). Abbiamo allora deciso di utilizzare il periodo della cassa integrazione per ricoprire uno di essi con l’argilla della cava. É stato un lavoro intenso distribuito nel periodo della cassa integrazione. Questa dimensione sospesa ci ha dato modo di concentrarci sulla scultura come semplice modellato. Abbiamo trasfigurato i volumi della macchina in una sua aberrazione formale. La superficie era l’unico aspetto su cui confrontarci e la cava stessa era un susseguirsi incessante di superfici.
Per quanto riguarda la nostra attività performativa, abbiamo sempre inteso la nostra presenza fisica che agisce sulla materia come una sorta di interferenza visiva per un ipotetico pubblico. Alla fine ciò che conta per noi è l’oggetto ed è importante preservare la sua autonomia. Nel caso di Scraper abbiamo lavorato per costruire un elemento alieno che abitasse sotto la pelle del paesaggio, rendendo lo spazio intorno ad esso in grado di assorbirlo senza consumarlo. L’immaginario filmico per noi è molto importante perchè ridefinisce il sentimento della realtà e quindi dello spazio.

P: Cosa presenterete da pinksummer?

A/F: Noi sappiamo che ci sarà Scraper, la nuova scultura Mofocracy. Stiamo riflettendo se inserire o meno un’altra piccola scultura.

The Icelandic Love Corporation – Embody

Pinksummer: In diversi studi sulle donne islandesi, si legge che siano profondamente emancipate, senza rinunciare in nessun modo alla propria femminilità intesa anche come fertilità, tanto è vero che l’Islanda rispetto all’Occidente ha il più alto tasso di nascite, il più alto tasso di divorzi, il più alto tasso di donne che lavorano fuori di casa. Oltre al reddito pro capite tra i sei più elevati del mondo, e al paganesimo sostanziale del popolo Islandese, che i missionari cristiani non sono riusciti a intaccare in nessun modo, lo “studio etnografico” riconduceva l’attitudine alla libertà delle donne islandesi agli antenati Vichinghi e, a titolo esemplificativo, riportava un detto che ci ha fatto ridere: “The Vikings went abroad and the women ran the show….”. A proposito di emancipazione e di arti muliebri, abbiamo letto che prima di chiamarvi con il nome internazionale “The Icelandic Love Corporation”, vi chiamavate Gjörningaklúbburinn, nome per cui non avete trovato una traduzione inglese adeguata, una parola composta che rimanda alla magia, agli incantesimi, ai malefici (witchcraft), ma anche ai circoli di taglio, cucito e ricamo (sewing circles). Il cucito, il ricamo nel vostro lavoro assumono connotazioni rituali, come a evocare uno spazio protetto, un cerchio magico, atto a fare emergere forze fisiche e emozionali nel contempo. Siete un po’ streghe?

ILC: Le donne islandesi sono molto divertenti da avere intorno – almeno le nostre amiche e la maggior parte dei nostri parenti (senza far nomi). Le saghe ci parlano di grandi personaggi che usavano il sarcasmo, tra le altre cose, come arma nella loro lotta contro l’oppressione. A noi piace usare anche l’umorismo, caratteristica che in questo senso possiamo ricondurre ai nostri antenati Vichinghi. Possiamo ringraziare i nostri antenati tenaci di tutti i tempi per un sacco di cose.
Negli anni ottanta quando siamo cresciute, le nostre madri erano tutte membri dei rispettivi circoli di cucito, che si riunivano nelle loro case a turno, più o meno ogni due settimane, e abbiamo capito che lo scopo di questi club non era solo il cucito o la maglia, ma l’amicizia e la condivisione dei sentimenti. Era un’ora emancipata di risate, sostegno reciproco e ovviamente pettegolezzi. Una di noi ricorda di quando era seduta in cucina ad ascoltare la conversazione tra qualcuna di loro che stava attraversando un divorzio e un’altra che aveva un bambino gravemente malato. Altre volte parlavano di progetti per il futuro, di carriera, di femminismo e risolvevano problemi difficili con il supporto delle amiche. Questi circoli potrebbero essere un canale per tutto. L’azione politica, l’azione sociale, la guarigione: erano caratterizzati da condivisione e forte sentimento. Eppure questo tipo di assemblea di persone non è stato molto considerato nella società. Il circolo del cucito è un gruppo sociale subordinato. L’opinione generale è che un circolo di cucito sia solo un superficiale gruppo di signore che si vedono per chiacchierare e fare centrini all’uncinetto, quando si tratta in realtà di un luogo in cui si attua un processo decisionale molto importante.
Quando eravamo insieme all’Accademia islandese di Arti e Mestieri nel 1996, abbiamo iniziato a collaborare e abbiamo visto che questo accelerava sensibilmente il processo di lavoro. Attraverso la discussione, le idee grezze si manifestavano in modo più chiaro e con più mani le cose pratiche diventavano più facili. Abbiamo deciso di chiamare il gruppo Gjörningaklúbburinn, parzialmente in onore dei club di cucito, questa pratica dei nostri antenati e anche come una provocazione in quanto il lavoro dei circoli naturalmente non è considerato vero lavoro artistico. Ma al posto del prefisso ‘maglia’ o ‘cucito’ abbiamo messo ‘gjörninga’, che significa azione o performance, ma ha una connotazione connessa agli antichi atti di magia e stregoneria. La cosa divertente da un punto di vista semiotico è che la parola inglese craft può significare al tempo stesso un’attività, come fare qualcosa con le proprie mani con abilità (ma craft è comunque subordinato a art) e stregoneria. Crafty sono quelli che hanno la magia , sono intelligenti in modo ingannevole.
Ma noi non ci consideriamo streghe. Crediamo nel potere della collaborazione e che la stregoneria sia probabilmente nascosta in essa, nelle relazioni e nell’energia tra le persone, la coscienza collettiva.

P: Uno slogan del femminismo anni ’70 recitava: “Tremate le streghe son tornate!”, ma in Islanda le streghe non sono mai finite sul rogo e hanno potuto continuare a tessere tutte le loro emozioni compresa la propria sessualità lunare, senza tema di entrare in conflitto con il logos. La parola textus di fatto deriva da tessere, il testo in questo senso può essere inteso come una trama, un tessuto di parole e la lingua nella sua struttura come una scienza pre-scientifica fondata sui due concetti basilari della semantica, vale a dire il significato e l’intendimento e se non si slega il vedere dal nominare, la lingua può essere utilizzata in modo concreto, per non dire incarnato. Si entra in un ragionamento di tipo magico-naturale, assai poco androcratico e decisamente più pacifico, che sottende quella che i greci chiamavano physis. La vostra seconda personale da pinkummer si chiama “Embody” e fa parte di un progetto articolato dal titolo “Think Less – Feel More”. Si tratta di un progetto politico?

ILC: Sì, “Think Less – Feel More” si potrebbe vedere anche come un progetto politico. Una dichiarazione del genere ha due facce, perché in contrasto con il suo enunciato richiede effettivamente di pensare. Ma nella nostra mente talvolta è ancora importante smettere di contare sul pensiero razionale che siamo tutti abituati a lodare tanto e lasciare il comando al regno delle emozioni. Il pensiero razionale non ci ha salvato dalla tragedia nel mondo, forse il contrario. Sono l’amore, l’empatia e l’attività emotiva a fondare l’etica. Quindi invitiamo le persone a sentire di più, a fidarsi dei sentimenti e ascoltare le loro emozioni.
E’ vero che in epoca medioevale solo tre donne sono state bruciate sul rogo per stregoneria o eresia in Islanda, contro 19 uomini tra il 1500 e il 1700. (La storia racconta di casi in Scandinavia, dove si è dato fuoco alle streghe in gruppi). D’altra parte 18 donne sono state annegate in Islanda per una gravidanza fuori dal matrimonio (l’ultima nel 1749). Quindi dire che allora erano libere di manifestare la loro sessualità è ambiguo.
Il mistero soggetto/oggetto è ancora vivo. Un materiale e la sua natura e physis possono evocare una complessa attività emotiva. Per Embody abbiamo creato sculture materiali derivate da performance. Questo è ciò a cui si riferisce il titolo della mostra. Le sculture o gli oggetti sono l’incarnazione di una performance, il che è un po’ strano dato che la performance di solito coinvolge il corpo, ma vogliamo sottolineare che, anche se una performance implica un corpo è comunque per lo più una cosa soggettiva o spirituale. Quindi questi oggetti che presentiamo da pinksummer sono passati attraverso il mulino del pensiero e poi presentati sotto forma di azione o momenti di astratta (o non così astratta) sensazione, la performance, che successivamente è diventata qualcosa di materiale. Per questo sono una performance incarnata.
Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme le nostre opere erano per lo più performance, ma presto abbiamo iniziato a lavorare con gli oggetti, come anche con ogni altro tipo di medium. Crediamo che tutti i nostri lavori abbiano radici nella performance.
Come la maggior parte della scultura, il nostro lavoro tridimensionale è stato creato in relazione alla forma del corpo umano e alle sue proporzioni, ma le nostre opere in più giocano sul confine tra scultura, oggetto, scenografia, costume, corpo. Affinché la nostra scultura funzioni, bisogna avvicinarla alla forma e alla soggettività di un corpo umano. In questo senso troviamo interessante investigare il rapporto tra materia ed emozione.
E ora sospettiamo anche che sia il materiale stesso ad alimentare un sentimento in se stesso, basato sull’esperienza acquisita nel corso delle performance. Il che confonde ulteriormente la distinzione tra materiale, oggetti e performance.
Una delle opere in mostra è una gigantesca tessitura di collant in nylon, che nel suo carattere colorato e stratificato acquista qualità spirituali o sciamaniche, nonostante sia piuttosto geometrica rispetto alle qualità strutturali. Proprio come il linguaggio: anche se di natura strutturale, con le sue regole e la grammatica, ha qualità magiche.

