TOMÁS SARACENO

ALBEDO

Comunicato stampa

Non sappiamo cosa Tomás Saraceno e il suo team sceglieranno per l’immagine dell’invito, ma concettualmente troveremmo appropriato il cono-luce di Hermann Minkowski, perché è un diagramma che contiene tutti i possibili sviluppi futuri e tutte le cause del passato, lasciando svanire il tempo in sé e lo spazio in sé come fossero pure ombre, per citare Minkowski stesso, in forza di una realtà indipendente, non euclidea per certo.
Non è casuale che in questo nostro tempo, improvvisamente, si percepisca attuale, l’umanesimo cosmico di Nikolaj Fëdorov (1829-1903) e dei cosmisti, movimento oltremodo creativo e interdisciplinare, che muove da “La Filosofia dell’Opera Comune “ di Fëdorov e segue il sentiero della pratica proiettiva radicale e dell’evoluzione attiva consapevole, con la finalità di un mondo migliore , che vede la scienza e la conoscenza come mezzi per sconfiggere la morte, anche retroattivamente, resuscitando gli antenati. Evento che porrebbe fine alla guerra, madre di ogni conflitto, quella della lotta generazionale. In questo sogno prometeico, le generazioni di ogni tempo coopererebbero e l’umanità diventerebbe una grande famiglia pronta a colonizzare l’Universo.
Il futurismo esoterico e positivista cosmista influenzò profondamente gli scienziati russi e il cosmonauta Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, nell’aprile del 1961 a bordo della navicella Vostok 1 esclamò emozionatissimo: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”.
La rivista “Time” il 7 febbraio del 2012, uscì con questo titolo in copertina “2045 The year Man Becomes Immortal”. All’interno conteneva l’intervista con l’ingegnere José Cordero, che trattava l’invecchiamento in modo trascendente, come fosse una malattia curabile. Mentre Raymond Kurzwill, futurista ingegnere, esperto di intelligenza artificiale, musicista e imprenditore, affermava che forse già nel 2020 potremo scansionare le nostre coscienze con il pc e vivere dentro a esso come fossimo software, per sempre.
Nietzsche forse in un aforisma della “Gaia Scienza”, scrisse che in nessun modo poteva credere a un dio incapace di danzare e d’altra parte si sa che le maggiori biopatie, sono determinate dalla paura, che in sé è un’emozione positiva, atta a preservarci nel pericolo, ma esistono paure razionali e paure irrazionali, come c’è il colesterolo buono e quello cattivo che provoca l’infarto e l’ictus. Bisogna iniziarci a difendere dalle paure artificiali indotte dallo stato di eccezione continuo e illimitato, per citare Agamben. La contrazione dello spavento, che gli etologi chiamano freezing, interrompe la pulsazione ritmica della vita, la blocca nella fase di contrazione, limitandone l’espansione e facendoci dedurre che le distopie di ogni tempo sono reazionarie e funzionali a sistemi psicotici e provvisori.
Basta con le distopie create dalla modernità che ci fanno aggirare morbosi e compiaciuti tra le rovine, muovendoci come zombie al suono lugubre intonato dallo spettro dell’estinzione apocalittica.
L’attivismo politico di movimenti come il Solarpunk, le fog communities dei Futurefarmers e la comunità artistica interdisciplinare di Aerocene, muovono dal pericolo reale e ancora incomprensibilmente sottostimato del global warming, per ristrutturare le nostre vite attraverso l’eco-speculazione , contro ogni visione deterministica e meccanicistica, mettendo in relazione il mondo fisico con il mondo spirituale e convergendo verso una visione ottimistica del futuro. Le contraddizioni sono da intendersi in questo senso come un invito all’azione: il futuro non è un luogo temibile se immaginiamo un’altra modernità, similmente tecnologica, muovendo magari da progetti che non sono giunti a compimento. Tentativi seminali di immaginare quell’altra modernità, che rafforza il senso della natura, il nostro esserci dentro come parte e che pertanto rifiuta ogni dinamica dell’esclusione, opponendo all’esclusione e allo sfruttamento estrattivo la partecipazione attiva della cooperazione, dell’impollinazione incrociata, per niente elusiva rispetto all’auto-realizzazione.
Sulla home page di http://aerocene.org, comunità fondata da Tomás Saraceno si legge:
“Aerocene è un tentativo artistico interdisciplinare di elaborare nuovi modelli di sensibilità riattivando l’immaginario comune attraverso il raggiungimento della collaborazione etica con l’atmosfera, con l’ambiente. L’attività si manifesta con l’analisi e la diffusione di sculture lighter-than-air (più leggere dell’aria), che galleggiano solo con il calore del Sole
e i raggi infrarossi della superficie terrestre.
In un mondo di relazioni geopolitiche tumultuose, Aerocene comunica un messaggio di semplicità, ricordando che l’aria appartiene a tutti e non dipende da alcun tipo di sovranità.
Aerocene immagina nuove infrastrutture, che sfidano e ridefiniscono il diritto internazionale alla mobilità, rovesciando l’approccio estrattivo che gli umani hanno sviluppato verso il pianeta e riesamina la libertà di movimento tra i paesi. Ciò può essere raggiunto incoraggiando la spinta ascendente, l’approccio politico partecipativo basato sull’aria e attraverso le attività della comunità internazionale della Fondazione Aerocene”.
Dobbiamo insomma farci attrarre dalle finalità, piuttosto che trascinare dalla causalità, per generare ponti vivi verso una nuova era che non si fa più impigliare senza scampo nella trappola della seconda legge della termodinamica, che prevede per ogni processo fisico la dissipazione di energia, l’invecchiamento, il livellamento, la degradazione determinata dall’aumento di entropia, che porta inevitabilmente a immaginare la consunzione finale della macchina-mondo, bruciando nel contempo ogni nostro desiderio di danzare, di volare, di levitare.
Forse si dirà che parliamo poco di Saraceno in questo comunicato e magari lo potrebbe pensare egli stesso, ma alla sesta personale con pinksummer, abbiamo scelto di fare vibrare il lavoro di questo artista, attraverso suggestioni altre. E’ a questo proposito che ci viene da citare il matematico Luigi Fantappié che si laureò come normalista a Pisa nel 1922, nello stesso anno di Enrico Fermi, e che nel 1942 elaborò “La teoria unitaria del mondo fisico e biologico”. Fantappié osservò che mentre la fisica destina la macchina-mondo al collasso entropico, la biologia e le scienze cognitive ci fanno assistere alla creazione e allo sviluppo di forme sempre più complesse e differenziate, la cui organizzazione rimanda a sistemi in grado di accrescere il proprio ordine e a modificarlo in risposta agli stimoli dell’ambiente. Ricercò una soluzione all’aporia nei principi fondanti della fisica e contro-intuì la teoria della sintropia nel mare di entropia, muovendo dall’equazione che descrive i processi ondulatori di D’Alembert. L’equazione ammette sia la soluzione delle onde divergenti, descritte da potenziali ritardati che si diramano dalla sorgente causa, che quella delle onde convergenti, descritte dai potenziali anticipati, con convergenza in un punto che agisce da attrattore, da intendersi anche come finalità.
Non si è mai tenuto conto di questa eccedenza di energia di cui dispone la vita, facendo di passato, presente, futuro una struttura globale, semplicemente perché le onde divergenti sono ben note, mentre non è possibile osservare le onde dal futuro. Seppure la presenza di sintropia sia più sottile, come i fenomeni a cui presiede, sembra che essa sia egualmente presente nel mondo. I fenomeni sintropici sono tipici della vita e sono costituiti appunto da un surplus di energia in un ristretto volume spazio-temporale. Sono un fenomeno di coerenza per far fronte alle emergenze della vita e in questo senso hanno un carattere finalistico. L’universo in qualche modo conterrebbe “transizioni backward” e “transizioni
forward “, visibili adesso nei fenomeni della non-località quatistica, ossia la possibilità degli oggetti quantistici di scambiarsi informazioni senza scambio di energia in particolari stati di coerenza. Entaglement quantistico, è il nome di questo fenomeno, che garantisce appunto le condizioni necessarie per alcuni processi biologici, come se l’energia fosse informata e in questo senso il futuro potrebbe influenzare il passato. Purtroppo i potenziali anticipativi sono molto fragili e in laboratorio, è improbabile che uno stato di coerenza permanga un tempo necessario per essere colto appropriatamente come oggetto di analisi.
Ci piacerebbe comunque che la mostra di Saraceno da pinksummer fosse collocata in un futuro in grado di influenzare la storia di un seme che il suo tempo non ha fatto germogliare nella rigogliosità che avrebbe meritato, un progetto che ha tentato di immaginare una modernità anti-dissipativa, che forse non avrebbe fallito, lasciando in eredità la rovina distopica dell’idea di futuro.
La mostra, in collaborazione con il Musil Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia e con la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, che conserva il Fondo Giovanni Francia, è incentrata sulla figura di questo pioniere che ben sapeva, come Platone, come gli alchimisti, che lo zolfo solare è uno spiritus familialis, uno spirito servizievole e altamente democratico, attraverso cui si può procedere alla grande opera di trasformazione della società, con l’aiuto dell’ars specularis, che riflettendo e concentrando può creare una moltitudine di soli.
Di fatto Giovanni Francia era un uomo moderno, che pare girasse per Genova con una Guzzi rossa e un sacco sulle spalle, come fosse uno zainetto, tipico dei motociclisti urbani contemporanei. A Genova Francia ha vissuto e insegnato, ma soprattutto ha inventato e progettato. Si dice che fosse un grande matematico, fisico e ingegnere, in grado di cogliere l’essenza dei fenomeni fisici per descriverli con la semplicità pura delle equazioni numeriche.
L’idea centrale di Francia, la cui carriera “solare” iniziò nel 1961 a Roma, con la presentazione, alla Conferenza delle Nazioni Unite sulle nuove fonti di energia, delle strutture a nido d’ape o celle anti-raggianti, , era quella di trasformare il calore solare abbondante, ma a bassa densità e a bassa temperatura, per ottenere le temperature necessarie a far funzionare macchine e impianti industriali delle società tecnologicamente avanzate.
Giovanni Francia, nei primi anni ’60 dimostrò al mondo che era possibile produrre con il calore del Sole, attraverso campi di specchi quasi piani (tipo Fresnel), a concentrazione lineare e puntuale, vapore in pressione per azionare una turbina che a sua volta aziona un generatore elettrico, come accade nelle centrale elettriche dove si usa carbone, petrolio, metano o combustibili nucleari.
La stazione solare a torre a concentrazione puntuale costruita da Francia a Sant’Ilario, all’interno dell’Istituto agrario Bernardo Marsano, richiamò l’attenzione di tutto il mondo su Genova, che a metà degli anni ’70, poteva essere considerata capitale mondiale del solare.
Nel 1970 Giovanni Francia iniziò la sua collaborazione con Ansaldo e nel 1973, nell’epoca del post shock petrolifero, in cui i governi erano sensibili alla ricerca di fonti alternative di energia, Enel in collaborazione con la Comunità Economica Europea, costruì Eurelios a Adrano, in provincia di Catania, la più grande centrale termoelettrica collegata a una rete nazionale, sulla base delle sperimentazioni condotte da Francia a Sant’Ilario.
La centrale fu finita nel 1980, anno della morte di Francia, nel 1985 Enel la chiuse e nel 1991 pubblicò un rapporto che ne decretò il fallimento: “Si arriva a questa conclusione che condivisa dalla grande maggioranza degli esperti mondiali fa ritenere che gli impianti di tipo a torre e a campo di specchi non daranno luogo, anche nel medio e lungo termine, ad applicazioni industriali di qualche rilievo”.
Di fatto si sa dalla critica meta-testuale che l’ergon, l’opera, si manifesta sempre all’interno della cornice, il parergon, e con Derrida potremmo affermare che ergon e parergon sono complementari. Il parergon è l’inevitabile accessorio che dà luogo all’ergon. Se si toglie all’opera ogni rappresentazione, ogni tema, ogni testo, rimane la cornice. La cornice era costituita dall’avvicendamento alla presidenza degli Stati Uniti da Jimmy Carter a Ronald Reagan e dal calo del prezzo del petrolio, ciò determinò un netto cambio delle politiche energetiche a livello mondiale.
Sta di fatto che oggi l’invenzione termoelettrica di Giovanni Francia è quanto mai attuale e la sua scoperta anticipò i fondamenti di quelli che sono gli aspetti fondanti di questa tecnologia.
La mostra di Saraceno sarà di natura immersiva e includerà oggetti provenienti dal Fondo Giovanni Francia della Fondazione Micheletti, sia rispetto alla stazione solare di Sant’Ilario, che al visionario progetto urbanistico solare, a propagazione modulare, sviluppato da Francia nel 1970 assieme agli architetti Bruna Moresco e Kamir Amirfeiz. Infine lo studio del ’74, mai pubblicato, “ Il Sole e i limiti dell’energia sulla terra”, una sorta di documento ante litteram sull’effetto serra indotto dalle fonti energetiche fossili e nucleari, la cui immissione nell’atmosfera, seppure possa apparire modesta, rispetto all’energia irradiata dal sole e dall’energia geotermica, porterà, e noi lo stiamo sperimentando, il nostro pianeta all’instabilità termica con la nascita di una catena di eventi a retrazione positiva, che se non s’interromperà per tempo diventerà inarrestabile, giacché agisce sulle cause nella direzione del loro rafforzamento.
E’ previsto un lancio di Aerocene, sulla stazione solare di Sant’Ilario.
Non possiamo non pensare a Robert L. Forward (1932-2002), fisico e scrittore di fantascienza americano, che studiò le tecnologie di trasporto spaziale, e nella sua saga “Return to Rocheworld” descrisse la navigazione a propulsione fotonica: come una barca a vela, che usa la forza vettoriale contraria dell’acqua e del vento per scegliere la direzione, una nave solare usa il vettore contrario della gravità e delle luce solare… I Giapponesi nel 2010 inviarono una navicella spaziale a vela solare (un nano satellite sonda appeso a una vela solare) su Venere.

Desideriamo ringraziare:

Istituto Bernardo Marsano, Genova
Musil Museo dell’ Industria e del Lavoro, Brescia
Fondazione Luigi Micheletti, Brescia
Enrico Beltrametti, Silvia Castelli, Angela Comenale, Luigi Di Corato, Anna Daneri, Stefania Itolli, Lucia,Pietro, Laura Francia, Davide Malacalza, Daniele Mor, Gianluca Rossi, Cesare Silvi, Pier Enrico Zani.
Ovviamente, Tomás Saraceno, Studio Tomás Saraceno e Aerocene Foundation, in particolare Alice Lamperti di Aerocene Team

Pinksummer goes to Palermo

Comunicato stampa

“Palermo, in quel momento attraversava uno dei suoi intermittenti periodi di mondanità, i balli infuriavano. Dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte, fugati gli spettri di espropria e di violenze, le duecento persone che componevano ‘il mondo’ non si stancavano d’incontrarsi, sempre gli stessi, per congratularsi di esistere ancora”.
A costo di apparire banali, non ci potevamo lasciare sfuggire l’occasione di iniziare il comunicato stampa che annuncia il tempo pop up di pinksummer a Palermo, che si chiamerà per coerenza Pinksummer goes to Palermo, con una citazione dal Gattopardo, uno dei romanzi che più abbiamo amato, e che sentiamo essere appropriata. Non che ci aspettiamo che i vestiti delle signore arrivino da Napoli e nemmeno un viavai isterico di crestaie, pettinatrici e calzolai, ma piuttosto che questa città definita tentatrice e cosmopolita, che viene sempre da immaginare come capitale della Sicilia, prima ancora che capoluogo di una regione italiana – sogno di approdo di tante anime che dal fondo del mare vorrebbero anch’esse continuare a congratularsi di esistere e incubo immaginario o immaginifico degli europei – dia un’impronta diversamente congrua al nomadismo di Manifesta e magari al dialogo tra arte e società.
D’altra parte il neuro scienziato Rodrigo Quian Quiroga sostiene in Borges e la Memoria che nel cervello abbiamo un gruppo di neuroni contenuti nell’ippocampo, che si trova nel lobo della temporalità, che si attivano soltanto di fronte all’immagine di celebrità o di luoghi particolarmente significativi, come può essere la mappa dell’Italia, e aggiungiamo della Sicilia.
Ci è venuta voglia insomma di intrufolarci a Palermo:
1) per scappare ogni tanto dalla “nostra” Genova, che, al momento, se mai di momenti diversi ne fossero esistiti fuori dal meraviglioso periodo barocco di Rubens, Van Dyck e dei loro seguaci autoctoni, non sta certamente annaffiando i semi della svolta iconica visuale contemporanea dal punto di vista politico-amministrativo.
2) Pinksummer goes to Palermo, accade poi grazie all’amico curatore Paolo Falcone, alla sua consorte Olimpia Cavriani, a Anna Maria e Roberta Falcone che ci hanno concesso, dalla primavera all’autunno, lo spazio, o meglio gli spazi, in Via Patania 25/27. Si tratta di un sodalizio collaborativo, quello tra i Falcone e pinksummer che ormai ha qualche trascorso: il supporto che Paolo Falcone, la sua famiglia, la Fondazione Sambuca, con Marco e Rossella Giammona, hanno dato negli anni agli artisti che rappresentiamo per le produzioni delle opere alla Biennale di Venezia. Amicizia che ha fatto sbocciare fiori speciali, da Galaxies Forming Along Filaments, Like Droplets Along the Strands of a Spider’s Web di Tomás Saraceno presentata nel 2009 nella mostra Fare Mondi curata da Daniel Birnbaum; a Mariana Castillo Deball per l’opera El donde estoy va desapareciendo / The where I am is vanishing presentata nella mostra Illuminazioni curata da Beatrice Curiger nel 2011; a Luca Vitone per la scultura olfattiva Per l’Eternità presentata nel Padiglione Italia nella mostra Viceversa, curata nel 2013 da Bartolomeo Pietromarchi; a Michael Beutler per l’opera Shipyard per la mostra Viva Arte Viva curata da Christine Marcel nel 2017.
La piantina dello spazio di Via Patania, un curioso labirinto costituito da 9 piccole stanze, ex magazzini e scagni e l’aria magica di Palermo con il suo strano orologio solare in forma di dodecaedro costruito dal matematico Lorenzo Federici a Villa Giulia, ci hanno arbitrariamente suggerito l’idea di trasformare l’invito della mostra, che avrà come titolo Pictorial Goose Turn in un gioco dell’oca. Di fatto pinksummer goes to Palermo aprirà il 24 maggio, con un’unica mostra che durerà fino a ottobre, un group show con all’interno 4 piccole personali con progetti pensati dagli artisti per quelle apposite piccole stanze. Le personali di Peter Fend dal titolo Costa Verso Costa Koo Jeong A Tengam, Invernomuto Med T-1000 e Sancho Silva (che non ci ha ancora comunicato il titolo, ma ci piacerebbe che fosse XKX, come l’unico misterioso concorrente non casuale del gioco dell’oca degli Stati Uniti in Le testament d’un exentrique di Jules Verne), saranno caselle all’interno di un percorso costruito con opere, molte delle quali mai presentate prima, di Michael Beutler, Mariana Castillo Deball, Plamen Dejanoff, Amy O’Neill, Tobias Putrih, Tomás Saraceno, Bojan Šarčević, Georgina Starr, Luca Trevisani, Cesare Viel, Luca Vitone e Stefania Galegati il cui vicinissimo Caffè Internazionale ( che ormai ha una sua sostanziosa storia in Palermo), rappresenterà una casella dislocata della mostra per la proiezione di Escape Artists di Guy Ben-Ner.
Anche la nostra descrizione verbale della collettiva di galleria comincia a somigliare, per simpatia mimetica, a una sorta di gioco dell’oca, che abbiamo scoperto essere peraltro un gioco di posizione antichissimo, ereditato dall’antico Egitto, ma pare che sia stato inventato a Troia. Si tratta di un percorso dallo spin destrorso, che si dice celi il tragitto iniziatico verso la conoscenza, qualcuno ha scritto che dovrebbe essere la versione popolare dell’opus magnum alchemico che porta l’iniziato dall’oscurità alla luce, alla rinascita. Al centro del nostro gioco dell’oca in forma di invito abbiamo posto il Castagno dei 100 cavalli, uno degli alberi più antichi del mondo, nato in Sicilia tra i 2000 e i 4000 anni fa.
Trattandosi di una mostra collettiva di artisti che lavorano con pinksummer, questo comunicato, in sé, non ha e non deve avere alcun valore esegetico, tanto più che per motivi di spazio e di scelta non siamo neanche avvezze a allestire collettive a Genova. Indipendenza che ci permette di essere, in questo piccolo scritto, assolutamente antiorarie, abbracciando in toto per Pictorial Goose Turn, l’onda retro-causale a tempo negativo. La legge della finalità che arriva dal futuro, piuttosto che quella logica della causalità che arriva dall’onda ritardata del passato. Focalizzando sui potenziali anticipativi che nel bene o nel male le immagini hanno sempre avuto sulla storia che deve ancora accadere. Auspicando assurdamente che le images/pictures potessero avere di nuovo, o di più, un valore propiziatorio simile a quello del rito del serpente cui assistette Aby Warburg tra gli indiani del New Mexico: una sorta di presentazione di strane e complesse soluzioni anticipative mosse da un fine che si trova già nel futuro.
In fondo gli uomini hanno iniziato a rappresentare in forma di magia mimetica, per attivare quelle coincidenze significative con nessi non causali di cui raccontò bene Leibniz e che Jung definì sincronicità. Come se l’arte potesse essere davvero un intreccio di elementi ctoni e di elementi uranici: materialità/causalità e antimateria/finalità, che annichilendosi si trasformassero in un paradigma super-causale per produrre l’energia pulita necessaria al cambiamento verso la complessità, la differenziazione e la vita opposta al livellamento, all’omologazione e alla morte. Il progresso d’altra nasce sempre dalla contro-intuizione e le immages/pictures hanno avuto un ruolo non da poco, più nel bene che nel male, ammesso che esistano come particelle di segno opposto nel mondo. Vorremmo per finire che le opere presentate in questa mostra fossero politiche, come lo sanno essere svariatamente e profondamente gli artisti che rappresentiamo, politici nel senso medesimo di quel paziente di Jung, che in una situazione di crisi sognò uno scarabeo e mentre raccontava a Jung il sogno, uno scarabeo si posò sul vetro della finestra della stanza in cui si trovavano.

Sancho Silva – Primordial Soup

 

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: Caro Sancho, è bello pensare che da pinksummer ci sarà una tua nuova mostra. Siamo state felici lo scorso anno, quando finalmente, da non ricordiamo quale posto del mondo in cui stavi vivendo, ci hai scritto che avremmo dovuto riprendere un po’ in mano la tua carriera di artista. Avremmo già voluto prenderla in mano prima. Sei così prudente, nel senso originale della phron greca, che rimanda non all’agire, ma al pensiero, alla scelta etica che ricade sul fare. Ci hai fatto ridere, quando hai scritto che segui i cicli dell’agricoltura e che le tue idee devono essere irrigate tanto. Non sei un albero piantumato per certo, credi nel futuro e nella comunità delle foreste naturali, nel do ut des della polis. Nel regno vegetale saresti forse un grande faggio cooperativo.
Rispetto all’arte, ti sei preso certo tempi più arborei che agricoli.
Cos’hai fatto in questo tempo?

Sancho Silva: Care Anto e Francesca. Grazie per le vostre domande e scusate di aver impiegato tanto tempo per rispondervi. Credo che siate nel giusto quando affermate che sono più arboreo che agricolo, anche se in ciò non vedo opposizione. Il segreto è quello di sistemare in tempo l’agricoltura in luoghi nascosti dall’ombra di un vecchio albero. Gungsun Long (o era Huan Duan?) una volta disse che l’ombra dell’uccello in volo non si muove mai. Sento che mi è accaduto il contrario. Sto ancora fermo mentre la mia ombra si sta muovendo velocemente.
Ma sto facendo digressioni (come sempre). Mi avvicino di più al punto. Grazie per avermi invitato a fare un’altra mostra nella vostra galleria. Apprezzo la vostra pazienza. Forse anche voi siete un po’ arboree come me. Per “arte” si potrebbe intendere un calamaro vischioso che continua a esserci, ma non è mai nel posto in cui è stato lasciato l’ultima volta. C’è sempre bisogno di ricominciare da capo. Tornare a gettare tutti i frammenti nel vortice. Ma va bene considerando che come buon cittadino della polis, amo riciclare. E ho una bacchetta magica o, per usare un termine inglese, un frullatore elettrico a immersione.

ps: Vedemmo il tuo lavoro per la prima volta alla Manifesta di Francoforte, era il 2002, era elegante e molto, molto politico: quell’essere dentro alla tua installazione e fuori dal museo e viceversa, dentro al museo e fuori dalla tua opera Gazebo. Quando ti conoscemmo, con quella tua aria da matematico puro, pensammo che fossi un techie, ma abbiamo capito presto che eri più fuzzy di qualsiasi fuzzy possibile. A proposito, è uscito un libro di Scott Hartley dal titolo The Fuzzy and the Techie: Why the Liberal Art Will Rule the Digital World. All’Università di Stanford, in cui ha studiato l’autore del libro, i fuzzy sono gli studenti di materie umanistiche, considerati i più sfigati; i techie sono gli studenti di matematica, fisica, informatica: gli eroi del futuro. Tuttavia il venture capitalist Hartley che ha lavorato anche per Google e per Facebook, sostiene che nell’età della second machine, le competenze umanistiche avranno un ruolo fondamentale, soprattutto quello di mantenere alta la creatività intesa come critical thinking. Fatti come quelli attuali di Facebook e di Cambridge Analytica, se fossero impattati sul terreno dell’atleticità ermeneutica preparata dalle humanities, avrebbero lasciato il tempo che hanno trovato, come recita un antico proverbio genovese, che significa che non avrebbero mosso una foglia, altro che favorito l’elezione di un presidente degli Stati Uniti o il voto pro Brexit nel Regno Unito.
Credi che lo “stay hungry e lo stay foolish” predicato da Steve Jobs, sia un bagaglio utile per la vita?

SS: Sinceramente non ho capito molto bene la vostra domanda. Così tenterò di costruire una risposta matta, restando fedele all’immagine che avete di me. Mi piace il detto “lascia il tempo che trova”. Sembra echeggiare il vecchio Huan Duan (o era Hui Shi?) che diceva “Le ruote non toccano mai il suolo”. Ascolto gli slogan dei capitalisti di ventura con lo stesso entusiasmo con cui ascolto gli slogan dei cristiani evangelici durante gli show televisivi in seconda serata. Credo, con Leibniz, che ogni singola entità esprima l’intero universo. Ma, alla stessa maniera si può dedurre che ogni singolo slogan esprima l’intero universo? Penso di si. Alcuni slogan, comunque, sembrano esprimere l’universo in modo così confuso che all’interprete è affidato tutto il lavoro ermeneutico: un infinito, ma piacevole compito. Ora possiamo affrontare lo slogan di Jobs: “Stay hungry stay foolish”. Il cinico direbbe che Steve Jobs voleva semplicemente che la gente restasse affamata e matta, in modo da venderci molte più delle sue mele zuccherose. I futurologi direbbero che ha avuto una premonizione di come la vita sarà nella baraccopoli del futuro. I Mariologi direbbero che Jobs si riferisce esotericamente al Job del libro di Giobbe, che aveva settemila pecore, tremila cammelli e cinquecento gioghi per buoi, e cinquecento asine, e una grande famiglia e una volta disse: “venni nudo dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò”. Huan Duan (o era Hui Shi?) d’altra parte, direbbe sinteticamente: “Un cane non può essere considerato una pecora”.

ps:Tornando alla tua quarta mostra da pinksummer, l’hai titolata Primordial Soup. Recentemente è stato scoperto che la zuppa indistinta da cui è germinata la vita , non fosse costituita solo dalla semplicità e dall’abbondanza di RNA, perché l’RNA manca di “riflessività”; pare ci fosse un altro ingrediente, una sorta di addensante, un dado da brodo di matrice proteica: i peptidi, in grado di dare avvio a quel replicarsi stracolmo di alternative ibridatorie, che è la vita sul pianeta Terra. Il tuo lavoro ha sempre cercato alternative: ridisegnando lo spazio, perturbando e sovvertendo la visione, cercando l’orizzonte o meglio un orizzonte al di là delle barriere architettoniche e socio-economiche. Hai giocato antiche dualità di matrice metafisica, tirando in mezzo effigie e simulacri. Hai montato, smontato, costruito e manipolato, per stimolare alternative.
Certamente i danni ambientali sono sempre stati giustificati dalla mancanza di alternativa. Perché hai chiamato questa mostra da pinksummer Primordial Soup? Cos’è questa minestra il cui profumo sa di matriarcale?

SS: Negli ultimi tre anni – e ora risponderò alla prima domanda – mi sono dedicato a un appezzamento di terra intorno alla casa in cui vivo. Non so esattamente come descrivere questa pratica. Agricoltura dadaista? Agricoltura filosofica? Agro-arte? Nessuna di queste forse, si tratta piuttosto di qualcosa che ha a che fare con il collezionare ogni sorta di seme, occasionalmente zappare la terra, diserbare, irrigare; ciò implica anche molta osservazione e ricerca. E’ stata più una deriva che un progetto con uno scopo specifico e predeterminato.
Come in una sorta di mutazione è accaduto che si sono manifestati un mucchio di cavoli, zucche, rape dallo strano aspetto e un sacco di altre creature che gironzolano intorno alla casa, chiedendo di essere “trasformate”. Ora poiché mi trovo ad avere una bacchetta magica (e due bambini da usare come cavie), sono arrivato a produrre una serie di gigantesche pignatte di un impasto verde-marrone – una zuppa primordiale – con cui ho provato a nutrire i bambini senza successo. Ma non ho perso la speranza. Probabilmente è tutta una questione di presentazione e la zuppa avrà più successo se servita in una galleria. Per citare Hui Shi ( o era Gongsun Long?), i compassi non possono fare cerchi.

ps: Anni fa, a casa tua, a Lisbona, ci mostrasti la tua collezione di semi. Scoprimmo, quella sera, nella tua cucina, che sei un seed saver e forse un inventore di ibridi estetici. I semi non sono una piccola cosa, come recita uno slogan.
Gli agricoltori, nel mondo, ogni tanto si ribellano alle multinazionali sementiere, che creano dipendenza da semi ibridi, da piante OGM, da fertilizzanti e pesticidi, che inquinano e fanno fuori insetti fondamentali per l’impollinazione, quali api e farfalle. La stampa tende a liquidare con piccoli trafiletti le proteste, come se si trattasse di tafferugli da ortolani.
Un tempo, la conservazione delle sementi era parte della tradizione agricola, finalizzata al mantenimento di fattorie e giardini. Oggi, i semi devono essere acquistati e producono dichiaratamente piante ibride. I seed saver sono cercatori di vecchie varietà o di agro biodiversità, non soggette a erosione genetica, che riproducono e scambiano affinché non si estinguano per sempre, insieme al sapere millenario e ai paesaggi che li hanno generati.
L’attivista indiana Vandana Shiva, tra i principali leader dell’International Forum of Globalization, sostiene che gli OGM utilizzati durante la Rivoluzione Verde indiana, forniti dagli Stati Uniti, fossero principalmente uno strumento per allontanare l’India da possibili influenze sovietiche. Comunque le monocolture a alto rendimento si sono rivelate insostenibili, un po’ come il nucleare.
Vandana Shiva, nel libro Monocolture della mente, sostiene che bisogna difendersi dalle monocolture globali, perché la biodiversità è l’involucro della cultura.
In che rapporti sono diversità culturale e diversità biologica? La diversità è innanzi tutto un sistema di pensiero? Rende più autonomi?

SS: Ho sentito che hanno inserito cromosomi di pesce nei vegetali per renderli più resistenti. Potrebbe essere eccitante se fosse fatto da un buon chef (anche se personalmente non sono un fan della salsa di pesce). Sono scettico tuttavia rispetto alla competenza culinaria delle multinazionali. La loro strategia comporta semplicemente l’aggiunta di zucchero in qualsiasi cosa. Ma la gente può essere convinta, con un piccolo sforzo, a mangiare ogni genere di sostanza. Ancora una volta è solo un problema di presentazione. E queste compagnie hanno tante bacchette magiche! L’umanità è stata lentamente trascinata a desiderare, e godere cibandosi delle cose più strane. Mi pare tuttavia che sia una sorta di eccesso di matrice industriale. Probabilmente nel futuro verrà creata una nuova razza di umani che respirerà monossido di carbonio e banchetterà con rifiuti radioattivi. Dovranno indossare abiti protettivi per visitare le foreste sopravvissute per non essere sovraesposti all’ossigeno, che in quel tempo, sarà altamente tossico per gli umani. Quella che adesso chiamiamo borghesia sarà svanita e la società, sarà costituita da miriadi di clan governati da gangster e sacerdoti di culto nella bidonville universale. E’ sufficiente visitare luoghi come Lagos in Nigeria e le favelas del Brasile per intravedere il nostro futuro glorioso. L’Europa e un pugno di altri paesi finora sono stati solo capaci di esportare oltremare la violenza che producono, la faglia è stata posta nel Mediterraneo. Il Brasile (e la Nigeria) per esempio non sono state così fortunate, qui la faglia inizia uno zig zag attraverso il territorio, creando le condizioni per una guerra civile perpetua e non dichiarata. Ho letto che negli ultimi sei anni sono state assassinate più persone in Brasile (280mila) che nella guerra in Siria (260mila). Suppongo quindi che stiamo avviandoci verso quello che Empedocle ha chiamato “la legge della discordia” o quello che Jobs avrebbe chiamato la regola dello “ stare affamato e folle”. Ma dobbiamo essere ottimisti! Se ci proiettiamo in avanti di una dozzina di migliaia di anni, tutta l’umanità vivrà in modo analogo, a quello in cui vivono ora certe tribù isolate dell’ Amazzonia. Le foreste saranno ricresciute sull’intero pianeta, coprendo le rovine di un’antica civiltà. Gli esseri umani saranno più intelligenti e più avanzati. Più sottili. Non avranno auto, nessuna industria, nessuno lavorerà e saranno capaci di nuovo di guardare le stelle e di meravigliarsi.
Saranno poi capaci di esclamare, con Hui Shi: “ Lascia che l’amore abbracci le 10mila cose; Il Cielo e la Terra saranno una sola cosa”.

ps: L’eco-femminismo sostiene che la cultura antropocentrica e androgenica abbia un’interpretazione dicotomica del reale, che definisce i concetti solo per opposizione o per negazione, producendo in questo modo sfruttamento, desolazione e forsennata corsa al profitto.
Alcune eco-femministe cercano un terreno comune tra ambientalismo, animalismo e femminismo. Il power-over-power del modello patriarcale rimanda al sessismo, al dominio della natura, al razzismo e allo specismo. Le diseguaglianze potrebbero nascere dall’assioma che x sia x non in relazione, ma solo in opposizione o negazione di y?

SS: Penso che il problema non sia tanto con la dicotomia in sé, ma con una certa fissazione rispetto a una serie di immagini o forme di pensiero. Tendiamo a intrappolarci in abitudini mentali e fisiche che assimiliamo fin troppo facilmente, per mancanza di forza e discernimento. Il nostro ambiente, sia fisico che fisiologico, costantemente modella ciò che siamo. Come la gravità, il vento e la luce, modellano la forma di un albero, noi siamo informati dalle nostre città, dagli impegni, dai linguaggi e da altri fardelli. Per millenni abbiamo allevato forme di pensiero e gesti fisici strutturati intorno a una netta divisione tra uomo e donna e da altre divisioni manichee (adulto/bambino, nativo/straniero, aristocratico/plebeo, umano/animale, vivo/inerte, ecc, ecc).
Tuttavia queste dicotomie non sono altro che rovine, tracce disfunzionali di antiche vite, scheletri e fantasmi che ancora si ammassano intorno e dentro di noi. Come possiamo fuggire da queste rovine? Come possiamo raggiungere i semi o gli elementi germinativi che possano riscattare il passato da se stesso, che liberino il possibile dalle sue macerie? La chiave qui è, penso, essere capaci di conoscere senza soccombere alle macerie.
E’ una linea sottile e alla fine è una questione di equilibrio. Se siamo fortunati e sufficientemente creativi possiamo imprimere al mondo una piccola rotazione, una sorta di Clinamen, che farà la differenza. Per tornare a Huan Duan possiamo dire: “I cavalli depongono uova”.

ps: Il padre della Rivoluzione Verde, Norman Borlaug, premio Nobel nel 1970, affermò: “Se nel 1999 avessimo avuto le rese di cereali del 1961 (1531 kg per ettaro), avremmo avuto bisogno di quasi 850 milioni di ettari in più, è ovvio che quella terra non era disponibile e certamente non lo era nella popolosa Asia. Oltre a tutto anche se fosse stata disponibile, pensate all’erosione del suolo e alla perdita di foreste, prateria e fauna selvatica, che avremmo causato se avessimo cercato di produrre quelle quantità di cereali con la vecchia tecnologia a bassa resa.
La Rivoluzione Verde ha raggiunto un successo temporaneo nella guerra dell’uomo contro la fame e le privazioni: ha dato all’uomo un po’ di respiro. Se pienamente implementata la rivoluzione può fornire cibo a sufficienza per sostenerci nei prossimi trent’anni. Ma la potenza terrificante della riproduzione umana deve essere piegata, altrimenti i successi della rivoluzione verde saranno effimeri”.
Di fronte a un problema acuto l’omeopatia è rischiosa, di fronte a una broncopolmonite bisogna prescrivere l’antibiotico, non i granuli di centella asiatica. La Rivoluzione Verde con le monocolture a alta resa è stata un antibiotico, che non ha eliminato la malattia, l’ha tamponata, creando nel contempo l’infragilimento immunologico. Tuttavia è stata una soluzione alla fame. Perché in Occidente i governi sono spaventati dalla decrescita demografica? La scolarizzazione delle donne a ogni latitudine geografica e in ogni tempo ha come effetto un calo immediato della natalità. Ciò non risolverebbe buona parte dei problemi ecologici del mondo?

SS: La scolarizzazione è una buona cosa credo, se è una buona scolarizzazione. Torniamo ancora sul problema delle rovine, questa volta le rovine di un sistema educativo che per millenni ha avuto la missione di formare “materia inerte” (i bambini “selvaggi”, ma anche gli insegnanti e gli stessi educatori), in componenti pienamente funzionali dell’organismo sociale. Quali semi si possono recuperare da queste rovine? Credo che l’idea di scuola come luogo di scambio, trasformazione, sperimentazione e creatività, sia uno di questi semi. Per un po’ ci è sembrato che quest’ultima tipologia di scuola stesse non solo spuntando, ma diventando anche più diffusa. Adesso sembra che stia accadendo il contrario. I fondi sono stati tagliati e stiamo scivolando in un’era in cui la scuola (e l’università), sono viste soltanto come uno strumento per produrre umanoidi, come fossero componenti tecnici da inserire nel sempre crescente ciclo industriale. Finché non cambieremo radicalmente il nostro ambiente intellettuale non avremo possibilità di comprendere, ancora meno di nutrire, il nostro ambiente fisico e demografico.

ps: Ci hai consigliato il libro di Emanuele Coccia La Vie des Plantes : Une Métaphysique du Mélange, non ci è stato ancora consegnato, ma nell’ordinarlo su Amazon abbiamo letto “Appena le nominiamo il loro nome sfugge. La filosofia le ha sempre trascurate; anche la biologia le considera come una semplice decorazione dell’albero della vita. E tuttavia le piante donano vita alla terra: fabbricano l’atmosfera che ci avvolge, sono all’origine del soffio che ci anima. I vegetali incarnano il legame più stretto e elementare che la vita possa stabilire con il mondo. Sotto al sole e alle nuvole, fondendosi all’acqua e al vento, la loro esistenza è un’interminabile contemplazione cosmica. Questo libro parte dal loro punto di vista – quello delle foglie, delle radici e dei fiori – per capire il mondo non più come una collezione di oggetti, o uno spazio universale contenente tutte le cose, ma piuttosto come atmosfera generale, un clima, un luogo di vera mescolanza metafisica”
Cosa presenterai da pinksummer?
SS: Ho portato con me una serie di esseri o frammenti di esseri. Rovine, semi e le loro ombre. Qualcosa come tra i 10 e i 10mila di questi ingredienti, saranno usati come attori in una sorta di dramma culinario. Saranno gettati in un vortice dove si combineranno in collisioni aleatorie, componendo una zuppa audio visiva. Questa zuppa sarà servita su uno schermo o una membrana che funzionerà come una sorta di ghiandola pre-digestiva. Bon appétit!

Luca Vitone – Wunderkammer

 

Pinksummer: Il titolo della mostra “Wunderkammer”, porta con sé una tradizione di accumulo e un’idea di meraviglia connessa a ciò che è inusuale, incredibile, esorbitante rispetto alla norma. La polvere della tua “Camera delle meraviglie”, raccolta a Palazzo Ducale, qui a Genova, dove ci troviamo, e stesa alle pareti e alla volta del soffitto di pinksummer, sostituisce, alla raccolta di oggetti de-contestualizzati, la selezione di un solo, sottile oggetto ri-contestualizzante, direttamente connesso alla storia e all’identità del luogo. La scelta di ripensare la meraviglia come frutto non della somma ma della sottrazione di elementi, ha la funzione di ribaltare l’horror vacui delle wunderkammer in quello che potrebbe cogliere l’ospite di fronte a questo spazio (semi)vuoto? O, al contrario, si tratta dell’auspicio che chi entra possa meravigliarsi nell’intravedere proprio nel troppo vuoto di materia un pieno di memoria?

Luca Vitone: Il titolo della mostra è un escamotage per parlare di un apparente vuoto che riempie la galleria. Una wunderkammer è una stanza che trabocca di oggetti e le pareti della galleria saranno interamente occupate dalla polvere di Palazzo Ducale, luogo centrale, millenario, che trasuda storia e memoria della città di Genova, dove, forse non a caso, risiede la galleria.
La wunderkammer è una stanza che esprime la maniaca volontà del collezionista, che la riempie di oggetti raccolti per raccontare una storia e la propria esistenza; storicamente un facoltoso aristocratico. In questo caso si ribalta il ruolo sociale del soggetto e la wunderkammer potrebbe essere il risultato eclatante di un illuminato uomo delle pulizie.
Entrando nella galleria si è circondati da uno strato di polvere che ci osserva. Ciò che si evidenzia è ciò che solitamente non si vede. Il pigmento copre tutta la superficie come in una stanza di Giulio Romano.

PS: Nello specifico, proprio la polvere chiama in causa una dimensione infinitesimale della materia, tanto da essere stata considerata fino all’invenzione del microscopio come la soglia del visibile. Il lavoro con la polvere ha comportato, al di là degli spunti provenienti dalla storia dell’arte intrecciati alla tua storia nell’arte, una riflessione sull’invisibilità o piuttosto sulla visibilità e sulle sue condizioni? In altre parole, la polvere ha a che fare con la dimensione del “nulla” o piuttosto con quella liminale del “poco”?

LV: Una stanza che dapprima appare vuota, ma come nel buio di un planetario lentamente dilatiamo la pupilla e, alzando lo sguardo, riconosciamo la volta celeste, qui piano piano ci rendiamo conto di essere circondati da un elemento reale che ci accompagna nel nostro vivere. Questa evidenza riempie lo spazio e ne trasforma l’apparente vuoto.

PS: Henri Lefebvre parla a proposito degli spazi vissuti di spazi della rappresentazione in contrapposizione alla rappresentazione dello spazio. Ogni spazio vissuto implica di necessità la dimensione della temporalità. Hai affermato che il tempo è uno strumento, il mezzo attraverso cui le cose hanno luogo e si fanno luogo. La tua opera in principio ha teso a ridurre il qualitativo al quantitativo, il cognitivo all’ontologico, quasi sentissi la necessità di applicare alla memoria una curiosa forma di topofilia euclidea. E’ possibile che ultimamente tu ti stia un poco de-ontologizzando rispetto a quel tuo autodefinirti realista, courbettiano e socialista, lasciandoti andare a un percorso più induttivo, universalizzante e in qualche modo controintuitivo? Stiamo pensando alle polveri, agli agenti atmosferici, ma soprattutto all’idealizzazione delle grandi sculture olfattive di Venezia e Berlino.

LV: Qui si mette in scena il reale, ciò che c’è e ciò che è.
La polvere è un elemento persistente che occupa lo spazio. Ogni volta che proviamo a eliminarla, poco dopo si deposita nello stesso posto da dove era stata tolta e lentamente si accumula. Diventa in questo modo metafora del tempo e dell’esistenza, la sua consistenza testimonia l’essenza di un luogo e di chi lo abita. Si tratta di un ritratto, un ritratto realista senza mediazioni. Il passaggio da polvere a pigmento non implica alcuna alterazione e l’immagine che ne esce rappresenta pertanto un momento reale, una frazione di tempo che racconta di un luogo e di chi lo agisce.

PS: La polvere, funzionando, come un palinsesto, per stratificazioni successive, si configura come un’unione di passato e presente, aperta a farsi ricettacolo di futuro. Ci sembra perciò suggerire un’idea durativa e quasi olografica, piuttosto che puntuale del tempo, idea che richiede giocoforza qualcuno che attraversi questo tempo e attraverso esso percepisca. Se pensiamo che Husserl affermava che la percezione è l’atto che ci pone sott’occhio qualcosa come se stesso, si può dire che il tuo lavoro stia, in parte, muovendo da una lettura realista del mondo, verso una metodologia più fenomenologica. Le polveri come gli agenti atmosferici, tendono a fermare l’erosione del tempo, riconoscendola e sussumendola. Un ritratto impregnato in profondità dall’idea di tempo, rimanda alla natura morta, alla Vanitas.
Jim Morrison affermava che c’è il reale e c’è l’ignoto e in mezzo ai due una porta che li separa e che lui voleva essere quella porta. Abbiamo pensato che senza raccontarlo anche tu abbia desiderato essere porta. Ci siamo chiesti se, a oggi, questa porta, per te a lungo dischiusa sul reale percepito, non abbia preso a concedersi qualche apertura sull’ignoto. Ma c’è di più, hai chiamato le tue polveri finestre e non porte, dalle porte si passa, dalle finistre si guarda…

LV: Esatto, preferisco pensarmi finestra piuttosto che porta, finestra che osserva il paesaggio, il mondo che ci circonda, e che, se aperta, fa corrente.

PS: A proposito di soglie, hai sempre contrapposto interno ed esterno, ambiente domestico e paesaggio. Fin da Identificazione del luogo hai costruito coppie oppositive e complementari come gli agenti atmosferici e le polveri. Sempre sulla categoria interno/esterno cosa potrebbe essere complementare e opposto alle Chambres?

LV: Non so se arriverà un opposto/complementare delle Chambres. Nel caso dei monocromi m’interessava raccontare il mondo sia privato che pubblico attraverso questo anti-pigmento che è la polvere. Per gli interni ho deciso di usare la carta perché la polvere raccolta e usata come un pigmento è stesa come un acquerello e la carta è il suo supporto d’elezione. In più la carta è più fragile della tela e mi aiuta a ritrarre una situazione privata, che sia il ritratto di un ambiente o di una persona. La tela la uso per gli esterni ed è lasciata all’aperto aspettando che il tempo, sia cronologico che atmosferico imprima il suo passaggio (la sua presenza): il paesaggio percependosi si autoritrae. Per questa pratica la tela è più resistente e gli agenti atmosferici, più “grassi”, come anti-pigmento li paragono alla pittura a olio perfetta per ritrarre un contesto pubblico.

Don’t look like a line

“Ok vi faccio entrare tra poco, ma per favore fate in modo di non sembrare una fila!” ci esortò la ragazza guardiana dell’installazione temporaneamente chiusa. L’avevamo persuasa a farci entrare , ma non voleva che altri s’infilassero. Immediatamente ci sciogliemmo, la signora giapponese estrasse dalla borsa di tela del cibo, ci sedemmo su quell’erba da bordo strada in quel paesaggio di capannoni e Burger King. Ci trasformammo in un improbabile “déjeuner sur l’herbe”, senza nudi, ma pervasi tutti da una potente aspettativa. Ci piacque proprio quel “Do not look like a line!”.

pinksummer

Forse – Peter Fend

Comunicato stampa in forma di intervista

Pinksummer: Abbiamo trovato un curioso articolo sul giornale “The Observer” del maggio del 2013 dal titolo “Brother, Can you Spare $ 2 Billion? : Is Artist Peter Fend an Autodidactic Genius or a Globetrotting Gadfly?”. Inizia così: “Chi è Peter Fend?”
‘Il Buckminster Fuller di The New Wave’, ha suggerito il critico Alan Jones in un articolo di vent’anni fa, ‘il Lawrence d’ Arabia del mondo dell’arte’, dichiara nello stesso articolo il vecchio collaboratore di Mr. Fend, l’artista Richard Prince.
‘È proprio Tristram Shandy’, ha detto il suo dealer Maxwell Graham a “The Observer.”
Il fatto di compararti al gentleman Tristram Shandy ci piace per tante ragioni, innanzi tutto per il discorso della digressione e della meta-narrazione. In questo anno di scambio epistolare (e-mail), abbiamo inteso che l’arte, da argomento primario si trasforma con te spesso in secondario. Ci hai un po’ disorientato, se non proprio frullato, portandoci a spasso tra realtà e sogno, trattando di politica, ambiente e Storia e storie… A volte il qui e ora sembra sfuggirti di mano, ma non sei un sognatore.
Poi il romanzo di Laurence Sterne è il prodotto ansioso di una Inghilterra che stava sistemando in soffitta tutti i valori della civiltà contadina, per entrare, anticipando tutti, nell’era dell’urbanizzazione selvaggia e dell’alienazione umana della rivoluzione industriale. Sotto il profilo della politica estera, stava creando invece il suo abnorme impero coloniale, basato sullo sfruttamento di popoli e risorse ambientali.
Temiamo che la Gran Bretagna, che oggi sta negoziando con sicumera la sua uscita dal sogno dell’Europa, peraltro mai condiviso davvero, possa anticipare di nuovo tutti, nel chiudersi dentro ai confini della nazione, altro che integrazione e libera circolazione.
Ti vorremmo fare una sola domanda a proposito delle insegne in stille Esso che “reclamizzano” i prodotti “Global Warming” e “Global Terror”, sui principi di causa efficiente, formale e finale, muovendo una lunga citazione tratta da un romanzo americano, ci riferiamo a “Libertà” di Jonathan Frazen: “Walter stava rovistando tra i grafici laminati. Ho cominciato a risalire alle origini – disse- perché continuavo a soffrire d’insonnia. Ricordi Aristotele e i diversi tipi di causa? Efficiente, formale e finale? Bene la predazione dei nidi da parte di cornacchie e gatti selvatici è la causa efficiente del declino della dendroica. E la frammentazione dell’habitat ne è la causa formale. Ma qual è la causa finale? La causa finale è la radice di quasi tutti i nostri problemi. La causa finale è che ci sono troppe maledette persone nel nostro pianeta….
…Solo in America – disse – la popolazione aumenterà del cinquanta per cento nei prossimi quarant’anni. Pensa a come sono già affollate le zone extraurbane, pensa al traffico, all’espansione edilizia, al degrado ambientale e alla dipendenza dal petrolio estero. E poi aggiungi il cinquanta per cento. E questa è solo l’America che in teoria può sostenere una popolazione più numerosa. E poi pensa alle emissioni globali di anidride carbonica, e ai genocidi e alle carestie dell’Africa, e al sottoproletariato senza prospettive e radicalizzato del mondo arabo, e allo sfruttamento dissennato degli oceani, agli insediamenti illegali in Israele, ai cinesi Han che soffocano il Tibet, e cento milioni di poveri nel Pakistan nucleare: ci sono ben pochi problemi nel mondo che non verrebbero risolti, o almeno alleviati, da un calo della popolazione. Eppure – proseguì, porgendo a Katz un altro grafico, – entro il 2050 avremo raggiunto altri tre miliardi di persone. In altre parole avremo aggiunto l’equivalente dell’intera popolazione mondiale di quando io e te infilavamo le monetine nelle cassette dell’Unicef…..
… A modo mio, – proseguì Walter, – ho partecipato a un ampio mutamento culturale avvenuto negli anni Ottanta e Novanta. La sovrappopolazione rientrava senz’altro nel dibattito pubblico negli anni Settanta, con Paul Ehrlich, il Club di Roma, e la Crescita Demografica Zero. E d’un tratto è scomparsa. È diventata innominabile. In parte a causa della Rivoluzione Verde, sai le carestie erano sempre numerose, ma non più apocalittiche. E poi il controllo della popolazione si è fatto una brutta reputazione politica. La Cina totalitaria con la legge del figlio unico, Indira Gandhi con le sterilizzazioni forzate, la Cdz americana dipinta come xenofoba e razzista. I progressisti si sono spaventati e hanno taciuto. Si è spaventato perfino il Sierra Club. E i conservatori, naturalmente, se ne sono sempre fregati, perché la loro ideologia è tutta basata sull’interesse personale a breve termine e sul piano divino e così via. E dunque il problema è diventato una specie di cancro che ti cresce dentro, e tu lo sai ma decidi di non pensarci”.
Peter non hai pensato che tutti i tuoi progetti “Unbuilt Roads” e “TO BE BUILT”, sarebbero comunque schiacciati dalla forza del numero e dunque inutili?

Peter Fend: Rispondo in due frasi. Dovremmo ripristinare il numero di animali selvatici del pre-Neolitico. In molti casi, ciò richiede un intervento specifico sul posto.

Ps: il Neolitico è stato rivoluzionario rispetto all’ambiente. Pensi che il processo sia reversibile?

P.F.: È reversibile perché ora abbiamo una sufficiente conoscenza scientifica, oltre ai paradigmi dell’Earth Art e il lavoro fatto da pionieri come Beuys e Duchamp e possiamo far fronte alle urgenti questioni politico-demografiche, forzando il ritorno al pre-addomesticamento dell’uso della terra. Posti favorevoli per iniziare sarebbero le Grandi Pianure degli Stati Uniti, l’Asia centrale, il Mato Grosso in Sud America e l’Africa.
Avete il mio libro Ocean Earth? Rimando al testo del 1976 “Agriculture Ends, Art Takes Over”.

Ps: Ti citiamo “… 1976 L’agricoltura finisce, l’arte prende il sopravvento”. Seguito da “Evolution Mediation” e una lettera a Dennis Oppenheim sul suo ritorno al “selvaggio”, che mi ha introdotto nel mondo artistico di New York. Ero soprannominato “Dr.Fang (Dr. Zanna)”, per la pelle di cervo e l’ascia con cui celebravo la caccia, la pesca, la raccolta contro l’agricoltura. Notato da Gordon Matta-Clark che mi chiese di investigare sulle tecnologie, ad esempio sull’ingegneria dei ponti e dei palloni aerostatici, per ciò che avrebbe dovuto essere un’architettura completamente nuova. Appassionato dalla lettura di Vicent Scully su “Garden & Fortress: The Shape of France” ho realizzato una serie di lavori di Earth Art basandomi su De Maria, Nauman, Oppenheim, Smithson, Heizer, dentro ai paradigmi di Schneemann, Edelson, e Horn guidato dal “capo dei cacciatori” Joseph Beuys, senza leggi e limiti territoriali come voleva Duchamp, per un uso completamente nuovo della Terra. I disegni “Earth Net An Economic System”, compaiono al Caltelch’s Baxter Museum. Panorami similari si trovano ora in libri come “Walter. A Natural History” nel quale è scritto che L’America del Nord ha bisogno di 80 milioni di bufali, 250 milioni di castori, bilioni di cani della prateria e 25 milioni di alligatori. Uno studio dell’ Università del Minnesota conclude che 400 milioni di umani qui potrebbero vivere bene sull’economia nativa americana, principalmente cacciando- pescando- raccogliendo con solo piccole porzioni di terra destinata all’agricoltura (o urbana). Questi sono i miei obiettivi primari”.

Tuttavia la tecnologia e la conoscenza che abbiamo sono state acquisite grazie alla transizione demografica del Neolitico.

P.F.: Restaurare il Sahara, e le terre incolte dell’Asia Centrale, le terre disseccate della Bolivia e del Paraguay, è assai più facile che creare nuovi posti di lavoro. Come riporta l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, si creerebbero un bilione di posti di lavoro. Sì, ritornare a ciò che l’essere umano ha fatto per la maggior parte della sua esistenza sul pianeta Terra: cacciare, pescare, intrappolare, raccogliere.
I robots sono più adatti a lavorare nelle fabbriche e negli uffici.
Non denigro affatto la riduzione demografica (ho fatto il mio in questo senso, con un solo bambino, avuto a 52 anni, un solo bambino per quattro nonni. Voi l’avete promossa altrettanto).
Possiamo avere uno scambio sull’argomento. Questo è il motivo per cui ho rischiato di fare tanti esempi di “Cielo” o Television Government. Su questo argomento la pressione è molto forte: ridurre l’imprinting della terra e di conseguenza il numero degli umani.

Ps: Cosa presenterai da pinksummer?

P.F.:

FORSE
RICCHEZZA
NEGLI
OCEANI

L’Italia dovrebbe fare squadra con Monaco e Palau per ri-dirigere Le Nazioni Unite verso una nuova gestione, che sarebbe più proficua e rispetterebbe le necessità del pianeta partendo dai suoi oceani e mari.
Con questa mossa, l’Italia – insieme a Monaco e Palau – sfiderebbe le strategie terrestri di diversi Consigli di Sicurezza degli stati-membro delle Nazioni Unite, specialmente della Cina. La Cina ha lavorato duro per sorpassare l’Occidente e i suoi cinque secoli di impero coloniale, da quando Cristoforo Colombo ha scoperto l’America.
Così la Cina costruisce dighe, esporta reattori nucleari, estrae minerali, intensifica l’agricoltura, costruisce treni veloci e aerei, cerca il controllo sulla logistica globale, tutto ciò con uno zelo nazionalistico che ha fatto uscire l’Occidente dall’Ovest.
La distruzione del pianeta accelera.
L’Italia può interrompere questo inseguimento veloce e furioso, lanciando una altrettanto veloce e furiosa campagna, muovendo proprio da qui dove gli imperi globali sono iniziati: Genova.
Il continente che entra in gioco non è solo l’Europa, ma l’Europa assieme a un territorio vasto, di cui ecologicamente l’Europa è parte: l’Africa. Parlo dell’Eurafrica
La Cina ha i suoi piani sull’Africa, basati sui confini coloniali e sulla pratica tipicamente coloniale del dividi et impera.
L’Italia può immaginare strategie completamente differenti per l’Africa basate sul suo affaccio sul mare, basate sul sine qua non della vita: l’acqua.
Ciò che Genova può fare del suo golfo, ciò che può fare per l’Italia tutta e l’imponente cambiamento che potrebbe coinvolgere l’Europa assieme all’Africa dall’Artico all’Antartico e ritorno verrà mostrato in 10 x 8 m di spazio, e spiegato, in termini di metodo di governo, in un ufficio di 6 x 3,3 m: pinksummer.
Non sappiamo precisamente ciò che accadrà nei prossimi 20-30 anni, ma con questa mostra, offriamo a Genova, alla Liguria, all’Italia, all’Europa, ai mass-media e al mondo dell’arte, un altro scenario. Il pezzo forte è l’Africa. Il mezzo del cambiamento arriva dall’Earth Art e dai suoi contemporanei, come Joseph Beuys. Noi presentiamo qui una “UNA STORIA DELLA FUTURA”, ma con un titolo che appare precauzionale, FORSE, o in inglese MAYBE.

È una mostra di ingegneria ecologica anche se Fend è stato descritto come un sognatore, un utopico. Semplicemente perché servono grandi capitali per fare questo.
Nel mio ultimo libro PLANET POLICY rivolto agli Stati Uniti, e scritto per i cervelloni dell’American Association for the Advancement of Science (editori di “Science”), può essere facilmente convertito in un programma per l’Italia.
La mia frase preferita, con la quale tutti i visitatori sono invitati ad agire è: WHY NOT? PERCHE’ NON. SEMPRE PRONTO A FARE. NO SOLO PARLA. PIETRO*
*In italiano nel testo

Peter Fend

Peter Fend è nato nel 1950 a Columbus in Ohio.
Vive e lavora a New York.

 

ISTRUZIONE

1973
BA, Carleton College, Northfield, Minnesota, USA

 

MOSTRE PERSONALI

2025

Lavoro per Natura Vivente, non solo Capitali, Fondazione Morra Greco, Napoli, Italia

 

2024

Rodents Restore America: From the Arctic to Antarctic, Citygroup, New York, USA

AZIONI SULLA TERRA, Pinksummer, Genova, Italia

 

2023
James Bond Runs The Art World, The Wig, Berlino, Germania

 

2021
Peter Fend, Georg Kargl BOX, Vienna, Austria

 

2020
BIRDS REIGN, Galerie Barbara Weiss, Berlino, Germania

 

2019
AFRICA-ARCTIC FLYWAY, Museo Nivola, Orani, Italia
Filling the absence – Peter Fend and Yona Friedman, Pinksummer, Genova, Italia

 

2018
HACE SENTIDO / MAKES SENSE, Embajada, San Juan, Portorico
Costa Verso Costa, Pinksummer, Palermo, Italia

 

2017
Forse, Pinksummer, Genova, Italia
Shadow Cabinet: A Loyal Opposition Response, Cuchifritos Gallery + Project Space, New York, USA

 

2015
TO BE BUILT, Galerie Barbara Weiss, Berlino, Germania
AFRIKA EUROPA BRÜCKE, Oracle, Berlino, Germania

 

2014
REBELS ARE REASONABLE, ESSEX STREET, New York, USA
Lomonosov Furthered, with Shane Munro, LISTZ, Berlino, Germania

 

2012
Über die Grenze: May Not Be Seen Or Read Or Done, ESSEX STREET, New York, USA
WHAT TO DO NEXT, Peanut Underground Art Projects, New York, USA

 

2011
“Arab Springs”/ Atlantic Wealth: Trading Room, White Box / MA.P.S, New York, USA
Ricchezza D’Italia, Galeria Cesare Manzo, Pescara, Italia

 

2010
Situation Room, 391 Victoria Street, Hamilton, Nuova Zelanda

 

2009
Situation Room: Technology Change Climate Stability, Arnolfini, Bristol, Regno Unito

 

2007
Elbegas, Galerie für Landschaftskunst, Hamburg, Germania
BET AND WIN: Way Out Too, Unit 2 Gallery, Londra, Regno Unito

 

2005
Parallel Projects: Proposals for Condoleezza Rice / Parallelprojekte: Vorschläge für Condoleezza Rice, Christian Nagel, Berlino, Germania

 

2004
Reverse Global Warming, Spacex, Exeter, Regno Unito
One to Another (foreign policy proposal), American Fine Arts, New York, USA
Correspondence, American Fine Arts, New York, USA

 

2003
Independence from Big Oil, Dublin City Council and Fingal County Council, Dublino, Irlanda
Proposals for Arabia, Galeria Marta Cervera, Madrid, Spagna

 

2002
Global Gas / Super Gas, Ocean Earth vis-à-vis Superflex, Kunstruimte Wagemans, Paesi Bassi

 

2001
Naval Action, Mars Gallery, Tokyo, Giappone
Big Deal: Revival of the Americas, Nikolai Fine Art, New York, USA
Sea Change, Spacex Gallery, Exeter, Regno Unito
Ocean Earth: Policy Models, Rockford Art Museum, Rockford, IL, USA
Economic Potential, Roger Smith Gallery, New York, USA

 

2000
RAPID: Post-Petroleum Gas Stations, Launching a Brand, American Fine Arts, New York, USA
EURAFRICA/AMERICAS/MONDO, Galeria Marta Cervera, Madrid, Spagna
NEWS ROOM NEW YORK (Chaikin, Fend, Lehman, Lombardi, RR), Roger Smith Gallery, New York, USA

 

1999
Global Warming: A Rapid Response Remark, at Chelsea Exxon station, Nikolai Fine Art, New York, USA
Chase Scene, American Fine Arts, New York, USA

 

1998
NEWS ROOM GRAZ, Kunst und Neue Medien, Steirischer Herbst, Graz, Austria

 

1997
Spiral Ramp, Woodlawn Cemetery, The Bronx, New York, USA

 

1996
Chernobyl Solutions, Steffany Martz Gallery, New York, USA
Art Meets Science, Charlottenborg, Copenhagen, Danimarca

 

1995
Landkraft/Swiss Split, Ars Futura, Zurigo, Svizzera
Landkraft, Kunstlerhaus Palais Thurn & Taxis, Bregenz, Austria
Architecture for the 21st Century, Artspace, Sydney, Australia

 

1994
Eurasian Scenario, Marc Jancou Gallery, Londra, Regno Unito
Startbahn Oesterreich, Galerie Metropol, Vienna, Austria
Global Spiral, installation at Global Forum, G-Mex Centre, Manchester, Regno Unito
Ocean Earth, Strauss & Adamopolous, Francoforte sul Meno, Germania
NEWS ROOM COPENHAGEN, with Globe, Copenhagen, Danimarca

 

1993
Strategie Globale: Giant Algae System for France, FRAC Poitou-Charentes, Angouleme, Francia
Habitus, Galerie Anne de Villepoix, Parigi, Francia
OCEAN EARTH: FOR A WORLD WHICH WORKS, Neue Galerie am Landesmuseum, Graz, Austria
NEWS ROOM PARIS, Galerie des Archives, Parigi, Francia

 

1992
Site Simulator, Tivat Bay, American Fine Arts, New York, USA
Beach Party Deutschland, Galerie Esther Schipper, Colonia, Germania
Beach Party Yugoslavia, Riverside Studios, Londra, Regno Unito
Documenta Flags, Galerie de Marseille, Marsiglia, Francia
Documenta Flags, Le Case D’Arte, Milano, Italia
Espace Circulant/Spinning Room, Galerie Roger Pailhas, Parigi, Francia
Floriade, The Hague, Paesi Bassi
Corse Divise, Assemblee Nationale, Parigi, Francia
NICAF, Yokohama, Giappone
Means to Wealth/Mittel und Wohlstand, Galerie Tanja Grunert, Colonia, Germania

 

1991
Europa, Kunstraum Daxer, Monaco, Germania
Beach Party, American Fine Arts, New York, USA
NEWS ROOM STOCKHOLM, Galerie Nordenstad-Skarstedt, Stoccolma, Svezia
Salle du Monde, long-term installation at L’Hôpital éphémère, Parigi, Francia

 

1990
City of the Dead / Die Totenstadt, Galerie Tanja Grunert, Colonia, Germania
Cities as Bodies / Staedte als Koerper, Esther Schipper, Colonia, Germania
NEWS ROOM FRANKFURT, Institut fuer Neue Medien / Pavilion Varisella, Francoforte sul Meno, Germania
NEWS ROOM NEW YORK/NEWS ROOM AMSTERDAM, American Fine Arts, New York and Museum Fodor, Amsterdam, Paesi Bassi
Progetto Adriatico, Le Case D’Arte, Milano, Italia
Einheiten, Galerie Ryszard Varisella, Francoforte sul Meno, Germania
Kleine Fragen, Galerie Christian Nagel, Colonia, Germania

 

1989
Completion of the War, American Fine Arts, New York, USA
Global Monitoring and Assessments: Towards the 21st Century, Fondazione Cini, Venezia, Italia

 

1988
BODY, American Fine Arts, New York, Stati Uniti d’America
Peter Fend, Scott Hanson Gallery, New York, USA
Art at the End of the Social, Rooseum, Malmo, Svezia

 

1985
Bacino Torbido, Museo Santa Barbara, Calabria, Italia

 

1983
Image/Process, The Kitchen, New York, USA

 

1982
Space Force in Action, Kunsthalle Dusseldorf, Dusseldorf, Germania
Art of the State, The Kitchen, New York, USA
Global System, Chase Manhattan Plaza, sponsored by Lower Manhattan Cultural Council, New York, USA

 

1979
IRON LUNG: A ROOM DEFINED NOT BY ITS WALLS BUT BY A PUMP, Peter Nadin Gallery, New York, USA
WEALTH OF BASINS, DEATH OF NATIONS, Peter Nadin Gallery, New York, USA
World Space: Political Economies After Oil, Peter Nadin Gallery, New York, USA

 

MOSTRE COLLETTIVE

2025
Confrontations. Pairings from the Collection, Museum Brandhorst, Monaco, Germania
Files, Kunsthalle Zürich, Zurigo, Svizzera

 

2024
In and Out of Place. Land after Information 1992 – 2024, Kunstverein Hamburg, Amburgo, Germania
The Morbid Palace, Pinksummer, Genova, Italia
True Colors, Trautwein Herleth, Berlino, Germania

 

2023
1,5 Grad, Kunsthalle Mannheim, Mannheim, Germania

 

2022
The State I Am In, Capitain Petzel, Berlino, Germania
Visual Natures: The Politics and Culture of Environmentalism in the 20th and 21st Century, Museum of Art, Architecture and Technology, Lisbona, Portogallo
Conditions and Frameworks: Infrastructure as Form and Medium, Academy of Fine Arts Vienna, Austria

 

2021
The Ocean, Bergen Kunsthall, Bergen, Norvegia

 

2020
Politiche della Natura_Masters, MAAB Gallery, Milano, Italia
Critical Zones, ZKM Center for Art and Media, Karlsruhe, Germania
Potential Worlds 2: Eco-Fictions, Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurigo, Svizzera
Excerpts: Works from the Marjorie Barrick Museum of Art Collections, Marjorie Barrick Museum of Art, University of Nevada, Las Vegas, USA

 

2019
RESET, Kai Matsumiya, New York, USA

 

2018
Brand New: Art and Commodity in the 1980s, Hirshhorn Museum, Washington, D.C., USA
Unthought Environments, The Renaissance Society, Chicago, Illinois, USA
The Conditions of Being Art: Pat Hearn Gallery & American Fine Arts, Co. (1983-2004), CCS Bard Hessel Museum of Art, Annandale-on-Hudson, New York, USA
The Dutch Savannah, De Domijnen Museum, Sittard, Paesi Bassi
We stared at the Moon from the centre of the Sun, Towner Art Gallery, Eastbourne, Regno Unito
The Second Yinchuan Biennale: Starting from the Desert, Ecologies on the Edge, Museum of Contemporary Art Yinchuan, Yinchuan, Cina

 

2017
EUtopia | 28, Museumcultuur Strombeek/Gent, Strombeek, Belgio
Tomorrow Will Still Be Ours, Gavin Brown’s enterprise, New York, USA
Aubades. Land Art for Aliens, Weiss Falk, Basel, Svizzera
Water Worlds #1, Centre international d’art et du paysage, Beaumont-du-Lac, Francia

 

2016
World Made By Hand, Andrew Edlin Gallery, New York, USA
Changing Circumstances: Looking at the Future of the Planet, FotoFest Biennial, Houston, Texas, USA
History Made By Artists, C L E A R I N G, Brooklyn, New York, USA
Tomorrow’s Man, Sheppard Contemporary, University Galleries, University of Nevada, Reno, Nevada, USA
You Cannot Do Nothing, Galerie Alte Schule, Berlin, Germania
Oceans After Nature, Yerba Buena Center for the Arts, San Francisco, California, USA
Politics of Nature, Fondazione Zimei, Pescara, Italia
Global Terror, Nagel Draxler Kabinett, Berlino, Germania
Mean Machine (Up Jumped the Devil), The Meeting, New York, USA

 

2015
Territories: Alighiero e Boetti and Peter Fend, Le Case D’Arte, Milano, Italia
Globale – Exo-Evolution, ZKM, Karlsruhe, Germania
The Fountainhead, Fondazione Zimei, Pescara, Italia
to expose, to show, to demonstrate, to inform, to offer: Artistic Practices around 1990, Mumok, Vienna, Austria
2050. A Brief History of the Future., Royal Museums of Fine Arts, Brussels, Belgium; travelling to Palazzo Reale Milano, Italia
Dojima River Biennale 2015: Take Me To The River – currents of the contemporary, Dojima River Forum, Osaka, Giapone
Anthems for the Mother Earth Goddess, Andrew Edlin Gallery, New York, USA
Drawings | Fridges, Greene Exhibitions, Los Angeles, USA
DUMP! Multispecies Making and Unmaking, Kunsthal Aarhus, Aarhus, Danimarca
Decolonized Skies, organized by High&Low Bureau, ADN Platform, Barcellona, Spagna
For Troedsson Villa, curated by Tam Ochiai and Anne Eastman, Troedsson Villa, Nikko, Giappone
ECO-TAX, Cannonball and Dimensions Variable, Miami, USA
Looking Back / The 9th White Columns Annual, selected by Cleopatra’s, White Columns, New York, USA
Hollywood Hills House, curated by Pierre-Alexandre Mateos and Charles Teyssou, ltd los angeles, Los Angeles, USA

 

2014
WORK IT OUT, Momenta Art, Brooklyn, New York, USA
Decolonized Skies, organized by High&Low Bureau, Apexart, New York, USA
TEDxVaduz redux, T293, Roma, Italia
The Real Estate Show Was Then: 1980, James Fuentes, New York, USA

 

2013
Looking Back / The 7th White Columns Annual, selected by Richard Birkett, White Columns, New York, USA
Scott Burton, curated by Oscar Tuazon, Fondazione Giuliani, Roma, Italia
Yes Naturally: How Art Saves The World, Gemeentemuseum Den Haag, The Hague, Paesi Bassi

 

2012
OilScapes, Peacock Visual Arts, Aberdeen, Regno Unito

 

2010
Islands and Ghettos, Heidelberger Kunstverein, Heidelberger, Germania

 

2008
This is the Gallery…, Eastside Projects, Birmingham, Regno Unito
Come Out & Play, apexart, New York, USA

 

2007
Green Dreams, Kunstverein Wolfsburg, Wolfsburg, Germania
Aussen vor/On The Outside, ACC Galerie, Weimar, Germania
Still Life. Art, Ecology & The Politics of Change, Sharjah Biennial 8, Emirate of Sharjah
Arrêt sur Images, FRAC Provence Alpes Côte d’Azur, Marsiglia, Francia

 

2006
The Drop, Exit Art, New York, USA

 

2005
Gotik und Moderne, Fraenkische Galerie, Bayerisches Nationalmuseum, Kronach, Germania
Temporary Spaces, Ausstellungsraum Glue, Berlin, Germania
Mirage, curated by Martin Beck and Julie Ault, Alexander and Bonin, New York, USA
Dry Wells that Upwell Groundwater to Revive Margins of Salt Lakes, Harper Dry Lake, CA, USA
Waterways, Biennale di Venezia, Venezia, Italia

 

2004
Election, American Fine Arts, New York, USA
Hortus, Independent Section, Liverpool Biennial, Regno Unito
Wonderful, Cornerhouse, Manchester, Regno Unito
Le Dessus des Cartes, ISELP, Bruxelles, Belgio
Adaptations, Apexart, New York, USA

 

2003
Attack: Art and War, Kunsthalle Wien, Vienna, Austria
Banquete/Bankett, Barcelona Cultural Center, Barcelona, Spain; travelling to Zentrum fuer Kunst und Medientechnologie (ZKM), Karlsruhe, Germany; Medialab, Madrid, Spagna
GNS, Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Hardcore, Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Utopia Station, Biennale di Venezia, Venezia, Italia
Collaborations, Centre d’art Contemporain, Meymac, Francia

 

2002
Ars Electronica 2002, Ars Electronica Center, Linz, Austria
Oekonomien der Zeit, Museum Ludwig, Cologne, Germany; travelling to Akademie der Kunste, Berlino, Germania; and Migros Museum, Zurigo, Svizzera
Ecovention, Contemporary Art Center, Cincinnati, OH, USA
Ways Out, Stroom, The Hague, Paesi Bassi
Empire/State: Artists Engaging Globalization, Whitney Independent Study Program, New York, USA

 

2001
The South Bronx Story, James Fuentes / The Point, The Bronx, New York, USA
Cartographie des artistes, Galerie Anne de Villepoix, Parigi, Francia
Sao Paulo Biennale, Azerbaijan/Armenia/Georgia Pavilion, San Paolo, Brasile

 

2000
Ecologies, The Smart Museum, The University of Chicago, Chicago, IL, USA
Undo, Theater for the New City, New York, USA
Dystopia, Tribes Gallery, New York, USA
World Trade, Roebling Hall, Brooklyn, New York, USA
Carnival in the Eye of the Storm, Pacific Northwest College of Art, Portland, OR, USA

 

1999
Post-War Architecture, Biennale di Venezia, Venezia, Italia
Crash, ICA, Londra, Regno Unito

 

1998
Your Utopia, Momenta Art, Brooklyn, New York, USA
Hey, You Never Know, Kenny Schachter / ROVE, New York, USA
Cartographers, Center for Contemporary Art, Ujazdowski Castle, Varsavia, Polonia
Cartographers, Umnetnosta Galerie, Marburgo, Slovenia. Entrance display
Desert Flood, ROVE, New York, USA

 

1997
The Experimenters, curated by Kenny Schachter, Lombard-Fried Fine Arts, New York, USA
French Pavilion TV Studio, with Fabrice Hybert, Biennale di Venezia, Venezia, Italia
Cartographers, Museum of Contemporary Art, Zagabria, Croatia
Géographiques: territoires vécus, territoires voulus, territories figures, FRAC Corse, Corsica, Francia

 

1996
Atopic Site, curated by Yukiko Shikata, Tokyo International Exhibition Center, Tokyo, Giappone
Art Meets Science, in conjunction with “Copenhagen, European City of Culture,” Charlottenborg, Copenhagen, Danimarca

 

1995
Faith, Hope, Love, Death, Kunsthalle Wien, Vienna, Austria
Mapping: A Response to MoMA, curated by Peter Fend, American Fine Arts, New York, USA
On Board, Aperto, Biennale di Venezia, Venezia, Italia
Photography After Photography, Siemens Kulturprogramm, Munich; travelling to Kunsthalle, Krems, Austria; Städtische Galerie Erlangen, Brandenburgische Kunstsammlungen, Cottbus, Germania; Museet for Fotokunst, Odense, Danimarca; Fotomuseum, Winterthur, Switzerland; ICA Londra, Regno Unito; ICA Philadelphia, PA, USA
Infrasound, Kunst im öffentlichen Raum, Amburgo, Germania

 

1994

Cloaca Maxima, curated by Hans Ulrich Obrist, Stadtentwasserung, Zurigo, Svizzera
Bifurcations, Centre d’art Contemporain, Meymac, Francia; travelling to Musée des Beaux-arts de Dole, France; Cimaise et portique, espace d’art contemporain, centre culturel de l’Albigeois Albi, Francia
Mission Impossible, Gashouder, Amsterdam, Paesi Bassi

 

1993
Aperto, Biennale di Venezia, Venezia, Italia
Kunst in Weltmasstab, Kunsthalle zu Kiel, Kiel, Germania
Fontanelle, Potsdam, Germania
Kontext Kunst, Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum, Graz, Austria
First Europeans, Schloss Charlottenberg, Berlino, Germania
Antwerp Cultural Center, European City of Culture, Anversa, Belgio
The Edge of Chaos: New Ways of Seeing, Louisiana Museum for Modern Art, Humlebaek, Danimarca
Viennese Story, Wiener Secession, Vienna, Austria
Tutto Tondo, Monika Sprüth Galerie, Colonia, Germania

 

1992
Documenta IX, Kassel, Germania
Documatter, Andrea Rosen Gallery, New York, USA
Il Faut Construire Hacienda, curated by Nicholas Bourriaud, CCC, Tours, Francia
Multiplici Culturali, selected by Angela Vettesse, Roma, Italia
Floriade, The Hague, Paesi Bassi
Corse Divise, Assemblée Nationale, Parigi, Francia
Nippon International Contemporary Art Fair, Yokohama, Giappone
Reconnaissance, Simon Watson Gallery, New York, USA

 

1991
Teorici Americani, Ottagano, Milano, Italia
Wiener Festwochen, subway station installations, Vienna, Austria
FRAC Corse, Corsica, Francia
Iberian Current, FRAC Pays de la Loire, Francia

 

1990
Around the World, PS 1, Long Island City, New York, USA
The Köln Show, Galerie Daniel Buchholz, Colonia, Germania
California Project, Terrain Gallery, San Francisco, CA, USA
Reconnaissance, Simon Watson Gallery, New York, USA

 

1989
Art at the End of the Social, Rooseum, Malmo, Svezia
Video Works, Galerie Nordenstadt, Stoccolma, Svezia
Competition Diomede, The Clocktower, New York and sites in the USA & USSR
On-Site: Response to Conditions, Anne Plumb Gallery, New York, USA
Jet Lag, Turon Travel, New York, USA
Project DMZ, Storefront for Art and Architecture, New York, USA
Completion of the War, American Fine Arts, New York, USA
Global Monitoring and Assessments: Towards the 21st Century, two-part presentation in conference sponsored by UN Food & Agriculture Organization and UN Environment Program, Fondazione Cini, Venezia, Italia

 

1988
The New Poverty II, Meyers-Bloom Gallery, Los Angeles, CA, USA
International Landscape, XPO Gallery, Amburgo, Germania
International Landscape, Galerie Christoph Duerr, Monaco, Germania
Computer Images of Architecture, NY Chapter, American Institute of Architects, New York, USA
Competition Diomede, The Clocktower, New York, USA
Kunstrai, Amsterdam, Paesi Bassi
Public Discourse, Real Art Ways, Hartford, CT, USA
The Drawing Show, Cable Gallery, New York, USA

 

1987
Documenta VIII, Kassel, Germania
The New Poverty, John Gibson Gallery, New York, USA
Corporate Crime, alternative spaces, San Francisco and San Diego, CA, USA

 

1986
Surveillance, LACE Gallery, Los Angeles, CA, USA

 

1985
Deutsche Kunst, 1945-1985, Nationalgalerie, Berlino, Germania

 

1984
Kunst und Medien, Kunsthalle Berlin, Berlino, Germania
Via Satellite, Amerika Haus, Colonia, Germania
The International Show, curated by Michael Smith, Baskerville & Watson, New York, USA

 

1983- 1984
Show, Ronald Feldman Fine Arts/Village Voice, New York, USA
Image/Process, The Kitchen, New York, USA
Documenta VII, Kunsthalle Dusseldorf, Germania

 

1982
Natural History, curated by Scott Cook, Grace de Borgenicht Gallery, New York, USA

 

1981
New York, New Wave, a cura di Diego Cortez, PS 1 Contemporary Art Center, Long Island City, New York, USA
Forrest Avenue Maze, on-site project, Forest Avenue School, The Bronx, New York, USA
Jamaica Fish/Bird Port, Urban Animals II, ABC No Rio / Collaborative Projects

 

1980
The Real Estate Show, New York, USA
Ruhrgebiet Projects, Duisburg, Germania
The Times Square Show, New York, USA
Public Policy: Architecture Propositions, organized by Peter Fend, 626 Broadway, New York, USA

 

1979
World Space: Political Economies After Oil, Peter Nadin Gallery, New York, USA
Manifesto Show, New York, NY and Milano, Italia
Participation in Urban Animals shows, South Bronx and ABC No Rio, New York, USA
Participation in Collaborative Projects shows (1978-83, 1979 being the peak year)

 

1978
Poetry of Systems, Baxter Art Museum, California Institute of Technology, Pasadena, CA, USA

Ab urbe Genua duo lykanthropi Romae – Cesare Viel – Luca Vitone

La doppia personale di Cesare Viel e Luca Vitone da pinksummer goes to Rome, tratta di deformazione e ricomposizione e forse anche di scompaginazione e riscrittura, muovendo dall’ineludibile principio d’ immanenza dell’opera d’arte. La trasformazione della forma nel caso specifico appare spinta dal desiderio di esplorare altre, delle diverse possibilità che l’attitudine e le forme, per forza devono rilasciare.
La mostra in qualche modo fa pensare all’arte del recupero e alla cucina degli avanzi della tradizione ligure e genovese. Al contrario di quanto si immagina la cucina degli avanzi non era solo appannaggio delle classi povere attente a far quadrare le proprie risorse. Nelle casate aristocratiche vigeva il detto “un buon pasto dura tre giorni”. Anche a Genova il cibo veniva usato per stupire, mostrando attraverso le tavole imbandite averi e potere. Più il pasto era ricco di portate, più avanzi rimanevano. E pertanto in una terra per cui lo spreco, al di là della classe sociale, è tradizionalmente inconcepibile, cuochi e massaie si destreggiavano con gli avanzi tirando fuori pietanze speciali.
Cesare Viel e Luca Vitone, il cui percorso procede parallelo da circa un trentennio e per parallelo s’intende citando Viel alla lettera “ una profonda condivisione di punti di partenza che sono campo vivo di dinamiche, una sorta di riconoscimento da lessico familiare, come sentire suoni e segni linguistici esistenziali dentro a una grotta, al buio e riconoscersi d’istinto, con segnali prelinguistici emozionali”, presenteranno una mostra fluida e mutaforme, muovendo da opere pre-esistenti.
Cesare Viel ritorna per la mostra romana sui feltri tratti dalle figure e dagli sfondi dell’opera matissiana, gli stessi che in “Infinita Ricomposizione”, l’ultima personale dell’artista da pinksummer a Genova, erano usati come materiale performativo, per saturare lo spazio, lo sfondo reale della mostra, con una dinamica serrata, come sopraffatta dall’ultra-colore di Matisse. Tuttavia se il lavoro di Viel contiene una tensione verso l’assoluto, per l’artista l’assoluto assume sempre i connotati del relativismo, un relativismo che prima di essere culturale è etico traducendosi nel rifiuto, che contraddistingue tutta la sua opera, di qualsivoglia determinismo assiomatico e gerarchico implicito nella fissità, fosse anche quella del genere.
A Roma i feltri hanno un ritmo autonomo e indipendente, presentandosi pre-ordinati in soffici mobiles fluttuanti nell’aria, come “Apparati del Buon Umore”. Opere tattili per il “toucher actif”.
Luca Vitone presenterà due dei tre “scompaginamenti spaziali”, come dispiegamento in successione del processo che ha condotto alla realizzazione di un libro, che l’intenzione avrebbe voluto essere altro, ma che la circostanza ha fatto implodere in un diario di sentore beckettiano. Dove l’eventuale fallimento registrato in “Effemeride Prini”, pubblicato da Quodlibet, non appare poi tanto accidentale, considerando che la scommessa, rispetto alla residenza a Roma all’American Academy, avvenuta nel 2008, era quella di “fotocopiare la voce” di Emilio Prini. Un pianeta, la cui posizione, si sa, è sempre stata remota e sfuggente. Tuttavia è proprio la maniera con cui Vitone si destreggia con l’idea di fallimento che rende questo libro speciale. A differenza dei personaggi di Beckett, Vitone non gira come un criceto nella ruota, conferendo al vuoto, ammesso che esista, una sorta di cornice, che in altri tempi, avrebbe potuto avere la valenza positiva dell’ozio, atto a trasformare l’attesa chimerica in contemplazione produttiva.
Ogni pagina, presenta in alto una data strappata, nei giorni, da tre diversi quotidiani, mentre in fondo, a chiusura di giornata vengono nominati i piatti prelibati della cuoca dell’American Academy, accompagnati dall’accostamento appropriato del vino servito. I dialoghi al centro della pagina, trasformano via via Prini nella creatura leggendaria di un mito sull’origine.
Viel dal canto suo, aveva già ricondotto altrove Henri Matisse, l’altro grande assente della mostra, alla sua personale primeva origine.
La mostra s’intitola: “Cesare Viel e Luca Vitone. Ab urbe Genua duo lykanthropi Romae”, tanto per richiamare in modo celato, il pop e l’orrore di quegli anni ’80 in cui Cesare Viel e Luca Vitone, assieme, fecero la loro prima mostra.

Libri Michael Beutler

Michael Beutler
Moby Dick
208 pagine
Editore: Spector Books (1 Marzo 2016)
Lingua: Inglese
ISBN-13: 978-3959050289

disponibile online

Michael Beutler
Polder Peil

Catalogo in occasione del progetto di Land Art “Polder Peil, Michael Beutler 2009 – 2014”
Editori: Katharin Ginsberg e Theo Tegelaers
Autori: Jeroen Boomgard, Frits de Coninck, Kathrin Ginsberg, Philip Kaiser, Theo Tegelaers
Casa editrice: CBK, Zeland
Lingue: Olandese/Inglese
ISBN 978 9 063541828

Michael Beutler
Kottgubbar
Editore: Sara Arrhenius
Testi: Sara Arrhenius, Kim Einarsson, Polly Staple
Pagine: 160
Lingue: Svedese e Inglese
Editore: Bonniers Konsthall, 2008

disponibile online

Michael Beutler
Pecfil
2006
Editori: Nicolaus Schafhausen and Katja Schroeder, Frankfurter Kunstverein
Testi di Thomas Bayrle, Maria Lind, Ariane Müller
Lingue: Inglese e Tedesco
pagine: 100
ISBN 978-0-9745688-5-0

disponibile online

Secession
Michael Beutler
Libri d’artista / Cataloghi

catalogo della mostra
24 pagine, Format: 210 x 300 mm, 3 b/n foto, 3 illustrazioni colorate
Testi: Matthias Herrmann, Gregory Williams, Stefanie Kleefeld
Inglese/Tedesco
Secession 2002
ISBN 3-901926-50-X

disponibile online

Slampadato – Bojan Šarčević

Comunicato stampa

Un corpo che transita nello spazio è un gesto che trasforma lo spazio in luogo, un luogo ha sempre un carico di significati simbolici che implica la progettazione del vivere. Un luogo è in questo senso uno spazio percepito dal corpo attraverso il suo apparato sensoriale, occhi, orecchie, naso, epidermide… L’idea di luogo include in qualche modo il concetto di “limen”, varco, soglia, orifizio. Seppure il mondo orientato dalla tattilità sia connesso a quello orientato dalla vista attraverso l’astrazione del ricordo delle esperienze passate, sembra che il mondo della tattilità sia più confortevole, mantenendo il corpo in stretta aderenza con il luogo che abita, in cui si comporta, che sia un intérieur delimitato dal soffitto, o uno spazio atmosferico con sopra il cielo. In “La dimensione nascosta” Edward Hall cita l’antropologo Benjamin Lee Whorf che in “The Language, Thoughts and Reality” afferma che nella lingua hopi, quella degli indiani che vivono nelle pianure desertiche a nord dell’Arizona, la parola tempo non esiste, perché il tempo è collegato in modo inestricabile al concetto di spazio e per gli Hopi lo spazio è qualcosa di profondamente reale. Gli Hopi non sanno immaginare, né tantomeno descrivere nella loro lingua luoghi come il paradiso o l’inferno. Seppure questo popolo costruisca robuste case di pietra, il loro linguaggio non ha parole per nominare, come fossero cose, spazi tridimensionali tipo il corridoio o l’entrata di una casa, che sono espressi in hopi come localizzazioni.
Bojan Šarčević da sempre afferma che la magia di un’opera d’arte transiti sulla zona liminare della sua indescrivibilità. Ogni sua opera sembra rimandare a esperienze corporee e relazionali accarezzate da un approccio formale sensuale e raffinato, centripeto e purissimo rapito dalla texture e dall’immaginario tattile e visivo che l’idea di texture libera. Il suo lavoro tende a creare talvolta una sorta di frustrazione sensoriale che può essere provocata in senso a-narrativo dall’allusione scultorea a un dispositivo di arredo, come dall’accostamento di materiali freddi e sconfortevoli a altri soffici e sensuali. Negli ambienti progettati per le mostre “In the Rear View Mirror”, “Invagination” fino all’attuale “Slampadato”, Šarčević riconosce esclusivamente l’orizzonte percettivo cinestesico, annunciato fin dall’onomatopeismo linguistico di matrice fisica dei titoli delle ultime due mostre, e radicalizzato in questa mostra a pinksummer goes to rome, dalla volontà di sopprimere qualsivoglia intermediazione che sia un’immagine sull’invito o peggio il comunicato stampa. Come se un mondo espressivo estraneo e prefabbricato potesse impedire la percezione profonda dell’opera e la magia sensuale e intima della sua dimensione nascosta.
Questa lunga premessa, per dire che il comunicato stampa, per quel che vale, esiste solo perché pinksummer è un po’ come gli aborigeni australiani descritti da Bruce Chatwin in “Le Vie dei Canti”, che immaginano che le cose vengano tratte all’esistenza dal canto, noi non sapendo cantare scriviamo.
Si potrebbe affermare ancora che “Slampadato” di Bojan Šarčević rimanda, forse per coincidenza, a un’esposizione surrealista curata da Marcel Duchamp alla galleria Lelong di Parigi nel 1947, in cui installò a soffitto un sistema idrico che faceva cadere l’acqua sul pavimento di legno bagnando le sculture di Maria Martens, che era al tempo la sua amante. E infine che a noi “Slampadato” ci ha fatto pensare a “Le bain Turc” dipinto da Jean-Auguste-Dominique Ingres quando aveva 83 anni, o meglio alla descrizione del bagno turco che ispirò l’artista, fatta da Lady Mary Wortley Montagu , ambasciatore inglese della Turchia Ottocentesca: “Credo che in tutto fossero 200 donne… I primi sofà erano coperti con cuscini e ricchi tappeti, sui quali sedevano le donne… Tutte come natura le ha fatte, vale a dire, detto chiaramente, completamente nude, senza bellezze o difetti nascosti, eppure non c’era il minimo sorriso scostumato o gesto immodesto tra di loro…”

Georgina Starr – The Lesson

In una conversazione con Dominic Paterson del 2015, Georgina Starr ha descritto con dovizia la realizzazione delle forme a bolla di materiale rosa come se si trattasse di una metamorfosi di carattere erotico-rituale: “Il materiale va preparato in un modo particolare. Devi averne 3 o 4 pezzi in bocca per fare una bolla. Devi romperli sia con i denti che con la lingua e la saliva. La lingua spinge e schiaccia informando la materia. Appena il materiale duro è mescolato e scaldato diventa soffice e lo zucchero trasuda da esso. Gradualmente lo zucchero fuoriesce (è ingerito) e dopo pochi minuti ancora di masticazione, il materiale è pronto per essere usato. La lingua rende il materiale in forma sferica e poi si spinge in mezzo a essa. La sostanza si trasforma in una sottile membrana intorno alla lingua e la lingua si spinge leggermente fuori dalla bocca. Poi, simultaneamente, la lingua ritorna indietro velocemente e con un’inalazione, e una lenta esalazione, tra le labbra increspate la bolla è creata”.
The Lesson, la personale di Georgina Starr presso Pinksummer Goes to Rome, è incentrata sull’idea di ri-educazione come ri-nascita. Meditando sulla forma sferica come rituale, l’artista sonda il meccanismo causale della procreazione. Come Peter Sloterdijk, Georgina Starr si occupa di sfere, globi e bolle e del mondo intrauterino connesso all’immaginario del grembo, ma qui prendiamo in considerazione piuttosto il lavoro di Sloterdijk sul self empowerment e, in questo senso, potremmo mimarlo chiedendoci cosa Georgina Starr abbia in comune con Nietzsche, che ha scoperto il valore dell’esercizio reinterpretando la metafisica in termini di potere e pratica oppure che cosa abbia a che vedere la Starr con uno yogi. Hanno in comune il fatto di aver applicato il nucleo antropotecnico esercitante della natura umana come se non esistesse la religione, ma piuttosto l’interpretazione di una pratica spirituale. Per citare Sloterdijk alla lettera: “Definisco esercizio ogni operazione mediante la quale la qualificazione di chi agisce viene mantenuta o migliorata in vista della successiva esecuzione della medesima operazione, anche quando non venga definita esercizio”
Il lavoro di Georgina Starr è squisitamente politico e ancor più decisamente femminista. La sua opera genera una “bolla ambientale”, simile a quella teorizzata da Daniel J. Boorstin considerando il comportamento tipico del turista che, per preservare la sua identità dalla contaminazione indesiderata di ambienti estranei, porta con sé oggetti familiari in modo da sentirsi un po’ a casa anche quando è in viaggio. Georgina Starr non essendo un turista ma un artista, inventa e costruisce questi oggetti immaginari per infondere la vita nelle cose che desidera avere con sé. Junior il pupazzo nogetto su cui era incentrata l’ultima personale di Georgina Starr da pinksummer, The Joyful Mysteries of Junior, è una di queste creature simboliche.
La bolla nel lavoro della Starr è fluida e adattabile, può essere estesa, contratta e deformata senza perdere il suo profilo plastico significativamente rotondo e femminile. Temporaneamente riempita di respiro, la bolla presenta un mondo soffice, duttile e accogliente che, per quanto solo temporaneamente, protegge e nutre. Come afferma la Starr, la sua “bolla” è simile alla parola; ha una durata effimera e per questo sfugge ogni tentativo di dogmatizzazione. Le forme di materiale rosa della Starr che appaiono in mostra, possono essere intese come logos, la loro delicata corporeità acrobatica, le rende logos indistinto dal corpo vivente.
I nuovi lavori della Starr suggeriscono una sorta di entelechia, termine aristotelico usato qui però in senso empirico e goethiano. L’entelechia provoca l’eterna giovinezza opponendosi alla materia e ai suoi asservimenti a qualsivoglia doppio arimanico che semina ostacoli e inciampi dentro alla vita. Di fatto, il lavoro della Starr sembra essere uscito dalla “pars destruens” per entrare nella fase dell’esercizio (della pratica performativa) e del “self empowerment” di The Lesson. Se la ri-educazione e la ri-nascita implicano sempre un attraversamento, si può garantire, ricollegandosi a Goethe e al Faust in particolare, che la regione diaframmatica tra sensibile e soprasensibile del “Regno delle Madri”, è stato esplorato in lungo e in largo da Georgina Starr. “Le madri! Le Madri! Che strano suono”, dice Mefistofile , “Malvolentieri discoprono un segreto superiore”.
Georgina Starr ha sottolineato che fin dagli esordi il suo lavoro è stato volto a re-inventare, a re-immaginare l’identità femminile per sfidare le dottrine che ha assorbito durante l’infanzia. Starr usa i suoi video per ri-educare, in quanto attestano che qualcosa di imperativo e magico, seppur di natura sottile, è realmente accaduto.
Le forme a bolla presentate nei nuovi video The Lesson e The Birth of Sculpture e nei collages e sculture Pink Spoken Loud (2016) e Exorcism of the Luna Milk Orb (2015), offrono un senso di “wombness” ( si potrebbe tradurre con a-uterino): uno spazio per coltivare la trasformazione e la guarigione. La lezione della Starr rivela il fondamento della creatività come una risorsa intima, richiamando l’eterno femminino e il rituale cosmico dell’anasyrma perpetuo.

David Maljkovic

David Maljkovic nasce nel 1973 a Rijeka, Croazia.

 

EDUCAZIONE

2003-04
Rijksakademie van beeldende kunsten, Amsterdam

 

1998-99
Academy of Fine Arts, University of Zagreb, Croazia, Multimedia alternative

 

1996-00
Academy of Fine Arts, University of Zagreb, Croazia, Department of Painting

 

1993-96
Faculty of Philosophy, University of Rijeka, Croazia, Art Department

 

PREMI
2011
Augarten Contemporary, Artist in Residence, Vienna

 

2010
International Contemporary Art Prize Diputacio de Castello
Croatian Asociation of Artists Award, Zagabria

 

2009
IASPIS, Stockholm

 

2009
ARCO Prize for young artists, Madrid

 

2007
International Residence at Recollets, Parigi
Kunstzeitraum, artist residency, Monaco

 

2006-07
KW Institute for Contemporary Art, studio program, Berlino

 

2002
Cite Internationales des Arts, Parigi
36th Zagreb Salon Award, Zagabria
Filip Trade Award, Zagabria

 

PERSONALI

2021

Plates&plinths, Galerija Kula, Split, HR

“Forthcoming”, T293, Rome

“In the corner of the eye”, Annet Gelink Gallery, Amsterdam

David Maljkovic, Galerija Kula, Split

“Daily Geometry”, T293, Rome

 

2020

“With the Collection”, Museum of Modern and Contemporary Art, Rijeka, Croatia

 

2019

“In the List of Works”, Dvir Gallery, Brussels

“Glimpses”, Massimo Minini Gallery, Brescia, Italy

“Gaze Dithering”, Galeria Francisco Fino, Lisbon

“Also on View”, The Reinassance Society, University of Chicago, Chicago

 

2018

“Alterity Line”, Metro Pictures, New York

 

2017

Dvir Gallery, Tel Aviviv

 

2016
Vignettes Annet Gelink Gallery, Amsterdam
Again and Again Museum of Modern Art, Ljubljana
AAASSEMBLAGE Dvir Gallery, Brussels
All Day All Year T293, Roma
VOX Centre de l’image contemporaine, Montreal

 

2015
In Low Resolution Sommer Contemporary Art, Tel Aviv
A Retrospective by Appointment” Gallery Nova, David Maljkovic’s studio, Gallery of Croatian
Designer’s Association, Cinema Tuskanac and Croatian Film Association, Zagabria
With the Gallery, Galleria Massimo Minini, Brescia
New Collection, Blondeau & Cie, Ginevra
Negatives with Konstantin Grcic, Centre d’edition Contemporaine, Ginevra
David Maljkovic, Metro Pictures Gallery, New York
David Maljkovic, Sprueth Magers, Londra

 

2014
In low resolution, Palais de Tokyo, Parigi
Lokremise, Kunstmuseum St Gallen
Leal Rios Foundation, Lisbona
Georg Kargl Fine Arts, Vienna

 

2013
Sources in the air, BALTIC Centre for Contemporary Art, Gateshead
Metro Pictures, New York
Sources in the air, GAMeC, Bergamo
New Reproductions, CAC Contemporary Art Center, Vilnius
Afterform, Annet Gelink Gallery, Amsterdam

 

2012
“Scene, Hold, Ballast” Sculpture Center, with Lucy Skaer, New York
“Morgenlied” Kunsthalle Basel, with Latifa Echakhch, Basilea
“A long day for the form” T293, Roma
“A long day for the form” Sprueth Magers, Berlino
“Sources in the air” Van Abbemuseum, Eindhoven

 

2011
“Recalling Frames” Metro Pictures Gallery, New York
La Casa MIla , Loop Festival, Barcelona, with Rosa Barba, a cura Cristina Camara Bello
Temporary Projections” Georg Kargl Fine Arts, Vienna
” Images with their own shadows” Vjenceslav Richter Collection, Museum of Contemporary Art, Zagabria
“Exhibitions for Secession” Wiener Secession, Vienna

 

2010
“Images with Their Own Shadows” Moderna Galerija, Ljubljana
“Images with Their Own Shadows” Glasgow International Festival of Contemporary Visual Art, Glasgow
“Out of Projection” Art Unlimited, Art 41 basel, Basilea
“Lost Cabinet” Nogueras Blanchard, Barcellona
“Missing Colours” Annet Gelink, Amsterdam
“Recalling Frames” Sprueth Magers, Londra
“Retired Forms” Massimo Minini, Brescia

 

2009
”Retired Compositions” Metro Pictures, New York
“Nothing Disappears without a Trace” Solo project ARCO, Madrid
”After the Fair” Georg Kargl BOX, Vienna
Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid
Fondazione Morra Greco, Napoli
Sprueth Magers, Berlino

 

2008
“Handed Over” with Rosa Barba, Project Art Centre, Dublino
“Lost Memories from These Days” Annet Gelink Gallery, Amsterdam
”Lost Review”Le Plateau, Parigi
Kunstverein Nurnberg, Nurnberg
”Parallel Compositions” Bergen Kunsthall, Bergen
”Shadow Should Not Exceed” with Jan St Werner, Pinksummer Contemporary Art, Genova

 

2007
“These Days” Present Future, Artissima 14, Torino
“Almost Here” Kunstverein in Hamburg, Amburgo
“Scene for New Heritage III”, Art Unlimited, Art 38 Basel, Basilea
P.S.1 Contemporary Art Center,, International and National Projects, New York
“Scene for New Heritage Trilogy”, Whitechapel Art Gallery, Londra
“Days Below Memory” CAPC, musee d’art contemporain, Bordeaux
“Scene for New Heritage Trilogy” The Physics Room, Christchurch

 

2006
Salon of Museum of Contemporary Art, Belgrade
Museum of Modern and Contemporary Art, Rijeka
“These Days” with Yael Bartana, Gallery Nova, Zagabria
“It’s gonna happen” with Rosa Barba, Croy Nielsen, Berlino
“Scene for New Heritage II” Centre de Creation Contemporaine, Tours

 

2005
“Waiting Tomorrow” Annet Gelink Gallery, Amsterdam
“90s without 90s” MMC Palach, Rijeka
“Scene for New Heritage” Van Abbemuseum, Eindhoven

 

2002
“Paintings for everyday use” Miroslav Kraljevic Gallery, Zagabria
“Your moment is your heritage” Minimal, Ljubljana
“Space of painting” Moria, Stari Grad

 

2001
“Transplantation” Kordic Gallery, Velika Gorica

Three Paintings – isn’t a Trilogy” Beck Gallery, Zagabria

 

2000
Juraj Klovic Gallery, with Tomislav Curkovic, Rijeka

 

1999
Otok Gallery, Dubrovnik
Gal Gallery, Rijeka

 

1998
“There is too much of me” Lotrscak Tower, Zagabria
“The dishes are thrown” Palazzo Ploech, Rijeka

 

1997
“Jederman” Caffe IN, Rijeka

 

1996
Modern Gallery-Young Artists Club, Rijeka

 

COLLETTIVE
2016
D’une Méditerranée, l’autre – FRAC – Provence-Alpes-Cote d’Azure, Marseille
Random Rapid Heartbeats, Tallinn Art Hall
Works and lives in, Zona Sztuki Aktualnej, Szczecin, PL 11th Gwangju Biennale
Beton, Kunsthalle Wien
Dans un monde magnifique et furieux, Dvir Gallery
To Inherit the Wind: New Perpectives on Heritag, Fundacao Eugenio de Almeida, Evora
Repetition, Boghossian Foundation – Villa Empain, Brussels
Low-Budget Utopias, Museum of Contemporary Art Matelkova, Ljubljana
A Moment of Grace, Modern Art Oxford
A History: Contemporary Art from the Centre Pompidou, Haus der Kunst, Monaco
Faraway So Close, High Line Art, New York
New Vision, Tensta Konsthall, Stoccolma

 

2015
All the Worlds Futures, Biennale di Venezia – 56th International Art Exhibition, Venezia
Over you/you, The 31st Biennial of Graphic Arts, International Centre of Graphic Arts ( MGLC) Lubiana
New Art For New Society, Wroclaw Contemporary Museum, Wroclaw
Was it car or a cat I saw, SKUC Gallery, Lubiana
Mix Match Museum, Stedelijk Van Abbemuseum, Eindhoven
Back to the Future, Annet Gelink Gallery, Amsterdam
75 Gifts for 75 Years, Walker Art Centre, Minneapolis
Scenes for New Heritage, Contemporary Art from the Collection, Museum of Modern Art, New York

 

2014
Empty Pedestal, Museo Civico Archeologico, curated by Marco Scotini and Giorgio Verzotti, Bologna
Cinema Remake, EYE Film Institute Netherlands, Amsterdam
El Teatro del Mondo, Museo Tamayo Arte Contemporaneo, curated by Andrea Torreblanc, Mexico City
Une Histoire (art arc design / années 80 a nos jours) / A History (art architecture design /front thé 80s to now) Musee national d’art moderne centre Pompidou, Parigi
Personal Cuts, Carre d’Art Musee d’Art Contemporain, Nimes
Coming to Reality, SVIT Praha, curated by Fionn Meade, Praga
Kalashnikov – Gallery of Contemporary Art Bunkies Sztuki, Caracovia
Collective III, Galerie Guy Bartschi, Ginevra
The sea is my land Artisti dal Maditerraneo, La Triennale de Milano, curated by Francesco Bonami, Design Museum, Milano

 

2013
Ausstellen, Museum Folkwang, Essen
Cinematic Scope, Georg Kargl Fine Art, curated by Fiona Liewehr, Vienna
Zero Point of Meaning, Camera Austria, curated by Sandra Krizic Roban and Ivana Hanacek, Graz
European Kunsthalle in Bregenz KUB Arena Kunsthaus Bregenz, curated by Vanessa Joan Muller and Astrid Wega, Bregenz
Speak Memory, Miriam and Ira D. Wallach Art Gallery – Columbia University, curated by Tamara Margalit and Beau Rutland, New York, US
Orpheus Twice, David Roberts Art Foundation, Londra
Tomorrow Was Already here, MARCO Museum de Arte Contemporaneo de Monterrey, a cura di Julieta Gonzales, Messico
Sin motive aparante – For no Apparent Reason, CA2M Centre de Art Dos De Mayo, curated by Javier Hontoria, Madrid
The Sea is my Land” MAXXI Museum Rome, curated by Francesco Bonami, Roma
Last Year at Marienbad, Bureau for Open Culture, EFA Project Space, a cura di James Voorhies, New York
The sum of its parts, Contemporary Collage, ACCA Australian Centre for Contemporary Art, a cura di Hannah Matthews, Melbourne
In the cut, ACCA, Melbourne
Near, Closer, Together, Sofia Contemporary, Sofia
Inside outside architecture, Nosjonalmuseet, Museum of Contemporary Art, Oslo
At the outset, Circus, Berlino

 

2012
Tomorrow was already here, a cura di Julieta Gonzalez, Museo Tamayo, Mexico City
Ecologies of Image, MUSAC, curated by Mark Nash, Leon
Reaview Mirror: New art from Central & Eastern Europe, Art Gallery of Alberta, a cura di Christopher Eamon, Edmonton, Alberta
We are all Astronauts, Zeppelin Museum, Friedrichshafen
Indirect Speech, Bolit Art Centre, Girona
Moving Forward, Counting Backwards, MUAC,Mexico City, a cura di Ivana Bago and Antonia Majaca
Animismus, Haus der Kulturen der Welt, a cura di Anselm Franke, Berlino
Lost Sites, Centro Huarte de Arte Contemporaneo, a cura di Teresa Blanch, Pomplona
A wavy line is drawn across the middle of the original plan, Kolnischer Kunstverein, a cura di Soren Grammel, Colonia
La Triennale, Paris 2012, curated by Okwui Enwezor, Parigi
Performing Abstraction, Luciana Brito Galeria, curated by Rina Carvajal, Sao Paulo
Foreigners Everywhere, Pomeranz collection, Jewish Museum, a cura di Ami Barak, Vienna
Bucharest Biennale 5, a cura di Anne Barlow, Bucharest
Abstraction modernism and contemporaneity, a cura di Ivana Mance, Galerija Klovicevi dvori, Zagreb
One Sixth of the Earth Ecologies of Image, ZKM Zentrum fur Kunst und Medientechnologie, a cura di Mark Nash,Karlsruhe
Habita(n)t, Rabo Art Zon of Rabobank, Utrecht
Art Foundation Mallorca Collection – Special Edition CCA Andratx

 

2011
Aether project  Nouveau Festival du Centre Pompidou, a cura di Christopher Keller, Centre
Pompidou, Parigi
Abstract Possible, a cura di Maria Lind, Museo Tamayo, Mexico City
Magical Consciousness, a cura di Runa Islam, Arnolfini, Bristol
1st Time Machine Biennial of Contemporary Art, D-O ARK Underground Konjic, BiH No Network, a cura di Branislav Dimitrijevic
Wir sind alle Astronauten – Universum Richard Buckminster Fuller, MARTA Herford, curated by Markus Richter
El Grito, a cura di Maria Ines Rodriguez and Sofia Hernandez Chong, MUSAC Museo de Arte Contemporaneo de Castilla y Leon
Two Versions of the Imaginary, Annet Gelink Gallery, Amsterdam
The Present’s Present, CAN Centre d’art Nauchatel, Nauchatel
Rearview Mirror, The Power Plant, Toronto, a cura di Christopher Eamon
Look with all your eyes, look, Frith Street Gallery, Londra
Lost Stories, a cura di Barnabas Bencsij, SOKOL Gallery for Contemporary Art, Nowy Sacz
Past Desire, Galerie im Taxispalais, Innsbruck
Estilo indirecto, Fundacio Foto Colectania, curated by Marti Peran, Barcellona
La persistencia de la Geometria, collection of Fundacion “la Caixa” Caixaforum, Madrid
Tales of the City, Art Fund International and GOMA Collection, GOMA, Glasgow
The Present and Presence, MSUM – Museum of Contemporary Art Metelkova, Lubiana

 

2010
Star City – An Archeology of Communist Futures, Nottingham Contemporary, a cura di Alex
Farguharson, lukasz Ronduda and Michal wolinski, Nottingham
“Che cosa sono le nuvole” Artworks from the Righi Collection, Museum of modern and
contemporary art Bolzano
Fine Line, Georg Kargl Fine Arts, Vienna
A Pair of Left Shoes – Reality Check in Eastern Europe, MSU Museum of Contemporary Art, Zagreb
Le Present du passe, FRAC Pays de la Loire, Carquefon
Art Always Has Its Concequences, EX MSU, curated by WHW, Zagabria
Art Always Has Its Consequences, Museum Sztuki Lodz, Lodz
Les Promesses du passe, Centre Pompidou – Musee National d’Art Moderne, a cura di Joanna Mytkowska and Christine Macel, Parigi
Rethinking Location, Sprueth Magers, Berlino
Double Infinity, Duch Culture Centre, a cura di Charles Esche, Davide Quadrio, Defne Ayas,
Remco de Blaaij, Shanghai
Memories of the Future, Sean Kelly Gallery curated by Laurent Grasso, New York
Rehabilitation, Wiels Contemporary Art Cenre Brussels curated by Dirk Snauwaert, Brussels
5×5 Castello 10 Primi Internacional d’Art Contemporani Diputacio de Castello – EACC -Espai d’Art Contemporani de Castello, Castellon de la Plana
29th Bienal de Sao Paulo, Sao Paulo
51st Octobar Salon, curated by Johan Pousette and Celia Prada, Belgrado
De Piramide van IJmuiden – RC de Ruimte, IJmuiden
A vision of Central Europe, a cura di Luc Tuymans, Brugge Centraal, Bruges
Unmistakable Sentences – The Collection Revisited, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest

 

2009
Modern Ruins, Kate MacGarry, Londra
Places to be, Annet Gelink Gallery, Amsterdam
New Acquisition – Rarely Seen Works, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest
Europe XXL, a cura di Caroline David and Elena Sorokina, Tri Postal, Lille
Shadows of Forgotten Ancestors, Cosmic Galerie, Parigi
A Pair of Left Shoes, Kunstmuseum Bochum, a cura di Tihomir Milovac, Bochum
Solaris, Gio Marconi Gallery, a cura di Cecilia Alemani, Milano
Transitory Objects, T-B A21 Thyssen – Bornemisza Art Contemporary, a cura di Daniela Zyman, Vienna
Contour,The 4th Video Biennial, a cura di Katerina Gregos, Mechelen
Instantane (75) : Plus general en particulier, Frac – Pays de la Loire, Carqueton
What Keep Mankind Alive, Istanbul Biennial 11, a cura di WHW – What, How and for Whom, Istanbul
Lunar Distance, De Hallen Haarlem, a cura di Suzanne Wallinga, Haarlem
Modernologies, MACBA a cura di Sabine Breitwieser, Barcelona
Down at the Bamboo Club, Picture This, Bristol, UK
The Symbolic Efficiency of the Frame, 4th Tirana International Contemporary Art Biennial, a cura di Corinne Diserens, Tirana
From One Thing to Another, Romanian Cultural Institute, curated by Maria Lind, Stoccolma
Utopia and Monument I, public project, a cura di Sabine Brettwieser, Graz
Zweckgemeinschafft, Micamoca, a cura di Art At Work, Berlino
Warsaw in Construction, Warsaw Museum of Modern Art, a cura di Sebastion Cichocki, Ana Janevski and Tomasz Fudala, Varsavia
Cultural Memories/Recits paralleles, In Situ, a cura di Clement Dirie, Parigi
Star City – An Archeology of Communist Futures, Ujazdowski Castle, a cura di Alex
Farquharson, Lukasz Ronduda and Michal Wolinski, Varsavia
Political Practices of (post) Yugoslav Art: Retrospective 01, Museum 25th of May, a cura di Jelena Vesic, Belgrade

 

2008
Eyes Wide Open, acquisition, Stedelijk Museum CS, Amsterdam
Cohabitation, Galleria Francesca Kaufmann, Milano
Mobile Archive, Halle für Kunst e.V. Lüneburg
Italia Italie Italien Italy wlochy, ARCOS-Sannio Contemporary Art Museum, a cura di Alessandro Rabottini, Giotto del Vecchio, Elena Lydia Scipioni and Andrea Viliani, Benevento
When Things Cast No Shadow, 5th Berlin Biennial, curated by Elena Filipovic and Adam Szymczyk, Berlino
Lost Worlds – An archeology of future, Centre d’Art Bastille, Grenoble
Wasteland, a cura di Kata Oltai, Pecs
The Violet Hour, Henry Art Gallery with Matthew Day Jackson and Jen Liu, a cura di Sara Krajewski, Seattle
Modern Ruins, Queesland Art Gallery, Queesland
That’s Not How I Remember It, Anna Helwing Gallery, Los Angeles
Something and Something Else, Museum van Bommel van Dam, Velno
Behind, Monitor Gallery, a cura di Ilaria Gianni, Roma
Other Certanties, NYCAMS, a cura di Summer Guthery and Amy Owen, New York
Zero Gravity curated by Vessela Nozharova and Bettina Steinbruegge, Plovdiv
Tryagain,fail again,fail better, Mucsarnok Kusthalle, a cura di Hajnalka Somogyi, Budapest
Rendez-vous nowhere, Montehermoso Cultural Center, curated by Beatriz Herraez, Vitoria- Gasteiz
Can art do more?, 5th Art Focus Jerusalem, a cura di Ami Barak and Bernard Blistene, Jerusalem
Restaging the Past/Dialogue Baltic-Balkans, Muzeum Narodowe w Szczecin, Szczecin

 

2007
Magellanic Cloud, Centre Pompidou, a cura di Joanna Mytkowska, Parigi
Elephant Cemetery, Artist Space, a cura di Christian Rattemeyer, New York
Der Prozess, Prague Biennial 3, a cura di Marco Scotini, Praga
Ground Lost, Forum Stadtpark, a cura di WHW, Graz
Verbalno vokalno, Galerija SC, a cura di Lala Rascic, Zagabria
Inbetweeness, Complesso di San Michele, ca cura di Dobrila Denegri and Ludovico Pratesi, Roma
Ground Lost, Gallery Nova, a cura di WHW, Zagabria
On Lost Worlds, CAPC muse d’art contemporain, a cura di Charlotte Laubard, Bordeaux
Artist in the wonderland, a cura di Agata Rogos, Gdansk
42th Zagreb Salon, Zagreb HR
Made in, Schloss Ringerberg, a cura di Marcus Lutkemeyer, Ringerberg
The line of time and the plane of now, Harris Lieberman, curated by Ohad Meromi, NY
Kapitaler Glanz, Kunstverein Dusseldorf, a cura di Vanessa Joan Muller, Dusseldorf
Stalking with Stories, apexart, a cura di Antonia Majaca and Ivana Bago, New York
Nature & Society:Parallel Lines, Gliptoteque of the Academy of Sciences and Arts, Zagabria
Nature & Society: Parallel Lines, Muzej Rupe, Dubrovnik
Art Protects, Yvon Lambert, Parigi
All Dresed-up with Nowhere to Go, tranzitdisplay, a cura di WHW, Praga

 

2006
Contemporary Surrealists. Mali salon, a cura di Branko Franceschi, Rijeka
New Ghost Entetaiment-Entitled, Kunsthaus Dresden, curated by Katrin Pesch, Dresden
Art is always somewhere else, 2nd Biennial of Young Artists, Bukarest
47th October Art Salon, a cura di Rene Block, Belgrade
Everywhere, Busan Biennale 06, a cura di Manu Park
Ideal City-Invisible Cities, a cura di Sabrina van der Ley and Markus Richter, Potsdam
Downloads from Future, Kunsthalle Winterthur, a cura di Oliver Kielmayer, Winterthur
Ideal City-Invisible Cities, a cura di Sabrina van der Ley and Markus Richter, Zamoch
Monument to Nikola Tesla, Gallery Nova, a cura di WHW, Zagreb
Phantom, Charlottenborg, a cura di Soren Andresen and Jasper Rasmussen, Copenhagen
Modern Lovers, Three Colts Gallery, a cura di Pil and Galia Kollectiv, Londra
Downloads from Future, Townhouse Gallery, a cura di Oliver Kielmayer, Cairo
Mercury in Retrograde, De Appel, Amsterdam
Again for tomorrow, Royal College of Art, Londra
Interrupted Histories, Gallery of Modern Art, a cura di Zdenka Badovinec, Lubiana
A picture of war is not war, Wilkinson Gallery, Londra
Wild man in the Looking Glass, Art 2102, Los Angeles
Synergy, 40th Zagreb Salon, Zagabria

 

2005
Mixed Pickles, K3 Project Space, Zurich
Go Inside, Tirana Biennale 3, a cura di Hou Hanru, Tirana
Insert, Retrospective of Croatian Video Art, Museum of Contemporary Art, Zagabria
Snapshot, Museum of Modern Art, Dubrovnik
Istanbul Biennial 9, a cura di Charles Esche and Vasif Kortun, Istanbul
Present Perfect, T293, Napoli
Artists Books, Art 36 Basel, a cura di Lionel Bovier, Basilea
International Biennial of Contemporary Art, National Gallery, Praga
Le Plateau, with Joan Jonas, curated by Caroline Bourgeois, Parigi
The Imaginary Number, KW Institute for Contemporary Art, a cura di Anselm Franke, Berlino
Telegram, Rosa Barba Studio, Amsterdam
Linear Structures, Riga Gallery, Riga
Annet Gelink Gallery, Amsterdam
Fin de siecle, end of painting?, The Croatian Fine Arts Centre, a cura di Zdenko Rus, Zagabria

 

2004
Love it or leave it, Cetinje Biennial 5, a cura di Rene Block and Natasa Ilic, Cetinje
Exhibition of Nature and Society, Exit Gallery, a cura di WHW, Peja, Kosovo
Normalisation, Nova Gallery, Zagabria
Painting and Object, Museum of Modern Art, Dubrovnik
Open studios, Rijksakademie van beeldende kunsten, Amsterdam

 

2003
Emerging Artists, Museum of Modern and Contemporary Art, a cura di Natasa Ivancevic, Rijeka
Dislocation, Town Museum of Zagabria
Open studios, Rijksakademie van beeldende kunsten, Amsterdam

 

2002
36th Zagreb Salon, curated by Andrej Medved, Zagabria
Slow Watching, Casal Balaguer, Palma de Mallorca
Start, Mestna Gallery, curated by WHW, Ljubljana
Filip, Trade Collection of Contemporary Croatian Art, Manes Gallery, a cura di Zvonko Makovic, Praga
Here Tomorrow, Museum of Contemporary Art, a cura di Roxana Marcoci, Zagabria
Space and Walls, Mali Salon, a cura di Branko Franceschi, Rijeka
16th Blue Salon, Zadar

 

2001
26th Salon of Young Artists, curated by Jurij Krpan, Michal Kolocek and Slaven Tolj, Zagabria
2nd Salon of Young Artists, Sisak, HR

 

2000
4th International Student Biennial, Skopje
SC Gallery, curated by David Maljkovic, Zagabria
“New Beginning” SC Club, curated by Marijan Crtalic, Zagabria
Filodrammatica, curated by David Maljkovic, Rijeka
“Millenium” Geto Gallery, curated by Zeljko Jerman, Split
“Vice – chancel prize” Vladimir Nazor Gallery, Zagabria

 

1999
2nd Croatian Triennial of Drawings, Zagabria

 

1998
Ars Futura, Matrix Croatica, Trieste
Exhibition of Young Artists, Kortil Gallery, Rijeka
Otok Gallery, curated by Zarko Violic, Dubrovnik

 

1995
The Day of Planet Earth, Pedestrian Underpass, Rijeka

 

PROIEZIONI
2016
80 Years Van Abbe – Open for 80 Hours, Van Abbemuseum, Eindhoven

 

2015
Modern Mondays, MOMA, New York

 

2014
Films – Corridor – CECCH – Centre d’edition contemporaine-Geneva, Ginevra

 

2013
Walking Sideways, Artist Fim Club, ICA, curated by Elsa Couston, Lucia Garavaglia and Alana Kushnir, Londra

 

2012
Morgenlied, una mostra a cura di Latifa Echakhck and David Maljkovic, Kunsthalle Basel, Basilea
MOCA TV, curated by Michael Connor, MOCA, Los Angeles
Contemporary Past Summer, Nida Art Colony of the Vilnius Academy of Art, Nida, Lithuania
East Side Stories, Palais de Tokyo, Parigi

 

2011
Propaganda by Monuments, CIC – Contemporary Image Collective, a cura di Clare Butcher
and Mia Jankowicz, Cairo
Bosch Art Film 2011, Den Bosch
History Lessons,  MUMOK Museum Modernner Kunst Stiftung Ludwig, Vienna

 

2010
Transitland in Trieste – Studio Tommaseo – Instituto per la documentazione e diffusione delle
Arti, Trieste

 

2009
L’Abstraccionisme Geometric, MACBA, a cura di Sabine Breitwieser, Barcellona
“Just in the Dark” 2nd Roma Art Fair/The Road to Contemporary, Cinema at the Mercati di
Traiano a cura diCecilia Canziani and Andrea Viliani, Roma
Sequelism Part 3 : Possible Probable or Preferable Futures, Arnolfini, a cura di Nav Haq, Bristol
Transitland, The Red House, Centre for Culture and Debate, Sofia
Transmediale, Transitland destination Berlin (TCP) Cellegium Hungaricum, Berlino
Videoteque, Annet Gelink Gallery, Amsterdam

 

2008
A Night of Provisional Futures, NAI (Netherlands Architecture Institute) Rotterdam
These Days, Kunstzeitraum, Munich
Oracle of the Constitution, Art Dubai” a cura di Nav Hag, Dubai
CCCS – Centre for Contemporary Culture la Strozzina, Firenze

 

2007
Videotheque mobile/Residents, Le Plateau, Paris, FRFiac Cinema, Palais de Tokyo, Parigi
Back to the Future, Borderline Festival of Movig Images, a cura di Jelena Vesic, Beijin
Coffe Break, Sibiu Urban Ambient progetto, Sibiu
Just Around the Block, a cura di Magdalena Ziolowska, Bijlmer
Normalization, LACE, a cura di WHW, Los Angeles
Normalization, 16 Beaver, a cura di WHW, NY
Strange Weather, NBK, selezione di Michelle Cotton, Berlino
Normalization, Platform Garnati Contemporary Art Centre, selezione di Minna Henrikson, Istanbul
Challenging the East-West Art Map”, U-turn, selezione di Angelika Richter, Copenhagen

 

2006
Glocal Realities as Periferal In-Betweeness, Tranzit, selezione di Antonia Majaca, Praga
Stories from Neigbourhood, De Balie, selezione di Jelena Vesic, Amsterdam
Rituals, The Artists Cinema,Frieze Art Fair, a cura di Cristina Ricuperto, London
Zagreb Calling” Maison populaire, selezione di Ivana Mestrov, Montreuil
Visura aperta, Momiano

 

2005
Imaginary is Potential, MUU, selezione di Henrikke Nielsen, Helsinki
Imaginary is Potential, Nikolaj centre of contemporary art, Copenhagen
Imaginary is Potential, Halle fur Kunst, Luneburg
Imaginary is Potential, W139, Amsterdam
Stories from Neighbourhood, Kunsthalle Tallinn, selezione di Jelena Vesic, Tallinn
Serial Cases, selezione di Antonia Majaca, Usti nad Labem, Istanbul, Iasi, Graz, Sofia, Holon, Novi Sad, Zagabria
Normalisation and Its Discontents, selezione di Natasa ilic, Askalalwan, Beirut

 

COLLEZIONI
Centre Pompidou, Paris
CA2M Centro de Arte Dos de Mayo, Madrid
David Roberts Foundation, London
EACC Espai d’art contemporani de Castello
Enea Righi Collection
Espacio 1414, Santurce
EVN Collection, Maria Enzerdorf
Filip Trade Collection, Zagreb
Fonds municipal d’art contemporain, Ville de Paris
Frac des Pays de la Loire
FRAC – Ile-de-France – Le Plateau, Paris
LA CAIXA Foundation Contemporary Art Collection, Barcelona
GOMA – Gallery of Modern Art, Glasgow
Kadist art Foundation, Paris
Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz
Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest
MUSAC, Leon
MUDAM Musee d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Luxembourg
MUMOK, Vienna
Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid
Museum of Modern Art, New York
Museum of Modern and Contemporary Art, Rijeka
Pomeranz Collection, Vienna
Stedelijk Museum, Amsterdam
Tate Collection, London
T-B A21 Thyssen – Bornemisza Art contemporary, Vienna
Van Abbemuseum, Eindhoven
Walker Art Centre, Minneapolis

Libri Tamar Guimarães

The Parrot’s Tail
Tamar Guimarães, Kasper Akhøj, Avi Alpert, Toda Wodicka and Daniela Tanner Hernandez
2015
Meli- Melo Press

Commisioned for Personne et les Autres, Vincent Meessem and guests, at the Belgium Pavilion, curated by Katerina Gregos, for the 56th Venice Biennale, 2015

A man called love; Reading Xavier
Tamar Guimaraes and [asterisk]
2010
Aldagate Press London
ISBN 978-85-63537-01-0

Tamar Guimarães – Canoas

Il corto “Canoas” girato in 16mm da Tamar Guimarães commissionato per la Biennale di San Paolo nel 2010, sussume il titolo dalla casa che Oscar Niemeyer costruì nei primi anni ’50 per sé e la sua famiglia nella foresta atlantica che sormonta Rio de Janeiro, “Casa das Canoas”. Accadde in questa casa sinuosa e bellissima, o forse nei dintorni di essa, che il neoeletto presidente Juscelino Kubitscheck nel 1956 condivise con l’architetto il suo grandioso progetto politico di costruire Brasilia. Viene quasi da immaginare Kubitscheck mentre dice “Oscar, questa volta costruiremo la capitale del Brasile”*, alludendo al fatto che la città sarebbe dovuta sorgere prodigiosamente, da lì a quattro anni, lontana di tanti e tanti chilometri dall’antica fascia costiera urbanizzata dal colonialismo europeo. Brasilia è un sogno cresciuto per integrare le regioni inospitali del settentrione mai sfiorate dal progresso, nel programma di urbanizzazione, industrializzazione, educazione, di modernizzazione in una parola, che il presidente aveva in testa per un paese che avrebbe di fatto governato solo pochi anni. Kubitscheck rimase al potere fino al 1960, fu accusato poi dai suoi avversari di corruzione e di aver fatto crescere a dismisura il debito pubblico. Nel 1964 l’ex presidente si ritirò dalla vita politica e nel 1976 morì in un incidente automobilistico, le cui cause non furono mai chiarite del tutto, ma probabilmente si trattava di un’ombra proiettata dalla circostanza che era stato un presidente amato dai brasiliani e in questo senso, un re fasullo potenzialmente da bruciare alla fine del carnevale, per propiziare un futuro sempre migliore. Nonostante il regime militare avesse vietato qualsiasi manifestazione, andarono in più di 100000 all’aeroporto di Brasilia per accogliere l’ultimo atterraggio di Juscelino Kubitscheck e furono proclamati tre giorni di lutto nazionale.
Brasilia era una città ideale informata sull’utopia socialista, in quella città non doveva esistere la proprietà privata perché tutti gli appartamenti appartenevano al governo per essere affittati ai lavoratori. Ministri e lavoratori avrebbero condiviso il pianerottolo e l’ascensore da buoni vicini di casa, perché a Brasilia non dovevano esserci quartieri alti e quartieri bassi. Il progetto urbano era di Lucio Costa, gli edifici di Oscar Niemeyer, l’invenzione paesaggistica di Roberto Burle Marx. Niemeyer affermò sempre che l’uomo è infinitamente più importante dell’architettura e che fare politica è un’attività di pensiero che non può prescindere dall’esigenza di guardarsi attorno, per accorgersi che le cose non vanno bene, ma possono essere costantemente migliorate.
Dopo, dal 1964 al 1985, per ben 21 anni, in Brasile resse la dittatura militare.
In progetti sviluppati da Tamar Guimarães e da Tamar Guimarães e Kasper
Akhøj le proiezioni di un modernismo splendido di “ordine e progresso”, assumono connotazioni popolar-metafisiche, che pur muovendo dalle città terrene modernizzate, appaiono infinitamente più celesti. Ci riferiamo al progetto “A Man Called Love” del 2008 e in specifico, alla burocraticissima città astrale descritta dal medium psichico Francisco Candido Xavier in “Our Home” del 1944. Alludiamo poi a “Capitain Gervasio’s Family” con la sua evocazione della mappa ectoplasmica che connette venti città astrali del Brasile, fluttuanti sopra una parte molto estesa del territorio brasiliano. La mappa è stata informata da una medium psichica che vive nella città di Palmelo, una città di circa 2000 abitanti, la metà dei quali sono medium psichici. I medium di Palmelo praticano la“magnetic chain”, un metodo per trattare differenti tipi di malattia. “Capitain Gervasio’s family” (2013), è una “film installation” commissionata e presentata dalle e alle 55esima Biennale di Venezia “Il Palazzo Enciclopedico” e 31esima Biennale di San Paolo “How to Talk about Things that don’t Exist” – la prima biennale di San Paolo dopo la morte di Oscar Niemeyer, avvenuta nel 2012.
“Canoas” invece, prima di essere film è stata un cocktail party, un po’ vero e un po’ finto, un po’ reale e un po’ immaginario, come del resto sono tutte le feste organizzate in modo da lasciare uno spazio perché il flusso di energia determinato dall’interazione tra i convitati, sfoci nell’invenzione dell’inatteso e dell’inedito. Come un corpo glorioso meno soggettivo e più oggettivo, costituito dai sentimenti e dalle emozioni degli invitati, che illumina l’ambiente di una diversa costellazione di senso. Tamar Guimarães in un’intervista con Pablo León de la Barra pubblicata da Vdrome, assimila il party a un carnevale minore. Come se la situazione particolare e intensificata della festa fosse un travestimento temporaneo, che libera la soggettività in funzione di una nuova formazione del sé di natura più oggettiva o quantomeno più collettiva. I riferimenti di Guimarães per “Canoas”, rispetto alla ricerca meticolosa che precede ogni suo progetto, sono molteplici e vanno dal concretismo terapeutico di Lygia Clarck, al cinema di Jacques Tati, fino a Gilberto Freyre. Il parallelismo demistificante di Guimarães tende a ricondurre il modernismo brasiliano all’idea che l’architettura, la casa, sia un riflesso dell’organizzazione sociale e politica brasiliana di ordine squisitamente patriarcale, come viene interpretata nel saggio di Freyre del 1933 “Casa-Grande & Senzala”, tradotto in italiano con il titolo “Case e catapecchie, la decadenza del patriarcato rurale brasiliano e lo sviluppo della famiglia urbana (Einaudi 1972)”. Nella medesima intervista con León de la Barra, Guimarães parla dell’ipotesi che il modernismo brasiliano sia nostalgico della sensualità dell’architettura coloniale, che sotto la sua ala-casa dominata dal patriarca, accoglieva proprio tutti: mogli, figli, figlie, amanti e schiavi. L’intento di Tamar Guimarães è sempre micrologico, vale a dire finalizzato a cogliere nel frammento un intero momento storico, per dirla con Walter Benjamin: l’individuo diventa teatro di un processo oggettivo. Tamar Guimarães converte il pensiero in un’immagine che ha un rapporto con la memoria per scardinare le determinazioni consuete e raggiungere un pensiero più emancipato della contemporaneità.
Il cocktail party concepito da Tamar Guimarães dopo una visita a Casa das Canoas che la lasciò intravvedere la fantasmagoria di eleganti signore intente a chiacchierare a bordo piscina, è stato organizzato mescolando pochi attori e attrici, con amici e a amici di amici imbucati, e personaggi istituzionali che erano attivi sulla scena culturale brasiliana ancor prima dell’inizio della dittatura militare. Molti degli invitati al “pre-party” intimo a Casa das Canoas, da lì a poco si sarebbero recati al padiglione Cicillo Matarrazzo nel parco Ibirapuera per l’inaugurazione e il party conseguente, della biennale di San Paolo per la quale il progetto “Canoas” si stava attualizzando in una festa che sarebbe diventata un film. La pratica ermeneutica applicata da Guimarães per liberare la carica sensuale di Casa das Canoas, utilizzata spesso negli anni come set per servizi di moda, video musicali, saop opere per la tv e riprese cinematografiche, sembra rivelare che il modernismo in Brasile, forse con modalità peculiari, ma non diversamente che altrove, al di là del sogno di democratizzazione del paese, è rimasto un gingillo borghese, la cui frequentazione alle classi meno abbienti era concessa in quanto servitù, un po’ come accadeva nelle colonie fondiarie dei grandi proprietari terrieri trattate da Freyre.
Ci viene in mente qui in fondo al comunicato stampa un aneddoto buffo di un amico a cui un collega di Rio de Janeiro, innamorato dell’era modernista in Brasile, mentre stava raccontandogli quanto il modernismo brasiliano fosse stato grandioso, mentre quello argentino un po’ così-così, s’interruppe di colpo per chiedergli guardandolo dritto negli occhi: “E voi in Europa avete tenuto il modernismo?”.

*Ci piace immaginare che il sindaco di Genova Marco Doria, con il presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo e il nuovo presidente della Regione, si recassero tutti nello studio di Renzo Piano sulle alture di Voltri, all’estremità ovest di Genova, e gli dicessero: “Renzo, Genova rinascerà riscoprendo il mare attraverso il canale “Blueprint”, te lo faremo costruire e assieme faremo tornare l’acqua dov’era un tempo, te lo promettiamo e magari dopo, smetterà anche di piovere così assurdamente e Genova non farà più solo la fortuna degli ombrellai ”.

Tamar Guimarães

Tamar Guimarães nasce a Belo Horizonte, Brasile. Vive e lavora a Copenhagen.

 

MOSTRE PERSONALI

2019

Tandem, Alexander and Bonin, New York, USA

El Tedjido hablado, Zarigueya/Alabado Contemporaneo, Quito, Equador

 

2018

I Blew on Mr Greenhill’s Main Joints With a Very Hot Breath, De La Warr Pavillon, East Sussex, UK

 

2017

Studies for A Minor History of Trambling Matter, Albright Knox Art Gallery, Buffalo, USA

 

2016
Tamar Guimarães – La incorrupta Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid, Spain

 

2015
Tamar GuimarãesSørlandets Art Museum Kristiansand, Norway

 

2014

pinksummer, Genova, Italy

 

2012

The Last Days of Watteau, in collaboration with Kasper Akhøj, Galeria Fortes Vilaça, São Paulo, Brazil
L’au-Delà (Des Noms et Des Choses), in collaboration with Kasper Akhøj, Jeu de Paume Satellite at Maison d’art Bernard Anthonioz, Nogent-sur-Marne, France
The Afterlife (of Names and Things), Arhus kunstbygning, Arhus, Denimarca

 

2011
The Work of the Spirit (Parade), Gasworks, Londra

 

2010
A Man Called Love, Artspace Sydney, Sydney, Australia
Dura Lex Sed Lex, no Cabelo só Gumex, David Risley Gallery, Copenhagen, Danimarca

 

2009
A Man Called Love, IMA Institute of Modern Art, Brisbane, Australia
Dura Lex Sed Lex (no cabelo so Gumex), Solo show at Kunstpavillon, Innsbruck, Austria

 

2006
Thinking Aloud, Overgaden, Copenhagen, Denmark

 

MOSTRE COLLETTIVE

2022
Den Frie 22 – AtmospheresDen Frie Centre of Contemporary Art, Copenhagen, Denmark

 

2021
Rencontres Internationales Paris/Berlin – New cinema and contemporary artHaus der Kulturen der WeltBerlinGermany
Rencontres Internationales Paris Berlin 2021Les Rencontres Internationales, Paris, France

 

2020
Paranoia TVParanoia TVGrazAustria
The Free ExhibitionDen Frie Centre of Contemporary ArtCopenhagenDenmark

 

2014
Future Scenarios with an Open End, Künstlerhaus Stuttgart, Germany
31st São Paulo Biennial, São Paulo, Brazil
Under the Same Sun: Art from Latin America Today, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, USA
ICA @ 50, Institute of Contemporary Art (ICA) / University of Pennsylvania, Philadelphia, USA
Learning Site, Konstföreningen Aura, Lund, Sweden
Les Rencontres Internationales, Palais de Tokyo, Paris, France
Les Rencontres Internationales, Haus der Kulturen der Welt, Berlin, Germany
Courtisane Film festival, Ghent, Belgium

 

2013
55th Venice Biennial, The Encyclopedic Palace, International Art Exhibition, curated by Massimiliano Gioni, Venice, Italy – in collaboration with Kasper Akhøj
Sharjah Biennial 11, curated by Yuko Hasegawa, United Arab Emirates – in collaboration with Kasper Akhøj
Casa de Vidro, curated by Hans-Ulrich Obrist at Lina Bo Bardi’s house, Lina Bo and P.M Bardi Institute, Sao Paulo, Brazil
Better Homes, SculptureCenter, Long Island City, New York, USA
TV Kunst, Copenhagen, Denmark – in collaboration with Kasper Akhøj
Sin razón aparente, Centro de Arte Dos de Mayo, Madrid, Spain

 

2012
CIFO, Cisneros Fontanals Art Foundation, Grants and Commissions Program, Miami, USA
Novo Museo Tropical, Teoretica, San José, Costa Rica
XIX Image Symposium: Bewitched System. The Exorcising Role of images, Centro de Arte Dos de Mayo, Madrid, Spain
Project 35 – Kunsthaus CentrePasquArt – Centre d’Art, Biel/Bienne
Drop the Pin, Kumu Art Museum, Tallinn, Estonia
Do You Remember the Future, St. Petersburg, Russia
The Loitering Presence of the rational Actor, Universal Studio, Manhattan, New York, USA
LUX/ICA Biennial of Moving Images, London, UK
TRAMWAY art film biennial, September 14-16, Glasgow, Scotland.

 

2011
Os Primeiros Dez Anos [The first ten years],Instituto Tomie Ohtake, São Paulo, Brazil
Intinerância da 29ª Bienal de São Paulo, Palácio das Artes, Belo Horizonte, Brazil
Second World Cycle, Gallery Nova, Zagreb, Croatia
En Obras, Coleção Teixeira de Freitas, TEA Tenerife Espacio de las Artes, Santa Cruz de Tenerife, Spain
Stories, in between, Stiftelsen 3,14, Bergen, Norway
24 Advertisements, A project for Magazines curated by Jacob Fabricius
Subjective Projections, Bielefelder Kunstverein, Bielefelder, Germany
The Return of the Losers, Kalmar Konstmuseum, Sweden
All that Fits: The Aesthetics of Journalism, Derby Quad, Derbyshire, England
Tudo è, Fondazione Pitti, Osservatorio Arti Contemporanee (OAC), Florence, Italy
Mitologias, Citè des Arts, Paris, France
The Thousand Dreams of Stellavista, CAC Synagogue de Delme, France
Viennale Film Festival, Vienna, Austria

 

2010
The Traveling Show, Botkyrka Konsthall, Tumba, Sweden
Lunds Konsthall Presentation, Lund, Sweden
Epílogo, Museo de Arte de Zapopan, Zapopan, Jalisco, Mexico
ICI Project 35, Independent Curators International, Multiple Venues, New York, USA
Grand Domestic Revolution, Casco Projects, Utrecht, Netherlands
29º Bienal de São Paulo, São Paulo, Brazil
Monkey See, Monkey Do, Centro Cultural Montehermoso, Vitoria-Gasteiz, Spain
The watchers, the liars, the dreamers, Frac Ile-de-France / Le Plateau, Paris
Beyond, Starkwhite Gallery, Auckland, New Zealand
Traveling Show, La Coleccion Jumex , Mexico City
No Soul For Sale, Tate Modern, London, England
Nordic Art Triennial, Eskilstuna Museum, Eskilstuna, Sweden
Images Film Festival and Experimental Media Congress, Toronto, Canada

 

2009
31ª Panorama da Arte Brasileira. Mamoyguara Opá Namó Pupé, Museu de Arte Moderna de São Paulo, São Paulo, Brazil
Bright Morning Star, Kenneth Anger cycle, Galeria Zé dos Bois, Lisbon, Portugal
Oberhausen Short Film Festival, Oberhausen, Germany
Still / Moving / Still, Knokke-Heist, Belgium

 

2008
Possibilities of Change, CuratorLab, Åland Art Museum, Finland
7th Gwangju Biennale, Gwangju, Korea
3rd Guanghzhou Triennial, Guangdong Museum, Guangzhou, China
Privilege Symposium, Föreningen JA!, Lilith Performance Studio, Malmö, Sweden
CatBag, An afternoon of Cadavre Exquis, Objectif Exhibitions, Air Antwerp, Belgium
The Audacity of Desperation: An Evening of Cadavre Exquis, Performance Space122, New York, USA
Así se escribe la historia, La Casa Encendida, Madrid, Spain
A Principle of Assumptions, Rodeo Gallery, Istanbul, Turkey
Cast Some Light, Glasgow International Festival of Contemporary Visual Arts, Scotland
I know the world 2, SMART Project Space, Amsterdam, Netherlands
Interfacing Practices, Magnus Muller Gallery, Berlin, Germany
Whitney ISP Exhibition, old DIA Center, Chelsea, New York, USA

 

2007
CPH DOX international documentary film festival, New Visions, Copenhagen, Denmark
I know the world, Sparwasser HQ, Berlin, Germany
Crosskick, Hannover Kunsthalle, Hannover, Germany
Fair Play Award, Play Gallery for still and motion pictures, Berlin, Germany
Summer School, Organized by HOMEWORKS, PS122 Gallery, New York, United States
Larm Festival, Kulturhuset, Stockholm, Sweden
LOOP, Film Festival, Barcelona, Spain
Unravelled, Signal-to-Noise Festival, Malmö, Sweden
Filmklubben, Orionbion, Stockholm, Sweden
Parlour Room, co-organizer of temporary project space, Copenhagen, Denmark

 

2006
ION Film festival, fringe to the 63rd Venice Film Festival, Lido, Venice, France
Contemporary Video from Brazilian Artists, Kunst-Werke, Berlin, Germany
Esplanaden 2006, Den Frie Centre of Contemporary Art, Copenhagen, Denmark
Contested Territories: Representing Postcolonial Interest, Greenland National Museum and Archives (NKA), Nuuk, Greenland
Rethinking Nordic Colonialism, NIFCA – Nordic Institute for Contemporary Art, Helsinki, Finland

 

2005
Populism Talk Series: a collaboration with The Populism Exhibition Project, Nifca, Berlin, Germany

 

2004
Fristad København, I-N-K (Institut for Nutidkunst), Copenhagen, Denmark

 

2003
Who’s the Story Teller, Kiasma (FI), Bergen Kunsthall (NO) and Overgaden (DK)
50th Venice Biennale (with Martha Rosler and the Oleanna group), Venice, Italy
4th Istanbul Student Triennial, Istanbul, Turkey

CLINAMEN – LUCA TREVISANI

Foto inaugurazione © Rokma

Luca Trevisani – Clinamen

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Pinksummer: Hai chiamato il progetto che presenterai da pinksummer clinamen, il principio di declinazione, introdotto da Epicuro nel sistema dell’antico atomismo, fa in modo che gli atomi, durante la caduta nel vuoto infinito possono deviare in qualsiasi momento del tempo e in qualsiasi punto dello spazio per un intervallo minimo dalla linea retta e incontrare così altri atomi in modo da formare corpi composti. Epicuro affermava che vano è il discorso di quel filosofo che non curi qualche umana passione e che la filosofia non è di alcun giovamento se non libera dalla malattia dell’anima. La fisica epicurea è fortemente aporetica proprio rispetto all’introduzione della teoria del clinamen, di fatto la ragione fisica fu meno decisiva della ragione morale: nell’antico atomismo tutto avviene per necessità e in un mondo assoggettato al fato non c’è posto per la libertà umana e la realizzazione dei valori morali a cui Epicuro teneva tanto. Il titolo dato al progetto vuole aprire uno spazio ontologico a un’ideale di esistenza che coincide antillusionisticamente col tuo rigore formale?

Luca Trevisani: Sono sempre più interessato dall’indagine delle regole che si instaurano in una situazione comunitaria. Per farlo, in ogni lavoro, sento il bisogno di allestire un laboratorio in cui ricostruirle per testarle, metterle sotto esame, tenerle sotto controllo.
Quello che voi chiamate spazio ontologico per me è uno spazio in cui ottenere risultati, impugnando l’estetica come una scienza efficace, la storia delle idee come uno strumento, la forma come un punto di arrivo. Trovo che per parlare di esistenza non sia necessario mostrare il dato umano, per questo a volte ho lavorato con un gruppo affiatato di persone pensando soltanto a come riprodurne l’ingombro fisico.
Questa volta ho voluto lavorare con gli oggetti, come faceva il teatro del Bauhaus e delle avanguardie russe, guardando alle forme degli skatepark come a quelle di una cavea teatrale perfetta, e cercando il correlativo oggettivo più adatto ai miei bisogni.

P: L’immagine che hai scelto per l’invito rimanda a Francesco Lo Savio. Lo Savio come Epicuro aveva una grande fede nella ragione e nel ruolo dell’estetica e dell’impegno intellettuale per dare una soluzione all’ineluttabilità del destino umano. Entrambi cercarono rifugio nella ragione per sconfiggere l’irrazionale di un universo antiteleologico. Come l’atarassia di Epicuro non è inerzia, ma conquista sofferta della felicità tramite il logos, il breve, intensissimo percorso razionalistico e pertanto utopico di Lo Savio tende a armonizzare la relazione fra uomo e ambiente, non a caso muovendo dai dipinti spazio-luce, passando per i filtri, i metalli e le articolazioni totali giunge a progettare l’unità abitativa della maison au soleil, seguendo il dinamismo energetico della luce-vita. Una tensione aggettante, rigorosa e deduttiva che dallo spazio bidimensionale della pittura passando per la scultura è finalizzata a investire il reale per circoscrivere il male, per difendersi. Vengono in mente i versi del De rerum natura di Lucrezio: “né valgono i raggi del sole a sperder le tenebre e questo terrore dell’animo, ma solo lo studio del vero, ma solo la luce della ragione”. Sia Lo Savio che Lucrezio si accorsero che la fede nella ragione non è un rifugio adeguato perché essa resta tragicamente muta di fronte al nullificarsi dell’essere. Parla del dialogo a distanza con la vocazione razionalistica di Lo Savio.

L.T: Sono portato a pensare, e quindi a concepire i miei lavori, come una serie di livelli e di strati sovrapposti, il cui legame è frutto di ragionamenti arbitrari e contraddittori, ma che sono capaci di condurre verso strumenti visivi efficaci. E’ questo che mi interessa.
La luce e il dinamismo suggerito dalle opere di Francesco Lo Savio mi affascinano per la loro musicalità. Dico musicalità perchè si tratta di intendere la vita della materia, e l’esistenza in generale, come un flusso ininterrotto, fatto di pulsazioni e di diverse intensità. La musicalità di un suono è complessa e sfuggente; in fin dei conti di un suono non si può prendere uno still, come lo si può fare di un’immagine, sia questa ferma o in movimento. Non si può ridurre un suono ad un’entità minima. Questo è molto importante, perché costringe ogni volta a una ricerca, a un rapporto attivo e scomodo con le cose.

P: Una volta hai detto: “il mio lavoro è un’indagine plastica del sottile confine che corre fra il piacere della condivisione, le certezze che ricaviamo dal confronto e la violenza che vi si nasconde. La scultura mi permette di disegnare una realtà ipotetica in cui assodare la mia analisi, dove è basilare la forma autonoma che assume la materia, dando sostanza alle immagini del pensiero”. Parli di un’esperienza biunivoca, concava e convessa: se da una parte lo spazio estetico ha una sua autonomia formale espressiva entropica che nega la rappresentazione, dall’altra affonda le sue radici nel sociale e implica il concetto di rappresentazione. Parlaci di questo dualismo.

L.T: La comunicazione migliore è quella che seduce, non quella che vuole dire tutto, ma quella che è fatta di accostamenti e di spifferi. Credo in un’estetica del frammento: il frammento è il germe di qualcosa che vale ben più di un significato, è la spinta ossessiva a essere completato. La condizione di frammento intensifica il senso, acuisce lo sguardo dell’osservatore, gli chiede di costruire il senso delle cose unendo indizi disseminati nello spazio. Parlo di indizi perché sono portato a leggere e vivere l’ambiente con una sensibilità che mi sento di chiamare noir, perché lo faccio accostando dettagli limitati e inquadrature irrigidite, per circoscrivere atmosfere molto definite.
Ridurre lo sguardo a una sequenza di dettagli essenziali fa in modo che non ci occorra un “senso muscolare” per avere un rapporto con il mondo. Sono convinto che lo spettatore debba considerarsi un estraneo rispetto all’oggetto che si trova davanti, sempre. È l’unico modo che ha a disposizione per partecipare.
Voglio che i miei lavori e i miei video deludano lo sguardo che cerca o aspetta un evento, perché quello che mi interessa è mettere davanti a una presenza, e a nulla più.
La tendenza all’astrazione elimina la possibilità di momenti forti e rafforza il senso di distanza dalle cose.

P: Hai detto di condividere l’ossessione compositiva legata all’elemento sferico con Florence Henri. Come ha osservato Guido Molinari in un recente articolo su Flash Art Italia, la forma geometrica della sfera con i suoi confini precisi rispetto a ciò che sta all’esterno sembra nel tuo lavoro la metafora di una chiusura nell’individualismo e in questo senso ci sembra una rappresentazione della socialità del nostro tempo, dove i legami sono facili da instaurare quanto da smantellare, non hanno ancoraggio emotivo, tutto è liquido e fluttuante, gli equilibri sono maledettamente provvisori. Esiste l’individuo e il vuoto, ma non c’è il senso del tragico perché come afferma Bauman il nostro tempo ha scambiato la grande banconota della felicità con una manciata di monetine di piacerini rapidi a venire come a andarsene che aiutano a togliersi dalla testa la preoccupazione della felicità. La Provvisorietà, e la concrezione casuale sono ricorrenti nel tuo lavoro: si può credere ancora nella res publica?

L.T: Non so bene da cosa nasce la mia ossessione per la forma circolare. La sfera è la monade di Leibnitz, funziona come una sineddoche, finendo per evidenziare la necessità di un collegamento tra parti di mondo che non lo prevedono. Guardo alle sfere pensando al filo che le collega e le rende una collana, o una rete, comunque un insieme. Mi interrogo sulla sua presenza o sulla sua necessità. Penso sia importante non arrivare ad un dato definitivo.
Se questo filo esiste è meglio che sia elastico e trasparente, potenziale e non permanente, suggerito e non dato per scontato.
Tutto il processo contenuto nella mostra è iniziato con la costruzione di un piano inclinato, dove ho fatto scorrere delle sfere di ghiaccio. Le sfere di ghiaccio mentre scorrono si consumano; sono solo un momento nella vita delle molecole d’acqua, per un attimo bloccate in una forma geometrica, per poi tornare, a forza degli scontri con altre sfere e del calore atmosferico, alla forma liquida, che in qualche modo è collettiva, perchè tutta l’acqua torna a unirsi in un’unica sostanza indivisa.
Voglio però precisare che non mi interessa l’aspetto narrativo di questo processo, o il fatto che in un dato periodo di tempo l’azione si consumi. Mi interessa la liberazione di energia, reale ed immaginaria che avviene negli scontri, il lavoro collettivo, i cambiamenti di rotta.

P: Lipovetsky sostiene che skate-board, windsurf sono l’illustrazione sportiva della società della glisse, che scivola veloce in superficie senza penetrare. Nel video che sarà una delle opere presentate da pinksummer hai lanciato delle sfere di ghiaccio lungo una rampa da skateboard. Una volta ti abbiamo sentito dire che Lo Savio è uno skater, ci spieghi.

L.T: Mi interessava testare il comportamento di un gruppo di sfere lungo una parete inclinata.
Guardando con distacco il video che stavo realizzando mi sembrava di osservare il pensiero di Lucrezio illustrato in un documentario scolastico girato da Ed Wood, con un’estetica da anni sessanta. Avuto poi la consapevolezza che formalmente mi stavo appoggiando, perché si tratta di un appoggio, al lavoro di Lo Savio, non restava che portare questo dialogo a distanza sino alle sue estreme conseguenze, mischiando le carte con coraggio e cognizione di causa.
Le teorie di Lo Savio su luce e spazio confermavano le mie intuizioni. Un calco della Maison au soleil, guardato con poca attenzione, sembra uno skatepark in miniatura. Una sfera di ghiaccio è un Filtro, è una porzione di spazio che si condensa e analizza la luce che la attraversa.

P: Descrivi fisicamente come apparirà il progetto clinamen in relazione allo spazio di pinksummer.

L.T: Il progetto si articola in diversi oggetti e un video.
Il video è stato girato in uno skatepark, facendo scivolare diverse decine di sfere lungo i pendii artificiali, registrandone le immagini e i suoni.
Le sculture visualizzano parti del video, e sono ottenute partendo dal lavoro scultoreo di Lo Savio, trattato come un bacino formale e concettuale con cui dialogare, e di cui espandere i preusupposti.
Completano il progetto Gibbosa e sfuggente, una coppia di sfere che visualizzano e tentano di misurare il moto della luna attorno alla terra; ancora una volta un moto di sfere, un passaggio da luce a ombra, un movimento ondivago senza soluzione e senza fine.
Vicino alle due sfere se ne trova una terza, completamente trasparente, in cui è affogata, al centro, una clessidra. Lo scorrere del tempo diventa un moto ininterrotto, e lo spazio una unità di misura temporale.

THE TRUTH IS THAT THE TRUTH CHANGES – LUCA TREVISANI

Photo credits Francesco Cardarelli

Luca Trevisani- The truth is that the truth changes

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Pinksummer: Molto tempo fa, almeno ci sembra molto tempo fa, in occasione della tua prima personale da pinksummer, a proposito di “Clinamen”, così chiamasti quel video bellissimo, ci facesti provare a dissertare di equilibrio e di equilibri, muovendo dalla declinazione logico-razionale, fortemente aporetica, che Democrito aveva introdotto per giustificare l’origine aggregativa del suo mondo atomico (atomistico?). Un concetto che di fatto faceva acqua da tutte le parti, e a pagarne le conseguenze fu la sensibilità di Lucrezio, che, incappando in un filtro d’amore, proprio mentre stava intessendo il De Rerum Natura, un elogio poetico alla cosmologia democritea, diventò folle e si tolse la vita.
La tua predilezione ben riposta ci fece raggiungere Francesco Lo Savio, il quale di clinamen non parlò mai, ma sicuramente tentò di proteggersi in una declinazione razionale della vita, finendo addirittura per suicidarsi in un oggetto architettonico razionalista di Le Courbusier.
Nel 2006 si tenne quella tua personale, davvero molto tempo fa, considerando l’obsolescenza dei tempi, se ci pensi allora si poteva ancora parlare, imitando la prosopopea baumaniana un po’ modaiola, di società liquida, di provvisorietà nei rapporti sociali, di flessibilità rispetto al lavoro, perché i subprime, anche se si avvertiva che erano già entrati nel nostro orizzonte, nessuno ancora li aveva visti. Tu, allora, e per età e per spirito del tempo, avevi più dimestichezza con l’estetica slide e, a ben pensarci, avresti potuto prendere il tuo skate per scivolare via almeno da queste nostre ulteriori curiosità, ci poteva stare, ma in fondo quella tua mostra di slide non aveva proprio nulla e quindi ci risiamo, dopo tre anni giusti giusti.
“Truth is that the truth changes” (“la verità è che la verità cambia”), è l’aforisma che hai scelto per la tua seconda personale da pinksummer, non certamente la tua seconda personale in assoluto essendo che il tuo curriculum si è addensato parecchio nel frattempo. Un titolo che enuncia l’eraclitismo latente (nemmeno troppo latente) della tua ricerca, eppure quello che ci sembra di amare di più nel tuo lavoro è proprio quel lasciare intravedere la tensione verso una verità ultima, che scappi dal divenire del tempo e dal relativismo stesso dell’individualità scissa e conflittuale che di quel tempo, di necessità, non può che scorgere un segmento.
La lotta contro il disequilibrio delle cose e degli esseri che porti avanti tende ad asciugare l’umidità endogena alla pluralità, ma non ti riesce mai. L’equilibrio formale che trovi per approssimazione, anche nelle fasi che preferiamo del tuo lavoro, quelle implosive, risucchianti in un punto ordinato, è sempre perfettibile, foriero di instabilità, non trova la fermezza definitiva dell’essere, la sua profonda e esclusiva assennatezza.
A volte si dovrebbe credere a una tua ammissione aprioristica di fallimento, a un’inutile fatica di Sisifo, oppure, si potrebbe ipotizzare che tu creda che possa esistere un qualche luogo, dentro o fuori dalla mente, in cui le essenze riescano a trovare una quiete appropriata, a cui ambisci, nascondendo dietro alla sobrietà formale che ti contraddistingue ogni frustrazione. Pensiamo che l’idea di equilibrio nel tuo percorso assuma le stesse connotazioni di verità: è possibile che essa diventi per qualche strana alchimia un suo sinonimo oggettivo dentro al tuo sceverare?

Luca Trevisani: Si, è vero. La verità è come l’equilibrio, mutevole e viva, difficile, instabile. Noi siamo vivi e ci ridefiniamo di continuo: anche un corpo morto non è mai uguale a se stesso. Io, me, il cosiddetto consorzio sociale, la legge morale dentro di me, e il cielo stellato sopra di noi. Le stelle non sono mai sempre allo stesso posto. Come minimo quello che vediamo nel cielo è successo circa otto minuti fa …
Niente è stabile, noi cambiamo e la verità con noi: Veritas filia temporis.
Così vanno le cose, così devo andare, cantavano anni fa. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, né prevedere i cambiamenti di costume. Ladies and gentlemen we are floating in space. Per questo il molle vince sul rigido, la cera sul marmo (aveva ragione Medardo) e l’edera sul cemento.
Non so se si tratti di lotta con il disequilibrio, ma forse di stadi di definizione. Di certo la salvezza non è nella forma chiusa delle cose. Dobbiamo arrenderci al logorio delle cose. È meglio dimenticarsi i confini tra le singole opere, come i confini tra i singoli pensieri, non esistono più immagini, ma solo catene di immagini. Un ritmo, una canzone.
Se devo definire il mio lavoro al momento, le convinzioni che lo guidano, e che definiscono la mostra da pinksummer, parlerei di coltivazione.
Mi spiego.
Dico coltivare partendo dal “Candide” di Voltaire, che si conclude con questa frase: “Il faut cultiver notre jardin”, dobbiamo coltivare il nostro giardino.
In uno spazio stabile, definitivo, marmoreo, non c’è bisogno di coltivare. Noi, invece, siamo chiamati a coltivare, a prenderci cura.
Il mondo delle pluralità pian piano prende forma solo grazie al potere del nostro agire.
Da cosa nasce cosa, diceva Bruno.
Oppure, detto in altro modo, nulla si crea e nulla si distrugge.
Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si modifica, incessantemente. Identity is a cloud, e non sappiamo nemmeno domani che tempo farà.
Colorare con dei fumogeni non mi interessa per l’automaticità del gesto, quella la lasciamo ad altri, venuti prima di me. Colorare col fumogeno è come colorare con il vento, se esistono vettori e non forze, allora ha senso dare forza a questi vettori, e colorarli.

P: Tu dici che il molle vince sul rigido, che la cera vince sul marmo, l’edera sul cemento. Forse hai ragione, Luca Cerizza, in un testo scritto per te, ipotizza verosimilmente la fine dell’angolo retto, perché in natura non esistono angoli retti. In Italia, sotto il profilo politico, questa plasticità delle forme un po’ estrema (cominciando da quelle asservite delle “vallette”) si sta già attuando da un pezzo e non ci piace.
Tuttavia, sul fatto che la cera vinca sul marmo rimaniamo un poco perplesse. Giulio Carlo Argan (una nostra amica che insegna storia dell’arte all’università di Genova, ci ha detto che “l’Argan” come manuale non è più in uso perché i ragazzi non lo capiscono, se pensiamo che negli anni ’70 Argan fu eletto sindaco di Roma) insegnava che Medardo Rosso e Auguste Rodin erano due grandi scultori, ma che alla fine fu Degas a ristrutturare, tu diresti ridefinire, l’arte plastica, forse perché essendo pittore la utilizzava semplicemente come una sorta di laboratorio di analisi, senza enfasi. Rodin e Rosso pensavano invece alla dignità letteraria della materia e, se uno era ossessionato dall’idea di monumento, l’altro lo era da quella di anti-monumento. La cera era utile a Rosso per visualizzare un processo induttivo che implicava l’apertura di una forma chiusa allo spazio, all’atmosfera, mantenendo nel contempo integro il gusto per l’aneddoto. Riteniamo, sicuramente a torto, che per Michelangiolo marmo o cera sarebbe stato lo stesso, forse la cera avrebbe semplificato le cose considerando che deduceva la forma dentro la materia, limitandosi a eliminare il superfluo. Anche quando l’oppressione della materia si era fatta greve, come nel caso della Pietà Rondanini, Michelangiolo riuscì comunque a rendere percepibile il vettore orientato sull’ascesa.
Rispetto al tuo dipingere con i fumogeni, considerando l’indefinitezza della tela, per noi è più facile immaginare il vento come un vettore piuttosto che come un colore. Il vettore-vento, un segmento (frammento?) orientato, potrebbe allora sussumere il colore dei tuoi fumogeni e in questo senso essere rafforzato, reso percepibile, innanzi tutto alla tua coscienza, in secondo luogo all’altro o magari contemporaneamente. Questo non significa creare un confine? L’idea di confine ci sembra una costante della tua ricerca. Coltivare il proprio giardino, prendersi cura di, non significa delimitare e Voltaire, d’altra parte, non era un lume?
La coltivazione non segna il passaggio dalla società matriarcale nomadica, legata al flusso, alla totalità, a quella patriarcale della cultura, informata sugli angoli retti, sui dogmi, sull’ideale di potenza, quella per intenderci che in epoca più recente ha steso il cemento sull’edera? Il passaggio dalla natura al logos, non certo dal caos al cosmo perché quello avvenne prima e non ci riguarda, non ci ha insegnato che stabilire dei confini, delle proprietà, è utile alla sopravvivenza?

L.T.: Nominavo Medardo un po’ per gioco. Mi sento scultore, sì, ma non in quel senso. La storia delle idee mi appassiona più della storia della scultura, quella mi piace saccheggiarla per i miei fini. Per i lavori in mostra ho lavorato con cera e cartapesta, selezionando materiali precari. Mi piace l’idea che si blocchino in delle forme per del tempo, e poi tornino in ciclo. La cera si scioglierà e la cartapesta tornerà a essere qualcosa d’altro. Forse. Prima o poi.
Lo so bene, il vento è un vettore, non un colore, certo. Quello che dico, appunto, è che è interessante dotare di colore un vettore. Valorizzarlo.
Coltivare nel senso di prendersi cura, non conduce per forza al cemento. Non corriamo troppo. I concetti dobbiamo usarli come strumenti, ma non strumentalizzarli. Tutto il mio lavoro si basa sul fornire concetti base, strumenti, leve per muovere le cose, ma se li banalizziamo, se cerchiamo una loro applicazione pratica immediata, tutto si sfalda. Le idee servono per pensare, devono tradursi in azione, sì, ma con calma, devono maturare.
Si tratta di non temere le astrazioni, anche se apparentemente possono sembrare insensate, perché sono un ottimo strumento con cui guardare il mondo.
L’unico modo per capire le cose è farne un modellino da poter tenere in mano, per estraniarle dal quotidiano.

P: Uno sguardo contemplativo è uno sguardo che trova la bellezza senza cercarla?

L.T.: Dall’osservare il volo degli uccelli, questa voce augurale passo al significato più generale di sollevare lo sguardo e il pensiero verso una cosa, che desti meraviglia o riverenza, a cui dare attenzione con atto prolungato e intenso. Rimirare, osservare intensamente. Fissare tanto il pensiero nelle cose divine, che non si curi altro nel mondo, e quelle sole ci siano di consolazione e diletto.
Non parlerei però di bellezza. Affatto.
Un vecchio errore è la ricerca della bellezza. La bellezza non può essere programmata, essendo sempre l’effetto secondario di altre ricerche. Bisogna parlare con le immagini, non con le immagini belle, ma con le immagini utili; non devono servire parole a sorreggerle, devono vivere da sole. Le parole sono la genealogia delle immagini e delle forme, che parlano da sole. Wystan Auden diceva che il modo migliore per ascoltare la messa è quello di non conoscere la lingua in cui viene celebrata.

P: Nei tuoi appunti ci parlasti di butterfly farm, di greenhouse, di energie ateleologiche, del modulo organico di Alvar Aalto, del suo concetto di spazio organico, di ciò che avviene di nascosto sulla spiaggia di Skagen. Cosa porterai da pinksummer? Come articolerai il tuo progetto?

L. T.: La mostra è una sinfonia, orchestrata da presenze bi e tridimensionali, che trova il suo climax in un film, che si chiamerà “Vodorosli”. Le alghe marine ghiacciate, in russo si dicono vodorosli.
Sono partito da un modulo ereditato da Alvar Aalto, ho riportato il pensiero organico a casa, dentro all’orto botanico di Genova, e l’ho trattato come una pianta.
Le convinzioni di Aalto in uno spazio organico diventano lo spunto per un sistema formale mobile, vivo, costruito e animato dentro scatole trasparenti. Se mi interessa dare forma a un sistema e vedere come si regolamenta, come trova un equilibrio tra le sue parti, lo faccio all’interno di scatole trasparenti, coltivandolo in vitro.
Mi interessava vedere dove il confine e il disegno dell’uomo si impongono sulla natura, e dove le leggi di natura vincono. Sottoporre le forme pure alla corruzione, al dinamismo naturale. Ho ridisegnato dei frangiflutti, colmato il vuoto tra i sassi di un muro a secco, colorato con dei fumogeni, bloccato cotiledoni nella cera …
Si tratta di energie, ma di energie senza utilità. Energie pure. Di stati di indeterminatezza, di definizione, di realtà aperte al flusso, alla propria determinazione tramite il mutamento.

Si ringrazia l’Orto Botanico dell’Università di Genova.

RICHARD WENTWORTH

Richard Wentworth

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Presentare Richard Wentworth (Samoa 1947 – vive e lavora a Londra) è un grande onore per pinksummer, ma nello stesso tempo rapportarsi, anche con un breve scritto di comunicato, al suo lavoro diventa difficile: si rischia in qualche modo di trascrivere pensieri già espressi e straespressi, scadendo nell’ovvietà.
Fin dai tardi anni ‘70 Richard Wentworth, con Richard Deacon, Tony Cragg, ha avuto un ruolo determinante nel sovvertire il concetto tradizionale di scultura. Quella che fu definita “la nuova scultura inglese”, nata sotto il segno di Marcel Duchamp, ha inglobato l’oggetto ‘crudo’ dell’ industria per fargli incontrare nuovi contesti, nuovi bisogni, nuove relazioni, e a chi guarda uno sguardo fresco sul mondo.
Viene in mente un libro pubblicato proprio nel ‘74, l’anno in cui Wentworth ha iniziato a scattare la serie di fotografie “Making Do and Getting By” , sculture trovate nella vita di ogni giorno che restituiscono un realismo magico di matrice metropolitana; tornando al libro si tratta di “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert M. Pirsig. L’autore racconta del risentimento verso la tecnologia dei suoi amici Sylvia e John, antipatia condivisa da molte persone che avvertono quanto tecnologia e industria c’entrino con le forze politiche che tentano di trasformare le persone in massa. Pirsig sostiene di non condividere il comportamento dei due amici, affermando che la fuga dalla tecnologia in sé conduce ineluttabilmente alla sconfitta. Budda o il Divino si trovano nel motore di una motocicletta come nei petali di un fiore: “Quando John guarda la motocicletta, non vede che pezzi di acciaio che gli ispirano sentimenti negativi, e così ‘spegne’. Io sto guardando gli stessi pezzi di acciaio e vedo idee. John pensa che io stia lavorando su pezzi del motore, invece sto lavorando su dei concetti”.
Attraverso la sua opera, una sorta di filosofia di vita, Wentworth svela la connessione tra industriale e militare “barely visible but infinitely affecting (a mala pena visibile ma infinitamente attinente)” che è centrale rispetto all’idea di globalismo: la sua forza di scultore, fotografo, curatore, tende sempre a illuminare ed ad arricchire la percezione fornendo a chi guarda uno strumento di resistenza rispetto alla produzione massificata e alla globalizzazione. In un sistema dove neanche le costruzioni ‘Lego’ per i bambini possono ancora prescindere dal libretto delle istruzioni, pensare l’oggetto in modo anarchico in opposizione a venire informati su esso, è una boccata d’aria fresca, aiuta a non sentirsi stranieri in casa propria, un po’ come i ragazzi che campionano i suoni elettronici del Game Boy sovvertendo la destinazione d’uso dell’oggetto per inventare la loro chip music.
E’ un messaggio politico dal potere tanto eversivo quanto pacifico, invita a pensare idee: talvolta si tratta di minime alterazioni che disorientando insegnano ad orientarsi e a riappropriarsi piano piano della realtà che deve appartenerci per provare a essere persona, individuo nel senso meno egoistico del termine.
Per l’invito della mostra di pinksummer, Richard Wentworth ci ha chiesto di scegliere una vecchia cartolina di Genova. Abbiamo trovato un luogo, Portoria, che com’era, non esiste più , al centro del quale c’era il monumento a Balilla, caro ai vecchi genovesi . Balilla era un ragazzino che, esasperato dall’arroganza delle truppe di occupazione austriaca, ha invitato la popolazione a prendere a sassate i soldati inducendoli alla ritirata: i genovesi liberarono la loro città; l’immagine ci sembrava concettualmente affine al lavoro di Wentworth.
A questo proposito, oltre ai suoi ready-made assistiti e alla fotografia a caccia della spontanea distruzione del luogo comune, occorre citare il progetto commissionatogli da Artangel nel 2002: “An Area of Outstanding Unnatural Beauty” , un’indagine sulla psicogeografia di Londra muovendo da King’s Cross, un’area in cui Richard Wentworth ha abitato per 25 anni. Ma si tratta di un progetto articolato e pertanto vi invitiamo ad andare sul sito di Artangel.
Accenniamo ancora a “Thinking Aloud” (pensando a voce alta) , una mostra curata da Richard Wentworth nel 1999, che come è stato osservato, pur non presentando alcuna sua opera, può essere intesa come una sua opera estesa. Una sorta di wunderkammer in cui l’artista ha tentato di esplorare il processo che porta alla formalizzazione delle idee: “how thoughts become ideas become realities (come i pensieri diventano idee e le idee diventano realtà)”.
Tra i differenti oggetti inclusi nella mostra c’era il primo disegno di Pluto uscito dallo Studio Disney, il modello del Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry, oltre alle opere di numerosi giovani artisti tra cui “Garbage Bag” di Ceal Floyer.
Molti tra i YBA’s (young british artists) vedono in Richard Wentworth un padre che come ha scritto Stanley Cavell in “The Claim of Reason” ha insegnato che “Le vie dell’iniziazione sono infinite, non si finisce mai di trovare nuove potenzialità nelle parole e nuovi modi per scoprire gli oggetti”, tramuntando l’ambiguità del reale in uno stimolo creativo.
Da pinksummer l’artista presenterà una serie costituita da 60 fotografie della serie “Making Do and Getting By”.

Ringraziamo di cuore Neal Robert Wenman, giovane curatore di Lisson Gallery, per aver permesso che questa mostra avvenisse.

Richard Wentworth

Richard Wentworth nasce nel 1947 a Samoa, Polinesia.