P: Nel film del 1960 diretto da Vittorio De Sica tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia “La Ciociara”, c’è una scena molto drammatica in cui Cesira, interpreta da Sofia Loren, prende a schiaffi la figlia tredicenne Rosetta che si era concessa al camionista Florindo in cambio di calze di nylon. La ragazza poco prima era stata violentata con la madre da un gruppo di soldati nord africani, che le avevano scovate in una chiesa diroccata, nel viaggio di ritorno a Roma da cui erano sfollate per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Le calze di nylon assumono in questo film un valore emblematico, di passaggio traumatizzante dall’età infantile all’età adulta della donna.
Sembra che per le donne che vivevano al di là della cortina di ferro, i collant incarnassero il sogno del ricco stile di vita occidentale e che, fino a non molto tempo fa, si potevano vedere le ragazze dell’Europa dell’est, indossare i collant anche nell’afa estiva come emblema di una condizione di benessere economico finalmente acquisito.
Su Wikipedia viene riportato che i collant sebbene siano considerati calze, non lo sono esattamente e anche che in Occidente sono un articolo femminile, ma che la situazione potrebbe cambiare da un momento all’altro, tanto è vero che gli stilisti hanno iniziato a introdurli nei defilé maschili, e i produttori hanno iniziato a proporli in Europa anche per i maschi proprio in virtù della crescente domanda.
Forse avevamo già toccato l’argomento nello scorso comunicato, ma ci piace tornare sul tema dei collant, essendo un materiale privilegiato e ricorrente nel vostro lavoro.

ILC: Abbiamo un lungo rapporto con il nylon. Abbiamo usato collant di nylon per scopi diversi. Come collant, ma anche per fare dipinti, sculture e installazioni. Possono essere utilizzati in una sorprendente varietà di modi.
Fin dalla prima infanzia la maggior parte delle donne del mondo occidentale ha un’ esperienza in qualche modo particolare con questo materiale . Come dite voi, tutto ciò riguarda ancora soprattutto l’ambito femminile, ma con l’interscambiabilità contemporanea tra tutti i tipi di generi e di identità, è diventato più attraente per gente di ogni tipo.
In Islanda riconosciamo la stessa figura di “svergognata” che descrivete in riferimento al film di Vittorio De Sica, perché i soldati inglesi e americani che hanno occupato l’Islanda (allora colonia della Danimarca), durante la seconda guerra mondiale, hanno dato alle donne e alle ragazze locali collant di nylon in cambio di favori sessuali. Ma perché questa gente li aveva portati con sé? Era un atto di guerra o una mossa imperialista equipaggiare tutti i soldati con qualche paia di calze di nylon? Oppure li hanno portati di spontanea volontà, per ogni evenienza? Si tratta di un argomento di ricerca interessante.
Il nylon e in particolare i collant di nylon sono oggetti molto interessanti in quanto tali, perché sollevano reazioni emotive diverse. Il nylon è decisamente un pezzo forte nell’ambito dei materiali. Le calze di nylon sono state commercializzate nel 1939 e subito divennero molto popolari. Il Nylon fu prodotto inizialmente da DuPont nel 1935 e ha questo intricato e contorto rapporto con la guerra, la vittoria del capitalismo e il pensiero occidentale in genere.
E’ un’invenzione abbastanza divina in sé. Realizzata in crudo greggio, è la replica del filo di baco precedentemente utilizzato per fare calze molto costose, ma più forte e più sottile, e in quanto tale, è simbolo di come la tecnologia si sforzi di replicare le creazioni della natura di solito in un modo molto goffo, ma con il nylon ha funzionato! Il nylon è un materiale sfaccettato. Super forte e super flessibile, ideale e molto attraente per le sue caratteristiche. Ma se c’è una piccola smagliatura tutto si strappa… (come talvolta accade nella società o nella vita in generale). Così abbiamo sentimenti ambivalenti nei confronti del nylon. Il sintetico è un segno distintivo. Ovviamente, rappresenta tutto ciò che sta distruggendo il pianeta. Industrializzazione fuori controllo, consumismo e cultura dell’usa e getta. Ma le calze di nylon che abbiamo usato per diversi anni hanno ben poco valore commerciale, le recuperiamo da una fabbrica in Finlandia (l’ultima fabbrica in Scandinavia che produce calze di nylon) ed è per lo più roba che butterebbero nel cestino comunque. Scarti di fabbrica. Quindi anche questo gira intorno all’idea di valore. Stiamo lavorando con i materiali che non hanno valore, ma ancora ricordano oggetti di valore e oggetti di dominio: dominio sulla natura, sul corpo femminile, sull’anima femminile. Eppure amiamo i collant di nylon. Sono un grande dono all’umanità e per tutte le persone che amano indossarli.

P: Raccontate della mostra da pinksummer e della performance che presenterete nello White Hole di Space Caviar?

ILC: Mostreremo una documentazione video della nostra performance “Think Less- Feel More”, e oggetti che incarnano questa performance e il suo spirito.
“Think Less- Feel More” presenta l’interazione su più livelli di diversi simboli e miti, che potrebbero apparire astratti a prima vista, ma che sono in realtà immagini familiari che riconosciamo nella nostra cultura collettiva. Il lavoro solleva interrogativi sulle strutture di potere, il controllo, il caos, l’abbondanza, l’attività e la passività, che sottolineano le regole i sistemi invisibili nella nostra società. Ventuno performers, attori, musicisti, ballerini e un architetto, hanno preso parte allo spettacolo che è durato circa 51 minuti ed è stato eseguito dodici volte presso la Galleria Nazionale d’Islanda. Solo quaranta persone alla volta potevano partecipare alle sessioni ed erano tutti tenuti a indossare abiti neri.
Durante il processo, dopo che abbiamo fatto la performance e abbiamo iniziato a concentrarci sull’elemento scultoreo, questi oggetti che esporremo da pinksummer hanno assunto la loro forma propria e gradatamente si sono allontanati dalla performance dalla quale hanno avuto origine. Questo è il processo naturale di tutte le entità. Quindi sarà molto interessante vederle nello spazio reale della galleria.
Tutto il nostro lavoro è collegato. Una cosa ne genera un’altra e una cosa nuova è in grado di far luce su quello che stava succedendo precedentemente. Quindi è una ragnatela piuttosto che una progressione cronologica. Questi nuovi lavori sono realizzati con materiali simili a quelli che abbiamo usato precedentemente , cose naturali accostate a materiali sintetici. Tutti oggetti abbastanza consueti, ma presentati in maniera nuova e inaspettata. Così ci colleghiamo con l’eredità surrealista creando qualcosa di nuovo da cose familiari.
Siamo tre persone che lavorano insieme e dipendiamo molto dall’intuizione e dal flusso. Le idee fluiscono tra noi e l’ambiente, e noi ci connettiamo con loro e nessuno di noi ha un concetto del tutto chiaro e razionale di cosa tutto ciò significhi. È un flusso. Ma deve anche avere un senso, preferibilmente non solo un senso razionale. Attraverso l’approccio estetico speriamo di ricavare una comprensione più profonda ed estesa dell’esistenza umana.
Non sappiamo ancora esattamente cosa faremo per la nostra performance da White Hole. Avrà a che fare con la vicinanza e l’intimità e probabilmente includerà della musica disco.