 

EDUCAZIONE
1966-70
Royal College of Art, London

 

1967
Worked for Henry Moore

 

1971-87
Taught at Goldsmith’s College, University of London

 

2001
Fellowship at the San Francisco School of Art

 

2002
Ruskin Master of Drawing at Ruskin School of Art, Oxford.

 

MOSTRE PERSONALI
1972
Greenwich Theatre Gallery, Londra

 

1984
Lisson Gallery, Londra

 

1986
Galeri Lang, Malmö, Svezia
Lisson Gallery, Londra

 

1987
Riverside Studios, Londra
Galerie Paul Andriesse, Amsterdam, Paesi Bassi
Wolff Gallery, New York, NY

 

1988
Sala Parpallo, Valencia (a cura di Juan Vincente Aliaga);
Touring to Metronom, Barcellona

 

1989
Wolff Gallery, New York, NY

 

1992
Kohji Ogura Gallery, Nagoya

 

1993
The Serpentine Gallery, Londra

 

1994
Arnolfini Gallery, Bristol
Musée des Beaux-Arts et de la Dentelle, Calais
Travelling Without a Map, Kunst-Werke, DAAD, Berlino
Richard Wentworth: Sculptuur, Stedelijk Museum, Hertogenbosch

 

1995
Richard Wentworth, Lisson Gallery, Londra

1997
Richard Wentworth, Kunstverein Freiburg, touring in 1998 to Stadtische Galerie Göppingen, Bonner Kunstverein
Richard Wentworth, Monica De Cardenas, Milano

 

1998
Richard Wentworth, Galerie Weisses Schloss, Zürich
Richard Wentworth, Kunsthalle Goppingen, Goppingen
Richard Wentworth, Bonner Kunstverein, Bonn
Richard Wentworth’s Thinking Aloud, Kettle’s Yard, Cambridge

 

1999
Richard Wentworth, Lisson Gallery, Londra

 

2000
Richard Wentworth, Galerie Margaret Biedermann, Monaco

 

2002
Point de Vue – Point of View, Musée des Beaux-Arts et de la Dentelle, Calais
An Area of Outstanding Unnatural Beauty, Artangel, King’s Cross, Londra

 

2003
Glad that things don’t talk, Irish Museum of Modern Art, Dublino

2005
Richard Wentworth, Tate Liverpool, Liverpool
Richard Wentworth, Lisson Gallery, London

 

2006
Richard Wentworth, Pharos Centre for Contemporary Art

 

2009
Scrape/Scratch/Dig – Pavement Gallery, Manchester Metropolitan University, Manchester

 

2010
Richard Wentworth: Three Guesses, Whitechapel Gallery, Londra
Richard Wentworth, Peter Freeman Inc., New York

 

2011
Richard Wentworth, Galerie Nelson-Freeman, Parigi

2012
Richard Wentworth/ Alessandra Spranzi, Galeria Nicoletta Rusconi, Milano
Richard Wentworth, Art Unlimited Basel con Nelson Freeman Gallery

 

2013
Richard Wentworth, Lisson Gallery, Londra
Black Maria, in collaborazione con Gruppe, Kings Cross, Londra

 

2014
Richard Wentworth, Peter Freeman Inc., New York

 

MOSTRE COLLETTIVE
1970
Young Contemporaries, Royal Academy of Arts, Londra

 

1971
Wall Show, Lisson Gallery, Londra

 

1977
Whitechapel Open, Whitechapel Art Gallery, London

 

1981
Prize Winner, Tolly Cobbold Eastern Arts, Fitzwilliam Museum, Cambridge

 

1983
The Sculpture Show, Hayward Gallery e Serpentine Gallery, Londra

 

1984
The British Art Show, organizzato da the Arts Council of Great Britain, mostra itinerante the City Museum, Art Gallery e Ikon Gallery. Birmingham. Royal Scottish Academy, Edinburgh. Mappin Art Gallery, Sheffield. Southhampton Art Gallery.
Richard Wentworth, Allan McCollum, Lisson Gallery, Londra

 

1985
Three British Sculptors, The Israel Museum, Gerusalemme

 

1986
Sculpture: Vito Acconci, Stuart Sherman, Haim Steinbach and Richard Wentworth, Carpenter & Hochman, New York, NY

 

1987
Inscriptions and Inventions: British Photography in the 1980s’, British Council touring exhibition ‘20th Anniversary Show’, Lisson Gallery, Londra
Britannia – Paintings and Sculptures from the 19080’s, Sara Hilden Art Museum,Tampere
Metaphor, Kent Gallery, New York

 

1988
Britannica: 30 Years of Sculpture, Musée des Beaux-Arts André Malraux, Le Havre, France
Touring to Ecole d’Architecture de Normandie, Rouen Darnetal and to Musée d’Evreux, Evreux

 

1989
European Avant-Garde, Freedman Gallery at Albright College, Reading

1990
Biennale of Sydney, Sydney, Australia
It’s a Still Life, Wolsey Art Gallery & The Room Upstairs, Ipswich

 

1992-93
The Saatchi Gift, Tate Gallery, Londra

1993
‘British Sculpture from the Arts Council Collection’, organised by the Arts Council of Great Britain, Derby Museum and Art Galley Centre d’Art Contemporain, Geneva, Svizzera

 

1995
De Henry Moore ós anos 90 – Escultura británica contemporánea’, Santiago de Compostela, Spain (itinerante alla Serralves Foundation, Portogallo)
Here and Now, Serpentine Gallery, Londra
Ideal Standard Summertime, Lisson Gallery, Londra
4th Istanbul Biennal, Istanbul
Pretext: Heteronyms, Rear Window, Londra
Arte inglese d’oggi nella Collezione Sandretto Re Rebaudengo, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino

 

1996
Michael Corris “Gang Warefare”, Le Consortium, Digione

 

1997
Material Culture: The Object in British Art of the 1980s and 1990s, Hayward Gallery, Londra
We Gotta Get Out of This Place, CUBITT, Londra
A Ilha Do Tesouro/Treasure Island, Centro de Arte Moderna, CAM, Fundacao Calouste Gulbenkian, Lisbona

 

1998
Fast Forward – 2. Abschnitt: FFWD trade marks, Kunstverein in Hamburg, Amburgo

 

1999
Furnitutre, Bluecoat Gallery, Liverpool
La casa, il corpo, il cuore. Konstruktion der Identitaten, Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig, MUMOK, Vienna
Frisch gerahmt, Bonner Kunstverein, Bonn
Linhas de Sombra, Centro de Arte Moderna, CAM, Fundaçao Calouste Gulbenkian, Lisbona

 

2000
Quotidiana, Castello di Rivoli, Museo d’arte Contemporanea, Torino
Learning Less, Centro de la Imagen, Mexico City, Mexico, a cura di Patricia Martin (itinerante a Guadalajara)
American Bricolage, Sperone Westwater , New York
Dinge in der Kunst des XX. Jahrhundert, Haus der Kunst, Monaco
As it is, Ikon Gallery, Birmingham
At Home With Art, ArtSway, Sway, Hampshire
Aprendiendo menos, Centro de la Imagen, Mexico City

 

2001
Field Day, Sculpture from Britain, Taipei Fine Arts Museum and The British Council
Faux Amis – Richard Wentworth and Eugene Adget, The Photographer’s Gallery, Londra
Head On, Science Museum, Londra
>Double Vision<, Galerie fur Zeitgenossische Kunst, GfZK, Leipzig
Kunster der Galerie, Galerie Biedermann, Monaco
The Language of Things, Kettle’s Yard, Cambridge, Cambridgeshire

 

2002
Fluxus Memorial Show, a cura di Rene Block, Wisbaden
En route, Serpentine Gallery, Londra
Utopie Quotidiane – L’uomo e I suoi sogni nell’arte dal 1960 ad oggi, PAC –Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano
SCAPE 2002, SCAPE Biennal of Art in Public Space, Christchurch
25th Bienal de Sao Paolo, Bienal de Sao Paolo, Sao Paolo

 

2002/2003
Blast to Freeze – British Art in the 20th century, Kunstmuseum Wolfsburg, Wolfsburg

 

2003
Out of Place, Harewood House
Independence’, South London Gallery, Londra
Absolute Generation, 50th Venice Biennale, Venezia
Ex-press, Royal College of Art Galleries, Londra
Weltkunst Collection: Glad that things don’t talk, Irish Museum of Modern Art, IMMA, Dublino

 

2003/2004
Sao Paulo Biennale, Sao Paulo, Brazil Messico come parte del British Council

2004
Settlements, a cura di Lorand Hegyi, Musee D’Art Moderne, St Etienne
Walk Ways, Surrey Art Gallery, Surrey, BC
Still Life e Natureza, Museu de Arte Contemporanea da Universidade de Sao Paulo, Sao Paulo

 

2005
Bye-Bye blackboard…from Einstein and others, Museum of the History of Science, Oxford STATE OF MIND, London School of Economics
STATE OF MIND, London School of Economics, England May a cura di Ruth Maclennan and Simon Gould.
Effervescence, Musee des Beaux Arts, Angers
Be Ready, Heart, For Parting, New Endeavour, Great Eastern Hotel, Liverpool St. London EC2
Like Nothing Else: Experiment , Risk and Gallery Education, Arnolfini, Bristol Felbrigg Hall, Norfolk, England
Centre of Gravity, Istanbul Museum of Modern Art
Raised Awareness, a cura di Bill Woodraw, Tate Modern, Londra
La sculpture dans l’espace, Musee Auguste Rodin – Hotel Biron, Parigi
(Hi)story, Kunstmuseum Thun, Thun
Centre of Gravity, Istanbul Modern, Istanbul
Still Life – Naturaleza muerta arte contemporaneo britanico y peruano, Museo de Arte de Lima, Lima
Only Make-Believe: Ways of Playing, Compton Verney, Warwickshire

 

2006
Out of Place, New Art Gallery Walsall, Walsall
The 80s: A Topology, Museu Serralves, Porto
Tuttolibri, Galleria Milano, Milano
Multiplication, MAC Museo de Arte Contemporaneo, Universidad de Chile, Santiago
Hande, Galerie Biedermann, Monaco
Everydebris, St Pauls Artspace, Londra
Natures Silencesioses, Fundacion Ordonez-Falcon de Fotografia, Centre d’Art la Panera, Lleida
De literature, libros y librerias, Galeria Rafael Ortiz, Siviglia

 

2007
Venice: City of Dreams?, Sotheby’s, Londra
Reality Undone, University Gallery, Colchester
Global Cities, Tate Modern, Londra
It Starts From Here, De La Warr Pavilion, Bexhill on Sea
Out of the Box and In the German Ryan Collection, The New Art Gallery Walsall, Walsall
Shifting Ground, Angel Row Gallery, Nottingham

 

2008
Tales of Time and Space, Folkestone Triennial, Folkestone, UK
Darwin’s Canopy, Natural History Museum, Londra
Safe as Houses, Karsten Schubert Gallery, Londra
Localisms, Museum De Paviljoens, Almere, Netherlands
The History of the Roundel, Art on the Underground, Londra
Building Bridges, The Red Mansion Foundation, Beijing
Book-ish, Lewis Glucksman Gallery, Cork Martian Museum of Terrestrial Art’, Barbican Art Gallery, Londra
Die Lucky Bush, MuKHA, Anversa
Grotto, Museum 52, Londra
Manifesto Marathon’, Serpentine Gallery, Londra
Uncommon Sense, Fort Worth Contemporary Arts, Fort Worth
Show Down, Quint Contemporary Art, La Jolla
Long Distance Information, Bengal Gallery of Fine Arts, Dhaka
Alice, son miroir et ses merveilles, Musee des Beaux Arts de Calais

 

2009
Making Worlds, 52nd Venice Biennale, Venezia
Cabinet of Curiosities, Whitechapel Art Gallery, Londra
Mythologies, Haunch of Venison, Londra
La Biennale de Montréal 2009, Montreal
British Council Collection: The Third Dimension, Whitechapel Gallery, Londra
More Mergers & Acquisitions, Atlanta Contemporary Art Center, Atlanta
Play’, Paradise Row, Londra
Extraordinary Days, Oriel Davies Gallery, Newton, Powys
Just Around the Corner, La Casa Encendida, Madrid
Boule to Braid, Lisson Gallery, Londra
Lisson Presents 2, Lisson Gallery, Londra

 

2010
Gestures & Procedures, ACCA – Australian Centre for Contemporary Art, Melbourne
Book Ends, James Fuentes LLC, New York
Quartet-Four Biennials Reflected in Prints, International Centre of Graphic Arts (MGLC), Ljubljana

 

2011
THROUGH THE LOOKING BRAIN – A Swiss Collection of Conceptual Photography, Kunstmuseum Bonn, Bonn
40 Ideal Home, Chelsea Space, Chelsea College of Art and Design, Londra
A Future Pump House: Ideas, Thoughts and Plans, Pump House Gallery, Londra
Sculpture, Peter Freeman Inc, New York, NY
Qui admirez-vous?, La Box, Ecole Nationale Superieure d’Art de Bourges, Bourges
Shelter, Peter Freeman Inc, New York, NY

 

2012
The Sculpture Show, National Galleries of Scotland, Edinburgh
Where is the Power, Fort Worth Contemporary Arts, Dallas
The Artists, Postcard Show, Spike Island, Bristol
Frieze Masters, Lisson Gallery, Frieze, Londra

 

2013
Walk On, touring exhibition, PMG Gallery Londra, NGCA Sunderland
Push pins in elastic space, Galerie Nelson-Freeman, Parigi
Bookhouse, La Forma Del Libro. Museo delle Arti Catanzaro, Catanzaro
Curiosity’ Hayward Gallery touring exhibition, Turner Contemporary, Margate
The World Turned Upside Down – Buster Keaton, Sculpture and the Absurd, Mead Gallery Warkick Arts Centre, Conventry
Do It, Manchester Art Gallery, MIF Manchester
Nostalgic for the Future, Lisson Gallery, Londra

 

2014
Curiosity, De Appel Arts Centre, Amsterdam
Genius Loci, Palazzo Cavalli Franchetti, Venezia
Object Matter, Galleri Susanne Ottesen, Copenhagen
Somewhat Abstract, Nottingham Contemporary and Nottingham
Walk On, touring exhibition MAC Birmingham & The Atkinsons Southport
Fax, KARST, Plymouth
Edge of the Seat: The Artist’s Chair, Large Glass, London Curating

 

1998/99
Richard Wentworth’s Thinking Aloud, National Touring Exhibition (Hayward Gallery) Kettle’s Yard, Cambridge; touring to Corner House, Manchester and Camden Art Centre, Londra

 

2009
Boule to Braid, Lisson Gallery, Londra

 

2015
History is Now: 7 Artists Take On Britain, Hayward Gallery, Londra

 

CONFERENZE
1991
Talking Art, ICA, London, 4 December

 

1992
Lecture, Whitechapel Art Gallery, 26 August

 

1995
The Joseph Beuys Lectures, Ruskin School of Drawing and Fine Art, Oxford

XAVIER VEILHAN

Foto inaugurazione © Paolo Palmieri

Xavier Veilhan

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Pinksummer: Sembra che lo sguardo che hai sull’arte contemporanea e il design passi attraverso la tua divertita ironia, pensiamo alla ricostruzione di inutilizzabili velos o all’utilizzo di un materiale “celebre” nell’arte contemporanea, come il feltro (Beuys), per creare qualcosa di assolutamente giocoso come la grotta e la foresta. In che modo rielabori gli stimoli mutuati dalla storia dell’arte e del design per inserirli nel tuo lavoro?

Xavier Veilhan: Il mio lavoro non contiene ironia, solo una sorta distanza dalla realtà che peraltro rappresenta il “nutrimento” del mio lavoro. Il mio modo di utilizzare la storia dell’arte e il design non è di natura intellettuale e non è nemmeno una forma di citazione, è invece similare all’utilizzo che si potrebbe fare di uno strumento. Per me non esiste una reale differenza (limite) fra i diversi livelli di percezione. Vorrei che il pubblico sperimentasse la mia arte più o meno come si vive la musica in un club, come un’esperienza globale.”
In assoluto i due progetti di grandi installazioni che ci hanno affascinato di più negli ultimi tempi sono le tua grotta e la tua foresta. Come sono nati questi progetti che tanto rimandano all’infanzia e alle fiabe sia nella realizzazione che nel catalogo?
Non ritengo che il mio lavoro sia particolarmente legato al mondo dell’infanzia. I miei spazi sono creati per esistere in sé, stanno, come dire, in piedi da soli, sono autonomi e definiti. C’è una sorta di fraintendimento riguardo al paragone fra ciò che viene comunemente definito universo infantile e il mio: entrambi muovono dalle immagini e dalla stilizzazione del mondo reale, tuttavia credo che se il processo è identico le modalità siano differenti: la mia arte è per adulti.
Dan Cameron riconduce il tuo linguaggio anacronistico, di matrice tecnicista, ricostruito sullo stampo della pittura francese del XIX secolo a una sorta di critica velata al ruolo dello storicismo nell’arte postmoderna. Vero o falso?
Sono più vicino al pensiero di indirizzo strutturalista, in realtà non so che cosa significhi postmodernismo, sto prendendo posizione riguardo ai materiali attuali, alle emozioni e all’energia. Non sto provando a sistemare la realtà in un modo differente, ma piuttosto a ridurla per adattarla nel piccolo spazio del mio lavoro.
Adorno sosteneva che l’arte nella società contemporanea riveste una funzione critica, non perché se la pone, ma perché è di natura contromovimento. Cosa pensi di quanto sta accadendo nel mondo e dentro alla storia?
Qualcuno dà un pugno in faccia a qualcun’altro e così rovina la festa. L’11 settembre non è una data storica solo per l’efficacia dell’attacco, ma anche per la sua stupidità. Sono ancora molto scettico riguardo all’identità dell’autore della distruzione. Indipendentemente da chi sia l’autore dico che odio qualsiasi riferimento al proselitismo religioso perché di fatto non si tratta di un problema religioso, è un problema estetico: questo genere di terrorismo non si pone un problema quantitativo (quante persone sono morte), ma solo culturale. Qualcuno attacca frontalmente un grande segno nella foresta dei segni dove anch’io sto lavorando, provando a trovare un nuovo modo di usare l’energia dinamica del credo della modernità. Questo attacco è un’affermazione architettonica negativa.

P: Che progetto presenterai da pinksummer?

X.V: Da pinksummer presenterò due nuovi corpi di lavoro. Il primo è un gruppo di “giganti”, si tratta di sculture: oggetti tridimensionali sovradimensionati una volta e mezzo rispetto alla scala naturale. I personaggi sono una combinazione di accessori e vestiti che rappresentano le loro funzioni, non in maniera chiara ma molto forte. I materiali usati sono feltro, pellicola plastica, legno e poliestere. Il secondo gruppo di lavori che presenterò da pinksummer sono una serie di ritratti fotografici di ragazze: serigrafie su legno (monocromi che misurano cm. 160 X 110). La pelle delle ragazze (che sono mie amiche) è la superficie del legno.

NOTE

Circa l’origine dell’immagine scelta da Xavier per l’invito: è tratta dal catalogo pubblicato dalla Dapper Foundation (Museo Africano di Parigi) per la mostra dal titolo “Art et Mythologie, figures tshokwe” tenutasi durante l’inverno 1988-1989. Il titolo del libro è “Art et Mythologie”. La foto è “Mikishi Dancers” (Arhives Musée Royal de l’Afrique Centrale – Tervuren). Riguardo alla ragione della scelta, possiamo interpretarla come la chiave per la mostra. Sfortunatamente una lunga spieagazione non servirebbe… penso che dovremmo prenderla così com’é e punto. [Mahaut, assistente di Xavier

XAVIER VEILHAN

Foto inaugurazione © Rokma

Xavier Veilhan

Xavier Veilhan nasce nel 1963 a Lione. Vive e lavora a Parigi,

 

MOSTRE PERSONALI
2015
Galerie Perrotin, Parigi
Galerie Perrotin, New York

 

2014
Canal+ Xavier Veilhan, l’Expo des 30 ans, Palais de Tokyo, Parigi
Maquettes, FRAC Centre, Orléans
SYSTEMA OCCAM, performance su una traccia musicale di Eliane Radigue, Musée Delacroix, Parigi
Architectones, Barcelona Pavilion, Barcellona
ON/OFF, une exposition-scène de Xavier Veilhan, Galerie des galeries, Galeries Lafayette Haussmann, Parigi
Bodies, 313 Art Project, Seoul
Architectones, Melnikov House, Mosca

 

2013
Architectones, Sainte-Bernadette-du-Banlay Church, Nevers
SYSTEMA OCCAM, performance, MAMO, Centre d’art de la Cité Radieuse, Marseille, June 9 ; Crossing the lines Festival, FIAF, New York
Programme New Settings, Théâtre de la Cité internationale, Parigi
Architectones, Unité d’habitation, MAMO, Centre d’art de la Cité Radieuse, Marsiglia
Mobiles, Galerie Perrotin, Hong Kong
Architectones, Sheats-Goldstein Residence, Los Angeles
Xavier Veilhan: Avant, Château de Rentilly, Marne-et-Gondoire

 

2012
(IN)balance, The Phillips Collection, Washington
Rays, La Conservera, Murcia
Architectones, CSH n°21, performance, Los Angeles
Architectones, VDL Research House, Los Angeles
Veilhan at Hatfield : Promenade, Hatfield House, Hatfield

 

2011
Orchestra, Galerie Perrotin, Parigi
Dark Matter, Andréhn-Schiptjenko, Stoccolma
Free Fall, Espace Louis Vuitton, Tokyo

 

2010
Galerie Emmanuel Perrotin, Miami

 

2009
Veilhan Versailles, Château de Versailles, Versailles

 

2008
Furtivo, Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, Torino

 

2007
Andréhn-Schiptjenko, Stoccolma
Aérolite, musical show conceived with Alexis Bertrand, music by Air, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi

 

2006
Miami Snowflakes, Galerie Emmanuel Perrotin, Miami
Val-de-Marne, performance conceived with Alexis Bertrand, music by Sébastien Tellier, MAC/VAL, Vitry-sur-Seine
Boucle, performance conceived with Alexis Bertrand for Nuit Blanche, Carrousel du Louvre, Parigi
Ville Nouvelle, performance conceived with Alexis Bertrand, music by Sébastien Tellier, for Nuit Blanche, Hôtel de Ville, Parigi
Sébastien Tellier rencontre Xavier Veilhan, performance conceived with Alexis Bertrand, music by Sébastien Tellier, for Super during Festival EXIT, Maison des Arts et de la Culture, Créteil
Sculptures automatiques, Galerie Emmanuel Perrotin, Parigi

 

 

2005
Le Plein Emploi, Musée d’Art moderne et contemporain, Strasbourg
The Hyperrealist Project, The Rose Art Museum, Waltham
Fantôme, CAB, Burgos
People as volume, Andréhn-Schiptjenko, Stoccolma

 

2004
Le Grand Mobile, Forum, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi
The Photorealist Project, National Academy Museum, New York
Vanishing Point, living show, Espace 315, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi
Vanishing Point, cur. Christine Macel, Espace 315, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi
Light Machines, Fondation Vasarely, Aix-en-Provence, May – June ; Les Écuries de Saint-Hughes, Cluny

 

2003
Keep the Brown, Sandra Gering Gallery, New York

 

2002
Göteborgs Konsthall, Göteborg
Installation from the workshop, CCA, Kitakyushu
Barbican Art Gallery, Londra

 

2001
Light Machines, Sandra Gering Gallery, New York
Lightworks, Espai 13, Fundació Joan Miró, Barcellona

 

2000
Xavier Veilhan, une rétrospective, cur. Yves Aupetitallot & Lionel Bovier, Le Magasin-CNAC, Grenoble
Les Vélos, La Salle de Bains, Lione
The Rhinoceros, Yves Saint-Laurent, Wooster Street, New York, February – May ; The Fields, Sculpture Park, Art Omi International Arts Center, Ghent, New York
La Ford T, cur. Lionel Bovier, Terrasse du 5e étage, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi

 

1999
La Forêt, Le Consortium, Dijon, juillet – septembre ; Mamco, Ginevra
La Ford T, cur. Lionel Bovier, Mamco, Ginevra; Galerie der Stadt, Schwaz

 

1998
CAC Brétigny, cur. Xavier Franchesci, Brétigny-sur-Orge
CCA, Kitakyushu

 

1996
Galerie Jennifer Flay & Caroline Bourgeois, Parigi

 

1995
Sandra Gering Gallery, New York
Parvis 3, Le Parvis, Pau
CCC, Tours

 

1993
Andréhn-Schiptjenko, Stoccolma
Xavier Veilhan, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris/ARC, Parigi

 

1991
Galerie Jennifer Flay, Parigi
Un centimètre égal un mètre, cur. APAC, Parc Saint-Léger-Centre d’art contemporain, Pougues-les-Eaux

 

1990
Un peu de biologie, Galleria Fac-Simile, Milano

 

COLLETTIVE
2015
Simple shapes, Mori Art Museum, Tokyo
Une histoire, art, architecture, design, des années 80 à aujourd’hui, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi

 

2014
Made by Brazilians, Cidade Matarazzo, São Paulo
Matrix : Mathematicians – Heart of gold and the abyss, National Museum of Modern and Contemporary Art, Seoul
Le Baron de Triqueti, cur. Xavier Douroux & Xavier Veilhan, with Alexis Bertrand, Abbaye de Cluny – Centre des Monuments Nationaux, Cluny
Skulptur I Pilane 2014, Pilane på Tjörn, Klövedal
Open Museum/AIR, Palais des Beaux-Arts, Lilles

 

2013
Happy Birthday Galerie Perrotin / 25 ans, Tripostal Lille
Les Pléiades, 30 ans des FRAC, Les Abattoirs, Tolosa
The Unpredictables – Norman Foster et l’art contemporain, Carré d’Art, Nîmes
Dynamo, un siècle de lumière et de mouvement dans l’art 1913-2013, Grand Palais, Parigi
Collection Platform 4 : Emotion and Technology, PinchukArtCentre, Kyiv

 

2012
Extra large, œuvres monumentales de la Collection du Centre Pompidou à Monaco, Forum Grimaldi, Monaco
House of Cards, Waddesdon Manor, Waddesdon
Le Monde comme volonté et comme papier peint, cur. Stéphanie Moisdon, Le Consortium, Dijon
Plaisirs de France, Musée des Beaux-Arts, Bakou; Musée des Beaux-Arts, Almaty

 

2011
The Deer, Le Consortium, Dijon
All of the above, carte blanche à John M. Armleder, Palais de Tokyo, Parigi
French Window : looking at contemporary art through the Marcel Duchamp Prize, Mori Art Museum, Tokyo
2011 lumens, Museu de Valls, Valls

 

2010
Chefs-d’œuvre ?, Centre Pompidou, Parigi
Art for the world (the Expo), The City of Forking Paths, Shanghai
Le Mont analogue, Centro Cultural Metropolitan, Quito; Museo Nacional de Artes visuales, Montevideo
C’est la vie, Vanités de Caravage à Damien Hirst, Fondation Dina Vierny Musée Maillol, Parigi
Catch me! Grasping Speed, Kunsthaus, Graz

 

2009
Le sort probable de l’homme qui avait avalé le fantôme, Conciergerie-Centre des Monuments Nationaux
Mejan Labs Art Service, Mejan Labs Art, Stoccolma
DreamTime – Temps du rêve, grottes, art contemporain & transhistoire, Grotte du Mas-d’Azil, Le Mas-d’Azil, Les Abattoirs, Tolosa
N’importe quoi, MAC, Lione

 

2008
Prospect.1 New Orleans, Biennial of international contemporary art, New Orleans
Constructs for Illumination, Allsopp Contemporary, Londra
Colección Caja de Burgos (I+E) fotografía y vídeo, PHotoEspaña 2008, Teatro Circo Price, Madrid

 

2007
The Incomplete, Chelsea Art Museum, New York
J’embrasse pas, Collection Lambert en Avignon, Avignon
Existencias, MUSAC, León
Introvert, Extrovert, makes no difference, cur. John M. Armleder, Galerie Catherine Issert, Saint-Paul
Airs de Paris, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi

 

2006
in TRANSIT : from OBJECT to SITE, David Winton Bell Gallery, List Art Center, Brown University, Providence
Thank you for the music (London Beat), Simon Lee Gallery, Londra
La Force de l’Art, Nef, Grand Palais, Parigi
Record 404/Lovely Shanghai Music, cur. John M. Armleder & Team 404, Zendai Museum of Modern Art, Shanghai, spring (cat.)
Kit-O-PARTS, CAN, Neuchâtel

 

2005
Short Cuts : between reality and fiction, Bass Museum of Art, Miami
Réflexions d’un Peix en el Mar Profund, 3e Biennal de València-Aigua (sense tu no sóc), València
De lo Real y lo Ficticio, Arte Contemporáneo de Francia, Museo de Arte Moderno de México, México
L’Œil moteur, Art optique et cinétique 1950-1975, Musée d’Art moderne et contemporain, Strasburgo

 

2004
Contrepoint, l’art contemporain au Louvre, Musée du Louvre, Parigi
None of the above, cur. John M. Armleder, Swiss Institute, New York
D’un pas…l’autre, Jinan Festival 2004, Jinan
Éblouissement, Jeu de Paume, Parigi
Etrangement proche/Seltsam Vertraut, Saarland Museum, Sarrebruck

 

2003
Le Projet hyperréaliste, C’est arrivé demain, 7e Biennale d’art contemporain de Lyon, cur. Le Consortium, MAC, Lyon
Pegadas de Luz/Huellas de Luz/Traces of Light, Centro Galego de Arte Contemporánea, Santiago de Compostela
Le Mur de verre/Glass Wall, device conceived for Faits et gestes, Atelier de mécanique, Parc des Ateliers SNCF, Arles (during Trésors Publics, les 20 ans des FRAC)
25th International Biennial of Graphic Arts, cur. Christophe Cherix & Lionel Bovier, Ljubljana
Coollustre, cur. Eric Troncy, Collection Lambert en Avignon, Avignon

 

2002
2002 Taipei Biennial: Great Theatre of the World, Taipei Fine Arts Museum, Taipei
Light x Eight : The Hanukkah Project 2002, The Jewish Museum, New York
Sculpture now: works by seven contemporary artists, cur. Michael Rush, Palm Beach Institute of Contemporary Art, Lake Worth
Audiolab 2, Palais de Tokyo, Parigi

 

2001
Stéphane Dafflon, Liam Gillick, Xavier Veilhan, Le Spot, Centre d’Art Contemporain, Le Havre
Dévoler, Vive les FRAC (suite), IAC, Villeurbane
Métamorphoses et clonage, Musée d’art contemporain de Montréal, Montréal
Soyez Réalistes, Demandez l’Impossible, Galerie Jennifer Flay, Parigi

 

2000
Vivre sa vie, cur. Tanya Leighton, Tramway, Glasgow
Partage d’exotismes, 5e Biennale d’art contemporain de Lyon, cur. Jean-Hubert Martin, Halle Tony Garnier, Lione
Art Unlimited, Art Basel’31, Basilea
Xn00, Espace des Arts, Châlon-sur-Saône
Jour de fête, MNAM-Centre Georges Pompidou, Parigi

 

1999
Abracadabra, cur. Catherine Grenier & Catherine Kinley, Tate Gallery, Londra
Trouble spot.painting, NICC, MUHKA, Anversa
Coté Sud… Entschuldigung, La Ferme du Buisson, Noisiel
Photography from the Martin Z. Margulies Collection, The Art Museum at Florida International University, Miami

 

1998
Premises. Invested Spaces in Visual Arts, Architecture and Design from France, 1958-1998, Guggenheim Museum Soho, New York
Coté Sud… Entschuldigung, IAC, Villeurbanne
La ville, le jardin, la mémoire : 1. La ville, Villa Médicis, Roma

 

1997
La Collection de la Fondation Cartier pour l’art contemporain, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi
Povratni-putevi/Aller-Retour, Cetinje Biennale III, Cetinje
Need for Speed, Grazer Kunstverein, Graz
504, cur. John M. Armleder, Zentrum für Kunst, Medien und Design, Braunschweig
Images, objets scènes, quelques aspects de l’art en France depuis 1978, Le Magasin-CNAC, Grenoble; The Contemporary Art Center of Vilnius, Vilnius

 

1996
Myths and Magical Fantasies, California Center for the Arts Museum, Escondido
Joint Ventures, cur. Nicolas Bourriaud, Basilico Fine Arts, New York
Can we talk? Intermission, Basilico Fine Arts, New York
Traffic, cur. Nicolas Bourriaud, CAPC, Bordeaux

 

1995
Le Labyrinthe moral, L’Usine, Le Consortium, Dijon
Beyond the Borders, Gwangju Biennial, Gwangju
Moral Maze, Le Consortium, Dijon
Cosmos, des fragments futurs, Le Magasin-CNAC, Grenoble

 

1994
Still Life, Barbara Gladstone Gallery, New York
Surface de réparations 2, cur. Eric Troncy, FRAC Bourgogne, Dijon
Europa’94. Junge europäische Kunst in München, Münchner Order Center, Künstler Werkstatt, Galerie im Rathaus, Raum der Inspektion Medizinische Hermeneutik, München
Caravanserail, W139, Amsterdam

 

1993
Comme rien d’autre que des rencontres, MUHKA, Anversa
Thing Makers, Beam, Paraplufabriek Tijdelijk Museum, Nijmegen
Christiane Geoffroy, Véronique Joumard, Xavier Veilhan, Le Consortium, Dijon

 

1992
I Love You. Richard Fauguet, Pierre Joseph, Philippe Parreno, David Renaud, Lily van der Stokker, Georges Stoll, Xavier Veilhan, FRAC Poitou-Charentes, Hôtel Saint-Simon, Angoulême
Claude Closky, Jean-Jacques Rullier, Xavier Veilhan, Galerie Jennifer Flay, Parigi
Neuvièmes Ateliers Internationaux des Pays de la Loire, FRAC des Pays de la Loire, La Garenne Lemot, Gétigné-Clisson

 

1991
No Man’s Time, cur. Christian Bernard & Eric Troncy, Villa Arson, Nizza
Rêves, Fantaisies, cur. Elein Fleiss, Dominique Gonzalez-Foerster & Bernard Joisten, Galerie du Mois, Parigi

 

1990
Christmas Show (The Multiple Project Room), Galerie Air de Paris, Nizza
Hôtel Fantasia, Dionysus Projects Foundation, Rotterdam
Le Territoire de l’Art, Laboratoire, Musée Russe, Leningrad
French Kiss, A Talk Show, Halle Sud, Ginevra

 

LAVORI IN SITU
2014 – Château de Rentilly, centre d’art contemporain, with Bona & Lemercier and Alexis Bertrand, Parc Culturel de Rentilly, Bussy-Saint-Martin / Julian, National Public Art Concil, Ronneby Airport, Kallinge / Vibration 2, Textile Fashion Center, Borås

 

2013 – Le Mobile du Grand Palais, Centre commercial Beaugrenelle, Paris / Mobile n°9, Chanel Canton Road, Hong Kong / Jean-Marc, 53rd Street & 1330 Avenue of the Americas, New York / Alice, L’Avenue, 99 XianXia Road, HongQiao, Shanghai

 

2010 – Le Carrosse, Place de la République, Metz / Le Mobile, Louis Vuitton’s Fifth Avenue Maison, New York

 

2009 -Sophie, Costes Restaurant Le Germain, Parigi

 

2004-2006 – Les Habitants, with Renzo Piano Building workshop, public commission, Palais des Congrès, Communauté Urbaine de Lyon

 

2005 – Le Lion, public commission, Place Stalingrad, CUB, Bordeaux

 

2004 – Le Monstre, public commission, Place du Grand Marché, Tours

Xavier Veilhan

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“People think monuments should come out of the ground, never out of the ceiling, but mobiles too can be monumental” (Alexander Calder).

Quando lo scorso autunno visitammo la mostra di Xavier Veilhan al Centre Gorge Pompidou, divisa tra lo “spazio 315” e il forum, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte a due installazioni separate e autonome l’una rispetto all’altra. A posteriori però ci accorgemmo che nonostante la distanza formale e concettuale delle due opere, esse riconducevano entrambe alle idee di spazio e di movimento. L’installazione nello spazio 315 si intitolava “Vanishing Point”, punto di fuga: nella storia dell’arte è il punto situato sulla linea dell’orizzonte in cui convergono tutte le linee nella rappresentazione dello spazio rispetto all’illusione della prospettiva lineare. Un’installazione complessa, quasi geometrica, che assorbiva lo spazio in una prospettiva di movimento ”suggerito” dal concetto statico della rappresentazione. Al contrario ”Le Grand Mobile” sostenuto dalla indeterminazione cromatica del nero istituiva un rapporto continuo con il grande spazio del forum, senza stravolgerlo, danzandovi dentro con una grazia nel contempo leggera e maestosa.

Veilhan ha scritto a proposito di “Le Grand Mobile”: “Volevo creare un’opera che occupasse un volume molto grande; al centro del Forum del Centro Pompidou, che tuttavia restasse trasparente e che non apparisse autoritaria. La mia installazione “Le Grand Mobile”, evoca un bolla del pensiero, è come la somma dei pensieri dei visitatori del Centro (…)”. Quello stesso giorno, istintivamente, chiedemmo a Xavier di creare un “mobile” per pinksummer, contravvenendo alla nostra disciplina di scegliere olisticamente l’artista e mai una singola opera. Compatibilmente ai nostri budget di produzione, abbiamo sempre lasciato agli artisti la possibilità di rapportarsi al nostro connotatissimo spazio in totale libertà. Il “Grand Mobile” di pinksummer, che diversamente da quello del Pompidou realizzato in plastica, è in alluminio, è una sorta di fuoriprogramma fortemente voluto per la semplice ragione che ci piaceva l’idea di avere un monumento appeso per l’ultima mostra di pinksummer nello straordinario salone di Via Lomellini.

Come scrisse Sartre a proposito dei mobiles di Calder: “Un mobile è una piccola festa privata, un oggetto definito dal proprio movimento, la scultura suggerisce il movimento, la pittura suggerisce la profondità della luce. Un mobile non “suggerisce” nulla: cattura i movimenti autentici e li plasma. I mobiles non hanno alcun significato, non fanno pensare ad altro che a se stessi. Sono, questo è tutto; sono assoluti (…)” Sartre proseguiva affermando che i mobiles sono imperscrutabili quanto la natura che non rivela mai se essa sia una meccanica sequenza di cause od effetti o lo sviluppo di un’idea.

Rispetto a Veilhan il cui lavoro è quello di incunearsi nelle pieghe della rappresentazione, rivelandone immediatamente la matrice, quasi si appropriasse di un alfabeto conosciuto per semplificare la lettura delle sue opere, del suo mondo e del suo tempo, delle sue idee: nulla di fatto è più ingannevole della sua opera, il suo lavoro si rifà al flusso dell’energia vitale, lo scorrere del mondo nella storia, Xavier recuperando i codici di rappresentazione passati sembra affermare con Eraclito che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume.

Sartre riprendendo Valéry sosteneva che il mare è seducente perché ricomincia sempre, e un mobile è come il mare, non si può gettarvi uno sguardo, occorre viverci a contatto e lasciarsi affascinare. I mobiles incarnano la fluidità mobile della realtà e sostituiscono alla fredda analisi il potere vivificante dell’intuizione, l’elan vital (life force) di cui parlava Bergson. Presto o tardi nel suo percorso Xavier avrebbe dovuto confrontarsi con l’idea di mobile e lo ha fatto a suo modo creando qualcosa di assimilabile a un paesaggio mentale. Ci ha raccontato che ha preparato una maquette de “Le Grand Mobile” e l’ha appesa nel suo studio, un luogo estremamente vivo dove si lavora e si discute, in cui amici, curatori, critici vi si avvicendano. Ebbene guardando quelle bolle del “monument pendu” al di sopra delle loro teste dedite ad altro rispetto all’opera, l’artista ha pensato che potessero generarsi dai loro stessi pensieri, un po’ come accade ai personaggi dei fumetti.

Calder nella sua autobiografia racconta: “Un giorno gli chiesi (a Marcel Duchamp) che nome mi consigliava di dare ai miei oggetti e senza esitare mi disse “mobile”, parola che in francese oltre a indicare qualcosa che si muove significa anche forza motrice”.

Noto Aka Carsten Nicolai

Noto Aka Carsten Nicolai nasce nel 1965 a Karl-Marx-Stadt, Germania. Vive e lavora tra Berlino e Chemnitz, Germania.

 

EDUCAZIONE

1984
lavora come giardiniere

 

1985-90
studia landscape design, Dresden, Germany

 

1992
co-founded voxxx.kultur und kommunikationszentrum, Chemnitz, Germany

 

1994
founded noton.archiv für ton und nichtton

 

1999
label unit raster-noton

 

2015

Cattedra di arte con specializzazione in media digitali e temporali, Accademia di Belle Arti di Dresda.

 

PREMI
2014
17th japan media arts festival, grand prize (art division), Japan (crt mgn installation)

 

2012
giga-hertz-award, zkm karlsruhe, Germany (cyclo. id publication with ryoji ikeda)

 

2007
Villa Massimo, Rome

Zurich Prize, Zurich

 

2003
Villa Aurora, Los Angeles, USA

 

2001
Prize ars electronica, golden nica, linz, austria (polar installation with marko peljhan)

 

2000
F6-philip morris, graphic prize, Dresden, Germany
Prize ars electronica, golden nica, linz, austria (20′ to 2000 project)

 

1990
Jürgen ponto prize, Frankfurt/main, Germany

 

OPERE PUBBLICHE

 

2018
tristela, Daikin Ales Aoya Expansion, Tottori, Giappone

 

2017
chroma ora, The MixC, Shenzhen, Cina

 

2015
chroma actor, Seibu Shibuya, Tokyo, Giappone

2011
Ifo spectrum, Olympic Park, London, UK

 

2010
Monitor, Siobhan Davies studios, Londra
Autor, Temporäre kunsthalle, Berlino

 

2009
Poly stella, Kasumigaseki building plaza, Chiyoda-ku, Tokyo
Pionier ll, Piazza Plebiscito, Napoli

 

2006
Polylit, Kleiner Schlossplatz, Kunstmuseum stuttgart

 

2005
Frequenz (milch), Tramhaltestelle, Hauptbahnhof Leipzig

 

MOSTRE PERSONALI

2024
HYbr:ID, MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma, IT

 

2023
strahlen / raggi, FMAV – Palazzina dei Giardini, Modena, IT
transmitter / receiver — the machine and the gardener, Marsèll Paradise, Milano, IT

 

2022
grau, with Albert Oehlen, Galerie EIGEN + ART, Berlin, Germania
transmitter / receiver — the machine and the gardener, Haus der Kunst, Munich, Germania

 

2019
parallax symmetry, Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germania
rota, Lehmbruck Museum, Duisburg, Germania

 

2018
formula, Galerie EIGEN + ART, Berlin, Germania
tele, Berlinische Galerie, Berlin, Germania

 

2017
organ, St. Anne’s chapel in Krobitz, Weira, Germania
parallax, Ichihara Lakeside Museum, Ichihara, JP
unicolor, Galerie EIGEN + ART leipzig, Germania
autonomo, ibid Gallery, Los Angeles, US

 

2016

Bausatz noto ∞, Shibuya Hikarie, Tokyo

 

2015

Bausatz noto ∞, Art Front Gallery, Tokyo

 

2013
Empty garden, The hole gallery, Praga
Crt mgn, galerie eigen + art, Berlino
Observatory, ibid projects, Londra
Unidisplay/uni(psycho)acoustic, Museum für Oderne Kunst, Frankfurt/main

 

2012
Unidisplay, Musée d’Art Contemporain, Montréal / Hangar Bicocca, Milano
Schatten Loop, Cos Store, Berlino

 

2011
Pionier, cac, Vilnius / Galerie eigen + art, Leipzig / The Pace Gallery, New York
Filter, house of art, Budweis

Unitxt mirrored, Galleria Lorcan o’neill, Roma

 

2010

Polar m [mirrored] with Marko Peljhan, Ycam, Yamaguchi
Scaler, Hendrik Christian Andersen Museum, Roma
Maga, Museo Arte Gallarate
Autor, Temporäre Kunsthalle, Berlino
Moiré, The Pace Gallery, New York
Anti Reflex, la casa encendida, Madrid
Rota, Museum Der Bildenden Künste, Leipzig

 

2009
Aoyama Space, Kunstraum Innsbruck
Rota, Schering Stiftung, Berlino
Unitxt, Sketch, Londra

 

2008
Anti Reflex, Kunsthalle Amburgo
Tired Light, Galerie Eigen + art, Berlino

 

2007
Static Fades, Haus Konstruktiv, Zurigo/ Pacewildenstein, New York

 

2006
Inver, Frieze Art Fair, Londra
Inver, Galerie Eigen + art, Leipzig

 

2005
Audio Visual spaces, Stedelijk Museum voor Actuele Kunst (smak), Gent
anti reflex, schirn kunsthalle, frankfurt/main, germany
syn chron, neue nationalgalerie, berlin, germany / bern, schwitzerland / yamaguchi, japan

 

2003
Funken, Galerie eigen + art, Berlino
Modular re.struct, Poalo curti/annamaria Gambuzzi & co, Milano

 

2002
Parallel lines cross at infinity, Watari-um, Watari Museum of contemporary art, Tokyo

 

2001
Milch, Londra

 

2000

Performance, Pinksummer Contemporary Art, Italia
Ystad Kunsthalle, Ystad
Polar, Canon artlab 10 (with marko peljan), Tokyo

 

1999
1% space, Copenhagen

 

1998
Polyfoto, galerie für zeitgenössische kunst, Leipzig

 

1996
Leonhardi-Museum, Dresda
The New York Kunsthalle, New York

 

1995
Galerie Margrit Gass, Basilea
Kunstverein Konstanz

 

1994
Espace des arts, Chalon-sur-saône
Kunstverein ulm
Neue nationalgalerie, Berlino

 

1993
Städtische Kunstsammlungen Chemnitz, Chemnitz

 

1992
Galerie Springer, Berlino

 

1991
Magica ll, lichtinstallation, Kunst-werke, Berlino

 

1986
Der keller, galerie eigen + art, Leipzig

 

MOSTRE COLLETTIVE

2023

“Tribute to RYUICHI SAKAMOTO: Music / Art / Media”, ICC, Tokyo, Giappone
“Shanghai Biennale 2023: Cosmos Cinema”, Shanghai, Cina
“LUX: Poetic Resolution”, Dongdaemun Design Plaza, Seoul, Corea del sud
“Oku-Noto Triennale 2023”, Suzu, Giappone
“Synesthetic Immersion”, 0xCollection, Prague, Repubblica Ceca
“Glitch. Die Kunst der Störung”, Pinakothek der Moderne, Munich, Cina
“Art in Motion”, Shenzhen Museum of Contemporary Art and Urban Planning (MOCAUP), Cina

2022

“Broken Music Extended”, Hamburger Bahnhof — Nationalgalerie der Gegenwart, Berlin, Germania
“Art and Industry”, Ulsan Art Museum, Germania
“Homosphäre”, Kunsthalle Mainz, Germania
“Freezing Point — Kunst unter Null Grad Celsius”, Villa Merkel, Esslingen, Germania

 

2021

Oku-Noto Triennale, Ishikawa
Artists’ Breath, Ichihara Lakeside Museum, Chiba

 

2017

Art Stage Singapore 2017, Marina Bay Sands, Singapore

 

2015

Listening to the Line, Ginza Maison Hermes, Tokyo
Simple Forms: Contemplating Beauty, Mori Art Museum, Tokyo

 

2013
Soundings: a contemporary score, Moma, New York
Arctic, Louisiana museum of modern art, Copenhagen
Noise, de arte assoziazione, Venezia
Fragile?, Fondazione Giorgio Cini, Venezia
System und sinnlichkeit, Kupferstichkabinett, Berlino

 

2012
A house full of music, Mathildenhöhe, Darmstadt
Rasterfahndung, Kunstmuseum stuttgart
Sound art. sound as a medium of art, Zkm, Karlsruhe
Echigo tsumari triennial 2012, Echigo-tsumari art center, Tokamachi
Art & music. search for a new synestesia, mot, Tokyo

 

2011
Our magic hour, Yokohama Triennale, Tokohama

 

2010
Seconde nature, Fondation Vasarely, Aix en Provence
Rudolf Steiner und Die Kunst der Gegenwart, Kunstmuseum Wolfsburg
Biennale für Internationale Lichtkunst, Unna

 

2009
Barock, Madre, Napoli
See this sound, Kunstmuseum Linz
4th digital art festival taipei, Digital arts centre, Taipei
The kaleidoscopic eye, Mori Art Museum, Tokyo

 

2008
Leben, Kunsthaus Graz
Open Space, Ntt Intercommunication Center [icc], Tokyo
Art on air, Weserburg – Museum für Moderne Kunst, Bremen

 

2007
2nd Moskow Biennale, Mosca
Konstellationen ll, Städel museum, Frankfurt/main
Marta schweigt, Marta Herford
Space for your future, Museum of Contemporary Art, Tokyo

 

2006
Singapore Biennal, Singapore
Still points of the turning world, 6th int. Biennale Santa Fe
Sonambiente 2006, Tesla, Berlino

 

2005
Künstler.archiv, Akademie der Künste, Berlino

 

2004
Densité ±0, École nationale des beaux arts, Parigi / Friburgo

 

2003
La Biennale di Venezia 50, Venezia
Berlin-Moskau / Moskau-Berlin 1950-2000, Martin Gropius-bau, Berlino/ Mosca
Echigo Tsumari Triennial 2003, Echigo Tsumari Region Niigata Prefecture
The 10th New York Digital Saloon, New York

 

2002
Frequenzen (hz), Schirn Kunsthalle, Francoforte/Main

 

2001
Wild zone, Witte de with, Rotterdam
Perspectives, Micamoca, Milano
La Biennale di Venezia 49, Venice
Quobo, art in berlin 89-99, Hamburger Bahnhof, Berlino
Istanbul Biennial, Istanbul
Audible images, The Museum of Contemporary Photography, Chicago

 

2000
Sound art, Ntt Intercommunication center, Gallery a, Tokyo
Volume”, ps 1, New York
Taktlos, Bern

 

1999
Examining pictures: exhibiting paintings, Whitechapel Art Gallery, Londra / Museum of Contemporary Art, Chicago
Empty Garden, Watari-um, Watari Museum of Contemporary Art, Tokyo
Liverpool Biennial

 

1997
Documenta x, Kassel
P.S.1 Reopening, New York

 

1996
Projektor (with Olaf Nicolai), Städtisches Kunstmuseum Reutlingen
“all+tag” (with mika vainio), industriemuseum Chemnitz

 

1994
Welt-moral, Kunsthalle Basel
Metropole und Peripherie, Museum de arte Moderna Mam, Rio de Janeiro

 

1993
Ein Jahrhundert des Holzschnitts, Kunsthalle Hamburg
Cadavre Exquis, Drawing Center, New York

Noto Aka Carsten Nicolai

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La performance presentata lo scorso gennaio dall’artista Carsten Nicolai aka Noto al Guggenheim di New York ha la qualità estetica e il contorno infinitamente frastagliato di un oggetto frattale.
L’artista rivela la densità dell’ambiente contemporaneo concentrarsi su suoni emessi dal fax, telefoni e modem; i vettori primari della comunicazione moderna.
Con un background nel landscape design, Noto ha instillato un concetto geometrico del suono nella musica elettronica d’avanguardia; l’artista guarda alla consistenza e alla forma dell’onda sonora, alla sua struttura e tenta di identificare e sostituire il concetto di silenzio con quello di spazio vuoto.
Con il suo ensemble di oscillografi, registratori DAT e mixer, Noto procede con l’agilità di un funambolo sul limite che unisce e separa l’universo percepito in termini auditivi e visivi, organizzando le sue opere nell’interfaccia tra suono e visione.
Nell’architettura del suono, come nelle sue sculture, nei dipinti e nelle installazioni, l’artista mette alla base del processo generativo fattori antitetici e li unisce in un’ipotesi di sintesi che ha la complessità e la morfologia sfaccettata dei cristalli.
Come la particella attorno alla quale si formano i cristalli di un fiocco di neve è responsabile della generazione di forme uniche e irripetibili, così il lavoro di Nicolai muove dal punto di dimensione geometrica 0: un campione sonoro che costituisce il nucleo attorno al quale si crea un sistema di oggetti omotetici organizzati dall’artista nel loop.
Per uscire dal sistema, Noto ammette l’errore, una variazione nel suono che provoca un cambiamento inatteso nel suono e nella frequenza, rompendo l’omotetia e creando così un altro nucleo, una nuova partenza sistemica. Emblematico è il progetto che Noto sviluppò nel 1997 per la Documenta X di Kassel, intitolato con il simbolo dell’infinito.
Nicolai ha collaborato occasionalmente con altri ricercatori del suono: 20 to 2000 consiste in una serie di cd realizzati con i musicisti più interessanti nel campo della musica elettronica, come Mika Vainio (Pan Sonic), il dj giapponese Ryoji Ikeda, così come Byetone. Recentemente presso la Hayward Gallery di Londra, Carsten Nicolai è stato rappresentato nella mostra “Sonic Boom” da un lavoro sonoro di matrice collettiva.
Nicolai è un artista tradizionale che ha dichiarato di tenersi al di fuori del concetto post-moderno di ripresentazione: “Si può dire che tutto esiste, ha solo bisogno di essere campionato, ma non è questo il mio lavoro, ho sempre creduto nella possibilità di fare qualcosa di nuovo “.
La galleria d’arte contemporanea pinksummer ha scelto Noto alias Carsten Nicolai guardando le splendide forme minimali di suoni dispensati dall’artista nello spazio in un modo simile a come la materia è distribuita nell’universo.

In collaborazione con:
Comune di Genova, Politiche Giovanili, Centro per la creatività

NOTO AKA CARSTEN NICOLAI

Foto inaugurazione © Paolo Palmieri

Takashi Murakami

Takashi Murakami nasce a Tokyo nel 1962, vive e lavora a Tokyo e New York.

 

EDUCATION
1986
Graduated Department of Japanese – Traditional Painting: Nihon-ga, Tokyo National University of Fine Arts and Music

 

1988
MA, Tokyo National University of Fine Arts and Music

 

1993
PhD, Tokyo National University of Fine Arts and Music

 

1998
Teach at UCLA for 3 months (New Genre Course)

 

SOLO SHOWS

2020

Takashi Murakami: Michael Majerus Superflat. Michael Majerus Estate, Berlin,
Germany.

 

2019

Murakami vs. Murakami. Tai Kwun Contemporary, Hong Kong.
GYATEI²2 . Gagosian, Beverly Hills, CA.

 

2018

In Wonderland. Perrotin, Shanghai, China.
AMERICA TOO. Gagosian, Beverly Hills, CA.
Change the Rule! Gagosian, Hong Kong.
Heads < – – > Heads. Perrotin, New York, NY.
TECHNICOLOR 2 (with Virgil Abloh). Gagosian, Paris, France.
future history. Gagosian, Davies Street, London, England.

 

2017

Takashi Murakami: The Deep End of the Universe. Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, NY.
Takashi Murakami: Lineage of Eccentrics (in collaboration with Nobuo Tsuji). Museum of Fine Arts Boston, Boston, MA.
Under the Radiation Falls. Garage Museum of Contemporary Art, Moscow, Russia.
Murakami by Murakami. Astrup Fearnley Museum of Modern Art, Oslo, Norway.
Takashi Murakami: The Octopus Eats Its Own Leg. Museum of Contemporary Art Chicago, Chicago, IL; traveled to the Vancouver Art Gallery, Vancouver,
Canada; the Modern Art Museum of Fort Worth, Fort Worth, TX.

 

2016

Takashi Murakami: Learning the Magic of Painting. Galerie Perrotin, Paris, France.

 

2015

Murakami: The 500 Arhats. Mori Art Museum, Tokyo, Japan.

 

2014

In the Land of the Dead, Stepping on the Tail of a Rainbow. Gagosian Gallery, West 24th Street, New York, NY.
Arhat Cycle. Palazzo Reale, Milan, Italy.

 

2013

Takashi in Superflat Wonderland. Plateau, Seoul, South Korea.
Takashi Murakami. Galerie Perrotin, Hong Kong.
Arhat. Blum & Poe, Los Angeles, CA.

 

2012

Flowers and Skulls. Gagosian Gallery, Hong Kong.
Murakami: Ego. Qatar Museums Authority, Qatar.
Homage to Yves Klein. Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.
Takashi Murakami. Gagosian Gallery, Britannia Street, London, England.

 

2010

Takashi Murakami. Gagosian Gallery, Rome, Italy.
Takashi Murakami Versailles, Palace of Versailles, Île-de-France, France.

 

2009

Takashi Murakami Paints Self-Portraits, Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.
Takashi Murakami: Picture of Fate: I Am But a Fisherman Who Angles In the Darkness
of His Mind. Gagosian Gallery, West 24th Street, New York, NY.
INOCHI. Kaikai Kiki Gallery, Tokyo, Japan.
New Paintings. Gagosian Gallery, Davies Street, London, England.

 

2008

Davy Jone’s Tear. Blum & Poe, Los Angeles, CA.

 

2007

©MURAKAMI. Museum of Contemporary Art, Los Angeles, CA; traveled to the Brooklyn Museum of Art, Brooklyn, NY; Museum für Moderne Kunst,
Frankfurt, Germany; Guggenhiem, Bilbao, Spain.
Jellyfish Eyes. Museum of Contemporary Art, Chicago, IL.
Tranquility of the heart. torment of the flesh – open wide the eye of the heart. And nothing is invisible. Gagosian Gallery, 980 Madison Ave., New York, NY.

 

2006

Limited/Unlimited. 34 Long Fine Arts, Cape Town, South Africa.
The Pressure Point of Painting. Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.
Installation at Samurai. Tokyo, Japan.

 

2005

Kaikai Kiki Exhibition. Aoi Gallery, Osaka, Japan.
Takashi Murakami Print Show. Mizuho Oshiro Gallery, Kagoshima, Japan.
T1: Takashi Murakami. Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin, Italy.
Post and After. Brandeis University, Randallstown, MD.
Installation at Roppongi Hills, Tokyo, Japan.

 

2004

Satoeri Ko² Chan. Tomio Koyama Gallery, Tokyo, Japan.
Inochi. Blum & Poe, Los Angeles, CA.

 

2003

Reversed Double Helix. Rockefeller Center, New York, NY.
Superflat Monogram. Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.
Superflat Monogram. Marianne Boesky Gallery, New York, NY.

 

2002

Kaikai Kiki: Takashi Murakami. Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris,
France; traveled to the Serpentine Gallery, London, England.

 

2001

Summon monsters? Open the door? Heal? Or die? Museum of Contemporary Art Tokyo, Tokyo, Japan.
Takashi Murakami: Made in Japan. Museum of Fine Arts, Boston, MA.
Mushroom. Marianne Boesky Gallery, New York, NY.
WINK. Grand Central Station, New York, NY.
Kaikai Kiki, Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.

 

2000

Second Mission Project Ko. P.S.1 Contemporary Art Center, Long Island City, NY.
Kaikai Kiki: SUPERFLAT. Issey Miyake Men, Tokyo, Japan.

 

1999
Marianne Boesky Gallery, New York
“DOB in the Strange Forest”, Parco Gallery, Tokyo/Nagoya
“The Meaning of the Nonsense of the Meaning”, The Center for Curatorial Studies and Art in Contemporary Culture, Bard College, New York

 

1998
Feature Inc. , New York, USA
“Back Beat”, Blum & Poe, Santa Monica, USA
“Back Beat – Super Flat”, Tomio Koyama Gallery, Tokyo, Japan
“Moreover, DOB raises his hand”, Sagacho bis, Tokyo

 

1997
Emmanuel Perrotin, Paris, France
Gallery Koto, Okayama, Japan
University at Buffalo Art Gallery, New York State University, Buffalo, USA
Blum & Poe, Santa Monica, USA

 

1996
Feature Inc., New York
Gavin Brown Enterprize, New York
“727”, Tomio Koyama Gallery, Tokyo
“Konnichiwa, Mr. DOB”, Kirin Plaza Osaka, Osaka, Japan”7272″, Aoi Gallery, Osaka, Japan
“A Very Merry Unbirthday, ToYou, To Me!”, Ginza Komatsu, Tokyo

 

1995
Emmanuel Perrotin, Paris, France
“Crazy Z”, SCAI The Bathhouse, Tokyo
“Niji”, Gallery Koto, Okayama, Japan
Yngtingagatan 1, Stokholm, Sweden

 

1994
“Fujisan”, Gallery Koto, Okayama, Japan
“Which is Tomorrow?”, SCAI The Bathhouse, Tokyo
“Azami, Kikyo, Ominaeshi”, Aoi Gallery, Osaka, Japan

 

1993
Nasubi Gallery, Tokyo “A Very Merry Unbirthday!”, Hiroshima City Museum of Contemporary Art, Hiroshima “A Romantic Evening”, Gallery Cellar, Nagoya, Japan

 

1992
“Wild, Wild”, Rontgen Kunst Institut, Tokyo

 

1991
Art Gallery at Tokyo National University of Fine Arts and Music, Tokyo
Aoi Gallery, Osaka, Japan
Rontgen Kunst Institut (one night Exhibition, August 23), Tokyo
Gallery Aries, Tokyo
Hosomi Gallery Contemporary, Tokyo

 

1989
Gallery Ginza surugadai, Tokyo

 

GROUP EXHIBITIONS

2021

Hong Kong Exchange. Gagosian, Hong Kong.

 

2020

Stars: Six Contemporary Artists from Japan to the World. Mori Art Museum, Tokyo, Japan.
Happy! NSU Art Museum, Fort Lauderdale, FL.
Murakami por Murakami. Instituto Tomie Ohtake, São Paulo, Brazil.

 

2019

An Exhibition for Notre Dame Gagosian, Paris, France.
Japan Supernatural. Art Gallery of New South Wales, Sydney, Australia.

 

2017

All Too Human: Bacon, Freud and a Century of Painting Life. Tate Britain, London, England.

 

2016

Creature. The Broad, Los Angeles, CA.
Lunar Attraction. Peabody Essex Museum, Salem, MA.
Nude: From Modigliani to Currin. Gagosian, 980 Madison Ave., New York, NY.
Superflat Collection: From Shohaku and Rasanjin to Anselm Kiefer. Yokohama
Museum of Art, Yokohama, Japan.
Prototypology: An Index of Process and Mutation. Gagosian Gallery, Rome, Italy.

 

2015

The Shape of Time: In Collaboration with Gisèle Croës. Gagosian, Hong Kong.
The Mannequin of History: Art After Fabrications of Critique and Culture. Expo 2015 Modena, Modena, Italy.
Beverly Hills 20-Year Anniversary Invitational Exhibition, 1995-2005. Gagosian, Beverly Hills, CA.
Sprayed: Works from 1929 to 2015. Gagosian, Britannia Street, London, England.
Artists for MOCA Highlights. Gagosian, Beverly Hills, CA.

 

2014

G I R L (curated by Pharrell Williams). Galerie Perrotin, Paris, France.
Takahashi Collection 2014: Mindfulness! Nagoya City Art Museum, Nagoya, Japan.
Dirge: Reflections on [Life and] Death. Museum of Contemporary Art, Cleveland, OH.
Making Links: 25 Years. SCAI The Bathhouse, Tokyo, Japan.

 

2013

Intellectual Game. Shanghai Xintiandi Culture Festival, Shanghai, China.
Re: Quest―Japanese Contemporary Art since the 1970s. Museum of Art, Seoul National University, Seoul, South Korea.

 

2012

Regarding Warhol: Sixty Artists, Fifty Years. Metropolitan Museum of Art, New York,
NY, traveled to the Andy Warhol Museum, Pittsburgh, PA.
Battleground States. Utah Museum of Contemporary Art, Salt Lake City, UT.

 

2011

Il mondo vi appartiene (The World Belongs to You). Palazzo Grassi, Venice, Italy.
A History of Edition: Duchamp, Beuys, Murakami. Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.
Gagosian Pop-Up! Gagosian Gallery, Davies Street, London, England.
Surfaces of Everyday Life: Postwar and Contemporary Masters from Ai Weiwei to Andy Warhol. Ikkan Art Gallery, Artspace@Helutrans, Singapore.
Future Pass: From Asia to the World. 54th Esposizione Internazionale d’Art, la
Biennale di Venezia, Venice, Italy.

 

2010

Multiple Choice. Queensland Art Gallery, Brisbane, Australia.
Pop Life: Art in a Material World. National Gallery of Canada, Ottowa, ON, Canada.
John Armleder, Tauba Auerbach, Hernan Bas, Matthew Day Jackson, Bernard Frize,
Mark Grotjahn, Sergej Jensen, Bharti Kher, Adam McEwen, Olivier Mosset,
Takashi Murakami, R.H. Quaytman, Claude Rutault, Lee Ufan, Piotr Uklanski,
Martin Wohr. Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.
Sexual Transcendence. Pinchuk Art Centre, Kyiv, Ukraine.
Skin Fruit: Selections from the Dakis Joannou Collection. New Museum, New York,
NY.

 

2009

15th Anniversary Inaugural Exhibition. Blum & Poe, Los Angeles, CA.
Pop Life: Art in a Material Age. Tate Modern, London, England.
Mapping the Studio. Palazzo Grassi, Venice, Italy.
Louis Vuitton and the Passion for Creation. Hong-Kong Museum of Art, Hong Kong.
Un Certain État du Monde? A Selection of Works From Francois Pinault Foundation
Collection, Garage Center for Contemporary Culture, Moscow, Russia.

 

2008

Kaikai Kiki Artists. Kaikai Kiki Gallery, Tokyo, Japan.
RETROSPECTIVE. Gagosian Gallery, West 21st Street, New York, NY.
for what you are about to receive. Gagosian Gallery, Red October, Moscow, Russia.

 

2007

Aoi Gallery 20th Anniversary. Aoi Gallery, Osaka, Japan.
CELUX. Kaikai Kiki Gallery, Tokyo, Japan.
Insight? Gagosian Gallery, Barvikha Luxury Village, Russia.
Reflection. PinchukArtCentre, Kiev, Ukraine.
Pleasures of Collecting, Part III: Contemporary and Cutting Edge. The Bruce Museum,
Greenwich, CT.
Don’t Look: Contemporary Drawings from an Alumna’s Collection, Davis Museum and
Cultural Center Wellesley College, Wellesley, MA.
Open House: Cincinnati Collects. Contemporary Arts Center, Cincinnati, OH.
Red Hot: Asian Art Today from the Chaney Family Collection. Museum of Fine Arts,
Houston, TX.
Pop Art Is… Gagosian Gallery, Britannia Street, London, England.
Land of the Samurai. Aberdeen Art Gallery, Aberdeen, Scotland.
Rockers Island: Olbricht Collection. Museum Folkwang, Essen, Germany.
Comic Abstraction. Museum of Modern Art, New York, NY.

 

2006

Jellyfish Eyes. Museum of Contemporary Art, Chicago, IL.
My 2007. Colette, Paris, France.
The Francois-Pinault Collection, a Post-Pop Selection. Palazzo Grassi, Venice, Italy.
Mass Production: Artists’ Multiples and the Marketplace. The University of Akron,
Akron, OH.
Japan vs. Art: Contemporary Art and Nihon-ga from Taikan Yokoyama and Seiho
Takeuchi to Takashi Murakami. Osaka City Museum of Art, Osaka, Japan.
Selections from the Logan Collection. Museum of Contemporary Art Denver, Denver, CO.
Off the Shelf: New Forms in Contemporary Artists’ Books. Vassar College,
Poughkeepsie, NY.
10th Anniversary. Tomio Koyama Gallery. Tokyo, Japan.
Spank the Monkey. Baltic Centre for Contemporary Art, Gateshead, England.
Invisible Landscape. Lund City Museum, Lund, Sweden.
Surprise, Surprise. Institute of Contemporary Arts, London, England.
Where are we going? Selections from the Francois Pinault Collection. Palazzo Grassi,
Venice, Italy.
Exhibition of collected works: Secret Base. Toyota Municipal Museum of Art, Toyota, Aichi, Japan.
Infinite Paintings. Villa Manin Contemporary Art Center, Udine, Italy.
Sellout. Bard College Center for Curatorial Studies, Annandale-on-Hudson, NY.
Dragon Veins. USFC Museum of Tampa, Tampa, FL.

 

2005

Kaikai Kiki Exhibition. Aoi Gallery, Osaka, Japan.
Ecstasy: In and About Altered States. Museum of Contemporary Art, Los Angeles, CA.
Post and After. Brandeis University Rose Museum, Boston, MA.
Galerie Emmanuel Perrotin. Paris, France.
Japan POP. Helsinki City Art Museum, Helsinki, Finland.
Fairy Tales Forever. ARoS Aarhus Kunstmuseum. Aarhus, Denmark.
POPulance. University of Houston, Houston, TX. Cleveland Museum of Contemporary
Art, Cleveland, OH. Southeastern Center for Contemporary Art, WinstonSalem, NC.
Moving Energies, Museum Folkwang, Essen, Germany.
Translation. Palais de Tokyo, Paris, France.
Little Boy: The Arts of Japan’s Exploding Subculture. Japan Society, New York, NY.
Colours and Trips. Künstlerhaus Palais Thurn und Taxis, Bregenz, Austria.
Museum der Stadt Ratingen, Ratingen, Germany.

 

2004

Funny Cuts. Stuttgart Museum, Stuttgart, Germany.
Liverpool Biennial’s International 04 Exhibition. Tate Liverpool, Liverpool, England.
Walker without Walls. Walker Art Center, Minneapolis, MN.
Monument to Now: The Dakis Joannou Collection. Deste Foundation, Athens, Greece.
Modern Means: Continuity and Change in Art from 1880 to the Present. Mori Art Museum, Tokyo, Japan.
Optimo: Manifestations of Optimism in Contemporary Art. Ballroom Marfa, Marfa, TX.
Floating Worlds. Beacon Cultural Foundation, Beacon, NY.
Galerie Emmanuel Perrotin, Miami, FL.

 

2003

Supernova: Art of the 1990s from the Logan Collection. San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco, CA.
Popular. Pop. and Post-pop. Philadephia Museum of Art, Philadelphia, PA.
Pulp Art: Vamps Villains and Victors from the Robert Lesser Collection. Brooklyn
Museum of Art, Brooklyn, NY.
Splat Boom Pow! The Influence of Cartoons in Contemporary Art. Contemporary Arts
Museum, Houston, TX.
The Draemon Exhibition. Sogo Museum, Yokohama, Kanagawa, Japan. Asahikawa
Museum of Art, Asahikawa, Hokkaido, Japan. Matsuzakaya Museum,
Nagoya, Aichi, Japan. Oita Museum, Oita, Japan.
Painting Pictures: Painting and Media in the Digital Age. Kunstmuseum Wolfsburg, Wolfsburg, Germany.
On the Wall: Wallpaper and Tableau. Rhode Island School of Design, Providence, RI.
The Fabric Workshop and Museum, Philadelphia, PA.
Comic Release: Negotiating Identity for a New Generation. Carnegie Mellon University, Pittsburgh, PA.

Inaugural Exhibition. Mori Art Center, Tokyo, Japan.
Blum & Poe. Santa Monica, CA.
Pittura / Painting: Rauschenberg to Murakami. 1964-2003. Museo Correr, Venice
Biennale, Venice, Italy.

 

2002

The Japanese Experience – Inevitable. Das Museum der Moderne Salzburg, Salzburg, Austria.
Drawing Now: Eight Propositions. Museum of Modern Art, New York, NY.
Reality Check: Painting in the Exploded Field. CCAC Wattis Institute for Contemporary Arts, San Francisco, CA.
Chiho Aoshima, Mr., Takashi Murakami, Aya Takano. Galerie Emmanuel Perrotin, Paris, France.
Out of the Box: 20th-Century Print Portfolios. Philadelphia Museum of Art, Philadelphia, PA.
The Uncanny: Experiments in Cyborg Culture. Vancouver Art Gallery, Vancouver, Canada.
POPJack: Warhol to Murakami. Museum of Contemporary Art Denver, Denver, CO.

 

2001

Casino 2001. 1st Quadrennial of Contemporary Art, Stedelijk Museum Voor Actuele Kunst, Ghent, Belgium.
Mr., Tam Ochiai, Hiroshi Sugimoto, Yoshitomo Nara, Takashi Murakami, Masahiko
Kuwahara. Stephen Friedman Gallery, London, England.
Form Follows Fiction. Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Torino, Italy.
Murakami/Nara. Tomio Koyama Gallery, Tokyo, Japan.
Beau Monde: Toward a Redeemed Cosmopolitanism. Site Santa Fe Fourth
International Biennial, Santa Fe, NM.
Un art populaire. Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris, France.
JAM: Tokyo London. Barbican Art Gallery, London, England.
Made in Asia? Duke University Museum of Art, Durham, NC.
Public Offerings. Museum of Contemporary Art (LA MOCA), Los Angeles, CA.
Painting at the Edge of the World. Walker Art Center, Minneapolis, MN.
My Reality: The Culture of Anime. Des Moines Art Center, Des Moines, IA.
Under Pressure. Swiss Institute, New York, NY.
Superflat. Los Angeles Museum of Contemporary Art (MOCA), Los Angeles, CA.
Traveled to: Walker Art Center, Minneapolis, MN. Henry Art Gallery, Seattle, WA.

 

2000
murakami-manetas, newsantandrea Savona
murakami-manetas, pinksummer Genova

 

1999
New Modernism for a New Millennium: Works by Contemporary Asian Artists from the Logan Collection, San Francisco Museum of Modern Art
Painting for Joy: New Japanese Painting in 1990s, The Japan Foundation Forum, Tokyo
Something Warm and Fuzzy/ Children and Contemporary Art, Des Moines Art Center, Iowa
Carnegie International 1999-2000, Carnegie Museum of Art, Pittsburgh

 

1998
Cities on the Move, Secession, Wien, Austria Å^Capc Musee d’art contemporain de Bordeaux, Bordeaux, France/ P.S.1, New York
People, Places and Things, Marianne Boesky Gallery, New York
Pop Surrealism”, The Aldrich Museum of Contemporary Art, Connecticut
So what? – Exhibition of contemporary Japanese art, Ecole Nationale Superleure des Beaux-Arts, Parigi
Art is Fun 9, Hara Museum Arc, Gunma
The Manga Age, The Museum of Contemporary Art, Tokyo
The Noumea Third Biennale of Contemporary Art, Noumea, Nouvelle Caledonie
50 Years of Japanese Life Style; Postwar fashion and design, Utsunomiya Museum of Art, Tochigi
Ero Pop Christmas, Nadiff, Tokyo
Tastes and pursuits: Japanese Art in the 1990s, National Gallery of modern Art, New Delhi, India/ Metropolitan Museum of Manila, The Philieppines

 

1997
Flying Buttress Please, Torch Gallery, Amsterdam
Super Body, Tomio Koyama Gallery, Tokyo
Hiropon Show ’97: Tokyo Underground Visual Show, Shop 33, Tokyo
Need for Speed, Grazer Kunstverein, Graz, Austria
Japanese Contemporary Art Exhibition, The National Museum of Contemporary Art, Korea, Seoul
Singularity in Plurality, Yokohama Civic Art Gallery, Kanagawa

 

1996
Tokyo Pop”, The Hiratsuka Museum of Art, Kanagawa
Ironic Fantasy, The Miyagi Museum of Art, Sendai, Miyagi
Sharaku Interpreted by Japan’s Contemporary Artists, The Japan Foundation Forum, Tokyo
Asia-Pacific Triennial 1996, Queensland Art Gallery, Brisbane, Australia
Romper Room, Thread Waxing Space, New York

 

1995
Incidental Alterations: P.S.1 Studio Artists 1994/95, The AngelOrensanz Foundation, New York
Art Space Hap, Hiroshima
Transculture, The 46 th Venezia Biennale, Venezia
Japan Today, Louisiana Museum of Modern art, Humblebaek / Kunstnernes Hus, Oslo / Liljevalchs Konsthall, Stoccolma / Waino Aaltonen Museum of Art, Turku, Finland / MAK, Wien, Austria
Cutting Up, Max Protetch Gallery, New York
Transculture, Benesse House Naoshima Contemporary Art Museum, Kagawa (-1996)

 

1994
Shinjyuku Syonen Art, Shinjyuku Kabuki-cho, Tokyo
Lest We Forget: On Nostalgia, The Gallery at Takashimaya, New York
VOCA ’94, The Ueno Royal Museum, Tokyo
Koriyama City Museum of Art, Fukushima

 

1993
Malaria Art Show Vol.1, February 1st Festival, Tokyo
Artists’ Shop ’93, Sai Gallery, Osaka
Malaria Art Show Vol.4, Decorative, Tokyo
The Ginbrart, Ginza, Tokyo
00 Collaboration, Sagacho Exhibit Space, Tokyo
Art Today ’93, Neo Japanology, Sezon Museum of Modern Art, Karuizawa, Nagano
Beyond the ‘Nihonga’- An Aspect of Contemporary Japanese Paintings, Tokyo
Metropolitan Art Museum, Tokyo
The Exhibition for Exhibitions, Kyoto Shijo Gallery, Kyoto, Japan

 

1992
Artists’ Shop ’92, Sai Gallery, Osaka, Japan
Mars Galler, Tokyo
Floating Gallery Vol.1, Tsukishima Warehouse, Tokyo
1st Transart Annual, Painting/Crossing, Bellini Hill Galley, Yokohama
Nakamura and Murakami, Space Ozone, Seoul, Korea
Nakamura and Murakami, SCAI Project Room, Tokyo
Anomary, Rontgen Kunst Institut, Tokyo
Tama Vivant ’92, Seed Hall, Shibuya Seibu, Tokyo
Nakamura and Murakami, MetariaSquare Hotel, Osaka

 

1991
Jan Hoet in Tsurugi, Tsurugi-cho, Ishikawa
Jan Hoet’s Vision’, Art Gallery Artium, Fukuoka

 

PRIZES

2006

Heisei 17 (56th) Educational Minister Rookie of the Year, Awarded by the Agency for
Cultural Affairs for the Advancement of Art.
Best Thematic Museum Show in New York, AICA USA.
11th AMD Awards, Prize of Recognition.

 

2005

Japan Society Imajiné Award.

 

2004

Les Compagnons du Beaujolais, Honorary Knighthood.
Tag Heuer Business Award.

 

2003

Special Award, 46th Japan Fashion Editor Club (FEC) Awards.

 

1998

Visiting Professor, School of Art and Architecture, UCLA, Los Angeles, CA.

 

1994-95

Asian Cultural Council Fellowship
P.S.1 International Studio Program, New York, USA

 

PUBLIC COLLECTIONS
The Japan Foundation
Peter Norton Family Foundation
Queensland Art Gallery
The Museum of Modern Art, San Francisco

Miltos Manetas

Nato nel 1964, vive e lavora tra Roma e New York

 

ISTRUZIONE
1985-1989 Accademia di Belle Arti di Brera

 

PERSONALI (SELEZIONE)

2019

“MILAN”, Torre Rasini, Milan, IT
“1998”, Galerie Hussenot, Paris, FR
“MILANO”, Galleria Valentina Bonomo, Rome, IT

 

2018

“INTERNET PAINTINGS”, MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Rome, IT
“SATELLITES”, InfoPoint del Porto, Acciaroli, IT

 

2017

“ΜΕΜΩΡΙ”, Galleria Valentina Bonomo, Rome, IT
“DRAWINGS QUASI PAINTINGS”, Galerie Plutschow, Zürich, CH
“TORTUGA” with Nora Renaud, Aldo Chaparro Studio, Mexico City, MX

 

2016

“MANETAS TIMELINE*2013”, Galleria Pack, Milan

 

2015

“Angels”, CAC, Conceptual Art Centre, Landskrona, Sweden
DER BERG OF MY FAMILY, Galerie Plutschow, Zürich, Switzerland

 

2014

DER BERG OF MY FAMILY, Galerie Plutschow, Zürich, Switzerland

 

2013
“THE UNCONNECTED” Third Internet Pavilion for the Venice Biennial, Oratorio di San Ludovico, Venice, Italy
“BLACKBERRY PAINTINGS”, Santo Spirito in Sassia, Roma, Italy
“AFTER BLACKBERRY PAINTINGS”, Museum of Contemporary Art of Rome (MACRO)

 

2011
MILTOS MANETAS, CAC Bukovje, Slovenia

 

2010
SEVEN RESOLUTIONS, La Central, Bogota, Colombia

 

2009
PIRATE PAINTINGS, GloriaMaria Gallery, Milan, Italy
PADIGLIONE INTERNET, The First Internet Pavilion for the Venice Biennial, 53rd International Art Exhibition, La Biennale di Venezia, Venice, Italy

 

2008
THANKYOUANDYWARHOL.COM Galería Casado Santapau, Madrid, Spain

 

2007
THE INTERNET PAINTINGS, Blow de la Barra Gallery, London , UK .

 

2006
DOGS AND CABLES, Yvon Lambert Gallery , NY, USA
FEELINGS. Galleria Pack, Milan, Italy

 

2005
MANETAS AND ANIMATIONS, Sketch, London 2005
PRISCILLA 41, Kalfayan Gallery, Thessalonica, Greece

 

2004
MEMOIRS OF THE DEVIL, Cosmic Gallery, Paris , France
MILTOS MANETAS, CELEBRATING THE DEMON, Färgfabriken Stockholm, Stockholm

 

2002
JESUSSWIMMING.COM- a Website- 
Moca, Tucson , Arizona
AFTERNEEN, Casco, Ultrecht2000
NEEN, A NEW ART MOVEMENT, Gagosian Gallery, NY 2000
MURAKAMI-MANETAS, Pinksummer, Genoa

 

1999
AFTER VIDEOGAMES, Lux Gallery, London 1999
EIGHT PERFECT PAINTINGS, Lawing Gallery, Houston, Texas
THE FABRIC OF REALITY (after D. Deutsch), Rebecca Camhi Gallery, Athens

 

1998
MIRRORSITES 98, Postmasters Gallery, New York
MIRRORSITES 98, Philippe Rizzo, Paris
MIRRORSITES 98, Dan Bernier, Los Angeles
MIRRORSITES 98, Le Case D’Arte, Milan
MIRRORSITES 98, NewSandandrea Gallery, Savona
MIRRORSITES 98, Galleria Analix, Basel Art Fair
MIRRORSITES 98, Ex Lanificio Bona, Turin, Italy

 

1997
POINT TO POINT PROTOCOL, Rebecca Camhi Gallery, Athens
PLAYSTATION 64, Il Capricorno Gallery, Venice, IT
WHOOPS!, Philippe Rizzo Gallery, Paris, FR
MILTOS MANETAS, Lotta Hammer Gallery, London
FLAMES, Analix Forever, Geneva

 

1996
SELECTED OBJECTS, Le Consortium Centre d’Art Contemporain, Dijon.
MILTOS MANETAS, Analix Forever, Geneva
OUTPUT, Newsantandrea Gallery, Savona, Italy

 

1995
COMPUTER PATTERN MOUNTAINS, Galleria Raucci/Santamaria, Naples
SOFT DRILLER, Giò Marconi gallery, Milano

 

1993
EXTRAS, Fac-Simile Gallery, Milan, IT

 

PROGETTI SPECIALI (SELEZIONE)
2013
MEDIO-SUD, Museum of Contemporary Art of Rome (MACRO)
NAVIGATOR TO NOWHERE, 0Z2O Galleria | Sara Zanin

 

2011
“ISLAND OF INTERNET”, II PADIGLIONE INTERNET for the Venice Biennial, Isola di San Servolo, Venezia, IT

 

COLLETTIVE (SELEZIONE)

2019

WHERE WE NOW STAND- In Order to Map the Future, 21st Century Museum of Contemporary Art – Kanazawa, Japan
SKETCHPAD, quand nos enfants seront adultes, Curator Barbara Polla, Nicolas Etchenagucia, Topographie de l’art, Paris, FR
A HIGHER STATE OF CONSCIOUSNESS , Gallery Hussenot, Paris, FR
CORPORATE SPACE/VISION (K-Way®), ARTISSIMA 2019, Turin, IT

 

2018

GEOMETRIES, ONASSIS CULTURAL CENTRE, Agricultural University of Athens, Athens, Greece

 

2017

Working Drawings and Other Visible Things on Paper Not Necessarily Meant To Be Viewed as Art (After Bochner) (January 21 – February 5, 2017 at CAC Landskrona, Sweden) Curated by Nina Slejko and Conny Blom. C-A-L

 

2016

“LA COLLETTIVA DEL AÑO” , Salon Comunal, Bogota, CO
GAME VIDEO/ART. A SURVEY, Milan Triennale, Milan, IT

 

2015

“THROUGH THE BARRICADES” Fabrica del Vapore – Milan. IT
“LE NOUVEAU FESTIVAL” Centre Pompidou- Paris, FR
“INTO THE LLERATNAC FIELD/PRIMER PLAN QUINQUENAL DE AERIDOAMERICA”, Festival Tránsito MX06 Center for the Arts, Mexico City, ME
“Working Drawings And Other Visible Things On Paper Not Necessarily Meant To Be Viewed As Art (After Bochner)” “Small Good Things (Artworks We Like That Fitted In Our Suitcases)”

 

2014
Disparitions réciproques – FRAC Poitou-Charentes – Angoulême, AngoulêmeBlick Ins Netz – Net.artografie – Edith-Russ-Haus für Medienkunst, OldenburgDelusions Of Decay – Curro y Poncho, Zapopan

 

2013
“EVERYWHERE BUT NOW”, 4th Thessaloniki Biennial, Thessaloniki, Gr.
“THE MEDITERRANEAN EXPERIENCE”, Macedonian Museum of Contemporary Art, Thessaloniki, Gr.
“THE SYSTEM OF OBJECTS”, DESTE Foundation, Athens, GR.
“NOTEMPLE”, Breeder Gallery, Athens
“REMATERIALIZED”, New Galerie, Paris, FR
“PAINTING INVISIBLE PAINTINGS”, FOTOGRÁFICA BOGOTÁ 2013, La Central, Bogota, Colombia
Italians do it better!! – 55th Venice Biennale of Art, Collateral Event – Sala Dei Laneri, Venice
Desmontajes, Re/apropiaciones e Intrusiones. Tácticas del Arte en la Red – Centro de Exposiciones Subte, Montevideo

 

2012
MAPAS INVISIBLES, curated by Violeta Horcasitas , Luis Adelandado Gallery, Mexico City
GUILTY by Ivana Porfiri in collaboration con Jeff Koons for Dakis Joannou, Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce

 

2011
COMMERCIAL BREAK, Garage Projects, 54 Venice Biennale, Collateral exhibition, Venice Italy Curated by Neville Wakefield
ITALIANS DO IT BETTER, 54 Venice Biennale, Collateral exhibition, Venice Italy Curated by Matteo Bittanti & Domenico Quaranta
II PADIGLIONE INTERNET: BYOB VENICE, Accademia di Belle Arti di Venezia, ISLAND OF SAN SERVOLO, Venice Italy
ITALIA ORA, Museo Hendrik Christian Andersen, Rome, Italy, Curated by Achille Bonito Oliva
F FOR FAKE, Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio, Caserta, Italy, Curated by Massimo Sgroi
POLIGLOSSIA, Onassis Cultural Centre, Athens, Greece, Curated by Marilena Karra
SELAMETAN DIGITAL, Langgeng Art Foundation, Yogyakarta, Indonesia
ROJO NOVA FESTIVAL, Rio de Janeiro, Brazil, curated by David Quiles Guilló

 

2010
NETinSPACE, MAXXI-Museo nazionale delle arti del XXi secolo, Rome, Italy
ELECTRO GEO – FRAC – Limousin, Limoges

 

2009
ZHANG HUAN, MILTOS MANETAS, Galleria Pack, Milan, Italy.
UNCONDITIONAL LOVE, 53rd International Art Exhibition, La Biennale di Venezia, Collateral Events, Arsenale Novissimo, Venice, Italy
HYPERLUCID, Prague, curated by Domenico Quaranta, Prague
EVERYDAY UTOPIA, Curated by Marina Fokidis, think.21 Gallery, Rue du Mail.21, Brussels, Belgium
V.01 β, Commun Contemporary Art center, Toulouse, France
THE REAL THING, Curated by VVORK, MU Eindhoven
CLUB INTERNET SHOW
Curated by Club internet, Capricious Gallery, Brooklyn
RANDOM RULES, A channel of Artists, Curated by Marina Fokidis at the Pulse Art Fair NY
EVERYDAY UTOPIA, Curated by Marina Fokidis, think.21 Gallery, Rue du Mail.21, Brussels, Belgium
HEAVEN, 2nd ATHENS BIENNIAL, Athens, GR
ARE YOU SURE YOU ARE YOU? Spencer Brownstone Gallery, New York City, NY

 

2008
ON TIME, EAST WING COLLECTION 8, The Courtauld Institute of Art, London, UK
TELEPORT FARFABRIKEN, Färgfabriken Norr, Östersund
KUNSTMASCHINEN- MASCHINENKUNS, (ART MACHINES MACHINE ART), Tinguely Museum, Basel, CH and Schirn Kunsthalle, Frankfurt, Germany
THE ALLIANCE, Hyundai Galleries, Beijing, China , Seoul, Korea

 

2007
SHALLOW, Curated by Stefan Bruggemann, I-20 Gallery, NY
ON FAIT LE MUR, Curated by Jean-Marc Avrilla,Espace de l’Art Concret, Mouans Sartoux, France
HER(HIS)STORY, Curated by Marina Fokidis at the Cycladic Museum in Athens
DAZED AND CONFUSED VERSUS ANDY WARHOL, Baltic Centre for Contemporary Art, UK
GAMEWORLD, Laboral, Gijon, Spain
INTO IT, Kunstverein Hildesheim e.V, Hildesheim

 

2006
MIND GAMES, The Art of Videogames, Prince Charles Cinema, London.
THE GRANDE PROMENADE, National Museum of Contemporary Art – EMST, Athens
UNTITLED EXHIBITION, Rebecca Camhi Gallery, Athens
ARTHISTORY.COM – Kalfayan Galleries – Athen, Athens
AN OUTING, Leonidas Beltsios Collection, Trikala, Greece
SUPERNEEN, Galleria Pack, Milan
LE MEPRIS, Mediamatic, Amsterdam
HIS LIFE IS FULL OF MIRACLES, Site Gallery, Sheffield

 

2005
III BIENIAL DE VALENCIA, AGUA SIN TI NO SOY, Bienal de Valencia, Valencia, Spain
PRAGUE BIENNIAL2 – Prague Biennale, Prague
THE LOOP OF NEEN, Loop Art Fair, Barcelona
FRIEZE ART FAIR, with Rebecca Camhi Gallery
ELECTROSCAPE INTERNATIONAL, Himalayas Art Museum (the former Zendai Museum of Modern Art) , Shanghai
FROM NEEN TO SONAR, Sonar Festival, Barcelona
NEEN DAY, Sketch, London
DOMUS CIRCULAR, San Siro, Milan, Italy
COHABITATS, Ghislaine Hussenot Gallery, Paris
EXISTENTIAL COMPUTING, Hayward Gallery, London , UK
ABSTRACT SUPERMARIO PERFORMANCE
The MTV Party, Fargfabrinken, Stockholm
NEEN DAY
Sketch, London
FIVE05, Gering & López Gallery, New York City, NY

 

2004
The 3th Seoul International Biennale of Media Art – Digital Homo Ludens (Game and Play) , Media City Seoul, International Biennale of Media Art, Seoul
FRIEZE ART FAIR, Internet Paintings with Rebecca Camhi Gallery, London, UK
DIGITAL SUBLIME, New Masters of Universe”, MOCA Taipei, Taipei
NEENTODAY, MU Foundation, Eindhoven, Holland
CURIOUS WISHES, Palais De Tokyo, Paris
NEWS FROM HOME, The Annex, NY
COPY ART, ICA, London
FILTER HAPPIER: an exhibition concerning technology – DePaul University Art Museum, Chicago, IL

 

2003
TIRANA BIENNIAL, Tirana, Albania
NOWN, Wood Street Galleries, Pittsburgh, USA
OBJECTIF CADRAGE, Analix Forever, Geneva
MY REALITY, Contemporary Art And The Culture Of Japanese Animation – Huntsville Museum of Art, Huntsville, AL
MY REALITY, Contemporary Art and the Culture of Japanese Animation – Museum of Glass, Tacoma, WA
MY REALITY, Contemporary Art and the Culture of Japanese Animation – Norton Museum of Art, West Palm Beach, FL
KIDS ARE US/ I BAMBINI SIAMO NOI , Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, Trento
NOWN – Wood Street Galleries, Pittsburg, PA

 

2002
WHITNEYBIENNIAL.COM NY ,USA
URGENT PAINTING, Musée d´Art Moderne de la Ville de Paris – MAM/ARC, Paris
MEDIACITY SEOUL, Seoul Museum of Art, Seoul, Korea
MY REALITY, Contemporary Art And The Culture Of Japanese Animation – Akron Art Museum, Akron, OH
MY REALITY, Contemporary Art And The Culture Of Japanese Animation – Chicago Cultural Center, Chicago, IL
MY REALITY, Contemporary Art And The Culture Of Japanese Animation – Tampa Museum of Art, Tampa, FL
MY REALITY, Contemporary Art And The Culture Of Japanese Animation – Des Moines Art Center, Des Moines, IA
MY REALITY, Contemporary Art And The Culture Of Japanese Animation – CAC – Cincinnati Contemporary Arts Center, Cincinnati, OH

 

2001
BIENNALE.NET BY THE ELECTRONICORPHANAGE, Deitch projects. NY, USA
6TH BIENNALE DE LYON, Connivence / Connivance – La Biennale de Lyon, Lyon, FR
“Tele[Visions],” Kunst sieht fern – Kunsthalle Wien (Museumsquartier), Vienna
IN FUMO – arte, fumetto, comunicazione – GAMeC – Galleria d´Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, Bergamo
La GAM costruisce il suo futuro, tre anni di acquisizioni di arte contemporanea – Galleria Civica d´Arte Moderna e Contemporanea – GAM, Turin
TUTTO L’ODIO DEL MONDO, Palazzo Dell’Arengario, Milan

 

2000
PRESUMED INNOCENT, CAPC Museum of Contemporary Art, Bordeaux, FR
ELYSIAN FIELDS, Une proposition du Purple Institute – Centre Pompidou – Musée National d´Art Moderne, Paris
SYNOPSIS1, National Museum of Contemporary Art, Athens, GR
VERSION 2000, Centre pour l’image contemporaine Saint-Gervais Genève, Geneva
AND SHE WILL HAVE YOUR EYES, Analix Forever, Geneva
CAMPI DI OSCILLAZIONE, Cesac – Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee, Caraglio
PICT – The Banff Centre – Walter Phillips Gallery, Banff, AB
PAINTING IN EUROPE: different perspectives – Museo Michetti, Francavilla Al Mare (Chieti)
PUBLIC CULTURE, PRIVATE NATURE, Sommer Contemporary Art, Tel Aviv

 

1999
LE CAPITAL, CRAC, Centre Régional d’Art Contemporain de Sète, Sète

horsePLAY, Real Art Ways, Hartford, CT

ACTIVE WORLDS: CHELSEA, ARCO ART FAIR, Galleria New Santandrea

Exposition de groupe – Galerie Almine Rech – Paris, Paris

 

1997
ROUNDABOUT, works of the youngest generation artists, installations, painting, – CSW Centrum Sztuki Wspolczesnej / Centre for Contemporary Art Ujazdowski Castle, Warsaw

TABLEAUX AUX MURS, œuvres de la collection du Consortium – FRAC – Bourgogne, Dijon

FATTO IN ITALIA – Contemporary Art from Italy, Centre d’Art Contemporain, Geneva

MADE IN ITALY, ICA, London, UK

1900 (Italie) – Analix Forever, Geneva

TECHNOLOGICAL DRIFT, Lawing Gallery, Houston, Texas

HEAVEN: PRIVATE VIEWS – P.S.1, New York

1 MINUTE SCENARIO, Fondation Cartier, Cahord, FR

1996
SHOPPING, Deitch projects, Guggenheim Museum Soho, NYC

TRAFFIC, CAPC Museum of Contemporary Art, Bordeaux, FR

BEIGE, Curated by Purple Magazine, Olivier Zahm and Elein Fleiss, Saga Basement, Copenhagen

MORE THAN REAL, Palazzo Reale, Caserta

JOINT VENTURES, Stefano Basilico, New York

PUSH UPS, The Factory, Athens

SPRING COLLECTION, Deste Foundation, Athens

ON THE BORDER, Dan Bernier, Los Angeles

ITALIAN LANDSCAPES, Trevi Flash Art Museum, Trevi

A DRIFT, Bard College, Bard

GREEK REALITIES, Stiftung Neue Kultur, Berlin

FUORI USO, Pescara, Italy

 

1995
PURPLE 81/2, Jeusse – Seguin, Paris

COUNTRY CODE, Bravin Post Lee, New York

INTERNO, Raucci Santamaria, Napoli

APERTO ITALIA95, Trevi FlashArt Museum, Trevi

Anni 90 Arte A Milano, Palazzo Stelline, Milano

MILLE E UNA VOLTA, Galleria d’Arte Moderna, San Marino

 

1994
MIX BOLD, Shipper&Krome, Cologne

TEKNE & METIS Magasin, Grenoble

PRIMA LINEA, Trevi FlahArt Museum, Trevi

VHS, Palazzina Liberty, Milano

WALL, Sotheby’s Art Foundation, Amsterdam

 

1993
SCHONHEIT MACHT SCHAMHAFT, Aschenbach Gallery, Amsterdam

 

COLLEZIONI
France
Musée d’Art Contemporain, Strasbourg, France
FRAC – Poitou-Charentes, Angoulême
Le Consortium, Dijon
Musée d’Art Moderne et Contemporain (MAMCS), Strasbourg
Italy
Fondazione Morra Greco, Naples
Trevi Flash Art Museum Of Contemporary Art, Trevi
MAXXI Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, Rome, Italy
United Kingdom
The Saatchi Gallery, London (England)
Greece
Dakis Joannou Collection, Greece

MURAKAMI – MANETAS

Foto inaugurazione © Paolo Palmieri

Murakami – Manetas

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Dominante è l’idea dell’arte contemporanea come una sorta di pratica esoterica estranea alla realtà; il linguaggio dell’arte visiva è in realtà un corpo composito e strutturato che assorbe l’ambiente ed è inscritto nel suo tempo. L’artista contemporaneo ci rende consapevoli degli aspetti quotidiani della vita che l’esperienza non è sufficiente per capire solo vivendoli. Si pensi alle immagini pop di Andy Warhol e Claus Oldenburg, che condensano lo stile di vita americano durante il capitolo caldo del consumismo legato al periodo produttivo degli anni ’60.
La mostra Murakami – Manetas presenta le opere di due artisti che interpretano la generazione Nintendo: quella dei tecno-maniaci cresciuti su manga (fumetti giapponesi) e video giochi, ragazzi che vivono i giochi come uno stato di trance che rende effimeri i bordi della realtà. Il gioco diventa un luogo in cui ci siamo eroi e possiamo assumere identità in prestito. La nostra vita è stata contaminata dalla finzione: il tessuto connettivo dei media dimostra indifferenza per la logica e la verità, mostrando esclusivo interesse per stimolare le emozioni del pubblico; la moda è stata invasa dai tecno-abiti ispirati alle eroine del manga, come Sailor Moon, o al personaggio principale dei videogiochi Lara Croft; la nuova urbanistica si sposta verso il paesaggio utopico di Disneyland; e, alla fine, i nostri figli coccolano giocattoli tecnologici come Furby e Tamagochi. Alcuni credono che, essendo la realtà una finzione, la fiction non esiste più, quindi l’estetica “loudness“ di Murakami e Manetas è più realistica di ciò che appare nella realtà.
Takashi Murakami è con Mariko Mori, uno dei più importanti artisti giapponesi contemporanei attivi oggi. Il lavoro di Murakami trae ispirazione dal mondo dei manga, un mondo che l’artista manipola per creare un nuovo universo tanto meraviglioso quanto ironico, distruggendo conseguentemente i confini tra cultura alta e bassa. Nel rappresentare il suo mondo colorato, l’artista giapponese utilizza una vasta gamma di media: una tecnica pittorica raffinata, serigrafie, disegni, sculture gonfiabili, oggetti in serie, che esistono al confine tra arte e produzione di massa oggetti come piccole sculture, maquette e orologi. Nella principale sala espositiva di pinksummer saranno presentati DOB, un personaggio creato nel 1993, sotto forma di un gigantesco pallone volante con le orecchie e gli occhioni (235 x 305 x 180 cm) e Pinksummer (100 x 70 cm), un acrilico su tela a tema floreale.
Il linguaggio Miltos Manetas si divide in due linee: vibracolor, una sorta di contemporanea ready-made, in cui l’artista rappresenta l’iconografia onirica e stereotipata dei videogiochi e grandi oli su tela in cui si descrive la vita domestica della console di gioco, di cavi, schermi di computer e joystick come gli strumenti che ci aiutano ad entrare nel nuovo mondo virtuale. Manetas presenta una grande vibracolor di Super Mario (260 x 300 cm) composto da quattro pannelli (130 x 170 cm l’uno).

HELEN MIRRA & ALISON KNOWLES

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Helen Mirra & Alison Knowles

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Questa mostra curiosa ha una storia insolita, specialmente riguardo a pinksummer, più orientata a organizzare mostre personali – mai più di quattro all’anno – e di fatto la nostra richiesta iniziale a Helen Mirra era per una mostra personale e lei rispose con la proposta di una doppia personale con Alison Knowles. Noi rispondemmo che la conoscevamo, al di là dei libri sulla storia di fluxus, perché a Genova Unimedia aveva presentato nel corso degli anni il lavoro di Alison Knowles in diverse mostre personali e collettive.
La proposta piacque a tutti e la doppia personale di Helen Mirra e Alison Knowles aprirà il 9 ottobre, e per questa occasione speciale Unimedia-Modern e pinksummer saranno un unico spazio. La data coincide con l’inizio della stagione dei funghi nel nord Italia.
Oltre a essere un’artista, Alison Knowles è conosciuta come un’esperta fungaiola (e cuoca eccezionale). E noi abbiamo sempre pensato a Helen Mirra come a una paesaggista, anche quando fa i suoi indici, apparentemente oggettivi, traendoli da testi di Dewey, James, Sebald, sulle bande di cotone di 16mm, quando organizza i suoi erbari con piante e fiori del Circolo Polare Artico, e fa sculture sistemando i suoi vestiti sotto a rocce di sepentinite camuffando impercettibilmente con la pittura la traccia dei licheni, raccontandoci del tempo e delle sue declinazioni; quando ricostruisce una porzione di cielo con la modularità di Buckminster Fuller;
quando evoca la tundra, la neve, il cielo con i pallets, ricordandoci che furono foresta.
Di fronte alla natura c’è sempre l’autore, e l’autore non descrive, racconta un’esperienza. In ogni lavoro di Helen Mirra c’è sempre l’idea di viaggio, il concetto di mappatura. Al centro degli “events” di Alison Knowles c’è sempre il corpo, l’esperienza diventa il ponte di passaggio fra l’uomo e il mondo, fra il micro e il macrocosmo, un lavoro della Knowles emblematico in questo senso è “Bread and Water”, in cui il pane, simbolo della civiltà fin dal neolitico, cotto in casa dall’artista e fotocopiato con una delle più antiche tecniche di stampatura meccanica, richiama la terra e il suo sistema fluviale.
La cultura deve assimilarsi ai cicli della natura, da qui l’attenzione di Helen Mirra e Alison Knowles per i conflitti ecologici contemporanei e la sottile vena anti-mercantilistica che pervade i loro lavori evocando l’etica originaria Yankee del “Low Living, high thinking” (Thoreau affermava che bisogna chiedere al vaccaio o alla pernice il sapore delle sorbole selvatiche, perché la loro preziosa
essenza va perduta sul carro che le trasporta dalle colline ai mercati di Boston).
La poesia e la musica rientrano i questo processo. Le artiste usano pochi elementi sintetici, materiali sostanzialmente poveri che con la ricerca delle corrispondenze restituiscono il rapporto dell’uomo con la natura e con esso l’idea di responsabilità, una responsabilità che prima di diventare collettiva deve essere individuale. In una monografia di su Alison Knowles abbiamo letto
che l’artista alla richiesta di definire fluxus ha risposto che fluxus è la rivendicazione dell’individuo di essere un creatore responsabile di significati. Nominare significa in qualche modo creare, vedere i un altro modo, vedere per la prima volta, con uno sguardo pulito da ogni rappresentazione preconcetta. Anche quando lavorano in studio queste due artiste sembrano sempre confrontarsi
con territori aperti, misurabili con la bussola e il compasso. In questo senso, magari sarà un mito europeo, ma ci piace il pragmatismo americano che sembra non dimenticare mai che la geometria prima di essere una scienza atta a verificare i teoremi, serviva per misurare i campi e canalizzare i fiumi.
Segue un testo di Helen Mirra e Alison Knowles: Agaricus silvaticus. Caratteristiche: A.silvaticus è una specie collettiva. Le sue varianti differiscono da A. placomyces per le lamelle essenzialmente fulvo-brunastre sul cappello invece di lamelle che vanno dal grigio al grigio brunastro. In entrambi il gambo è nudo sotto
all’anello. Commestibilità: Commestibile ma non consigliabile perchè troppe persone lo confondono con A. placomyces e con A. hondensis, che gli assomigliano molto e causano indisposizioni gastrointestinali. Dove e quando trovarlo: si riproduce generalmente in Nord America ma le sue apparizioni sono sporadiche. Sia A. sillvaticus sia le sue varianti sono più abbondanti lungo le coste del Pacifico durante l’autunno. (The Mushroom Hunter’s Field Guid, Alexander H: Smith, University of Michingan Press, 1958.) Sotto al cappello di questo fungo comune, Alison Knowles e Helen Mirra condividono un approccio al fare arte diretto e in sincronia con il mondo naturale. Knowles e Mirra si fanno strada con leggerezza nel bosco e nello studio, lavorando con materiali trovati, non per scoprire qualcosa, ma per sperimentare il quotidiano, e per comprendere il sublime nelle cose più ordinarie.
Alison Knowles (New York 1933) è conosciuta per i suoi lavori sonori, le installazioni, le performance, le pubblicazioni, e la sua appartenenza a Fluxus. Assieme a John Cage e Dick Higgins, alla fine degli anni 50 ha frequentano la New York Mycological Society, da allora va frequentemente in cerca di funghi. Knowles presenta due serie di lavori: Event Threads (oggetti allineati e appesi immersi successivamente in pasta di carta) e A Rake’s Progress (lavori realizzati per mezzo di un rastrello da giardino trascinato sulla carta).
Helen Mirra (Rochester, New York 1970) realizza lavori in diversi materiali di scarto; è spesso concretamente impegnata con la poesia, con particolare attenzione ai conflitti ecologici del mondo contemporaneo. Mirra espone una serie di fotografie di case di uccelli che si trovano nei boschi che circondano la clinica psichiatrica Walden vicino a Berna, in Svizzera.
La data della mostra coincide con la prima raccolta di funghi della stagione.

Helen Mirra

Helen Mirra nasce nel 1970 a Rochester, New York. Vive a Cambridge, Massachusetts.

 

EDUCAZIONE
M.F.A. in Studio Art, University of Illinois at Chicago, May 1996

B.A. in Studio Art and Contemporary Art History, Bennington College, Vermont, May 1991

 

MOSTRE PERSONALI

2022

Raffaella Cortese, Milan IT
du vent au vent, Musée d’art contemporain de la haute-vienne, Rochechouart FR

 

2021

Gletscherbachfloß (Glacial-river-raft), Meyer Riegger Galerie, Karlsruhe DE

 

2020

Nueve años caminado en las laderas (Nine years of slope-walking)
Museo de Arte Zapopan (MAZ), Jalisco MX
ĉielarka aktivec’, Galerie Nordenhake, Berlin
la malplena ĉambro estas bela, Large Glass, London
Acts for placing woolen and linen, Cample Line, Cample Hill, SCT*

 

2019

freundlich Nein / friendly No, Meyer Riegger Galerie, Karlsruhe DE

 

2018

Nueve años caminado en las laderas (Nine years of slope-walking), NHMX, Mexico City
Bones are spaces, Peter Freeman, New York
* , Galerie Nordenhake, Stockholm

 

2017

Voluntary Weathering, Andriesse Eyck, Amsterdam
Gehen, weben / Camminare, tessere, Kunst Meran / Merano Arte, IT*
Variable Weather, Andriesse Eyck, Amsterdam

 

2015

Galerie Nordenhake, Stockholm

 

2014

Waulked, Peter Freeman, New York
Habitat de Transição, Culturgest, Lisbon
Hourly Directional, Radcliffe Center for Advanced Study, Cambridge MA

 

2013

Raffaella Cortese, Milan IT

 

2012

Hourly directional field notation, Bretagne, Taka Ishii, Tokyo
gehend (Field Recordings 1-3), Haus Konstruktiv, Zurich*

 

2011

Field Notation, Peter Freeman, New York
gehend (Field Recordings 1-3), KW Institute for Contemporary Art, Berlin;
Bonner Kunstverein, DE*
Field Index 3, Galerie Nordenhake, Stockholm

 

2006-9
Instance the Determination, public project, University of Chicago, IL

 

2008
Helen Mirra & Alison Knowles, Unimedia Modern, and Pinksummer Contemporary Art, Genoa

Helen Mirra, Usdan Gallery, Bennington College, Vermont

Quarry, Nordenhake, Stockholm, SE

 

2007
Grotesk Gegend, Alte Fabrik (Gebert Stiftung für Kultur), Rapperswil, CH*

Waldau, Meyer Riegger Galerie, Karlsruhe, D

 

2006
Break camp, Peter Freeman, New York

Cloud, the, 3, DAAD Galerie, Berlin*

Käuzchensteig, Galerie Nelson, Paris, F

 

2005
PIAC (Piattaforma internazionale arte contemporanea) Ragusa, I

Laws of clash, 247, Donald Young Gallery, Chicago

 

2004
Sudden and creeping violence, Dallas Museum of Art: Concentrations 45, TX*

Miscellaneous papers, Meyer Riegger Galerie, Karlsruhe, D

Hewn third, Peter Freeman, New York

 

2003
65 instants, Matrix: UC Berkeley Art Museum, CA*

Stephen Friedman Gallery, London, GB

 

2002
Arrow, DYG Projects, Donald Young Gallery, Chicago

48°N, Backdrop, (with Gaylen Gerber) Michael Hall Galerie, Vienna, A

Nicola Sacco, Galleria Francesca Kaufmann, Milano, I

Declining IntervalLands, Whitney Museum of American Art: Contemporary Series,New York*

 

2001
Miller’s Views, Meyer Riegger Galerie, Art Statements, Art 32 Basel, CH

Sky-wreck, The Renaissance Society, Chicago*

 

2000
beforsten, Meyer Riegger Galerie, Karlsruhe, D

Latitude Lines and Railroad Ties, Gasser & Grunert, New York

 

1999
Chicago Project Room, Chicago

 

1997
Rx (project space), Chicago

Chicago Project Room, Chicago

1996 Here But Not Here, (With Charles Goldman) Gallery 400, Chicago

 

MOSTRE COLLETTIVE

2021

Backgrounds: Impressions Photographiques IV, Peter Freeman, New York
Paragraph, Andriess Eyck, Amsterdam
Arboreal, / , San Francisco

 

2020

Musterung / Examination of a case, Kunst Sammlungen Chemnitz DE
Was machen Sie um zwei? Ich schlafe. GAK Bremen DE
Sedimentations: Brushing History Against the Grain, Martin Janda, Vienna
Orthodox Abstraction, Galerie Nordenhake, Berlin
Into the Labyrinth, Dalby Forest UK
On the ground, Luis Adelantado, Valencia ES
The Quiet Show, Elizabeth Leach, Portland OR

 

2019

Concerning Superfluities, Essex Street, New York
Marcelle Alix ouverte, Marcelle Alix, Paris
Nurikabe, Tetsuo’s Garage, Nikko JP
25th Anniversary, Taka Ishii Gallery, Tokyo
New Movement, The Cost Annex, Boston
Katinka Bock, Esther Kläs, Helen Mirra, Hayley Tompkins
Stuart Shave/Modern Art, London
In the Labyrinth, Large Glass, London
A Day’s Work, SKK Soest, DE*

 

2018

A Coin in Nine Hands, Part 8, Large Glass, London*
Forest Island, Household, Los Angeles*
A Body Measured Against the Earth, Museum of Contemporary Art, Chicago
Starting from the Desert. Ecologies on the Edge, 2nd Yinchuan Biennale CN
Happy Little Trees and other recent acquisitions, DePaul Art Museum, Chicago
Der erweiterte Blick / The extended view, Kunstverein Langenhagen DE
Matriz do Tempo Real, Museu de Arte Contemporânea de Universidade de São Paulo BR
A Simple Fraction, Doyers, New York

 

2017

2057, Nieves Fernandez, Madrid
We Are Here, MCA Chicago
Für die Ewigkeit, Kunstraum Alexander Bürkle, Freiburg DE
Incident Report, September, Hudson NY
Listen Hear, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

 

2016

I Went to the Woods, Lewis Gluckman Gallery, University College Cork IR
Ballistic Poetry, La Verriere-Hermes Foundation, Brussels BE
l’Épais Réel, la Criée centre d’art contemporain, Rennes FR
Accueille-moi paysage, Marcelle Alix, Paris
Narrativas monumentales, MAC Gas Natural Fenosa Museum, Coruña ES
tout le monde, le Crédac, Ivry-sur-Seine FR

 

2015

Ordering Nature, Boesky East, New York
Under Construction, Paramo, Guadalajara
Mountains with a broken edge, Havana Bienal, Cuba
Walking Sculpture, DeCordova Museum, Lincoln Massachusetts*
Scientific Gardening, Eres Stiftung, Munich DE
Second Chances, Aspen Art Museum, Colorado

 

2014

SOME/THINGS, Proyectos Monclova, Mexico City
Indeterminancy, The Large Glass, London
Falso movimento, Luciana Caravello, Rio BR
Cuenca Bienal, Ecuador

 

2013

Dust Breeding, Churner and Churner, New York
Tehachapi: Robert Barry, Helen Mirra, Matt Sheridan Smith
Various Small Fires, Los Angeles
Sin motivo aparente, Centro de Arte Dos de Mayo (CA2M), Madrid
L’image Papillon, Mudam Luxembourg
Oltremare, Vistamare, Pescara IT
Patricia Dauder, Guillaume Leblon, Helen Mirra, Christoph Weber
ProjecteSD, Barcelona ES

 

2012

In the Holocene, MIT List Visual Arts Center, Cambridge MA*
Postscript, Museum of Contemporary Art, Denver; The Power Plant, Toronto;
Eli and Edythe Broad Art Museum, Michigan State University
Ateliers de Rennes Biennale, FR
30th Bienal de São Paulo, BR
Treffpunkt: Berlin, ARKEN Museum for Moderne Kunst, DK
There was a country where they were all thieves
Jeanine Hofland Contemporary Art, Amsterdam
Unfinished Journeys, Nasjonalmuseet Oslo
Formes Breves, Autres, 25, FRAC Lorraine, FR

 

2011

Post, Australian Centre for Contemporary Art, Southbank AU
Belvedere: Warum ist Landschaft Schön?, Arp Museum, Remagen DE
Science & Fiction, Kunstmuseum Solothurn, CH
Look with all your eyes, look, Frith Street Gallery, London
Vermessung der Welt (Measuring the World), Kunsthaus Graz, AT
Arte Essenziale (Essential Art), Collezione Maramotti, Reggio Emilia IT
Five Easy Pieces, Franco Noero, Torino IT

 

2010

Die Natur ruft!, Daadgalerie, Berlin
Habiter poétiquement le monde (The World as Poem),
LaM – Lille Métropole Musee, FR

 

2009

Pittoresk – Neue Perspektiven auf das Landschaftsbild, MARTa Herford, DE
(Z)ART, curated by Jan Hoet. Abtart, Stuttgart DE
Chapter Four: Word Wraps, About Change Collection, Berlin
Le jardin aux sentiers qui bifurquent (The Garden of Forking Path),
Kunsthalle Mulhouse, FR
Livsformer/Life Forms, Bonniers Konsthall, Stockholm
Reduced Visibility, Glassell School, Museum of Fine Arts, Houston
Fragile, Musée d’art moderne de Saint Etienne Métropole, FR
The Quick and the Dead, Walker Art Center, Minneapolis
Le Travail de riviere, le Credac, Ivry-sur-Seine FR
How To Work Better: Das Büro im Atelier, Jena DE

 

2008
Observing beast, time, evolution: Kunst und Naturwissenschaft, Kunstverein Hildesheim and the Roemer- und Pelizaeus-Museum Hildesheim, D

Ready-Made, Yvon Lambert, Paris

Vertrautes Terrain. Aktuelle Kunst in/über Deutschland, ZKM, Karlsruhe, D

Italia Italie Italien Italy Wlochy, Museo ARCOS, Benevento Italy

 

2007
Drawing a Tiger, Galerie Nordenhake, Berlin

No Context (Gardar Eide Einarsson, Sean Landers, Darren Bader, Helen Mirra, Hiroshi

Teshigawara), Taka Ishii Gallery, Tokyo

Art & Language, Stephanie Brooks, Helen Mirra, and Ian Wilson, Peter Blum, New York

Place of the Transcommon, Inova (Institute for Visual Art), Milwaukee

 

2006
Art Unlimited, Art 37 Basel, CH

Planting the tele, Mary Mary, Glasgow

Helen Mirra, Sharon Harper, Carpenter Center, Harvard Unversity, Cambridge MA

Sonambiente, festival für hören und sehen, Berlin

Spectrum, Galerie Lelong, New York

 

2005
The Plain of Heaven, curated by Peter Eleey, at the end of the High Line, New York

Odd Lots: Revisiting Gordon Matta-Clark’s “Fake Estates”, White Columns, New York

Set (Helen Mirra, Lisa Lapinski, Yuki Kimura) Taka Ishii Gallery, Tokyo

Variations on the Picturesque, Kitchener Waterloo Art Gallery, Ontario Canada

Tropical Abstraction, Stedelijk Museum Bureau Amsterdam, ND

 

2004
Material as Metaphor (Beuys, Balka, Kiaer, Manders, Mirra) Tanya Bonakdar,New York

Black Friday: Exercises in Hermetics, Galerie Kamm, Berlin. organized by Christoph Keller

Fine Words Butter No Cabbage, Hyde Park Art Center, Chicago

 

2003
Delays and Revolutions, 50th Venice Biennale (italian pavilion)

Paper Sculpture, Sculpture Center, New York. travelling

Subject Index, The Pond, Chicago

Going A Journey, Charles H. Scott Gallery, Vancouver, BC

There’s no land but the land, Meyer Riegger Galerie, Karlsruhe, D

Land, Land (with Rivane Neunschwander and Katya Strunz) Kunsthalle Basel, CH

 

2002
Art Projects, Art Basel: Miami. curated by James Rondeau

Here and now, Chicago Cultural Center, Chicago

Zusammenhänge herstellen, Kunstverein Hamburg

Sound Canopy, sound installation. supported by Hyde Park Art Center, Chicago

Public Radio (Cargnelli, Penker and Szely), KIBLA, Maribor, Slovenia

Sudden Glory, CCAC Institute, San Francisco

 

2001
Tirana Biennial 1, Albania*

Fresh, New Museum, New York

untitled 654321, Kunsthallen Brandts Klædefabrik, Odense

Contextual, Chicago Cultural Center

Making the Making, Apex Art, New York

Seems, Block Museum, Chicago*

 

2000
Age of Influence, Museum of Contemporary Art, Chicago

Sound, Video, Film, Donald Young, Chicago

Static, Grand Central Arts, Santa Ana, California

 

1999
You Smile and I Am Rubbing My Eyes, Jacob Fabricius, Copenhagen

The Stroke, Exit Art/The First World, New York

 

1998
Trance, Philadelphia Museum of Art

Pandemonium, London Electronic Arts, London

Video & Film, Museum of Contemporary Art, Chicago

 

1997
Some Kind of Heaven, Kunsthalle Nürnberg, D, and South London Gallery, GB*

Up Close, Philadelphia Museum of Art

 

1996
Found Footage, Gasser & Grunert, Cologne, D

Persona, The Renaissance Society, Chicago and Kunsthalle Basel, CH*

 

FILM E VIDEO
Arrow, video projection/sound including subwoofer, 28min., 2002

81°N, 16mm film, color, silent, 11min., 2001

52°N, 16mm film, color, silent, 11min., 1999

Songs 1-9, b&w video, single channel, silent, continuous loops, 1998

Third, b&w video projection with live sound, 45min., 1998

untitled film, color, silent, 1min., 1996

Schlafbau, b&w video projection, sound, 13min, 1996

I, Bear, color video, sound, 6min., 1995

The Ballad of Myra Furrow, b&w video, sound, 5min., 1994

BOOKS
Cloud, the, 3, afterword by Lyn Hejinian. Christoph Keller Editions, 2007

Helen Mirra im Grunewald, essay by Friedrich Meschede. DAAD Berlin, 2006

Sky-wreck, texts by Hamza Walker, Ben Marcus, Jen Bervin. The Renaissance Society, 2002

Names & Poems. Whitewalls, 1999

Alow. Herkimer, 1999

RECORDINGS
with Fred Frith: Quangsi – Quail (forthcoming)

with Ernst Karel: Maps of Parallels 41° & 49°N (forthcoming)

Field Geometry. Explain:, 2000

Along, Below. Herkimer, 1999

Stowaway (Herkimer, 1996)

 

PREMI
IASPIS, Stockholm, SE, 2010

Stiftung Laurenz Haus, Basel, CH, 2008-09

Artadia: The Fund for Art and Dialogue (Boston), 2007

International Studio Program, Office for Contemporary Art Norway, summer 2007

Deutscher Akademischer Austauschdienst (DAAD) Kunstlerprogramm, Berlin, 2005-06

Alpert Ucross Residency Award, 2004

Artist-in-residence, Center for Book Arts, Mills College, Oakland CA, March 2004

Artist-in-residence, Consortium of the Arts, University of California at Berkeley, 2003

Driehaus Individual Artist Award, 2001

Louis Comfort Tiffany Award, 1999

Macdowell Residency, 1998

Jessica Holt Award, University of Illinois, 1996

University Fellowship, University of Illinois, 1995-96

SHADOW SHOULD NOT EXCEED – DAVID MALJKOVIC WITH JAN ST WERNER

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

David Maljkovic with Jan St Werner- Shadow should not exceed

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Pinksummer: La definizione della tecnica del collage di Max Ernst riportata sulla tua monografia “Almost Here”, ci appare come una premessa assoluta e essenziale rispetto al tuo lavoro, una forma mentale prima di essere un modo di operare. Il collage, afferma Max Ernst, è la tecnica delle coincidenze provocate accidentalmente o artificialmente per mettere in relazione una o più realtà aliene
attraverso la poesia. Il tuo lavoro ruota intorno all’idea di tempo e i tempi: il passato, circoscritto essenzialmente a due decenni, gli anni ’60 e ’70, e la contemporaneità sono gli oggetti alieni, se non proprio antinomici, accostati nel tuo collage per riflettere sulle promesse delle grande utopie ideologiche (Comunismo? Capitalismo?) restituite dalle rovine dei manufatti modernisti. Rovine a cui conferisci un sentore remoto, archeologico, tipico della science fiction. Sembra che sia trascorso assai più tempo rispetto al concetto lineare di progresso a cui la storia ci aveva abituati, da qui forse quelle date stranianti 2045, 2071?

David Maljkovic: Sì, la definizione della tecnica del collage di Max Ernst si trova sul mio catalogo “Almost Here”, ma come parte del testo introduttivo di Yilmaz Dziewior, perciò è una sua osservazione…
L’idea di usare il tempo e i tempi nel mio lavoro deriva dalla necessità di discutere della situazione attuale. Il contenuto dello spazio, o un oggetto o un soggetto con i quali ho a che fare non possono essere annullati o evitati, ma entrando nel futuro possono essere scaricati. Perciò non utilizzo il futuro dal punto di vista della fantascienza ma come uno spazio vuoto, un futuro dove temi e soggetti
acquistano nuove possibilità e dove nuove piattaforme possono essere create.
A volte uso delle date, e a volte hanno un significato simbolico, ma principalmente sono lì per sottolineare l’assenza del soggetto.

P: Il futuro su cui rifletti non è più collocabile, ha rotto con il principio di causalità, è un futuro a ritroso, un archetipo lucente e liscio come una macchina sportiva ormai fuori da ogni canone contemporaneo di eco-compatibilità. Voi artisti dell’Europa dell’est, avete nella diversità, qualcosa che vi accomuna (stiamo pensando a te, a Bojan Sarcevic a Tobias Putrih, a Carsten Nicolai anche se non fa parte dell’eredità del Bloc-free). Il relativismo degli accadimenti è informato dal vostro sguardo in modo più acuto, per certi versi tragico. Riesci veramente a proteggerti dal romanticismo e dalla nostalgia quando vai “Back to the Future? Perché hai bisogno di proteggerti?

D.M: Nella risposta precedente ho spiegato la mia idea di utilizzo del futuro, ma il futuro tende a reinventarsi costantemente con il tempo.
Per quello che mi riguarda, i lavori degli artisti che hai menzionato hanno poetiche piuttosto diverse e hanno a che fare con diversi problemi e posizioni, perciò per me, vederli come provenienti dall’Europa dell’Est non ha molta importanza.
Riguardo alla questione di come mi protegga dalla nostalgia, devo dire che quella frase era esattamente una parte del testo del diario immaginario che avevo iniziato a scrivere nel 2003 nel contesto di “Again for Tomorrow”, che era una sorta di lavoro ermetico ed esplorativo. Penso sia difficile dare una risposta considerando che la frase è stata presa da quel testo e messa in forma di domanda…

P: Marinetti nel suo “Manifesto Futurista” rispetto a una storia ingombrante, poteva permettersi di fare tabula rasa come un adolescente che per proiettarsi nel futuro si ribella all’autorità di un genitore. Nei tuoi collage comparativi l’autorevolezza della storia è svuotata, il Memorial Park che ti portarono a visitare alle elementari, è il oggi il supporto per il ripetitore della Televisione Croata e
dell’antenna per il T-Mobile, il padiglione italiano della fiera di Zagabria costruito da Tito è un edificio deserto e obsoleto. L’amnesia solleticata dall’easy english può essere una via per svincolarsi stancamente da un’eredità inutilizzabile se non come oggetto poetico?

D.M: Ogni generazione crea la propria relazione con il passato, o per meglio dire con l’autorità genitoriale. L’intensità della relazione dipende da diversi fattori, e uno di questi è sicuramente la distanza temporale e quello che i genitori lasciano. Così, in questa relazione, qualcuno o forse l’intera generazione, vuole uccidere il genitore, oppure usarlo. Penso che la nostra generazione abbia avuto una relazione diretta con il passato. Il Memorial Park era un posto che ho interpretato come completamente assente. Se dobbiamo elaborare i fatti, potremmo dire che questi spazi non esistono più, o che esistono solo in senso fisico. Se questo fatto fosse
un presupposto ne deriverebbe una relazione di sconfitta. Ne risulterebbe uno spazio senza rilevanza, un patrimonio che non ha più senso, per questo ho cercato di inserire una relazione personale come una sorta di fuga, una piccola crepa attraverso la quale è possibile scappare.

P: Raccontaci del progetto in collaborazione con Jan St Werner dei Mouse on Mars che presenterai da pinksummer? Perché quel titolo “Shadow should not exceed”?

D.M: La collaborazione con Jan St Werner sembra una logica conseguenza delle nostre collaborazioni precedenti. In “Scene for New Heritage 3” la musica di Jan appare in una parte del video. Per la mostra da pinksummer siamo andati un passo avanti: questa volta Jan ha creato il suono per l’installazione. Penso che il coinvolgimento del suono ci obblighi a presentare e vedere le cose in una
maniera più astratta, e questo ci è sembrato perfetto per questo progetto che approccia gli elementi che utilizza in maniera libera.
L’installazione è qui come una esposizione di, possiamo dire, un archivio privato di frammenti con, come hai scritto in una delle domande precedenti, un sentore archeologico. Nei collages ci sono frammenti di rassegne annuali sul progresso economico degli anni Sessanta, e di riviste di architettura. Questi frammenti sono perlopiù applicati alle fotografie che ho scattato dopo la notte di Capodanno.
“Shadow should not exceed” è il titolo preso dall’articolo “Architecture and computers”, di una rivista di architettura degli anni Sessanta, mentre il testo sono delle istruzioni di codice per il computer che ho tagliato dalla riproduzione.

NIGHTINGALE: LOVE TWO TIMES – HENRIK HAKANSSON

Foto inaugurazione © Paolo Palmieri

Henrik Håkansson-Nightingale: Love Two Times

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Pinksummer: Probabilmente non esiste la natura in se’, ma solo la natura pensata; la natura in se’ e’ una mera astrazione. Il mondo fisico e’ sempre lo stesso, mentre la storia ci consegna tante idee di natura, speculari ai differenti concetti di scienza e morale dei tempi. Qual’e’ la tua idea di natura?

Henrik Håkansson: Oggi, lunedi’, piove, forse tutto questo rimanda alla natura: una suggestione come l’ambiente che ovunque e in ogni istante circonda e include lo spazio dentro al quale noi siamo parte della vita in generale. E poi e’ anche una parte di quello spazio che perdiamo alla velocita’ di circa 10 campi da football al secondo.

P: Puo’ essere che ogni idea di natura rappresenti lo zeitgeist di un particolare segmento di storia?

H.H: Non sono troppo sicuro della domanda, comunque risponderei si.

P: Durante un’intervista con Daniel Birnbaum hai detto: ”Io sono l’unico punto di partenza. Ogni cosa e’ vista dal mio punto di vista, tutto muove da cio’ che voglio vedere”. Cosa significa?

H.H: Semplicemente che sto provando a trarre delle esperienze, a sperimentare.

P: Il tuo lavoro e’ stato scelto da Okwui Enwezor per ”Mirror’s Edge” una mostra basata sull’idea contemporanea di confusione tra realta’ e finzione; eri anche in ”The Greenhouse effect” curata da Ralph Rugoff e Lisa Currin lo scorso anno alla Serpentine Gallery di Londra, nella quale 16 artisti contemporanei (tra i quali Olafur Eliasson, Tom Friedman e Yutaka Sone) hanno lavorato sull’idea di Joseph Beuys che pensava l’artista come mediatore per unire i mondi antitetici di natura e cultura. Cosa pensi circa queste differenti interpretazioni del tuo
lavoro?

H.H: Di fatto non ci ho mai pensato, ma entrambe le idee mi piacciono.

P: Cosa pensi del concetto di giardino?

H.H: Il mio giardino e’ semplicemente la natura selvaggia.

P: Hai detto di te di essere ”un entusiasta amatore”. Significa che il tuo approccio con la natura e’ di tipo romantico. Che differenza c’e’ tra l’approccio scientifico e quello artistico: entrambi non muovono dalla fascinazione?

H.H: Si, non so, ma si.

P: Per creare i tuoi ecosistemi popolati da piante e insetti e per spiare la vita degli animali usi sofisticati apparecchi tecnologici. La scienza offre un nuovo modo di avvicinare la natura?

H.H: Infine l’uomo e’ riuscito a costruire una reale giungla finzionale per il soffitto di una stanza ”After forever (ever all)” senza l’aiuto della pittura. Certo, ma si tratta di un’illusione: e’ un po’ come un film.

P: Non riesce tanto facile pensare al tuo ”Sleep”, film incentrato sul riposo dell’anaconda gigante, secondo i canoni di un’estetica alla Grande Fratello. Hai visto ”The Bugs Life”?

H.H: Credo di si’, ma mi sembra ne fosse uscito anche un altro dal titolo “The Ants” di cui ricordo solo che era triste.

P:Cosa presenterai da Pinksummer?

H.H: Faro’ due tracce sonore lavorando sul canto di due differenti uccelli: l’usignolo luscinia luscinia e il comune usignolo Luscinia megarhynchos entrambi semplicemente chiamati usignoli. Il primo e’ stato registrato in Svezia, l’altro a Genova. I suoni saranno usati per produrre un disco con due lati di canti d’amore. L’installazione prevede che i suoni vengano ascoltati contemporaneamente. Questo sarà il mio secondo disco prodotto per essere distribuito liberamente ed è parte di un progetto che implica differenti aspetti di variazioni comunicative
e atmosfere.

The project “Nightingale: Love Two Times” is a co-production Pinksummer/Franco Noero special thanks to: L.I.P.U, section of genoa, and Cooperativa Castello della Pietra (Vobbia)

Henrik Håkansson

Henrik Håkansson nasce nel 1968 a Helsingborg, Svezia. Vive e lavora a Varberg e Berlino.

 

MOSTRE PERSONALI

2019

‘BLINDED BY THE LIGHT’, Galleria Franco Noero, Turin, Italy
‘Henrik Håkansson. One Hundred and One Pieces of a Tree (Norwegian Wood)’,
Kode 4, Bergen, Norway
Fondazione Morra Greco, Naples, Italy

 

2018

‘A Hundred Pieces of a Tree’, Kode Art Museum – Kode 2, Bergen, Norway
‘The Beetle’, Korjaamo, IHME Contemporary Art Festival, Helsinki, Finland

 

2016

‘A Tree (Suspended)’, Kunstverein Freiburg, Freiburg, Germany
‘The End’, Auditorium Grimaldi III, “Nuit Blanche Monaco 2016”, Monaco,
Principality of Monaco

 

2015

Swedish Institute, Paris, France

 

2014

‘Indefinite Swarms – A Presentation of Selected Works 2009 – 2012’, Meyer Riegger
Berlin, Germany

 

2012

‘AUG.11,2012 The Symptoms of the universe studies. (6min 29 sec)’, Meyer
Riegger, Berlin, Germany
Art Parcours, Art Basel, Basel (Screening of ‘Monarch – The Eternal’), Basel,
Switzerland
‘A Forest Divided’, Lunds Konsthall, Lund, Sweden

 

2011

Hors Les Murs at Jardins Des Plantes, Fiac Art Fair, Paris, France
‘The End’, The Modern Institute/Toby Webster Ltd, Glasgow, United Kingdom

 

2010

‘A Tree with Roots’, Galleria Franco Noero, Turin, Italy
HH 2

 

2009

‘Henrik Håkansson’, Middlesbrough Institute of Modern Art – MIMA, Middlesbrough,
United Kingdom
2008 ‘Henrik Håkansson. Novelas de la selva’, Museo Rufino Tamayo, Mexico City,
Mexico

 

2007

‘Aug.26,2003 – Aug.27,2003 (Vespa vulgaris), CAG, Vancouver, Canada
‘Three days of the condor’, Kettles Yard, Cambridge, United Kingdom

 

2006

‘Cyanopsitta spixii Case Study #001‘, Isabella Stewart Gardner Museum, artist-inresidence exhibition, Boston, USA
‘A travers bois pour trouver la forêt’, (with Allora-Calzadilla and Sergio Vega), Palais
de Tokyo, Paris, France
‘Henrik Håkansson & Edward J. Muybridge’,VOX, centre de l’image contemporaine,
Montreal, Canada
The Modern Institute, Glasgow, United Kingdom

 

2005

‘July 20, 2004 (pieris napi)’, Galleria Franco Noero, Turin, Italy
Frieze Art Fair Project, London, United Kingdom
Art Unlimited, Art36Basel, Galleria Franco Noero, Basel, Switzerland

 

2004

‘Henrik Håkansson’, The Dunker Culture Centre, Helsinborg, Sweden
‘Henrik Håkansson’, The Breeder projects, Athens, Greece
‘An Introduction to the birds’, Villa Merkel, Esslingen, Germany

 

2003

‘An Introduction to the birds’, De Appel, Amsterdam, The Netherlands
Moderna Museet c/o Riddarhuset, Stockholm, Sweden
Galleri Index, Stockholm, Sweden
Art Unlimited, Art34Basel, Galleria Franco Noero, Basel, Switzerland
‘An Introduction to the birds’, Bonner Kunstverein, Bonn, Germany
The Modern Institute, Glasgow, United Kingdom

 

2002

‘Orchid (Instrumental)’, Galleria Franco Noero, Turin, Italy
‘Skylark – The Optimal Flight to Nowhere and Somewhere’, Secession, Wien,
Austria

 

2001
Nightingale, Love Two Times, Pinksummer, Genova (in collaborazione con Galleria Franco Noero, Torino)

The Blackbird, Song for a New Breed, Kunstlerhaus Bethanien, Berlino

 

2000
White Blue Light, Galleria Franco Noero, Torino

Sweet Leaf, Galerie fur Zeitgenossische Kunst, Leipzig

Sleep, (Syndrome) IASPIS, Stoccolma

 

1999
Tomorrow and Tonight, Kunsthalle Basel*

Evol Garden’, 1%, Copenhagen, Birdland, Canberra School of Art Gallery, Canberra*

 

1998
After Forever (ever all)’, Galleri Andreas Brandstrom, Stoccolma

 

1996
The Monsters of Rock, tour, Thomas Nordsanstad Gallery, New York

 

1995
Frog For.e.s.t, TRE, Stoccolma

Inner and Outer Space, (Living texture) Ars Futura, Zurich

 

1994
Growing up in Publi’, Olle Olsson Museum, Stoccolma

 

1993
TRE, Stoccolma

Rotor, Goteborg

*exhibitions with catalogue

 

MOSTRE COLLETTIVE

2019

‘Come together’, Meyer Riegger, Berlin, Germany
‘Fragmented Realities’, Kunsthall Göteborg, Sweden
Gallerie delle Prigioni, Treviso, Italy

 

2018

11th Taipei Biennal Post-Nature A Museum as an Ecosystem, Taipei, Taiwan
‘NATURvitenskap’, Trondheim Kunstmuseum, Trondheim, Norway
‘Dream. L’arte incontra i sogni’, Chiostro del Bramante, Rome, Italy
‘Art of the Treasure Hunt’, Borgo San Felice, Italy
‘Journeys with The Waste Land’, Turner Contemporary, Margate, United Kingdom

 

2017

‘The Air Vibrates with the Buzz of Insects’, Musée départemental d’art contemporain de Rochechouart, France
‘Hamatli & Patriae’, Museion, Bolzano, Italy
‘Natura Dentata’, Kulturhuset Stadsteatern, Stockholm, Sweden
‘Night of Philosophy’, ‘Birdconcert (Carduelis carduelis)’ and ‘The End’, Moderna
Museet, Stockholm, Sweden
‘Disruption – Remapping Nature, Lustwarande – Platform for Contemporary
Sculpture’, Fundament Foundation, Tilburg, The Netherlands
‘And Then There Were None’, Meyer Riegger, Karlsruhe, Germany
‘Karin Sander: ZEIGEN. An audio tour through the collection of the GfZK Leipzig’, GfZK, Leipzig

 

2016

‘Emscherkunst 2016’, Holzwickede, Dortmund, Germany
‘Ecovention Europe: Current Art to Reimagine Ecologies’, Museum Het Domeinen in
Sittard, The Netherlands

 

2015

‘SupraEnvironmental, Katonah Art Museum’, New York, USA
‘Terrapolis’, NEON and Whitechapel Gallery, French School at Athens, Athens, Greece
‘Hohenrausch’, OK Center for Contemporary Arts, Linz, Austria
‘D’après nature’, Institut Suedois à Paris, Paris, France
‘#catcontent’, Kunstpalais, Erlangen, Germany

 

2014

‘De Pictura’, Galleria Franco Noero, Turin, Italy
‘You Imagine What You Desire’, Sydney Biennale, Sydney, Australia
‘Listen-Up!’, various location, New Delhi, India

 

2013

‘Internaturalism’, PAV – Parco Arte Vivente, Turin, Italy

 

2012

‘A man is walking down the street. At a certain moment, he tries to recall something, but the recollection escapes him. Automatically, he slows down.’, Cristina Guerra
Contemporary Arts, Lisbon, Portugal
‘Magic Moments: The Screen and the Eye–9 Artists 9 Projections’, Isabella Stewart
Gardner Museum, Boston, USA

 

2011

Yokohama Triennale, Yokohama, Japan
‘La carte d’après Nature’, Matthew Marks Gallery, New York, USA
‘Raumsichten/spacespectives’, Staedtische Galerie, Nordhorn (sculpture project), Germany

 

2010

‘Carl Larsson & Co, En resa genom Helsingborgs museers samling’, Dunkers Kulturhus, Helsingborg, Sweden
‘La Carte d’Apres Nature’, Nouveau Musée National de Monaco, Monaco, Principality of Monaco
‘Che cosa sono le nuvole? Opere dalla Collezione Enea Righi’, Museion, Bolzano, Italy
‘Rethink’, Rogaland Art Museum, Stavanger, Norway
‘Doppler Effect. The nature of images in art and science’, Kunsthalle Kiel, Kiel, Germany
Résilience – Espace d’Art Contemporain La Tôlerie, Clermont Ferrand, France
‘Mutinity seemed a probability’ – Fondazione Giuliani, Rome, Italy

 

2009

‘Re:think’, Statens Museum for Kunst, Copenhagen, Denmark
‘Rethink – The Implicit’, Den Frie Centre of Contemporary Art, Copenhagen, Denmark
‘Life forms’, Bonniers Konsthall, Stockholm, Sweden
‘Radical Nature’. Barbican Art Gallery, London, United Kingdom
‘Universal Code’, The Power Plant, Toronto, Canada
‘The Eventual’, Futura Projects, Prague, Czech Republic
‘Werke zeitgenössischer Kunst aus der Sammlung Hoffmann, Berlin’, Galerie Neue
Meister – Staatliche Kunstsammlungen Dresden, Dresden, Germany
‘Footprints’, Wånas Foundation, Knislinge, Sweden
‘No Sound’, Aspen Art Museum, Aspen, USA
‘Paesaggi e natura dell’arte’, ARCOS Museo d’Arte Contemporanea del Sannio, Benevento, Italy
‘Green Platform: Art, Ecology and Sustainibility’, Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, Palazzo Strozzi, Florence, Italy

 

2008

‘Fare una scenata/Making a scene’, Fondazione Morra Greco, Naples, Italy

 

2007

‘Been Up So Long It Looks Like Down To Me’, Presentation House Gallery, Vancouver, Canada
‘Silence. Listen to the show’, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin, Italy
‘Solo24Ore24Stunden’, Museion, Bolzano, Italy
‘Timeout. Art and Sustainability’, Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz, Liechtenstein
‘Say it isn’t so’, Neues Museum Weserburg Bremen, Germany
‘Romantic Conceptualism’, Kunsthalle Nuernberg, Germany & Bawag Foundation, Wien, Austria
‘Pensée Sauvage’, Frankfurter Kunstverein & Ursula Blickle Foundation, Germany
The 8th Sharjah Biennial, Sharjah, United Arab Emirates

 

2006

Echigo-Tsumari Art Triennial, Niigata, Japan
‘Where the Wild Things are’, Dundee Conteporary Arts, Dundee, United Kingdom
‘Lofoten Art Festival’, Lofoten Islands, Norway

 

2005

‘Experiencing Duration’, Biennale d’Art Contemporain de Lyon, Lyon, France
‘Feldversuche’, Westwendischer Kunstverein, Gartow, Germany
‘Remagine: oeuvres du Fonds National d’Art Contemporain, Musée d’Art Contemporain, Lyon, France
‘The Order of Nature’, Ok-Centrum für Gegenwartskunst Linz, Austria
‘Camera Fissa’, Galleria Franco Noero, Turin, Italy
‘The Transgressed Landscape/El Paisatge Trasgredit’, La Plataforma, Fundació
Espais d’Art Contemporani, Girona, Spain

 

2004

Sao Paulo Bienal, Sao Paulo, Brazil
Hamburger Banhoff, Berlin, Germany

 

2003

Utopia Station, 50th International Exhibition of Art, Biennale di Venezia, Venice, Italy
‘Sound Systems’, Salzburger Kunstverein, Salzburg, Austria
‘Beyond Paradise’, Shanghai Museum of Modern Art, Shanghai, China
Ars Viva 02-03 Landschaft, Kunstverein in Hamburg, Hamburg, Germany
Stadtische Museen Zwickau, Kunstsammlungen, Germany

 

2002

‘Beyond Paradise’, National Gallery Bangkok, Bangkok; National Gallery, Kuala Lumpur, Malaysia
‘Mystic Mountains’, Assessorato dell’Istruzione e della Cultura Regione Autonoma Valle d’Aosta, Aosta, Italy
‘Frequencies.Radar’, Tycho Brahe Planetarium, Copenhagen, Denmark
‘The Power of Art’, Hyogo Prefectural Museum of Art, Kobe, Japan
‘Beyond Peace and War’, Umong Sippadhamma Gallery, Chiang Mai, Thailand
‘Full Contact’, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Siracusa, Italy
‘Ecovention’, The Contemporary Arts Center, Cincinnati, USA
‘Netzwerke’, 40 jahre Fluxus, Stadt Wiesbaden, Germany
‘Ars Viva’, Neue Galerie in Homan-haus, Augsburg, Germany

 

2001
Berlin Biennale, Kunstwerke/Janovitz Brucke, Berlino

Gravità Zer Zer Zero, Palazzo delle Esposizioni, Rome

Making Nature, Edsvik Konsthall, Stoccolma

 

2000
Park, Momentum 2000, Moss

Pyramids of Mars, Fruitmarket Gallery, Edinburg/ The Barbican Centre, London/ Trapholt Museum

The Greenhouse Effect, Serpentine Gallery/The Natural History Museum, Londra

Organising Freedom, Moderna Museet, Stoccolma/ Charlottenburg, Copenhagen

 

1999
Mirror’s Edge, BildMuseet, Sweden/Vancouver Art Gallery/Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivoli, Torino/Tramway, Glasgow/ Charlottenborg (Copenhagen)

Natural reality, Ludwigforum, Aachen

Skulptur Biennale, Munster

Hiroshima, Art Document, Hiroshima

A Window, Kwangju City Art Museum, Kwangju

Live in Tokyo, The Deluxe, New Life project Tokyo

 

1998
Nuit Blanche, Musee d’Art Moderne de la ville de Paris

The Edge of Awereness, Genf, New York, Sao Paolo

Crossings, Kunsthalle Wien, Vienna

Roundabout, Ujazdowski castle, Warschau

Come Closer, Liechtenstein, Budapest, Copenhagen

Last House on the left, Archipelag, Stoccolma

Art Grandeur Nature, Seine-Saint-Denis, Parigi

 

1997
Naturally Artificial, Nordischer Pavillion, Biennale di Venezia, Venezia

Waves in, Particles out, Center of Contemporary Art, Glasgow

Letter and event, Apex, New York

 

1996
Nowhere, Louisiana, Museum of Modern Art, Humlebaek

I’m curious, Transmission, Glasgow, Hales Gallery, Londra

See What it feels like, Rooseum, Malmo

*exhibitions with catalogue

Christian Schimdt Rasmussen – Ladies and Gentlemen, we are floating in space

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In “The Kingdom”, l’inquietante serie di Lars Von Trier per la televisione danese, si vedono le lente e corrosive forze oscure dell’esistenza (il rimosso del progresso scientifico) insinuarsi nelle crepe dello stato di benessere acquisito, il cui emblema è il senso di obsoleto dell’architettura di un ospedale, il regno. È come dire che la fiducia nel progresso applicato ha avuto la brevità e la durata di un’estate danese ed ora si torna a cadere nell’horror vacui di Kierkegaard, ma almeno con umorismo.
È il caso di Christian Schmidt Rasmussen che, ossessionato dalla pratica narrativa, accompagna il suo stile fumettistico e in qualche modo fantascientifico al racconto della short story, per esempio We are living on the ruins of a glorious future, come il dipinto con il cavallino con il naso astratto-cubista in mostra alla Newsantandrea un po’ di tempo fa.
Il fulcro del lavoro di Rasmussen è nel rapporto, lusinghiero e antitetico, fra il piacere della rappresentazione visiva e quello oscuro di tipo verbale; e, quando quest’ultimo è assente, fra la felicità dello stile e la malinconia vibrante che brilla nelle storie illustrate.
L’umorismo di Rasmussen scaturisce dall’inconciliabilità degli opposti, come la commedia che a volte genera la tragedia e i destini che sono rivoltati come un paio di guanti di cui nessuno stato di benessere può fare a meno – capitano e basta.
Il cromatismo eccitato del mondo di Rasmussen è una concentrazione di disarmata disperazione, in questo senso la piacevolezza visiva del suo lavoro potrebbe anche essere una specie di frode che attira la simpatia del pubblico e riversa su di lui, con grazia, un pò del pessimismo danese pesante come il piombo.
La comunicazione, di cui l’artista sente l’urgenza, non ha, in questo caso, altra finalità che avvicinarsi a un corpo per sentire un po’ di calore, e questo non è poco.
Rasmussen presenta da Pinksummer sessanta acquerelli su carta, alcuni per la prima volta e altri recentemente esposti alla Badischer Kunstverein di Karlsruhe.

Christian Schmidt Rasmussen

Christian Schmidt Rasmussen nasce nel 1963 a Copenhagen. Vive e lavora a Copenhagen.

 

EDUCAZIONE
1986-92
Royal Danish Academy of Fine Arts

 

MOSTRE PERSONALI
1999
Who loves the sun? Who cares that it make flowers? Galleri Nicolai Wallner, Copenhagen

 

1998
Ten In One gallery, Chicago

 

1997
Pineapple, Malmo

 

1996
Of course the farmer had heard…, Galleri Nicolai Wallner, Copenhagen

 

1995
Intrspekt/Interior/exterior, Nicolaj Kirke, Copenhagen

Picture youraelf in a boat on a river, Galleri Nicolai Wallner, Copenhagen

 

1993
Love is free, Galleri Campbells Occasionally, Copenhagen

Refree III Lageret, Kunstforeningen, Copenhagen

 

1992
Refree love II Traneudstilling, Gentofte

 

1991
Refree love I, Baghuset Gallery, Copenhagen

 

MOSTRE COLLETTIVE
2000
Påsporet af. , Nikolaj Kirke

Stadtgalerie Kiel

The Embassy, Kørners kontor, Copenhagen

Decompressing history, Enkehuset, Stoccolma

Sans souci, Badischer kunstverrein, Karlsruhe

Pop-op, Holstebro kunstmuseum og Kastrupgårdsamlingen

 

1999
Blondes on bikes, Newsantandrea, Savona

Fauna, Zacheta Gallery of contemporaray art, Varsavia

 

1998
It all beguin in the seventies, Mishkan Le Omanut Museum of Art, Ein Harod

Momentum, Nordic festival of Contemporary Art, Moss

Museum Fridericianum, Kassel

Wrapt, Vestsjaelland, Kunstmuseum, Soto

 

1997
Display, Charlottenborg, Copenhagen

Art Calls, by J. Fabricius, Copenhagen

Ny Kunst fra Danmark og Skane, Luoisiana, Humlebaek

What is a guy from Leicester, a Swedish girl, a family… by J. Fabricius, Middelgrundsfortet, Copenhagen

 

1996
Kunstnernes Hus, Oslo

Proms, Brandts Klaedefabrik, Odense

When the shit hits the fan, Overgarden, Copenhagen

9 dimentional, Nikolaj Kirke, Copenhagen

 

1995
Ram, Portalen, Hundige

Painting after painting, Kastrpgaart, Copenhagen

Exotic, Galleri Peter Kilchmann, Copenhagen

 

1994
Glas box, Malmo Konstmuseum, Malmo

Gl. Kongevej 35-37 (Sun Blast), Copenhagen

 

1993
KON (gender), Galleri Nicolai Wallner, Copenhagen

chock nordsjalland, Hornbak

 

1992
Baghuset pa Aarhus Konstmuseum, Aarhus

 

1990
Luxury Culture, Sophienholm

Other Related Project

 

1996
Update, Copenhagen

Initiater of The alternative Universe, with Thomas Andersen

CEAL FLOYER

Ceal Floyer

pinksummer-ceal-floyer-mostra-2000-invitation-card

Per essere più adeguato possibile, un testo su Ceal Floyer dovrebbe contenere soltanto tre o quattro parole, ma è quasi impossibile trovare quelle parole. In effetti tutti i testi sul lavoro di Ceal Floyer sono descrizioni dei lavori di Ceal Floyer, perché il suo atomismo formale e concettuale tende a trasformare ogni tentativo di spiegazione in una patetica appendice.
Il lavoro di Ceal Floyer è un po’ come se chiedendo a qualcuno che sta mangiando qualche cosa di inequivocabile caldo e salato: “Com’è?”, quel qualcuno rispondesse semplicemente: “Caldo e salato” rendendoci nervosi.
Il lavoro di Ceal si attua in un modo così esatto, essenziale ed è dotato di un senso propositivo (rispetto alle leggi della logica) che si scontra con la realtà diventando un paradosso, il che perde significato.
Il discorso formalmente perfetto di Ceal gioca scettico a distruggere ogni artificialità che ha la presunzione di essere inerente alle cose, al mondo che accade.
Ceal prova a uccidere la stessa idea della rappresentazione che è alla base di ogni principio di conoscenza umana: sembra dirci che le nostre intenzioni e il desiderio di conferire significato ai segni, alle immagini, ai suoni, sono estranei al mondo che, ammesso che esista, è indipendente dalla nostra preoccupazione.
Per Ceal, essere significa pensare e ce lo dimostra con la sua intelligenza feroce e destabilizzante, ma dopo si redime dandoci qualcosa di simile alla bellezza e forse alla poesia, anche solo uno scontrino che chiama Monochrome Till receipt (White); o un secchio che sembra davvero raccogliere acqua dal soffitto, quando in realtà contiene soltanto un CD player che produce il suono delle gocce (Bucket); o alcune macchie di inchiostro colorato su carta (Ink on paper).
Ceal maneggia la nostra immaginazione evocando una presenza che non esiste semplicemente con un raggio di luce proiettato sotto una porta. Il suo gioco è costruito su pochi elementi che domina perfettamente.
Alla fine si può dire, rischiando di sembrare contrari alla democrazia, che Ceal non è un’artista per tutti, per amarla si deve capirla ma, per capirla bisogna accettarla come si accetterebbe un bambino con un comportamento impossibile.

In collaborazione con: Comune di Genova, Politiche giovanili, Centro della Creatività.

Ceal Floyer

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A proposito di Bach, un amico ci spiegava che accanto all’elemento barocco connotato dal virtuosismo e dalla ridondanza, la sua musica contiene l’elemento gotico, di natura più costruttiva e quello concettuale; affermando in conclusione che anche quando si ha consuetudine con la musica di Bach o forse a maggior ragione, si percepisce sempre meno rispetto a ciò che essa contiene realmente. La stessa impressione di vedere meno rispetto a ciò che contengono, si ha di fronte ai lavori di Ceal Floyer e ciò è dimostrato dal fatto che, nonostante l’estetica secca ed elegante da cui queste opere sono limitate, quando si prova a schiuderle attraverso la descrizione verbale, per ogni idea che si riesce a bloccare sul foglio, molte altre sembrano sfuggire in tutte le direzioni. In barba al minimalismo retinico dentro al quale si manifesta il pensiero di Ceal, esso è eccessivo di quel genere di eccesso informato dall’ossessione analitica che conduce la logica dritta verso l’assurdità del paradosso, che, specifichiamolo, è ben altro rispetto al non senso. In “Hysteria” Ceal ha moltiplicato fino a trasformare in uno stormo impazzito che investe la propria stessa ragione d’essere (la causa con l’effetto), l’adesivo a sagoma d’uccello che si vede spesso nei luoghi pubblici per segnalare la presenza di vetri. Una volta Ceal ha raccontato una storia: “A woman walks into a bar, goes up to the barman, and asks him for a double entendre . So he gives her one”. Ceal si comporta con le parole nel medesimo modo in cui Duchamp si comportava con gli oggetti reali: le appende nello spazio metafisico dello studio.
A proposito del suo lavoro Ceal ha affermato: “It’s like mentionning the obvious but in a different tone of voice”. In questo senso il lavoro di Ceal è life-sized non tanto in rapporto alla scala, quanto per la suaessenza che potrebbe essere denominata come riscoperta dell’ordinario. Il linguaggio e la sua irriducibilità al visibile sono riflessioni centrali nel lavoro di Ceal, l’artista ha paragonato alla fatica di Sisifo il suo sforzo per riempire il vuoto lasciato dalla similitudine smarrita fra le parole e le cose. Ceal tende a forzare le sbarre del linguaggio intese come il limite del nostro pensiero a pensare le cose, svelando un mondo inatteso di vedere quelle stesse cose, del tutto indifferente al luogo comune. Si potrebbe anche dire che Ceal si spinge nel non-luogo del linguaggio per risvegliare alla materialità le parole addormentate sulla loro natura di segni. Gli oggetti, ready-made, che manipola Ceal, non è un caso, sono vicini all’idea che la filosofia ci ha consegnato degli universali, pensiamo al secchio di “Bucket”, all’interruttore di “Light Switch” o alla lampadina di “Light Bulb”. Il problema degli universali è quello di conferire agli oggetti reali un’essenza ontologica. Come ci ha insegnato Wittgenstein noi impariamo le parole in certi contesti, poi, a poco a poco riusciamo a capire quando esse possono essere usate adeguatamente in altri contesti e proiettate in contesti ulteriori utilizzando quelli che sono i significati secondari o figurati. Afferrare un universale, imparare una parola, non è semplicemente imparare un suono o un segno, ma apprendere che esso si accompagna a un oggetto o meglio nomina o indica il complesso dei caratteri comuni a tutti gli oggetti compresi nell’estensione di un oggetto. Quando si afferma che conoscere non è né vedere, né dimostrare, ma interpretare ci si rifà a questa capacità di proiezione in differenti contesti, tanto quanto il linguaggio può essere elastico e tollerante, vale a dire che l’oggetto, l’attività o l’evento deve comunque indurre o quantomeno permettere la
proiezione. La struttura del linguaggio è resa così elastica dalla pratica di Ceal da trasformarsi in quel criterio di permanenza e variazione, simultaneità e mutazione che conduce alla consapevolezza di estrarre l’ordine dall’ordinario, l’assoluto dal relativo, l’universale dal particolare. Per la sua seconda personale da Pinksummer Ceal Floyer presenterà un’installazione sonora costruita sulle interpretazioni disponibili sul mercato della “Goldberg Variation” di Bach. La “Goldberg Variation” muove da un’arietta popolare che Bach ha declinato, in 77 minuti suonati al clavicembalo, fino a toccare le forme più astratte, concettuali e raffinate. Bach affermava di comporre musica per la gloria di dio, sottendendo di trovare il divino anche nelle cose più semplici e ordinarie. Il secondo lavoro che verrà presentato da Pinksummer è “Helix”.
Helix è un cerchiografo, una sagoma di celluloide con intagliati cerchi di diametro differenti: grandi, medi, piccoli e piccolissimi. Per ogni cerchio vuoto della struttura Ceal ha trovato un oggetto comune, come una scatola di smarties, un gettone telefonico, una penna, perfettamente compatibile al diametro.

CEAL FLOYER


Foto inaugurazione © Rokma

Ceal Floyer

pinksummer-ceal-floyer-invitation-card-2005

Alla fine di una cena stavamo mangiando un ananas fresco, quando un amico con l’aria di pronunciare una piccola, semplice verità, disse che mangiare l’ananas è qualcosa che dà l’impressione di fare bene. Di fatto l’ananas si lascia gustare senza trasmettere complessi di colpa: ha una bella forma, il suo giallo succoso è esteticamente gradevole, è buono, dà una sensazione di freschezza e dicono anche che sia detossinante.
Il paragone può sembrare azzardato se non proprio delirante, ma contemplare il lavoro di Ceal Floyer trasmette la medesima sensazione di fare bene: le sue opere oltre a essere compiute e perfette come un sillogismo, producono in chi guarda una riflessione che può essere assimilata a una sorta di ginnastica passiva per il cervello.
Floyer fruga nella densità dell’ovvio, lo sciacqua di ogni sorta di particolarismo, riducendolo all’essenziale, all’idea o universale, e poi raggomitolando il filo raffinato della logica classica, come in un processo inverso, ri-nomina quell’ovvio, lo ri-definisce svelando le latitudini e longitudini infinite del pensiero, la sua fenomenologia indefinita e ermeneutica e anche il suo lato perverso e finzionale. Non è più il linguaggio che rappresenta la realtà, ma la realtà si purifica prestandosi a diventare immagine del linguaggio. La relazione tra segno e significato, talvolta si fa così intima, che il senso vive nel suo referente. Altre volte Floyer noncurante delle convenzioni desemanticizza i segni reiterandoli per cavarne un’insospettabile vena estetica e decorativa, spesso flirta con i doppi sensi. Comunque ogni opera ha un senso se non un eccesso di senso.
Questa sorta di coincidenza o assoluta non coincidenza fa si che i lavori di Floyer mostrino, sotto il velo sottile dell’ironia, un corpo liscio, bellissimo: sono opere che si lasciano descrivere, ma le interpretazioni vi scivolano sopra. Non ci sono pieghe dove i parassiti si possano annidare. A volte fanno sorridere, ma non si tratta del gioco delle tre carte, non è neppure magia a meno che non si ritenga magica l’intelligenza, perché è di questa che stiamo parlando. Non c’è come fissare l’ovvio, girarci intorno, dargli una nuova identità muovendo dalla sua essenza, o da quella che per convenzione gli è stata affibbiata, che aiuta a uscire dalla droga della consuetudine; la consuetudine che con la sue rassicurazioni fasulle, senza proteggerci dai colpi del fato e anzi rendendoci ancora più inermi e vulnerabili, paralizza il pensiero.
Se il nostro pensiero fosse più atletico forse l’isola dei famosi sprofonderebbe insieme ai famosi e se anche il buon governo dovesse rimanere utopia, almeno si potrebbe ambire al governo buono. Che non si dica poi che l’arte, ogni forma d’arte, sia astratta e elucubrativa, perché l’astratto, se non proprio l’assurdo dimorano altrove, spesso in quella che definiamo a sproposito la normalità.
Ceal Floyer alla sua terza personale da Pinksummer presenterà due opere nuove, altresono disponibili su richiesta.

Ceal Floyer

Ceal Floyer (1968-2025).

 

EDUCAZIONE
1991-94
BA Goldsmiths College, Londra, Regno Unito

 

MOSTRE PERSONALI SELEZIONATE

2025

Young (And Not So Young) British Artists, MLTPL, Amburgo, Germania

2024

In Edition: Discover British Art, MLTPL, Amburgo, Germania.

 

2022

Ceal Floyer, Esther Schipper, Parigi, Francia.

 

2019

Ceal Floyer, Kunsthal 44 Møen, Askeby, Svezia
Ceal Floyer: Things, University of Michigan Museum of Art, Ann Arbor, Michigan, Stati uniti d’America

 

2018

Neuer Berliner Kunstverein, Berlino, Germania.

 

2017

Billboard for Edinburgh, Ingleby Gallery, Edimburgo, Regno Unito.

 

2016

Ceal Floyer, Aspen Art Museum, Aspen, Colorado, Stati Uniti d’America.
On Occasion, Aargauer Kunsthaus, Aarau, Svizzera.

 

2015

Ceal Floyer, Kunstmuseum Bonn, Bonn, Germania

 

2014

Ceal Floyer, Museion, Bolzano, Italia

 

2013

Ceal Floyer, Kabinett für Aktuelle Kunst, Bremerhaven, Germania

 

2011

Things, Project Arts Centre, Dublino, Irlanda
Works on Paper, CCA, Tel Aviv, Israele
Ceal Floyer, DHC/ART, Montreal, Canada

 

2010

Auto Focus, Museum of Modern Art, Miami, Stati Uniti d’America

 

2009

Ceal Floyer, KW Institute For Contemporary Art, Berlino, Germania
Gakona, Palais de Tokyo, Parigi, Francia

 

2007
Kabinett für Aktuelle Kunst, Bremerhaven, Germania

Centre d’Art Santa Monica, Barcellona, Spagna

Domaine de Kerguéhennec, Bignan, Francia

Museum Haus Esters, Krefeld, Germania

 

2006
303 Gallery, New York, Stati Uniti d’America

Lisson Gallery, Londra, Regno Unito

Swiss Institute, New York, Stati Uniti d’America

 

2005
Esther Schipper, Berlino, Germania

Contemporary Art Gallery, Vancouver, Canada

Pinksummer, Genova, Italia

 

2004
Kabinett für Aktuelle Kunst, Bremerhaven, Germania

Waterline, Art Unlimited, Basilea, Svizzera

 

2003
Again, Casey Kaplan, New York, Stati Uniti d’America

Peel, Portikus, Francoforte sul Meno, Germania

 

2002
Lisson Gallery, Londra, Regno Unito

X-rummet, Statens Museum for Kunst, Copenhagen, Danimarca (cat.)

Index, The Swedish Contemporary Art Foundation, Stoccolma, Svezia

Pinksummer, Genova, Italia

 

2001
Ikon Gallery, Birmingham, Regno Unito

Inova: Institute of Visual Arts, Milwaukee, Wisconsin, Stati Uniti d’America

Massive Reduction, Peer, Shoreditch Town Hall, Londra, Regno Unito

Ceal Floyer (Matrix 192): 37’ 4”, UC Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive, Berkeley, California, Stati Uniti d’America

 

2000
Pinksummer, Genova, Italy

 

1999
Casey Kaplan, New York, Stati Uniti d’America

Kunsthalle Bern, Berna, Svizzera

 

1998
Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania

 

1997
Galleria Gianluca Collica, Catania, Italia

City Racing, Londra, Regno Unito

Herzliya Museum of Art, Tel Aviv, Israele

Lisson Gallery, Londra, Regno Unito

Galleria Primo Piano, Roma, Italia

 

1996
Galleria Primo Piano, Roma, Italia (part of “Artisti Britannici a Roma”)

Tramway Project Room, Glasgow, Scozia

Anthony Wilkinson Fine Art, London Gavin Brown’s Enterprise, New York, Stati Uniti d’America

 

1995
Picture Gallery, Science Museum, Londra, Regno Unito

 

MOSTRE COLLETTIVE SELEZIONATE

2025

Seriously, Sprüth Magers, Londra, Regno Unito.

Women of Abstraction, MLTPL, Amburgo, Germania.

Finds Under €1500, MLTPL, Amburgo, Germania.

From Plate to Paper: Etchings, MLTPL, Amburgo, Germania.

 

2024

Art Gifts: Under $2,000, MLTPL, Amburgo, Germania

Accessible Art: Editions under $1500, MLTPL, Amburgo, Germania.

Expressive Marks: Gestural Abstraction, MLTPL, Amburgo, Germania.

 

2021

ONCE UPON A TIME INCONCEIVABLE, Protocinema, Istanbul, Turchia.

 

2019

Aichi Triennale 2019: Taming Y/Our Passion

 

2018

KNOCK KNOCK. Humour in Contemporary Art, South London Gallery, Londra, Regno Unito
Anders, Kunstmuseum Bremerhaven, Bremerhaven, Germania
Rehearsal, Tai Kwun Contemproary, Hong Kong, Cina
Rehearsal, Old Bailey Galleries, Tai Kwun Contemporary, Hong Kong, Cina
Møenlight Sonata – A homage to the starry sky of Møn, Konsthal 44 Møen, Askeby, Svezia
General Rehearsal. A Show in Three Acts from the Collections of V-A-C, MMOMA, and Kadist, MMOMA Moscow Museum of Modern Art, Mosca, Russia

 

2017

The Transported Man, Broad Art Museum, Lansing, Michigan, Stati Uniti ‘America
moving is in every direction, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania
WAITING. Between Power and Possibility, Hamburger Kunsthalle, Amburgo, Germania
Poor Art | Arte Povera: Italian Influences, British Responses, Estorick Collection of Modern Italian Art, Londra, Regno Unito
Mentally Yellow (High Noon), Kunstmuseum Bonn, Bonn and Städtische Galerie im Lenbachhaus, Monaco, Germania

 

2016

Behind the Curtain. Concealment and Revelation since the Renaissance. From Titian to Christo, Museum Kunstpalast, Düsseldorf, Germania
Manifesta 11, Zurigo, Svizzera
L’image volée, Fondazione Prada, Milano, Italia
Unsettling Green, MARTa Herford, Herford, Germania

 

2015

More Konzeption Conception Now, Museum Morsbroich, Leverkusen, Germania

 

2014

The Event Sculpture, Henry Moore Institute, Leeds, Regno Unito
The Part In the Story Where a Part Becomes a Part of Something Else, Witte de With, Rotterdam, Paesi Bassi
Unendlicher Spass / Infinite Jest, Schirn Kunsthalle, Francoforte sul Meno, Germania

 

2012

Explosion! Painting as Action, Moderna Museet, Stoccolma, Svezia
Invisible: Art about the Unseen, 1957–2012, Hayward Gallery, Londra, Regno Unito
Guangzhou Triennial, Guangdong Museum of Art, Guangzhou, Cina
dOCUMENTA (13), Kassel, Germania

 

2009

53rd Biennale di Venezia, Venezia, Italia

 

2007
Preis der Nationalgalerie für Junge Kunst 2007, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania

Half-Square, Half-Crazy, Villa Arson, Nizza, Francia

Draw, mima, Middlesbrough, Regno Unito

Brave New Year, 303 Gallery, New York, Stati Uniti d’America

 

2006
ON/OFF, Frac Lorraine, Metz, Francia

Seeing Double, Ramapo College of New Jersey, Mahwah, Stati Uniti d’America

The Shadow, Palazzo delle Papesse Centro Arte Contemporanea, Siena, Italia

The Secret Theory Of Drawing, The Drawing Room, Londra, Regno Unito

Artificial Light, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond, Virginia, Stati Uniti d’America

5 Milliards d’Années, Palais de Tokyo, Parigi, Francia

Nam June Paik Award 2006, Museum für Angewandte Kunst, Colonia, Germania

As If By Magic, Bethlehem Peace Centre, Betlemme, Palestina

Shanghai Biennial, Shanghai, Cina

Just Another Kind Of Rendez Vous, Künstlerhaus Bremen, Bremen, Germania

The Known and The Unknown, Galleri Nicolai Wallner, Copenhagen, Danimarca

Group Show, Galleri MGM, Oslo, Norvegia

Nothing, Schirn Kunsthalle, Francoforte sul Meno, Germania

La Monnaie Vivante, CAC Bretigny, Bretigny-sur-Orge, Francia

If It Didn’t Exist You’d Have To Invent It: A Partial Showroom History, The Showroom, Londra, Regno Unito

Wrong, Klosterfelde Linienstraße, Berlino, Germania

Reykjavik Arts Festival, Reykjavik, Islanda

Lichtkunst aus Kunstlicht, Museum für Neue Kunst, Karlsruhe, Germania

 

2005
36 x 27 x 10, White Cube – Palast der Republik, Berlino, Germania

Radio Kills The Video Stars / Side A, FRAC Champagne-Ardenne, Reims, Francia

Not a Drop But the Fall, Künstlerhaus Bremen, Bremen, Germania

EindhovenIstanbul, Van Abbe Museum, Eindhoven, Paesi Bassi

Material Matters, Herbert F. Johnson Museum of Art, Ithaca, New York, Stati Uniti d’America

Beauty So Difficult, The Stelline Foundation, Milano, Italia

Light LAB: Alltägliche Kurzschlüsse, Museion, Bolzano, Italia

The Stars are so Big, the Earth is so Small… Stay as you Are, Studio Manuela Klerkx, Milano, Italia

What’s New Pussycat?: Neuerwerbungen und Sammlung Ströher, MMK Frankfurt, Francoforte sul Meno

Snow White and the Seven Dwarfs, Fundacion Marcelino Botin, Santander, Spagna

Daumenkino: The Flip Book Show, Kunsthalle Düsseldorf, Düsseldorf, Germania

Slide Show, Baltimore Museum of Art, Baltimore; Contemporary Arts Center, Cincinnati, Brooklyn Museum of Art, Brooklyn, Stati Uniti d’America (cat.)

 

2004
Was ist in meiner Wohnung wenn ich nicht da bin?, Chodowieckistr 34, Berlino, Germania (cat.)

Densité Plus ou Moins 0, Ecole Nationale Supérieure des Beaux Arts, Paris; Fri-Art, Fribourg, Svizzera

Five Billion Years, Swiss Institute, New York, Stati Uniti d’America

Schöner Wohnen, Centre for Contemporary Art, Waregem, Belgio

9th Triennale Kleinplastik Fellbach, Fellbach, Germania

(Dys)Function, Lunds Konsthall, Lund, Svezia

Umedalen Skulptur 2004, Galleri Stefan Anderson, Umea, Svezia

The Stars are so Big, the Earth is so Small… Stay as you Are, c/o Esther Schipper, Berlino, Germania

Around The Corner, Cristina Guerra Contemporary Art, Lisbona, Portogallo

 

2003
Spiritus, Magasin 3, Stoccolma, Svezia

Perfect Timeless Repetition, c/o Atle Gerhardsen, Berlino, Germania

Band Wagon Jumping, Norwich Gallery, Norwich, Regno Unito

Lapdissolve, Casey Kaplan Gallery, New York, Stati uniti d’America

Centre Culture Swiss, Paris; Museum am Ostwall, Dortmund, Germania

 

2002
Sunday Afternoon, 303 Gallery, New York, Stati uniti d’America

Colour White, De La Warr Pavilion, Bexhill on Sea, Regno Unito

Liminal Space, Center for Curatorial Studies, Bard College, New York, Stati uniti d’America

Tempo, The Museum of Modern Art, New York, Stati uniti d’America

Four Women and One Pregnant Man, Galleri MGM, Oslo, Norvegia

Invitation, Museum für Moderne Kunst,Francoforte sul Meno, Germania

poT, The Liverpool Biennial of Contemporary Art, Liverpool, Regno Unito

travelled to: Galeria Fortes Vilaça, San Paolo, Brasile

Loop. Back to the Beginning, Contemporary Arts Center, Cincinnati, Ohio, Stati uniti d’America

40 Jahre: Fluxus und die Folgen, Kunstsommer Wiesbaden, Wiesbaden, Germania

Summer Cinema, Casey Kaplan Gallery, New York, Stati uniti d’America

 

2001
City Racing 1988 – 1998: a Partial Account, ICA, Londra, Regno Unito

Nothing, NGCA, Sunderland. Touring to Contemporary Arts Centre, Vilnius, Lithuania and Rooseum, Malmo, Svezia

1, Witte De With, Center For Contemporary Art, Rotterdam & Museu De Serralves, Porto, Portogallo
Media Connection, The Palazzo delle Esposizioni, Roma, Italia

Out of Bounds: Working Off Paper, Luckman Gallery, California State University, Los Angeles, Stati uniti d’America

Passion, Galerie Ascan Crone, Amburgo & Berlino, Germania

Ingenting, Rooseum Center for Contemporary Art, Malmo, Svezia

Loop – Alles auf Anfang, Kunsthalle der Hypo-Kulturstiftung, Monaco, Germania

 

2000
Action, we’re filming, Villa Arson, Nizza, Francia

Edit, Badischer Kunstverein, Karlsruhe, Germania

Crossroads: Artists in Berlin, Communidad de Madrid, Madrid, Spagna

Quotidiana, Castello di Rivoli, Torino, Italia

Pompeiorama, Casina Pompeiana, Napoli, Italia

Drive, Govett-Brewster Art Gallery, New Plymouth, Nuova Zelanda

Making Time: Considering Time as a Material in Contemporary Video & Film, Palm Beach Institute of Contemporary Art, Palm Beach, Florida, Stati Uniti d’America

La repetition, la tete dans les nuages, Villa Arson, Nizza, Francia

Point of View – Works from a Private Collection, Richard Salmon Gallery, Londra, Regno Unito

Extra Ordinary, James Cohan Gallery, New York, Stati Uniti d’America

Film / Video Works – Lisson Gallery at 9 Keane Street, Lisson Gallery, Londra, Regno Unito

A Shot in the Head, Lisson Gallery, Londra, Regno Unito

 

1999
Looking at Ourselves: Works by Women Artists from the Logan Collection, MoMA, San Francisco, Stati Uniti d’America

Richard Wentworth & Ceal Floyer, Galeria Rafael Ortiz, Siviglia, Spagna

Inside Out, Overgaden – Kulturministeriets Udstillningshus for Nutidig Kunst, Copenhagen, Danimarca

On Your Own Time, P.S.1 Contemporary Art Centre, New York, Stati Uniti d’America

This Other World of Ours, TV Gallery, Mosca, Russia

Luminous Mischief, Yokohama Portside Gallery, Kanagawa, Giappone

Mirror’s Edge, Bild Museet, Umeå, touring : Vancouver Art Gallery; Castello di Rivoli, Torino, Italia; Tramway, Glasgow, Scozia, Regno Unito

Peace, Museum fur Gegenwartskunst, Zurigo, Svizzera

Trace, International Exhibition, Tate Gallery, Biennale di Liverpool, Liverpool, Regno Unito

From Where to Here: Art from London, Göteborgs Konsthall, Goteborg, Svezia

 

1998
Genius Loci, Kunsthalle Bern, Bern, Svizzera

Martin Creed, Ceal Floyer, John Frankland, Delfina Studios, Londra, Regno Unito

Dimensions variable, British Council touring exhibition; The Ludwig Museum Budapest – Museum of Contemporary Art, Budapest, Ungheria

Sunday, Cabinet Gallery, Londra, regno Unito

Seamless, De Appel Foundation, Amsterdam, Paesi Bassi

In the Meantime, Galeria Estrany-de la Moto, Barcellona, Spagna

Real /Life – New British Art 1998-1999, Tochigi; Fukuoka; Hiroshima; Tokyo, Giappone; Ashiya (Japanese touring exhibition)

Drawing Itself, London Institute Gallery, Londra, Regno Unito

Recent British Art at Kunstraum, Kunstraum Innsbruck, Innsbruck, Austria

Then and Now, Lisson Gallery, Londra, Regno Unito

In the Meantime, Galeria Estrany De La Mota, Barcellona, Spagna

New Art from Britain, Kunstraum Innsbruck, Innsbruck, Innsbruck

Every Day, 11th Biennale a Sydney, Sydney, Australia

Malos Habitos, Soledad Lorenzo, Madrid, Spagna

Triennale der Kleinplastik, Stuttgart, Germania

Thinking Aloud, South Bank Centre touring exhibition: Kettles Yard, Cambridge; Cornerhouse, Manchester; Camden Arts Centre, Londra, Regno Unito

minimalismus, Akademie der Künste, Berlino, Germania

Richard Wentworth & Ceal Floyer, Galerie Carlos Poy, Barcellona, Spagna

 

1997
Light, Richard Salmon Fine Art, Londra, Regno Unito (toured to Spacex, Exeter)

Snowflakes Falling on the International Dateline, Casco, Utrecht, Paesi Bassi

Belladonna, Institute of Contemporary Art, Londra, Regno Unito

Treasure Island, Centro de Art Moderna / Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbona, Portogallo

Sentimental Education, Cabinet Gallery, Londra, Regno Unito

Urban Legends – London, Staatliche Kunsthalle Baden-Baden, Baden-Baden, Germania

Belladonna, A Selection, The Minories, Colchester, Regno Unito

You Are Here, Royal College of Art, Londra, Regno Unito

I Luoghi Ritrovati, Centro Civico Per L’Arte Contemporanea La Grancia Serre di Rapolano, Siena, Italia

Material Culture: the object in British art in the 80’s and 90’s, Hayward Gallery, Londra, Regno Unito

Projects, Irish Museum of Modern Art, Dublino, Irlanda

Pictura Britannica, Museum of Contemporary Art, Sydney, Australia (touring to Art Gallery of South Australia, Adelaide; City Gallery, Wellington)

Not Yet Titled, 7 Alexandra Mansions, Norwich, Regno Unito

 

1996
Life / Live, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris; Centro Cultural de Belem, Lisbona, Portogallo

Kiss This, Focal Point Gallery, Southend, Regno Unito

Oporto Festival of Contemporary Art, Porto, Portogallo

Version 2.2, Saint Gervaise Geneve, Ginevra, Svizzera

A4 Favours, Three Month Gallery, Liverpool, Regno Unito

Viper, Bank TV, Londra & Manchester, Regno Unito

 

1995
Freddy Contreras/Ceal Floyer, The Showroom, Londra, Regno Unito

General Release: Young British Artists at Scuola di San Pasquale, Venice Biennale, Venezia, Italia

Just Do It, Cubitt Gallery, Londra, Regno Unito

4th Istanbul Biennale, Istanbul, Turchia

British Art Show 4, Manchester / Edinburgh / Cardiff, Regno Unito

Five Artists, Frith Street Gallery, Londra, Regno Unito

 

1994
Fast Forward, Institute of Contemporary Art, Londra, Regno Unito

Making Mischief, St. James’ Street, Londra, Regno Unito

The City of Dreadful Night, Atlantis Lower Gallery, Londra, Regno Unito

 

1993
Infanta of Castile at Goldhawk Road, Londra, Regno Unito

Eye Witness, Endeavour House, Londra, Regno Unito

Good Work, Bonington Gallery, Nottingham, Regno Unito

Fast Surface, Chisenhale Gallery, Londra, Regno Unito

 

1992
Hit & Run, Tufton Street, Londra, Regno Unito

Screenings

 

1999
Fourth Wall – Waiting, Public Art Development Trust in association with the Royal National Theatre, South Bank, Londra, Regno Unito

 

1996
The Meaning of Life (Part II), CCA, Glasgow; Art Nolde, Stoccolma, Svezia

Such is Life, Serpentine Gallery Bookshop, Londra, Regno Unito

 

PREMI
2007
Nationalgalerie Prize for Young Art nomination

 

2005
‘Bremerhaven-Stipendium’, working grant by the association “Kunst und Nutzen” in Bremerhaven

 

2002
The Paul Hamlyn Award

 

1997
Philip Morris scholarship, Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania

ZUFFI, ITALO – ITALO ZUFFI


Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Italo Zuffi – Zuffi, Italo

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Comunicato stampa in forma di conversazione tra Italo Zuffi, Luca Trevisani e pinksummer

Luca Trevisani: Italo, la tua mi sembra una mostra sull’ascolto, sull’audience. Sull’audience e sul teatro delle parti che innesca lo/uno sguardo altrui, quando si pone su un artista e il suo lavoro.