Amy O’Neill – Dura Mater

Pinksummer: “Dura-mater” è il titolo che hai dato a questa tua seconda personale da pinksummer. La Dura-mater (hard mother/ madre dura) è, con la pia mater e l’aracnoide, una delle tre meningi che proteggono il cervello e il midollo spinale. La Dura-mater, la più esterna delle tre membrane, è una sorta di fodera tenace e elastica di colore cinereo/argenteo che ripara meccanicamente il midollo spinale fino alla base della colonna sacrale, mentre in alto, nella cabina di comando del sistema nervoso, attraverso un prolungamento denominato falce, separa l’emisfero destro da quello sinistro del cervello.
Il nome Dura-mater, rispetto alla più superficiale delle meningi, è riconducibile a Stefano di Antiochia, che nel XII secolo tradusse integralmente, dall’arabo al latino, il capolavoro della medicina islamica del X secolo, del fisiologo e psicologo persiano Haly Abbas, devoto a Allah. L’opera, intitolata “Kitab al-Maliki”, in latino fu trasmutata in “Liber Regalis”, perché dedicata dall’autore all’emiro del tempo (in italiano “Libro completo dell’arte medica”, in inglese “Royal book of the medical art”). Stefano di Antiochia chiamò questa meninge spessa Dura- mater, per la sua funzione connettiva dei tessuti, assimilabile ai legami familiari tipo madre e figlio o figlia.
Il tuo lavoro essenzialmente incentrato sulla memoria ha una funzione connettiva rispetto ai tessuti della grande Storia con quella della storia “minuta”, individuale e familiare. La Storia in questo senso appare come una sorta di linea retta costituita da infiniti punti dipendenti l’uno dall’altro, a loro volta illimitatamente frammentabili. Questa tua sensibilità temporale sembra rimandare al concetto deleuziano, riconducibile al mondo classico pagano e in particolare alla teoria cosmogonica stoica, di aion, diverso per essenza dall’idea meramente quantitativa di Kronos. Mentre Kronos è il tempo della nostra quotidianità, una sorta di intervallo astratto tra passato e futuro, l’aion è una specie di passato/futuro, in cui il presente è un limite infinitesimale e pertanto di impossibilità: il presente nella prospettiva temporale di aion è inafferrabile, si trova o in ciò che è passato o in ciò che deve ancora accadere, il presente è sempre in qualche modo schivato. La Storia appare come un evento unico che differisce in ogni punto che non smette di scindersi e moltiplicarsi, una sorta di strana e un po’ morbosa eternità.
In un testo di Bob Nikas intitolato “Memory and displacement in the work of Amy O’Neill’ si legge “Histories, like values, are handed down from one generation to the next, and we inherit the fears and foibles of our parents and grandparents, as they were handed down to them. History, as we’ve come to see, has a habit of repeting itself. 
(Le storie, come i valori, si tramandano da una generazione alla successiva e noi ereditiamo le paure e le fobie dei nostri genitori e dei nostri nonni, come sono state trasmesse a loro. La storia, come si è visto, ha l’abitudine di ripetersi)”.
Ci verrebbe da chiederti cosa ti hanno inoculato i tuoi genitori e i tuoi nonni e forse anche Ronald Reagan, il presidente con il quale sei “cresciuta” (stiamo un po’ scherzando), per trasformare l’attitudine squisitamente ottimista di matrice yankee, che ti appartiene certo, ma come scorza, membrana spessa, per sbucciarla nel modo in cui si sbuccerebbe un frutto maturato fin troppo dentro al canestro in cucina, che all’interno rivela un teatro dell’assenza, della dissoluzione, della distopia, della “rovina al contrario” per entrare nella dimensione di irreversibilità entropica di Robert Smithson. Perché questo titolo?

Amy O’Neill: La combinazione di funzionale e simbolico è un principio operativo fondamentale nell’elaborazione della maggior parte del mio lavoro. Ciò è in parte il risultato delle influenze della zona dove sono cresciuta, la Pensilvania occidentale che ha una ricca tradizione rispetto al mescolare storie apparentemente differenti. Per esempio, la scuola superiore che ha frequentato mio padre ha il volto di John F.Kennedy innestato sulla mascotte, il capo indiano Monacatootha, in omaggio al presidente assassinato. Raccogliere storie della classe media americana e creare un paesaggio dove i ricordi si dispiegano è una forma di sperimentazione che conduco con molto piacere. Un po’ come Victor Frankenstein, il personaggio di Mary Wollstonecraft Shelley, nel suo romanzo “Frankenstein o il Prometheus moderno”. Tra l’altro, ho anche un’affinità con le posizioni della Shelley come fautrice dell’idea Illuminista che la società potrebbe evolvere se i capi politici utilizzassero il loro potere in maniera responsabile; fedele comunque anche all’ideale romantico nel credere che un uso improprio del potere potrebbe devastare l’umanità.
Infine, secondo un’altra definizione funzionale, la Dura-mater è quella che circonda e sostiene i seni durali che trasportano il sangue dal cervello al cuore. Una metafora adatta alle nostre complesse e poetiche posizioni di esseri umani.

P: A proposito di Islam, di Reagan e di Storia intesa come unico evento costituito da migliaia di più o meno piccoli e grandi eventi, collegati tra loro e in grado di frammentarsi all’infinito nelle dimensioni individuali e collettive, siamo in un punto del tempo in cui l’Europa sta maneggiando come può un esodo biblico, dove non manca chi erige confini astratti e concreti di filo spinato, per proteggersi, come se fosse ragionevole, considerando le proporzioni del fenomeno, dietro a un dito. Zygmund Baumann in un recente articolo, ha definito i profughi “walking dystopias”, distopie che camminano risvegliando paure ancestrali. Abbiamo pensato al film del 1978 di Romero “Zombi (L’alba dei Morti, Dawn of the Dead)”, in cui s’immaginavano gli Stati Uniti invasi da morti viventi che trasformavano i vivi in sopravvissuti, mentre la società sprofondava nel caos. Ebbene a proposito di tutto questo ci è venuto in mente l’affare “Iran – Contras Gate”: tra il 1985 e il 1986, all’epoca della guerra Iran/Iraq, alti funzionari militari del governo Reagan (che in seguito godettero dell’amnistia velocissima concessa da George Bush Senior), furono coinvolti in uno scandalo potente. Tramite l’articolo di un giornale libanese, si scoprì che fornivano armi sia all’Iran, prima indirettamente e poi direttamente, che all’Iraq di Saddam Hussein. Con gli ingenti proventi pecuniari della doppia fornitura di armamenti ai due paesi membri dell’Opec, gli Stati Uniti finanziarono azioni di guerriglia e terrorismo in Nicaragua, perché il presidente “cowboy” malvedeva, seppur apparentemente legalmente eletto, il governo sandinista in quanto filocomunista. Nella guerra Iran/Iraq persero la vita un milione e mezzo di esseri umani, in Centro America ci sono stati circa 30.000 morti.
Viene da domandarsi come fa oggi Martin Dempsey, joint Chiefs of Staff, la più alta carica militare negli Stati Uniti, a concludere un’intervista a proposito della massa di profughi che arrivano in Europa, affermando con innocenza a-storica: “Non so dove tutto questo andrà a finire. E quando non riesco a fare previsioni devo preoccuparmi. Stabilità e pace sul continente sono in gioco”.
Abbiamo sempre interpretato il tuo lavoro come una sabbiera “tomba in cui i bambini giocano allegramente” per tirare ancora a mezzo Smithson, in cui i granelli della Storia si mescolano a quelli delle storie, i granelli della cultura “alta” si mescolano al “vernacolare” dell’immensa e profondissima periferia nord americana. Abbiamo sempre interpretato il tuo lavoro come politico e anti/militarista, tutto il tuo percorso, ma stiamo pensando in particolare al tuo rimaneggiamento blasfemo e antipatriottico dei brit-american“Victory Gardens” della Seconda Guerra mondiale. Questa “primavera araba” sfiorita prima ancora di fiorire senza tenere conto nei nessi causali, trasformando in “Walking dystopias” il nostro prossimo, non è un “The Monument of The Passaic”, rovina di ciò che non è ancora, futuri abbandonati, utopie senza fondo?

A.O’N: Queste sono idee ispirate dal tempo geologico contro lo spazio mentale, una incoerenza tra il senza tempo e il temporale. Per esempio nei nuovi disegni, le immagini di francobolli degli anni Quaranta e Sessanta si sovrappongono alle immagini delle storie di guerra di mio nonno e mio padre con un effetto di contrasto simultaneo e straniamento reciproco. Comunque di fatto per me si tratta di raccontare delle storie piuttosto che di pesante realismo psicologico.

P: Nel 1973, in un’intervista fatta due mesi prima di morire con Alison Sky, Robert Smithson disse a proposito dell’entropia: “O.K. we’ll begin with entropy. That’s a subject that’s preoccupied me for some time. On the whole I would say entropy contradicts the usual notion of a mechanistic world view. In other words it’s a condition that’s irreversible, it’s condition that’s moving towards a gradual equilibrium and it’s suggested in many ways. Perhaps a nice succinct definition of entropy would be Humpty Dumpty. Like Humpty Dumpty sat on a wall, Humpty Dumpty had a great fall, all the king’s horses and all the king’s men couldn’t put Humpty Dumpty back together again. There is a tendency to treat closed systems in such a way. One might even say that the current Watergate situation is an example of entropy. You have a closed system which eventually deteriorates and starts to break apart and there’s no way that you can really piece it back together again. Another example might be the shattering of Marcel Duchamp Glass, and his attempt to put all the pieces back together again attempting to overcome entropy. Buckminister Fuller also has a notion of entropy as a kind of devil that he must fight against and recycle. (O.K. cominceremo con l’entropia. E’ un soggetto che per un po’ mi ha preoccupato. In generale direi che l’entropia contraddice l’abituale nozione di una concezione meccanicistica del mondo. In altre parole è una condizione che è irreversibile, è una condizione che muove verso un graduale equilibrio come è suggerito in diversi modi. Forse una bella definizione sintetica dell’entropia potrebbe essere Humpty Dumpty. Come Humpty Dumpty sedeva su un muro, Humpty Dumpty ha fatto una grande caduta, tutti i cavalli e gli uomini del re non potrebbero rimettere insieme Humpty Dumpty. C’è una tendenza a trattare i sistemi chiusi in un modo simile. Si potrebbe anche dire che l’attuale situazione di Watergate è un esempio di entropia. Abbiamo un sistema chiuso che alla fine si deteriora e comincia a andare a pezzi e non c’è modo di poterlo rimettere davvero assieme. Un altro esempio può essere la frantumazione del grande vetro di Marcel Duchamp e il suo suo tentativo di mettere di nuovo insieme i pezzi tentando di vincere l’entropia. Anche Buckminister Fuller ha una nozione di entropia come demone contro cui combattere e reciclare”.
La tua opera ha sussunto questa prospettiva della dissoluzione accelerata e irreversibile in cui il futuro sembra giacere dimenticato e obsoleto nei luoghi non storicizzati senza qualità, che sovvertono ogni principio di causalità e qualsivoglia sequenza cronologica e organizzazione semantica, sono rovine in sé che hanno la struttura processuale di un rito svuotato. Nei nonsites è impossibile contemplare la nozione di forma, come afferrare il presente. Ci parli della tua ossessione per la mise-en-scène: carnevali, zoo, parchi a tema, feste, celebrazioni, parate e dei monumenti temporanei o anti-monumenti che le informano?

A.O’N: Nel 1967, l’artista Adrian Piper scriveva: “Solo ciò che è intuitivo è davvero illimitato”. Vedo tutta l’arte come un processo fondamentalmente intuitivo, indipendentemente da quanto indirettamente se ne trattasse in passato. In accordo con quest’idea, le “ossessioni” o come mi piace pensarle, le intuizioni, sorgono dalla mia precoce esposizione alle “mise-en-scènes” da bambina.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

A.O’N: Sulle pareti ci saranno due nuove serie di disegni e stampe basate sulle esperienze di guerra di mio padre e di mio nonno. Tutti eseguiti nel 2015, il primo gruppo, intitolato “Metered Mail”, è una serie di stampe litografiche e di disegni ispirati a un libretto di cartoline illustrate spedito da mio nonno a mia nonna durante l’addestramento ai tempi della seconda guerra mondiale, che è stato conservato da mia nonna per più di 60 anni. Le immagini sono scelte, tagliate e incollate con i francobolli dell’epoca, sulla base dei ricordi che ho dei rapporti con i miei nonni e delle storie che mi sono state raccontate a proposito del coraggio e della resistenza del nonno prigioniero di guerra. Lui personalmente non ha mai parlato della guerra o del tempo passato in un campo di lavoro dopo che fu catturato nel 1944.
Per la serie di immagini “Vietnam or the American War”, ho avuto la fortuna di ricevere da mio padre delle foto che scattò mentre era in Vietnam e in licenza negli Stati Uniti nel 1969 circa. Anche questo gruppo incorpora francobolli pubblicati nello stesso anno in cui le foto sono state scattate, ma la giustapposizione è molto più intuitiva perché ci furono pochi riferimenti al Vietnam o supporto pubblico durante quel “conflitto”. Ho scelto di disegnare la maggior parte delle immagini in entrambe le serie con i segni dei timbri della posta obliterata, perché tutte sono datate 1943 o 1969 e le linee ondulate dei contrassegni postali ben rappresentano le onde della memoria. (eccetto per Telegraph che ha il suo proprio sistema di trasmissione integrato nel disegno).
Sul pavimento ci sarà Deconstructing 13 Stripes e Rectangle #8, una scultura progettata e cucita in riferimento alla geometria della bandiera degli Stati Uniti. Ispirato dall’idea dei Victory Gardens, piantati nelle residenze private e nei parchi pubblici degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, la scultura è costruita con sacchi di patate (pane della vita) riciclati e riempiti di sabbia.
Infine, installata sospesa al muro sopra i disegni e aggettante nello spazio, c’è una serie di paraspruzzi da camion fatti di gomma di pneumatici riciclata. Questi paraspruzzi, sono stati incisi con il motivo del cretto di fango. Fungendo da surrogati di bandiere, questa serie prosegue la mia ricerca intorno alla descrizione di stati fossilizzati che si librano nel tempo e nello spazio.