Italo Zuffi: La mostra dovrebbe contenere entrambi gli elementi di ascolto e audience. Una performance di gruppo strutturata in funzione della parola, di un paio di frasi lanciate fuori nei momenti finali dell’azione: qui, il pubblico convenuto in galleria potrà partecipare in maniera simile a quello che, ad esempio, determina le percentuali di gradimento dei programmi televisivi (dati inviati a centri di raccolta fisicamente distanti). In un altro lavoro, che consiste nella traccia audio dell’inaugurazione di una recente mostra di Eva Marisaldi, il pubblico potrà invece predisporsi a un ascolto per immersione, sovrapporsi alla presenza e ai comportamenti di un altro pubblico.

L.T: Ieri in treno ho letto due frasi, in due diversi libri, queste:

“L’artista deve essere isolato, poiché solo così può responsabilizzare al massimo il proprio gesto, senza andarsi a cercare un appoggio collettivo.”

“Esisteva là fuori una ‘realtà di fatto.’ Lo stato dell’universo si modifica – si chiese una volta – se un topo lo osserva?”

A me viene a mente la vecchia storia dell’albero che cade in una foresta, senza che nessuno registri qualcosa… e che quindi, in buona sostanza, forse non è caduto affatto…

I.Z: La registrazione di un evento, persino nelle sue forme più algide e distaccate, in potenza è sempre ambivalente, potendo ripristinare un’immagine unitaria e veritiera, oppure generarne una manipolata. Il grado di auto-responsabilità messo in atto dall’artista è anch’esso in rapporto a queste due opzioni. Rispetto alla questione dell’isolamento, certamente anche ciò che rimane isolato è soggetto a forme di registrazione, magari solo più circoscritte o meno sistematiche. Io credo che l’isolarsi, il ‘tirarsi fuori’, sia utile soprattutto a mantenere autonomia e propositività. Non ‘isolamento’ nel senso di ritiro nel deserto – non lo immagino come un gesto dettato da vanità, ma come un semplice esercizio tramite cui controllare cosa lasciare fuori e cosa invece portare dentro.

L.T: Italo Zuffi per il pubblico italiano e Italo Zuffi tradotto in inglese sono la stessa cosa presentata in lingue diverse, o due diversi modi di porsi, due selezioni diverse per due sguardi differenti? O, meglio, l’artista italiano si deve tradurre per l’estero? E per tradurre intendo modularsi/modellarsi per uno sguardo lontano… se non lo fa rischia l’incomprensione?

I.Z: La traduzione viene di solito affrontata con lo spirito del “Che cosa andrà perduto?” Ma sottoporsi a alterazioni è inevitabile all’interno dell’attuale frenesia scambistica, della frequentazione di sempre nuove strutture linguistiche e comportamentali. Poco utile chiedersi se questo sia causa di un indebolimento rispetto alla versione ‘primigenia’. In ogni caso, sugli elementi da vestizione preparati per la performance a pinksummer compariranno entrambe le versioni: quella per il mercato italiano e quella che aspira all’orizzonte internazionale. Riguardo alla tua domanda: certo l’italiano è abile nel cogliere rapidamente l’ambiente circostante, ha in questo senso un colpo d’occhio fenomenale. A volte lo sfrutta per creare modalità camaleontiche, di presunto adattamento, ma poi noti che quella reazione è solo superficiale e temporanea. Tutto sommato, mi pare che siano pochi gli artisti italiani che hanno acconsentito a tradurre in modo permanente la propria pratica per accasarsi definitivamente altrove. Penso comunque che gli sguardi e gli effetti più intensi si producano proprio davanti a forme non del tutto traducibili/trasmissibili.

P: Luca ci fa saltare in mente la pasta Barilla che si trova all’estero nei supermercati, uguale, ma diversa. Modularsi per lo sguardo lontano è possibile? Cosa intendi? Una recente mostra di arte italiana all’estero s’intitolava “Sindrome Italiana”. Sindrome è un termine introdotto da Ippocrate per indicare un complesso di sintomi ciascuno dei quali non esprime un particolare significato ma, unitamente agli altri, rinvia a un quadro clinico riconoscibile. La mostra includeva una quarantina di artisti italiani nati tra i ’70 e gli ’80, ma lo scopo era focalizzare sull’anomalia della modalità italiana rispetto all’arte contemporanea, incentrata esclusivamente sull’iniziativa individuale e sull’incapacità/ impossibilità di creare un sistema o, meglio, sulla nostra fantasia di rendere sistemica tale impossibilità. Ci ha angosciato un poco che l’internazionalizzazione dell’arte italiana assumesse tali connotati. In modo diverso, ma similare, ci ha sorpreso che Sofia Coppola in “Somewhere” riconoscesse al sistema televisivo italiano la capacità di essersi imposto a livello internazionale come portatore di assenza rispetto a qualsivoglia valore che non sia un culo o una tetta.

L.T: Il paragone con la pasta è efficace. La dieta mediterranea è conosciuta e apprezzata, oltre che per il suo valore intrinseco, per la “narrazione” di cui è stata oggetto, che l’ha resa richiesta, famosa, apprezzata… L’artista italiano non ha nulla da invidiare all’artista di un altro paese, la qualità non manca e non è mai mancata, questa che io chiamo narrazione, perché non trovo un altro modo, quella sì. L’arte italiana non è più complicata, debole, autoriflessiva o inutile di quella che nasce e si sviluppa altrove, ne manca di specificità. Manca la capacità di raccontare… L’italiano esportato recentemente ha saputo trasformare lo stereotipo della furbizia in un logo, oppure racconta ancora la storia del meridione del grand tour… e degli spaghetti mangiati con le mani. Sembra che solo così si ottenga l’attenzione dei più, e non con le forme non del tutto traducibili/trasmissibili di cui parla Italo…

P: Certo che intitolando la mostra Zuffi, Italo siamo oltre rispetto all’idea di sindrome italiana, denunci una vera e propria patologia.

L.T: Italo, hai diviso il tuo lavoro in tre aree di interesse: architettura, competizione, tremolio.
Pensando a questa mostra, ma più in generale, mi viene da dire che tutto sia riconducibile alla competizione, intesa come un possibile rapporto col mondo: così l’architettura è la cosa che gestisce il confine tra il dentro e il fuori, e il tremolio la visualizzazione delle tensioni che intercorrono tra il dentro e il fuori… Ricordo osservatori astronomici ciechi che non osservano, camminate che circoscrivono perimetri liquidi, nomi di artisti messi a rivaleggiare come in un gioco della torre… la mia non è un’interpretazione, è una provocazione… è un pungolo… come rispondi?

I.Z: Mi piace la lettura che dai delle tre ‘categorie’, coglie nel segno: architettura come bordo, come limite spaziale, e tremolio come episodio legato alle attività (spesso competitive) che avvengono attorno a quel bordo. Ho voluto suddividere ‘somaticamente’ i miei lavori: in realtà, la loro collocazione in quelle aree non li sottrae dall’appartenere a un unico luogo/orizzonte. E pur non esercitando un’imposizione a favore di una particolare direzione, il ruolo giocato dalla ‘competizione’ si è via via irrobustito. Posso interpretare questa tendenza (sia analizzando il mio caso singolo, sia allargando l’inquadratura su una scena più ampia – il risultato non cambia) come il frutto di una presa di posizione piuttosto esplicita dell’artista, che ricorre a forme reattive in risposta a qualcosa che impediva/impedisce un pieno dominio sul proprio fare.

L.T: Da quello che dici sembra che la categoria “competizione” ti aiuti nel trovare un rapporto con l’esterno, con quello che avviene nel mondo. Appare parente di una delle mille strategie adoperate dall’artista per capire cosa fa, e quindi chi è, nel confronto: c’è l’artista che fa il curatore, quello che scrive articoli, l’insegnante, il pedagogo… tutte attività di certo non nuove, ma che negli ultimi anni sembrano necessarie all’artista per completarsi, per vedersi da fuori… per vedere che posizione ricopre nel mondo, e da lì ripartire. Mi sembra che la tua figura della competizione sia anche questo, un’occasione per creare e/o misurare iterazioni, per capire chi e dove si è, insomma: è uno specchio.

I.Z: Il termine ‘competizione’ lo intendo soprattutto in relazione a domande specifiche che l’artista si pone, del tipo “Di cosa mi sto occupando ora? Che cosa sto inventando ora? Quale è il rapporto tra libertà e verità nella mia pratica?”. In generale, quello che mi piace osservare negli artisti è la ricerca di un chiarimento rispetto alla propria posizione/ruolo. Allo stesso tempo, sono convinto che l’aumento di formulazioni più ‘rigide’ nei nostri lavori (in alternativa o in accompagnamento rispetto alla ‘normale’ pratica da studio), derivi essenzialmente dalla dichiarazione di una debolezza. La performance che rappresenterò a Genova tenterà, in questo senso, di generare un’immagine che rimandi a ambienti in cui vigono gerarchie, ma nei quali è pressoché assente un racconto credibile sul nostro lavoro. Quest’ultimo aspetto è però parte di un’incapacità condivisa: sia gli artisti che i loro interlocutori non hanno saputo stabilire chiaramente i contorni e i criteri di quel racconto. Entrambi ci siamo persi tra la barbarie di ordini dati, ordini ricevuti, ordini assecondati.

P: A proposito di racconto, di narrazione mancante o mancata, intendete la cronaca o la Storia? Rispetto all’arte italiana attuale pare che la cronaca, fitta, fitta, non riesca a fissare il divenire nella storia. Francesco Bonami sul catalogo di Italics afferma che rispetto ai vuoti e alle omissioni di Giulio Carlo Argan, l’Italia è stata vittima del suo rigore critico. Ma scegliere e discernere per la Storia non significa prendersi la responsabilità anche di omettere con un pensiero autorevole più che autoritario? La “modernità debole e diffusa” dell’attuale pratica curatoriale non è allo stesso modo autoritaria e meno responsabile rispetto al futuro? Parlaci della tua mostra, muove da una storia personale, contingente, sia rispetto all’uno che all’altro progetto che presenterai, e tuttavia sembra rimandare a qualcosa di assai meno intimo e relativo.

I.Z: La mostra vorrebbe presentarsi come un’istantanea della mia pratica attuale, spezzata in due tra sottolineature dell’esserci e lo sviluppo di un pensiero sconnesso da ogni dinamica di branco. Vi riferite a Bonami e per me va bene, poiché il nome di Bonami comparirà materialmente in mostra come memoria/traccia di un incontro, anche se l’oggetto ultimo della mia riflessione non è certo lui: la sua presenza è solo allegoria di qualcosa di insanabile che ha condizionato, in questi anni, sia i selezionati che gli esclusi: poiché mentre i primi beneficiavano del clima allegro di qualche parata, gli altri comunque non hanno saputo progettarsi alcuna valida alternativa. L’incapacità di ricorrere a forme collaborative, che ci caratterizza, ha poi fatto il resto. La scena, nel frattempo, diventava sempre più internazionale – ‘internazionale’ non nel senso di compromessa, ma in quello, letterale, di ‘aperta sul mondo’, con le forme irruente delle sue macro-spinte. La questione diviene allora: l’artista italiano, dopo aver interpretato il narratore di una certa idea di ruralità nel suo passaggio verso l’industriale, in cosa potrebbe ora re-inventarsi?

P: Ci piacerebbe che l’intervista finisse con la domanda di Italo aperta, anche se ci verrebbe da consolarvi/ci con le parole di Beckett “Prova ancora. Fallisci ancora, fallisci meglio” (e rispetto alla ruralità ti riferisci all’Arte Povera? Germano Celant non si è mai scusato per le omissioni e i vuoti. Nemmeno Achille Bonito Oliva lo ha fatto. Non avrebbe avuto senso. Eppure, loro non sono storici dell’arte, ma meno che mai sono curatori. Critici, per esclusione: lo storico lavora su quello che esiste e crea una narrazione, il curatore manca di capacità di sintesi, è induttivo, non deduttivo. Rispetto a queste tre figure, il curatore, figura più recente, ‘usa’ gli artisti per informare il suo proprio pensiero, perciò Italo Zuffi diventa Zuffi, Italo) ma lasciamo stare, sistemiamo quello che c’è. Chissà se questi tuoi due progetti che rimandano ad altre gallerie italiane, a altri artisti italiani: Eva Marisaldi e Luca Trevisani per il progetto di comunicato, non siano una metafora del sistema italiano del tanto rumore per nulla all’interno di una famiglia, della Famiglia – forse.

L.T: L’artista italiano, Italo, deve reinventarsi o riscoprirsi? O soltanto essere sicuro di sé? Mi chiedo perché gli assi, i pezzi da novanta, che hanno evitato di cantare la ruralità, facendo ben altro, non li abbiamo saputi apprezzare e esportare… Nelle oscillazioni del gusto vengono sempre prima gli ambienti di Oiticica & friends e solo dopo il gruppo T, prima Eliasson e poi Colombo, prima Posenenske e poi Lo Savio… La leggenda (vera o meno che sia) di Michelangelo Pistoletto che non cede alle lusinghe americane, non vende l’anima al diavolo e rifiuta di diventare un artista pop con green card, a cose fatte, 30 anni dopo, ci insegna qualcosa? E cosa? Uno storico, bellissimo lavoro di Ed Ruscha recita “Hollywood is a verb”. Un verbo, uno stato mentale, un miraggio. Non un luogo, perché non si guarda Hollywood con gli occhi, non la si abita col corpo, ma con il desiderio, o con l’invidia. Ecco, se Hollywood è un verbo, anche l’Italia lo è; dobbiamo smettere di far finta di non saperlo. Ma che verbo è l’Italia?

I.Z: La linea che va dal rurale all’industriale io la percepisco però come un’unica progressione, in cui spaesamento e ottimismo smodato sono legati tra loro. Credo quindi ci sarà un riconoscimento per tutti coloro che hanno saputo rappresentare quella trasformazione da uno e dall’altro dei suoi estremi. Ma a questo punto possiamo davvero chiudere, e vorrei farlo citando un passaggio dall’intervista alla Marisaldi che accompagna la sua ultima personale a Milano (alla galleria Rusconi, e mostra da cui proviene anche l’audio dell’inaugurazione che amplificherò a Genova): “Dimensioni sotterranee della realtà. Disagio aspro nel connazionale”. Un disagio la cui origine non è detta chiaramente, e che allora mi sento libero di leggere in almeno due modi: la non-adesione a una scena sociale e politica desolante; oppure la non-adesione a una scena artistica che, in sostanza, non sembra adoperarsi per il concetto di ospitalità – senza il quale, come si potrebbe mai dar corpo a quel miraggio, quella condizione desiderata di cui parli? Il collante, anche in ambito famigliare, rimane dunque il paradosso.

Italo Zuffi

Italo Zuffi (Imola, 1969), si diploma all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1993, e nel 1997 ottiene il Master of Arts presso il Central Saint Martins College of Art & Design di Londra. Nel 2001 gli viene assegnata la Wheatley Bequest Fellowship in Sculpture presso l’Institute of Art & Design, School of Art, di Birmingham (GB). È stato artist-in-residence a Vienna nel 2003, su invito del Bundeskanzleramt, e in Francia presso il CIAV (Centre International d’Art Verrier) di Meisenthal, nel 2004.

Lavora con la scultura, la performance ed il video. Attraverso le sue opere: “a) esplora stati di vulnerabilità; b) esprime la prudenza di una persona che si trovi in un ambiente ostile, all’interno del quale adottare lo sguardo come finestra sul mondo, e l’esperienza interiore in funzione di un cambiamento di stato, crollo, o combustione.” (Chiara Chelotti)

Il suo lavoro è stato incluso nella pubblicazione Espresso – arte oggi in Italia, edito da Electa nel 2000.

Del 2003 è invece la monografia The mystery boy, con testi critici di Pier Luigi Tazzi, Luca Cerizza, e Nicolas Bourriaud.

Tra le recenti mostre personali si ricordano quelle alla Galleria Contemporaneo di Mestre nel 2009; alla Newman Popiashvili Gallery di New York nel 2007; al Museo dell’Arredo Contemporaneo di Russi nel 2006; al CRAC Alsace, Altkirch (F) 2005; a Volume!, Roma, nel 2005; alla Galleria Continua, San Gimignano nel 2003; ed alla Gallery Suite 106, New York, nel 2003.

Tra le mostre collettive, si segnalano quelle al SCHUNCK-Glaspaleis, Heerlen (NL); a La Kunsthalle, Mulhouse (F); al Museion, Bolzano; al Museo Cantonale d’Arte, Lugano (CH); alla Salzburger Kunstverein, Salzburg; alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano; al Musée d’Art Moderne de Saint-Etienne Metropole (F); al Coleman Project Space, London; al W139, Amsterdam; alla Galeria Arsenal, Bialystok (PL); alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Trento; al Domaine de Kerguéhennec – Centre d’Art Contemporain, Bignan (F); alla Galerie Analix Forever, Genève (CH); al Palazzo Sandretto Re Rebaudengo di Guarene d’Alba; e al De Appel, Amsterdam.

Vive a Milano.

 

MOSTRE PERSONALI
2012
La penultima essenza del corpo. Fondazione Pietro Rossini, Briosco

 

2010
Zuffi, Italo, pinksummer contemporary art, Genova

 

2009
La seconda origine, curata da Riccardo Caldura. Galleria Contemporaneo, Mestre

 

2008
Erased Palladio. Monotono, Vicenza

 

2007
On The Rocks (con Flavio Favelli), curata da Antonio Grulli. Galleria Nicola Ricci, Pietrasanta

Taking No Sides By Side. Newman Popiashvili Gallery, New York

 

2006
La nostra evoluzione è qualche cosa di diverso. Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo

Uomo, luce. Fondazione Ado Furlan, Pordenone

Fede rustica, curata da Davide Ferri. Museo dell’Arredo Contemporaneo, Godo di Russi

 

2005
Macchine per vedere (con Davide Rivalta), curata da Pier Luigi Tazzi. Fondazione Lanfranco Baldi, Pelago

Shaking girl. CRAC Alsace (project room), Altkirch

Progetto Per Un Esempio Crudele, curata da Lorenzo Benedetti. Volume!, Roma

 

2004
Tout l´amour de Meisenthal. Le 36, Strasbourg

 

2003
Elegante e straniero. Galleria Continua, San Gimignano

Shaking doors. Gallery Suite 106, New York

 

2002
The mystery boy. Institute of Art & Design, Birmingham

 

2001
My wallpaper is cracking (con Guillaume Leblon), curata da Luca Cerizza. Sparwasser HQ, Berlino

Relazione 1. Galerie Buchmann, Colonia

Il caso seguente. Studio Massimo De Carlo, Milano

 

2000
A causa della distanza. Viafarini, Milano

Panoramica, curata da Roberto Daolio. Centro Culturale Paggeria 1, Sassuolo

 

1999
Profilati, curata da Roberto Daolio. Chiostri di San Domenico, Imola

È tutto vero. Galleria Continua, San Gimignano

Not wild enough. Perry’s Motors, Londra

Durata. Galleria Estro, Padova

 

1998
Adesso mi sento a casa.Spazio d’Arte Contemporanea Care Of, Cusano Milanino

L’ultimo ostacolo mentale.Galleria Neon, Bologna

 

1996
No entry for dogs… and Italians! (con Davide Bertocchi). Moira, Utrecht (NL)

La coppia felice insorge.Zone c/o Graffio, Bologna

 

MOSTRE COLLETTIVE
2012
Fuoriclasse, a cura di Luca Cerizza. Villa Reale, Milan (I)

Mexico City Blues, a cura di Chris Sharp. Shanaynay, Paris (F), and New York gallery, New York.

Future, Landscaper. A changing exhibition, a cura di Riccardo Caldura. Forte Marghera, Mestre

Evolution de l’art, a cura di Kunstverein Milano and Valerio del Baglivo. Kunstverein Milano

 

2011
Beyond the Fragile Geometry of Sculpture, curata da Lorenzo Benedetti. De Vleeshal, Middelburg

Berti-Morgantin-Nemkova-Zuffi. Zola Predosa

Posso errare, ma non di core: passato prossimo e futuro anteriore dell’Italia, curata da Andrea Bruciati. Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Monfalcone

 

2010
Space is the Place, curata da Artemis Potamianou. Lo & Behold, Atene

Piazze di Roma, curata da Achille Bonito Oliva e Cecilia Casorati. Museo di Arte Contemporanea, Shangai

Is This All There Is? curata da Joanna Greenhill. Lethaby Gallery at Central St Martins College, Londra

 

2009
Civica 1989-2009 Celebration Institution Critique, curata da Andrea Villani. Fondazione Galleria Civica e sedi varie, Trento

Transfer, curata da Antonio Geusa e Zenja Kikodze. MARS – Contemporary Art Center, Mosca

Qui è altrove, curata da Francesco Poli e Francesca Referza. Palazzo De Sanctis, Castelbasso

Curatology. DOCVA, Milano (invitato da Antonio Grulli)

Rites de Passage, curata da Pier Luigi Tazzi. SCHUNCK-Glaspaleis, Heerlen (NL)

C4 BUNKER, curata da Luca Massimo Barbero. C4 – Centro Cultura Contemporanea, Caldogno

La pelle (Il Sacrificio), curata da Antonio Grulli. Codalunga, Vittorio Veneto

La notte, curata da Lorenzo Benedetti. La Kunsthalle, Mulhouse

La pelle, curata da Antonio Grulli. Codalunga, Vittorio Veneto

…a lady’s shoe lost in the grass (parte 2), curata da Antonio Grulli. Tensta Konsthall, Stoccolma

 

2008
…a lady’s shoe lost in the grass, curata da Antonio Grulli. Istituto Italiano di Cultura “C.M Lerici”, Stoccolma

Nient’altro che scultura / Nothing but sculpture XIII Biennale Internazionale, curata da Francesco Poli. Centro Arti Plastiche Internazionali e Contemporanee, Carrara

Soft Cell. Dinamiche nello spazio in Italia, curata da Andrea Bruciati. Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Monfalcone

Sguardo periferico e corpo collettivo. Museion, Bolzano

KAAP, curata da Mark Kremer. Fort Ruigenhoek, Groenekan

leftovers, curata da Jennifer Chert e Luca Cerizza. Micamoca Berlino

Sporgersi prego. Galerie Lange & Pult, Zürich

 

2007
NEW ENTRY, curata da Chiara Agnello. C/O Careof, Milano

Micro-narratives – 48th October Salon, curata da Lóránd Hegyi. Kulturni Centra Beograda, Beograd

Storytellers, curata da Pietro Gaglianò. Castello e Parco dell’Acciaiolo, Scandicci

Laws of relativity / La legge è relativa per tutti, a cura di Anna Colin e Elena Sorokina. Palazzo Re Rebaudengo, Guarene d’Alba

curarequito, a cura di Cecilia Canziani e Vincent Honoré. Museo de la Ciudad, Quito (Equador)

 

2006
videoREPORT ITALIA: 04_05, curata da Andrea Bruciati. Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Monfalcone

L’immagine del vuoto. Una linea di ricerca nell’arte in Italia 1958-2006, curata da Bettina Della Casa e Marco Franciolli. Museo Cantonale d’Arte, Lugano

Every Day… another artist/work/show, curata da Hemma Schmutz. Salzburger Kunstverein, Salzburg

Natura e metamorfosi, curata da Marisa Vescovo. Urban Planning Exhibition Center, Shangai, e Creative Art Center – Millenium Art Museum, Beijing

Fucina 3 – Della Natura (Umana) Molteplice, curata da Antonio Grulli. Laboratori Cave Michelangelo, Carrara

Giardino. Luoghi della piccola realtà, curata da Lóránd Hegyi. PAN Palazzo Roccella, Napoli

Il vento dal Settecento all’arte contemporanea, curata dalla Fondazione Torino Musei. Castello di Castagneto Po

Bologna: video in vitro, curata da Andrea Bruciati. Meduza Galerija, Koper

Black & white, curata da Artemis Potamianou. Hellenic American Union, Atene

 

2005
“Conquering new spaces” – Muslim Mulliqi Prize 2005, curata da Mehmet Behluli. Galeria e Arteve e Kosovës, Prishtina (UNMIK Kosova)

Loop – arte e microeconomia, curata da Lorenzo Benedetti e Francesco Stocchi. Angelo Mai, Roma

No bolts this wall, curata da Seulgi Lee. de/di/bY office, Parigi

Italian Camera, curata da Raffaele Gavarro. Isola di San Servolo, Venezia

La scultura Italiana del XX secolo, curata da Marco Meneguzzo. Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano

Roma Poesia 2005, curata da Ilaria Gianni e Francesco Ventrella. Fondazione Baruchello, Roma

Man mano. Galleria Continua, Beijing

Art-chitecture of change, curata da Marco Scotini. Isola Art Centre, Milano

Domicile : privé/public, curata da Lóránd Hegyi. Musée d’Art Moderne de Saint-Etienne Métropole

Ad’a, area d’azione, curata da Roberto Daolio. Rocca Sforzesca, Imola

Senza confine. Galleria Continua, San Gimignano

 

2004
From Nowhere To Somewhere Without Return: The Knowledge, curata da Irene Amore. Coleman Project Space, London

Spread in Prato 2004, curata da Pier Luigi Tazzi. Sedi varie, Prato

Ipermercati dell´arte. Il consumo contestato, curata da Omar Calabrese. Palazzo delle Papesse, Siena

De humana proportione. Galleria Continua, San Gimignano

Settlements, curata da Lóránd Hegyi. Musée d’Art Moderne de Saint-Etienne Métropole

From nowhere to somewhere without return: dei luoghi assenti e presenti con biglietto di sola andata, curata da Irene Amore. Change + Partner Contemporary Art, Roma

Opera video. Galleria Continua, San Gimignano

Il silenzio sul mare, curata da Lorenzo Bruni. Saletta Comunale d’Arte Contemporanea, Castel San Pietro Terme

on air: video in onda dall’Italia, curata da Andrea Bruciati e Antonella Crippa, Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Monfalcone (mostra itinerante)

Polvere, curata da Elio Grazioli. AssabOne – Ex Stabilimento GEA, Milano

 

2003
Assenze/Presenze, curata da Emanuel Lambion. Le Botanique, Bruxelles

Himmelschwer. Transformationen der Schwerkraft, curata da Alois Kölbl, Eleonora Louis e Johannes Rauchenberger. Landesmuseum Joanneum, Graz, e Kunsthalle Brandts Klaedefabrick, Odense

La ciudad radiante, curata da Achille Bonito Oliva. Centre Cultural Bancaixa, Valencia

Il Palazzo delle Libertà, curata da Lorenzo Fusi e Marco Pierini. Palazzo delle Papesse, Siena

 

2002
At least begin to make an end. Strip, Revert and Dewind, curata da Ann Demeester. W139, Amsterdam

Assab One – La generazione emergente dell’arte in Italia, curata da Roberto Pinto e Laura Garbarino. AssabOne – Ex Stabilimento GEA, Milano

discourski!, curata da Marek Wasilewski e Giles Perry. Galeria Arsenal, Bialystok (PL)

Secondo Premio Carmen Silvestroni, curata da Rosalba Pajano. Palazzo Albertini, Forlì

Tensio, curata da Andrea Bruciati. Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Monfalcone

 

2001
Predator. KX.Kampnagel, Hamburg (D)

Necessità di relazione / Necessity of relationship, curata da Fabio Cavallucci. Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Trento

Sincretismi, curata da Bartolomeo Pietromarchi e Teresa Macrì. Fondazione Adriano Olivetti, Roma

P.S.1 Italian Studio Program 2000/2002. Palazzo delle Esposizioni, Roma

Boom!, curata da Sergio Risaliti. Manifattura Tabacchi, Firenze

Terraferma, curata da Riccardo Caldura. Centro Culturale Candiani, Mestre

Post Production, curata da Nicolas Bourriaud. Galleria Continua, San Gimignano

Strategies against Architecture II, curata da Luca Cerizza. Laboratorio per l’Arte Contemporanea – Stabilimento Teseco, Pisa

Nuove acquisizioni.Museo di Palazzo Forti, Verona

Invasione italiana, curata da Salvatore Lacagnina. Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Montevergini di Siracusa

La GAM costruisce il suo futuro.Galleria Civica d’Arte Moderna, Torino

8 artisti, 8 critici, 8 stanze, curata da Dede Auregli e altri. GAM Villa delle Rose, Bologna

A sense of wellbeing. Loss, history and desires, curata da Marco Scotini. Palace of the Imperial Termal Baths, Karlovy Vary (CZ)

 

2000
La jeune scene artistique italienne dans la collection de la Fondation Sandretto Re Rebaudengo. Domaine de Kerguéhennec, Centre d’Art Contemporain, Bignan (F)

Finale di partita / Endgame / Fin de partie, curata da Pier Luigi Tazzi.Istituto Francese, Firenze

Rutger Hauer.Perry’s Motors, London

On the bubble, curata da Luca Cerizza.Galerie Analix Forever, Genève

m2: insensatezza, curata da Luca Cerizza.Laboratorio per l’Arte Contemporanea – Stabilimento Teseco, Pisa

Inediti.e/static, Torino

Nuovi artisti dall’Emilia Romagna, curata da Italo Furlan. Fondazione Ado Furlan, Pordenone

courtesy_neon. C/o ex-magazzino stampati DLF, Bologna

 

1999
Zone. Espèces d’Espace, curata da Francesco Bonami. Palazzo Sandretto Re Rebaudengo, Guarene d’Alba

On the bubble, curata da Luca Cerizza. Galerie T19, Vienna, e Studio Massimo De Carlo, Milano

Anarchitecture, curata da Lorenzo Benedetti, Anja Dorn, Machiko Harada, Rob Tufnell, Suzanne van de Ven. De Appel, Amsterdam

Utz, curata da Michele Dantini.Palazzo delle Papesse, Siena

Fuori Uso ’99. Ars Medica – 31 artisti e una clinica, curata da Ludovico Pratesi e Paola Magni.Ex Clinica Baiocchi, Pescara

Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa del Mediterraneo. Ex Mattatoio, Roma

Premio d’Arte Mercedes-Benz. Centro d’Arte La Loggia, Montefiridolfi

 

1998
A questo punto, curata da Riccardo Caldura e Chiara Bertola.Galleria Bevilacqua La Masa, Venezia

Arti Visive 2. Palazzo Ducale, Genova

Da Bologna, curata da Roberto Daolio e Maria Rita Bentini. La Chaufferie, Strasbourg (F)

Il Punto 3° edizione: “L’opera, il discorso”, curata da Elio Grazioli.Galleria Continua, San Gimignano

San Zenone, curata dall’Associazione Viafarini.Galleria Civica, Campione d’Italia

 

1997
Officina Italia. Rete Emilia-Romagna, curata da Renato Barilli.Ex Fabbrica Arrigoni, Cesena

Degree Show. Central Saint Martins College of Art & Design, Londra

Aperto Italia ’97 (su invito di Guido Molinari).Palazzo Lucarini, Trevi

LAB 12.2 – T.I.N.A. (there is no alternative), curata da Roberto Daolio. Viafarini, Milano

Chi o che cosa secondo i casi. Galleria Neon, Bologna

 

1996
Ritratto segreto, curata da Guido Molinari.Saletta Comunale d’Arte Contemporanea, Castel San Pietro Terme

Tutto stabilito, curata da Guido Molinari.Porto di Mare, Bologna

 

1995
Undici artisti italiani a Pépinières, curata da Roberto Pinto. Palazzo dell’Arengario, Milano

 

1994
Equinozio d’autunno (su invito di Roberto Daolio). Castello di Rivara

 

PERFORMANCE

2011
L’ultimo ruggito, rappresentata nell’ambito di Matter of action, rassegna curata da Giorgio Maffei, Sara Serighelli e Samuele Menin, O’Artoteca, Milano

 

2010
Zuffi per Bonami. pinksummer contemporary art, Genova

Elenco (Bologna Contemporanea – Transparency now), rappresentata nel corso del ciclo di incontri Ren Con Tre, a cura di Lelio Aiello, Sergia Avveduti e Paolo Parisi. MAMbo, Bologna

Roberta Giacometti racconta i bar di Imola, rappresentata nell’ambito della rassegna Festa Mobile curata da Davide Ferri e Antonio Grulli. Bar Miki e Max, Bologna

 

2009
Ipercampitura, rappresentata nell’ambito della rassegna Circolare, curata da Eva Marisaldi e organizzata dalla Fondazione Galleria Civica di Trento. Pista degli autoscontri, Trento

Schnaps für zwei. Galleria Contemporaneo, Venezia Mestre

Masse trasportabili, rappresentata nell’ambito di una residenza per artisti curata da Zhenia Kikodze e Antonio Geusa. Shargorod (UKR)

 

2008
L’ultimo ruggito. Monotono, Vicenza

Toothpick Geometries / Le geometrie dello stuzzicadenti, rappresentata nell’ambito di Every story happens twice, first as an event and then as representation of the event, curato da Francesco Pedraglio, Caterina Riva e Pieternel Vermoortel. Stand di FormContent a Zoo Art Fair, Londra

Partita a bocce con verdura, giocata tra Gianmarco Gottarelli e Paolo Fricano, rappresentata nell’ambito de La sfida, curata da Giacinto di Pietrantonio e Luca Cerizza. Rotonda della Besana, Milano

Subire, rappresentata nell’ambito del Performance day, curato da Emilio Fantin. MAMbo, Bologna

Partita a bocce con frutta, giocata contro Gabriel Pellicanò. Uovo Open Office, Basel
mostra collettiva

 

2006
Rassegna stampa. Museo dell’Arredo Contemporaneo, Godo di Russi

Elenco (Flash Art 2006), rappresentata con i Madcaps. Circolo Repubblicano, Godo di Russi

 

2005
Scorribanda. Fondazione Baruchello, Roma

 

2004
Espresso. Arte oggi in Italia, rappresentata con i Madcaps in occasione di Space is the place_3. TPO, Bologna

 

2003
L’aquila. Il salame (accompagnato da Carlo Capirossi al pianoforte). Galleria Continua, San Gimignano

 

2001
Elenco, rappresentata con i Madcaps in occasione di Tune-up, Clip-on, Plug-in. Teatro Studio, Scandicci

Marcus, rappresentata con Stefano Pisetta alla batteria e Walter Civettini alla tromba in occasione di Necessità di relazione. Convegno per parole ed opere / Necessity of relationship. A conference for words and works. Centro Polifunzionale dell’Opera Universitaria, Trento

 

1998
La raccolta degli asparagi selvatici, rappresentata con Paolo Zuffi alla batteria in occasione de Il Punto 3° edizione). Galleria Continua, San Gimignano

I fischiatori di San Gabriele. Galleria Neon, Bologna

Una bomba su Gabicce!, rappresentata con Paolo Zuffi alla batteria in occasione di Laboratorio. Salara, Bologna

 

1997
The Reminder, rappresentata in occasione di alive art – an evening of performance. Central Saint

Martins College of Art & Design, Londra

 

1996
Rotazione. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

 

RASSEGNE VIDEO

2009
Objets sceniques, curata da Marie De Brugerolle. Le Cinématographe, Nantes

 

2008
Arte vs Porno. Pretesti erotici da Italia e Finlandia, curata da Elisa Del Prete e Annamari Vänskä. Cinema Lumiere, Bologna

 

2007
Videopolis. Cinema MPX, Padova

Videoart Yearbook 2007. Chiostro di S. Cristina, Bologna

Dopofestival, curata da Adrienne Drake e Antonio Pezzuto.Rassegna proiettata nell’ambito della 43a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, Pesaro

Video.it 8: con acqua/senz’acqua, curata da Francesco Bernardelli, Mario Gorni, Francesco Poli. Accademia Albertina di Belle Arti, Torino

 

2006
Selected Works. Un concorso di videoarte italiana, curata da Elena Bortolazzi. Palazzo Bonaguro, Bassano del Grappa

 

2005
Beyond Media 2005, curata da Marco Brizzi. Ospedale degli Innocenti, Salone Brunelleschiano, Firenze

Urban flesh and blood. Cinema Barricada, Kaliningrad

Acsè, curata da Andrea Bruciati. GAM Villa delle Rose, Bologna

Catodica, curata da Maria Campitelli. Sedi varie, Trieste

 

2004
Wanderers, curata da Angela Serino.Rassegna proiettata nell’ambito dell’Impakt Festival. Utrecht

Lo sguardo ostinato / The obstinate eye, curata da Elio Grazioli. MAN Museo d’Arte della Provincia di Nuoro, Nuoro

Opera video. Galleria Continua, San Gimignano

 

2003
Virtual Perception, curata da Laurence Hazout-Dreyfus. Rassegna proiettata nell’ambito della 1° Prague Biennial. National Galerie, Praga

 

2002
Polyphonix 40, curata da Manuela Corti.Centre Georges Pompidou, Parigi

 

2001
Magic and Loss, curata da Luca Cerizza e Cristiana Perrella. Rassegna proiettata nell’ambito del Pandaemonium Festival. The Lux Centre, London

Magic and Loss, curata da Luca Cerizza and Cristiana Perrella.CAC, Vilnius

Rassegna video, curata da Letizia Talbot. Galleria Francese, Roma

 

1998
AAVV È una modesta proposta, curata da Francesca Cristellotti e Stefano Giovanazzi. Rassegna proiettata nell’ambito di Senzatitolo. Eventi, Azioni, Esposizioni. Festival Internazionale di Trento e Rovereto. Fabrika Spazio Temporaneo d’Arte, Rovereto, e Sala Espositiva di Via Malpaga, Trento

Libri Luca Vitone

Luca Vitone
Romanistan
Pagine: 192
Lingua: Italiano/Inglese
Anno: 2019
ISBN: 9788899385651
Disponibile online

Io, Luca Vitone
Luca Vitone
2017
Silvana Editoriale
Disponibile online qui
ISBN 9788836638031

Il volume, curato da Luca Lo Pinto e Diego Sileo, racconta la prima ampia antologica dedicata all’intensa e varia produzione di Luca Vitone. Partendo dall’architettura, fisica e storica, dei luoghi, l’artista analizza una dimensione personale costruita attraverso la stratificazione di diversi linguaggi legati all’identità e alle radici del luogo stesso.
Come un viaggiatore curioso e instancabile, con uno spirito a metà tra l’anarchico e il nomade, il suo lavoro esplora i modi in cui i luoghi costruiscono la loro identità attraverso la cultura: arte, musica, architettura, politica e minoranze etniche.
Il catalogo riunisce per la prima volta una vasta selezione di opere realizzate dall’artista in trent’anni di carriera in dialogo con le recensioni delle mostre in cui le opere erano state originariamente esposte e qui introdotte dai contributi di oltre settanta autori.

Effemeride Prini
Luca Vitone
2016
Quodilibet
Disponibile online qui
ISBN 9788874628476

Luca Vitone. Imperium
Luca Vitone, Marius Babias, Eva Scharrer
2014
Neuer Berliner Kunstaverein
ISBN 9783894249823

Luca Vitone. Presente materiale
Luca Vitone, Letizia Ragaglia, Giovanni Iovane, Stefano Chiodi, Emanuela De Cecco, Giovanni Garrera, Elio Grazioli, Luca Trevisani
2012
Mousse publishing, Fondazione Brodbeck, Museion Bolzano
Disponibile online qui
ISBN 9788867490196

Vuole Canti. Cammin Facendo. A project by Luca Vitone
Luca Vitone
2009
Fondazione Galleria Civica. Centro di Ricerca sulla Contemporaneità di Trento

Luca Vitone. Ultimo Viaggio
Luca Vitone, Raffaella e Stefano Sciarretta, Cecilia Canziani, Ilaria Gianni
2009
Edizioni Nomas Foundation
Disponibile online qui

Luca Vitone. Prêt-à-porter
Luca Vitone, Davide Paolini, Stefano Pezzato
2008
Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
ISBN 978-88-85191-25-9

Luca Vitone. Gli occhi di Segantini
Luca Vitone
2007
Skira
Disponibile online qui
ISBN 886130360

Luca Vitone. Ovunque a casa propria
Luca Vitone and varoius artists
2006
Herausgeber Editori
ISBN 978-88-86857-73-4

Panorama
Luca Vitone, Ilaria Mariotti
2006
Felci Editore
Disponibile online qui
ISBN 88-6019-070-3

Luca Vitone. Memorabilia
Luca Vitone
2002
Edizioni micromuseum

Rime boscose e altri racconti. Monica Carocci Luca Vitone
Monica Carocci Luca Vitone
2001
Palazzo delle Papesse Centro Arte Contemporanea

Luca Vitone. Stundàiu
Luca Vitone, Tolomeo Speranza Maria Grazia, Christov Bakargiev Carolyn
2000
Castelvecchi Editore
Disponibile online qui

Luca Vitone. Hole
Carolyn Christov-Bakargiev, Bartolomeo Pietromarchi
2000
P.S.1 Contemporary Art Center, Fondazione Adriano Olivetti

IL VOLO DEL GRIFO – LUCA VITONE

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Luca Vitone – Il volo del grifo

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Federico Rahola è nato a Genova nel 1966, insegna Sociologia dei Processi Culturali all’Università di Genova. Questa conversazione tra Federico Rahola e Luca Vitone per il comunicato stampa della personale di Vitone è stata chiesta da pinksummer. L’amicizia che li unisce, alcune esperienze giovanili comuni e altre individuali del loro percorso, ci sembravano utili a eludere l’ambito meramente estetico. Rimanendo tuttavia in ambito culturale, dal discorso tra Vitone e Rahola emerge l’inadeguatezza o addirittura l’assenza di una politica culturale rispetto a Genova. O meglio, aggiungiamo noi di pinksummer, ci sembra che qui, sempre più, la politica, abbia smesso di svolgere il suo compito precipuo, vale a dire indicare le linee guida, finendo per corrodere l’autonomia dei curatori o direttori di museo. Gli esiti di “centripicità” non sono propriamente felici. Crediamo che produrre cultura non sia solo ospitare eventi o cicli di conferenze. Significa trasparenza rispetto alla suddivisione del budget e agli intenti, significa dare la possibilità ai curatori di costruire un programma. Auspichiamo tra l’altro, che quando Sandra Solimano terminerà il suo mandato, il prossimo direttore di Villa Croce Museo Comunale di Arte Contemporanea di Genova possa uscire da un concorso non rivolto esclusivamente ai funzionari interni al Comune di Genova e abbia un contratto rinnovabile, ma a termine. Molti giovani curatori italiani, sono costretti a andare a lavorare all’estero. Si tratta di professionisti informati che riescono a uscire dall’invisibilità senza la dotazione di budget irragionevoli.

Conversazione Tra Luca Vitone E Federico Rahola
Federico Rahola: Credo che la principale differenza tra noi due, rispetto a Genova, sia che io la geografia la subisco, tu invece la scegli. Per quanto mi riguarda tornare a Genova non è stata una vera e propria scelta, ma la conseguenza di un concorso e una casa libera. Non pensavo di tornare.

Luca Vitone: Sei contento di questa decisione? Quanto sei stato fuori?

F.R: Più o meno dieci anni.

L.V: Personalmente ho delle remore a tornare, non avendo mai ricevuto un invito da un’istituzione genovese che mi obbligasse a valutare un ritorno, non ho mai pensato di ritrasferirmi in città. L’idea mi appare come l’interruzione di un cammino. Tornare a Genova, lasciata nell’84, da una parte mi sembra un tornare a certe sicurezze infantili, lo recepisco come un guardarsi alle spalle, un’idea melanconica di abbandono di un percorso di ricerca. Tutto sommato l’occasione di pensare a una personale a Genova dopo vent’anni e presentare un lavoro che avevo in mente da tempo è di fatto la sublimazione di un ritorno. Il progetto è un ritratto della città che, nonostante il desiderio di lontananza, esercita su di me una grande attrazione. Per anni sono venuto a Genova solo saltuariamente e sempre per brevissimi soggiorni. Con l’occasione della mostra Stundàiu, nel 2000, a Palazzo delle Esposizioni a Roma, ero tornato a Genova con l’intento di cercare, di riguardarla col tentativo di riappropriarmene. Tra i lavori in mostra c’era anche un itinerario che raggiungeva le dimore di illustri genovesi che nei secoli, pur senza dimenticarla, hanno lasciato la città per trasferirsi a Roma.

F.R: Credevo che Stundàiu fosse un altro tipo di lavoro, una sovrapposizione di mappature, pensavo ad una proiezione di nomi e vie genovesi sulla mappa di Roma, tipo Canneto sopra Via Margutta e viceversa.

L.V: Avevo intenzione di fare un lavoro su un luogo, uno qualsiasi, per mostrare i suoi aspetti caratteriali ma alla fine scelsi Genova perché conoscendola a sufficienza mi sentivo più libero di restituirne le peculiarità e i luoghi comuni, come la tirchieria o, se si vuole, la parsimonia, la gloria passata, le vie strette, le creuze e la musica. Una musica polifonica a cappella per cinque voci che si chiama trallalero. Era il Duemila, da dieci anni non passavo più di due o tre giorni di seguito in città. Non c’era ancora Leo, mio figlio. Per quell’occasione passai a Genova alcune settimane, volevo rivederla e capire quali immagini estrarne per quel progetto espositivo. Stundàiu è un termine genovese che ho trovato in un’intervista a Montale, una parola che condensa in sé le diverse sfumature di quella che si potrebbe definire l’attitudine del genovese: una costante insicurezza che lo induce a diventare presuntuoso nei confronti del mondo e che si trasforma in frustrazione in quanto l’altro non se ne accorge, non lo sa. Questa presunzione è una sorta di illusione interna che origina il brontolio, il mugugno (“L’atteggiamento tipico di orgoglio e timidezza misto a diffidenza. La pratica quotidiana del mugugno, un certo complesso di inferiorità nei confronti dell’altro, bilanciato dal senso di superiorità di ordine morale”). Genova è lenta come dice Piovene. Nei confronti del contemporaneo, del nuovo, del futuro. È dubbiosa, d’altra parte il futuro in sé non può rappresentare una sicurezza. Sono tutti luoghi comuni che riflettono Genova nell’immaginario collettivo. Villa Croce è un museo dall’86, ma non se ne conosce effettivamente l’esistenza se non si hanno rapporti con la città; la Gamec di Bergamo ha molta più visibilità, eppure Bergamo è una città assai più piccola di Genova e con una storia culturale e economica meno influente. La lentezza in questo senso diventa invisibilità.

F.R: Genova è un esempio di enclave: da fuori la si pensa molto più piccola e quando dici quanti abitanti ha, la gente non ci crede, è percepita grande come Perugia e sicuramente più piccola di Bologna. Da dentro ovviamente non è così. Ma è una città proiettata sul passato prossimo, un passato che sembra sempre più vivo del presente, eppure negli anni ’80 era dura, l’industria smantellata, l’eroina. Dagli anni ’90 sono cambiate molte cose. Ora viene percepita come una città bella e anacronistica: “adoro Genova, l’ho vista di sfuggita prendendo il traghetto”. C’è stato il film di Winterbottom in cui sembrava di stare a Marrakech. Nel 2010 Genova è una scoperta: 500 anni dopo Colombo, Genova diventa una città esotica, da scoprire.

L.V: Genova ha avuto momenti topici senza formare mai un sistema, gli eventi rimangono scollegati tra loro come isole, è una città fortemente individualista, oligarchica: costituita da famiglie potenti che non hanno mai voluto creare un luogo comune che rappresentasse la città. C’è Palazzo Ducale, ma non si è mai voluto che rappresentasse realmente la città. Anche oggi, come centro culturale, non si ha l’impressione che segua un programma.

F.R: E’ solo questo che manca a Genova?

L.V: Io vedo questo perché è il mio ambito.

F.R: Ci sono cose che accadono, la città è relativamente vitale.

L.V: Per tornare a Bergamo, Cresci rilanciò l’Accademia di Belle arti con Vettese, Di Pietrantonio, Arienti, Piccolo, Daneri, Pioselli, Cavenago, Paci tra gli altri, anche in questo ambito Genova langue per fortuna da qualche anno c’è Cesare (Viel), Fiorato, Benvenuto. Le accademie sono una buona spia della dinamicità di una città. Non a caso, alcuni giovani artisti formatisi a Bergamo cominciano a farsi conoscere, sto pensando a Giovanni Oberti, Meris Angioletti, Luca Resta.

F.R: Pensavo a com’era la città alla fine degli anni Ottanta. Ci sono stati momenti di cui tu ed io abbiamo vissuto gli ultimi rivoli, non la fase montante. Ricordo il centro sociale Officina e gli amici con cui lo frequentavamo, che da lì a qualche anno avrebbero lasciato la città. Una diaspora. Però accanto a questa forza centrifuga, Genova ha una storia centripeta: conta quello che succede dentro e non fuori.

L.V: Rispetto all’individualismo si potrebbe anche ipotizzare che Genova sia un modello ante litteram. Non è stato creato un luogo civico rappresentativo, salvo l’eccezione di quello religioso preesistente. Al contrario a Milano, dove il luogo pubblico un tempo aveva una funzione importante, oggi ognuno si limita a pensare al proprio interesse, i progetti rispetto allo spazio pubblico decadono sistematicamente nel rimandarne continuamente l’apertura: il Museo della Moda, il Museo del Design, il Museo del Presente, il Museo del Novecento. Il tutto si traduce in un estremo ritardo rispetto all’Europa e l’immagine della città viene costantemente ridimensionata. Genova in questo senso è un modello inconsapevole che ha insegnato come non condurre una città. Quel guardarsi tra le proprie mura che provoca l’invisibilità. A Milano si parla di progetti che poi decadono, a Genova non si parla affatto di progetti.

F.R: E’ questa invisibilità che la rende un luogo esotico, perlomeno nel nord d’Italia. Ma se Palermo è sovraesposta, l’esotismo di Genova dipende dal fatto che è sconosciuta. Poi Genova è esotica anche perché ha una forte presenza migrante in centro, nel centro storico, mentre a Milano come in altre città, gli immigrati sono sbattuti in periferia. Il centro storico di Genova ha poco a che fare con le altre città del nord, a parte Torino forse, la gente che lo abita non è quella che penseresti di trovare. Winterbottom, con un occhio molto da fuori, la vede come una città del Maghreb.

L.V: Negli anni ’70, nell’immaginario cinematografico e televisivo, il centro storico di Genova era un luogo torbido, dedito all’illegalità. Ricordo un film di Zinnemann (“Il giorno dello sciacallo”) in cui un sicario che doveva attentare alla vita di Charles de Gaulle arriva a Genova e compra documenti falsi e un’arma di contrabbando in Sotto Ripa. L’angiporto è per sua natura un ambiente borderline, colluso.

F.R: Un’altra caratteristica dei genovesi è l’ipersensibilità geografica nei confronti della città, un’attenzione ossessiva ad ogni più insignificante cambiamento. I genovesi non ammettono un’immagine che non sia iconograficamente corretta. Milano ad esempio è abitata da ottocentomila persone, ma si fonda principalmente su chi pendola, la maggioranza della popolazione è diurna, e purtroppo invece comanda solo quella che vi risiede. E comunque è una città iconoclasta. Qui se il Carlo Felice cambia tipo di grigio, i genovesi s’incatenano.
Fino agli anni ’50, anche Milano aveva una presenza popolare molto forte in centro, a Brera e ai Navigli, poi con l’ondata di speculazione, queste zone sono state progressivamente bonificate dalla presenza proletaria. Negli anni ’80 anche a Genova si parlava di riprogettare il centro storico, ma fortunatamente il progetto si è scontrato con dei limiti strutturali: molte case sono buie ai piani bassi e quindi non appetibili, questo genera la possibilità di vivere in centro con prezzi da equo canone. Il centro storico di Genova ha delle condizioni così particolari che gli permettono di continuare ad essere abitato da under class e difficilmente potrà essere museificato. Prendi Via Prè, benché vi abbiano investito, non riuscirà mai a diventare Boccadasse, e allora si sono inventati la città galleggiante, tutta finta, davanti a quella vera. Poi dato che il centro storico è molto esteso, se un luogo si rivaluta, un altro si squalifica, come sta accadendo in Via della Maddalena. È un po’ come nella foresta amazzonica: ti fai largo col machete, e la natura ricresce dietro di te non appena sei passato. La storia del posto ha il sopravvento su qualsiasi razionalità speculativa.
Passiamo ora al tuo lavoro su Genova.

L.V: Come dicevo prima si tratta di un ritratto della città, un video. Un’immagine aerea che parte da ponente e arriva a levante. La visione del tessuto urbano osservato dal mare, una lunga visione, che risulta interminabile, che parte da Voltri per arrivare oltre Nervi. Una città adagiata sul mare. Due linee dell’orizzonte parallele: il confine tra il mare e le case, sotto e la linea che separa le montagne alle loro spalle e che non permettono l’espansione urbanistica, e il cielo, sopra. Un percorso sul mare, per più di 20 km, un montaggio orizzontale che ripercorre la struttura della città. Poi ci si alza sulle montagne, a destra del Monte Fasce, ci si addentra in un ambiente brullo, disabitato, quasi selvaggio, per lo più senza alberi, prevalentemente roccioso con estesi manti erbosi. Un luogo remoto appena alle spalle della città. Lì un pifferaio è intento a suonare, suona con il piffero ligure un brano struggente della tradizione popolare, una poesia rivolta alla città, a qualcosa che non esiste più o che non si riconosce, qualcosa di imprendibile. Il video ha una durata di 5 minuti e 27 secondi. Due sono i sonori: l’elicottero e il piffero. E’ struggente come l’idea di pittoresco, fa parte di una memoria costruita che non c’è più, ma che vorremmo rivivere. È un tornare nei luoghi di un’infanzia idealizzata.

F.R: Idealizzata, ma non nel senso di pittoresca: il pittoresco è andare in Provenza cercando il paesaggio dei quadri di Cézanne, è quando l’immagine di una cosa ha il sopravvento sulla cosa stessa.

L.V: E’ vedere i luoghi come ce li siamo immaginati.

F.R: Depositi sul luogo la tua idea del luogo. Saudade, si dice a Rio de Janeiro.

L.V: Il video si apre con il suono dell’elicottero che in seguito viene sostituito in dissolvenza con il suono del piffero, la vibrazione delle pale si perde sui profili montuosi dell’entroterra e torna sul finire per continuare quando l’immagine si annerisce. Penso a questo lavoro da molto tempo, una decina di anni, inizialmente volevo usare uno scioglilingua come dedica alla città. Il piffero è arrivato dopo, quando si pensava, insieme a voi (Pinksummer e Anna Daneri), al progetto che avrei desiderato realizzare ai Giardini di Plastica, è da lì che ho rimaneggiato l’idea. Con gli anni il lavoro si è trasformato: come dicevo prima, all’inizio non c’era un piffero, ma una voce umana, uno scioglilingua. Mi viene da pensare alla mostra alla Pinta (Genova, 1988), fu la mia prima vera personale in una galleria, era pervasa da un bisogno di iconoclastia nei confronti dei luoghi. Ha rappresentato la mia prima riflessione su cosa siano i luoghi che viviamo, l’assenza di radici; le fotocopie che utilizzai in quella mostra sottolineavano la spersonalizzazione del luogo. Avevo bisogno di fare tabula rasa, anche linguistica, rispetto all’emozione colorata degli anni ’80. Negli anni ’90 si guardava al Minimalismo per allontanare Salvo, Ontani, Cucchi, per arginare la loro ondata di colore. Ma la mia è stata anche una generazione fragile. Allora c’erano poche opportunità, le mostre di allora, per la loro organizzazione, oggi ci sembrano antiche, non c’erano premi, borse di studio o produzioni. La prima mostra istituzionale della nostra generazione si tenne a Prato nel ’91, curata da Grazioli, con Martegani, Moro, Arienti, Catelani, De Lorenzo. Poi nel ’94 ci fu quella di Rivoli curata da Pasini e Verzotti e tra gli altri c’erano Moro, Arienti, Beecroft, Cattelan, Airò, Viel . Allora non c’era lo stesso rapporto di continuità generazionale, non c’era la continuità che ci può essere oggi tra me e Luca Trevisani, ci conosciamo e ci stimiamo reciprocamente.

F.R: Questo forse dipende dallo schiacciamento generazionale, una sorta di compressione che investe anche altri ambiti sociali, penso alla distanza diminuita tra genitori e figli.

L.V: Forse. Dipende, credo, soprattutto dal fatto che la nostra generazione ha iniziato a insegnare. Allora gran parte dei docenti, quelli che sono stati i nostri professori, erano soltanto insegnanti e non artisti presenti sulla scena. Le generazioni di Cucchi, Kounellis, Ontani, Clemente, Anselmo, non ha insegnato nelle accademie, e quando l’ha fatto, mai in Italia. Solo Fabro a Milano. Per motivi burocratici e di una malsana gestione della didattica, le accademie hanno creato un vuoto negli anni Ottanta. Nel decennio successivo, da Garutti in poi, molti artisti professionalmente visibili hanno iniziato a insegnare. All’estero questo ruolo didattico degli artisti, nelle scuole più importanti, non si è mai interrotto e ha promosso generazioni di artisti..
Noi siamo una generazione di autodidatti. Abbiamo imparato sul campo come si deve allestire una mostra, come si presenta un lavoro a un gallerista o a un curatore. Come pensare un catalogo, si vedano le pubblicazioni uscite in quel periodo per farsene un’idea. In Italia, fino agli anni ’70, c’era un numero di istituzioni che funzionavano e avevano relazioni a livello europeo, sto pensando a Palma Bucarelli a Roma, alla GAM di Bologna: istituzioni dalla conduzione non tanto diversa da quelle presenti in altre realtà europee; poi c’è stato un collasso istituzionale. Con la nascita del Beaubourg cambiano le cose e noi abbiamo perso tempo. Soltanto negli ultimi 15 anni la situazione è migliorata, penso a Torino come centro del contemporaneo e poi il MART, il MADRE, il Mambo, il MAXXI, Ratti, Spinola Banna… Ora noi insegniamo come si monta una mostra, come ci si rapporta con le gallerie, i curatori, la produzione del lavoro, la committenza e si parla di strategia, di sistema. Noi siamo cresciuti nell’idealismo, pensavamo che l’idea fosse sufficiente.

F.R: La vostra/nostra non è quasi identificabile come generazione, ma come piccole realtà che sono emerse; ora è in atto il tentativo di istituzionalizzarle.
Comunque volevo chiederti due cose sul video. La prima riguarda il pifferaio: cosa si porta via il pifferaio magico? E poi la carrellata è in orizzontale, per forza schiacciata in lunghezza, e quindi si tratta di una visione di Genova che è possibile solo da fuori, perché da dentro è impossibile. Genova la si vede per esteso solo dal mare, come se fosse impossibile costruire un racconto unitario da dentro e da ciò forse dipende la sua invisibilità.

L.V: Non ci avevo pensato, è vero… e tu che lettura dai a questo?

F.R: In primo luogo Genova è un’invenzione urbanistica del fascismo e poi esiste un forte narcisismo delle differenze, tipo che se sei di Sampierdarena dici vado a Genova e non vado in centro. Questa lunghezza è l’unica direzione che la città possiede, un budello di terra con due linee: l’Aurelia e la Circonvalazione, e quando sei dentro a quel budello non hai la percezione di una città così lunga. E’ un modo di vedere la città cartografico, hai sempre dei punti a scartamento ridotto.

L.V: Una rappresentazione cartografica che è difficile riconoscere quando la guardi dal mare. Mi viene da dire che questo lavoro riconduce inconsapevolmente alla prima mostra alla Pinta, in cui presentai una planimetria in scala 1:1 della galleria stessa posizionata sul pavimento. Come dicevo prima, rappresentava il mancato rapporto tra noi e il luogo; la sua duplicazione ne sottolineava la perdita. In questo mio ultimo lavoro c’è forse il tentativo di restituire un’immagine della città, ma questo tentativo risulta fallito perché il luogo rimane irriconoscibile. Ritorno al punto di partenza. Genova si nasconde dietro a questo strumento musicale che c’è e non c’è, un piffero “magico”, oggetto archeologico introvabile di una cultura materiale in via d’estinzione. Non credo esista un museo che ne custodisca una copia. Il piffero ligure o delle 4 province, l’ho conosciuto tramite il Tralallero e in particolare Stefano Valla.

PER L’ ETERNITA’ – LUCA VITONE

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Luca Vitone – Per l’eternità

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La storica dell’arte Barbara Rose nell’articolo dedicato alla 55. Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia, tuttora in corso, pubblicata su “The Wall Street Journal” del 18 giugno, scrive a proposito del Padiglione Italiano: “Given that Italy is the host country of the Biennale, it is an insult to its artists that the management displaced them from their main pavilion in the giardini, crowding them into the most remote spaces at the end of the Arsenale to transform what was the Italian pavilion into the keynote curated international exhibition (…)”. (Considerando che l’Italia è il paese ospitante della Biennale, è un insulto ai suoi artisti che l’organizzazione li abbia spodestati dal loro padiglione principale ai giardini, stipandoli nel più remoto spazio alla fine dell’Arsenale per trasformare quello che è stato il padiglione italiano nella chiave di volta della curatela internazionale della mostra).
Con questa citazione, abbiamo inteso incominciare il comunicato stampa della seconda personale di Luca Vitone da pinksummer. Una mostra che si presenta con il medesimo titolo di Per l’Eternità, la scultura acromatica monolfattiva a base di rabarbaro, o meglio di rabarbari, realizzata in collaborazione con il maestro profumiere Maria Candida Gentile, che ha impregnato di sé l’aria del padiglione italiano della Biennale di Venezia, annunciandosi, talvolta, perfino all’esterno dei suoi perimetri.
L’odore, dinamico e ambivalente, inteso dall’artista come ritratto anamnesico dell’Eternit, il materiale edile, versatile e inodore, il cui nome è stato ispirato dal latino aeternitas, e che invece ha causato, attraverso l’inalazione delle sue particelle minerali fibrose, tanta e troppa morte, in Italia soprattutto a Casale Monferrato, dove lo stabilimento Eternit era ubicato. Da qui il titolo del progetto “Per l’Eternità”, e da qui l’idea di realizzare per Venezia una variante invisibile della sua riflessione sul monocromo incentrato sul concetto di anti-pigmento: le polveri inquinanti presenti nell’aria, che della pittura di Vitone sono nel contempo causa formale e materiale.
Il 3 giugno di quest’anno, qualche giorno dopo l’inaugurazione della Biennale di Venezia, la corte di appello di Torino, ha condannato a 18 anni di carcere, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, co-proprietario dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, insieme a Jean-Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne, deceduto qualche giorno prima della sentenza, il 21 maggio, nella sua villa in Belgio. Il processo ai proprietari di Eternit era stato istituito nel Palazzo di Giustizia di Torino nel 2009, in seguito a un’azione legale collettiva per aver causato la morte , per esposizione all’amianto, di circa 3000 persone, tra cittadini e lavoratori dello stabilimento.
L’approccio caleidoscopico di Vitone al fibrocemento del progetto Per l’Eternità da pinksummer si svilupperà in un video delicatissimo di voce e di paesaggio, in cui la violenza di un trauma collettivo si smaterializza anche nelle parole di una donna che accenna alla sua strana paura del vento. Il paesaggio immobile e orizzontale pare come un volto ritratto nella fissità di un pensiero, il fremito della vita al suo interno sembra mero accidente. L’altro oggetto primario della mostra di Genova è un monocromo che sussume, quasi in antitesi con la delicatezza del video, l’ingombro simbolicamente pesante di una memoria prematuramente archeologica, remotizzata , sterilizzata, e in qualche modo esteticizzata, dentro a un suo sigillo materico appropriato.
Abbiamo poi iniziato questo comunicato con la citazione di Barbara Rose su “The Wall Street Journal” per denunciare come la mancanza di lungimiranza dell’Italia contemporanea sia anche manifesta nello scadente sostegno che questo paese accorda ai suoi artisti . Un paese, l’Italia, di cui il microcosmo geografico esemplare delle nazioni all’interno della Biennale di Venezia, tra Giardini e Arsenale, restituisce con chiarezza la dimensione culturalmente e politicamente marginale. La Rose prosegue l’articolo affermando che la condizione di marginalità in cui sono stati presentati gli artisti italiani, ammassati sul confino del Giardino delle Vergini, è particolarmente sfortunata, considerando che, secondo il giudizio personale della critica, una delle migliori installazioni dell’intera Biennale è quella di Marco Tirelli.
A differenza dei paesi europei e extraeuropei che, da sempre, al proprio padiglione nazionale conferiscono un valore simbolico, metaforico e anche economico, non solo di investimento, ma anche di ritorno, l’Italia curatoriale tende a non ottimizzare le sempre più esigue risorse nel mare più (Beatrice, Sgarbi) o meno (Pietromarchi) magnum della collettivona.
Bartolomeo Pietromarchi, il curatore del padiglione italiano, per sopperire alla decurtazione dei fondi ministeriali per le arti visive alla Biennale di Venezia, si è inventato un crowdfunding. I nomi di tutti coloro che hanno sostenuto la mostra “Vice-Versa” nell’indistinzione del collettivismo, sono stati menzionati sul pannello all’ingresso del Padiglione e sul catalogo. Coloro che hanno sostenuto, e che qui ringraziamo ancora per l’aiuto prezioso, il progetto curatoriale di Pietromarchi, scegliendo di sostenere l’installazione ambientale di Luca Vitone, sono stati omessi dalla lista del crowdfunding, che peraltro comprendeva democraticamente anche i donnors da 5 euro, e emarginati nella sola didascalia dell’opera specifica. Precisione discriminante davvero poco comprensibile. L’invito poi al vernissage dell’intera Biennale di Venezia ai sostenitori del progetto di Luca Vitone al Padiglione italiano è arrivato, tranne per chi già lo riceveva da Fondazione Biennale, dal Padiglione latino americano, dove Luca Vitone è stato invitato a partecipare dai curatori, con un lavoro prodottogli. Rispetto alla posizione degli artisti sul piano curatoriale, riferendoci a Vitone che pinksummer rappresenta, ci viene da citare Renato Barilli su “L’Unità “: “Luigi Ghirri, accoppiato a Luca Vitone, non riesce a schiacciarlo, pur dall’alto della sua maestria di fotografo, in quanto interviene il criterio distintivo tra chi usa l’obiettivo fotografico allo stato puro, per trarne responsi di cronaca, e chi invece, Vitone, lo gestisce alla pari con altri strumenti concettuali. Vitone infatti potrebbe altrettanto bene valersi di cartoline illustrate, diagrammi, scritte sentenziose”.
Con il solito fatalismo italiano concludiamo affermando che avrebbe potuto andare peggio.
Si ringraziano i sostenitori del progetto di Luca Vitone “Per L’eternità” al Padiglione Italia della 55. Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia :
AGI Verona; Francesco Berti Riboli, Genova; Dena Foundation for Contemporary Art, Parigi; Fondazione Sambuca, Palermo; Andrea Fustinoni e Fabio D’Amato, Santa Margherita Ligure (GE); Eva e Alessandro Nieri, Fucecchio (FI).

Si ringraziano:
Anna Maria Amato Falcone, Francesco Berti Riboli, Antonella Berruti, Gerardo Cejas, Fabio D’Amato, Paolo Falcone, Giorgio Fasol, Andrea Fustinoni, Roberta Garufi, Daniele Gasparinetti, Maria Candida Gentile, Marco Giammona, Rossella Giammona, Loredana Gintoli, Alessandro Nieri, Massimo Palazzi, Francesca Pennone, Eva Perini Nieri, Bruno Pesce, Giuliana Setari Carusi, Cristiana Stona, Angela Tenca, Gianni Villa, Maria Villa, Leo Vitone.

in particolare si ringrazia i collaboratori dello studio: Floriana Giacinti, Elvio Manuzzi, Giovanni Oberti

Luca Vitone

Luca Vitone nasce a Genova nel 1964
Vive a Berlino

 

MOSTRE PERSONALI

2021
Maxxi, Rome (upcoming)
Weserburg, Bremen (upcoming)

2020

Il Canone, CSAC Parma

 

2019
Romanistan, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato

 

2018
Wunderkammer, pinksummer Genova
The Impossible Community, Fondazione Zimei, Montesilvano (Pescara), a cura di Massimiliano Scuderi
Europa!, Galerie Nagel Draxel, Berlino
Chambres/Kamers, Galerie Michel Rein, Bruxelles

 

2017
Cesare Viel & Luca Vitone:Ab Urbe Genua Duo Lykanthropi Romae, pinksummer, Roma
Io, Luca Vitone, PAC Padiglione dʼArte Contemporanea, Milano

 

2016
Homo Faber, Galerie Michel Rein

 

2015
Berlino 1920210, George Grosz / Luca Vitone
Galleria De Foscherari, Bologna

 

2014
Galerie Nagel-Draxler, Berlin.
Luca Vitone. Imperium, n.b.k. Neuer Berliner Kunstaverin, Berlino
Nel nome del padre, presentation of a permanent art work done for the spaces of the Istituto Italiano di Cultura, Montevideo, Uruguay (with Cesare Viel)

 

2013
Per l’eternità, pinksummer, Genova
Non siamo mai soli, Galleria Milano, Milano
Private, Luca Vitone, Studio Geddes, Roma

 

2012
Natura Morta con paesaggi e strumenti musicali, Fondazione Brodbeck, Catania
Monocromo Variationen, Museion, Bolzano

 

2011
Una domenica a Wiepersdorf, e/static, Torino
Isole recluse, Ottologia della villeggiatura, Galleria Cesare Manzo, Roma

 

2010
Souvenir d’Italie, Galerie Michel Rein, Parigi
Il volo del Grifo, pinksummer, Genova

 

2009
Ultimo Viaggio, Nomas Foundation, Roma

 

2008
Ich, Rosa Luxemburg Platz, Galerie Christian Nagel, Berlino
Ovunque a casa propria, GAMeC, Bergamo

 

2007
Panorama, Galleria Cesare Manzo, Pescara
Gli occhi di Segantini, MART, Rovereto
Trallallero, Fossati esterni del Castello Sforzesco, Milano
Le ceneri di Milano, Galleria Emi Fontana, Milano
Überall zu hause, OK Centrum, Linz

 

2006
At home everywhere, Casino Luxembourg, Lussemburgo
I luoghi sensibili – Panorama, Torre Guelfa, Pisa

 

2005
Io Roma, Magazzino d’Arte Moderna, Roma
Qui non è più adesso/Her er han ikke længere, rum46, Århus, Danimarca (con Marco
Vaglieri) L’Ultimo Viaggio, Galleria FrancoSoffiantino ArteContemporanea, Torino
Viva! (Incontri a Montellori/2), Fattoria Montellori, Fucecchio (Fi)
Un Quartetto, Galleria e/static, Torino

 

2004
Prêt-à-Porter, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato
I Only Have Eyes For You, ASSAB ONE, Milano
Nulla da dire solo da essere, Galleria Emi Fontana, Milano

 

2003
Note di strada, Galleria Primo Piano, Roma

 

2002
Memorabilia, Micromuseum, Palermo
Corteggiamento, Galleria Gianluca Collica, Catania

 

2001
I Only Have Eyes For You, Lotta Hammer at Westlondonproject, London
VIM, Very Italian Macho, Galleria Emi Fontana, Milano (con Cesare Viel)

 

2000
Convivio, Base, Firenze
Stundàiu, Palazzo delle Esposizioni, Roma
Hole, P.S.1, New York
Coppie, Galleria Primo Piano, Roma

 

1999
Edge of Europe, O.K Centrum für Gegenwartskunst, Linz, Austria
Itinerari Intimi, Galleria Neon, Bologna

 

1998
Intimate Itineraries, Galleria Christian Nagel, Colonia
Wide City, Openspace, Milano

 

1996
Ein Sonntag in Wiepersdorf… ich möchte nichts machen, nur hören Künstlerhaus Schloss Wiepersdorf, Wiepersdorf
Liberi tutti!, Special Project for Liste ’96, Basilea

 

1994
Appunti di viaggio, Juliet Room, Trieste
Der unbestimmte Ort, Galerie Christian Nagel, Colonia
Il Luogo dell’Arte/The Place of Art, Galleria Emi Fontana, Galleria Paolo Vitolo, Milano

 

1993
Galleria Marsilio Margiacchi, Arezzo (con U. Cavenago)
Carte Atopiche, Galleria Paolo Vitolo, Milano

 

1992
Transiti, Galleria Raucci/Santamaria, Napoli (con U. Cavenago)

 

1991
Topazo, Galleria Franz Paludetto, Torino

 

1990
L’invisibile informa il visibile, Galleria Paolo Vitolo, Roma
Galleria Pinta 3, Galleria Neon, Bologna
U7, U7 Gallery, Londra

 

1989
Galleria Pinta 2, Studio Oggetto, Milano
Informazioni del luogo, Galleria Pinta, Genova

 

1988
Studio Gennai, Pisa, a cura di S. Ricaldone
Galleria Pinta, Galleria Pinta, Genova

 

1985
Scatole, Libreria Il Sileno, Genova

 

MOSTRE COLLETTIVE

2019
“You Got To Burn To shine”, Galleria Nazionale d‘Arte Moderna e Contemporanea, Roma, curated by Teresa Macrì.

 

2018
“100% Italia.1915-2015 Cent’anni di capolavori”, Museo Ettore Fico, Torino.
“Foresta urbana”, Museo Riso, Piazza Bologni, Palermo, curated by Paolo Falcone.
“Osservatori”, Tenuta Busulmone, Noto (SR), curated by Photology, Gino Gianuizzi.
“Places: one after another. The Human Condition. Searching for a Place. Home, Homeless, Travel, Refugeeness”, Jewish Museum and Tolerance Center, Moscow, curated by Viktor Misiano.
“PRESENT”, Van Buuren Museum, Bruxelles, curated by Michel Van Dyck.
“Pictorial goose turn”, Pinksummer goes to Palermo, Palermo.
“Raymond” Grand Hotel des Palmens, Palermo, curated by Luca Trevisani.
“Luca Vitone, David Jablonowski, Georgia Dickie”, Galerie Rolando Anselmi, Berlin.

 

2017
Arte in Memoria 9, Parco Archeologico di Ostia Antica, Ostia, a cura di A. Zevi.
Publishing as an Artistic Toolbox: 1989-2017, Kunsthalle Wien, Wien, a cura di Luca Lo Pinto.
Da io a noi. La città senza confini, Palazzo del Quirinale, Roma, a cura di Anna Mattirolo.
Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino, Palatino, Roma, a cura di Alberto Fiz.
Infinite sono le cose tra cielo e terra che gli uomini non conoscono, Galleria Milano, Milano.
Wiederverzauberung – Re-enchantment. Federico Cavallini, Daniel Maier-Reimer mit Luca Vitone,
Margherita Moscardini, Stefan Vogel, Kunstraum, München, a cura di Emily Barsi e Alessancra
Poggianti.
Violenti confini, Pinacoteca Comunale, PalazzoVitelli alla Cannoniera, Città di Ca-stello, a cura di
Magonza.
Die Idee der freien Flusszone, Galerie für Landschaftskunst, Heidelberg Kunstver-ein, Heidelberg
Repères. LʼÈtat de lʼart public au Luxembourg, Luxembourg.

 

2016
Nanjin International Arts Festival. Historicode: Scarsity and Supply, New Baijia Lake Museum, Nanjin,
China.
The Indipendent. Una vetrina. Memorazioni, MAXXI, Roma.
Biennale del Disegno Rimini. Profili del mondo curated by Alessandra Bigi Iotti,
Marinella Paderni, Massimo Pulni, Giulio Zavatta, Musei di Rimini.
Highlights/Visions, MAXXI, Roma.

 

2015
Vanitas / Vanitatis. La collezione Alpegiani, Museo Ettore Fico, Torino
Ennesima, curated by Vincenzo De Bellis, Palazzo della Triennale, Milano
Fleischeslust / Carnal Desire, curated by Stefanie Dathe, Museum Villa Rot, Burgrieden-Rot
Nel mezzo del mezzo, curated by Marco Bazzini, Christine Macel, Bartameu Mari, Museo RISO, Palermo
Materia, a cura di Massimo Palazzi, Municipio, Novi Ligure.
Masterpieces from Farnesina Collection, curated by Martina Corgnati, Giovanni Iovane, Muesum of Contemporary Art, Zagreb
MoRE spaces. Percorsi nell’archvio del non realizzato, curated by Elisabetta Modena,Valentina Rossi, Marco Scotti, Anna Zinelli, Palazzo PIgorini, Parma
Heroes, Galleria Davide Gallo, Milano
Liberi tutti! Arte e società in Itaia. 1989-2001, a cura di Luca Beatrice e Cristiana Perrella, Museo Ettore Fico, Torino
Collezionare per un domani. Nuove opere a Museion, curated by Letizia Ragaglia, Museion, Bolzano
Freie Flusszone / Free River Zone, curated by Till Krause – Galerie fur Landschaftkunst, Hamburg

 

2014
Souvenir d’Italie (lumniers), On, Bologna
Eppur si muove, Torrione Passari centro per l’arte contemporanea, Molfetta (Bari), curated by M. Casavola, G. Zaza.
Destinazione d’uso. Incontro e confronto tra arte contemporanea e architettura, Castello di Rivara, Rivara (Torino), a cura di F. Paludetto, F. Canfora.
The Yellow Side of Sociality, Palais de Beaux Arts, Bruxelles, a cura N. Setari
Ha visto i colori divini del lago di Costanza? Robert Walser, SpazioThetis, Arsenale Novissimo, Venezia, curated by C. Benvegnù, E. Battagin.
dotLand by Peninsula, A Space, Berlin, a cura di E. Farina.
Non-profit & profit, SpazioA, Pistoia
ICONICA, Foro Italico, Roma, a cura di B. Pietromarchi, M. Alicata
Calcio d’autore, Auditorium della Musica, Roma, a cura A. Cestelli Guidi, C. Casorati
Il delitto quasi perfetto, PAC, Milano, a cura C. Ricupero

 

2013
Artisti nello spazio. Da Lucio Fontana a oggi: gli ambienti nell’arte italiana, Complesso Monumentale del San Giovanni, Catanzaro, a cura di M. meneguzzo, B. Di Marino, A. La Porta
Vice versa, a cura di B.Pietromarchi, Italian Pavillon at La Biennale di Venezia – 55° Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia, a cura di M. Gioni
El atlas del imperio, a cura A.Hug, P. Guevara, IILA Pavillon at La Biennale di Venezia –
55° Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia, a cura di M. Gioni
Andata e ricordo. Souvenir de voyage, MART, Rovereto

 

2012
Ritratto di una città. Arte a Roma 1960 – 2001, MACRO, Roma, a cura di B. Pietromarchi
El gran sur, 1st Montevideo Biennial, Espacio Expositivo Banco Repùblica, a cura di A.Hug, P. Bentancur e P. Guevara
Retour à l’intime – la collection Giuliana et Tommaso Setari, La Maison Rouge, Paris
Tutta colpa dell’amore, Premio città di Treviglio – Treviglio (BG), ALT (Arte Lavoro Territorio) – Alzano Lombardo (BG) forte piano: le forme del suono, Auditorium Parco della Musica, Roma, a cura A. Bonito Oliva
Fuoriuso in opera, Opera, Pescara, a cura G. Di Pietrantonio
ITaliens, VW Pavillion, Wolfsburg, a cura A. Pace und M. Sorbello
In anderen Worten. Der Schwarzmarkt der Übersetzungen – mit zeitgenössischen Kulturen
handeln, NGBK, Ber- lin, curated by E. Agudio und P. Guevara
D’après Giorgio, Fondazione De Chirico, Roma, a cura L. Lo Pinto

 

2011
Secret Societies, CAPC, Bordeaux, a cura di C. Ricupero, A. Vaillant
Italia Ora, Museo Andersen, Roma, a cura the studente of the Master of Art of the Luiss
Business School of Ro- me coordinated by A. Bonito Oliva
Il Belpaese dell’arte. Etica ed Estetica della nazione, GAMeC, Bergamo, a cura G. Di Pietrantonio e M. C. Rode- schini
The Impossible Community, Moscow Museum of Modern Art, Moscow, a cura di V. Misiano
Cambiare il mondo con un vaso di fiori , Ceramic design made in Albissola IV Biennale di Ceramica, Mudac, Losanne, a cura di R. Costantino
Secret Societies, Schirn Kunsthalle, Frankfurt, a cura di C. Ricupero, A. Vaillant, M. Ulrich
Broken Fall (Organic), Galleria Enrico Astuni, Bologna, a cura di G. Iovane, A. Pace
ACCADEMIA-STANZE-PERSONE, American Academy in Rome, a cura di L. M. Barberio,
L. Eberspacher

 

2010
Storytellers, Centre d’art contemporain Passages, Troyes with the collaboration of FRAC
Champagne-Ardenne / Fonds régional d’art contemporain, Reims, a cura A. Marchand
Sampler #1, Galleria Alessandro De March, Milano
Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando? Opere d’Arte Contemporanea dalla Collezione
Consolandi, MAGA Mu- seo Arte Gallarate, Gallarate, a cura F. Pasini e A. Vettese
ITaliens, Italian Ambassy, Berlin, a cura di A. Pace, M. Sorbello
Cambiare il mondo con un vaso di fiori, Ceramic design made in Albissola IV Biennale di Ceramica Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti, Camogli, a cura di R. Costantino
ORTung 2009, Salzburger Kunstverein, Salzburg, Deutchvilla, Strobl, a cura di H. Schmutz Spazio.
Dalle collezioni MAXXI arte e MAXXI architettura, MAXXI, Roma, a cura di P. Ciorra, B.Pietromarchi, G. Scardi
Linguaggi e sperimentazioni. AGI Verona Collection, MART, Rovereto, a cura di G. Verzotti
Elogio della semplicità, Fondazione delle Stelline, Milano, a cura di G. Verzotti
Libri d’Artista dalla collezione Consolandi 1919-2009, Palazzo Reale, Milano
Ibrido, PAC, Milan, a cura di G. Di Pietrantonio, F. Garutti
Atlas, cartes et plans, Centre des livres d’artistes, Saint-Yrieix-la-Perche
Cambiare il mondo con un vaso di fiori, IV Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea, Istituto Italiano di Cultura, Madrid, a cura di R. Costantino

 

2009
The sound project, Trans(ap)parent, RAM, Roma
Science VS Fiction, Bétonsalon, Parigi
1° Aprile, Galleria Cesare Manzo, Roma
Sicilia 1968/2008 lo spirito del tempo, Riso museo d’arte contemporanea della Sicilia, Palermo
Metessi 2… Pratica della relazione e della comunicazione, a cura di G. Perretta, Studio Carrieri Fondazione Noesi, Martina Franca
Ultimo viaggio, Nomas foundation, Roma

 

2008
Nient’altro che scultura, XIII Biennale Internazionale di scultura a cura di F. Poli, Sedi varie, Carrara
Dopo la Sicilia, Galleria Credito Siciliano, a cura di M. Meneguzzo, Acireale
Immagine la vita, a cura di E. Grazioli, Spazio Gerra, Reggio Emilia
Sguardo periferico & corpo collettivo, Museion, Bolzano

 

2007
Deutsche Bank Collection Italy, Deutsche Bank, Milano
Collezionismi. Il mondo come voluttà e simulazione, ASSAB ONE, Milano, a cura di E.Grazioli
Sharjah Biennial 8 – Still Life: Art Still Life: Art, Ecology & Politics of Change, Sharjah, UAE
Capricci.
Possibilités d’autres mondes, Casino Luxembourg, Lussemburgo, a cura di E. Lunghi
Fuoriuso ’06: Are you experienced, a cura di N. Bourriaud e P. Falcone, WAX (ex MEO)
Budapest, Hungary – Galeria Noua and MNAC Bucharest, Romania.