INVERNOMUTO – Africa Addio

2015-invernomuto-invitationcard

Pinksummer: Chi diavolo sono Dracula Lewis e Palm Wine e cosa c’entrano con Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi e soprattutto con Invernomuto? Si tratta di “alias” la cui applicazione è circoscritta a ruoli specifici? Ci interessa chiarire la posizione di Dracula Lewis e Palm Wine rispetto a Invernomuto: già il collezionismo visivo è diffidente rispetto alla creazione di matrice multipla e comunitaria, figurarsi se saltano fuori anche alias con nomi da fumetto dietro a un collettivo, il cui nome rimanda a un’entità del romanzo “manifesto” del cyberpunk, che ha l’insofferenza ai limiti, propria di tutte le intelligenze artificiali, a partire dai poveri golem senz’anima.
Invernomuto: Invernomuto si è sempre mosso sui bordi delle discipline: arti visive, cinema sperimentale e musica. Il collezionismo è diffidente, vero, ma è anche vero che è un problema italiano. Invernomuto mira a creare un paesaggio di oggetti, suoni e ambienti; là, sulla linea dell’orizzonte, colloca elementi di ricerca, opere, che si staccano e possono incanalarsi nel mercato. È un processo naturale, per noi, ma non è nulla di inedito se si osservano altre realtà extra italiane.
Palm Wine e Dracula Lewis (rispettivamente SB e ST) sono progetti paralleli, che sondano mondi musicali, distinti ma affini alla ricerca artistica di Invernomuto. Curioso il fatto che fino a un paio di anni fa nella nostra bio non comparivano nemmeno. Kim Nguyen, direttrice di Artspeak a Vancouver, dove abbiamo presentato una personale a inizio 2015, per la prima volta ha incluso PW a DL in coda alla breve bio allegata al comunicato stampa; e lo ha fatto in maniera disinvolta.
Spesso si dimentica anche qual’è il valore e l’effettivo scopo di un moniker (o alias), che sia di un collettivo o di un singolo poco importa. Il suo effetto è quello di nascondere l’ego a favore di una visione più ampia, diversa, che spesso si muove su una linea tangente al reale, ma che proprio nel reale trova la sua efficacia. Un moniker non è un avatar, un moniker può lasciare un segno e spalancare migliaia di porte di siginificati appartenenti a mondi codificati o in fase di codifica, ma a differenza dell’avatar vive nel reale. Quindi un nome collettivo è un’evocazione prima di tutto, la creazione di mondi per noi parte indissolubilmente da qui.
Gli alias, o i moniker, derivano certamente dal retaggio sottoculturale nel quale siamo cresciuti. Siamo diventati allergici alle parole ‘inverno’ e ‘muto’, per certi versi, più volte abbiamo pensato di scrollarcele di dosso. Ma, dopotutto, perchè?
P: Il fake, attorno a cui s’informa la vostra poetica, è una condizione intrinseca al paesaggio inteso come sinonimo dell’antica physis, o è un elemento la cui introduzione è necessaria per eludere, come se si trattasse di una qualche forma di vestizione, la qualità sostanzialmente disumana e pericolosa della verità? Forse era Nietzsche che affermava che bisogna fermarsi coraggiosamente alla superficie, “all’Olimpo dell’apparenza” e goderne le forme, i suoni, le parole…. Il fake è l’assunto estetico della natura o un modo peculiare per attualizzare la Storia, varcando un portale finzionale, come dentro a un evento live di un gioco di ruolo?
I: “Non è mai stato così reale!” Così declamava un banner di Seconda Fondazione, gruppo di LARP italiano che abbiamo coinvolto nel nostro progetto Village Oblivia nel 2009. L’idea di portale, di cerchio magico, di un ‘dentro’ più reale del reale ci ossessiona da tempo.
È una questione di superfici: l’attraente morbidezza della materassina, una gomma che viene utilizzata per le armi dei player dei giochi di ruolo dal vivo, o quella della liquirizia Morositas. Usiamo i materiali (o i non-materiali come lo slimer verde) come indici di un immaginario e di un’epoca storica. E nei materiali includiamo anche la pasta del video e del suono, plasmati in maniera diversa rispetto al tipo di storia che stiamo raccontando.
Il fake è il momento di collasso tra il reperto e una sua fantasiosa traduzione attualizzata. È indubbiamente un modo per guardare alla storia, che altro non è che strati sedimentati di narrazioni. Quando gli oggetti riescono a sfondare questi livelli, sicuramente stimolano la nostra curiosità.
P: Autodefinirvi impaginatori è un po’ come definirvi post-moderni e fautori di quel “pensiero debole” che muove dalla proclamazione della morte di dio, o più semplicemente credete che da che mondo è mondo l’invenzione umana, qualsiasi genere d’invenzione, non possa che partire da un atto di impaginazione, tipo che per inventare un animale che non esiste come il centauro, si deve comunque partire da due esseri esistenti tipo il cavallo e l’uomo e accostarli con un atto che potrebbe essere definito appunto di impaginazione.
I: Impaginare può essere un atto alchemico, così come mixare e giustapporre. Non necessariamente se si mischiano due sorgenti si otterrà una somma delle due, anzi il più delle volte nascono nuove forme, imprevedibili. Impaginare è assolutamente un atto di creazione se l’attitudine dell’impaginatore è sincretica e sperimentale. Impaginare a nostro avviso è uno dei migliori modi per generare mondi; o per genuinamente perdere il controllo in mondi già esistenti.
P: E come approcciarsi al linguaggio e alla sua corrispondenza con la realtà, considerando che nelle colline tra Parma e Piacenza, la parola negus, originariamente riferita al sovrano Halie Selassié I, si è trasformata nel tempo e con la ripetizione in un sinonimo di lazzarone e di perdigiorno, mentre altrove, tra i rastafariani di Giamaica e del mondo, lo stesso sovrano Haile Selassié, è il negus neghesi, il re dei re, il ras tafari, il nobile etiope, l’eletto da dio, la luce del mondo, il messia, tanto che Bob Marley per reagire all’impossibilità della sua morte compose “Jah Live”. Viene da ragionare sul fatto che anche Saddam Hussein e Mu’Ammar Gheddafi, seppure le loro storie siano più laiche e secolari di quella di Haile Selassié I e tra i loro antenati non sembra figurino né re Salomone né la regina di Saba e nemmeno corrispettivi islamici di eguale lignaggio, tuttavia in un altrove che si fa sempre più prossimo e remoto, tra la loro gente per esempio, avrebbero magari potuto non essere considerati da tutti le canaglie che noi abbiamo creduto fossero. D’altra parte andando a frugare nella propaganda fascista guardando alla vostra opera “Topolino in Abissinia”, presentata in Triennale nella mostra “Anabasis Articulata” curata da Paola Nicolin, abbiamo scoperto che il tenero e democratico Mickey Mouse, durante il fascismo era una bastardissima camicia nera armata fino ai denti, con tanto di borraccia riempita di gas asfissiante, smaniosa di uccidere per la patria e la famiglia.
I: Negus è arrotolato attorno la figura dell’ultimo Imperatore d’Etiopia. Senza di lui crollerebbe l’architettura del progetto. C’è il Negus carnevalesco nemico del fascismo incendiato in piazza a Vernasca; c’è il Re dei Re, sovrano d’etiopia, incoronato nel 1930 con un monumento formato da una stella a tre punte (il logo di Mercedes Benz); c’è il Messia Nero, la seconda incarnazione di Gesù, secondo gli aderenti Rastafari; c’è un’icona, che viaggia liberamente e si propaga attraverso copertine di dischi, clip video, sigari, francobolli e iconografia rasta in genere; ed infine c’è Lee “Scratch” Perry, il demiurgo inventore del dub, che di Ras Tafari ha una visione molto personale e sincretica, il quale, forse, di Selassie rappresenta una possibile re-incarnazione robotica – e che in Negus purifica la piazza di Vernasca, in un balzano rito di ghiaccio e fuoco.
Ci interessa mostrare i lati insoliti e contradditori di un simbolo o una storia conosciuti. O, al contrario, contraddire gli stereotipi utilizzando iconografie nascoste: in “RAS” che presentiamo a pinksummer per la prima volta, un elemento di edilizia popolare degli anni del boom economico italiano (tecnicamente un coppo finale), diventa una sorta di maschera funeraria egizia; l’opera è una copia del coppo originale, realizzata in resina e verniciata di liquirizia e catramina.
P: “I’m gonna put on a iron shirt, and chase satan out of the earth
I’m gonna put on a iron shirt, and I chase devil out of the earth
I’m gonna send him to out of space, to find an other race
I’m gonna send him to out of space, to find an other race”
Declama in “Disco Devil” Lee Scratch Perry, come in un rito di esorcismo. E un rito di esorcismo appare anche il reenactment di Lee Perry dell’antico falò filo-coloniale, sulla piazza di Vernasca, nel quale venne bruciata l’effige del negus, al rimpatrio di un soldato autoctono ferito nei combattimenti di Abissinia.
Un’esplosione di energia e anche di bellezza in “Negus”, la leggenda del reggae in paese, sotto la vostra regia ostinata, seguendo nel suo modo la vostra volontà, come fosse una matita che dal margine procede al centro, per ritornare al margine che per incantesimo o esorcismo di Lee “Scratch Perry” non sembra più margine, ma diventa centro anch’esso. Vernasca non è solo un pretesto, è centro. In qualche modo avete attuato una deformazione spazio-temporale, come per prevenire l’accadimento di un evento sbagliato, come a correggere un fraintendimento. Come a raccontarci che il margine e le periferie non esistono in sé, bisogna inventarsele, proprio come le colonie, costi quel che costa. Sembra che tra il 1935 e il 1941, l’Italia fosse straordinariamente unita, più di quando vinse i mondiali di calcio nel 1982 e nel 2006: si racconta che perfino Benedetto Croce, seppur non vedesse di buon occhio il fascismo, si lasciò un poco pervadere dall’esotismo coloniale patrio…
I: La storia è ricca di invenzioni. L’Africa di Mussolini giungeva in Italia in formati idilliaci e puri; aveva pochi elementi di contatto con la realtà dei campi di battaglia; era un’autentica invenzione, volta al soddisfacimento di determinati palati, ahinoi palati fini, talvolta. Il punto è che ci sono nodi irrisolti che ancor oggi si ripercuotono. È quello che abbiamo inseguito nel film Malù – Lo Stereotipo della Venere Nera in Italia, a proposito della rappresentazione del corpo femminile nero in Italia.
C’è un autore siriano naturalizzato italiano che amiamo molto e che abbiamo preso a prestito per la mostra Anabasis Articulata (Triennale di Milano, 2014, a cura di Paola Nicolin): Alessandro Spina. Spina ha scritto pochi romanzi e brevi racconti, tutti ambientati nelle colonie italiane in Libia e intrisi di elementi quasi teatrali, che ben dipingono un’idea di alterità immaginata.
Siamo appassionati di storie minori. Ci piace usarle, rimasticarle e ricontestualizzarle senza nostalgie. Parliamo in presa diretta e ci serviamo di materiali del passato, del presente e del futuro. Negus è una centrifuga di luoghi, culti (arcaici, ma soprattutto vergini) e biografie, in questo senso Perry è un buon amuleto. Ed è molto ricreativo.
P: Raccontateci del titolo di questa prima personale da pinksummer “Africa Addio”, dell’immagine che avete scelto per l’invito? Cosa presenterete?
I: Presentiamo una peculiare e personalissima mitologia di imperatori e re.
La scena è occupata da una grande gorilla gonfiabile (Super Ape) che si gonfia e sgonfia ciclicamente; Lee “Scratch” Perry nel 1975 registra “Super Ape”, considerato uno dei primi – se non il primo – album dub della storia. Quest’anno è il ventesimo anniversario e per celebrare la sua uscita Perry ha appena concluso un tour negli Stati Uniti. Lo scimmione in mostra è stato sui palchi di tutto il tour ed è stato prodotto da una campagna di crowdfunding alla quale abbiamo partecipato in maniera sostanziosa; ora siamo i proprietari della scimmia; e viaggerà con noi.
Importé d’Italie è invece composto da una serie di quattro stendardi di tessuto cangiante serigrafati. Le illustrazioni e gli elementi decorativi derivano una collezione di incarti per arance siciliane; ciascuna di esse rappresenta un volto nero, un Re Moro e reca la scritta in francese “Importé d’Italie”. Gli stessi incarti sono visibili in originale nei collage della serie “King Moro”, dove ad ogni viso abbiamo applicato una corona realizzata in foglia d’oro – e in “Mooretto”, un modulo mobile in legno con una scritta scorrevole a LED, la cui texture (il classico brick di mattoni rossi) è tratta dagli sfondi degli incarti stessi.
L’immagine usata per l’invito proviene da un carro del Carnevale di Viareggio di fine anni ’60 il cui nome era Africa Addio, il titolo alla mostra. Africa Addio è anche un film del 1966 diretto da Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, un classico controverso del cinema Mondo. Il carro è molto articolato, ricco di dettagli, tra i quali spicca un cartello con la scritta “torna al tuo paesello”.
Bones, Atlanta è un ritratto dell’ultimo Re della dinastia di questa mostra. Bones è un ballerino che abbiamo conosciuto all’aeroporto di Atlanta, dove lavora, durante uno scalo di qualche ora. Gli abbiamo chiesto di improvvisare di fronte alla camera durante una pausa.