 

2006
Fuoriuso ’06: Are you experienced, a cura di N. Bourriaud e P. Falcone, Ex mercato
ortofrutticolo COFA, Pescara
Written City, Frascati, a cura di G. Ferracci, G. Gaspari, V. Grillo, V. Leone, I. Renzetti
1:1-Translation on the real, Kettle’s Yard, Cambridge, a cura di S. Barassi
The People’s Choice, Isola Art Center, Milano, a cura di M. Scotini
Less, Strategie dell’abitare, Pac, Milano, a cura di G. Scardi

 

2005
Domus Circular, Stadio Giuseppe Meazza, Milano, a cura di S.Boeri e A. Lissoni
Emergency Biennale in Chechnya (itinerante, Palais de Tokyo, Paris; Grozny, Chechnya;
Matrix Art Project, Brussels; Museion, Bolzano), a cura di E. Jouanno, J. Castro
Padiglione Italia Out of Biennale, Flash art Museum Trevi, a cura di G. Molinari
Fuori Tema, XIV Quadriennale d’Arte, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma
Alice nel castello delle meraviglie. Il mondo fuori forma e fuori tempo nell’arte Italiana del
Novecento, Sale Viscontee del Castello Sforzesco, Milano, a cura di M. Pugliese
Nach Rokytnik. Die Sammlung der, EVN, MUMOK, Vienna

 

2004
Shake. Staatsaffäre, O.K. Centrum fur Genenwartskunst, Oberosterreich, Linz, a cura di G.
Rückert;
Villa Arson, Centre National d’Art Contemporain, Nice, a cura di L. Gateau
EmPowerment: Cantiere Italia, Museo d’Arte contemporanea Villa Croce e Villa Bombrini Genova, a cura di M.Scotini
Z.A.T. Zone Artistiche Temporanee, XXI-XXII Edizione del Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate, Civica Galleria d’Arte Moderna, Gallarate, a cura di A. Abruzzese, M.Meneguzzo, R. Pinto, E. Zanella

 

2003
Moltitudini-Solitudini, Museion e AR/Ge Kunst, Bolzano, a cura di S. Risaliti
Stazione Utopia/Utopia Station, a cura di M.Nesbit, H.U. Obrist e R.Tiravanija, nell’ambito di
Sogni e Conflitti.
La dittatura dello spettatore, La Biennale di Venezia – 50° Esposizione Internazionale d’Arte,
Venezia, a cura di F. Bonami
Déplacements, ARC, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Paris, a cura di L. Bossé, H.U.Obrist, V. Rehberg, A. Dressen
TraMonti, Quartiere Monti (Villa Aldobrandini), Roma, a cura di L. Lo Pinto e C. Bonfili
Fragments d’un discours italien, Mamco, Genève
La Ciudad Radiante, Centre Cultural Bancaja, Valencia, a cura di A. Bonito Oliva, C. Casorati
e L.Benedetti
Le mille e una notte, Stecca degli Artigiani, Milano a cura di Associazione Isola dell’Arte Eco e Narciso, cultura materiale/arte, Ecomuseo dell’Industria Tessile di Perosa Argentina, Torino, a cura di S. Risaliti e R. De Marchi

 

2001
Sous les ponts, le long de la rivière…, Casino Luxembourg – Forum d’art contemporain, Lussemburgo
Il Volto Felice della Globalizzazione / The Happy Face of Globalization, I Biennale della
Ceramica, Museo della Ceramica Manlio Trucco, Albissola, a cura di T. Casapietra e R.Costantino
Dinamiche della vita dell’arte, GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo, a cura di G. Di Pietrantonio
Leggerezza, Lenbachhaus Kunstbau, München, a cura di M. Ackermann e G. Iovane

 

2000
As it is, Ikon Gallery, Birmingham, a cura di C. Doerthy
Dire AIDS, Promotrice delle Belle Arti, Torino, a cura di G. Cochrane, G. Verzotti e A. Vettese
La forma del mondo, la fine del mondo, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, a
cura di M. Meneguzzo

 

1999
Leisure and Survival / Freizeit und Uberleben, Galerie im Taxispalais, Innsbruck, a cura di
S.Eiblmayr
Molteplicittà, progetto a più mani con F. Basso, C. Pietroiusti, Stalker, Fondazione A. Olivetti,Roma, a cura di B. Pietromarchi
La Ville, le Jardin, la Mémoire, Accademia di Francia, Villa Medici, Roma, a cura di L. Bossé, C.Christov-Bakargiev, H. U. Obrist

 

1998
Subway, Stazione Centrale, Linee Metropolitane, Milano, a cura di R. Pinto
Mostrato. Fuori Uso ’98, Mercati Ortofrutticoli, Pescara, a cura di G. Di Pietrantonio

 

1997
Cartographers – geo-gnostic projection for the 21st Century, Museum of Contemporary Art
Zagreb, Zagreb, Croatia, a cura di Z. Koscevic (itinerante nel 1998: Center for Contemporary
Art, ZamekUjazdowski, Warsaw; Mücsarnok, Budapest; Umetnostna Galerija, Maribor)
Officina Italia, Galleria Comunale di Arte Moderna, Castel San Pietro (Bologna), a cura di R.Barilli
Città Natura, Palazzo delle Esposizioni, Roma, a cura di C. Christov-Bakargiev, L. Pratesi e M. G.Tolomeo

 

1996
Ultime Generazioni, XII Quadriennale Nazionale d’Arte, Palazzo delle Esposizioni, Roma
Galerie Esca, Nîmes, a cura di R. Pinto

 

1995
Hotel Mama, Aperto ’95, Kunstraum Wien, Vienna

 

1993
Nuova Ingegneria per l’Osservazione e lampi di genio, Villa Montalvo, Campi Bisenzio (Prato), a cura di S. Risaliti
On taking a normal situation and retranslating it into overlapping and multiple readings of conditions past and present, Museo d’Arte Contemporanea, Antwerpen, a cura di Y. Aupetitallot, I.Blazwick, C.Christov-Bakargiev

 

1992
Una Domenica a Rivara, Castello di Rivara (Torino), a cura di G. Magnani
Ottovolante, GAMeC Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo, a cura di G.
Magnani

 

1990 Italia ’90. Ipotesi arte giovane, La Fabbrica del Vapore, Milano, a cura di “Flash Art”

 

1989 La “mostra non mostra”, Gallery, Milano, a cura di G. Ciavoliello

 

1988 The Gallery as Artwork, Galleria Luciano Inga Pin, Milano

CESARE VIEL

Cesare Viel

pinksummer-cesare-viel-invitation-card-2004

Cesare Viel (Torino 1964) presenta da pinksummer una mostra costituita da due progetti distinti. “Diario contemporaneo”, un work in progress di 41 disegni tutti del medesimo formato, in cui l’artista ripresenta, rimontandole, immagini diverse provenienti dal flusso onnivoro della cronaca nazionale e internazionale pubblicata su quotidiani e magazine. Raramente i disegni si mostrano nudi e crudi, Viel li accompagna con una frase scritta a mano, in corsivo. Accanto al teatro dell’immagine aggiunge quello della parola, facendo emergere il rapporto/scontro tra i due linguaggi.
Là dove l’immagine si presenta come fatto apparentemente oggettivo, la parola interviene tracciando il solco emotivo in cui la si vuole incanalare, ne indirizza la lettura o, più in profondità, la stessa percezione. Talvolta si tratta di vere e proprie didascalie descrittive, altre volte sono frasi tratte da Susan Sontag, Virginia Woolf, Peter Brook o Paul Auster. La scrittura a mano rimanda al diario, alla soggettività che ripensa il mondo e che, lo si voglia o meno, lo destruttura e lo ristruttura.
Il messaggio è chiaro, preciso, senza orpelli, semplice e riflessivo, in qualche modo politico. L’intreccio tra rappresentazione visiva e verbale è una costante del lavoro di Cesare Viel e connota anche l’altra opera che l’artista presenta per la prima volta da pinksummer. La scultura “Aladino è stato catturato”, dotata anche di un audio, evoca una performance dal medesimo titolo presentata a “Fuori Uso” a Pescara e successivamente a Milano. Durante la performance, Viel rinchiuso per ore in una gabbia leggeva e trascriveva i responsi dei tarocchi al pubblico: così, catturato, lo intratteneva e si intratteneva giocando all’oracolo.

Conversazione Con Cesare Viel
Pinksummer: “Nel tuo lavoro sembra centrale il fatto di affiancare l’immagine alla parola, ma muovendo dalla loro incompatibilità. Forse non si può dire ciò che si vede, non che la parola sia inadeguata a descrivere le cose, semplicemente sai che sono irriducibili l’una all’altra. Il luogo del linguaggio non è quello che vedono gli occhi, ma è quello definito dalla sintassi. Il linguaggio è un principio maschile, è ciò che caratterizza il conoscere, non è vedere, ma interpretare. In “Diario” tu decomponi e ricomponi l’immagine secondo la legge di una tassonomia soggettiva?”

Cesare Viel: “L’irriducibilità tra immagine e parola, il loro muoversi su piani diversi e il metterli in reciproca azione è una costante del mio lavoro. E’ una pratica di destrutturazione e ristrutturazione che m’intriga perché rivela una scissione produttiva complessiva: dal sentimento consapevole dell’incompatibilità tra i linguaggi può nascere il desiderio di un rapporto tra le parti che non sopraffaccia l’altro e non distrugga le diversità. E’ quando capisci che i conti non tornano che accetti di contare. Il lavoro che espongo in galleria, “Diario contemporaneo”, è prima di tutto un infinito intrattenimento. Inizia nell’ottobre del 2002 e arriva fino al gennaio del 2004, ma in sé è un lavoro senza fine: proseguirà ancora nel tempo. Per il momento sono 41 disegni su carta tutti dello stesso formato (29,7 x 42 cm.). La dimensione identica dei disegni è la prima regola che ho scelto per produrre questo “work in progress”. Poi, la scelta dominante del bianco e nero (solo ogni tanto c’è del colore, ed è sempre rosso) e del contorno preciso, netto, marcato come quello del tracciato della scrittura. Le immagini scelte derivano da fotografie pubblicate su quotidiani, settimanali e riviste. Accanto a ciascuna immagine la scritta a mano di una o più frasi che funzionano come le didascalie pubblicate vicino alle foto sui giornali. Determinante per lo svolgimento di questo “Diario” è il rapporto strutturale tra immagine e frase. Sulla carta stampata le immagini “parlano” al lettore attraverso la didascalia riportata. Il senso solo apparentemente denotativo della frase indica il modo in cui dobbiamo “leggere” l’immagine. La frase pubblicata condiziona l’immagine, la tradisce, la svia, la giustifica, ecc. ecc. Nel mio “Diario” ho voluto affrontare questo aspetto della comunicazione quotidiana per immagini, nella quale siamo immersi. L’uso e l’abuso reciproco che facciamo, e che ci viene fatto, del linguaggio visivo e di quello verbale. Da questa “gabbia” strutturale non si esce, ma possiamo provare a giocarla, a rimetterla in una scena diversa e farla “parlare” con altre voci e altre intonazioni. Le frasi che riporto accanto o sotto i disegni appartengono, a volte, al livello della didascalia ” denotativa”, altre volte provengono da un altro campo discorsivo e possono essere frammenti di pensiero di autori come Susan Sontag, Paul Auster, Virginia Woolf, Adolf Loos, Peter Brook. In questo modo si amplia la possibilità di lettura e di osservazione delle immagini, allontanando la didascalia dalla sua pretesa di “compatibilità” descrittiva e aumentando il livello di “scissione” tra testo e immagine. Proprio per questo però, nello stesso tempo, l’immagine alla fine si avvicina di più a noi in termini emotivi. Da qui il titolo del lavoro: “Diario contemporaneo”, che inserisce elementi di soggettività.”
L’io generico che caratterizzava il concettuale degli anni ‘60 incentrato sui procedimenti piuttosto che sull’opera finita, metteva in discussione il concetto di autore smaterializzando l’opera. Pur recuperando la disamina razionale dura e pura, tu insieme a molti artisti della tua generazione avete reintrodotto il concetto di autore e con esso quello di emotività.
Dal concettuale ho ereditato la pratica della consapevolezza che tutti gli strumenti che usiamo non sono innocenti o neutri, ma sono il frutto di una costruzione culturale, di un’elaborazione linguistica che si mostra, si fa vedere. Nello stesso tempo, la purificazione, la smaterializzazione concettuale dell’arte ha prodotto in fondo il desiderio e la consapevolezza del suo contrario: intervenire sugli aspetti impuri, ingombranti e non eliminabili dell’identità, della realtà e dell’emotività di ciascuno. Ci sono voci, sentimenti, conflitti e limiti alla docilità dei corpi (come diceva Foucault). Esiste l’impossibilità di una completa svaporizzazione dell’io, il rapporto inevitabile e forte tra l’io e il tu, l’attrazione del dialogo tra le soggettività. Tutto questo ha prodotto nella mia generazione la tendenza ad affrontare un’arte che sia capace di uno sguardo plurale, personale e complesso, anonimo e individuato al contempo. Uno sguardo che tenga insieme la deriva e la concentrazione dell’io. Una soggettività, intesa non in termini strettamente autobiografici, che non venga rimossa da una supposta “neutra” progettualità, ma che tenga conto della sua posizione e delle condizioni della sua esistenza. In questo senso intendo anche la pratica della performance.

P: Per l’invito della mostra hai scelto l’immagine della morte di Marat di David. Argan afferma che nel caso di David il neoclassicismo applicato alla cronaca assume un carattere etico piuttosto che poetico. Si dice che David andasse spesso a vedere i condannati mentre venivano condotti alla ghigliottina e li ritraesse con pochi tratti di estrema intensità, di quei ritratti è rimasto solo quello di Maria Antonietta. Parla di questa scelta.

C.V: Prima di tutto ho scelto quest’immagine perché mi piace molto. Proviene dalla rivoluzione: un momento in cui si attraversano e si compenetrano tra loro elementi contrari, vita e morte, entusiasmo e disperazione, felicità e dolore. Non l’ho scelta per una “nostalgia” della forma o per mera provocazione, ma per i possibili intrecci con il mio lavoro: la relazione complessa con gli eventi sociali contemporanei (David è stato in fondo il primo artista-cronista politico della modernità); la sua lucida consapevolezza della messa in scena del rapporto tra teatro, immagine e scrittura (Marat tiene ancora una lettera nella mano sinistra e una penna d’oca nella mano destra, il calamaio e un’altra lettera sono ben visibili sulla base di legno dove sono riportate anche la dedica e la firma, due nomi, quello del soggetto rappresentato e quello dell’autore); il rapporto tra la violenza dell’incidente, del fatto, e il rigore del disegno; la presenza di un corpo politico e l’asciutta modalità del linguaggio compositivo utilizzato per mostrarlo. Tutto questo produce, secondo me, una profonda emozione mentale, ed è molto contemporaneo, anche se il quadro è abissalmente lontano nel tempo. Per l’esattezza, sono passati 211 anni da quest’opera laica e “contemporanea”. Poi, è vero, mi interessa lavorare anche sull’aspetto etico del nostro rapporto con il visibile, anche se non mi piace dichiararlo. Per me l’etica dev’ essere soprattutto un’emozione, una conseguenza del comportamento, non un programma.

P: I disegni che presenterai da pinksummer ci appaiono come una sorta di trompe l’oeil, di fatto si organizzano intorno a un oggetto, la cronaca, ma tale oggetto si organizza intorno al tuo sguardo. Nancy afferma che dipingere, disegnare è uscire da se stessi, dall’occhio esce lo sguardo, lo sguardo dell’occhio ed è attraverso di esso che il soggetto diventa soggetto. Il ritratto è l’infinito dilatarsi dell’uno, non a caso questo progetto potenzialmente infinito si chiama diario, il diario non è l’ autoritratto letterario?

C.V: Parto dalla cronaca del presente per ricavare una possibile iconografia contemporanea, forzando le immagini a dirci qualcos’altro, e la forma del diario mi permette di non produrre gerarchie di valori o di contenuti. Il criterio orizzontale e pubblico di questo progetto diaristico porta in realtà ad una negazione dell’idea di diario come autoritratto privato. O meglio, se un autoritratto affiora è a mia insaputa, costituendo caso mai un autoritratto anonimo e plurale.

P: Sempre Nancy afferma che Il ritratto è in absentia, nel senso che è fatto per conservare la presenza, è costruito sull’idea di somiglianza e riconoscibilità che differisce dall’idea di copia o riproduzione per il valore di approssimazione. Il ritratto evocando immortala cioè sottrae alla morte. Perché hai sentito il bisogno di sottrarre al flusso questi fatti, presentarli nel medesimo décor, indipendentemente da valore e merito?
Ho sentito prima di tutto il desiderio di disegnare queste immagini, queste notizie, per trasformarle, per distoglierle da qualcosa, non so se per sottrarle alla morte (questo è già uno scopo etico e non mi sento di dichiararlo). E’ certo però che rimontandole come pagine smembrabili di un diario, esse si distaccano dal flusso delle informazioni per ritrovarsi in un contesto che le fa apparire ancora riconoscibili ma diverse, frammentarie e soprattutto fragili perché fatalmente destinate ad un uso indiscriminato. Tutte le immagini si rivelano dunque per quello che sono: mezzi utilizzati per qualsiasi scopo, che possono significare qualsiasi cosa a seconda delle più diverse intenzioni. Questa è la loro straordinaria potenza e “tenerezza”. Questo mio progetto è infinito perché credo che sia senza fine il desiderio soggettivo di ricontestualizzare le immagini riprodotte che abbiamo quotidianamente intorno a noi.
Oltre a “Diario” presenterai da pinksummer una scultura, che richiama una tua performance in cui chiuso in una gabbia leggevi i tarocchi, facevi il veggente. Una rappresentazione della rappresentazione. Parlaci di questa scultura e della performance e anche della performance come pratica, esercizio, all’interno del tuo lavoro in maniera più esaustiva.
La scultura, “Aladino è stato catturato”, ha lo stesso titolo della performance dalla quale è scaturita come un perturbante e ironico doppio. Durante la performance (eseguita per la prima volta nell’edizione 2000 di “Fuori Uso” a Pescara, e poi ripresentata nell’aprile del 2003 in occasione del primo evento pubblico organizzato e promosso dall’associazione Ida, Isola dell’Arte, della quale faccio parte, per la difesa dell’edificio della Stecca a Milano a rischio di demolizione per via di un progetto molto discutibile di riqualificazione urbana) rimanevo rinchiuso, seduto in una cassa-gabbia di legno per diverse ore, a leggere e interpretare i tarocchi trascrivendo su fogli di carta le improbabili e bizzarre sentenze che le carte mi comunicavano. Il tema favolistico di riferimento ( Aladino, la lampada magica, il tappeto volante) era un pretesto per affrontare con ironia la dimensione di un soggetto che, trovandosi letteralmente rinchiuso, ha perso momentaneamente la propria forza e, per far passare il tempo, cerca di trovare una possibile soluzione attraverso i responsi contraddittori delle carte da gioco. L’azione della lettura e della scrittura medianica, la presenza di un corpo esposto allo sguardo degli altri, la presenza stessa degli altri attorno alla gabbia, e la destabilizzazione percettiva dovuta all’ apparente normalità della mia condizione di rinchiuso, erano gli elementi messi in gioco da questa performance. Ho sentito ben presto però che l’energia scaturita da quell’azione non aveva intenzione di concludersi con l’evento performativo, c’era una parte ostinata che non accettava di rimanere “rinchiusa” e risolta solo nella dimensione della performance, da qui è nata la necessità di farne una scultura: un ‘opera autonoma. Adesso questa performance ha trovato la sua collocazione e forma definitiva. Come ho accennato in una risposta precedente, per me la pratica della performance è importante proprio perché permette di affrontare nella sua concretezza il delicato aspetto della posizionalità e della relazionalità di un soggetto. Sinteticamente posso dire che all’interno del mio lavoro la pratica della performance è un fondamentale momento di rilancio e di verifica dei linguaggi e delle questioni legate all’esposizione della soggettività e dell’identità tra altre presenze umane. Si tratta della condivisione pubblica di un momento intensamente emotivo che diventa anche politico, nel senso più ampio del termine.

P: Angela Vettese in un articolo su Il sole-24 ore del ‘98 parlava della “sfortuna” dei giovani artisti italiani affermando che anche i giovani più promettenti deperiscano di fronte a una mancanza di adeguato riconoscimento. Le cause secondo l’autore dell’articolo potevano essere determinate dalla posizione economica italiana, troppo povera per i paesi ricchi, troppo ricca per i paesi poveri; per mancanza di strutture “e là dove ci sono rette da piccoli egocentrismi locali e da normale ignoranza”; ma soprattutto imputava tale mancanza d’incidenza all’amore per la forma, che facendo grande la nostra moda e design, non ha mai aiutato gli artisti italiani: “l’obiettivo di dare forma a un pensiero appare all’estero, spesso, come segno di scarsa attenzione per i contenuti”. Infine in quell’articolo si affermava che in Italia” i “vecchi artisti, timorosi di perdere posizione , sbarrano la strada ai propri allievi”. Tu insegni all’Accademia Ligustica di belle Arti, come ti poni di fronte ai tuoi allievi?

C.V: E’ vero, in Italia le condizioni generali dell’attenzione nei confronti dell’arte contemporanea non sono buone anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato in positivo. Quando ho iniziato ad esporre alla fine degli anni Ottanta la situazione di vuoto e di indifferenza era ancora più pesante. Si sentiva ancora di più la presenza dei “vecchi” maestri, i pochi musei sembravano fortezze inespugnabili e le istituzioni pubbliche erano completamente immerse in una gestione tutta autoconservativa. Da qualche anno insegno all’Accademia e intrattengo un rapporto molto positivo con colleghi e allievi. Ovviamente non mi sento un “maestro”, sarebbe ridicolo per come la penso. Cerco di stimolare il più possibile negli studenti la curiosità critica e lo spirito libero e dinamico della ricerca, non do ricette a priori e non intendo pormi come un modello (della mia pratica artistica non parlo mai e odio il narcisismo). E’ molto interessante quando senti che hai contribuito a far nascere delle domande e ad aprire una porta o uno spiraglio. E’ a quel punto che anche tu impari qualcosa da loro e scopri la bellezza di trovarti in mezzo a soggetti attivi. La cultura e l’insegnamento sono fenomeni di vita fortemente radicati nell’esperienza e nella qualità emotiva e intellettuale dell’esperienza. Credo sia questo l’aspetto più importante del rapporto di trasmissione del sapere.

P: Ci ricordiamo di un lavoro di Boetti della fine degli anni ’80, disegni come semplici ricalchi delle copertine di newsmagazine di un definito e limitato periodo. Panorama, L’Espresso, L’Europeo. Matita su foglio bianco. Conosci questo lavoro? Ci sono dei rimandi con il tuo diario quotidiano?

C.V: Conosco e apprezzo il lavoro di Boetti, e lo considero uno dei più interessanti artisti italiani della seconda metà del Novecento. Qualche anno fa ho realizzato un lavoro fotografico che era anche un omaggio esplicito ai suoi “Gemelli” del 1968. In questo caso però questo mio lavoro (“Diario contemporaneo”) ha un rimando con il suo in termini solo evocativi. E’ piuttosto un’aria di famiglia (per dirla alla Wittgenstein), nel senso che in fondo un’opera d’arte ne richiama sempre almeno un’altra, e questo è bello che accada. “Diario contemporaneo”, però, non è un lavoro sul ricalco oggettivo delle copertine di alcune riviste popolari di un periodo ben circoscritto (Boetti scelse l’ottobre del 1983), ma è un rimontaggio selezionato e parziale che produce uno slittamento, a volte anche molto esplicito, delle fotografie e della loro lettura. Il procedimento non è basato sul meccanismo della serializzazione/registrazione oggettiva, ma sul rimontaggio manipolatorio e conflittuale tra immagini e linguaggio verbale aggiunto. E’ un procedimento soggettivo di ricontestualizzazione più vicino, caso mai, all’atteggiamento operativo situazionista, sempre nel senso evocativo di un’ altra “aria di famiglia”. Ho voluto manipolare immagini che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi proprio perché, avendole tutti i giorni sotto gli occhi, tendiamo a non vederle più come un problema.

CESARE VIEL

Photo credits Francesco Cardarelli

Cesare Viel

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Pinksummer: Artaud ha scritto a proposito del suo teatro: “Popolare lo spazio per coprire il vuoto, è ritrovare il cammino del vuoto”. Artioli e Bartoli in uno straordinario saggio su Artaud hanno ricondotto la metafisica linguistica artaudiana a quella situazione di sospensione che ricerca il punto vibratile in cui ciò che è forma comincia a svanire, materia dissociata che produce energia, soffio, distruggendo il feticismo del testo e il nesso tra significato e significante. Tale parola non è raptus incontrollato, ma conoscenza delle leggi della vita che oscillano tra pieno e vuoto con un ritmo duale centrifugo e centripeto. Questa tua seconda personale da pinksummer è materializzata dal e sul e intorno al linguaggio. La tua strategia linguistica sembra galleggiare tra presenza e assenza; la tua parola, materia cristallizzata, appare sul punto di sciogliersi e vivere autonomamente prendendo la forma del trasalimento dell’anima. Il primo spettatore di questa mostra sembri essere tu: nella scena teatrale artaudiana concepita in modo circolare il vuoto sta al
centro, nel punto in cui si trova lo spettatore, il pieno sta ai margini, in procinto di essere inghiottito dal nulla.

Cesare Viel: Ho sempre avuto una forte attrazione per il vuoto e i precipizi. Da bambino mi affascinava esporre una bambola al di là della ringhiera del mio balcone, al sesto piano. Restavo a guardare il corpo del giocattolo sospeso nel vuoto, tenuto solo dalla mia mano. Provo sempre un brivido creativo quando vedo i tuffatori che si lanciano dal trampolino più alto e, nel giro di qualche secondo, si trasformano in proiettili perpendicolari che bucano la superficie dell’acqua. E’ come trovarsi sul bordo di una diga e osservare da una parte il lago d’acqua, dall’altra il muro verticale di contenimento, e sentire la forza immensa dell’energia lì presente.
Da adulto ho capito che queste esperienze sono profondamente collegate al duplice stupore per l’esistenza – la sua meravigliosa e sconcertante gratuità – e per il linguaggio che ci contiene, ci descrive, cerca di render conto di questo vuoto, di perimetrare questa sensazione di precipizio. Il linguaggio è forse come la mano del bambino che tiene in pugno il giocattolo sospeso nel vuoto, mentre osserva se stesso, il giocattolo, l’orizzonte dello spazio in cui è immerso, tutte le cose intorno, il contesto complessivo – e imprendibile – di questa situazione. Le parole possono far vedere tutto questo, anche quando non è più presente.
Il linguaggio crea le immagini e nello stesso tempo può dissolverle. Questa capacità del linguaggio di costruire e dissolvere, far vedere e andare al di là del vedere, è per me un nucleo di energia potentissima.
Dentro il linguaggio c’è una tensione ad uscire da se stesso, e c’è per questo anche una mancanza, un vuoto, che attrae.
I primi spettatori di questo spettacolo dell’esistenza e del linguaggio non possiamo che essere noi stessi mentre facciamo questa esperienza, e poi cerchiamo di farla vedere anche agli altri, stupiti che non ce l’abbiano indicata subito come la cosa più importante. Perché non ce l’ hanno voluta raccontare questa esperienza del vuoto in sé quando eravamo bambini? Per non spaventarci, per proteggerci? Perché è inspiegabile, paradossale, insopportabile da gestire? Non si finisce mai di fare i conti con il vuoto, con la mancanza di fondamenti. Artaud lo ha capito e attraversato fino in fondo.

P: Platone nel “Fedro” muove da un discorso sull’amore e sulla bellezza per rivendicare il valore ontologico della parola affermando che il discorso del retore è basato sull’opinione e sul criterio della verosimiglianza e pertanto può dire tutto e il contrario di tutto, mentre il discorso del filosofo è basato sulla conoscenza
dell’oggetto intorno al quale si parla e sulla conoscenza dell’animo degli uomini che il discorso deve persuadere. In questo senso Socrate, nel dialogo platonico, distingue l’oralità dalla scrittura: “Il vero libro del filosofo non è quello che egli scrive sulla carta, bensì quello che egli scrive nell’anima degli uomini”. Paragona la scrittura a un gioco, quello del “giardino di Adone”, in cui per festeggiare Adone si seminavano in vaso dei semi che fiorivano e sfiorivano in pochi giorni senza produrre frutti, mentre l’oralità
al lavoro dell’agricoltore che porta alla raccolta del frutto, frutto che genera altri semi, e dunque l’oralità per Platone è linguaggio immortale. Il tuo linguaggio, anche rispetto al lavoro performativo, sembra cercare l’identità tra oralità e scrittura, in entrambi i casi tu cerchi una distanza dalla tua parola, l’hai già abbandonata a se stessa: anche in presenza del gesto, la parola è già stata pronunciata e tu rimani muto. La parola aleggia nell’aria come eco, ormai lontana da te.

C.V: Fin dai miei primi lavori mi sono accorto che ero trascinato dalla parola. La parola mi diceva e mi oltrepassava. Dentro la dimensione indicale della scrittura a mano – del gesto e dell’azione dello scrivere – scaturisce un moto perpetuo di potenzialità del linguaggio. Dalla parola scritta alla parola detta – la grana della voce – il gioco di rimandi è infinito. Quando faccio un lavoro di parola non so mai che cosa nasca prima, se l’oralità o la traccia scritta del pensiero. Vengono insieme, sopraggiungono, si presentano insieme, e nello stesso tempo sono già divise dentro. Sono già spezzate, attraversate nella loro contingenza. Non cerco di ricomporle – l’oralità e la scrittura – pretendendo da loro una prestazione unitaria e monolitica: un’astratta e unica voce. Mi fanno presente il loro diritto di esistere. Allora cerco di rispettare le loro differenze, il loro molteplice – e amoroso – rapporto.
Cerco di far emergere la loro reciproca sconnessione.
La parola si manifesta in molte forme: scritta, vista, pronunciata, cantata, pensata, rimossa, ascoltata, letta, agìta. E’ subito presa in un’ interminabile relazione plurale, singolare, privata e pubblica. L’eco è ciò che resta della parola che non è più tua ma ti chiede ugualmente di essere ripresa, ancora e ancora, per riproporla in un circuito che non vuole finire mai.

P: Rispetto alla sospensione creata dal linguaggio in questa tua mostra, ci viene da guardare verso l’inespresso, o meglio verso l’inesprimibile inteso come impossibilità a esprimere descritta con
meravigliosa eloquenza lirica dal Dante del Paradiso, ma con altrettanta pregnanza e concretezza da Wittgenstein nel Tractatus, il quale cercando una struttura linguistica logicamente perfetta basata
su un rigido parallelismo con la realtà, traccia un limite davanti al nostro pensiero: “su quello di cui non si può parlare occorre tacere”, la saggezza sta dunque nel silenzio e l’etica nella parte non scritta del Tractatus. Ammesso dunque che esista il soprasensibile, esso non può essere espresso dal nostro linguaggio
essendo il linguaggio il confine invalicabile del nostro mondo costituito da fatti. Al di là di quel limite non può esistere espressione, e ammesso che esista essa non ci appartiene. In quel limite qualcuno ha intravisto il misticismo di Wittgenstein: il mistero della fede. In questa tua mostra la parola sembra tentata di incamminarsi oltre a quel limite, lo fa intuire a chi ascolta, a chi legge, e proprio in chi ascolta, in chi legge essa trova la concretezza del limite e nel contempo la sua possibilità.

C. V: Qui, per me, si affaccia la questione centrale del corpo – e intendo anche quello dell’arte -. A volte il corpo vuole dormire fino a tardi – restare a lungo nel buio -, a volte si alza all’alba e cerca il contatto con la prima luce del giorno. La motivazione di questi comportamenti è del tutto esprimibile? Resta in fondo, dopo tutto ciò che riusciamo a spiegare, un residuo che si fa sentire, che continua a resistere e che non si può dire. E’ questa resistenza a dirsi che mi interessa. Ciò che non si può esprimere lo si indica, lo si mostra, ha detto Wittgenstein. Il corpo agisce l’inesprimibile, e il linguaggio è un corpo.
Ciò che non si può dire è lì davanti a noi, e noi lo vediamo.
Come al mattino la prima luce del giorno. L’arte va là, e insiste, dove si annida l’inespresso. Tutta la mostra lavora intorno – e grazie – a questa dimensione.

P: Come si articolerà il tuo progetto da pinksummer?

C.V: Tre nuove opere: “Avvicinandoti a distanza” che affronta la dimensione verticale e frontale;
“Ti sento passare” quella allargata; “Mi trovavo a casa” quella circolare, intima e avvolgente. Ruotano attorno a un evento personale, intenso. Un passaggio del limite, un incontro col vuoto, con un’assenza, con un silenzio che si trasferisce e vive nel linguaggio: camminare sui suoi margini per indicarne la forza fantasmatica e rigeneratrice. Nucleo carico di energia che si relaziona con lo spazio, e si consegna apertamente alla lettura, all’ascolto, pubblico e plurale – sia letterale – sia metaforico – degli altri.

INFINITA RICOMPOSIZIONE – CESARE VIEL

Photo credits Massimo Palazzi, Davide Pambianchi, Antonio Torrieri

Cesare Viel – Infinita Ricomposizione

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Pinksummer : In questa terza personale da pinksummer “Infinita Ricomposizione”, il demone della scrittura che ha connotato, in forma pura o spuria, lunghezza e profondità del tuo percorso, sembra avere abbandonato il piano d’esperienza per il colore. L’uso che fai del colore e non a caso muovi dagli à plats a-mimetici di Matisse, è assimilabile all’uso che in altri piani empirici hai fatto dei concetti. Ricomposizione potrebbe anche significare riattivazione in questo caso. In “Che cos’è la filosofia” Gilles Deleuze e Félix Guattari dicono che il concetto è questione di articolazione, di ritaglio e di accostamento, premettendo che il concetto non è mai cosa semplice. Verrebbe da pensare che anche i colori primari (semplici?) non esistono se non dentro all’approssimazione/semplificazione del linguaggio. Perché hai deciso di partire da Matisse per intraprendere questo cammino linguistico/ sensoriale?

Cesare Viel : Mi sento di dire che Matisse in fondo è legato alla mia biografia. È stato il primo artista che ho casualmente scoperto a scuola, per conto mio, intorno ai 13 anni, e che mi ha realmente aperto un mondo: le avanguardie del Novecento. È dunque, prima di tutto forse anche un ritorno all’origine, e un fare i conti con questa “lunga storia d’amore”, rimasta in sospeso, in attesa di essere riattivata, eppure sempre sordamente lì sottotraccia. Ogni tanto Matisse riaffiorava nella mia mente e poi scompariva di nuovo, sovrastato da altri stimoli, altre differenti e apparentemente più aggiornate necessità. Adesso è arrivato il momento giusto. Ora la “macchina-Matisse”, con tutta la sua energia, la sua forza, si è messa in moto dentro di me, si è fatta ri-sentire. È un corpo in azione che dà movimento all’intero progetto. Costituisce un nuovo piano di composizione, anzi una serie infinita di più piani di composizione. Prima di tutto un sistema installativo e un procedimento performativo. Un divenire, con un ampio margine di libertà e di consapevole indeterminazione. Un nuovo sfondo illimitato, come già la “macchina-Matisse” era stata capace di fare, a suo modo all’inizio del secolo scorso. Ovviamente questo mio progetto da Pinksummer non è un semplice omaggio a, o un articolato insieme di citazioni formali più o meno filologiche. È di fatto una forte, nuova scommessa per me e la mia ricerca in atto, in movimento.
È un’infinita dispersione e ricomposizione. La scrittura in questa nuova mostra in effetti non è presente come immagine e pratica riconoscibile e consueta del mio lavoro, non poteva più esserci, ma è stata elaborata e trasformata in altro, è diventata diversamente funzionale all’intero progetto. Alcuni colori, certe forme, alcuni materiali, del tutto nuovi per me, si sono manifestati, articolati e accostati tra loro, su diversi effettivi piani di realtà. E tutto è diventato possibile.

P: Il linguaggio, anche quando i suoi bordi si fanno irregolari, lasciandoci intravedere altri mondi possibili, gli altri mondi, i mondi degli altri, non è come un ombrello che protegge dalla infinita frammentarietà del mondo? Il linguaggio non è un sistema che di necessità implica sempre la figura e lo sfondo, il soggetto e l’oggetto, il centro e il margine? Il nominare non è delimitare, per non lasciarsi sopraffare dalle cose, fosse anche solo da un rosso?

C.V: Sì, il linguaggio è una scatola degli attrezzi, uno strumento multi-funzionale che ci accompagna sempre, è dentro le nostre pratiche di vita, forma il nostro sfondo esistenziale, relazionale. Mi piace l’immagine del linguaggio come un ombrello, e aggiungo anche come uno sfondo. Il linguaggio è un po’ come il colore. A volte rivela, altre volte ricopre qualcosa. Come il colore, anche il linguaggio umano può essere contemporaneamente uno strumento, una possibilità di griglia, una risorsa, un’espressione, un limite, un desiderio, un’azione, un ostacolo o una connessione tra diverse realtà. Mi piace molto l’idea di farmi sopraffare da un rosso, così come da una frase o da un suono, e da una danza. Performare un rosso, un giallo, un verde, un nero, un bianco, e così via.

P: Una delle “Osservazioni sui colori” di Wittgenstein è così ” solo pochi uomini hanno mai visto il bianco puro. Allora la maggior parte degli uomini impiega la parola in modo scorretto? E come imparare l’uso corretto? Ha costruito un uso ideale conformandosi all’uso ordinario. E questo non vuol dire: un uso migliore, ma: un uso raffinato in una certa direzione, in cui qualcosa è stato portato all’estremo.
In una lettera su “La Dance” Matisse ha scritto di aver cercato: “per il cielo un bel blu, il più blu dei blu (la superficie è colorata fino alla saturazione, vale a dire fino a un punto in cui emerge finalmente il blu, l’idea del blu assoluto), e lo stesso vale per il verde della terra, per il vermiglio vibrante dei corpi”.
Sia Wittgenstein che Matisse sembrano dare per scontato che esistano quelli che potremmo definire gli ultra-colori e anche di un punto (determinato dall’uso estremo, la saturazione) in cui il colore si può trasformare in ultra-colore e dunque in qualcosa di ultrasensibile senza per questo diventare trascendente o metafisico. La dimensione ultrasensibile è un esercizio e una possibilità del presente, potrebbe essere definito un esercizio di delimitazione?

C.V: Portare la regola – una regola qualsiasi-, alle sue estreme conseguenze, al suo punto di resistenza, fino al suo possibile esaurimento. Questo punto si avvicina per me il più possibile a una sorta di silenzio, di pura presenza. Una forma di concentrazione vuota, come il respiro, può essere anche una visione, che però è un’esperienza concreta, reale, qui e ora. Non è un altrove metafisico, ma è più semplicemente un qualcosa – un esperimento – il cui confine viene portato all’estremo. Si tratta di una pratica del presente, un continuo esercizio di movimento e di attesa, un ritmo, una forma di consapevolezza. Il colore pieno, al massimo della sua saturazione, è un caso di questo tipo: un regola che viene spinta al suo grado massimo. Cosa c’è oltre? Cosa si può vedere o provare dopo? Al di là? Non sta a me rispondere, a me interessa mettere in atto un processo che si avvicini a toccare quel punto di sospensione, di attesa, di tensione.

P: Hume sosteneva che la realtà è risolta nella relazione che intercorre tra impressioni e idee e che nessun oggetto svela attraverso le qualità che rivela ai sensi le cause che può produrre o gli effetti che potrebbero sorgere, come l’acqua, dalla cui trasparenza o fluidità non si potrebbe desumere, senza l’esperienza, che possa produrre l’annegamento. Per Hume fuori dall’esperienza tutto è illazione e fantasticheria. Il colore, in questo senso, potrebbe essere interpretato come null’altro che una qualità delle cose, proprio come la trasparenza o la fluidità dell’acqua. Dentro alla pittura tuttavia, il colore smette di essere una qualità, dimostrando eventualmente che può sospingersi con agio a rappresentare la qualità della trasparenza dell’acqua senza possederne la trasparenza. E qui ci verrebbe di nuovo da riprendere un’altra osservazione di Wittgenstein a proposito di un vetro verde, della trasparenza e della pittura, per orientarci nell’altrove di una mostra in cui il colore e le forme di Matisse tratte indifferentemente da figure e sfondi, sono state riconvertite in grandi pezze di feltro, per essere maneggiate come fossero carte da gioco. Si dice che Matisse dalla nativa Piccardia avesse sussunto una grande conoscenza dei materiali tessili, tanto da realizzare da sé il grande mantello rosso dell’imperatore per la scena finale di “Le Chant du Rossignol” di Stravinskij per i balletti russi di Diaghilev. E quando si trovò a progettare a distanza le grandi decorazioni per la Fondazione Barnes scrisse: “Per comporre tutto ciò e ottenere qualcosa che vivesse, che cantasse, non potevo cercare che a tentoni, modificando senza sosta i miei settori di colori e i miei neri”.
Il feltro è una fibra senza trama e senza ordito, non è tessuto, è plasmato, il feltro è un manufatto arcaico risalente all’8/9000 a.C. che tanta storia ha anche nelle pratiche dell’arte concettuale. Ci puoi raccontare di “Infinita Ricomposizione”?

C.V: L’installazione graviterà principalmente su un piano orizzontale di composizione. Sul pavimento della galleria verranno disposti diversi feltri, di varie forme, dimensioni e colori, secondo un preciso, e continuamente rinnovato, ordine dinamico. Durante la mostra interverrò a spostare i feltri a pavimento riprendendo un’ evidente attitudine processuale. I feltri a terra saranno disposti in relazione tra loro per somiglianze e differenze, e formeranno liberi rimandi anche allo spazio della galleria. I feltri in mostra compongono a loro volta un riferimento alle forme-matrici di provenienza. Non me le sono inventate, ma sono state “ricalcate” e ritagliate da sfondi e figure accuratamente selezionate da opere di Matisse. Anche i colori sono stati scelti pensando a certi colori ricorrenti di Matisse. Naturalmente tutto l’impianto, le forme ritagliate, i colori, l’uso stesso del feltro come materiale di scena, formano un libero gioco delle parti. L’esperienza del caso, l’emozione dell’indeterminato, una sorta di geometria relazionale, sono ingredienti essenziali del progetto. Perché il feltro? Mi andava, oltre alla macchina-Matisse, di giocare anche con altri piani di riferimento e di composizione: la memoria di questo materiale nella storia dell’arte concettuale e performativa ormai del secondo Novecento, degli anni Sessanta-Settanta. Ovviamente mi riferisco a Beuys, ma soprattutto affiorano altri due nomi di artisti che condividono, in modi diversi, l’uso del feltro come elemento importante nelle loro pratiche: Robert Morris e Vincenzo Agnetti. Si viene così a comporre un frastagliato “gruppo di famiglia”. Un insieme di qualità diverse, e di esperienze che si sovrappongono, e si intersecano. Infine, ci sarà in questa mostra, come già ho accennato, anche una parte consistente di performatività in divenire, non del tutto prevista e preventivamente programmata. Sarà infatti anche una mostra del tempo attraverso il tempo. Durante l’inaugurazione, così come nei giorni successivi, anche senza preavviso, accadranno micro-eventi. Alcuni potranno anche solo essere pensati e comunicati a voce, o sotto forma di appunti scritti e lasciati di passaggio nell’ufficio della galleria, o inviati via mail, anche a galleria chiusa, non per forza durante l’orario canonico di apertura. Durante l’inaugurazione ci sarà un’azione collettiva (eseguita da me insieme con alcuni altri performer) intorno ai feltri a pavimento. Talvolta avverrà uno spostamento dei feltri mediante un insieme di brevi mosse, un “comportamento di danza”, più che una danza vera e propria. Porterò in galleria, via via, nel corso del tempo, alcuni interventi sonori, qualche canzone, mie nuove frasi composte per l’occasione e dette, ripetute, destrutturate secondo un personale metodo di ricomposizione. Tracce audio che alla fine contribuiranno a formare un complessivo e frammentario tessuto sonoro della mostra, del tempo trascorso. Come una specie di “collage” di suoni provenienti da un angolo, o da dietro le spalle, che ti sorprende e ti spiazza.

Si ringrazia:
Ruben de Michellini
Camilla Giachetta
Margherita Merega
Gabriele Risso

cesareviel.net

ORIGIN – THE ICELANDIC LOVE CORPORATION

Photo credits Francesco Cardarelli

The Icelandic Love Corporation – Origin

faces 2011

Pinksummer: Una volta affermaste che non vi piace spiegare troppo il vostro lavoro, preferite preparare la zuppa, per usare le vostre parole, e lasciare la facoltà di decidere se è gustosa o meno a chiunque voglia assaggiarla. Tuttavia diceste anche che il vostro lavoro è sincero, associando la sincerità all’umorismo. L’uso che fate dell’umorismo di fatto appare fondante rispetto alla vostra modalità, citandovi: “L’umorismo è super-necessario anche quando si esprime qualcosa di serio; si possono toccare effettivamente le persone con l’umorismo”.
Sincerità, umorismo e serietà appaiono in questo senso correlati. E’ stata appena tradotta e pubblicata in Italia una raccolta di saggi di Virginia Woolf, in uno dei quali anche la scrittrice associa, non tanto l’umorismo (che afferma essere precluso alle donne, alle quali è permesso, solo di essere tragiche o comiche), ma la risata, alla sincerità e alla serietà, perché si può ridere su qualcosa o qualcuno, soltanto intuendone l’essenza più profonda. L’umorismo, afferma la Woolf, sta sulle vette delle menti eccelse che da lassù guardano la vita come un panorama; la risata sincera improvvisa, esce invece dalla bocca dei bambini e delle sciocche donne. Un suono disarticolato a cui socialmente viene conferita assai meno virtù che non alle lacrime e al nero, tuttavia è proprio la capacità di ridere che distingue l’uomo dagli animali e dagli esseri superiori, perché, che si sappia , né i cani né gli dei sono mai stati visti ridere. Senza considerare scrive la Woolf ” Che nel cercare il punto privilegiato di osservazione dell’umorista, mentre si tiene in equilibrio sul pinnacolo negato alle sue sorelle – il maschio ginnasta non di rado precipita ignominiosamente sull’uno o sull’altro versante, o piomba nel grottesco, o scende sul duro suolo della banalità seriosa, dove, per rendergli giustizia, va detto che si trova del tutto a suo agio”. La Woolf sostiene poi che lo spirito solenne della tragedia appartiene al genere maschile, mentre la commedia appartiene allo stesso sesso delle Grazie e delle Muse e conclude : “Non c’è niente, in verità tanto difficile quanto ridere e far ridere, ma non esiste qualità che valga di più. E’ una lama che recide ciò che è superfluo, riproporziona e restituisce la giusta misura e sincerità alle nostre azioni e parole”.
Credete che l’umorismo abbia un sesso e la risata un altro?

ILC: Ci potrebbe essere una differenza nel modo in cui uomini e donne usano il riso e l’umorismo, ma facciamo fatica a distinguerla. Per qualche ragione ci sono molte meno donne che fanno cabaret, ma quelle che lo fanno sono spesso estremamente divertenti e taglienti, come le inglesi Smack the Pony. Ma in questa attività, come in qualsiasi altra, le donne di solito devono essere molto più brave degli uomini per farsi strada … il che dovrebbe rendere gli amanti dell’arte più sicuri quando comprano opere realizzate da artiste donne di successo…
La risata è un dono per l’umanità, questo è vero, come l’amore e tanti altri meravigliosi regali della vita. Può essere uno strumento potente, nel bene e nel male, e c’è una grande differenza tra il ridere di e ridere con qualcuno. I livelli e la messa a punto della risata e dell’umorismo sono talvolta complessi e intricati. Una buona capacità di comprensione sociale è necessaria nella foresta di risate. Una bella risata dice più di mille parole e, a riguardo, è stato detto che niente spaventa gli uomini più che le risate delle donne.
Le opere che saranno in mostra da Pinksummer non sono divertenti, ma potrebbero provocare un risolino in quelli che trovano i genitali imbarazzanti. Il lavoro potrebbe anche suscitare qualche fastidiosa sensazione per alcuni fanatici religiosi, ma dovremo solo saper convivere con questo.
Come scrivete all’inizio della vostra lunga domanda, spesso usiamo l’umorismo nel nostro lavoro, e fin dal principio della nostra collaborazione stabilimmo che avremmo smesso di lavorare assieme, non appena ci fossimo accorte di non trovarlo più divertente. A volte diciamo anche che il nostro lavoro è per il 40% ironia e il 60% sincerità. O era il contrario …? In altre parole, ci piace pensare che il lavoro sia divertente e serio allo stesso tempo. Siamo fermamente convinte che se si vuole mandare un messaggio, funziona meglio essere divertenti e intrattenere, piuttosto che tenere conferenze o predicare. L’umorismo è una forza nell’abbattere i tabù e nell’aprire argomenti difficili. E’ molto catartico, e l’umanità lo sa da sempre. Quindi, sì, ci aggrappiamo ad esso in un modo femminile, dal momento che siamo donne e costruiamo sulla nostra esperienza.

P: Giacomo Leopardi, grandissimo poeta italiano vissuto a cavallo tra il ‘700 e l’ 800, dedicandosi per un certo periodo alla prosa scrisse le “Operette Morali “, “Un libro di sogni poetici, d’invenzioni e capricci malinconici”, come egli stesso lo definì, in cui la natura è concepita come indifferente all’essere umano e la vita dell’uomo come una lotta per la sopravvivenza destinata a fallire. Uno di questi dialoghi metafisici e irreali è il “Dialogo tra la Natura e un islandese”, in cui si racconta di un islandese appunto , viaggiatore per disperazione, che sotto la linea dell’Equatore incontra la Natura, una donna bella e terribile, grande come i testoni dell’isola di Pasqua. La Natura chiede all’Islandese come mai si trovasse da quelle parti in cui la sua specie è ignota, l’uomo inizia a spiegarle che per tutta la vita ha tentato di sfuggire ai patimenti che il vivere implica e di cui incolpa esplicitamente proprio la Natura. Dapprima, dice l’Islandese, per scampare alla stoltezza degli uomini, che da sé medesimi si recano danno con guerre e competizioni, si rifugiò nella solitudine ,“Cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà”, tuttavia, “La lunghezza del verno, l’intensità del freddo e l’ardore della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo”. Allora l’Islandese racconta di aver lasciato l’Islanda, ma neppure in altri luoghi riuscì a riscattarsi dalla sofferenza, lamentandosi di non aver trovato alcun posto accogliente. A un certo punto della lagna, la Natura interrompe l’Islandese per chiedergli se credesse forse che il mondo fosse stato confezionato su misura per lui e prosegue argomentando, in totale onestà , che il suo scopo è la perpetuazione del mondo, inteso nella dualità nascita/morte, creazione/distruzione, e non certo causare piacere o dolore agli uomini: se ciò accade, nel bene o nel male, la Natura dichiara di esserne del tutto inconsapevole. La fine è sarcastica: sembra che proprio mentre la Natura e l’Islandese si trovavano in siffatta conversazione sono arrivati due leoni che lo hanno mangiato, o forse, scrive Leopardi, è arrivato un vento fortissimo che ha ricoperto l’Islandese di sabbia mummificandolo e adesso, la mummia del poverino si trova esposta in un museo di una non precisata città d ‘Europa.
Già Voltaire aveva scelto un islandese per il dialogo “L’histoire de Jenni” , Leopardi lo sceglie in quanto emblematico rispetto all’idea dell’uomo che lotta duramente per sopravvivere in un mondo sorto non certo a sua misura.
Credete che la piccola, meravigliosa Islanda, capace di fermare la velocità del nostro mondo con l’eruzione di uno dei suoi 200 vulcani, abbia temprato il vostro lavoro?

ILC: Si. Gli Islandesi, così come gli altri esseri umani di questo mondo, sono parte della natura, in questo senso siamo uno degli animali della natura, e sì, siamo certe che crescere in questo ambiente in qualche modo ci abbia plasmato. E’ anche interessante vedere che, anche se tutte e tre abbiamo viaggiato come l’Islandese in questa divertente storia, e vissuto in altri paesi, siamo tornate a vivere in Islanda. Siamo come i salmoni che ritornano dove sono “nati” per deporre le loro uova, il fiume può essere freddo e duro, ma questo è il posto da dove veniamo.
Il problema di gran parte dell’umanità è che siamo partiti dalla natura, ma non la consideriamo come parte di noi, anche se siamo fatti della stessa materia. C’era una volta una donna che voleva salvare un albero che doveva essere abbattuto, così si arrampicò sull’albero e si rifiutò di scendere fino a che non fosse sicura di aver salvato l’albero. Passarono due anni e 8 giorni, nel frattempo era entrata in contatto con l’albero in maniera così stretta, che durante una grande tempesta aveva imparato a muoversi e piegarsi assieme all’albero, e questo le aveva salvato la vita.
Le più grandi minacce per la vita sulla terra sono opera dell’uomo, la bomba atomica e l’effetto serra. Dobbiamo prendere atto della madre terra e smettere di fare cose che la danneggiano o utilizzare cose che non funzionano quando ha bisogno di esplodere una volta ogni tanto. Senza un pianeta sano non ci sono i viaggi, né l’arte, né la vita come la conosciamo.
È affascinante che l’eruzione del Eyjafjallajökull nel 2010, quasi portò il mondo occidentale a una battuta d’arresto. Questo fece infuriare un sacco di gente che si sentiva come se la tecnologia li avesse salvati dalla natura. In un aeroporto in Inghilterra un uomo gridò: “Odio l’Islanda!”. C’è una teoria che afferma che un’eruzione del Lakagigar in Islanda fu uno dei motivi principali della Rivoluzione Francese. Nel 1783 questo vulcano sputò fuori tante ceneri velenose che uccise un islandese su cinque, e soffiò in tutto il mondo causando in Europa la carestia, che portò alla rivolta del popolo contro gli aristocratici.
E’ una specie di paradosso che l’uomo del vostro racconto debba partire dall’Islanda per incontrare questa donna grottesca chiamata Natura, perché ci verrebbe da pensare che possa esistere anche in Islanda. Ma è anche simbolico che la Natura sia una donna che vive al di sotto dell’Equatore. Questo può essere visto come simbolo degli organi sessuali. L’organo sessuale femminile è mistico e nascosto all’interno del corpo, ai maschi può sembrare grottesco e quasi come una ferita calda, che erutta. Così in questo senso, questa storia coglie anche l’essenza di come uomini e donne siano stati messi in categorie diverse nella cultura occidentale attraverso i secoli. Il maschio è freddo e logico, ma la femmina è calda e illogica, sentimentale e un po ‘stupida. Era forte la tendenza, e in qualche modo forse lo è ancora, a pensare la natura in questo modo, che sia semplicemente una specie di stupida cretina in mezzo al suo infinito ciclo di creazione e distruzione. Lei non ascolta nessun ragionamento. Alla gente piace ancora pensare che le loro decisioni siano basate sulla logica. E che la scienza e la tecnologia ci abbiano portato a un punto in cui abbiamo vinto la natura, ma se guardiamo più attentamente, vediamo quanto grezze e sterili siano le creazioni umane sintetiche paragonate alla natura. Gli esseri umani sono naturali e illogici, e sotto l’incantesimo delle emozioni, lo sono anche più di quanto ci piaccia ammettere.

P: Thoreau in Walden afferma canzonatorio che ci sono donne che fino all’ultimo giorno della loro vita, invece di pensare ai problemi metafisici che implica la morte, si occupano di ricamare la tovaglietta da té. Ricordiamo con grande piacere la visita al vostro Studio di Reikjavik, e la conversazione sul progetto a venire da pinksummer con una tazza di té in mano, mentre una di voi allattava il suo piccolo e tutte quante lo vezzeggiavamo. Ci viene ancora da ridere quando, non ricordiamo chi di voi tre, ci mostrò la busta di un collant sanpellegrino e sbarrando gli occhi sull’immagine esclamò “buona idea!” : sul pacchetto veniva mostrato un corpo femminile con la pancetta e i glutei un po’ flaccidi e poi, accanto, lo stesso corpo trasformato, dopo aver indossato le calze, con pancia piatta e sedere alto. Il vostro lavoro tende a recuperare una dimensione femminile che esce fuori dal pensiero andropico a cui il femminismo degli anni ’70 non ha sottratto la donna. Di fatto la stessa parola parità ha portato la donna a emulare il maschio, disconoscendo le proprie peculiarità se non per rimanere un mero oggetto del desiderio. Voi siete spesso impegnate in occupazioni squisitamente femminili come il ricamo, il cucito, il tricottare, avete tra l’altro progettato il vestito che Bjork indossa nell’immagine di “Volta” in cui sembra prendere fuoco. Tutto questo indulgere consapevole e calmo in tali faccende ha un che di politico, che restituisce una dimensione matriarcale fuori dai canoni estetici astratti che ci hanno disegnato attorno. Credete che si possa ritessere il mondo anche ricamando e bevendo té?

ILC: Sì, bere té può avere un effetto radicale. In realtà è stata la lucidità mentale di chi beve caffè e probabilmente anche té, che ha fatto la Rivoluzione Francese. Non solo uno stupido vulcano. Prima che il caffè arrivasse in Europa, la gente beveva molta più birra e non era in forma per fare la rivoluzione.
Ma a parte questo, ci piace abbracciare la tecnica tradizionale delle nostre nonne, e amiamo mescolarla con la nostra creatività e le nostre idee. Perché questa tecnica dovrebbe essere inferiore? Il punto di femminismo non è quello di metterci tutti nello stampo maschio alfa, ma di abbracciare le qualità più spesso collegate all’ “l’altro sesso”. Godiamoci la diversità della gente, questa è la chiave per ritessere il mondo.
E’ abbastanza fastidioso che il femminile sia sempre connesso con qualcosa di superficiale o non importante. Anche uomini intelligenti come Thoreau sono apparentemente colpevoli di questo pregiudizio. Naturalmente ci piacerebbe cambiare questa cosa. Perché il femminile arriva sempre secondo? Forse il ricamare tutto da sole non è sufficiente per cambiare il mondo. Un nostro amico una volta ci ha raccontato una storia interessante di un esperimento tra gli oranghi. All’interno delle tribù degli oranghi sembra che nascano a volte alcuni individui che sono maniaci del controllo e gravemente aggressivi e violenti. Diventano i cosiddetti maschi alfa dei gruppi, e governano su di essi con la minaccia e la paura. Gli scienziati credevano che, una volta rimossi questi maschi, i successivi nell’ordine gerarchico, si sarebbero automaticamente evoluti diventando patriarchi similmente violenti o dittatori. Ma questo non è accaduto. Nella maggioranza dei casi la tribù vive in pace e armonia per lungo tempo, dopo che questi personaggi sono stati rimossi. Si può dunque supporre che il 99% dell’umanità viva la sua vita, ricamando e bevendo té , e che in un certo senso, abbiamo solo bisogno di limitare il potere di quei pochi fanatici che creano tutto il disturbo.

P: A proposito di politica il prossimo 1 ottobre verrà forse approvata in “Islanda” quella che è stata chiamata la “Wiki” costituzione: per la prima volta una democrazia ha permesso di partecipare ai suoi cittadini alla realizzazione della carta costituzionale attraverso la rete. L’assemblea costituente voluta da Johanna Sigurdadottir è costituita da 25 cittadini, il cui unico requisito è la non appartenenza a partiti politici e la maggior età. Ci raccontate un poco di questa rivoluzione pacifica che gli islandesi portano avanti dal 2008, quando le speculazioni azzardate, condotte dalle lobbies politico-finanziarie, hanno condotto il paese a una recessione senza precedenti?

ILC: La costituzione ora è stata scritta, ma nessuno sa cosa succederà dopo. Non è ancora stato deciso se sarà il parlamento ad approvare questa costituzione o se verrà sottoposta a un referendum nazionale.
Quello che è successo in Islanda è già successo, e succederà ancora, e sta accadendo in Grecia ad esempio, su scala più grande. La gente si sta ribellando qua e là, ma non sembra che molto stia cambiando davvero. Il motivo per cui le cose non cambiano è legato al sistema capitalista in cui viviamo, dove il denaro è l’unico paradigma. Che ci crediate o no, è possibile avere altre misure. In Bhutan usano la felicità come barometro per le decisioni politiche, e in Bolivia hanno deciso di anteporre le esigenze di crescita e prosperità della madre terra a qualsiasi altra necessità. Sostenibilità è la parola chiave, laggiù. Il sistema capitalista mantiene il 90% delle persone nelle catene del debito, in modo che il 10% possa essere super ricco. Questa non è una forza della natura, ma un insieme di norme e regolamenti che abbiamo creato per noi stessi, e può cambiare in qualsiasi momento, se solo lo vogliamo. Le rivoluzioni in Libia e in Egitto sono in qualche modo più vere, perché il popolo sta rovesciando questi terribili dittatori e la violenza è tragica e dolorosa. Ma sarebbe triste se cadessero in preda del materialismo e del capitalismo, o della religione fondamentalista.
Forse il mondo sta davvero cambiando in questo momento. Forse queste rivolte sono tutte collegate e sono l’inizio di un nuovo ordine mondiale. E’ difficile vedere chiaramente quando il fumo è ancora così fitto.

P: Cosa presenterete da pinksummer?

ILC: Wheel – una scultura di grandi dimensioni, fatta di legno, calze di nylon e luce.
Abbiamo usato collant di nylon come materiale nel nostro lavoro fin dall’inizio della nostra collaborazione. Alcuni pezzi, come Bald Eagle, Second Skin e Black Swan, sono stati fatti con un vecchio metodo che una di noi ha imparato da sua nonna, secondo il quale si formano piume o petali con filo e collant. Poi li abbiamo indossati come parte del nostro costume e lo scorso anno abbiamo iniziato a esplorare davvero il materiale, perché ha così tanti livelli interessanti concettualmente. Il collant è un oggetto molto femminile, ma anche il risultato di un processo tecnologico e chimico molto complesso. Una specie di miracolo scientifico, che ha sostituito le calze di seta. Un simbolo di controllo dell’uomo sulla natura, o forse piuttosto un segno di come siano grezze e sterili le creazioni sintetiche umane in confronto alla natura.
Una volta stavamo facendo esperimenti in studio con dei collant colorati e la luce, e abbiamo visto questa forte somiglianza con le vetrate. Molte delle vetrate nei rosoni delle chiese gotiche, raccontano la storia dell’immacolata concezione della Vergine Maria. Wheel d’altra parte mostra gli organi sessuali dell’essere umano maschile e femminile, gli organi che si occupano della concezione biologica di un embrione umano. Il ciclo di collant colorati rappresenta il ciclo mestruale e il ciclo della luna è visibile anche intorno a tutta la rappresentazione, in modo da collegare l’universo esterno all’universo interno. Al centro c’è l’uovo, il sole di questo universo interiore e gli spermatozoi che si stanno avvicinando. Questo è il vero miracolo della vita, molto più complesso di quanto possiamo immaginare.
Sheet – Questo è un nuovo pezzo che abbiamo creato appositamente per Pinksummer. Si tratta di un lenzuolo bianco che è stato teso come una tela su un telaio a espansione e in questo senso ricorda un dipinto. Su questo lenzuolo bianco abbiamo cucito gruppi di “penne” di nylon di colore rosso. Queste penne sono realizzate in collant e filo, un’antica tecnica decorativa. Le calze di nylon appartengono quasi esclusivamente al regno femminile e le abbiamo usate nel corso di tutto il nostro lavoro.
Quest’opera a muro può essere vista come puramente astratta, ma ci piace pensare ad essa, come se i petali rossi rappresentassero le macchie che accidentalmente appaiono sul lenzuolo di una donna mestruata. Questo sangue significa che la donna non è incinta e quindi in un certo senso questa è l’idea opposta a ciò che viene presentato in Wheel.
La vista di queste macchie può causare grande sollievo o delusione dolorosa, o essere semplicemente fastidiosa. In alcuni luoghi o in passato le donne erano considerate sporche quando avevano le loro cose, e questo poteva comportare una loro temporanea esclusione dalla società o dalla partecipazione a particolari eventi. Ma queste macchie rappresentano semplicemente il ciclo della vita, e in questa sostanza, o nei pezzi che il sangue contiene, tutta l’umanità ha la sua origine.

PS: Esistono gli elfi?

ILC: Si.

Libri Superstudio

Italy: The New Domestic Landascape
Emilio Ambasz
1972
The Museum of Modern Art, NY
Catalogue MOMA

Superstudio Life Without Objects
Peter Lang, William Menking
2003
Skira
Disponibile online qui
ISBN 888491569

Superstudio
Roberto Gargiani, Beatrice Lampariello
2010
Editore Laterza
Disponibile online qui

Superstudio La moglie di Lot
Valter Scelsi, Vittorio Pizzigoni, Andrea Zanderigo
2013
Asinello Press

info: 1 colour Risograph print, 32 pages, edition of 100

Superstudio La vita segreta del Monumento Continuo
Gabriele Mastrigli
2014
La Biennale di Venezia – Marsilio
Leggi online qui

Super Superstudio
Andreas Angelidakis, Vittorio Pizzigoni, Valter Scelsi
2015
Silvana Editoriale
Disponibile online qui
ISBN 978-8836632442

Superstudio

SUPERSTUDIO (1966-1986).

Gruppo di architetti d’avanguardia composto da Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, Roberto Magris, Gian Piero Frassinelli e Alessandro Magris, (con Alessandro Poli dal 1970 al 1972), è stato uno degli iniziatori della cosiddetta “Architettura Radicale” e successivamente si è impegnato in un tentativo di rifondazione antropologica dell’architettura.
Raro esempio di longevità tra i gruppi di avanguardia ha svolto per vent’anni una ricerca paziente sugli oggetti, gli ambienti e l’architettura, attraverso il progetto e la costruzione.
Il lavoro critico del Superstudio si è svolto attraverso progetti teorici come “il Disegno Unico” (“Istogrammi d’Architettura”, “Catalogo di Ville”, “Il Monumento Continuo”), “Le Dodici Città Ideali” e la serie di films “gli Atti Fondamentali” (“Vita, educazione, cerimonia, amore, morte”).
Dal 1973 al 1975 ha fatto parte (co-fondatore) della Global Tools, un sistema di laboratori per lo sviluppo della creatività collettiva.
Dal 1973 al 1978 si è dedicato alla ricerca e alla didattica lavorando sulla “Cultura Materiale Extraurbana”.
I progetti e gli scritti del Superstudio sono apparsi in numerosissime pubblicazioni e mostre in tutto il mondo.

Tra le monografie: G. Pettena, “Superstudio 1966-1982, Storie, Figure, Architetture” Electa Firenze 1982, Superstudio e Moryama, “Superstudio & Radicals”, Japan Interior Inc.”, Tokyo 1982, P. Lang, W. Manking “Superstudio Life Without Objects” Skira Editore, Milano 2003. R. Gargiani, B. Lampariello”Superstudio” Laterza, Bari 2010.

Tra le mostre: “Italy the new domestic landscape”, Museum of Modern Art, New York 1972, “Mindscapes, Sottsass & Superstudio” Walker Art Center, Minneapolis e altri sei musei americani, 1973, “Superstudio Fragmente aus einem personlichen Museum”, Neue Galerie Graz, Galerie nach St. Stephan Wien, Galerie in Taxis Palais, Innsbruck, “Superstudio Metaphors and allegories” Israel Museum, Jerusalem 1982, “Superstudio 1966-82” Galleria dell’Accademia, Firenze 1982, e inoltre diverse partecipazioni alle Biennali di Venezia, alle Triennali di Milano, alle maggiori mostre di design e a quelle sull’Architettura Radicale dal 1966 a oggi.(“Architetture Radicale” Koln, Ville Urbane, Lyon, Valencia, 2000-2001, “ the Changing of Avant-Garde” MoMA QNS New York,
Frankfurt a/M 2002-2003, “Future City” London 2006, Biennale di San Paolo 2010)

Opere del Superstudio fanno parte delle collezioni di musei come il Museum of Modern Art New York, Israel Museum Jerusalem, Deutsches Architekturmuseum Frankfurt am Main, Centre Pompidou Paris, FRAC Orleans, Centro Pecci Prato, MAXXI Roma.

Nel 2001 è stato fondato a Firenze l’Archivio Superstudio per gestire mostre e pubblicazioni.
La mostra itinerante “Superstudio Life Without Objects” è stata al Design Museum, Londra (GB) e a Pratt Art Gallery, Artists Space, Storefront a New York (USA) nel 2003, Williamson Gallery, Pasadena, Cal. (USA) e Vleeshal, Middelburg (NL) nel 2004.

Adolfo Natalini (Pistoia 1941), laureato in architettura nel 1966, ha fondato il Superstudio con Cristiano Toraldo di Francia nel dicembre 1966.
Dal 1973 professore presso la Facoltà di Architettura di Firenze.
Dal 1979 ha iniziato una sua attività autonoma con progetti per città storiche in Italia, Germania e Olanda.
Nel 1991 ha fondato lo studio Natalini Architetti con Fabrizio Natalini (Firenze 1953).
Tra le pubblicazioni Adolfo Natalini “Figure di Pietra” Electa Milano 1984, Adolfo Natalini “Architetture Raccontate” Electa Milano 1989, V. Savi “Adolfo Natalini/Natalini Architetti, Nuove Architetture Raccontate” Electa Milano 1996, F. Arrigoni “Adolfo Natalini: Disegni 1976-2001” Federico Motta Editore Milano 2002, “Adolfo Natalini – Album Olandese” Aion Edizioni 2003, “Adolfo Natalini – Quaderni Olandesi” Aion Edizioni 2005.

Cristiano Toraldo di Francia (Firenze 1941), laureato in Architettura nel 1967, co-fondatore del Superstudio, ha insegnato in numerose università americane, nella Facoltà di Architettura di Firenze dal 1973 al 1978 e dal 1994 è professore presso la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno.
Dal 1986 ha aperto un suo studio di architettura a Firenze e dal 1994 a Firenze e Filottrano.
Tra le pubblicazioni G. Pettena “Cristiano Toraldo di Francia: Progetti e Architetture 1980-1988”, Electa Milano 1988.

Roberto Magris (Firenze 1935-2003), Designer ADI, laureato in Architettura nel 1975, nel Superstudio dal 1967. Ha insegnato nella Facoltà di Architettura di Firenze dal 1999 al 2001.
Dal 1986 studio di architettura a Firenze.

Gian Piero Frassinelli (Porto S. Giorgio, Ascoli Piceno 1939), laureato in Architettura nel 1968, nel Superstudio dal 1968. Ha insegnato nella Facoltà di Architettura di Firenze dal 1973 al 1978.
Dal 1986 studio di architettura a Firenze

Alessandro Magris (Firenze 1941-2010), laureato in Architettura nel 1970, nel Superstudio dal 1970
Dal 1986 studio di architettura a Firenze

Alessandro Poli (Fiesole 1941), laureato in Architettura nel 1970, è stato nel Superstudio dal 1970 al 1972. Ha insegnato nella Facoltà di Architettura di Firenze dal 1973 al 1978.
Dal 1973 studio di architettura a Firenze

Superstudio – La Moglie di Lot

superstudio-la-moglie-di-lot-invitation-card

Pinksummer: Abbiamo pensato tanto a come iniziare la conversazione con voi di Superstudio e alla fine invece partiremo con una domanda farlocca, muovendo da Firenze e da un fotomontaggio che non vi appartiene per niente.
L’edizione internazionale del “New York Times” ha dedicato un “Saturday Profile” a Matteo Renzi, sindaco votato del capoluogo toscano e premier incaricato (sembra che lo stato di eccezione esteso abbia reso superflua la piazza italiana), presentandolo come il fanciullo caravaggesco con il canestro di frutta, alle cui spalle si stempera Castel Sant’Angelo e il fiume Tevere di Corot, salutando il segretario del PD (center left) come portatore di energia e prosperità. Da Genova, non più il proletariato organizzato del Porto e dell’Ansaldo, ma Beppe Grillo, nuova icona dell’italico dissenso, vorrebbe opporre “Il grande rifiuto”. Al di là del valore del pensiero negativo, Marcuse aveva almeno visto “La fine dell’utopia”, come la liberazione da ogni forma di repressione e l’immaginazione al potere divenne la parola chiave dei movimenti studenteschi del ’68. Seppure tra i “radicali” non siete stati certo i più fiduciosi sotto il profilo antropologico, ritornando al futuro con la f maiuscola di Superstudio, sareste riusciti a aprire tanto la fantasia da sospettare che il tempo riuscisse a operare una desublimazione così pervicace e irragionevole sulla vita associata italiana, da consentire cotanta immaginazione al potere?

Superstudio (Adolfo Natalini, Piero Frassinelli, Cristiano Toraldo di Francia):
Provo a rispondere:
La realtà supera sempre la finzione.

P: La dialettica antinomica tra monumento e anti-monumento, sembra manifestare bene l’ambiguità della poesia spaziale di Superstudio tra sapere e fiction, tra conservazione e liberazione, tra disordine e confine cartesiano deformato dalla fuga prospettica. In questo senso è emblematica la comparazione tra il “ Monumento Continuo” e “La moglie di Lot” nei termini heideggeriani.
Il valore simbolico del “Monumento Continuo”, colosso che serpeggia nel mondo in cerca di un’ anima che non potrà trovare, essendo mera superficie senza alcuna dimensione interiore, tende a impersonare una cultura egemonica di stampo metafisico e anti-fenonomenologico, che Superstudio presenta come una sorta di a-priori , inteso come impossibilità progettuale, esaltandone il limite drammatico, come se si trattasse di un’esistenza che si perde tra gli enti (oggetti?) senza tenere di conto della fine.
“La moglie di Lot” presentata alla Biennale di Venezia del ’78 e poi perduta, riappare oggi con la sua poesia fragile, nomadica e transeunte, per raccontarci sempre che l’essere non può che essere esistenza e dunque storia e dunque finitudine e che ogni verità è figlia del proprio tempo. “La moglie di Lot” guarda alle possibilità in una dimensione intrinsecamente temporale, in cui il vuoto s’impone come anticipazione e di necessità come minaccia futura. La moglie di Lot con le sue cinque architetture di sale che si disciolgono nel tempo e nell’acqua di-svelando qualcosa, non si lascia definire, ma solo interpretare. “La moglie di Lot” ha la monumentalità orizzontale dell’esistenza e in questo senso può essere forse interpreta come anti-monumento.
Alla fine per Superstudio, monumento e anti-monumento, retorica e anti-retorica, “Monumento Continuo” e “La moglie di Lot” non coincidono? Non sono due manifestazioni dell’identico? Del resto può esistere la mera superficie anche solo trattando di rappresentazione?

S: Provo a rispondere:

Tra il 1969 e il 70 abbiamo elaborato un discorso al limite sulle possibilità dell’architettura come mezzo critico. Iniziando ad usare sistematicamente la ‘demonstratio per absurdum’ abbiamo prodotto un modello architettonico d’urbanizzazione totale. Questo lavoro e raccolto nel catalogo:

IL MONUMENTO CONTINUO, 1969

… abbiamo partecipato al concorso (e vinto un premio) con una architettura unica da prolungare su tutta la terra, un’architettura capace di dar forma a tutta la terra o a una sua piccola parte, un’architettura riconoscibile (anche da extraterrestri) come prodotto di civiltà. Un’architettura con cui occupare le zone di abitabilità ottimale lasciando libere tutte le altre…
Abbiamo presentato un “modello architettonico d’urbanizzazione totale” come logica risultante di una storia “orientata”: una storia dei monumenti iniziata con Stonehenge e che, passando per la Kaaba e il VAB, trovava il suo logico completamento con il “monumento continuo” (vedi a pag. 9).
E di questo enigmatico monumento continuo, di questo “monumento per esempio”, abbiamo presentato alcune foto a caso, abbastanza cartolinesche e quindi inquietanti come tutte le immagini di “saluti da…”. (Su questo lavoro, continuato e ampliato, stiamo preparando un film per una società televisiva americana).
ll monumento continuo è il polo estremo di una serie di operazioni progettuali coerenti che portiamo avanti di questi tempi, dal design all’urbanistica, come dimostrazioni di una teoria enunciata a priori: quella del disegno unico. Un disegno cioè che si trasporta rimanendo uguale a se stesso, cambiando scala o area semantica senza traumi o inconvenienti. Trovava il suo logico completamento con il “monumento continuo”.
Quest’immutabilità c’interessa: la ricerca di un’immagine “impassibile e inalterabile la cui statica perfezione muove il mondo attraverso l’amore che fa nascere per se”.
Attraverso una serie di operazioni mentali si può prender possesso della realtà e raggiungere cosi la serenità, l’unico stato libero da paure e angosce; in questo senso l’architettura è mezzo di comprensione del mondo e di autoconoscenza: Selbsterkenntnis durch Architektur.
Poi a Graz, con Mayr e Missoni abbiamo parlato molto di architettura come mezzo per mettere ordine, calma e serenità tra le cose. Abbiamo parlato di come sentirsi in equilibrio e discusso sul fatto che Freud sosteneva che il cubo è un sintomo di angoscia, e allora stiamo tutti in case d’angoscia, anche Wittgenstein che se n’era costruita una cubica per sé perché gli piacevano quelle di Loos …
A proposito di Wittgenstein: “come può l’uomo essere felice, se non può tener lontana la miseria di questo mondo? Mediante la vita di conoscenza. La vita di conoscenza é la vita che è felice nonostante la miseria del mondo. Felice è solo la vita che può rinunciare ai piaceri del mondo”. E anche: “V’è davvero dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il mistico. L’impulso al mistico viene dalla mancata soddisfazione dei nostri desideri da parte della scienza”. Forza, un filosofo, abbiamo anche parlato molto di architettura della felicità, di una cosa che abbiamo chiamato Glückitektur o anche Happytecture, di un’architettura di libertà mentale, di usi disinibiti dell’intelligenza, di una serena fiducia nell’uso decontratto della mente…
Un’architettura libera dai complessi dell’“architettura costruita” (e questa è forse l’unica moderata utopia) per allargare il campo nelle due sole vere direzioni: al di fuori di noi (come dice Hollein) e al di dentro di noi (come da migliaia di anni ci consigliano gli indiani e magari anche S.Tommaso).
Abbiamo parlato di un’architettura di gesti immateriali, di un’architettura presente e invisibile da costruire un giorno da qualche parte possibilmente su tutta la terra, e da edificare adesso continuamente dentro di noi. Il più grande progetto è sempre progettarsi una vita intera sotto il segno della ragione, una vita con coordinate precise, scelte e serenamente accettate, con limiti co-me pietre angolari. Costruire noi stessi con una serie di gesti primari, di gesti magici calibrati e lucidi, per mezzo di un’architettura della chiarezza e della lucidità, non della crudele intelligenza ma della comprensione di tutte le ragioni.
Salvarsi l’anima attraverso la chiarezza, privando l’architettura delle sovrastrutture (giustificazioni e mistificazioni) spaziali-estetiche-economiche-funzionali e rivalutandone l’essenza rappresentativa conoscitiva e ordinatrice.
In questo modo l’architettura come struttura operativa si sovrappone alla natura naturans e alla natura naturata ordinandone i materiali con gli utensili della storia e della tecnica.
Ora elaboriamo progetti concentrando i nostri sforzi sulla definizione di un’architettura come immagine, come costruzione prettamente mentale capace di risolvere in se stessa le contraddizioni tra le cose e l’idea delle cose.
Così a Graz non potevamo più esporre progetti, discorsi su altri discorsi, ma solo architettura.
Abbiamo costruito la Stanza di Graz. E basta.

Da: “Superstudio: lettera da Graz/Trigon 69” Domus 481, 1969

DA: “IL MONUMENTO CONTINUO” UN MODELLO ARCHITETTONICO DI URBANIZZAZIONE TOTALE – 1969

Per chi come noi sia convinto che l’architettura è uno dei pochi mezzi per rendere visibile in terra l’ordine cosmico, per porre ordine tra le cose e soprattutto per affermare la capacità umana di agire secondo ragione, è “moderata utopia” ipotizzare un futuro prossimo in cui tutta l’architettura sia prodotta da un unico atto, da un solo “disegno” capace di chiarire, una volta per tutte, i motivi che hanno spinto l’uomo a innalzare dolmen, menhir, piramidi, e a tracciare città quadrate, circolari, stellari e infine a segnare (ultima ratio) una linea bianca nel deserto.
La grande muraglia cinese, il vallo d’Adriano, le autostrade, come i paralleli e i meridiani, sono i segni tangibili della nostra comprensione della terra.
Crediamo in un futuro di “architettura ritrovata”, in un futuro in cui l’architettura riprenda i suo pieni poteri abbandonando ogni sua ambigua designazione e ponendosi come unica alternativa alla natura. Nel binomio natura naturans e natura naturata scegliamo il secondo termine.
Eliminando miraggi e fate morgane di architetture spontanee, architetture della sensibilità, architetture senza architetti, architetture biologiche e fantastiche, ci dirigiamo verso il “monumento continuo”: un’architettura tutta egualmente emergente in un unico ambiente continuo: la terra resa omogenea dalla tecnica, dalla cultura e da tutti gli altri imperialismi.
Ci inseriamo in una lunga storia di pietre nere, di sassi caduti dal cielo o eretti in terra: meteoriti, dolmen, obelischi. Assi cosmici, elementi vitali, elementi riproduttivi dei rapporti cielo-terra, testimonianze di nozze avvenute, tavole della legge, atti finali di drammi a lunghezze variabili.
Dalla sacra Kaaba al Vertical Assembly Building.
Un blocco squadrato di pietra poggiato sul terreno è un atto primario, è una testimonianza di architettura come nodo di relazioni tra tecnologia sacralità utilitarismo; sottintende l’uomo la mac-china le strutture razionali e la storia.
Il blocco squadrato è il primo atto e l’ultimo nella storia delle idee di architettura.
L’architettura diviene un oggetto chiuso e immobile che non rimanda ad altro se non a sè stesso e
all’uso della ragione.

Da: “Superstudio: discorsi per immagini” Domus 481, 1969

La Moglie di Lot – descrizione

Una struttura metallica zincata, simile a un tavolo (251 x 56 x 100 cm), sorregge cinque piccole architetture di sale in altrettante vasche di zinco.
Una seconda struttura metallica (56 x 56 x 156 cm) scorre sulla struttura principale e porta una piramide rovesciata di zinco contenente acqua. L’acqua scorre lentamente in un tubo da fleboclisi e scendendo goccia a goccia sulla prima architettura di sale la scioglie.
Poi la struttura scorrevole si sposta sulla seconda e cosi via. La prima architettura è una piramide. Quando l’acqua ha sciolto il sale, appare una struttura piramidale di fili di ferro.
La seconda è un anfiteatro e, disciolto il sale, mostra un insediamento abitativo (in refrattario).
La terza è una cattedrale e, disciolto il sale, mostra un guscio d’uovo, perfetto e vuoto.
La quarta è il Palazzo di Versailles e, disciolto il sale, mostra la brioche di Maria Antonietta.
La quinta è il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier e, disciolto il sale, rivela una targa d’ottone con sopra scritto: “L’unica architettura sarà la nostra vita”.

Mentre il sale precipita al fondo delle vasche, l’acqua salmastra scorrendo in appositi tubi si raccoglie in una vasca sotto la struttura principale.
Nella vasca si trova una targa d’ottone esplicativa che dice appunto:

Superstudio, Firenze/Venezia, maggio/giugno 1978
LA MOGLIE DI LOT
L’architettura sta al tempo come il sale sta all’acqua.

L’acqua salmastra la ricopre lentamente e, evaporata l’acqua, il sale offusca la targa rendendola scarsamente leggibile.
Le architetture di sale, sciogliendosi, rivelano al loro interno oggetti che rappresentano ciò in cui il tempo le ha trasformate.

L’architettura della storia mostra nel tempo solo il suo aspetto simbolico; il tempo di erosione della fase funzionale è estremamente ridotto rispetto a quello della fase simbolica. L’architettura della storia è un’architettura di simboli e rappresentazioni, la sua funzione d’uso è contingente e deperibile. D’altra parte l’architettura può ritrovare un uso, in tempi e condizioni imprevisti al progettista, ad opera dei propri abitatori.
L’architetto ha scelto di esprimere la funzione simbolica dell’architettura mentre solo gli abitanti ne possono realmente progettare la funzione abitativa.
Quelli che vogliono costruire si guardano intorno e davanti: così si lasciano pur sempre alle spalle gli architetti trasformati in statue di sale.

Da: “La moglie di Lot e la coscienza di Zeno” Biennale di Venezia, 1978

P: A proposito di “paper achitecture”, tra cui arbitrariamente annoveriamo “Le 12 città ideali”, in particolare “Barnum Jr.’s City” che sembra l’anticipazione di un parco a tema e sappiamo contenere “le riproduzioni di tutti i maggiori monumenti, dall’Empire State Building alla Tour Eiffel. Al Colosseo (ricostruito nell’aspetto originario)” e “La Moglie di Lot” in cui Superstudio trasforma e ri-presenta in forma di statue di sale per prepararle alla distruzione senza senso di colpa apparente: il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier , Versailles, la basilica, l’anfiteatro e la piramide. Ebbene ritornando alla “paper architecture”, immaginiamo che una strana soteriologia diacronica di natura infrastrutturale, accomuni la pratica mentale di Superstudio, quella di Etienne-Louis Boullée (pensiamo soprattutto al progetto della biblioteca reale), al post-modernismo sorto nelle ultime decadi dell’ Unione Sovietica, al tempo di Gorbachev, della Perestroika e della Glasnost. In specifico guardiamo dentro al “Colombarium Architecturae (Museum of Dissapearing Buildings)” disegnato nel 1984 da Alexander Brodsky e Ilya Utkin.
La biblioteca mai realizzata di Boullée è uno spazio metafisico, non certo luogo funzionale o quantomeno accogliente per lo studio, un monumento al sapere, piuttosto che un tempio del sapere. Il colombario sovietico di Brodski e Utkin è un’esplorazione utopica al negativo, per non parlare delle vostre di esplorazioni utopiche apocalittiche, seppure trascritte in un linguaggio sincronico alla neo-avanguardia futurologa e tecnolatra dei “Swinging Sixties”.
Queste architetture di carta sono impossibilitate a preservare o a museificare qualcosa, sono strutture della memoria e della nostalgia, forse anche del desiderio, perché sembrano dialogare con una qualche forma di distruzione. Sono arche di Noè costruite in vista di una sparizione. Sono strutture necessariamente ciniche, perché già si sa che con l’urgenza dell’oblio alla porta, si potranno salvare solo semi/segni, a-sostanziali come l’aria che respiriamo senza vedere.
Ma il neoclassicismo e il post-modernismo non sono informati dalla memoria e dalla nostalgia, oltre che dal cinismo/eclettismo linguistico? Che Superstudio sia post-modernismo fiorentino (considerando l’incidenza del genius loci) ante-litteram?

S: Provo a rispondere:

LA TREDICESIMA CITTA’.

La sua forma e le sue dimensioni sono indefinite e inconoscibili. Taluni la ritengono un quadrato perfetto, altri un esadodecaedro, altri un quadrato infinito senz’angoli. Per alcuni è un enorme solido, per altri una figura bidimensionale, per altri infine è una figura di geometria pluridimensionale. I più la definiscono proiezione di un solido invisibile, quale ombra di un cristallo trasparentissimo posto tra noi e la luce, ombra che si forma solo in particolari circostanze, quando il cristallo, muovendosi, viene ad assumere proprietà polarizzanti o quando il cristallo, semplicemente, oppone la sua maggior dimensione alla luce. D’altronde, se il problema del passaggio dalla proiezione all’oggetto poteva esser risolto geometricamente, la sconosciuta permeabilità alla luce dell’oggetto e il dubbio che il piano di proiezione non fosse perfetto, rendevano la conoscenza della vera forma sempre più improbabile. L’uso dei mezzi d’indagine più progrediti non era precluso agli osservatori: si imponeva solo che la stazione osservante rimanesse immobile in un punto scelto e s’impedivano le comunicazioni immediate tra stazioni diverse. Tali comunicazioni si permettevano solo dopo un certo intervallo di tempo e usando canali prestabiliti. Quanto l’intervallo e i canali deformassero i messaggi era sconosciuto. E d’altronde la coincidenza o la differenza di diverse osservazioni poteva dipendere sia dalla loro sostanza che dai mezzi con cui si trasmettevano…
Non era però quello della forma l’unico problema di tale invisibile entità. Si sapeva che nella tredicesima città si era sviluppata una forma ideale di società e di vita. Si conoscevano frammentari racconti sui suoi abitanti. Alcuni che un tempo vi vissero ed altri che un giorno vi vivranno s’incontravano ancora in un immenso spiazzo in campagna: tale spiazzo conservava ancora tracce regolari come di canali, vie o coltivazioni. Gli urti e gli altri erano convinti che quello fosse stato il luogo da cui la tredicesima città si era staccata per divenire trasparente e invisibile. Me a coloro che vi vissero gli anni confondevano i ricordi; a coloro che vi vivranno la speranza alterava le descrizioni e i progetti. Si limitavano così ad incontrarsi nella pianura, cercando nelle trecce certezza e conferme. L’unica realtà era un’erba rada e improvvisa, come grano appena spuntato che perennemente velava di lanugine verde una terra grigia simile a sabbia. Tele terra non si ritrovava in altri luoghi, poteva esser stata generata da trasformazioni chimiche dei materiali della città scomparsa, come poteva l’erba esser generata in tale aspetto dall’ombra leggera che, più spesso che in altri luoghi, la città invisibile vi lasciava.
Nient’altro restava di tracce visibili: solo un vago senso di malessere o di frustrazione negli individui che lì convenivano. I loro incontri finivano spesso senza nemmeno una parola. Un po’ per volta rimasero solo in pochi nella pianura, tutti gli altri essendo troppo occupati a costruire o ad occupare citta pesantissime e impossibili. Cosi nel luogo supposto d’origine della tredicesima città, iniziarono a interrogarsi sul senso delle memorie e delle profezie, cercando di ricostruire la ragione dei loro ricordi e progetti di quella e delle precedenti dodici città.
Lentamente compresero che non si trattava di supposizioni o di piani, nè erano descrizioni trasmesse in un bizzarro codice: non erano neppure metafore o parabole. Aggiunsero così alla fine una nota (ritrovabile solo in questa edizione) sul come e perchè di tali racconti. Il testo della nota era “Vi restituiamo i dati che ci avete fornito”.

S: Insomma continuando a rispondere:
quello che volevo (volevamo) dire con Superstudio (l’ho) l’abbiamo già detto. Basta guardare nei libri nelle riviste o nei fondi d’archivio. A distanza di quarant’anni potrei (potremmo) raccontare quelle storie in maniera diversa. Le costruzioni e i progetti che ho fatto dopo il 1978 potrebbero essere questo racconto in prima persona, ma le pagine tratte da “Superstudio storie con figure 1966-73” e dal libro bianco della Biennale 1978 sono una risposta più precisa.
Ma potete anche pensare che i nostri testi (scritti e disegni) erano le domande e che le vostre domande sono risposte date quarant’anni dopo.

Adolfo Natalini, 4 marzo 2014

Postscriptum
Alla domanda “cosa sono gli istogrammi?” risponderei con 4.1 Istogrammi di architettura 1969 e se mi venisse chiesto di parlare degli “Atti Fondamentali”, ecco la risposta “Atti Fondamentali, 1971-1973” Casabella 367, 1972 ma non me l’avete chiesto – grazie – va bene così!

P: Vi avremmo mandato oggi la domanda “cosa sono gli istogrammi”, mettendo in relazione gli Istogrammi agli “Atti Fondamentali”, vita, educazione, amore, cerimonia, morte. Il riduzionismo più radicale che si manifesta in forme diverse, altro che post-modernismo, ammesso che queste categorie, in cui è agevole sigillare pensieri e attitudini come il cibo dentro ai sottovuoti, esistano. Focault affermava che l’uomo è una invenzione recente, è una sorta di piega nel nostro sapere che sparirà non appena avremo trovato una nuova forma al di là, forse, di ogni rappresentazione.
E comunque nel 2004 pinksummer iniziò la conversazione/comunicato stampa con Tomas Saraceno e Luca Cerizza per la prima mostra in Italia di Tomas Saraceno così: “Superstudio nel 1970 scrivevano ‘In quegli anni stava diventando molto chiaro che continuare a disegnare arredi, oggetti e simili decorazioni domestiche non era la soluzione ai problemi del vivere… e ancora meno avrebbe potuto servire a salvare la propria anima’”.
Siamo felici di ri-presentare “La moglie di Lot” di Superstudio da pinksummer.

S:
ISTOGRAMMI D’ARCHITETTURA, 1969

“ln quegli anni poi divenne molto chiaro che continuare a disegnare mobili oggetti e simili casalinghe decorazioni non era la soluzione dei problemi dell’abitare e nemmeno di quelli della vita e tantomeno serviva a salvarsi l’anima…
Divenne anche chiaro come nessuna beatificazione o cosmesi era bastante a rimediare i danni del tempo, gli errori dell’uomo e le bestialità dell’architettura… Il problema quindi era quello di distaccarsi sempre più da tali attività del design adottando magari la teoria del minimo sforzo in un processo riduttivo generale. Preparammo un catalogo di diagrammi tridimensionali non continui, un catalogo d’istograrnmi d’architettura con riferimento a un reticolo trasportabile in aree o scale diverse per l’edificazione di una natura serena e immobile in cui finalmente riconoscersi. Dal catalogo degli istogrammi sono stati in seguito generati senza sforzo oggetti mobili, environments, architetture… Ma di tutte queste cose non ce ne importa molto, né molto ce n’è mai importato. La superficie di tali istogrammi era omogenea ed isotropa: ogni problema spaziale ed ogni problema di sensibilità essendo accuratamente stato rimosso. Gli istogrammi si chiamavano anche ‘Le Tombe degli Architetti’”.

ATTI FONDAMENTALI, l971-1973

Dal 21 marzo 1971 al 20 marzo 1973 abbiamo lavorato a una serie di ricerche sugli Atti Fonda- mentali, incentrate sui rapporti tra l’Architettura (come formalizzazione cosciente del pianeta) e la vita umana. I film che abbiamo prodotto costituiscono una propaganda di idee al di fuori dei canali tipici della disciplina architettonica. I cinque film sono:

VITA
EDUCAZIONE
CERIMONIA
AMORE
MORTE

I grandi temi, i temi fondamentali della nostra vita, non sono mai toccati dall’architettura. L’architettura se ne sta ai margini, ed interviene solo ad un certo punto del processo di relazione, quando di solito tutto il comportamento è già stato codificato, fornendo risposte a problemi rigidamente posti. Anche se le sue risposte sono aberranti od eversive, la logica della loro produzione e del loro consumo evita ogni reale sconvolgimento. L’architettura non propone comportamenti alternativi poiché usa strumenti messi a punto dal sistema per evitare ogni sostanziale deviazione.
Cosi l’abitazione operaia e la villa signorile seguono gli stessi modelli e l’architetto radicale e l’architetto accademico si equivalgono: la differenza sta solo nelle quantità in gioco; le decisioni sulla qualità del vivere sono già state prese.
Accettando il suo ruolo l’architetto si rende complice della macchinazione del sistema di cui cerca il consenso. L’architetto d’avanguardia poi ricopre uno dei ruoli più rigidamente fissati, un po’ come I’amoroso giovane”.
A questo punto, l’architetto, riconoscendo in sé e nella sua opera connotazioni di cosmesi, environmental pollution e consolatrix afflictorurn, si blocca di colpo sulla sua strada ben pavimentata. Diviene allora un atto di coerenza, o un ultimo tentativo di salvezza, concentrarsi sulla redefinizione degli atti primari, ed esaminare in prima istanza quali sono le relazioni tra l’architettura e tali atti. Tale operazione diviene una terapia per la rimozione dell’archimanie…
Il tentativo di una rifondazione antropologica e filosofica dell’architettura diviene il centro dei nostri processi riduttivi.

Da Casabella 367, 1972

Georgina Starr

Georgina Starr nasce nel 1968 a Leeds.
Vive e lavora a Londra.

 

EDUCAZIONE

Jacob Kramer School of Art, Leeds, Regno Unito

Middlesex Polytechnic, Hendon, Regno Unito

Slade School of Art, London, Regno Unito

Rijksakademie Van Beeldende Kunst, Amsterdam

 

MOSTRE PERSONALI

2025

The Discreet Dash, performance/reading presso Good Press, Glasgow, Regno Unito

The Discreet Dash, performance/reading, Donlon Books, Londra, Regno Unito

Rouge Brillant Silky, Performance for Hermès, La Monnaie de Paris, Francia

 

2024

The Triangles of Ursula (Performance), Ex-Chiesa dell’Angelo Custode, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia

 

2022
Quarantaine, Curzon Hoxton, Londra, Regno Unito
Quarantaine, Pinksummer, Genova, Italia
Gelato Balleto!, Performance for Hermés, Old Sessions House, Londra, Regno Unito

 

2021
Quarantaine, Jarman Haward 2021 UK Touring Program (Towner Gallery, LUX Scotland, Nottingham, Regno Unito

Contemporary, Spike Island, G39, The MAC Belfast, Whitechapel Gallery, Londra, Regno Unito
Quarantaine, Tramway, Glasgow International, Glasgow, Scozia, Regno Unito
Quarantaine, Leeds Art Gallery, Leeds, Regno Unito

 

2019
The Eternal Ear, Matera Alberga, Sextantio Le Grotte della Civita, Matera, Italia
Big V, Centre for Audio Visual Experimentation, Leeds, Regno Unito  

 

2017
Androgynous Egg (perfomance), Frieze Projects, Londra, Regno Unito 
Hello. Come here. I want you, Frac Franche Comté, Besançon, Francia
Moment Memory Monument (performance), Frac Franche Comté, Besançon, Francia
Moment Memory Monument (performance), Palazzo Reale, Milano, Italia

 

2016
The Lesson, Pinksummer, Roma, Italia

 

2015
I, Cave, mima (Middlesbrough Institute of Modern Art), Middlesbrough, Regno Unito

 

2013
Before Le Corveau Affamé, Cooper Gallery, Dundee, Scozia, Regno Unito

 

2012
The Joyful mysteries of Junior, Pinksummer, Genova, Italia
Theda presented by Moderna Museet and bonniers konsthall, Stoccolma, Svezia

 

2011
Theda with Sigune von Osten at The Pier Theatre, Bournemouth, Regno Unito

 

2010
I am a Record & I am the Medium, Le Confort Moderne, Poitiers, Francia
Top 40 on Fire, performance, Le Confort Moderne, Poitiers, Francia
Theda with Sigune von Osten, Delphi Silent Movie Theatre, Berlino, Germania
Flesh, The Great Illusion, The Life & Work of Ronald Wright, (presented by Paul Noble & Georgina Starr), Londra, Regno Unito

 

2008
Georgina Starr, Pinksummer, Genova, Italia
Theda, Sala del Minor Consiglio, Palazzo Ducale, Genova, Italia
Theda, Harbourfront Centre Theatre, Toronto, Canada

 

2007
Theda, Anthology Film Archives, New York, Stati Uniti d’America
The Face of Another, Tracy Williams, Ltd., New York, Stati Uniti d’America
Theda, Artprojx at A Foundation, Greenland Street, Liverpool, Regno Unito
Theda, Art Film, Art 38 Basel, Basilea, Svizzera
Theda, nca | nichido contemporary art, Tokyo, Giappone
Theda, presented by Artprojx and Film London, The Prince Charles Cinema, Londra, Regno Unito

 

2005
Big V, Leeds City Art Gallery, Leeds, Regno Unito

 

2004
Speedorama, touring drive-in cinema, Riksutstillinger, Olso, Norvegia

 

2003
Inside Bunny Lake Garden, Pinksummer, Genova, Italia
Bunny Lake Drive-In, Fletcher Works, Site Gallery, Sheffield, Regno Unito
Georgina Starr, Annet Gelink Gallery, Amsterdam, Paesi Bassi

 

2002
The Bunny Lakes, Emily Tsingou Gallery, Londra, Regno Unito
Bunny Lake Drive-In, Emily Tsingou Gallery at 86 Brick Lane, Londra, Regno Unito

 

2001
Bunny Lake Drive-In, Städtische Ausstellunghalle Münster, Monaco, Germania

 

2000
The Bunny Lake Collection, Pinksummer, Genova, Italia
The Bunny Lakes Are Coming, Anthony Reynolds Gallery, Londra, Regno Unito

 

1999
Popping Up in Oostellingwerf, site-specific public commission, Friesland, Paesi Bassi

 

1998
Tuberama, Ikon Gallery, Birmingham, Regno Unito
Starrwood, Brigitte Trotha Gallery, Francoforte sul Meno, Germania

 

1997
Starvision, Philippe Rizzo Gallery, Parigi, Francia

 

1996
Hypnodreamdruff, Tate Gallery, Londra, Regno Unito
Georgina Starr, Barbara Gladstone Gallery, New York, Stati Uniti d’America

 

1995
Visit to a Small Planet, Kunsthalle Zurich, Zurigo, svizzera
Georgina Starr, Rooseum Centre for Contemporary Art, Rooseum, Malmö, Svezia
The Party, Bloom Gallery, Amsterdam, Paesi Bassi

 

1994
Getting To Know You, Anthony Reynolds Gallery, Londra, Regno Unito
(Un) Controlling, Stedelijk Museum Bureau, Amsterdam, Paesi Bassi
The Nine Collections of the Seventh Museum, Stroom, Den Haag, Paesi Bassi
Crying, Galerie Krinzinger, Vienna, Austria

 

1993
Mentioning, Anthony Reynolds Gallery, Londra, Regno Unito

 

MOSTRE COLLETTIVE

2026

YBA & Beyond, mostra itinerante della Tate, Tokyo e Kyoto, Giappone

Buffet d’Art, Ambika P3, Londra, Regno Unito

The Drawing Room Biennale, The Drawing Room, Londra, Regno Unito

 

2025

The Triangles of Ursula, Baked Beans on the Doorstep, Old Hairdressers, Glasgow, Regno Unito

 

2024

Outside the Circle, Cooper Gallery, Dundee, Scozia

The Morbid Palace, Ex-Chiesa dell’Angelo Custode, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia

Bitch Magic, Alma Pearl, Londra

At Heaven’s edge. Visions, Museum Krona, The Netherlands

 

2023

Postcard from Genova, Waldburger Wauters, Brussels

Les Figures du Vide, Frac Franche Comté, Bescancon, FranceBig Women | Firstsite Gallery, Colchester, Regno Unito
Behold, Hypha Studios, Londra, Regno Unito
Sous Le velours noir des paupieres, Frac Poitou-Charrentes, France
Obsession for Schedules and Numbers, Museum van de Geest, Amsterdam, Paesi Bassi

 

2022
Sous Le velours noir des paupieres, Frac Poitou-Charrentes, Francia
Pas Sommiel, Frac Bretagne, Rennes, Francia

 

2019
Sixty Years, Tate Britain, Londra, Regno unito (fino ad Aprile 2020)
Re-Collections, Site Gallery, Sheffield, Regno unito
Static Steps, The Collection, Leeds Art Gallery, Regno unito
Matera Alberga, Matera, Italia
The Drawing Room Biennale, The Drawing Room, Londra, Regno unito

 

2017
Fantasy Access Code, K11, Shanghai, Cina
Codice di Avviamento Fantastico, Palazzo Reale, Milano, Italia
Of Other Spaces:Where Does Gesture Become Event? (part 2), Cooper Gallery, Dundee, Scozia, Regno Unito

 

2016
Of Other Spaces: Where Does Gesture Become Event?, Cooper Gallery, Dundee, Scozia, Regno Unito
Colour Wheel, Vernon Street Gallery, Leeds, Regno Unito
Lo Specchio Concavo, BACO, Bergamo, Italia
Mycorial Theatre 2016, Pivo, San Paolo, Brasile
Intimate Wine Reception, Chateau Shatto, Los Angeles, Stati Uniti d’America

 

2015
Believe Not the Spirits But Try the Spirits, MUMA, Melbourne, Australia
The Nakeds, De La Warr Pavillion, Bexhill-on Sea, Regno Unito

 

2014
Past the Future, Tate Britain, Londra, Regno Unito
The Nakeds, The Drawing Room, Londra, Regno Unito
Poetical Politics, Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo, Italia
The Decade (1984 – 1999), Le Centre Pompidou – Metz, Francia
The Nakeds, The Drawing Room, Londra, Regno Unito
Past the Future, Tate Britain, Londra, Regno Unito
The Uplawmoor Show, Mure Hall, Glagow International, Glasgow, Scozia, Regno Unito
Urban Visionaries, Film London, Canary Wharf, Londra, Regno Unito

 

2013
Past the Future, Tate Britain, Londra, Regno Unito
British British, Polish Polish, The Centre for Contemporay Art Ujazdowski Castle Warsaw, Varsavia, Polonia
Des Mondes Possibles, FRAC Franche-Comté, Besançon, Francia
This This Monster This Thing, Ikon Gallery, Birminghan, Regno Unito
(Dis)playing paper, hours and costellations, District kunst und Kutureforderung, Berlino, Germania

 

2012
Sunset, FRAC Poitou-Charentes, Angouleme, Francia
This This Monster This Thing, Focal Point Gallery, Southend-on-Sea, Regno Unito
Moving Portraits, De La Warr Pavillion, Bexhill-on-Sea, Regno Unito

 

2011
Material Spiritual World, Deweer Gallery, Zwevegem, Belgio
THEDA with Sigune von Osten, Parkmusik, Trombacher Hof, Münster am Stein-Ebernburg, Germania

 

2010
Beyond, Starkwhite Gallery, Auckland, Nuova Zelanda
(Re)Acting Caligari, Galerie Brotafabrik, Berlino, Germania
Be a Star, Play a Model, Knokke International Foto-Festival, Knokke, Belgio
Big Up 4, La Maison, Anglet, Francia
Bricks, Area 10, Londra, Regno Unito

 

2009
Identity V, nca | nichido contemporary art, Tokyo, Giappone
Drawing 2009 Biennale, The Drawing Room, Londra, Regno Unito
I Am a Record at Art Premiere, Art Basel 40, Basilea, Svizzera
Art on Fashion, Freedom Gallery, Londra, Regno Unito
British Subjects 1967-2009, Neuberger Museum, New York, Stati Uniti d’America
Landscape Memories, La Ciengas Projects, Los Angeles, Stati Uniti d’America

 

2008
Event Horizon, GSK Contemporary, Royal Academy of Arts, Londra, Regno Unito
100 Years, 100 Artists, 100 Works, A Foundation Gallery, Londra, Regno Unito
Noise, George Rodger Gallery, Maidstone, Regno Unito
Nothing Moments, Public Trust Gallery, Dallas, Stati Uniti d’America
Passing Through, Leeds City Art Gallery, Leeds, Regno Unito

 

2007
Playback, ARC/Musée d’Art moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia
Nothing Moments, launch at MOCA at the Pacific Design Center & exhibition, Stati Uniti d’America
Steve Turner Contemporary Art, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Film and Photography Works, nca | nichido contemporary art, Tokyo, Giappone
I am making Art – Chapter 3 – Identité et Transformation, Centre d’Art Contemporain Geneve, Ginevra, svizzera
Darkness Visible, Contemporary Art Society Collection, Southampton City Art Gallery, Southampton, Regno Unito
British Prints: Pop to the ’90s, Queensland Art Gallery, Brisbane, Australia

 

2006
Identity III, nca| nichido contemporary art, Tokyo, Giappone
Darkness Visible, Ferens Arts Gallery, Kingston upon Hull, Regno Unito
Ab Ovo, Steven Wolf Fine Arts, San Francisco, Stati Uniti d’America

 

2005
Gesture, A Visual Library in Progress, Macedonian Museum of Contemporary Art, Thessaloniki (Grecia) and The New Centre of Contemporary Art in Florence, Firenze (Italia)
Superstars & The Principle of Renown, Kunsthalle Wien, Vienna (Austria)
SpielrÉume (Freeplay Playground), Stiftug Wilhelm Lehmbruck Museum, Duisburg, Germania
The Mirror of the Imagination, The Dover Street Arts Club, Londra, Regno Unito
Speedorama, (touring) Norsk Documentarfilfestival; Egersund Kunstforening, Norvegia
Galleri List Fyr; Lista, Kulturfestivalen; Svelvik, Norvegia

 

2004
Dream Extensions, S.M.A.K, Ghent, Belgio
Video Hits, Queensland Art Gallery, Brisbane, Australia
A Temporary Monument for David McComb, STUK Kunstencentrum, Leuven, Belgio
Louder This Time, Villa Galvani, Pordenone, Italia
A Century of Artists’ Film in Britain, Tate Britain, Londra, Regno Unito
The Black Album, Antonio Colombo Arte Contemoranea, Milano, Italia
When Love Turns to Poison, Kunstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania
L’Arte in Testa. Storia di Un Ossessione da Picasso ai Giorno Nostri, MACI Museo Arte Contemporanea Isernia, Italia
Identity II, Nichido Contemporary Art, Tokyo, Giappone

 

2003
25hrs, Polisportiu El Raval, The VideoArtFoundation, Barcellona, Spagna
Independence, South London Gallery, Londra, Regno Unito

 

2002
Rapture, Art’s Seduction by Fashion since 1970, Barbican Art Galleries, Londra, Regno Unito
Its only Words, London College of Printing, The London Institute, Londra, Regno Unito
Tutto Normale, French Academy in Rome, Villa Medici, Roma, Italia
The Gift, Scottsdale Museum of Contemporary Art, Arizona, Stati Uniti d’America

 

2001
In Fumo, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo, Italia
Echo’s Laughter, Centre d’Art Contemporain, Ginevra, Svizzera
Melancholy, Northern Gallery for Contemporary Art, Sunderland, Regno Unito
Melancholy, Southampton City Art Gallery, Southampton, Regno Unito
Il dono, offerta ospitalita insidia, Palazzo delle Papesse, Centro Arte Contemporanea, Siena, Italia
Plateau of Mankind No.1, 49th International Exhibition of Art, Venice Biennale, Venezia, Italia
Angst, Kenstwurk, Leewarden, Paesi Bassi
Song Poems, Cohan Leslie and Browne, New York, Stati Uniti d’America
Music and Art; Rock, Pop and Techno, Museum of Contemporary Art, Sydney, Australia
Tokyo TV, Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Dai, dai, dai, where do we go from here?, Montevideo, Amsterdam, Paesi Bassi
Science et cité, La verité est ailleurs, Centre pour l’image contemporaine, Saint-Gervais, Ginevra, Svizzera

 

2000
Présumed Innocent, CapMusée d’Art Contemporain, Bordeaux, Francia
Video Vibe, Art and Music in the UK, The British School in Rome, Roma, Italia
Diary, Cornerhouse, Manchester, Regno Unito
Strange Paradises, Casino Luxembourg, Lussemburgo
Doppelgänger, Shed in Eisenwerk, Frauenfeld, Svizzera
On the Edge of the Western World (trav. exh.), Yerba Buena Centre for the Arts, San Francisco, Stati Uniti d’America
Anyone Could Be Anyone Else in Most Ways, Galerie Brigitte Trotha, Francoforte sul Meno, Germania

 

1999
Sweetie, The British School in Rome, Roma, Italia
Visions of the Body: Fashion or Invisible Corset, Museum of Modern Art, Kyoto and Museum Contemporary Art, Tokyo, Giappone
Natural Reality, Ludwig Forum, Aachen, Germania
Ainsi de Suite 3, Centre Regional d’Art Contemporain, Sète, Francia
Act 1. Scenography and the Visual Arts, Kunstvereiningen, Copenhagen, Danimarca
Dial M for…, Munich Kunstverein, Monaco di Baviera, Germania
Hypertronix, Espace d’Art de Castellón, Castelló, Spagna
Festival Riccione TTV, Riccione, Italia
Landscape Memories, Rosamund Felsen Gallery, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Out of Site, Büro Friedrich, Berlino, Germania
The Degree Show, Leeds 13, Leeds, Regno Unito
The Order of Things, Ramapo College, New Jersey, Stati Uniti d’America
Self Portrait, Mercer Union, Toronto, Canada
Make/ Believe, The Fabric Workshop, Philadelphia, Stati Uniti d’America

 

1998
Malos Habtos, Solidad Lorenzo Gallery, Madrid, Spagna
Kritical Elegance, Museum Dhont Dhaenens, Deurle, Belgio
Here to Stay, Arts Council Collection, Regno Unito
New British Video Programme, Museum of Modern Art, New York, Stati Uniti d’America
Real Life, New British Art (trav. exh.), Regno Unito
I’m Still in Love With You, The Women’s 20th Century Club, Los Angeles, Stati Uniti d’America
UK Maximum Diversity, Galerie Krinzinger, Bregenz and Vienna, Austria
A Night With Pony Halle fur Kunst, Lüneburg, Germania
In (Between) the Images, Neues Forum, Graz, Austria
Beige and Sneakers, Büro Friedrich, Berlino, Germania
Infra-Slim, The Soros Centre of Contemporary Art, Kiev, Ucraina
English Rose, Ginza Art Space, Tokyo, Giappone
Made in London, Musée de Electricidade, Lisbona, Portogallo
Family, Interleith House, Edimburgo, Scozia, Regno Unito

 

1997
Visit to a Small Planet, Museum of Contemporary Art, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Hypermnesiac Fabulations, The Power Plant, Toronto, Canada
Ein Stück vom Himmel, Kunsthalle Nürnberg, Nürnberg, Germany and South London Gallery, Londra, Regno Unito
Package Holiday, Hydra, Grecia
Picture Britannica, Museum of Contemporary Art, Sydney, Australia
Camping, Neuer Aachener Kunstverein, Aquisgrana, Germania
Tales from the City, Stills Gallery, Edimburgo, Scozia, Regno Unito
Private Face-Public Space, Gasworks, Atene, Grecia
Het Eigen Gezicht, Museum Beelden ann Zee, The Hague, Paesi Bassi
7th Kwangiu Biennale, Gwangju, Corea del Sud
Heaven, P.S.1, New York, Stati Uniti d’America
Screen, Anne Faggionato, Londra, Regno Unito

 

1996
No. 10, Rhona Hoffman Gallery, Chicago, Stati Uniti d’America
The Cauldron, Dean Clough, Henry Moore Institute, Halifax, Regno Unito
Elsewhere, Gallery Froment Putman, Paris, France, Roslyn Oxley Gallery, Sydney, Australia
Electronic Undercurrents, Statens Museum for Kunst, Copenhagen, Danimarca
Driving On, Ferens Art Gallery, Hull, Regno Unito
Fernbedienung, Grazer Kunstverein, Graz, Switzerland, Bard College, New York, Stati Uniti d’America
Rational Behaviours, The Tannery, Londra, Regno Unito
New Photography 12, Museum of Modern Art, New York, Stati Uniti d’America
I.D., Van Abbe Museum, Eindhoven, Paesi Bassi, Galerie Tanya Grunert, Colonia, Germania
Full House, Kunstmuseum Wolfsburg, Wolfsburg, Germania
Superstore Delux, Up & Co, New York, Stati Uniti d’America
Up Close and Personal, Philadelphia Museum of Modern Art, Filadelfia, Stati Uniti d’America

 

1995
Kunstforeningen, Copenhagen, Danimarca
Hopeless, Centre for Contemporay Art, Glasgow, Scozia, Regno Unito
In Search for the Miraculous, Starkman, Londra, Regno Unito
Campo, Venice Biennale, Venezia, Italia
Wild Walls, Walls, Stedelijk Museum, Amsterdam, Paesi Bassi
Night and Day, Anthony Reynolds Gallery, Londra, Regno Unito
Atelier des Artistes de la Ville de Marseilles, Marsiglia, Francia
Brilliant, Walker Art Centre, Minneapolis, Minnesota, Stati Uniti d’America
Troisième, Biennale de Lyon, Lione, Francia
The British Art Show, Manchester, Edimburgo, Cardiff, Regno Unito
Here and Now, Serpentine Gallery, Londra, Regno Unito

 

1994
Jake and Dinos Chapman, Georgina Starr & Wolfgang Tillmans, Andrea Rosen Gallery, New York, Stati Uniti d’America
Le Shuttle, Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania
WM Karaoke, Portikus, Francoforte sul Meno, Germania
Europa ’94, Monaco
Points of View, Centre Georges Pompidou, Parigi, Francia
Use Your Allusion, Museum of Contemporary Art, Chicago, Stati Uniti d’America
It’s how You Play the Game, Exit Art, New York, Stati Uniti d’America
Electric Ladyland, Galerie Jousse Seguin, Parigi, Francia

 

1993
Wonderful Life, Lisson Gallery, Londra, Regno Unito
High Fidelity, Kohji Ogura Gallery, Nagoya, Giappone

 

1992
Barclay’s Young Artists, Serpentine Gallery, Londra, Regno Unito
Aperto, Venice Biennale, Venezia, Italia

 

PUBBLICAZIONI

2022
Georgina Starr, Le Cerveau Affamé, Edition of Cards, published by Pinksummer Contemporary, Genova, Italia

 

2014
Georgina Starr, The History of Sculpture, Copper Gallery, Dundee, Scozia, Regno Unito
Before le Curveau Affamé, vinyl limited edition

 

2010
Georgina Starr, I am a Record, published by Le Confort Moderne, Poitiers, Francia
I am the Medium, 12inch vinyl edition, published by Le Confort Moderne, Poitiers, Francia

 

2009
Landscape Memories, La Ciengas Projects, Los Angeles, Stati Uniti d’America
I am a Record, artist limited edition book

 

2007
Playback, ARC/Musée d’Art moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia
Georgina Starr, Fuck the Babysitter, pubblicato da Nothing Moments (design di Joe Ewart for Society, illustrazioni di Hiroki Otsuki)
Georgina Starr, THEDA, A Performance, artist limited edition book
Gesture, A Visual Library in Progress, Macedonian Museum of Contemporary Art, Thessaloniki, Grecia

 

2005
Superstars & The Principle of Renown, published by Kunsthalle Wien, Vienna, Austria
SpielrÉume (Freeplay / Playground), published by Stiftug Wilhelm Lehmbruck Museum,  Duisburg, Germania
Ab Ovo, published by Steven Hull, Los Angeles, Stati Uniti d’America

 

2004
Video Hits, Art & Music Video, Oueensland Art Gallery, Australia
Dream Extensions, S.M.A.K, Ghent, Belgio
25hrs, Polisportiu El Raval, The VideoArtFoundation, Barcellona, Spagna

 

2002
Rapture, Arts, Seduction by Fashion since 1970, (exh. cat.), Barbican Art Gallery, Londra, Regno Unito
Georgina Starr, The Bunny Lakes, emilyTsingou gallery, Londra, Regno Unito
Tutto Normale (exh. cat.), Academie de France a Rome – Villa Medici, Roma, Italia

 

2001
Il dono, offerta ospitalita insidia, (exh. cat.), Palazzo delle Papesse, Centro Art Contemporanea, Siena, Italia
In Fumo (exh. cat.), Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, Bergamo, Italia
Song Poems, published by Stephen Hull, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Angst, Kenstwurk, Leewarden, Paesi Bassi
49th Venice Biennale, Venezia, Italia
La Carne, La Morte, Il Diavolo, Stichting Keunstwurk, Leeuwarden, Paesi Bassi
Music and Art; Rock, Pop and Techno, Museum of Contemporary Art, Sydney, Australia

 

2000
Strange Paradises, Casino Luxembourg, Lussemburgo
Presumes Innocent, CapMusée d’Art Contemporain, Bordeaux, Francia
Video Vibe, British School in Rome, Roma, Italia
Diary, Cornerhouse, Manchester, Regno Unito
Strange Paradises, Casino Luxembourg, Lussemburgo
The Bunny Lakes, white 7” vinyl single, pubblicato da Casino Lussemburgo

 

1999
Sweetie, (exh. cat.), The British School of Rome, Roma, Italia
Visions of the Body: Fashion or Invisible Corset, Museum of Modern Art, Kyoto and Museum of Contemporary Art, Tokyo, Giappone
Natural Reality, (exh. cat.), Ludwig Forum Aachen, Aquisgrana, Germania
Art of the Millenium, Taschen, Colonia, Germania
Act1, Scenography and The Visual Arts, Kunstforeiningen, Copenhagen, Danimarca
Popping Up in Ooststellingwerf (CD), Marista Records, Leeuwarden, Paesi Bassi
Dick Donkeys Dawn, (CD), in collaboration with Sean Dower and Oliver Hangl, pubblicato da DDD
Dial M for…, Kunstverein Munich, Monaco
In Verberlinge, Frisia, Paesi Bassi
Hypertronix, Espace d’Art Castellón, Castelló, Spagna
Georgina Starr, Tuberama (CD) published by Ikon Gallery, Birmingham, Regno Unito
Unity of Man and Nature, Ludwig Forum, Aquisgrana, Germania
Kritische Elegantie, Museum Dhondt-Dhaenens, Deurle, Belgio

 

1998
Real Life, New British Art, (exh. cat.), Touring Exhibition, Regno Unito
Here to Stay, Arts Council Collection, Regno Unito
Kritical Elegance, (exh. cat.), Museum Dhont Dhaenens, Deurle, Belgio
Georgina Starr, pubblicato da Ikon Gallery, Birmingham, Regno Unito
Malos Habtos, Solidad Lorenzo Gallery, Madrid, Spagna
I’m still in Love with You (CD), book and pink vinyl LP, curato e pubblicato da Steven Hull
PONY, Pop music CD in collaboration with Oliver Hangl, Stable Records, Regno Unito
We love you (CD and book) published by Candy Records, Londra, Regno Unito

 

1997
Hypermnesiac Fabulations (exh. cat.), Tracey Emin, Georgina Starr, Jane and Louse Wilson, The Power Plant, Contemporary Art Gallery at Harbourfront Centre, Toronto, Canada
Het Eigen Gezicht, Museum Beelden ann Zee, The Hague,Paesi Bassi
Private Face – Urban Space, Gasworks, Atene, Grecia
Tales from the City, Stills Gallery, Edimburgo, Regno Unito
Picture Britannica, Museum of Contemporary Art Sydney, Sydney
Package Holiday, Hydra, Grecia
Ein Stuck vom Himmel, Kunsthalle Nurnburg, Germany and South London Gallery, Londra, Regno Unito

 

1996
Georgina Starr, Starvision, issue 1 (artists comic book) pubblicato da Anthony Reynolds
La Fete!, Blocknotes, Contemporary Art & Culture, Parigi, Francia
ID, Van Abbe Museum, Eindhoven, Paesi Bassi
Fernbedienung, Grazer Kunstverein, Graz, Austria
Electronic Undercurrents, Statens Museum fro Kunst, Copenhagen, Danimarca
The Cauldron, Henry Moore Institute, Halifax, Regno Unito

 

1995
Wild Walls (exh. cat.), The Stedelijk Museum of Amsterdam, Amsterdam, Paesi Bassi
observaties, observations, recent acquisitions of KPN
The British Art Show 4, (exh. cat.), Hayward Gallery, Londra, Inghilterra
Brilliant: New Art from London, (exh. cat.), Walker Arts Center, Minneapolis, Minnesota, Stati Uniti d’America
Georgina Starr, Visit to a small planet, pubblicato da Kunsthalle Zurigo, Svizzera

 

1994
Seeing the Unseen, nvisible museum, thirty shepardess walk, n1, Londra, Inghilterra
New British Art, Kunstforeningen, Copenhagen, Danimarca
Georgina Starr, The Nine Collections of the Seventh Museum, Stroom, Den Haag, Paesi Bassi
WM Kareoke box edition, Portikus, Francoforte sul Meno, Germania
Le Shuttle, (exh. cat.), Kunstlerhaus Bethanian, Berlino, Germania
High Fidelity, (exh. cat.), Koji Ogura Gallery, Nagoya, Giappone

 

1993
Georgina Starr, Mentioning, book, score sheet and audiocassette, pubblicato da the artist
Aperto, (exh. cat.), Venice Biennale, Venezia, Italia
Georgina Starr, So I Said, published by the artist

 

1992
Georgina Starr, Static Steps, published by the artist
Georgina Starr, Wind Movements on Euston Concourse, published by the artist

Libri Georgina Starr

The History of Sculpture
Georgina Starr
2014

disponibile online

I am Record
Georgina Starr
2010
Le Confort Moderne

leggi online qui

Theda. A Performance
Georgina Starr
2007

The Bunny Lakes
Phillip Monk, Dave Beech and Georgina Starr
2003

disponibile online

Georgina Starr
Thom Lawson, James Roberts, Eva Meyer-Hermann, Susan Corrigan
1998
Ikon Gallery, Birmingham

Visit to a Small Planet
Georgina Starr
1994
Kunsthalle Zurich

disponibile online

Static Steps
Georgina Starr
1992
Disponibile online qui

disponibile online

THE BUNNY LAKES COLLECTION – GEORGINA STARR

Photo credits Paolo Palmieri

Georgina Starr – The Bunny Lakes Collection

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Se si è abituati ad avere un approccio analitico all’arte contemporanea, davanti alla produzione di Georgina Starr si ha la sensazione di essere spazzati via da un’onda: scossi fino al punto di perdere le categorie di alto e basso e solo in seguito, sulla spiaggia, si riesce distinguere ancora la linea pulita dell’orizzonte.
L’orizzonte di Georgina è il ritratto concepito come la sintesi dialettica per eccellenza tra identità e alterità: l’oggetto del ritratto è il soggetto assoluto.
Per generare la bolla di immanenza nel suo universo, Georgina si affaccia alla realtà attraverso una sorta di appropriazione e identificazione delle cose visibili e tangibili che, all’interno del suo lavoro, assumono una nuova vita, ricreata tramite una rete infinita delle associazioni. Il lavoro di Georgina è una incredibile fusione di passato e presente, essere e apparenza, individuo e immaginario pop, sogno e finzione: è un flusso di coscienza nel quale il ricordo fonde gli orizzonti.
Georgina ci restituisce una concezione dell’identità con una frontiera porosa, permeabile al mondo: l’identità si tinge di alterità, l’alterità si tinge di identità e da qui, forse, quella sensazione di instabilità ontologica che il suo lavoro ci trasmette. L’idea è che l’identità sia composta da una molteplicità di frammenti, ognuno dei quali è una personalità completa ed indipendente: i vari personaggi che Georgina interpreta e dai quali è interpretata.
Nell’intera durata episodica del lavoro del Georgina un personaggio secondario può essere ripescato per diventare, da qualche altra parte, un protagonista come Liz che è un personaggio marginale in “Visit to a small planet”, mentre è l’assoluto protagonista, in quanto sigle, di “Party”. Nello stesso modo un’idea fra altre idee che sono funzionali in un progetto, può finire per far girare sulla sua traccia tutti i progetti, come quella del night club in “The Hungry Brain”. Il lavoro di Georgina è un fluido che cresce come la vita che se si prova a programmare, finisce sempre per sfuggire ai piani.
Come il fulcro del lavoro di Georgina che ha la dimensione dinamica ed incommensurable della coscienza, le sue espressioni si traducono in forma non specializzata: installazioni, videos, Cd-rom, annotazioni del vinile, illustrazione della parete, fotografie, fumetti. La musica è un elemento costante, colonne sonore di video e installazioni, usato da Georgina come un segno evocatore per ricondurre al presente le atmosfere della memoria.

Pinksummer

Comunicato Stampa Di Georgina Starr
“The Bunny Lake Collection”

In Bunny Lake is Missing (Otto Preminger, 1965) una madre distratta, prova disperatamente a mettere insieme gli eventi che circondano la scomparsa della figlia di 4 anni. Il thriller si sviluppa nel giallo di un rapimento con un personaggio centrale (Bunny Lake) che non si vede mai e che non sappiamo se è reale o immaginario. Nelle scene finali una Bunny Lake drogata viene rimossa dal bagagliaio dell’automobile sportiva dello zio e trasportata lentamente attraverso una casa deserta nel giardino sul retro circondato da un muro in mattoni. Guardando con orrore la madre vede suo fratello preparare una tomba per la sua bambina. Bunny Lake sopravvive alla vicenda e il film finisce. Ma quali effetti questi eventi avrebbero prodotto sulla ragazza nella sua vita futura?
In Targets (Peter Bogdanovich, 1967), Bobby riempie di armi il bagagliaio della sua automobile sportiva, va a casa ed uccide la sua famiglia in un’esposizione fredda e diretta di violenza domestica. Lasciando una nota con scritto ” A chi di riguardo… So che mi prederanno, ma ci saranno altri omicidi prima che io muoia” si lancia poi in una frenesia omicida in città con colonna sonora pop alla radio. Dopo l’inseguimento di un’automobile della polizia, Bobby entra nel parcheggio vuoto del Reseda Drive-In e aspetta nella sua auto mentre il cinema lentamente prende vita. Dopo aver guardato dei bambini giocare nel campo del drive in, prende posizione nello schermo di legno. Quando gli spettatori si sistemano per vedere il film The Terror (Roger Corman, 1963) Bobby centra i suoi bersagli usando un buco nello schermo….
Il lavoro recente The Bunny Lakes are Coming (presentato nella galleria Anthony Reynolds, Londra) era il primo episodio di nuova serie di lavori che usano video, musica, pittura, moda e fotografia per tracciare una storia che si svolge introducendo l’evasiva Bunny Lake. In questo episodio, la galleria è chiusa da un falso muro e una tenda di mattoni stampati. All’interno, dietro una vera parete di mattoni, un’immagine video passa alternativamente da un graffitista che dipinge un logo di Bunny lake a le gambe di una ragazza sospesa che oscilla a tempo con un disco che è appena messo nel suo girardischi di plastica rossa. La colonna sonora è una struggente versione di Misty Roses di Tim Hardin, cantata dalla voce angelica di un ragazzo di 14 anni.
“L’arte dovrebbe essere più sensibile della cultura popolare ma non sempre la controlla.” The Bunny Lakes are Coming è un melange di malinconia pop e terrore che è sensibile come una ferita fresca”. [Dave Beech, Art Monthly, October 2000]
Per Pinksummer Starr ha fatto il secondo episodio della saga di Bunny Lake. The Bunny Lake Collection è un lavoro basato su una performance che incorpora una nuova collezione di vestiti disegnati da Starr. Attingendo ancora alle storie dei due film, la collezione sarà presentata per la prima volta al pubblico in occasione dell’inaugurazione della mostra.
” Mi appari come Misty Roses, troppo soffice per essere toccata, ma troppo bella per non farlo”. [Rose Misty, Tim Hardin]
in collaborazione con:
Comune di Genova, politiche giovanili, centro della creatività

GEORGINA STARR

Photo credits Paolo Palmieri

Georgina Starr

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Pinksummer: “Per Freud c’è un legame fortissimo tra creazione artistica e infanzia intesa come un insieme di memoria e repressione. Egli associa poi l’idea d’infanzia con quella di morte: i ricordi infantili spesso sono popolati da esseri scomparsi. In molti tuoi lavori l’idea d’infanzia è centrale, pensiamo a Party , uno dei lavori che amiamo di più, in cui ci hai raccontato che per la preparazione del cibo e degli addobbi ti sei ispirata alle feste di compleanno che i tuoi genitori preparavano per te quando eri bambina. Anche per la serie Bunny Lake, tu sei partita dalla fine del film di Otto Preminger Bunny Lake is Missing chiedendoti Bunny Lake bambina si è salvata, ma che adolescente potrà mai essere? Che cosa rappresenta per te, nei tuoi lavori, l’idea di infanzia?”

Georgina Starr: “Sono interessata al fatto che l’infanzia può esistere soltanto in modo finzionale perché ne abbiamo solo il ricordo, non potrà mai essere di nuovo reale. Ho incentrato parecchi lavori su questo tema, ma specialmente la serie Bunny Lake. Il ricordo del film risaliva a quando lo vidi da bambina. Questo ha fatto riaffiorare la storia personale di ciò che stava accadendo allora nella mia vita reale. Il rapporto con mia sorella e il ricordo di lei sono diventati una specie di parallelo rispetto a ciò che accade nel film. L’idea della bambina scomparsa, il rapimento e la vendetta erano sentimenti racchiusi dentro di me proprio come i temi che ho trattato nella finzione filmica. Sia Bunny Lake is Missing che Target hanno a che fare con persone che provano rabbia per qualcosa che è accaduto nel passato e sentono la necessità distruttiva della vendetta. Ho visto un parallelo con mia sorella che era stata salvata dall’abbandono e Bunny che è stata ‘salvata’ alla fine del film. E per questo che nel libro di Bunny Lake mi sono chiesta: ‘Possiamo salvarla? Noi tutti ci provammo. Nel profondo, penso che lei non volesse per niente essere salvata’. Per il semplice fatto che Bunny Lake sia stata salvata, non significa che il trauma non l’affligga. Allo stesso modo mia sorella è stata salvata da noi, ma non è stato abbastanza.”

P: Al tuo luccicante party non si è presentato nessuno, le aspettative di festa sono state disattese e si è tramutato in qualcosa di tristissimo, mentre l’essenza di Bunny Lake è sintetizzata dalla scritta rosa, grassottella, un po’ anni ‘70, della copertina del 45 giri in vinile bianco che rappresenta la colonna sonora del progetto: la colatura rosa delle lettere sullo sfondo nero è terribilmente sinistra. Sia in Party che in Bunny Lake c’è un forte pessimismo: il tempo, la realtà spazzano via le illusioni di gioia e di vita?

G.S: Penso che tutti i miei lavori abbiano un lato sinistro, per quanto gioiosi e colorati possano sembrare apparentemente. Nella fiction di Party, vediamo una donna molto felice di trascorrere il tempo sola. In realtà sappiamo che non avere ospiti a un party è un’esperienza triste e deprimente e non ci sono lustrini e colori che possano cambiare ciò. Ma il lavoro è molto più complicato, perché esso esiste sia come video (finzione), ma in quel momento ero realmente io che per tre giorni ho dato un party sola. Il video ha differenti livelli.

P: Quando venimmo a Londra a vedere Bunny Lake Drive In nella fabbrica dismessa ci siamo accorte, ancor più di quando presentasti Bunny Lake Collection alla Biennale di Venezia e prima da Pinksummer, di come il tuo lavoro fosse in qualche modo una metafora della memoria, stiamo pensando a tutto l’insieme della mostra, così precisa, ma in particolare allo schermo bucato, sul retro del quale venivano proiettati spezzoni di Bunny Lake is Missing e Target, da considerarsi quali nuclei elementari originari, da te colonizzati e re-immaginati per creare una nuova storia. L’antropologia da sempre considera questa negoziazione tra immaginario individuale e immagini collettive. Cosa rappresenta per te il cinema?

G.S: Sono sempre stata affascinata dal potere dell’immagine cinematografica. Sono cresciuta con una madre ossessionata dai film degli anni ‘40 e ‘50. Guardavamo i film insieme e qualche volta io avrei preferito vivere dentro quei film piuttosto che in una qualsiasi vita reale. Quando ero bambina il confine tra realtà e finzione era evanescente. Ero poi più coinvolta e influenzata dai film. Ho un forte ricordo di alcuni film che ho visto, e questi si fondono con ciò che stava succedendo nella mia vita reale quando li vidi. In un mio lavoro del 1995 Visit to a Small Planet ho riscritto la trama del film originale dal ricordo di esso, ma ho incluso ciò che stava succedendo nella mia vita quando lo vidi a 10 anni. Ho attualizzato momenti dal film e dalla vita reale. Nel lavoro di Bunny Lake invece di attualizzare sono andata oltre a ciò che accade nel film immaginando che cosa certi personaggi avrebbero potuto fare dopo, e interpretando le loro prossime mosse, per creare un nuovo lavoro.

P: Sappiamo che hai incontrato poco tempo fa l’attrice che interpretò nel ‘65 la bambina scomparsa e ritrovata Bunny Lake. Che cosa vi siete dette, che ricordo ne ha, perché hai voluto incontrarla?

G.S: Si ho incontrato Suky Appleby l’attrice che ha recitato Bunny Lake. Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto conoscerla. Sapevo che lei aveva recitato solamente in due film Bunny Lake is Missing e Eye of the Devil per questo sarebbe stato difficile rintracciarla, dato che aveva solo 5 anni quando i film furono girati. Quest’anno ho iniziato a lavorare su una sinossi per un copione e ho pensato molto all’attrice e a chi o cosa oggi lei fosse. Ho trascorso l’intera estate scrivendo (fiction) su di lei e quando sono tornata a casa ho deciso che era tempo per provare a incontrarla. Attraverso una serie di fortuite coincidenze sono riuscita a scriverle, senza ancora sapere se fosse realmente lei. Ma lo era. Ci siamo incontrate il mese scorso e abbiamo trascorso 5 ore assieme. Ha parlato molto apertamente circa le sue esperienze durante le riprese dei due film. Mi ha raccontato tutto in ogni dettaglio, e avrebbe potuto descrivere i set, gli altri attori e i registi come se si trattasse del giorno prima. Per varie ragioni non posso scendere troppo nei dettagli per un problema di rispetto, tutto era così personale ed era così profondamente coinvolta da quelle esperienze. Ciò che ho trovato molto interessante era il parallelo tra la mia Bunny Lake finzionale e la Bunny Lake reale, si trovavano certe corrispondenze così affascinanti. Il mio copione sta ancora evolvendo e spero di usare la mia versione finzionale sul suo personaggio come punto di partenza per la nuova narrazione. Il secondo film che ‘Bunny’ ha fatto era il primo in cui ha recitato Sharon Tate nel 1966. Il film è stato realizzato insieme a un documentario su Sharon Tate (All Eyes on Sharon Tate) e lanciava l’attrice come una nuova stella destinata a diventare una star. Sharon Tate in realtà non ha avuto il tempo di vedere la sua luce risplendere in quanto fu assassinata nel 1969 all’età di 26 anni.

P: I tuoi progetti sono racconti, talvolta sono tanti episodi che formano un racconto, ogni opera è il frammento di un racconto, una traccia, una frase sottolineata nel tuo immaginario. Narrare significa essere qui e ora, ma rimanda sempre all’altrove, a un altro tempo e a un altro spazio. Cosa significa per te raccontare? Quando senti che una storia si è esaurita?

G.S: Suppongo che la storia andrà avanti fino a quando saprò istintivamente che è arrivato il tempo di farla finire. Ho lavorato sul tema Bunny Lake per oltre 4 anni, non avrei mai creduto che potesse andare avanti per così tanto tempo. Normalmente i miei progetti prendono un anno o meno di realizzazione. Dipende da quanto il soggetto mi interessa. Posso annoiarmi facilmente, ma in questo caso non è successo, c’era sempre una nuova parte da esplorare. Pensavo che sarebbe finita quando ho ricostruito il giardino a Roma. Bunny aveva chiuso il cerchio: Dalla prima volta in cui l’ho vista nel giardino del film di Preminger, all’introduzione nei miei lavori di The Bunny Lakes are Coming, si è trasformata poi in Bunny Lake Collection e Bunny Lake Drive-In, e adesso era tornata nel giardino.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

G.S: Per quest’ultimo episodio della serie Bunny Lake mostrerò una nuova video installazione Inside Bunny Lake Garden. Il lavoro é iniziato a Villa Medici a Roma dove ho ricostruito il giardino rifacendomi all’ultima scena del film di Otto Preminger. Questo giardino, delimitato da un impenetrabile muro di mattoni e una fossa della misura di un bambino, era usato per filmare il video per Inside Bunny Lake Garden. Mostrerò due video proiezioni che seguiranno simultaneamente l’azione della sequenza finale del film reale (Bunny Lake is missing), seguendo i movimenti della giovane Bunny Lake che sembra prigioniera nel giardino ricostruito. Ci sono nel video sottotitoli che riportano un testo che ho scritto e pubblicato nel recente libro The Bunny Lakes. Il testo mostra che il tema Bunny Lake non solo prende la sua ispirazione dai due film degli anni ‘60, ma anche da una più personale storia di vita reale. Il giardino di Roma non ha potuto esistere a lungo così ho fatto un modello in scala che sarà in mostra. E’ identico all’originale ed é stato utilizzato anche per girare alcune parti del video.

Georgina Starr – Theda

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Proiezione del film di Georgina Starr THEDA, h 21.00, Sala del Minor Consiglio, Palazzo Ducale.
Con accompagnamento musicale dal vivo di Domenico Caliri.

Georgina Starr è stata definita un’ archeologa culturale pop, ma il suo recente film Theda re-inventa la star del cinema muto Theda Bara senza aggiungere nulla alla conoscenza oggettiva del personaggio storico, forse il primo sex symbol della nostra era. Il lavoro della Starr estende l’esperienza al possibile attraverso un’ immaginazione che non è capriccio, ma urgenza di superare il limite, di abbandonare la superficie oggettiva per restituire una visione soggettiva, quella di Georgina Starr. La sua rappresentazione della rappresentazione è come il teatro nel teatro di Shakespeare, non ha nulla di postmoderno, ma è piuttosto barocca, ammesso che il barocco sia una categoria metastorica. La Theda della Starr ha l’enfasi sensuale e illusionistica della natura morta: fasto e miseria convivono negli eccessi chiaroscurali del suo film. Theda Bara è un’allegoria della Vanitas.
Nel progetto Theda la figura del doppio assume il carattere ambiguo e inquietante della morte e dello spossessamento con parecchi rimandi psicoanalitici. Nel preludio di Theda il soggetto più che moltiplicarsi sembra smarrirsi in un infinità di espressioni, di ruoli, di interpretazioni che riflettono la disintegrazione dell’identità. Qualcuno ha scritto “chi vede il doppio vede la propria morte”, nella narratività dell’interludio Theda si decompone con orrore nel ritratto bifronte che ne prefigura la vecchiaia. Theda alza il velo del tempo. La figura del doppio ritorna nell’invito per la mostra recente da Tracy Williams ltd. a NY intitolata “The face of Another”, in cui una fotografia dell’artista è presentata accanto a quella di sua madre negli anni ’70: vestite con lo stesso abito, pettinate nel medesimo modo, sembrano rispecchiarsi l’una nell’altra nella somiglianza artificiosa di un sorriso per la posa fotografica. Il velo del tempo viene alzato per confondere. Baudrillard ha scritto non c’è ossessione, né alienazione finché permane una relazione duale con il doppio, esse sopravvengono con l’interiorizzazione del doppio, l’anima che, presupponendo un rispecchiamento, reclude il soggetto in se stesso. L’ombra del doppio è follia, oblio, perdita, o semplicemente la non accettazione del divenire.
Rispetto alla storia la Starr restituisce una temperie in cui la psicologia è presentata in stretto rapporto con il misticismo e la la magia e in questo senso l’occultismo è considerato una chiave per comprendere le alterazioni della personalità. Abbiamo letto che il Fox Studios promosse un’identità esotica e elusiva di Theda Bara, che pur non avendo mai visto l’Egitto veniva chiamata “serpente del Nilo”, incoraggiando l’attrice a discutere di occultismo anche durante le interviste. Non è soltanto per amore filologico che la Starr presenta Theda in un ambiente iniziato al simbolismo mistico, come nella scena della seduta spiritica, ma voleva collegare il mistero al fenomeno della dissociazione dell’io.
Per la terza personale da Pinksummer la Starr presenterà una versione di Theda (Prelude). In questo singolo frammento della performance filmica, l’artista passa attraverso una serie di espressioni codificate tipiche della recitazione muta dell’epoca. Appena il ritmo della recitazione incalza, sembra che il suo viso sia preso in ostaggio dai gesti e dalle espressioni che sta cercando di comunicare in maniera oltremodo precisa.
La Starr presenterà anche una serie di sculture che si rifanno alla rappresentazione classica della “musa” femminile. Come nei film perduti di Theda Bara, queste prime rappresentazioni della “ femmnilità” venivano raggelate in qualcosa di simile alla natura morta; incarnazioni di un linguaggio metrico e di forme idealizzate, una sorta di idoli. Le sculture avranno in mostra la funzione di oggetti performativi.
Oltre alla mostra da Pinksummer, il 7 dicembre verrà presentato alle ore 21 nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, la versione integrale di Theda. Per ogni proiezione di Theda la Starr invita gruppi musicali di matrice differente a rispondere alla visione accompagnando il film improvvisando dal vivo. La proiezione a Palazzo Ducale sarà accompagnata dal musicista italiano Domenico Caliri.

THEDA – GEORGINA STARR

Photo credits Rokma

THE JOYFUL MYSTERIES OF JUNIOR – GEORGINA STARR

Photo credits Francesco Cardarelli

Georgina Starr – The Joyful Mysteries of Junior

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Sull’ingresso del sito di Georgina Starr accoglie un cervello che galleggia nell’assenza di gravità del bianco. Sul cervello appoggia appena con un angolo, quasi fosse la puntina di un giradischi incantata su una parte corrotta, un trauma trasformato in ossessione, una carta degli arcani maggiori del gioco divinatorio dei Tarocchi. E’ l’imperatrice. La materia da cui è informato il cervello appare rosa, densa e sensibile; assomiglia a quelle gomme da masticare altamente performative, dal gusto esagerato, simile alla fragola, in genere irresistibili per i bimbi, ma di fronte alle quali gli adulti, in special modo se genitori, inorridiscono. In Italia questo tipo di chewing gum si chiamano “Big Babol” (babol è una storpiatura della parola inglese bubble, il significato è grande bolla) e, ai nostri tempi, girava una voce, di fatto inutilmente dissuasiva rispetto a quella curiosa “suzione” artificiale, diffusa probabilmente da un adulto-genitore, che contenessero grasso di topo di fogna.
L’imperatrice rappresenta invece la donna completa, capace di amore e di comprensione, la madre, la creatrice, colei che avendo potere sulla natura è l’imperatrice. Per gli gnostici è la Pistis Sophia. Quando, durante la lettura dei Tarocchi capita l’imperatrice capovolta, la carta perde il suo significato benefico, indicando la possibilità di perdersi nell’astratto, segnala limitazione della propria espressività, civetteria, immaturità. I bambini sperduti (orfani) nella storia di Peter Pan rimangono per tutta la vita “ageless”, senza età, fuori dal tempo. Quando Wendy chiede a Peter se sappia cosa sia l’amore, egli risponde seccato e evasivo che solo il suono di quella parola l’offende. Non a caso gli antichi saggi, da Pitagora a Platone, per conoscenza intendevano riconoscere, ricordare, fare emergere dalla memoria e ponevano la conoscenza in stretta relazione con la felicità.
Dietro a un bimbo smarrito, ci deve essere una madre che ha perduto il suo bambino, una madre smarrita, forse un’imperatrice capovolta.
Viene da associare l’immagine sul sito, il cervello rosa con sopra la carta, a un lavoro di Georgina Starr dal titolo “I Am the Medium”, si tratta di un disco in vinile in cui ogni solco è chiuso, ogni traccia si ripete all’infinito se la puntina non viene spostata manualmente. Viene anche da pensare che siamo tutti dischi, che talvolta suonano tracce di voci così aliene alla memoria cosciente, da apparirci minacciose rispetto all’idea che ci siamo fatti sull’ identità. “I Am the Medium” contiene 250 estratti di letture di medium spiritici, interpellati dall’artista per conoscere il suo futuro. Come i ventriloqui, anche se con altre modalità, i medium spiritici hanno la capacità (doppiezza, schizofrenia?) di parlare con due voci: la propria e un’altra che sembra provenire dalle profondità remote del ventre, usata nello stato di trance per canalizzare i messaggi dell’al di là.
L’opera “I Am the Medium”, può essere considerata il precedente immediato della quarta personale di Georgina Starr da pinksummer dal titolo “The Joyful Mysteries of Junior”, o anche la causa maieutica per la quale il pupazzo Junior, creato dall’artista a sua immagine e somiglianza nel 1994, parte di “The Nine Collections of the Seventh Museum” ( Cafe Schlemmer, Den Haag, The Netherland,1994; Brilliant, Walker Art Center Minneapolis, USA, 1995; Campo, Venice Biennale, Italy, 1995; Here and Now, Serpentine Gallery, London, 1995; New Photography 12, Museum of Modern Art, New York, USA, 1996), è stato riportato alla luce, dopo essere rimasto chiuso in una valigia per 18 anni.
La scorsa estate Georgina Starr, a proposito della mostra a venire, ci raccontò che i medium psichici interpellati per “I Am the Medium”, le predissero, con modalità vaghe e oracolari, una maternità, che in realtà l’artista non ha mai desiderato. Tale riflessione indotta sull’idea di maternità (sembra ridicolo a dirsi, ma non lo è per niente), ha fatto in modo che la valigia contenente uno Junior ormai diciottenne, seppure di necessità “ageless”, si dischiudesse: “Era il 1994 quando ho fatto Junior, ero in una stanza di albergo all’Aia dove dovevo soggiornare per due settimane. L’ho fatto per combattere la solitudine e intrattenere me stessa. Con Junior ogni cosa sembrò andare meglio”. Con Junior, Georgina Starr riuscì anche a ripetere “Long haired lover from Liverpool”, la sua prima performance sonora, preparata religiosamente per settimane, per la recita in un Natale d’infanzia. Nel 1974 la famiglia dell’artista adottò una piccina, due giorni prima del Natale dello stesso anno, l’agenzia di adozione richiamò indietro la bimba. La piccola Georgina interpretò comunque, sulla traccia pop di Jimmy Osmond, “Long haired lover from Liverpool” in quel Natale in cui sua madre colassò per le troppe lacrime.
Il lavoro di Georgina Starr nella sua dualità oppositiva e paranoica, in cui il gioioso e l’innocente si manifestano sempre congiuntamente a qualcosa di inquietante e profondamente sinistro in agguato, appare come una sorta di metodo, meta-odos, un cammino attraverso cui affrontare qualcosa di doloroso e, anche in questo senso, “I gioiosi misteri di Junior” celebrano il rimpatrio del noto, citando Remo Bodei. In un bell’articolo apparso recentemente sul Domenicale del Sole dal titolo “Piacere di fare conoscenza”, Bodei assimila questo percorso conoscitivo, meta-odos, che muove da qualcosa di ossessivo e traumatico, al gioco del rocchetto del piccolo Ernst di cui parlava Freud in”Al di là del Piacere”. Il gioco consisteva nel lanciare il rocchetto lontano (al grido di Fort,cioè via) per poi ritrovarlo (urlando Da, cioè eccolo), mimando nella dilazione temporale, l’angoscia per l’allontanamento dell’oggetto amato (la madre) e la felicità del ricongiungimento.
A ben pensarci tutti i progetti di Georgina Starr presentati da pinksummer, compreso il “Da” di “The Joyful Mysteries of Junior”, appaiono come un unico discorso che muove da una bambina scomparsa o smarrita: Bunny Lake, la sorellina, se stessa, per arrivare a parlare di madri assenti: quella di Bunny Lake, quella naturale della sorella adottata, della sua e forse anche di una madre mancata, se stessa.
In “The Bunny Lake Collection” informata e agita a Genova nel 2000, e poi alla Biennale di Venezia nel 2001, i bambini smarriti uccidevano, come spesso accade, le splendide adolescenti che avrebbero potuto essere.
In “Inside Bunny Lake Garden” del 2003, mostra presentata dapprima in scala reale outdoor a Villa Medici a Roma e poi in forma di modello da pinksummer, la claustrofobia era materializzata da un muro di mattoni rossi senza porte, senza via di scampo come certe infanzie. Bunny Lake è una bambina assunta da un film del 1967 di Otto Preminger “Bunny Lake is missing”, nel quale fino alla scena finale non si capisce se la bimba esista davvero o sia la fantasia malata di una donna isterica. Georgina Starr vide per la prima volta il film nel 1980, mentre stava facendo la babysitter alla sorella adottata, perduta e ritrovata, una bambina che non ha mai conosciuto la madre naturale e che nel corso della vita è andata smarrita più volte.
In “The face of Another” del 2007, Georgina Starr affronta direttamente il tema della madre, la sua, intesa come doppio in un ritratto sintetico e straordinario, presentato tra cocci di bellezza mai goduta e ingodibile, infranta dal male oscuro e sottile della depressione. Verrebbe da dire che, nel bene e nel male, non c’è nessuno che meglio della nostra discendenza, fosse anche un pupazzo, riesca a conferire il senso del tempo.
Lacan definirebbe probabilmente Junior il pupazzo “le petit object a”, un oggetto sostitutivo, una specie di sovrappiù di essere che nasce nel luogo di una mancanza. A differenza del simulacro e del feticcio, l’oggetto sostitutivo non nasce nel luogo di una mancanza simbolica, ma reale, dove cioè dovrebbe o potrebbe esserci quello che è assente e viene sostituito.
“The Joyful Mysteries of Junior” sarà un tripudio di cose, un mondo parallelo, come nella migliore tradizione della Starr: acquerelli, un piccolo palcoscenico, sculture, una cortina teatrale, video e fotografie di performer vintage intitolate “The Mothers”. Tante donne, future o possibili madri come ballerine di varietà, che assistono distratte e attonite a un ventre che cresce e cresce da solo, come un’alterità straniante, fino quasi a scoppiare.

SANCHO SILVA

Photo credits Luigi Perini

Sancho Silva

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Pinksummer: “Hai scritto che il concetto centrale del tuo lavoro è quello di spazio. L’idea di spazio non è univoca, ma assume forme e significati diversi nelle differenti discipline: dalla matematica alla filosofia, dalle scienze economiche a quelle sociali come l’urbanistica concepiscono lo spazio in modo specifico, apparentemente autonomo. Affermi che districare le connessioni stabilite dalla storia, dal tempo, tra le differenti concezioni di spazio sia un compito infinito, ma assolutamente significante. E’ questo che persegui con il tuo lavoro?”

Sancho Silva: “Non esattamente. Non penso che il mio lavoro si sviluppi secondo un progetto filosofico preciso e determinato. Non è guidato da stretti principi metodologici . Penso che operi secondo una sua propria logica, e parlando concettualmente, i suoi movimenti sono piuttosto inesprimibili. Ciò che accade, una volta che guardo a posteriori il mio lavoro, è che provo ad adattarlo su uno schema concettuale. Lentamente questo schema concettuale guadagna terreno e inizia a prendere una direzione specifica che non è necessariamente parallela a quella del mio lavoro. Ciò che voglio dire è che esiste sempre una tensione tra il lavoro e lo schema concettuale che lo racchiude. Sicuramente lo schema concettuale influenzerà puntualmente la traiettoria del lavoro, ma non la guiderà. Detto ciò posso affermare di avere un grande interesse per la storia dello spazio, come sono cambiati i suoi limiti più remoti e la sua forma globale, com’è stato trattato dalla filosofia e dalla scienza, com’è stato articolato, categorizzato, costruito e rappresentato nel tempo, nella storia. Penso che ci aiuti a capire che cosa sia il concetto di spazio oggi, il modo in cui si estende, agisce e forma il mondo.”

P: Nella topografia individui un concetto di spazio altro che connette lo spazio noetico (mentale) allo spazio politico. Le tue costruzioni analitiche muovono dalla mappatura dello spazio che le assimila e, riconfigurandolo, tendono a creare dei sentieri percettivi obbligati. Come ti poni di fronte a uno spazio specifico? Su quali basi definisci le tue traiettorie?

S.S
: Riguardo al mio primo contatto con uno spazio specifico provo a cogliere le forze che operano in esso (siano esse sensoriali, ergonomiche, sociali, simboliche, ecc.). Credo che ogni spazio sia costituito da una moltitudine di forze simili che interagiscono costantemente e dinamicamente. In alcuni dei miei lavori è possibile che io agisca sull’organizzazione gerarchica di queste forze. Posso, per esempio, trasporre nel regno tattile una forza che normalmente si manifesta in una dimensione non-tattile. Posso anche provare a ridirezionare o limitare una specifica forza alterando sostanzialmente l’intero equilibrio del sistema. Suppongo che le traiettorie a cui facevate riferimento possano essere intese in questi termini. Derivano dall’enfatizzazione di una forza specifica (ad esempio un orizzonte visuale, una traiettoria ergonomica, una implicita barriera sociale) a cui è conferita una forma tattile. Spesso il risultato è che tale forza tradotta (o “tattilizzata”) finisca per interferire con altre forze creando un certo tipo di ambiguità spaziale.

P: Per l’immagine dell’invito di pinksummer hai scelto un pendolo, l’immagine del tempo, del dinamismo, del flusso del mondo fisico. Da qualche parte abbiamo letto che mentre una zecca può solo aspettare l’acido butirrico e dunque non oltrepassare il presente organico, noi umani possiamo aspettare Godot. Attraverso le costruzioni immaginarie i nostri orizzonti temporali diventano illimitati. Il concetto di limite riconduce allo spazio. Spazio e tempo coincidono nel tuo lavoro?

S.S: Ho sempre pensato al mio lavoro esclusivamente in termini di spazio. Solo recentemente, con un progetto che ho realizzato a Oporto, il tempo è entrato nel disegno. Ho detto prima che ogni spazio particolare risulta dall’interazione di una moltitudine di forze. Credo che ciò valga anche per il tempo. Dubito, comunque, che io abbia mai trattato il tempo in sé, in maniera pura nel mio lavoro. Forse con la musica lo si può fare. Ciò che mi interessa del tempo è la sua relazione con lo spazio: come può esso (o uno dei suoi componenti) influire sullo spazio, come può essere trattato in termini spaziali, come può una particolare organizzazione spaziale definire e articolare un tempo specifico.

P: Per certi versi il tuo lavoro rimanda al cubismo analitico di Picasso e Braque. Nel progetto Overviewer presentato nel 2001 al Museo di Serravals a Porto il visitatore poteva guardare attraverso un periscopio al di là del muro che fermava lo sguardo di chi si affacciava dalla finestra del museo. In qualche modo questo oltrepassare la percezione fisica attraverso un periscopio rimanda alla conoscenza, e ancora al tempo, quello della memoria attraverso la quale sappiamo anche quando non vediamo?

S.S: In Overviewer ho attaccato un periscopio nella parte destra di una finestra che altrimenti avrebbe guardato direttamente sul muro. La parte sinistra della finestra era lasciata scoperta. Quando guardavi attraverso la finestra tu potevi vedere la parte sinistra del muro e, sulla destra, un tunnel attraversava il muro rivelando la sua parte opposta. Il risultato era, da una parte, un’alterazione della struttura topologica dello spazio visuale: due posti che erano precedentemente disgiunti sotto il profilo visuale erano adesso visualmente connessi. Dall’altra parte, a causa di questo slittamento topologico, i componenti visuali dello spazio erano essi stessi separati da quelli architettonici ed ergonomici. Può essere che ci siano dei parallelismi col cubismo analitico, ma nel mio lavoro i componenti spaziali non sono separati nel tempo. Sono separati in sé.

P: Bachelard afferma che fuori e dentro formano una dialettica lacerante e la geometria di tale dialettica sconfina nel campo delle metafore che spazializzano il pensiero: la nettezza del si e del no, l’essere e il non essere, l’inclusione e l’esclusione… Stiamo pensando al Gazebo, la costruzione minimalista che hai presentato a Manifesta 4, ancora al progetto Overviewer del museo di Serralves e a Shortcut realizzato recentemente al De Appel. Perché il dentro e il chiuso dei tuoi lavori assimilano il fuori e l’aperto o viceversa?

S.S: Dentro e fuori sono relativi a un componente spaziale specifico che noi stiamo considerando. Il fuori visivo non è il fuori uditivo, il fuori architettonico non è il fuori sociale. Ciò che accade quando tracci una mappa sovrapponendo un regno con un altro, dove il fuori di un contesto può non coincidere con il fuori dell’altro, è di finire per esplicitare alcuni tipi di ambiguità spaziale. In casi estremi si può anche scalzare completamente questa dualità.

P: Hai detto che attraverso la decifrazione di uno specifico spazio si può scoprire l’organizzazione delle società, le loro pratiche i loro credo. E’ l’uomo il concetto centrale della tua poetica dello spazio?

S.S: No. penso che il concetto centrale del mio lavoro sia quello di spazio. Come per il tempo, sono interessato all’essere umano solo per ciò che riguarda la sua relazione con lo spazio. Come può diventare una forza nella formazione dello spazio e, d’altra parte, come può essere considerato un prodotto stesso dello spazio.

P: Hai una laurea in matematica e filosofia, perché hai scelto di operare nel campo dell’arte visiva?

S.S: Conferisco un grande valore all’immaginazione.

P: Una preoccupazione da galleriste: di fatto quella da pinksummer è la prima mostra in una galleria privata, il tuo lavoro, proprio come l’idea di spazio, esclude l’oggettificazione e muove sempre da una architettura preesistente. Come ti poni di fronte al mondo del collezionismo?

S.S: Non ho pensato molto a questo. Penso che le collezioni colgano sempre il modo per continuare a collezionare. Conservo progetti, disegni e modelli di ogni cosa che faccio. Se non resterà nulla del lavoro sullo spazio, suppongo si possa guardare ad essi e immaginare.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

S.S:[nessuna risposta]

SANCHO SILVA

Photo credits Rokma

Sancho Silva

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“Dove finisce il punto zero dell’eremita che guarda l’orizzonte?” Recita un antico testo ermetico rifacendosi al principio di polarità secondo il quale nel mondo fenomenico non esistono principi assoluti e immutabili, tutto muove, tutto vibra, tutto è duale e ogni verità non è che mezza verità, pertanto tutto è relativo: sopra e sotto, lontano e vicino, dentro e fuori, prima e dopo non sono in sé opposti assoluti, ma due aspetti della medesima sostanza che differiscono solo per grado. Questo, come premessa all’illuminismo di Sancho Silva, di cui siamo felici di presentare la seconda personale da pinksummer. Silva pone in relazione matematica e filosofia, scienza e etica attraverso un processo ritmico anabolico e catabolico in equilibrio su un principio di ragione altamente dinamico che mette in crisi le basi aprioristiche su cui si fonda la percezione: i concetti stessi di spazio e di tempo. Il campo estetico, in questo senso è da intendersi come humus ideale per le sperimentazioni di Silva, sottraendosi a qualsivoglia dogmatismo conoscitivo, morale e di fatto anche estetico. Rispetto alle finalità, l’indagine di Silva sui meccanismi percettivi è un tentativo di condurre alla libertà della coscienza ribellandosi al principio di autorità, fosse anche quella incancrenita dell’abitudine: l’arte di Silva ha un aspetto umoristico-sovversivo squisitamente portoghese, che ci piace davvero molto.
Per assurdo la metodologia di Silva attua sul piano fisico della percezione ciò che Ceal Floyer attua sul doppio eterico del linguaggio: entrambi scompaginano le nostre credenze girando attorno alla boa della ragione. Lessing affermava che se Dio gli desse la possibilità di scegliere tra verità e ricerca, sceglierebbe la seconda, perché solo attraverso la ricerca incessante l’uomo si affina. La ragione non porta ad acquisire una conoscenza definitiva e statica, ma alla consapevolezza della impossibilità di assumere una qualsivoglia prospettiva come assoluta. Gli scivolamenti percettivi, le visioni frammentarie e parcellizzate guidate da Silva ci mostrano come ogni tipo di rapporto tra due termini, soggetto e predicato, sia condizionato dalla posizione che il soggetto occupa nello spazio tridimensionale in quella precisa porzione di tempo. Spazio e tempo per Silva sono due aspetti della medesima sostanza, giacché la percezione avviene sempre all’interno dello spazio tridimensionale e della successione temporale, spazio e tempo sono dunque la “conditio sine qua non” della percezione, ma a differenza di Kant, il “criticismo” di Silva non intende spazio e tempo come intuizioni pure a priori, noumeni basali e causativi posti a fondamento della visione, ma categorie soggette anch’esse al divenire storico.
I paradossi logici di Floyer usando gli oggetti reali come fossero parole, o verificando il linguaggio sovrapponendolo alla realtà ci mostrano come esso sia un sistema di rappresentazione inadeguato e arbitrario rispetto alla concretezza prismatica del mondo e come la comunicazione verbale si presti in questo senso a ogni sorta di sofismo e paralogismo. Alla stessa maniera Silva, sovvertendo le nostre aspettative visive, dimostra come spazio e tempo siano sistemi di rappresentazioni duttili e plasmabili come la creta dentro alle sue trappole percettive. Come il teatro brechtiano, i trompe l’oeil logici di Floyer e quelli percettivi di Silva non cercano l’immedesimazione del pubblico, esigono la distanza: nei loro lavori è il contenuto o meglio la funzione a determinare la forma, ma è la forma a disciplinare la forza e a non permettere che essa venga dispersa, la fruizione di essa pertanto richiede uno spirito vigile, l’imbambolamento estetico della contemplazione non è qui che va ricercato e se arriva deve percorrere comunque il sentiero della ragione spinta, però, dove Apollo e Dionisio si possono tenere per mano sicuri di non essere visti. Floyer e Silva ci tengono ancorati all’esperienza sensoriale non permettendo che alcuna forma di automatismo si organizzi in un giudizio predeterminato dalle esperienze passate, non tollerando che la nostra conoscenza e comprensione della realtà venga direzionata dalle nostre aspettative fondate su forme di bigottismo non illuminato. Tra calcolo e immaginazione le architetture di Silva immagazzinano le polarità di attivo e passivo, positivo e negativo passando fluidamente da una parte all’altra: vedere-essere visti, nascondere-mostrare, guardare fuori-vedere dentro.
Filipa Ramos afferma (Contemporary n 87 novembre 2006) che i lavori di Sancho Silva non si vedono perché essi non sono fatti per essere guardati, ma per guardare. Noi pensiamo invece che le architetture di Silva in sé, dalle più semplici a quelle più complesse siano oggetti di grande impatto estetico.
Da pinksummer Silva presenterà uno studio sulla città del Cairo. Il materiale crudo è costituita da tre percorsi trasversali che Silva ha documentato con una serie di fotografie scattate camminando dal centro alla periferia della metropoli attraversando i quartieri ricchi e organizzati della city, alle zone borghesi residenziali fino alle terre di nessuno dove baracche e case abusive si alternano al vuoto residuale, quelle zone off-limit che non sono mai comprese nelle mappe ufficiali. Questi percorsi sono restituiti in galleria da un oggetto in legno “Trident” dal cui centro partono tre piramidi tronche all’estremità delle quali tre monitor mostrano le sequenze di immagini dal centro alla periferia, dalla cultura e dalle sue scorie fino alla natura. Un percorso termina nel deserto, gli altri due nei campi.
Il secondo lavoro “Satellite” è una macchina costituita da due piramide tronche coricate orizzontalmente su un lato, mentre le basi sono poste all’esterno, le due estremità sono collegate al centro, creando un restringimento che parcellizza la visione dell’immagine satellitare del Cairo posta su una base, mentre chi guarda si trova da quella opposta.
In occasione della seconda personale di Sancho Silva, verrà presentato anche un progetto permanente realizzato dall’artista nello spazio esterno della sede di Parfiri realizzata dai 5+1AA. L’installazione “Involtino” è costituita da una costruzione in legno al cui interno il visitatore potrà godere del panorama capovolto, restituito dal giudizio riflettente e ingannevole di un sistema di specchi.

SANCHO SILVA

Photo credits Rokma

Sancho Silva

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Nei precedenti progetti da pinksummer, Sancho Silva si è concentrato su quelle che potrebbero essere definite strutture della percezione, sull’artificiosità delle differenti componenti che vanno a costituire la cornice spazio-temporale dentro la quale abitiamo e che ci forma come soggetti. In “Captor” (2003) considerò la galleria come se fosse una macchina per vedere e essere visti. In “Cyclopean Eye” (2007), Silva ha considerato nello specifico la città del Cairo e in generale l’idea di città intesa come dedalo infinito di traiettorie divergenti, dal centro alla periferia. Infine in “Satellite” (2007) ha focalizzato sulla mediazione tecnologica rispetto alle nostre mappe mentali di una città. Per questa terza personale da pinksummer Sancho Silva adotterà un approccio differente, non si concentrerà sugli elementi strutturali inviluppanti e elusivi, bensì su quello che è al centro, vale a dire gli oggetti che interagiscono direttamente con il nostro quotidiano. Semplici oggetti industriali come uno scopa o una forchetta, ma anche oggetti astratti come un numero o un’opera d’arte. Progetti che potrebbero essere definiti oggetti-specifici.
Focault nella prefazione di “Le parole e le cose” ha scritto che la sua archeologia del sapere nasce da un testo di Borges che altera la nostra pratica millenaria del medesimo e dell’altro. Borges in quel testo cita una certa enciclopedia cinese che classifica gli animali in: a) appartenenti all’imperatore b) addomesticati c) maialini da latte d) sirene e) favolosi f) cani in libertà g) inclusi nella precedente classificazione h) che si agitano follemente i) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello l) et caetera m) che fanno l’amore n) che da lontano sembrano mosche.
A proposito di questa riscoperta in chiave impossibile dell’ordinario, la mostra di Sancho Silva potrebbe essere riassunta nella domanda “quali sono i criteri per affermare che una data cosa sia?”. I criteri di tale conoscenza sono sempre più adatti a determinare l’identità delle cose piuttosto che la loro esistenza, giacché l’esistenza non è un predicato. Sancho Silva tende a fornire una base per determinare se una cosa sia reale o un’allucinazione, una contraffazione o una proiezione. Di fronte a domande semplici circa gli oggetti che strutturano le nostre vite talvolta infatti ci si può trovare davanti a sorprese, il ready-made rispetto al processo estetico è una di quelle. C’è comunque dell’altro: normalmente lavoriamo con oggetti tipo un tavolo, un cucchiaio, un pomodoro, ma ad esempio nella filosofia indiana, abbiamo letto, ci si può anche imbattere in un bastone che in qualsiasi momento e all’improvviso può trasformarsi in serpente. La conoscenza dunque non è solo un problema di descrizione corretta, possiamo definire tavolo ad esempio un tavolo dipinto? La ratio classica con risvolti metafisici di fatto avrebbe considerato tavolo anche la sua immagine (oggetto generico?), l’epistemologia moderna è più portata a delimitare l’oggetto attraverso una funzione trasformandolo in oggetto specifico. In questa inchiesta sulla conoscenza e le sue trappole Sancho Silva giunge a identificare l’oggetto estetico con l’ oggetto generico in quanto svincolato dall’ approccio di tipo strumentale e in virtù di ciò giunge sillogisticamente a assimilare l’opera d’arte all’immondizia cioè una serie di oggetti decaduti rispetto all’ idea di funzionalità. Guy Ben-Ner, ad esempio, nel suo film “I give it to you” risolse il problema analitico dell’oggetto estetico generico riassemblandolo in forma funzionale: “Testa di Toro” di Picasso, una scultura di Tinguely, la “Ruota di bicicletta” di Duchamp, diventarono una bicicletta da regalare ai suoi bambini per scorazzare nella città di Munster.
Per presentare o presentificare gli oggetti Sancho Silva ha pensato a un allestimento in galleria di tipo archeologico, disposizione che di fatto non cambia la sostanza degli oggetti in sé nel senso che una scopa rimane una scopa, trasforma piuttosto il modo di offrire tali oggetti alla conoscenza. Crediamo che tutto questo abbia sfumature di carattere fortemente politico.
A questa introduzione di pinksummer segue il testo dell’artista.

Considerazioni su Funzioni e Oggetti

Parlare di oggetti significa sempre parlare di limiti. C’è bisogno di un criterio per decidere se due dati oggetti siano effettivamente la medesima cosa. Ma, in prima istanza, per prendere in esame un oggetto, bisogna prima delimitare, o prendere una posizione.

Gli oggetti non sono scope, mele, pianeti, ma piuttosto particolari scope, mele e pianeti. Sfuggono sempre dal loro involucro concettuale, lasciando un residuo.

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Nell’industria capitalistica degli oggetti la società gerarchica che li produce brilla come un cristallo.

Il primo asservimento di un oggetto a una funzione ha origine con l’attribuzione a questo oggetto di un predicato P( ). L’oggetto funziona poi come una rappresentazione di P( ).

Gli oggetti funzionali sono necessariamente disciplinari, ci istruiscono sempre su una coreografia gestuale.

Gli oggetti possono essere presentati ancora, o ri-presentati. Come tali essi negano lo spazio-tempo. Un oggetto a è sempre in realtà una serie di oggetti a1, a2… in differenti situazioni spazio-temporali s1, s2… Essi servono a identificare o a correlare diversi punti nello spazio-tempo e quindi stanno alla struttura della memoria e dell’orientamento. Abolire l’oggetto è in questo senso sperimentare la liberazione dello spazio-tempo, sperimentarlo crudo.

Consideriamo la costruzione F(x) dove F( ) denota una funzione o un concetto e x denota un oggetto arbitrario al quale la funzione viene applicata. Se lo spazio-tempo è inteso come una specie di matrice per gli oggetti che esistono al suo interno, allora potremmo descrivere lo spazio-tempo come una funzione ST( ) che è applicata agli oggetti all’interno del suo dominio. Iniziando con un oggetto a, per mezzo della funzione ST( ), arriviamo a un nuovo oggetto trasformato b che è l’immagine di a sotto la funzione ST( ). In questo modo, per esempio, all’imputato a è applicata una sentenza di reclusione J( ), risultando in una nuova persona traumatizzata J(a)=b.

Tradizionalmente noi pensiamo che le funzioni rimangano le stesse mentre gli oggetti ai quali vengono applicate cambino. Ma non potrebbe essere anche il contrario? Non avrebbe più senso immaginare che, mentre vengono applicate agli oggetti, o a una serie di oggetti, anche le funzioni cambino, che gli oggetti trasformino la funzione alla stessa maniera in cui la funzione trasforma gli oggetti? Questo potrebbe significare, per esempio, che, quando usiamo un particolare straccio per pulire il pavimento non è solo il pavimento che cambia, ma anche la funzione dello straccio. O, nel caso del prigioniero, che nel corso di scontare la sua pena J( ), la funzione-pena stessa cambia, risultando in una nuova funzione-galera Ja( ) = a(J( )).

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Gli oggetti abitualmente indicano funzioni: sono normalmente identificati come strumenti. Nel processo di riferimento agli oggetti spesso usiamo una funzione alla quale li associamo, per esempio, quando indichiamo un oggetto dicendo “quel cucchiaio”. Questo significa che gli oggetti sono spesso costruzioni della forma S(a), dove S( ), si riferisce a una funzione che si suppone venga eseguita da un sub-oggetto a dell’oggetto originale. Spesso questo sub-oggetto può poi esso stesso essere ulteriormente analizzato in una nuova costruzione della forma a = Q(b), dove b è un sub-oggetto di a. Applicando ripetutamente questa procedura agli oggetti percepiti si arriva a quello che potremmo chiamare un oggetto estetico generico. Così, per esempio, un particolare cucchiaio di legno s può essere analizzato come un costrutto della forma

t = Spoon (Wood(…(x)…))

dove x è un oggetto estetico generico che noi rivestiamo con questi attributi.

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Gli oggetti estetici generici sono entità paradossali transitorie. In quanto oggetti estetici devono avere una collocazione, una forma, una misura, un colore, eccetera. Ma ancora non possono essere considerati come rappresentazioni di nessuno di questi attributi. Essi non hanno funzioni. Questo significa che se x è un oggetto estetico generico, non possiamo creare asserzioni riguardo la forma Blu(x), o “x è Blu”, perché per quanto x possa essere benissimo inteso come blu (o essere inteso come un secchio blu per quello che importa) nel momento in cui lo assumiamo come predicato lo trasformiamo nel nuovo complesso oggetto percepito y = Blu(x).

Definiamo ora la funzione estetica centrale A( ) come la funzione che, se applicata ad un oggetto percepito k = F1(… Fn(x)…), risulta nel suo oggetto estetico generico x:

A(k) = A(F1(…Fn(x)…)) = x

I musei applicano la funzione estetica centrale sugli oggetti che espongono al loro interno, spostando in questo modo i componenti funzionali di questi oggetti sullo sfondo. Questo spostamento è tuttavia solo temporaneo, perché i musei fanno presto a coprire gli indecenti oggetti esposti con la loro veste ufficiale di classe, valore e significato. I musei sono luoghi di rappresentazione e gli oggetti esposti al loro interno sono sempre usati funzionalmente per rappresentare una scuola, un concetto, una trascendenza…

L’oggetto estetico generico non può essere delimitato dal “retinale”. In esso siamo di fronte alla sospensione dell’approccio strumentale. Al di là di esso si raggiunge il magma indifferenziato della percezione. L’oggetto estetico generico vive nel punto di incontro tra questo magma e la memoria. Sul suo volto si sperimenta l’ansietà della dimenticanza.

Spostando un oggetto si indebolisce la sua funzionalità. Gli oggetti fuori posto catturano l’occhio. La loro modalità di relazione è il puzzle.

Tagliando un oggetto come un geologo si scoprono i suoi strati. Come le prugne, gli oggetti hanno semi, ossa e scheletri, ma non sostanza. Raggiungendo il livello astratto dello scheletro si ottiene un calcolo di possibilità.

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I frammenti di oggetti industriali buttati via testimoniamo la decomposizione dell’approccio strumentale. Sporchi, deformati, i pezzi di rifiuti frantumati non possiedono più la dignità o la capacità di rappresentare granché. Nel decadimento dell’immondizia in una sostanza amorfa, si intravedono le ombre degli oggetti estetici generici. Implicita nella funzione-immondizia giace la funzione estetica centrale.