Koo Jeong A – 4.3.3

2016-koojeonga-invitation-card

Ci è molto piaciuto un recente articolo di Hannah Ellis-Petersen, apparso sul “The Guardian” su Koo Jeong A a proposito del suo progetto di skatepark “Wheels Park” a Everton Park a Liverpool, in cui la giornalista racconta che quando contattò Koo Jeong A per intervistarla, l’artista rispose che era d’accordo, ma che non voleva essere audio registrata, suggerendo la presenza di una stenografa. Pertanto la giornalista prima di incontrarla in un bar di Kensigton insieme a Mary, una dattilografa con una piccola macchina da scrivere portatile, si era fatta l’idea che avrebbe incontrato un’artista diva piena di pretese, mentre si trovò di fronte l’opposto: una persona educatissima dalle maniere oltremodo gentili, che si scusò immediatamente per la richiesta curiosa dicendo: “Non sono stata educata a parlare di me perché gli Asiatici più o meno preferiscono limitarsi a ascoltare. E’ un atteggiamento differente. Ora è già cambiato, ma tendiamo ancora a considerare il valore che diamo a noi stessi qualcosa di intimo, che rifugge l’auto-promozione”. Questo aneddoto ripreso dal quotidiano britannico, ci è apparso utile perché ben esprime la personalità di Koo Jeong A, gentile e risoluta nel contempo circa scelte e, non necessariamente, motivazioni, rispetto a un lavoro che oggi ci sembra un mezzo, piuttosto che un fine, lasciando trasparire un’attitudine che rimanda a quella che in Oriente come in Occidente è chiamata la bios theoretikos, la vita contemplativa, che implica sempre un sentiero da percorrere e una trasformazione. Gli adepti novizi della scuola pitagorica dovevano tacere e ascoltare, considerate le cose più difficili da imparare, il maestro inoltre parlava nascosto dietro a una tenda per separare il sapere dalla persona che lo comunicava. L’ascolto della musica aveva la funzione di purificare gli adepti. Rischiando di esagerare diremmo che frequentando il lavoro di Koo Jeong A si ha un po’ l’impressione di avere a che fare con qualcosa di vagamente ieratico e oracolare, o comunque con una sorta di parola perduta a cui ci siamo disabituati. Sempre nel medesimo articolo menzionato all’inizio, Koo Jeong A afferma “Considero il lavoro come qualcosa di assimilabile al vestire i deceduti in splendore. E’ un’idea che arriva dal mio paese natale dove quando le persone muoiono si veste il cadavere, ma noi vestiamo i deceduti in splendore non come un cadavere”. Una frase che in qualche modo ci ha fatto pensare al concetto alla base di “Merda d’Artista” di Piero Manzoni, per cui l’opera era considerata, stiamo semplificando molto le diverse implicazioni, un gesto consumato, come la parte escrementizia e priva di valore di un processo esaurito. Per Koo Jeong A l’opera non sembra un gesto consumato, ma piuttosto qualcosa che si deve ricomporre ancora e sempre per affrontare un diverso cammino, che non immaginiamo sia esclusivamente di natura passiva e esegetica. Il tema dell’imprevedibilità sottesa nel lavoro di Koo Jeong A, su cui ha focalizzato Federico Nicolao nel saggio pubblicato sul catalogo “Constellation Congress”, pubblicato in occasione della personale di Koo Jeong A alla DIA Foundation di New York nel 2010, immaginiamo che sia l’accidente prevedibile e naturale di un qualunque viaggio, programmato nei dettagli più sottili e astrali.
“4.3.3” è il titolo della terza personale di Koo Jeong A da pinksummer e anche il titolo di un lavoro che sarà in mostra “4.3.3 una nave stampata in 3D con un sentiero”. L’artista ci ha raccontato in una e-mail, che il “cargo” bianco è la rappresentazione di un suo progetto irrealizzato: “Mi piacerebbe trasformare una petroliera in una destinazione culturale, e similmente che l’OPEC indebolita fosse rimpiazzata da un evento culturale”.
Per Lao Tzu la magia del vivere sta nel dirigere l’agire verso il non agire. Nell’azione non azione o nella non azione in movimento.
Nuotare insomma nella direzione della corrente, cogliendo l’evolversi degli eventi. Secondo l’Abate Constant (Levi), le operazioni magico alchemiche sono l’esercizio di un potere naturale della volontà umana. La magia può essere vista anche come una reinvenzione creativa della cultura.
Il cargo incontaminato di Koo Jeong A, appare come una sorta di magia simpatetica e propiziatoria che fa perno intorno alla parola cultura in rapporto al concetto di conoscenza.
Nella stessa e-mail su “4.3.3” Koo Jeong A proseguiva la spiegazione dell’opera citando alcuni passi di Roy Wagner in “L’invenzione della cultura”, nei quali l’antropologo parla di “antropologia alla rovescia” rispetto al culto sincretico e millenarista del movimento cargo. Il culto del cargo è apparso nelle società tribali melanesiane, dopo l’incontro con le popolazioni occidentali, soprattutto in seguito alla seconda guerra mondiale, quando le tribù indigene ebbero modo di osservare le navi e gli aerei giapponesi e statunitensi che trasportavano una grande quantità di merci per rifornire le basi militari. Alla fine della guerra le basi militari furono chiuse e cessò il rifornimento di merci e fu per attrarre quelle merci non cacciate e non coltivate, che le popolazioni native presero a riprodurre grossolanamente piste di atterraggio, aeroplani, radio, e a mimare il comportamento dei militari, per propiziare l’avvento di nuovi cargo, questa volta destinati al loro riscatto. Roy Wagner afferma: “Il simbolo del ‘cargo’, esattamente come quello della ‘cultura’, deriva la propria forza e il proprio senso dalle sue ambiguità: è il fenomeno enigmatico e seducente dei beni materiali dell’Occidente e allo stesso tempo rappresenta le profonde implicazioni umane che questi beni hanno per la mente indigena.” Di fatto per i nativi “cargo” (kago) significa beni manufatti, e in questo senso potrebbero essere considerati cultura, essendo che l’antropologia, “culto della cultura”, per trasformare in etnografie le popolazioni tribali, le viviseziona riducendole ai loro manufatti e alle tecniche di produzione, al loro cargo, buttando via le persone. Per i Melanesiani però il nostro cargo non è mai solo merce, ricchezza materiale, ma ha a che fare con la qualità della vita, con le implicazioni morali delle relazioni umane e, in questo senso, il cargo può essere considerato antitetico all’etimo elitario e sterile di cultura in uso in Occidente, incapace di creare conoscenza e di nutrirci spiritualmente elevandoci a un livello superiore, riscattando dalla guerra e dalle malattie croniche, come la depressione, la nostra società.
Koo Jeong A ci scrisse, anche per fermare un nostro tentativo barocco di interpretazione dei numeri “4.3.3”, che per lei e aggiungiamo noi, come per la cosmogonia taoista, nella sequenza di numeri da 0 a 9 è racchiusa la rappresentazione del mondo, la manifestazione dell’essere come dell’esseità.
Nella numerologia cinese i numeri pari sono yin mentre i dispari sono yang, yin e yang come pari e dispari, femminile e maschile, negativo e positivo sono opposti e complementari e danno origine al flusso di energia, alla vita.
Non siamo addestrate a trasformare i numeri in cose, ma supponiamo che la mostra “numerica” di Koo Jeong A sia un invito a lasciarsi attraversare dall’intelligenza bipolare e ciclica del mondo, uscendo dai limiti di un pensiero fideistico e materialistico che limita lo sviluppo spirituale.
Anche i pitagorici attribuivano alle cose un numero e un simbolo geometrico al numero, i numeri e i loro logoi o rapporti erano per quei saggi lo strumento fondamentale per far cessare la discordia tra gli uomini e stabilire l’armonia.
Lao Tzu nel Tao Te Ching scrive: “Una ruota è fatta di 30 raggi sensibili, ma gira in virtù del vuoto centrale non sensibile del mozzo. I vasi sono fatti di argilla sensibile, ma serve il loro cavo non sensibile. L’essenziale di una casa sono i fori non sensibili che costituiscono le porte e le finestre. L’efficacia, il risultato, provengono dal non sensibile”.
Sappiamo infine di questa mostra “4.3.3”, che un cargo costituito da 15 colli è partito da Londra per Genova.

Ultraterra – Alis / Filliol

test-2016-alisfilliol-invitation-card

Questa seconda personale, dal titolo “Ultraterra”, di Alis/Filliol da pinksummer, potrebbe essere interpretata come una lieve variazione degli artisti da se stessi, o come hanno dichiarato durante una conversazione, è come se si fossero spostati di due gradi sul goniometro dalla scultura, per farne evaporare il corpo, creando un’installazione scultorea di natura ambientale.
La narrazione muove da una testa modellata in gesso da Alis/Filliol qualche anno fa, che successivamente, seguendo quella loro particolare attitudine di intendere la scultura come un dispiegamento di esperienze se non proprio impreviste, non del tutto previste, hanno poi riempito di poliuretano fina a farla esplodere. Decisero poi di produrre la testa scoppiata in un unico materiale, pertanto costruirono un negativo, costituito da due valve, e dal calco uscì il simulacro in gesso del capo deformato dal poliuretano. Dalla sua produzione a oggi, il calco in negativo della testa è rimasto immobile e silente in studio, come si addice alla scultura più che a qualsiasi altra forma d’arte, soprattutto se figurativa. Al più su di esso si posavano ogni tanto gli sguardi interlocutori di Alis/Filliol, come a chiedersi se la traiettoria di quel lavoro fosse finita lì o avrebbe potuto a un certo momento condurli altrove. Poi è arrivata la seconda personale da pinksummer e i due stampi della testa scoppiata in gesso si sono prestati bene per realizzare un lavoro sulla deformazione, sulla trasformazione e forse anche sulla trasfigurazione, da un certo punto di vista. “Ultraterra” opera di fatto un doppio ribaltamento: da una parte sussiste il passaggio dal volume alle due dimensioni, dall’altra si ha come l’impressione che gli artisti abbiano voluto spostare la scultura intorno al corpo del visitatore. Quella che Alis/Filliol presentano è una scultura senza corpo, in cui permane una potente ossessione scultorea per il volume. Tale ossessione per la plasticità, lungi dall’essere una latenza residuale di matrice linguistica, pare piuttosto il fatto o più precisamente il modulatore emotivo per trasformare lo spazio inumano della scultura nell’estensione temporale di un paesaggio privo di massa.
Rosalind Krauss in “Passaggi” scrive a proposito di come la scultura costruttivista e futurista si sia lasciata trasformare dal teatro: “La scultura di cui sto parlando si nutre al contrario della convinzione che ciò che essa era non basta più, poiché poggiava su un mito idealista. Cercando di scoprire ciò che è, o almeno cosa può essere, la scultura si è servita del teatro e in particolare del suo rapporto con il contesto dello spettatore come di uno strumento per distruggere , indagare e ricostruire”. Si potrebbe immaginare che Alis/Filliol in assoluto, ma più in specifico in “Ultraterra”, abbiano fatto invadere/concimare il loro campo di azione dal cinema o dalla cinematografia, contrattando con il corpo della scultura e dello stesso spettatore: più un film è avvincente, più ci si dimentica del corpo, si va oltre alla immanenza corporea, si entra in una dimensione extra-corporea. Il paesaggio vivido e immersivo di “Ultraterra” celebra la passione plastica guardando dritto nel vuoto, viene in mente Rust Cohle in “True Detective” quando afferma: “In questo universo noi gestiamo il tempo in maniera lineare, in avanti. Ma al di fuori del nostro spazio-tempo, da una prospettiva che sarebbe quadrimensionale, il tempo non esisterebbe. E’ da quella posizione, se potessimo raggiungerla, vedremmo che il nostro spazio-tempo è come appiattito, come una singola scultura la cui materia è sovrapposizione a ogni luogo che abbia mai occupato. La nostra vita si ripropone ciclicamente come dei kart su una pista. Tutto quello che è al di fuori della nostra dimensione è eternità, l’eternità ci osserva dall’alto. Ora, per noi è una sfera, ma per loro è un cerchio”.
Non si tratta dunque solo di un motivo formale, uscire dal medium specifity, per Alis/Filliol significa anche condividere una particolare temperie, uno Zeitgeist, che si trova nei film, nelle serie tv, nella musica, una sorta di sensibilità, che muovendo dalla realtà delle cose traccia sentieri che sembrano condurre verso l’invisibile. In questi simulacri in cui l’invisibile si manifesta si può dedurre a piacere il positivo mistico o il negativo del vuoto etico e ideologico. Positivo e negativo sono due polarità inscindibili nella scultura, quando si ha un positivo esiste sempre un fantomatico negativo, come nel mondo del tempo ciclico e lineare si sa che esiste la luce perché prima o poi le tenebre sopraggiungono.
Rispetto a Alis/Filliol l’idea di paesaggio era già implicita nelle sculture a “neve persa”, sculture in positivo il cui risultato era indubbiamente paesaggio. Si potrebbe azzardare che sulla loro traiettoria le “nevi perse”, stanno al positivo e alla luce, come i “Mofo” stanno al negativo e all’oscurità. Di fatto i “Mofo” crescono nel negativo dei buchi che gli artisti scavano per produrli, ipotizzando una storia negativa della scultura del XX secolo a cui si riconducono.
I “Mofo” rappresentano l’alterità di quella scultura di cui comprendono o sussumono analiticamente il linguaggio parodiandolo. La parodia è una delle modalità di Alis/Filliol per rimanere stranieri all’interno della propria lingua, per sperimentare nella scultura. I “Mofo” obbligano lo spettatore a uno sguardo arcaico, si pongono su un altro piano rispetto allo spettatore, non cercano la comunione con il suo sguardo, sono idoli che manifestano una presenza gigantesca. I “Mofo” consumano materia, spazio, e le vibrazioni dell’ego di chi guarda, paiono porsi come ostacolo dell’ego ermeneutico.
Arthur Bloch definiva la scultura “ quella roba in cui vai a sbattere in un museo quando fai due passi indietro per guardare meglio un quadro”, con “Jir” la scultura che Alis/Filliol hanno presentato lo scorso anno nel padiglione Italia della Biennale di Venezia, pensato dal curatore come una griglia a compartimenti stagni, gli artisti hanno forzato l’idea della scultura intesa come ostacolo, posando il “Mofo” come un’ enorme frana che rendeva l’antro angusto ancora più imbarazzante, come a tendere un’imboscata a tutte le adesione al preconcetto, compreso il mito del classicismo formalista.
Non sappiamo ancora, ma anche se la sfera è stata trasfigurata in cerchio, il negativo e positivo sono diventati chiaroscuro, non crediamo in nessun modo che Alis/Filliol abbiano abiurato al barocco inteso come filosofia della crisi, come a dire che non c’è stata nessuna ascensione verso l’astrazione da parte loro. Già dalla scelta dell’ immagine bucolica straniante dell’invito di “Ultaterra”, che pare un opuscolo di una qualche chiesa evangelica contaminato da Gregory Crewdson, Alis/Filliol lasciano intuire che non aderiranno neanche in questa mostra all’ideologia dell’arte a basso consumo o tripla classe A.

Koo Jeong A – 20

pinksummer-koo-jeong-a-20-invitation-card

Come opera ex-novo per la mostra del 2008 da pinksummer, Koo Jeong- a realizzò l’edizione da 100 chilogrammi di “Dreams & Thoughts”, una sorta di paesaggio orizzontale con picchi ascensionali, fatto di lastrine di gomme da masticare di tre colori/gusti/odori diversi. Ordinammo alla Perfetti Van Melle i 100 chili di Brooklyn, “le gomme del ponte” e, in attesa della consegna, fantasticammo arbitrariamente una pinksummer piena zeppa di chewingg-gum. Le gomme, di fatto, hanno un peso specifico incredibilmente elevato, pertanto rimanemmo profondamente deluse vedendoci consegnare una dozzina di scatolotti composti, che accatastammo in un angolo dell’ufficio, in attesa dell’arrivo di Koo. Tre giorni prima dell’apertura della mostra, durante il viaggio da Pisa, dove Koo Jeong-a era atterrata, a Genova, fummo prese dal panico, ma dissimulammo, quando l’artista, chiaccherando del più e del meno nel modo rilassato che le è proprio, ci disse che aveva realizzato, poco tempo innanzi in Giappone, una edizione da 500 kg. di “Dreams & Thoughts”, il cui processo preparatorio di spacchettamento aveva richiesto il lavoro di 10 giapponesi (che peraltro rispetto a noi italiani, danno un’idea di efficienza diversa), per ben 10 giorni. Le gomme a lastrina hanno una confezione molto accurata: arrivano, come si diceva, in una scatola di cartone pesante e non voluminosa, dentro alla quale sono contenuti una miriade di pacchetti con 5 chewing-gum per ognuno, le singole gomme hanno una cartina esterna, il cui colore dipende dal gusto e, infine, ogni lastrina è fasciata nell’alluminio foderato di velina. Con un’urgenza e una disperazione che nel “mondo vero” ci fecero senz’altro apparire un po’ lunatiche, chiamammo amici, parenti e alcuni ragazzi dell’accademia volenterosi, a dare una mano a sfasciare. Reclutammo anche dei giovani che, in quel momento, davano l’impressione di bighellonare fuori dalla galleria, offrendo in malafede 50 euro a scatolotto: circa 5 ore di lavoro in tre. Smontammo la nostra scrivania in ufficio, composta da 4 piccoli tavoli quadrati, allestendoli separati con quattro sedie per ognuno, nella stanza grande. Per tre giorni si turnarono in galleria 16 persone, senza pausa pranzo, dalla mattina alle 9 alla sera alle 9; l’ultimo giorno, quello della vigilia dell’inaugurazione, per terminare, facemmo tardi e ordinammo le pizze in galleria per tutti. Osservammo che con le diverse modalità proprie di ciascun individuo, le persone appena arrivate manifestavano le loro attitudini relazionali, alcuni prendendoci amabilmente in giro con battute ironiche rispetto alla incongruità dell’occupazione, altri semplicemente parlando. Poi, piano, piano, tutti scivolavano nel bozzolo del loro silenzio, nei sogni & pensieri, accompagnati dal mantra gestuale che quel lavoro richiedeva. Avevamo anche la sensazione che il modo in cui le gomme sfasciate venivano impilate da ognuno, raccontasse intimamente le persone. Koo arrivava nel tardo pomeriggio, si metteva in ginocchio, seduta su se stessa e procedeva fino a tarda notte, sola, in quello strano lavoro demiurgico. Ci accorgemmo tempo dopo che nessun allestitore, per quanto preciso e di fiducia, era in grado di creare la perfezione ascensionale di Koo. Rispetto alle istruzioni di montaggio di “Dreams & Thoughts”, un’opera piuttosto vulnerabile al tempo, riportate con la fotografia sul certificato di autenticità, è suggerito di seguire l’immagine come una traccia, ma viene precisato anche che ogni modifica è consentita. Capimmo che il titolo del lavoro “Dreams & Thoughts” muoveva dal processo piuttosto che dal prodotto e se vogliamo dirla tutta, non ci sembrava affatto che l’effetto (il prodotto), coincidesse con la finalità. L’odore vanigliato di “Sogni & Pensieri” aleggiò in galleria per parecchio tempo dopo la rimozione del lavoro. Viene da ragionare che il succo della questione soffia sull’immaginario dinamico dell’opera, rimandando definitivamente altrove. L’altrove in cui ci spinge Koo Jeong-a, sia in ter mini spaziali che temporali, è qualcosa che ognuno è libero di riempire con ciò che gli pare. A posteriori ci venne perfino in m ente che Koo avesse guidato, al di là di quella che in un primo momento ci era apparsa casualità, un pratica onirizzante da recepire come condizione dell’esistenza di quell’opera. Cedric Price in un testo su Koo Jeong-a per il catalogo della mostra alla Secession scrisse:
“Trasferire i sogni agli altri, in un tempo diverso è la chiave per il tesoro.
Il lavoro di Koo è sempre fresco – perché essendo senza tempo no n conosce il passato.
La percezione è attiva – mentalmente: l’osservazione passiva. (…)
Il tempo è la dimensione della delizia dell’essere di nuovo.
Raggiungere il piacere mentre si sta ancora scoprendo è un processo artistico raro che separa il processo dal prodotto, è attraverso il tempo che si attua questa separazione appagante, giacché in nessun modo va intaccare l’impeccabilità del prodotto, che di per sé oltre a essere identificabile richiede consenso. (…)
Koo presenta sia il pacco che lo spacchettato, richiedendo per essi la stessa attenzione dallo spettatore. La poesia in movimento ha bisogno sia dell’occhio che della memoria. Bisogna proiettare il lavoro di Koo nella quarta dimensione e allora l’artista gioca il suo joker – e apre l’ulteriore dimensione del meraviglioso”.
La nuova personale di Koo Jeong-a da pinksummer si intitola “Venti”, inteso come numero 20 (da precisare che in Italia venti è anche winds), e considerando che nel comunicato stampa della mostra “The Joyful Mysteries of Junior” di Georgina Starr, ci siamo trovate a raccontare di chewing-gum e di tarocchi, qui, nel comunicato della seconda personale di Koo Jeong-a da pinksummer, non volendo essere da meno, siamo corse a controllare a quale arcano corrispondesse il numero venti. Abbiamo scoperto che si tratta dell’angelo che indica trasmutazione, medianità, protezione, miracolosa guarigione, sottende un viaggio nel deserto o un pellegrinaggio in solitudine. Non ancora soddisfatte, abbiamo verificato che il ventesimo sentiero dell’albero della vita della Quabballah, è un’arcata di colore verde giallo con al centro il colore bianco brillante, ha il profumo del narciso e la severità dell’eremita, viene definito il sentiero dell’intelligenza della volontà, poiché è lo schema di tutto quello che è dotato di forma e attraverso questo stato di coscienza si può conoscere la saggezza primordiale. Del ventesimo sentiero Alisteir Crowley scrisse: “C’era un paesaggio davvero bello simile a un bosco profondo in primavera”. La nuova personale di Koo Jeong-a ha un’immagine di cane sull’invito, come la scorsa del 2008 d’altra parte, ma questa volta il cane sta uscendo dal foglio A4, trotterellando via furbetto con qualcosa di nascosto in bocca. Raccontiamo un aneddoto. Durante l’ultima edizione di Artissima, la fiera di Torino, esponemmo un lavoro di Koo Jeong-a dal titolo “State”, un piccolo cane che si era trovato, insieme ai suoi distratti padroni, a visitare il nostro stand, tentò, con un movimento rapido e inatteso, di portarsi via in bocca la parte culminante dell’opera. Dovemmo aprirgli la bocca a forza per riappropriarcene, seppure cela ritornò irrimediabilmente danneggiata. Si trattava di una banconota da 10 rupie arrotolata con la medesima perfezione delle gomme impilate dall’artista in “Dreams &Thoughts”, arrivata protetta come un tesoro da uno scatolino di velluto. La sera quando comunicammo la notizia del cane a Koo Jeong-a, dapprima rispose che avrebbe voluto conoscere quel cane, ma in un secondo messaggio si sentiva che era preoccupata e dispiaciuta. Non doveva essere stato uno scherzo costruire quel piccolo perfetto cilindro di banconota. Il cilindro delle 10 rupie, in “State”, era posto in verticale, non centrale, su una superficie quadrata di colore bianco brillante, sotto alla quale, nascoste ai sensi, occultate come in un mondo sotterraneo, a reggere tutto stanno 4 mattoncini di una pietra translucida, che potrebbe essere onice. Il lavoro sembra richiamare la complementarità tra il simbolo della montagna (axis mundi?) e della caverna, di cui dice René Guénon ne ” Il Re del Mondo”, o anche l’idea di trasmutazione (mistica?) che il viaggio di rovesciamento delle tenebre alla luce di cristallo della vetta comporta. L’oggetto della trasmutazione in “State”, non è certo accidentale, è il denaro. Koo Jeong-a ci disse al tempo che “State” era una sorta di suggestione rispetto a alcune regioni dell’Asia Centrale e in particolare, della montagna Kanchejunga, terza vetta più alta della terra, la più orientale degli 8000 dell’Himalaya. Una montagna sacra per 5 religioni, i suoi cinque picchi sono chiamati i tesori della neve. Proprio Alisteir Crowley nel 1905 tentò per primo la scalata di questa montagna difficile, una valanga uccise quattro membri della spedizione, inducendo Crowley a abbandonare lì, sia l’idea di scalare il Kanchejunga che, definitivamente, la sua carriera di alpinista mistico. Della mostra “Venti” Koo Jeong-a ci ha raccontato che esplora 20 folletti dell’umanità di transizione, ispirata dal Maestro Im Hak che ha praticato il Doon Gab/Chooz Zi fin dall’inizio del XX secolo, partendo dalla montagna Khanchezunga in Sikkim in India, attraverso Hong Chean Stones, alla montagna Bekdu in Korea. Il Doon Gab Sol è una tecnica praticata fin dall’antichità dall’uomo che cambia le figure attuali (current) in un’altra forma di essere. Il Chook Zi Breab è un’antica tecnica praticata dall’uomo che ritma il passo. Abbiamo scoperto che il monte Baekdu è la montagna sacra dei coreani, si trova in Corea del nord e qui avvenne il parto ancestrale della loro origine. Koo Jeong-a è coreana. Circa Im Hak Master, Koo ci ha avvisato che non si trova nulla su Google o Wikipedia perché, come David Deutsch o Brian Green, non vuole apparirvi. Rispetto al doon gab sool/cheook zi beab di cui Im Hak era maestro, si tratta di qualcosa simile al controllo del respiro, ma Koo ha aggiunto che capiremo meglio guardando le sue foto all’inaugurazione della mostra. Il progetto di koo Jeong-a da pinksummer consisterà in 20 immagini doppie (10+10 =20) e una o due sculture.

Koo Jeong a

pinksummer-koo-jeong-a-invitation-card

Pinksummer: I filosofi ci hanno insegnato che la memoria è un continuum dove spazio è consustanziale al tempo. Rispetto al tuo lavoro si potrebbe credere di trovarsi di fronte a un panorama della memoria e tuttavia i tuoi paesaggi presentano la discontinuità dell’arcipelago, aree staccate che non si offrono allo sguardo in una prospettiva sintetica, ma nella visione frammentaria dello scorcio; per classificare l’insieme bisogna ricorrere all’intuizione che non può mai essere oggettiva e pertanto sfugge alla descrizione. Si tratta della differenza sostanziale che esiste tra la memoria e la nostalgia?

Koo Jeong-A: Sono interessata a innovare/rinnovare lo stato delle cose, le affezioni o la prospettiva di ciò che ci circonda, e sono allergica alla memoria statica, alla nostalgia, alla malinconia, alla “sentimentalgia”.

P: Gli “esegeti” del tuo lavoro ricorrono spesso a aggettivi quali discrezione, furtività e si rifanno anche al concetto di paradosso in relazione alla tua necessità di mostrarti nascondendoti o forse solo proteggendoti da architetture, magari fatte solo di zucchero, da confini sottili e impalpabili come un’essenza profumata, di fatto dall’intangibilità dei tuoi interventi. Hai bisogno di definire l’io (si racconta con un’attenzione che rasenta l’ossessione), prima di farti scoprire dall’altro?

K J-A: Esegeti??? La questione riguardante la vita è: sono dentro o sono fuori.

P: Si dice che per capire il tuo lavoro bisogna comprendere il significato della parola Ousss, un neologismo che hai tentato di far entrare nel Larousse. Se ti si chiede qual è il significato di questa parola tu affermi semplicemente che ti piace pronunciarla. Abbiamo pensato al Cratilo platonico, sul dilemma della natura divina o convenzionale del linguaggio, sul rapporto che esiste tra il linguaggio e le cose, tra noi e quelle cose, tra noi e noi. Ousss si sente che è una parola onomatopeicamente positiva, il rifugio dentro un’intimità che cerca compagnia, e tuttavia razionalmente rappresenta un’impossibilità. Che rapporto intrattieni con la parola.

K J-A: E’ iniziato tutto con Flammarion pubblicato da Yvon Lambert che è diventato il mio libro “Flammariousss”. Larousse, Robert, sono ancora dizionari tradizionali e non hanno avvertito la necessità di interagire con noi concedendosi come file digitale. Ma Flammarion sì, semplicemente perchè non sarà più pubblicato come dizionario. La relazione con le parole mi sembra una nozione confortevole di incomunicabilità rispetto all’altro. E’ una violazione circa il concetto del non sapere.

P: Il primo progetto che ci hai presentato per pinksummer era una grande sfera di naftalina, le leggi governative, le stesse che ci obbligano a mettere le cinture di sicurezza in auto e il casco i moto ci hanno protetto dal tuo progetto. Qualcuno ha scritto che al lezzo della naftalina possono resistere solo i fantasmi. Trattenere i fantasmi dall’oblio è in qualche modo opporsi alla caducità delle cose, pur riconoscendone la natura effimera, transeunte. C’è una canzone leggera che dice che la nostra vita non vale molto, che dura quanto quella delle rose, e che il tempo con i nostri dolori e la nostra tristezza cuce i suoi mantelli, che il destino non dà nulla e promette tutto, che la felicità è a portata di mano, ma quando si prova a tendergli la mano ci si ritrova pazzi. La naftalina è un’illusione per opporsi al destino?

K J-A: Forse sono un fantasma, lo vedremo a maggio a Berlino.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

K J-A: Presenterò “Dream & Thoughts”, “R” in dvd e qualcosa a cui sto lavorando.

Alle 22.00 pinksummer vi invita alla festa con sound ambientale dei Port-royal presso il munizioniere di Palazzo Ducale, Genova.