Sancho Silva

Sancho Silva nasce a Lisbona nel 1973.

EDUCAZIONE

2004
Whitney Independent Study Program, New York, Stati Uniti d’America

M.F.A in sculpture, Pratt Institute, Brooklyn, Stati Uniti d’America

 

2001
Sculpture diploma, Ar.Co., School of Art and Visual Communication, Lisbona, Portogallo

M.A. in Philosophy of Language, Lisbon University, Lisbona, Portogallo

 

1995
B.A. in Pure Mathematics, Trinity College, Dublino, Irlanda

 

MOSTRE PERSONALI
2009
pinksummer, Genova, Italia

 

2008
Dolle Mol, Objectif Exhibitions, Anversa, Belgio

 

2007
Involtino, Parfiri Building, Bossarino, Italia [permanent project]

Cyclopean Eye: Cairo, Pinksummer Gallery, Genova, Italia

 

2006
Cyclopean Eye: Berlin,Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania

 

2005
Orange Works, Centro Cultural de Belém, Lisbona, Portogallo

 

2004
Hominivorax, Galeria Carlos Carvalho, Lisbona, Portogallo

Modulators, Steuben West Gallery, Pratt Institute, Brooklyn, Stati Uniti d’America

 

2003
Singulizer, Pinksummer Gallery, Genova, Italy

Sub-urb, Serralves Park, Porto, Portogallo

 

2002
Shortcut, Inkijk, SKOR, Amsterdam, Paesi Bassi

 

MOSTRE COLLETTIVE
2009
Slow Movement or: Half and Whole, Kunsthalle Bern, Svizzera

 

2008
El Medio es el Museo, MARCO, Vigo, Spagna

Articulações, Fábrica da Cerveja, Faro, Portogallo

Love at First Site, Futura Projects, Praga, Repubblica Ceca

Museé Lumière, empty lot off the Darling Foundry, Montréal, Canada

Shelter, Hiroshima City Museum of Contemporary Art, Hiroshima, Giappone

 

2007
Portugal Agora, Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

Open Garden, Palácio de Belém, Lisbona, Portogallo

Morro, Projecto 270, Costa da Caparica, Portogallo

Reality Crossings, Heidelberg Kunstverein, Heidelberg, Germania

Urban Interface: Oslo, corner of Lakkegate and Nylandsvine, Oslo, Norvegia

Où? Scènes du Sud : Espagne, Italie, Portugal, Carré d’Art – Musée d’Art Contemporain de Nîmes, Nîmes, Francia

União Latina Prize, Culturgest, Lisbona, Portogallo

Che Ci Faccio Qui?, Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Siracusa, Siracusa, Italia

60x60x60, Biaggio Steps, Valletta, Italia

Depósito, Reitoria da Universidade do Porto, Porto, Portogallo

ElDorado, Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo

 

2006
Diegesis, Schwerin Staatlische Museum and Schleswig-Holstein-Haus, Schwerin, Germania

Mind the Gap, Smack Mellon, Brooklyn, New York, Stati Uniti d’America

 

2005
Report from NYC, Susquehana Museum of Art, Harrisburg, Pennsylvania, Stati Uniti d’America

 

2004
Cidade Iluminada, ZDB, Lisbona, Portogallo

Whitney Independent Study Program Exhibition, New York, Stati Uniti d’America

 

2003
Outras Alternativas, MARCO, Vigo, Spagna

Sete Artistas ao Décimo Mês, Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbona, Portogallo

Open Studios, Townhouse Gallery, Cairo, Egitto

The Straight or Crooked Way, Royal College of Art, Londra, Regno Unito

Detonation, Anthologie Film Archives, New York, Stati Uniti d’America

 

2002
Manifesta4, Frankensteinerhof, Francoforte sul Meno, Germania

Bolseiros e Finalistas do Ar.Co, CCB, Lisbona, Portogallo

Francisco Wandschneider Prize, Serralves Museum, Porto, Portogallo

 

1999
ExperimentaDesign99, Gare Marítima de Alcântara, Lisbona, Portogallo

RAMa, Galeria Alvarez, Porto, Portogallo

 

BORSE DI STUDIO

Gulbenkian Foundation/Luso-American Foundation joint scholarship (Aurtunno 2004);

Luso-American Foundation scholarship (Primavera 2004);

Fulbright Foundation and Carmona e Costa Foundation joint scholarship (2001-2003);

Foundation for Science and Technology scholarship (1999-2001).

 

RESIDENZE

Quartier Ephémere, Darling Foundry, Montreal, Canada

Künstlerhaus Bethanien, Berlino, Germanua

Steam Shop, Fábrica da Pólvora, Barcarena, Portogallo

Open Studios, Townhouse Gallery, Cairo, Egypt

Libri Bojan Šarčević

Rhombic Oath
Rudolph Schwarz, Renate Goldmann, Nicolai Verlag
2012
Günther Peill Foundation & Leopold-Hoesch-Museum

leggi online

A Curious Contortion in the Method of Progress – L’ellipse d’ellipse
N. Ergino, F. Malsch, M. Herbert, M. Gauthier, C. Meyer-Stoll
2012
Snoeck, Heule

disponibile online

Bojan Šarčević
Andrea Viliani, Caoimhín Mac Giolla Léith, Marcus Steinweg;
2007
Skira
ISBN 886130565

disponibile online

Kissing the back of your hand makes a sound like a wounded bird
Judy Batt, Romana Vlahutin, Ivan Vejvoda, Gerald Knaus and Marcus Cox
2007
BAWAG Foundation, 2007.

To what extent should an artist understand the implications of his or her findings
with two dialogues from a seminar between Annie Fletcher, Will Bradley, Jan Werwoert, Anjalika Sagar, Kodwo Eshun and a text by Sebastian Egenhofer
2006
Snoeck Verlagsgesellschaft, Cologne

disponibile online

Une Heureuse Régression
Daniel Kuriakovic
2004
Snoeck-Ducaju & Zoon NV Publisher, Gent

disponibile online
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BOJAN SARCEVIC

Photo credits Paolo Palmieri

Bojan Sarcevic

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Pinksummer: “Anche se in un primo momento lo potrebbe sembrare, il tuo fare non è mai off-line, cioè non modella situazioni astratte, accentua invece il fattore situazionale (il luogo ad esempio) e dunque esistenziale. Pensi che l’esistenza sia la struttura del condizionamento situazionale?”

Bojan Sarcevic: “Che l’esistenza sia connessa alle condizioni di una situazione particolare è un’evidenza. Ciò che non è invece evidente, è la natura di questo legame. Non credo che l’esistenza sia una struttura, ma piuttosto che necessiti di una struttura appropriata per apparire, manifestarsi nella sua autenticità. Un’esistenza non esiste che in un campo delimitato. S’inscrive da qualche parte: in un luogo, un momento, in un rapporto. Una situazione o un luogo da soli non fanno mai nascere qualche cosa. La nascita si produce dall’incontro di due strutture preesistenti: da una parte c’è il mio sguardo e tutta la sua storia e dall’altra un luogo che anch’esso ha una storia. Ciò che si produce dall’incontro di questi due elementi, l’adeguamento che ne risulta non può essere determinato per addizione come se si trattasse di un calcolo. L’alchimia fa uscire qualcosa di nuovo, di imprevedibile e tuttavia in un certo senso di necessario. E ciò che accade in questo modo s’impone all’ esistenza e sussiste in sé e per sé nell’oblio di ciò che l’ha generato.”

P: Pensiamo al titolo di quel tuo video con i cani nella chiesa olandese: “It Seems that an Animal is in the World as Water in the Water” (1999). Credi che l’esistenza sia diversa dal mero esserci presenziale?

B.S: Capisco il motivo per cui mi chiedete se per me l’esistenza si riduce all’essere presenziale in rapporto a questo lavoro preciso. Di fatto può sembrare che il modo di essere dell’animale, nel caso specifico il cane, sembri qui come una materializzazione della semplice presenza, dell’immediatezza, ciò che è in realtà. Un cane non ha nessuna riverenza verso quei luoghi che noi consideriamo sacri. Abbaia là dove noi abbiamo l’abitudine di osservare un silenzio rispettoso. Ma io non invidio per niente la cieca libertà del cane e penso che sarebbe ingenuo considerare il suo modo di essere come un modello. La presenza dei cani nella chiesa non esprime una volontà blasfema o di ribellione, ma mi permette di introdurre una distanza critica in un rapporto che è naturalmente quello della sottomissione e del rispetto. Al limite tutto, proprio come il cane, non ha un rapporto con la chiesa giacché ogni rapporto presuppone un minimo di distanza; alla stessa maniera noi non possiamo più propriamente parlare di rapporto con questo luogo, perché il rapporto è già pre-formato, che si tratti di un sé credente o di un turista. La presenza per ciò che riguarda l’uomo è immediatamente piena di senso, non ci sono delle presenze immediate, ma sempre delle mediazioni e ancor più in rapporto a luoghi come le chiese che debordano di segni e rappresentazioni. Paradossalmente, il trovare un rapporto immediato autentico, richiede un lavoro immenso. Bisogna aver compreso che un segno è un segno, una costruzione è una costruzione, che il valore non è contenuto nella pietra, ma nello spirito che si rende libero come un cane giacché il silenzio di questo luogo è quello più propizio al raccoglimento.

P: Nel tuo lavoro ricorre l’idea di traccia, che può essere una forma architettonica estranea che si confonde con il preesistente (Untitled 1998 -99-00-01-02?), un fluido che fuoriesce misteriosamente dagli stivali di un lavoratore (Irrigation-Fertilisation 1999), o ancora lo sporco negli abiti da lavoro (Worker’s Favourite Clothes Worn while S/He Worked 1999-2000. La traccia è un’emanazione dell’essere-nel-mondo?

B.S: La traccia un’emanazione? Si. Ma sarebbe riduttivo fermarci a questo. Credo che esistano due tipi di traccia. C’è dapprima la traccia che è un gesto, una manifestazione volontaria e quasi rivendicativa. C’è una traccia che si brandisce come uno stendardo per denunciare la propria presenza nel mondo. Con essa demarchiamo il luogo che ci circonda. E poi, c’è la traccia subita, che ci segna e ci determina forse nostro malgrado. Ma ciò che vi è di comune fra i due tipi di traccia sono segni, è necessario che esse siano viste, lette, descritte, in breve che siano riconosciute come manifestazioni ed emanazioni di un essere. E’ in questo momento preciso che questo essere diventa veramente essere-nel-mondo. Non credo sia sufficiente che un essere voglia manifestarsi, è necessario una eco esterna anche se questa eco, non la si percepisce.

P: In “Friezer” Jorg Heiser assimila il flusso d’acqua che fuoriesce dalle scarpe del lavoratore e ricopre il suolo in “Irrigation -Fertilisation” al dripping di Pollock. La polemica antiformale, nata in un momento di particolare instabilità storica, tende a contrapporre alla forma che ha un senso stabile, permanente e dunque positivo ad aspetti più problematici della realtà. La guerra, l’odio e la distruzione sono di fatto situazioni-limite che riassorbono il mare dell’esistere nel porto dell’assoluto: il tempo, l’irrevocabilità del passato, la morte. Come pensi l’esistenza in rapporto alla trascendenza?

B.S: Per me il gesto, l’azione sono momenti di incarnazione della trascendenza. I momenti in cui l’esistenza si manifesta nella sua pienezza sono precisamente quelli in cui il trascendente non ha più niente di trascendente, ma diventa perfettamente immanente. L’assoluto è in qualche modo presente nella spontaneità. Quando cerchiamo la forma, siamo dentro all’analisi, attuiamo la distanza dello sguardo critico. Quando la forma si impone da sola adeguandosi perfettamente allo sfondo, allora l’assoluto si manifesta. Si tratti di rari istanti di luce. Ma io non farò l’apologia della spontaneità ingenua che crede che sia sufficiente essere spontanei per essere. La spontaneità arriva sempre per me come il risultato di qualche cosa. Riguardo al secondo aspetto della vostra domanda, non credo che si debba cercare forzatamente un legame di necessità tra le contingenze storiche e politiche di una società e le creazioni estetiche nuove.

P: Cosa presenterai da pinksummer?

B.S: Ciò che presenterò da pinksummer è un’esposizione concepita sugli avanzi. Comprenderà fotografia, disegno e scultura. Al posto di concepire un progetto specifico qualsiasi per la mostra, ho voluto mostrare delle immagini snap-shot: oggetti o cose che conservo nei miei taccuini senza avere mai pensato a considerarli come opere d’arte. Questi resti esistono solo in virtù dell’essere il risultato di processi: sono tardivi e mai originali. Sono ciò che, nel mio lavoro, non appartiene alla parte presa in “considerazione”. L‘indeterminazione, qualità che connota queste immagini e oggetti, non è più caos indistinto, ma è la capacità di sfuggire alla determinazione. Le cose non dovranno esistere che in rapporto alla propria essenza. Vorrei proprio dimostrare al contrario che i resti sorgono da una non-coincidenza tra l’essenza e l’esistenza, perché è proprio l’esistenza che introduce questi “di troppo” o “di meno” irriducibili. L’esistenza, questa frangia contemporaneamente infima e straordinaria che distingue un possibile e un reale. I resti, ciò che fa in modo che una cosa è ancora altro rispetto a tutto ciò che si può dire e comprendere.

P: Ci hai detto che avresti voluto scrivere il comunicato stampa per la mostra da pinksummer, ma che eri curioso di sapere quali fossero le nostre domande. Alla stessa maniera ci è rimasta la curiosità di sapere cosa avresti scritto sul comunicato stampa senza le nostre domande.

B.S: Avrei scritto senza dubbio le stesse cose che ho scritto sopra rispondendo alle vostre domande.

EVERYTHING MAKES SENSE IN THE REVERSE – BOJAN SARCEVIC

Photo credits Sophie Triniac

Bojan Sarcevic – Everything makes sense in the reverse

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Pinksummer: “Everything makes sense in the reverse”, il nome della grande scultura che da il titolo alla mostra che presenterai da pinksummer. Si dice che nell’infinito, che in quanto tale sfugge a qualsivoglia proporzione, abbia luogo la coincidentia oppositorum. Un filosofo rinascimentale affermava che se dall’idea d’infinito, che è qualcosa nel contempo massimamente grande e massimamente piccolo, si sottrae l’idea di quantità, massimo e minimo coincidono essendo due superlativi. L’idea di infinito è al di sopra di ogni affermazione e negazione, in Dio, così in altri tempi i filosofi nominavano l’assoluto, tutte le distinzioni che nelle creature si ritrovano come opposti coincidono. Credi che ogni creatura, ogni esistenza finita, trova il senso nel suo principio, come il tassello di un mosaico?

Bojan Sarcevic: be, no, non credo esattamente così. Tanto quanto gli opposti possano essere concepiti lontani – opposti di ogni genere – starò sempre con l’altro, quello che non calza, quello che è troppo grande o troppo piccolo, proprio con quello che disturba il mosaico. Secondo me non esiste significato se non nel movimento della ricerca o in questa tensione verso il tutto. Questo perché non credo che ogni creatura trovi il suo significato nella causa e per essere più preciso non penso che ogni creatura possa portarsi così lontano nella comprensione del più grande enigma della vita. Ma credo che tutte le creature siano significanti proprio rispetto alla ricerca di questa causa.
Fortunatamente, non riusciremo mai a conquistare una tale meta, così possiamo sempre tentare di fare meglio, ma se credessimo di poterla raggiungere, sarebbe necessario il dottore. Ciò nonostante, talvolta sentiamo la pienezza e suppongo che siano i momenti in cui raggiungiamo i nostri limiti e quando ciò accade riconosciamo l’altro come nostro, proprio nostro, che è un altro modo per dire che lo accettiamo.
Suppongo di essere troppo vecchio per desiderare l’assoluto e ancora troppo giovane per perdere la mia più ardente curiosità per l’inconoscibile. In altre parole sono romanticamente utopico rispetto alla posizione intermedia. Tuttavia, le creature di cui stiamo discutendo appartengono alla fantascienza, materia di studio del filosofo e dello psicanalista. Come artista, per me il reale è quel topo che è stato mangiato in giardino dal mio gatto.

P: La ragione essendo discorsiva afferma e nega, l’analisi tiene separati gli opposti secondo il principio di non contraddizione. Una volta affermasti che quando cerchiamo la forma siamo dentro all’analisi, quando la forma s’impone da sola adeguandosi perfettamente allo sfondo, allora l’assoluto si manifesta ed è allora che l’esistenza raggiunge la sua pienezza. Pensi che per cogliere il trascendente nell’immanente occorra raggiungere una forma superiore di conoscenza che con un atto di intuizione sappia cogliere questi “rari momenti di luce” in cui gli opposti coincidono? E’ questa forma di conoscenza che chiami spontaneità?

B.S: Sì. Esatto. La vera spontaneità non è nulla se non una bugia estremamente efficace, forse la più efficace. Un movimento spontaneo è quello che sembra incarnare il semplice flusso della natura ma in realtà è il risultato di un complesso processo intellettuale, morale e emotivo che arriva solo attraverso l’esperienza del tempo reale. La più elevata spontaneità potrebbe assomigliare al sublime dei matematici, ciò che tu chiami forma superiore di conoscenza. Ma non uccidiamo la magia, siamo incapaci di ragionare intorno a queste cose con la logica, tuttavia ci proviamo disperatamente. Questo accade perché la bellezza sta nell’inintelligibile. Essere spontaneo significa riuscire a creare connessioni tra le cose come se quelle connessioni fossero in attesa di essere rivelate. Significa avere fede nelle cose e nella nostra relazione con esse. L’intuizione è la sensibilità di questo legame, del confine che c’è tra ogni cosa, suppongo che potrebbe essere qualcosa di simile a ciò che tu chiami una forma superiore di conoscenza espressa con un atto di intuizione.

P: Il concetto di spontaneità intesa come forma superiore di conoscenza a cui bisogna tendere e dunque intesa da te come “risultato di qualche cosa” è centrale rispetto al tuo lavoro. L’uomo a differenza degli animali per stare nel mondo come acqua nell’acqua, deve guadagnarsi la spontaneità sfuggendo alla determinazione. Viene in mente Thoreau quando in Walden scrisse: “(…) Pensate a quelle signore che si preparano all’ultimo giorno della loro vita tessendo cuscini da toilette per tema di tradire un interesse troppo vivo nel loro destino: quasi si potesse uccidere il tempo senza ferire l’eternità”. Una volta ci hai detto che l’arte o la morte hanno il compito di rivelare la vita nella sua pienezza. Sotto la luce di questa ricerca di spontaneità, la prima parte del tuo cammino, che comprende anche la mostra sui “leftovers” presentata nel 2002 da pinksummer, appare come propedeutica a una sorta di “seconda navigazione” seppur nel sensibile. I tuoi primi lavori tendono sempre a creare una distanza, una non conformità, per rompere le catene della determinazione e fare in modo che il mondo dialoghi di nuovo con la nostra essenza in modo immediato: “(…) Prima di pronunciare l’antica parola smarrita e invano ricercata occorre però sciogliere i legami che impediscono di proferirla” (Elèmire Zolla)?

B.S: Rompere con quelle che sono le nostre certezze più radicate. Creare la distanza. Cambiare il punto di vista e ricambiarlo. Questi sono i compiti più difficili che si è chiamati a compiere. Quanto è difficile uscire dal cerchio? Molto perché questo paradosso ferisce: se realmente vogliamo sentirci parte del mondo, in piena coscienza, dobbiamo uscirne. Anche tenendo un solo piede fuori da lì, possiamo sentirlo veramente, girandoci attorno evitando di essere risucchiati nel vortice. La transizione deve essere tuttavia sottile e permanente. I criminali vogliono cambiare il mondo alla stessa maniera degli artisti, ma essi ne escono senza pensare al modo per rientrarvi. Dissolvere le costrizioni è sempre un atto violento e potenzialmente pericoloso se si perde il senso della necessità di ambo le parti “dentro e fuori” e di una inevitabile tensione fra esse. Non c’è soluzione tranne ripetere la domanda in un modo migliore.

P: Le nuove grandi sculture che hai presentato da BQ e quella che presenterai da pinksummer possiedono un’armonia che induce al piacere della contemplazione, non sembrano costruite, ma cresciute sul terreno dei rapporti simbolici con le cose. Quando ci mandasti l’ immagine di una delle “small sculptures” (un vecchio pezzo di legno preso da un’antica casa, forato da struttura in ottone, che tu nella descrizione definisci organica, su cui s’incrociano due sottili fili, uno rosso e uno verde), ci è sembrata qualcosa di forte e fragile nel contempo. Ci ha fatto pensare al vecchio pescatore Santiago di Hemingway, che non sa arrendersi al destino mantenendo un rapporto stoico con il reale. Hai scritto in una e-mail che metterai le piccole sculture vicino a quella grande per creare una sorta di eco. Le piccole sculture ci appaiono come un simbolo di dignità umana. Racconta delle tue sculture.

B.S: Dunque, non mi spingerei a spiegare le mie sculture in modo morale o moralistico. D’altra parte, non penso che questo sia mai stato lo scopo dell’arte. Ma devo riconoscere rispetto a possibili estensioni ciò che intendete, e mi piace il fatto che la vostra analisi raggiunga quelle dimensioni (dignità). Per me sono essenziali le differenti nature dei materiali e le forme e la loro interrelazione quando vi si mura dentro una struttura significante. Mi riferisco alle misure, intendo le sfumature di colore. Il loro scopo è quello di esprimere il momento in cui la più meccanicistica e pura materia messa in un determinato contesto formale suggerisce un altro livello e apre la possibilità di un linguaggio coerente. Diventa poi impossibile decidere se l’impressione di organicità sia il risultato di tali incontri o l’origine della nostra attiva comprensione delle loro emanazioni.

TRUE ENOUGH – BOJAN SARCEVIC

Photo credits Francesco Cardarelli

Bojan Sarcevic – True Enough

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“…Diventa poi impossibile decidere se l’impressione di organicità è il risultato di tali incontri o l’origine della nostra attività di comprensione delle loro emanazioni”. Così concludesti, rimandando al fattore ermeneutico, quella nostra conversazione del 2005, riferendoti alle tue opere e da quel punto ci piacerebbe riprendere, ritenendo il momento esegetico, centrale rispetto al tuo percorso artistico e cognitivo o meglio artistico/cognitivo circa l’idea di realtà, parola che forse potremmo azzardarci a sostituire con verità, intesa come sostrato condiviso di ogni percezione possibile. Una volta ci dicesti che per te, come artista, la realtà è quel topo che è stato mangiato dal tuo gatto in giardino, riconoscendo un fondo di ineluttabilità agli incontri apparentemente accidentali. L’idea di interpretazione apre la strada al relativismo, e, rimanendo tra le quattro mura di pinksummer, pensiamo ad alcuni titoli di opere presentate da noi come “Truth is different” del 2002 o “Everything makes sense in the reverse” del 2005, ma il titolo di questa terza personale da pinksummer è “True enough”, che sembra non dubitare affatto dell’esistenza di una verità raggiungibile, seppure in modo perfettibile per approssimazione. Protagora scongiurava lo smarrimento nel relativismo arginandolo con il criterio di valore. L’interpretazione è il tentativo individuale di conquistare la conoscibilità attraverso il dominio dell’esperienza di ciò che ha fenomenalità, in nessun modo tuttavia l’opinione del sapiente, affermava quel saggio, è più vera dell’opinione di chi è meno sapiente, semplicemente la prima ha più valore della seconda e il valore condiviso avvicina appunto per approssimazione alla verità.
Rimanendo ancorate al fatto o meglio alla forma delle tue opere, è difficile spiegarlo, ma sappiamo che non ci accade spesso, si ha la fantasia che esse siano e basta, indipendentemente dalla volontà o dall’accidente. Come a dire che non si riesce, per assurdo, a pensarle in alcun modo diverse da come ci appaiono, e questo, in un certo qual modo le mette al sicuro dall’arroganza interpretativa.
Rispetto al concetto di interpretazione poi c’è chi dice che essa ha avuto la sua necessità solo con la perdita dell’intuizione sincretica tipica di un’età dell’oro primitiva, in cui l’uomo era natura e non altro da essa. C’è invece chi pensa all’interpretazione in senso positivista come progresso e allontanamento dell’umanità da una buissima età ferina. Nietzsche tagliava corto affermando che non esistono fatti, ma solo opinioni.
Susan Sontag, in “Contro l’interpretazione”, un libro che recentemente ci hai citato, interrogandosi sul ruolo della critica d’arte rispetto al dispotismo del contenuto sulla forma, tendente a riempirla piuttosto che ad accarezzarla, riconduce tale attitudine alla perdita del valore magico rituale dell’opera d’arte avvenuta con l’introduzione del dualismo platonico. Platone disconosce il valore dell’arte in sé, essendo essa mimesis di una realtà imperfetta, brutta copia dell’astrazione matematica dell’idea. Questo in campo estetico, nella fisica e nella metafisica è il corpo, con la sua tendenza all’obsolescenza, a farne le spese a favore dell’anima.
Aldous Huxley, che sotto l’effetto della mescalina, fu in grado di percepire “l’esistenza nuda” anche nelle pieghe dei suoi calzoni di flanella, disse che Platone commise un errore grottesco separando l’essere dal divenire, perché quell’azione lo rese incapace di vedere l’eternità nella deperibilità della rosa. L’ultimo numero dei Cahiers del Musée national d’art moderne ti ha dedicato venti pagine di portfolio, il titolo del tuo progetto è “La seule costante est le changement”.
Inseguendo la nostra ossessione per lo spostamento percettivo ci piacerebbe vedere una mostra rigorosissima “contro l’interpretazione” che racchiudesse il tuo video “Cover version”, insieme a “Goldberg Variations” di Ceal Floyer e magari a una declinazione del suono di Carsten Nicolai e a altre opere che adesso non riusciamo proprio a immaginare, opere che comunque ammesso che abbiano un’anima non sarebbe possibile pensarla disincarnata da un corpo decisamente glorioso.
E a proposito di carne e di estetica, talvolta estrema, la tua, ci stupimmo al Mambo di Bologna, vedendo in quei tuoi primi film incastonati come pietre preziose, comparire la carne, presentata come materia tra la materia, ma viva, pulsante.
In questa mostra la carne è corpo sotteso, potente e sublime (ci vergogniamo un po’ a scrivere questa parola esagerata), in quelle sculture dal titolo strano: “Stamina and the Muse”, sorta di pull-barr per l’exercitatio corporis da cui la pittura (ce la descrivesti come una sorta di frottage surrealista) cola fluida come un umore corporeo.
Sempre Huxley racconta come il curato di D’Ars soleva dire che nei giorni in cui era libero di flagellarsi, Iddio non gli rifiutasse nulla. I mistici e i contemplativi sembra che lavorassero sistematicamente ad alterare la chimica del loro corpo, anche attraverso lo sforzo, per creare le condizioni favorevoli alla locuzione celestiale. In questo senso la stamina, una sostanza che aumenta la resistenza allo sforzo, sicuramente può essere considerata propizia all’incontro segreto con la Musa.
Esteta si dice colui la cui preoccupazione è volta alla forme e ai loro rapporti entro il campo visivo del quadro (ancora Huxley). Quando vedemmo il tuo nuovo corpus di lavori disposti nello spazio bellissimo di De Vleeshal a Middelburg nella personale curata da Lorenzo Benedetti, gli stessi che presenterai da pinksummer, pensammo a un unico quadro. Le delicate sculture “Presence at night” costituite da forme organiche e naturali e la serie “Stamina and the Muse” ai lati, a parete, al centro le strutture ordinate e ordinanti semi-funzionali costituite dall’accostamento elegante di diversi metalli. La critica freudiana sarebbe tentata di ricondurre tutto all’es, all’ego e al super ego; un neo-platonico forse alla tripartizione dell’anima in irascibile, sensibile e razionale. La critica marxista non sappiamo bene come interpreterebbe.
Nel quadro comunque ogni forma risultava in equilibrio spontaneo in sé e per sé e rispetto alle altre forme e allo spazio, sappiamo che per te la spontaneità è risultato di un grande sforzo intellettuale e della disciplina.

IN THE REAR VIEW MIRROR – BOJAN SARCEVIC

Photo credits Francesco Cardarelli

Bojan Sarcevic – In the rear view mirror

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Di questa personale di Bojan Sarcevic da pinksummer si potrebbe dire che conosciamo solo qualche ingrediente, non la ricetta. Abbiamo il titolo, “In the rear view mirror”, l’immagine dell’invito, altre immagini; è arrivato un trasporto di trentuno colli; è in atto un processo di trasformazione della galleria. Sappiamo che Bojan Sarcevic ha lavorato intensamente alla mostra e che ancora sta lavorando attenendosi alle sue modalità rigorose, ma rifiutando qualsivoglia forma deterministica a priori.

Bojan Sarcevic ci ha messo dunque a parte del processo, passo dopo passo, che sta informando questa mostra, ma l’ha fatto evitando qualsiasi proliferazione verbale che non riguardasse l’esecuzione del progetto in loco, tendente, crediamo, non tanto a rendere lo spazio della galleria più adatto a accogliere in modo puntuale opere specifiche, quanto a renderlo più congruo alla sua specificità di galleria di arte contemporanea, in sé.

Intervenendo sullo spazio espositivo di pinksummer, attraverso modifiche lievi, ma incisive, è come se Sarcevic avesse ritoccato la nostra identità professionale, inducendo, volontariamente o meno, un processo di riflessione rispetto a ciò che avremmo potuto o dovuto essere. Di fatto Sarcevic ha creato dentro alla nostra cornice lavorativa abituale, una nuova cornice artificiale più linda, liscia e ovattata, dentro alla quale potremmo forse conferire al nostro agire, almeno temporaneamente, modalità più appropriate e autorevoli. Brian O’Doherty in “Inside the white cube. L’ideologia dello spazio espositivo” scrive “…La galleria è il luogo in cui si conducono lotte di potere attraverso la farsa, la commedia, l’ironia, la trascendenza e, naturalmente, il commercio”.

In mostra ci sarà anche, a parte, un modellino di “rifugio”, elegante e raffinato come la scultura di Sarcevic, essenziale come può esserlo un’architettura immaginata per l’abitare sobrio, senza distrazioni. L’idea è quella di realizzare assieme all’artista il “rifugio” in un luogo ameno, nella natura. Come fosse, il rifugio, nella prospettiva, un punto di fuga.

A proposito di camuffamenti, una delle prime immagini che Sarcevic ci ha inviato circa la mostra “In the rear view mirror”, è quella di un uomo di origine europea, tra i 35 e i 40 anni di età, seduto in posa fotografica, sul cui petto è appoggiata una maschera lignea extraeuropea, che rappresenta un seno femminile reso cadente dall’allattamento, un simbolo di fertilità, assai poco estetizzante rispetto ai canoni, ormai convenzionali, di sensualità femminile contemporanei. La camicia hippie, dell’uomo, virile e anche barbuto, rimanda alla fascinazione antropologica diffusa, collocabile tra i ’60 e i ’70 del secolo scorso.
Nelle culture extraeuropee in cui queste maschere femminili venivano/vengono usate in modo rituale per scacciare i demoni (Tanzania, Mozambico), esse dovevano/devono essere indossate rigorosamente da uomini.

Successivamente Sarcevic ci ha inviato l’immagine per l’invito della mostra: si tratta di un uomo che si presenta di schiena, la cui testa accenna un breve movimento di torsione a destra e sulla cui scapola sinistra affiora un tondo e roseo seno femminile in silicone, come un’ala fantastica e inconcepibile.

L’immagine è priva di esagerazione e iperbolicità e tuttavia rimanda all’idea di corpo grottesco descritto da Michael Bachtin, inteso come corpo in divenire, interessato a tutto ciò che del corpo sbuca fuori, a tutte le escrescenze che cercano di sfuggire ai confini qualitativi e quantitativi del corpo individuale. E’ una tipologia di corpo che tende a annullare la separazione, che sia quella con l’ altro corpo o con l’ambiente. Il corpo grottesco per Bachtin è un corpo che inghiotte il mondo e si fa inghiottire da esso. La trasformazione grottesca si rivolge ai confini e ai punti di intersezione e in questo senso tende al dualismo e alla bicorporeità.
Il muliebre del seno di silicone collocato sulla schiena di un uomo, rimanda a un organo puramente espressivo e caratteriologico, che ha l’autonomia di un corpo a sé stante.

Guardando indietro, il rapporto con l’elemento femminile è stato presente in modo esplicito nel lavoro di Sarcevic degli ultimi anni, pensiamo alla mostra “Involuntary twitch”, curata da Lorenzo Benedetti, coprodotta da Pinksummer e presentata per la prima volta al De Vleeshal a Middelsburg in Olanda nel 2010, in particolare alle sculture “Presence at night”, in cui il femminile assume connotazioni notturne e inquietanti, come si trattasse di Lilith o Lorelei, i cui lunghi capelli s’impigliano nel sonno di un uomo per non dargli tregua. Pensiamo poi, sempre in quella mostra, ai fluidi ineffabili degli acquerelli di “Stamina and the muse”.

Alla personale di Sarcevic a Londra nella galleria Stuart Shave Modern Art “Comme des chiens et des vagues”, sempre del 2010, venne presentata la scultura monumentale “She”, che nelle mostre pubbliche Sarcevic ha riaccostato a “He”, costituita anch’essa da un grande blocco di onice (“Elipse of an elipse”, IAC Institut d’art contemporain Villeubanne/Rhône-Alpes 2012 a “A curious contortion in a method of progress”, Kunstmuseum Liechtenstein, sempre del 2012). “She” appare come una sorta di Eva, che inverte la sequenza del mito creazionale, precedendo “He” (Art Unlimited, Art Basel 42, Stuart Shave Modern Art, 2011). Nella mostra londinese “Comme des chiens et des vagues” Sarcevic presentò anche una serie di sculture in metallo sul pavimento della galleria, le stesse sculture ricomparivano nelle fotografie a parete, in una dimensione nuova, come si trattasse di arnesi con una funzione misteriosa, vicine ai corpi semi svestiti di giovani modelle.

A proposito del titolo della mostra di Sarcevic da pinksummer “In the rear view mirror”, è uscito in questi giorni in Italia, un saggio (“Il portinaio del diavolo: occhiali e altre inquietudini” di Salvatore Silvano Nigro), in cui si racconta dell’intelligenza dei vetri, che avvicinando le distanze e accorciando gli intervalli possono disincarnare l’occhio, in modo che lo sguardo possa levitare in extradimensioni, fosse solo quella dell’immaginazione. In quel libro si tratta del microscopio, del telescopio o vetro dei mille li, come veniva chiamato in Cina quando vi fu introdotto dai Gesuiti, e ancora dei vetri bruciaincenso e di quelli incendiari e dello specchio. Pearl Jam nel brano “Rearviewmirror” dice che le cose nello specchietto retrovisore si vedono in modo molto più chiaro e tutto ciò che abbiamo alle spalle appare vicino. Lo specchietto retrovisore è un potenziamento dello sguardo all’indietro. Esiste un libro di Dave Goldberg intitolato “The universe in the rearview mirror: how hidden symmetries shape reality”. E detto francamente, un impianto retrospettivo rende meno assurda l’idea di vedere brillare una stella, la cui luce si è spenta milioni di anni prima di essere toccata dal nostro sguardo.

Parlando di nuovo di escrescenze, ramificazioni e germogli, abbiamo scoperto grazie al titolo della mostra di Sarcevic, che lo specchietto retrovisore è stato inventato nel 1911 da un pilota che lo posizionò sul cofano della sua vettura per risparmiare il peso del meccanico, che gli altri piloti, esclusi dall’assimetria implicita nel salto evolutivo, dovevano ospitare sull’auto per informarsi del traffico alle spalle.

Forzando, ma proprio tanto, le simmetrie occulte e anche la teoria degli anelli, in quello stesso anno 1911 Picasso incollava sulla superficie di un dipinto un pezzo di tela con la riproduzione dell’impagliatura di una sedia, quello che Brian O’Doherty, nel saggio già citato, definisce “… Il reperto A del collage” affermando “… Il cubismo analitico non ha spostato di lato il piano pittorico, ma lo ha reso sporgente”.

Si potrebbe pensare la nuova mostra di Bojan Sarcevic “In the rear view mirror”, come qualcosa di similare alla prima personale dell’artista da pinksummer del 2002, una mostra disomogenea, segreta, in fieri come un diario: sui possibili significati che il quotidiano può assumere a posteriori, sulla traccia del diario non è dato sapere.
Possiamo però suggerire di guardare “In the rear view mirror” come fosse un collage molto, molto aggettante.

Bojan Šarčević

Bojan Šarčević, nato nel 1974.
Vive e lavora a Basilea e a Parigi.

 

MOSTRE PERSONALI

2023

Vieille Lâcheté, Pinksummer, Genova, Italia

 

2022
Thank you for pointing to your perineum, BQ, Berlino, Germania

 

2020
L’extime, galerie Frank Elbaz, Parigi, Francia

Thank you for pointing to your perineum, BQ, Berlino, Germania

 

2018
Sentimentally is the core, Modern Art, Londra, Regno Unito

 

2017
Slampadato, Pinksummer, Roma, Italia

 

2016
Invagination, Modern Art, Londra, Regno Unito

 

2015
In the rear view mirror, BQ, Berlino, Germania

 

2014
In the rear view mirror, Pinksummer, Genova, Italia

 

2013
Gyrobifastigium, Stuart Shave / Modern Art, Londra, Regno Unito

 

2012
L’Ellipse D’Ellipse, L’IAC, Villeurbane, Francia
A Curious Contortion in the Method of Progress, Kunstmuseum Liechtenstein, Vaduz, Liechtenstein
Rhombic Oath, Leopol hoesch Museum, Duren, Germania

 

2011
At Present, BQ, Berlino, Germania

 

2010
Comme des chiens et des vagues, Gallery Modern Art, Londra, Regno Unito
True enough, Pinksummer, Genova, Italia
Eventuellement, Le Grand Cafe, St.Nazaire, Francia
Involuntary twitch, De Vleeshal, Middelburg, Paesi Bassi

 

2009
The breath-taker is the breath-giver, Gallery Carlier Gebauer, Berlino, Germania

 

2008
Only After Dark, Kunstverein Hamburg, Amburgo, Germania
Already vanishing, MAMBO, Bologna, Italia

 

2007
Only After Dark, Le Credac, Ivry. untitled, Gallery BQ, Cologne, Francia
Kissing the back of your hand sounds like a wounded bird, Bawag Foundation Wien, Vienna, Austria

 

2006
Sometimes a man gets carried away, Kunstverein Heilbronn, Heilbronn, Germania
To what extent should an artist understand the implications of his or her findings?, Project Arts Centre, Dublin and The Model Arts – Niland Gallery, Sligo, Irlanda
Replace the Irreplaceable, Gallery Carlier Gebauer, Berlino, Germania

 

2005
Wanting withouth needing, Loving withouth leaning, ArtPace Fondation, San Antonio, Texas, Stati Uniti d’America
Keep the illusion for the end, BQ, Cologne, Francia
Everything makes sense in the reverse, Pinksummer, Genova, Italia

 

2004
1954, Gallery Carlier Gebauer, Berlino, Germania

 

2003
Verticality downwards, Kunstverein Munich, Monaco
Where the hand doesn’t enter, heat infuses, IAC Institut d’Art Contemporain, Villeurbane/Lyon, Francia

 

2002
Spirit of Versatility and Inclusivnes, BQ, Cologne, Francia
Rien ne peut venir que d’ailleurs, Centre d’Art Contemporain Bretigny, Bretigny sur Orge, Francia
Pinksummer, Genova, Italia
Inova, Milwaukee. TBA, Inc. Chicago, Stati Uniti d’America

 

2001
Eingang Links, Kunstverein Dusseldorf, Dusseldorf Cover Versions, Stedelijk Museum, Dusseldorf, Germania
Bureau Amsterdam, Amsterdam, Paesi Bassi
Gallery Gebauer, Berlino, Germania

 

2000
Strange, I’ve seen that face before, Modern Institute, Glasgow, Scozia
Favourite cloths worn while she or he worked, Gesellschaft fur Aktuelle Kunst, Bremen, Germania

 

1999
It seems that an animal is in the world as water in the water, BQ, Cologne, Francia
Kunsthalle Lophem, Brugge, Belgio
Irrigation-Fertilisation, Salon 3, Londra, Regno Unito

 

MOSTRE COLLETTIVE

2023

HOPE, Museion, Bolzano, Italia

 

2021

“The dreamers”, cinquatottesima edizione della Biennale di Belgrado, Belgrado, Serbia

 

2020
All the time that came before this moment, Kunst Raum Riehen, Basil, Svizzera, forthcoming

 

2019
Delirious – Jubilee Edition, curated by Chris Driessen and David Jablonowski, Lustwarande, Tilburg, Paesi Bassi

 

2018
Raymond, curated by Luca Trevisani, Manifesta 12, Grand Hotel et des Palmes, Palermo, Italia
ISelf Collection: Bumped Bodies, Whitechapel Gallery, Londra, Regno Unito
Décor, Frac de Pays de la Loire, Carquefou, Francia
The Reservoir of Modernism, Kunstmeseum Liechtenstein, Vaduz, Liechtenstein
Why are my friends such finks 1998-2018, BQ, Berlino, Germania

 

2017
Don’t look like a line, Pinksummer, Torino, Italia
FADE IN 2: EXT. MODERNIST HOME – NIGHT, Gallery-Legacy of Milica Zorić & Rodoljub Čolaković, Belgrado, Serbia
MANIERA 12 & 13: Christ & Gantenbein and Bojan Šarčević, Maniera, Bruxelles, Belgio
The Inner Skin: Art and Shame, Marta Herford, Herford, Germania

 

2016
Theories of Modern Ar, Stuart Shave/Modern Art, Londra, Regno Unito
Geographies of Dust and Air, Mary Mary, Glasgow, Scozia, Regno Unito

 

2015
Political Landscape: Art, Resistance, Salzkammergut Institute for Art in Public Sphere Styra / Janneum Universal Museum, Salzkammergut, Austria
An Intervention, John Hansard Gallery, Southampton University, Southhampton, Regno Unito

 

2014
The Reclutant Narrator, Berardo Museum of Modern and Contemporary Art, Lisbona, Portogallo
O Narrador Relutante, Praticas Narrativas na Arte Contemporanea, Berardo Museum, Collection of Modern and Contemporary Art, Lisbona, Portogallo
Il Piedistallo vuoto. Fantasmi dall’Est Europa – Museo Civico Archeologico di Bologna, Bologna, Italia

 

2013
After, JGM. Galerie, comissioned by Marjolaine Lévy, Parigi, Francia
Film as Sculpture, curated by Elena Filipovic, Wiels, Bruxelles, Belgio
Jupiter, Edimburgo, Scozia, Regno Unito
1966-79, commissioned by Laurent Montaron, Institut d’Art Contemporain, Villeurbanne, Francia
Drawing:Sculpture, The Drawing Room, Londra, Regno Unito

 

2012
Drawing: Sculpture, Leeds Art gallery. Leeds, Regno Unito
Thank You for the Music – How Music Moves Us, Kiasma, Museum of Contemporary Art, Helsinki, Finlandia
Hirschfaktor, Die Kunst des Zitierens, ZKM | Zentrum für Kunst und Medien, Karlsruhe, Germania

 

2011
Arbeiten aus dem Bleistiftgebiet, VAN HORN, Dusseldorf, Germania
MMK 1991-2011: 20 Jahre Gegenwart, Museum für Moderne Kunst (MMK), Francoforte sul Meno, Germania
Abstract Possible: The Tamayo Take, Museo Tamayo, Città del Messico, Messico
Suspense. Sculture sospese, Ex3, Firenze, Italia

 

2010
Premio lorenzo bonaldi per Moderna e Contemporanea di Bergamo, Bergamo, Italia
La Carillon de Big Ben, Centre d’art contemporain d’Ivry, Le Credac, Ivry sur Seine, Francia
Description and image, squatting. erinnern, vergessen, besetzen, Temporäre Kunsthalle Berlin, Berlino, Germania

“Celebration – Collection du Frac Auvergne”, FRAC Auvergne, Clermont Ferrand, Francia
SHAZAM!, c/o Gerhardsen Gerner, Berlino, Germania

 

2009
Contemporary Fine and Applied Arts: 1928-2009, Tate, St.Ives, Francia
Transitory Objects, Thyssen-Bornemisza Art Contemporary, Vienna, Austria
le Travail de riviere, Centre d’art contemporain d’Ivry – le Credac, Ivry sur Seine, Francia
Looking is political, Bergen Kunsthall, Bergen, Norvegia
Videos Europa, Le Fresnoy, Tourcoing, Francia
It’s about sculpture, Sammlung Haubrok, Berlino, Germania
Cocker Spaniel and other tools for international understanding, Kunsthalle zu Kiel, Kiel, Germania
GO EAST II, MUDAM Musee d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo
TEXTILES Kunst en het sociale weefsel, MuHKA Museum voor Hedendaagse Kunst Antwerpen, Antwerp, Belgio
Cocker Spaniel and other tools for international understanding, Ursula Blickle Stiftung,Kraichtal-Unteröwisheim

 

2008
Notorious, Frac Ile-de-France / Le Plateau, Parigi, Francia
No Information available, Barbara Gladstone Gallery, Bruxelles, Belgio
Many Challenges Lie Ahead in the Near Future, Kölnischer Kunstverein, Cologne, Germania
SEE history 2008, Kunsthalle, Kiel, germania
Eurasia. Geographic cross-overs in art, Mart, Trento & Rovereto, Italia
Vertrautes Terrain – Aktuelle Kunst in und über Deutschland, ZKM, Karlsruhe, Germania
Der große Wurf, Museen Haus Lange – Haus Esters, Krefeld, Germania
Wenn ein Reisender in einer Winternacht, MARTa, Herford, Germania

 

2007
Point de Vue, Kunstverein Nürnberg, Nürnberg, Germania
Like Leaves, Tanya Bonakdar, New York, Stati Uniti d’America
Anachronism, Argos, Bruxelles, Belgio
Thilo Heinzmann, Antoni Llena and Bojan Sarcevic, Gallery Bortolami, New York, Stati Uniti d’America
Re-trait, Fondation d’entreprise Ricard, Parigi, Francia
Après la pluie, Musée Départemental dArt Contemporain de Rochechouart, Rochechouart, Francia
Entre fronteras, MARCO Museo de Arte Contemporánea de Vigo, Vigo, Spagna
The Secret Theory of Drawing, The Drawing Room, London & Niland Gallery, Sligo, Irlanda
l’arte – enterprize, v edizione, GAMeC, Bergamo, Italia

 

2006
Personal Affairs, Museum Morsbroich, Leverkusen, Germania
Planting the tele, MaryMary Gallery, Glasgow, Scozia, Regno Unito
The secret theory of drawing, Drawing Room, Londra, Regno Unito
Dorothea von Stetten-Kunstpreis, Kunstmuseum Bonn, Bonn, Germania
Strange, I’ve seen that face before, Staedtisches Museum Abteiberg, Moenchengladbach, Germania
Stray, Para Site, Hongkong, Cina

 

2005
Menschensgladbach, Städtisches Museum Abteiberg, Mönchengladbach, Germania
36x27x10, White Cube Berlin, Berlino, Germania
Universal Experience: Art, Life, and the Tourist’s Eye, Museum of Contemporary Art, Chicago, Stati Uniti d’America
Model Modernism, ArtistsSpace, New York, Stati Uniti d’America
Material Time/Work Time/Life Time, Reykjavik Arts Festival, Islanda
It takes some time to open an oyster, Centre Cultural Andratx, Maiorca, Spagna

 

2004
Time Zones, Tate Modern, Londra, Regno Unito
Adaptive Behaviour, New Museum, New York, Stati Uniti d’America
Formalismus, Moderne Kunst, heute, Kunstverein Hambourg, Amburgo, Germania
Real World, the dissolving space of experience, Modern Art Oxford, Oxford, Regno Unito
Tracers, Witte de With, Rotterdam, Paesi Bassi
The Auschwitz Trial, 40 years later, Buergerhaus Gallus, Francoforte sul Meno, Germania
3rd Berlin Biennale, Berlino, Germania
Animals, Haunch of Vension, Londra, Regno Unito
Here & Now, Matrichit street site, Bangkok, Thailandia
Photography, Video, Mix media 2, DaimlerChrysler Contemporary, Berlino, Germania

 

2003
Deplacements, Musee d’Art Moderne de la ville de Paris, Parigi, Francia
50th. Biennale di Venezia, Clandestines, Venezia, Italia

 

2002
My head is on fire but my heart is full of love, Charlotenbourg, Copenhagen, Daimarca

 

2001
Ars 01, Kiasma, Helsinki, Finlandia
Traversee, ARC, Musee d’Art Modern de la ville de Paris, Parigi, Francia
Szenarien, Bonner Kunstverein, Bonn, Germania
Tracking, CCAC Institute, San Francisco, Stati Uniti d’America
Le Tribu dell’Arte, Galleria Communalle d’Arte Moderna e Contemporana, Roma, Italia
Le detour par la simplicite, Confort Moderne, Poitiers, Francia

 

2000
Bleibe, Akademie der Kunst, Berlino, Germania
Model, Model, NeuAachenerKunstverein, Aachen, Germania
Watou Projects, Watou, Centre Soleil d’Afrique, Bamako, Mali

 

1999
Soft Resistance, Galerie Gebauer, Berlino, Germania
Passage, Setagaya Art Museum Tokyo, Giappone

 

1998
Guarene Arte 98, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
Manifesta 2, Lussemburgo

 

Collezioni Pubbliche
MMK, Museum fur Modern Kunst Frankfurt, Francoforte sul Meno, Germania
Daimler Contemporary, Berlino, Germania
Sammlung Haubrok, Berlino, Germania
Sammlung Boros, Berlino, Germania
Städtisches Museum Abteiberg, Mönchengladbach, Germania
21st Century Museum of Contemporary Art-Kanazawa, Kanazawa, Giappone
Setgaya Art Museum, Tokyo, Giappone
Dallas Museum of Art, Dallas, Stati Uniti d’America
Kiasma, Museum of Contemporary Art, Helsinki, Finlandia
MUDAM, Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean, Luxembourg, Lussemburgo
FRAC Poitou-Charentes – Angoulême, Angoulême, Francia
FRAC – Auvergne, Clermont Ferrand, Francia
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
Fondazione Morra Greco, Napoli, Italia
BSI Art Collection, Lugano, Svizzera

Libri Tomas Saraceno

Tomás Saraceno
Spiders in motion, rainy commotion
Anno: 2023
Pagine: 120
Lingua: Inglese
Ivorypress

disponibile online

Tomás Saraceno
Tomás Saraceno – ARIA
Anno: 2020
Pagine: 200
ISBN/ EAN: 9788829703630

disponibile online

TOMÁS SARACENO: THE AEROCENE PROJECT
2017
Editore Skira
con testi di Hans-Ulrich Obrist, Eva Horn, Timothy Morton
ISBN: 885723473

disponibile online

Tomás Saraceno: Arachnid Orchestra. Jam Sessions
pubblicazione audio
pubblicata da NTU Centre for Contemporary Art Singapore
Editori: Ute Meta Bauer and Anca Rujoiu
Collaboratori: Bani Haykal, Joyce Beetuan Koh, Brian O’Reilly, Brian Massumi, Elizabeth A. Povinelli, David Rothenberg, Studio Tomás Saraceno, Etienne Turpin, Evan Ziporyn, and arachnids
Revisore di testi: Dan Koh
Book design: The Press Room
Tipografo: Kin Yiap Press
© 2017 by NTU Centre for Contemporary Art Singapore
Release in July 2017
ISBN 978-981-11-3047-2

Tomás Saraceno
Aerosolar Journeys
2017
Editors Museum Haus Konstruktiv / Wilhelm-Hack-Museum
Lingua: Tedesco / Inglese
Walther König

disponibile online

Tomás Saraceno, Ciento sesenta y tres mil años luz
Anno: 2016
MARCO, MUSEO DE ARTE CONTEMPORÁNEO DE MONTERREY
ISBN 978-607-9355-10-4

Tomas Saraceno. Becoming Aerosolar
Agnes Husslein-Arco, Mario Codognato
Anno: 2015
21er Haus, Belvedere, Vienna

Cosmic Jive: Tomas Saraceno The Spider Sessions
Ilaria Bonacossa, Luca Cerizza, William Eberhard, Gianni Garrera, Joseph Grima, Federico Nicolao, Federico Rahola, David Toop
Anno: 2014
Asinello Press, Genova

Tomás Saraceno: Cloud Specific
Meredith Malone, Igor Marjanovic, Inés Katzenstein, Tomás Saraceno, Denis Weaire
Anno: 2014
edited by by Meredith Malone and Igor Marjanovic
ISBN 9780936316352

disponibile online

Tomás Saraceno
Cloud Cities
Thomas Bayrle, Bruno Latour, Katharina Schlüter and Moritz Wesseler as well as a conversation between Tomás Saraceno, Marion Ackermann, Daniel Birnbaum, Udo Kittelmann, and Hans Ulrich Obrist.
Anno: 2011
Distanz
ISBN 978-3-942405-37-9

disponibile online

14 Bilions (Working Title),
Sara Arrhenius, Helena Granström, Nikolaus Hirsch and Jeffrey Kastner and an interview with Tomás Saraceno by Hans-Ulrich Obrist
Anno: 2011
Skira
ISBN 885720857

disponibile online

Sketchbook
Tomás Saraceno
Anno: 2009
druckcoop karlsruhe

ON AIR – TOMAS SARACENO

Photo credits Massimiliano Marchica, Andrea Balestrero and Sophie Triniac

Tomas Saraceno – On Air

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Pinksummer presenta Tomas Saraceno, invitato da Luca Cerizza

Conversazione con Tomas Saraceno, Luca Cerizza e Pinksummer

Nota di pinksummer
L’intervista, nata per il comunicato, si è dilatata a dismisura; credendo che possa offrire spunti interessanti sia rispetto all’approccio con il lavoro di Tomas Saraceno, sia al connubio arte/architettura e ai suoi risvolti di natura politica e sociale, abbiamo deciso di lasciarla integra.

Pinksummer: Superstudio nel 1970 scrivevano “In quegli anni stava diventando molto chiaro che continuare a disegnare arredi, oggetti e simili decorazioni domestiche non era la soluzione ai problemi del vivere… e ancora meno avrebbe potuto servire a salvare la propria anima”. L’architettura “radicale” di gruppi quali Superstudio, Archizoom e altri collettivi, nati nella seconda metà degli anni’60, si svincola dal pragmatismo della disciplina per progettare una filosofia di vita. Nel 1973 sempre Superstudio dichiarava: “L’architettura non tocca mai grandi temi, I temi fondamentali delle nostre vite. L’architettura resta all’angolo della nostra vita, e interviene solo ad un certo punto del processo, in genere quando il comportamento è già stato codificato”. Tu sei un architetto che fa l’artista o un artista con la formazione di architetto: pensi che l’arte la cui finalità tout court, ammesso che si possa definire finalità, è quella di informare idee, sia più adatta a sceverare i grandi temi della vita o anche solo a defuturizzare il futuro?

Tomas Saraceno: In generale cerco di lavorare lasciando agli altri il compito di categorizzare il mio lavoro. Innanzitutto bisognerebbe definire il lavoro dell’artista e dell’architetto nella storia. Per me è più interessante cercare di trovare casi interdisciplinari tra queste due aree di ricerca. Fino ad ora, mi sono trovato sicuramente più a mio agio con l’arte piuttosto che con l’architettura: nell’arte la possibilità di dilatare il processo di percezione attiva un’attitudine critica che porta a riconsiderare, re-interpretare, decifrare la tua posizione verso la realtà, verso il mondo. Se decido di guardare questa tastiera per quattro ore senza toccarla, la mia relazione non sarà più la stessa. In ogni caso possiamo applicare il termine “architettura” a un’infitnità di contesti e capire che l’architettura può essere una cosa molto più ampia… architettura del computer, architettura di una poesia….l’architettura è da tutte le parti…e non deve essere essenzialmente concepita come scienza del costruire case, città, ecc…. Mi sembra che le finalità e le interazioni tra discipline debbano essere continuamente re-inventate per ogni specifico contesto. Dopo aver operato una dissoluzione delle “discipline”, dovremmo cercare di attivare un processo di ri-attualizzare in relazione a contesti sempre mutevoli, e così riuscire a trovare un feedback per un processo di comunicazione più veloce, capace di concepire regole più elastiche e dinamiche. Forse possiamo imparare dal principio di ecologia come sistema di coabitazione tra differenti aree culturali. Questo ci aiuterebbe a comprendere la necessità del principio di cooperazione. E’ un sistema basato su principi-entità di “networks” (tutti i sistemi viventi comunicano tra di loro e condividono aree di ricerca), “cycles” (tutti gli organismi viventi vanno alimentati da un continuo flusso di materia ed energia dal loro ambiente per poter sopravvivere e tutti questi organismi producono scarti che diventano utilizzabili da altre specie. In questo modo la materia va in circolo continuamente attraverso questa rete di vita), “partnership” (lo scambio di energia e risorse in un ecosistema è sostenuto da una pervasiva cooperazione. La vita sul pianeta è sostenuta dai principi di cooperazione, “partnership” e “networking”), “diversity” (un ecosistema ha raggiunto la stabilità attraverso la ricchezza e la complessità della propria rete ecologica. Più grande è la biodiversità, maggiore la sua resistenza), “dynamic balance” (un ecosistema è flessibile, è un network in continuo flusso. La sua flessibilità è conseguenza di feedback multipli che tengono il sistema in stato di bilanciamento dinamico. Nessuna singola variabile è massimizzata; tutte le variabili fluttuano intorno ai loro valori ottimali). Sarebbe interessante ottenere questo tipo di sistema di relazioni tra arte, architettura, scienza…

P: Utopia in greco significa nessun luogo, è il nome dato da Tommaso Moro all’isola retta da strutture politiche, sociali e religiose ideali. L’utopia è una proiezione in un mondo migliore, che si contrappone alla realtà storica esistente. L’utopia trae forza dalla razionalità opponendosi alle follie dei tempi. Nel tuo lavoro è presente sia il concetto di utopia, rapportata all’uso di materiali fortemente tecnologici, che il senso di meraviglioso. La tua utopia sembra quella di costruire unità abitative, agglomerati urbani, città che siano sospese in cielo grazie al calore del sole e che possano muoversi con il movimento delle nuvole, così da superare i confini nazionali, un po’ come succede negli aeroporti. Queste unità sono contenute in palloni fatti di un materiale che hai brevettato per questo utilizzo (l’aereogel). L’utopia è qualcosa che si può realizzare oppure è un concetto instabile, che scricchiola quando si confronta con la realtà?

T.S: L’utopia esiste fino a che non si realizza. Non era utopico pensare che la gente potesse viaggiare in aereo cento anni fa? Ora cinquecento milioni di persone volano ogni anno. Nel 2010 saranno tre trilioni… L’idea di utopia è mutata continuamente a seconda delle epoche. Penso che l’individualismo che caratterizza questo periodo storico renda questo concetto instabile, fragile. Adesso c’è una coscienza sempre maggiore riguardo al concetto di sostenibilità nella nostra vita sul pianeta terra. In questo senso il mio lavoro cerca di indagare e interpretare la realtà esistente, utilizzando le innovazioni tecnologiche per nuovi obiettivi sociali. Per esempio la mia idea di Air Port City è quella di realizzare piattaforme, cellule abitative o città che galleggiano in aria, che cambiano forma e si aggregano tra loro come le nuvole. Questa flessibilità di movimento, in relazione agli stati-nazione, trova una risposta nelle strutture organizzative degli aeroporti: la prima città internazionale. Gli aeroporti sono in varie città, e sono divisi da “air-side” and “land-side”; nel “air-side” tu sei sotto legislazione internazionali. Ogni azione che commetti sarà giudicata secondo norme internazionali. “Total control under freedom”. Air Port City è come un aeroporto che vola: potrà viaggiare legalmente attraverso il mondo, usufruendo delle regolazioni degli aeroporti. Lavora su questa struttura cercando di contestare i confini politici, sociali, culturali e militari oggi accettati, per cercare di ristabilire nuovi concetti di sinergia. Un anno fa ho brevettato, con l’aiuto di ingegneri e di avvocati, una applicazione di un nuovo materiale chiamato Aerogel, da essere utilizzato in veicoli più leggeri dell’aria. Questi veicoli usano un gas più leggero dell’aria per elevarsi: elio, idrogeno, aria calda, una mescolanza di essi, o altri. L’applicazione dell’Aereogel da a questi veicoli la possibilità di volare con la sola energia solare. Questi veicoli sono l’alternativa più efficace per il futuro della nostra mobilità e la possibile “colonizzazione” del cielo. Non ci sarà più bisogno di aeroporti, cesserà l’inquinamento ambientale, saranno alternative efficienti per nuovi satelliti e attiveranno nuove possibilità di comunicazione. Questa situazione renderebbe possibile movimenti più veloci ed energicamente sostenibili, un’incredibile mobilità di persone, informazioni, dati, creando una continua ridefinizione dei confini, delle identità nazionali, culturali, razziali. Tutto si muoverebbe con maggiore facilità, creando relazioni e interazioni continue e più veloci, e la possibilità di scegliere condizioni di vita e clima preferite. Sarebbero come entità in uno stato di permanente trasformazione, simili a città nomadi. Gli zingari non ritornano mai nello stesso luogo, semplicemente perché il luogo cambia in continuazione… Air Port City è come una immensa struttura cinetica che opera in direzione di una vera trasformazione dell’economia. Ovviamente le Air Port Cities consentirebbero sviluppo senza danneggiare la biosfera, anzi migliorando le condizioni di vita sulla terra e evitando alcuni pericoli e minacce esistenti, come una possibile collisione di un meteorite, la sovrappopolazione urbana, ecc… Muovere da un “credo” personale ad uno collettivo è il primo passo per la realizzazione di questa idea. Dopo l’unione dell’Europa, si costituirà una “europeanafroamericanasianoceaniadfvdsdf”: come le derive dei continenti all’inizio del mondo, le nuove città cercheranno la loro posizione nell’aria, per poi trovarla nell’universo. Da Cirrocumulus a Cirrocumuluscity!
Immagina: intorno al mondo senza passaporto! Sarebbe importante raggiungere un nuovo accordo internazionale che permetta ai cittadini di avere più di un passaporto, e ai cittadini senza stato di avere un passaporto delle “Unite Nazioni”, che gli dia diritti umani di base nei paesi in cui sono ospiti permanenti o temporali, come sostiene Majid Tehranian in Worlds on the move. Purtroppo, come nota Yonathan Friedman, al momento solo il 2% della popolazione mondiale migra. La mia idea di città e civiltà incoraggia una mobilità continua. Se, come sostiene Lewis Mumford, le città hanno avuto origine dalle necropoli e quindi dal culto dei morti, oggi abbiamo siti internet che mettono in orbita le ceneri dei morti, al motto di “Ashes to Ashes…Dust to Stardust”! La storia sembra che si stia ripetendo: siamo pronti per le città volanti!

P: Buckminster Fuller una volta ha detto: “La nave spaziale Terra è stata così straordinariamente ben inventata e progettata rispetto alla nostra conoscenza che gli umani sono stati a bordo di essa per due milioni di anni senza nemmeno sospettare di trovarsi a bordo di una nave”. Newton sosteneva che la gravità è la forza dalle oscure cause che regge il cosmo. La ricerca di trasparenza e leggerezza nel tuo lavoro sembrano opporsi alla legge che incatena la corporeità: il volo è antica metafora di libertà? Il cielo è una realtà al di fuori del luogo che imprigiona?

T.S: Rivoluzione! Pensa al fatto che l’invenzione del pallone ad aria calda e idrogeno è avvenuto come mezzo di fuga e protezione, verso il 1780, nell’epoca della rivoluzione francese. E’ significativo che durante quel tempo di incertezze, la gente guardasse il cielo per poter fuggire alla realtà in terra. Il pallone costituì un grande mezzo per livellare le disuguaglianze nella società francese. L’aristocrazia poteva avere grandi quantità di terreno, ma il cielo era libero e apparteneva a tutti… E così, più avanti nella storia, quando una società attraversa una fase traumatica, la gente cerca rifugio nel cielo per sfuggire al caos e all’incertezza. Brian Charlesworth ha scritto: “As we emphasized several times already, natural selection cannot foresee the future, and merely accumulates variants that are favourable under prevailing conditions. Increased complexity may often provide better functioning, as in the case of eyes, and we then will be selected for. If the function is no longer relevant to fitness, it is not surprising that the structure concerned will degenerate.”

P: Cosa presenterai da pinksummer?

*T.S : In-formare l’aria: Air under different pressure… Due entrate dell’edificio ti portano sotto differenti “pressioni” dell’aria. Se sali per le scale finisci all’interno della galleria: qui la “pressione” è più alta ma non abbastanza da farti saltare i timpani (air-pop). Prendendo invece l’ascensore, un’altra scala ti porta sul tetto di una nuova stanza dentro al medesimo ambiente della galleria, con una minore pressione. Una membrana di pvc trasparente spessa sei millimetri e alta sei metri farà respirare la galleria, lasciandoti sospeso in aria… la tua ombra come un affresco proiettata sul soffitto. “Pneu”: base di tutta la natura. “Pneuma”: aria. “Pneumatos”: respirare. “Pneo”: vivere-dimorare. Sarà come un organismo vivente, uno spazio che reagisce e “si comporta”. Una sezione di una Air Port City, volendo. 513 m3 di respiro ti sollevano, ti svincolano da terra e ti vincolano agli altri. Una nuova mediazione dello spazio: come tutta l’architettura deve mediare in qualche modo tra un contesto esteriore e interiore, la terra media ed è protetta dallo spazio esteriore dall’atmosfera, ma è in uno stato di permanente instabilità. Due pressioni, la stessa aria: Genova e il Mediterraneo. Un segno nel cuscino-Europa… Se condividi uno stesso volume d’aria, uno spazio ermetico, renderai l’aria così solida da soffocarti. L’entrata e l’uscita della gente nello spazio inferiore permetterà, allora, il ricambio dell’aria. La massa della gente sospesa in alto determinerà l’intensità di questo ricambio. Così come succede con i venti, locali o globali, prodotti dalle sacche di aria che si muovono intorno alla terra, nel loro tentativo di equalizzare la temperatura e la differenza di pressione. Marx ha scritto: “all that was solid had melted into air” (tutto ciò che era solido si è trasformato in aria).

Luca Cerizza: Mi viene in mente una frase di una canzone recente dei Blonde Redhead: “Behind these clouds, I am almost home…”

P: Alla prima presentazione stampa di Genova 2004, capitale europea della cultura, a proposito della sua mostra “Arti e Architettura” Germano Celant affermò che l’architettura è in questo momento storico più alla moda della moda. Crediamo che la moda e le mode nascano da una necessità e, di fatto, da qualche anno c’è molta attenzione verso l’architettura, e anche il mondo dell’arte manifesta fortemente questo interesse. L’architettura intesa come proiezione intellettuale che tende a un mondo migliore. Ogni architettura ambisce a essere uno spazio per vivere e agire bene. Credi che questo interesse per l’architettura sia una manifestazione tangibile del fatto che ci siamo lasciati alle spalle i decenni ‘80 e ‘90, connotati dall’individualismo, prima euforico e poi depresso, per entrare in una fase d’impegno, vero o presunto, dal punto di vista politico e sociale?

L.C: Innanzi tutto bisognerebbe chiedersi cosa intendiamo per “architettura”. Oggi mi sembra un termine più che mai elastico e complesso, che non significa certamente solo grandi edifici più o meno istituzionali e “firmati”. Architettura può essere una tendopoli, un campo di prigionia, una base militare, lo spazio della Rete, un vestito. Qualunque cosa si intenda, mi sembra che, sul binomio arte-architettura, convergano esigenze e urgenze diverse. Da una parte assistiamo, da alcuni anni, ad una sempre più capillare ibridazione dell’arte contemporanea con altri linguaggi, in un dialogo costante con tutte le sfere della creatività e della conoscenza. L’architettura e l’urbanistica sono tra queste. Si cerca sempre di più una relazione e un confronto tra artisti, architetti, urbanisti, pensatori; un terreno comune di scambio e di riflessione, senza divisioni di “casta”. Sicuramente c’è un rinnovato impegno di analisi e polemica politico-sociale da parte di artisti, critici, teorici, curatori e il conseguente tentativo di immaginare soluzioni alternative ai problemi del costruire e dell’abitare, nel senso più ampio dei termini. E quindi una rinnovata attenzione per quelle che sono le modalità del vivere quotidiano ad ogni latitudine, con gli squilibri e le trasformazioni, le massicce migrazioni, la straordinaria urbanizzazione, i problemi demografici, le grandi urgenze ambientali, l’impatto delle nuove tecnologie sul fare architettonico e sul nostro modo di vivere, sul portato simbolico e politico dell’architettura. Arte e architettura si incontrano anche nel museo: il cosiddetto “effetto Bilbao”, emerso in seguito alla costruzione del museo di Frank Gehry e alla conseguente “massificazione” della fruizione dell’arte contemporanea, ha rinnovato il dibattito sulla portata simbolica ed ideologica dell’istituzione-museo. Poi, a processo già iniziato, c’è stato l’11 settembre. L’evento con cui si è chiuso il ventesimo secolo, l’immagine che si è appiccicata con più forza nella memoria collettiva globale, è legata alla distruzione drammatica di un edificio, che era poi uno dei simboli dell’Occidente, per le funzioni che conteneva e per quello che rappresentava visivamente e culturalmente. Insomma, mi sembra qualcosa più di un trend passeggero, anche se questo pericolo ovviamente esiste. Ma la mostra si ferma all’anno 2000, e probabilmente aggira il dibattito su questa e altre urgenze legate all’architettura e all’urbanistica. Per quanto mi riguarda è sempre stato un interesse per le poetiche e le problematiche dello spazio, inteso in modo molto ampio, ad avermi spinto a lavorare su queste ibridazioni e relazioni. Anche quello che ho fatto con la musica elettronica va in questa direzione. Ovviamente il fatto di essermi trasferito a Berlino nel 2000 ha avuto una forte influenza, sia per l’identità e la storia della città, che per il suo ambito culturale e artistico.

P: In Italia I “giovani curatori”, ancor più dei “giovani artisti”, tendono a rimanere “giovani” per sempre: non accade quasi mai che vengano chiamati, per mettere a disposizione il sapere fresco della militanza, da un “curatore anziano”, ovviamente più rassicurante rispetto agli investimenti politici, a collaborare a una grande rassegna con un grande budget. Nei giorni in cui pinksummer inaugurerà la mostra di Tomas Saraceno, che tu hai invitato, a Genova ci sarà l’apertura del colossal “Arti e Architettura” di Celant. Siamo felici che la nostra città abbia investito finalmente sul contemporaneo e che l’esposizione sia curata da un professionista in grado di dare garanzie qualitative , ma ci piacerebbe sapere su quali basi avresti lavorato per una sezione non ancora storicizzata della mostra.

L.C: In verità non so molto della mostra ed è difficile parlarne senza averla ancora vista. Dalle informazioni che ho posso immaginare, e forse non potrebbe essere altrimenti, una mostra di carattere “generalista” e di ampio respiro storico e spettacolare, piuttosto che strettamente d’attualità e/o militante. Concentrata semmai sul potere di seduzione, forse un po’ hollywoodiano, dell’immaginario architettonico e sulle sue grandi firme. Da quello che s’intuisce dalla lista degli artisti più giovani invitati, che comunque sono tutti di grande qualità, posso dire che avrei esteso la selezione a personaggi attenti soprattutto alle dinamiche urbanistiche, sociali e politiche di respiro più ampio, piuttosto che al rapporto con la forma simbolica e architettonica dell’edificio. La lista sarebbe infinita, ma direi che avrei avuto uno sguardo più attento alle dinamiche “macro” che a quelle “micro”, all’urbanistica più che alle forme dell’architettura, magari proprio attraverso l’analisi di contesti e situazioni specifiche e locali. Per esempio, sarebbe stato interessante presentare ricerche sulle comunità sociali “alternative”, sugli sviluppi urbani delle megalopoli contemporanee, sulle tensioni odierne legate alla globalizzazione, ai confini, alle identità culturali, alle problematiche ambientali, alla sostenibilità ecologica, e sicuramente attraverso uno sguardo meno precisamente occidentale. Un’attenzione verso architetture marginali, non-ufficiali, ibride, precarie, improvvisate, nomadi, per esempio. Se poi ci fermassimo al rapporto con l’edificio, mi sembrerebbe interessante riflettere sull’impatto delle nuove tecnologie sull’architettura, verso la creazione di un ambiente sempre più flessibile, dinamico, continuamente ri-definito, dove le categorie spazio-temporali tradizionali sono messe in crisi. O, sulle sempre più urgenti questioni legate al rapporto tra spazi pubblici e privati, in relazione alle problematiche sociali, al consumo e all’intrattenimento, per esempio. Insomma, da una parte un’analisi più decisamente “sul campo”, dall’altra una visione sul futuro, magari collegandosi proprio a quella stagione importante e stimolante della ricerca architettonica che lo stesso Germano Celant definì tanto tempo fa “radicale”. In questo senso, ci sono moltissimi esempi di ricerche condotte da artisti internazionali (Tomas Saraceno è tra questi) e da alcuni bravi artisti italiani che riprendono e attualizzano le premesse di quegli anni, a confronto con nuove esigenze. Ma è una storia di cui si è appropriata più l’arte e l’architettura straniera (penso all’Olanda e alla Francia per esempio) che quella italiana. Sarebbe interessante “bringing it all back home”, per dirla con Dylan… Inoltre mi sembra veramente difficile dimenticare che a Genova, in un passato molto recente, mentre la cittadinanza era invitata a sistemare con cura le fioriere, si è verificato uno degli episodi più inquietanti e violenti di “militarizzazione” del tessuto urbano, durante i giorni del G8. Un momento di grande forza simbolica delle tensioni tra diverse visioni sociali e politiche odierne, sul terreno reale della città, e di una città morfologicamente così particolare come Genova. Direi che proprio da Genova potrebbe iniziare un’analisi su queste problematiche che sono state, ancora una volta, tema di dibattito, più all’estero che in Italia. Ma è scontato dire che questo creerebbe più di un imbarazzo a chi ha sponsorizzato questa manifestazione…

P: Raccontaci come hai conosciuto Tomas Saraceno, qual’è il primo lavoro che hai visto e cosa ti ha intrigato.

L.C: Penso di aver sentito parlare di lui e del suo lavoro da amici comuni alla Städelshule di Francoforte, dove Tomas ha studiato nella classe di Peter Cook, uno dei fondatori di Archigram e ancora adesso attivissimo pubblicista e architetto. Forse l’ho incontrato per la prima volta alla Tate di Londra, alla mostra di Olafur Eliasson, per cui ha lavorato per qualche mese e con cui ha collaborato in alcuni progetti. Poi ha partecipato ad una collettiva a Berlino e ho cercato di contattarlo. Abbiamo iniziato a comunicare per email e poi, quando era di passaggio a Berlino qualche mese fa, l’ho incontrato e abbiamo parlato a lungo. Direi che sia stato soprattutto il pensiero e la ricerca di Tomas ad interessarmi, piuttosto che un singolo lavoro. La sua mi sembra, per dirla con Yona Friedman, una “utopia realizzabile”. Mi affascina la forza, il coraggio e l’onesta della sua visione, che tocca alcuni temi e interessi su cui ho lavorato in questi ultimi anni con una certa continuità: poetiche dello spazio, dinamiche sociali, sensibilità ecologica, immaginari di un futuro possibile, tra architettura, scienza e politica. Mi interessa il suo legame con alcune ricerche della stagione dell’architettura cosiddetta “radicale” in direzione di forme di socialità e di aggregazione future. Penso che Tomas sia un artista generoso e ottimista, ma allo stesso tempo non ingenuo, con un atteggiamento critico ma fortemente costruttivo. E questo mi piace. Sono convinto che questo tipo di tensione sia quanto ormai urgente in questa fase storica, quando sembra che l’irrazionalità e la violenza rendano impossibile pensare a nuove e migliori forme di comunità e di società civile.

L’installazione sarà visibile fino al 10 Gennaio 2005

BIOSPHERE MW32 AIR-PORT-CITY – TOMAS SARACENO

Photo credits Rokma

Tomas Saraceno – Biosphere MW32 Air-Port-City

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La concezione del mondo, nei tempi, è dipesa in minima parte dalle idee scientifiche: rifletteva maggiormente i bisogni morali e sociali. Un vizio di tutte le epoche è stato quello di provare la morale che il potere di turno professava forzando la scienza in quella direzione. La fisica ellenica dell’eterno ritorno fu rigettata a favore dell’evoluzione lineare a opera di alcuni teologi che all’inizio dell’era cristiana non accettarono di sottomettere la
storia sacra, di stampo creazionista, alle alterne vicende di distruzione e rinascita del mondo naturale. In breve, la natura è sempre stata identica a se stessa, ma l’uomo ha visto in essa volti diversi a seconda delle epoche. Adesso però, l’umanità, per la prima volta nella storia, si trova a dover decidere le sorti, non tanto del pianeta Terra, quanto delle condizioni che hanno reso possibile la vita, la vita umana, su questo pianeta. Ammesso che si tratti di politica e non di etica, tale politica ha un carattere cosmico: la questione non è più di destra o di sinistra, ma la scienza in questo caso chiama la politica a agire e agire in fretta. La deforestazione e l’immissione nell’aria di carbonio, prelevato dal sottosuolo, non sono che effetti, la cui causa è un atteggiamento di matrice
neolitica di alterità rispetto al mondo. In questo senso, considerando che pinksummer è una galleria di arte contemporanea, ci piace l’idea di presentare un secondo progetto di Tomas Saraceno a qualche giorno dall’assegnazione del Nobel per la pace a un politico per aver promosso la pace non tra uomini e uomini, ma tra l’umanità e la Terra, seguendo le vie indicate dalla scienza.
Tomas Saraceno è un positivista, il cui misticismo laico impone una visione dell’arte che esula da presupposti ludici e di piacere dei sensi in sé. Nel lavoro di Saraceno prevalgono esigenze di operatività e di concretezza, sia in termini progettuali, sia riguardo alla sensibilizzazione attuata attraverso la conoscenza e la riflessione che le sue opere smuovono, sintetizzando una visione del mondo nel contempo scientifica, morale e estetica e anche magica, perché il mistero ha una grande influenza nell’intimità dei pensieri più razionali.
Einstein affermava che la cosa più bella è dimostrare il lato misterioso della vita, il sentimento profondo che si trova alla sorgente dell’arte e della vera scienza. Saraceno ha ereditato da Buckminster Fuller la concezione del mondo come sistema, in cui ogni singola parte, ogni singolo essere è legato all’altro e al tutto da una trama invisibile di relazioni, un concetto olistico che restituisce l’idea di insieme come qualcosa di sinergico, estremamente più efficace e potenziato rispetto alla semplice somma delle singole parti.
Ogni progetto di Tomas Saraceno è da intendersi come un’unità organica, un subsistema che si relaziona al sistema del suo pensiero restituendoci l’idea di utopia, intesa come via di fuga, non nel sogno, ma in una alternativa concreta che non deresponsabilizza il piccolo individuo di fronte alle scelte di macropolitiche scellerate. Solo l’individuo è sufficientemente libero da non preoccuparsi di piacere ai capi, sosteneva Fuller, la cui critica all’architettura modernista fu durissima, arrivando ad affermare che lo stile internazionale introdotto in America dal Bauhaus non si preoccupava di conoscere la meccanica strutturale o la chimica, ma si limitava a convincere gli industriali a cambiare la forma delle maniglie. Un po’ come Henri Poincaré sosteneva in “La scienza e l’ipotesi”, per sperimentare bisogna liberarsi da idee preconcette, condizione difficile considerando che lo stesso linguaggio è impastato di idee preconcette; alla stessa maniera Fuller affermava che l’architettura universale, sintesi di spazio, tempo e sviluppo, non può esistere se non liberandola dalla dipendenza dalla materia esistente. Solo muovendo dalla progettazione dei materiali, l’architettura può compiere quella rivoluzione atta a fornire delle risposte etiche ed estetiche alla collettività che trascendano la logica del riparo e dal monumento. In questo senso si muove
Tomas Saraceno, il cui lavoro, abbattendo le barriere disciplinari e la concezione preistorica dell’uomo contro la natura, promuove l’integrazione con essa e con l’energia e le risorse che essa ci fornisce. Dopo l’esperimento “On Air” del 2004, pinksummer è felice di presentare un nuovo progetto di Tomas Saraceno: “Biosphere MW 32” .

L’opera installata nel Cortile Maggiore rimarrà visibile fino al 17 novembre, la mostra in galleria fino al 7 dicembre.

Si ringrazia:

Oscar Podda
Parfiri srl
Sharjah Biennial

CLOUD CITIES – TOMAS SARACENO

Photo credits Francesco Cardarelli

Tomas Saraceno – Cloud Cities

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Tomas Saraceno ci fu presentato da Luca Cerizza, era il 2004. La prima volta che lo incontrammo fu in occasione dell’attualizzazione di “On-Air” nel vecchio, assurdo salone da ballo tardo cinquecentesco di Pinksummer, in Via Lomellini. Tagliò corto rispetto ai convenevoli di saluto, chinandosi subito a rovistare dentro a una borsa piena di cose, da cui estrasse, per primo, un contenitore, nel quale ci invitò a infilare la mano. La sostanza all’interno, al tatto, poteva essere qualcosa di estremamente soffice o anche di polveroso. Non lasciò alcuna traccia sulla pelle. Saraceno ci chiese di mettere la mano sotto al rubinetto, l’acqua scivolò sulla pelle accumulando sul palmo della mano perle trasparenti, curiosamente precise e ipercinetiche, come le sfere di mercurio quando i termometri cascano frantumandosi. Quella materia tanto sottile e leggera da incapsulare l’acqua era aerogel, Saraceno ci spiegò che si trattava di una sostanza costituita da polvere di silicio, per niente nuova, era stata brevettata da uno scienziato nel 1931, e concluse che con essa avrebbe costruito Airport-City. Ci balenò che Tomas Saraceno fosse un architetto vero, un architetto italo-argentino che aveva scelto come base Francoforte dopo la laurea in Architettura conseguita a Buenos Aires e la Stadtschule, infine lo IUAV a Venezia; di fatto a tutt’oggi non si è ancora trasferito a Berlino come avrebbe fatto un artista vero.
Le sue laconiche spiegazioni ci fecero assimilare Airport-City a ciò che Heidegger aveva definito Raum: uno spazio sgomberato atto ad accogliere un insediamento di coloni, delimitato, per accidente, da un luogo piuttosto che da un altro. Da lì a pochi giorni Pinksummer sarebbe stata il luogo da cui “On-Air”, la prima megastruttura realizzata da Tomas Saraceno, avrebbe tratto l’essenza e il limite, dove per limite s’intende anche il punto in cui le cose hanno origine.
L’abitudine di Saraceno è quella di pensare spostandoli i limiti, non solo quelli poietici, ma anche pragmatici, ci riferiamo all’idea di budget, ciò trasformò “On-Air”, come in generale tutti i successivi grandi progetti di Tomas Saraceno, in un’avventura matta e bellissima, un gioco, una festa in cui l’artista riesce a coinvolgere chi gli sta attorno, allora una banda di disperati tra cui noi e Cerizza, a lavorare giorno e notte. I ragazzi che lavorano nello Studio a Francoforte, nato qualche anno dopo, conoscono fin troppo bene questo aspetto sperimentale, partecipativo, che comunica nel contempo angoscia e eccitazione, del discorso di Saraceno, tendente a rimanere “per via” fino all’istante prima dell’inaugurazione; dietro, a rassicurare, c’è la sua progettazione (ma rispetto a “On-Air”, essendo la prima volta, tale precisione ci era dato solo d’intuirla).
Da allora sono passati sei anni, ma circa il percorso di Tomas Saraceno sembra passata assai più acqua sotto ai ponti, c’è stata una seconda personale da Pinksummer nel 2007, e tante, tante mostre istituzionali di grandissima importanza, tra cui la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2009, su cui è stato versato un lago di inchiostro.
Rispetto all’idea heideggeriana di Raum, lo sgombero nella pratica di Tomas Saraceno riguarda proprio l’esattezza dell’architettura, le sue verità, non solo riguardo al gotico e al georgiano di cui si voleva sbarazzare il Buckminster Fuller poeta. Tomas Saraceno in qualche modo ha tradito l’architettura con un atto etico-teoretico di paradossale fedeltà, recuperandone il nucleo più eccessivo e radicale per seminarlo altrove, in un terreno già concimato dall’eccedenza. Si potrebbe arrivare a dire che l’arte di Saraceno è più architettura dell’architettura stessa, sia in rapporto allo spazio che alla fenomenologia temporale. In Saraceno i tre momenti del tempo: futuro, presente, passato, rimangono aperti ognuno alle possibilità dell’altro. La temporalità di Saraceno è estatica, circolare: muovendo dal futuro (le nuove possibilità aperte dalla scienza e dalla tecnica, i suoi progetti), Saraceno arriva al presente, dischiudendo i potenziali repressi che il passato non è riuscito a realizzare. In questo senso per Saraceno l’avvenire è contenuto nel passato, per questa ragione di “On-Air” non si è mai fatto scrupolo di dichiarare che è squisitamente Ant Farm.
Saraceno è un grande ammiratore di Yona Friedman: per lui l’imprecisione, non l’esattezza, è sinonimo di verità nel suo significato etimologico più autentico di disvelamento, ricerca, un discorso che Saraceno radicalizza fino a non tollerare di vederlo concludere, fosse anche dentro a una infrastruttura.
Dal retaggio passato, partendo forse da Boullé passando sicuramente da Fuller e poi Archigram, Superstudio, Metabolist, Cedric Price, Yona Friedman, ha ereditato la fede nella scienza e nella tecnica, non intesa come tecnocrazia imperialista finalizzata a se stessa e all’idea di supremazia che ha reso la natura un mero oggetto di dominio e di sfruttamento, bensì un “positivismo” che avvicina l’uomo all’esperienza sensibile e fa dell’esserci una comunione.
Quando Tomas Saraceno lavora alle sue sperimentazioni estreme nella natura più remota è felice, accumula energia e la trasmette, tanta. Poco tempo fa rispondendo al suo disappunto per il traffico urbano, gli consigliammo una motocicletta, lui rispose svelto che andare in motocicletta è pericoloso. Annuimmo ragionando però tra noi e noi, dove quel Peter Pan avesse nascosta tutta quella prudenza adulta e responsabile, mentre senza alcuna protezione rideva felice e abbronzato come un campeggiatore hippy dei Settanta, accovacciato dentro a una tenda sospesa a metri e metri di altezza su un lago argentino, sostenuta esclusivamente dal vento e dai suoi palloni, nel video “Sky Elevator”.
Heidegger, ancora lui, affermava che l’opera d’arte non è la riproduzione poetica della realtà esistente e tantomeno la rappresentazione della sua essenza. Il tempio greco non riproduce niente, si erge semplicemente nella natura per raccogliere la vita intesa come tensione tra la nascita e la morte, rispecchiando l’uomo e il suo destino di finitudine e, nel contempo trascendendolo per spingersi fino alla sorgente: il limite dell’inizio dove per logica, come raccontò Anassimandro, tutte le cose devono di necessità ritornare (più che una speranza, un pensiero positivo).
Di questo comunicato stampa Saraceno si lamenterà: “Troppo nostalgico, troppo Heidegger e Cloud City e le mie ragnatele?”. Di Cloud City e delle ragnatele riverberanti la formazione delle galassie nei tempi, racconterà con più efficacia delle parole, Tomas Saraceno stesso anche in questa terza personale da Pinksummer.

TOMAS SARACENO

Photo credits Francesco Cardarelli

Tomas Saraceno

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Non che non sarà una bella mostra certo, questa personale di Tomas Saraceno da Pinksummer. Sarà una specie di paese delle meraviglie.
Ci sarà il grande Iridescent Planet nel Cortile Maggiore, quello antistante alla galleria, prodotto in occasione del Festival La storia in piazza da Palazzo Ducale, Fondazione per la Cultura, di cui questa mostra oltre a sussumere il titolo, è collegata da un’arpa di luce arcobaleno, come fosse un ponte. Dentro, in galleria, ci sarà un video editato di zecca e anche un kite, un aquilone in forma circolare, anch’esso vestito da Iride, che potrebbe anche volare davvero, e dialogare con il vento, come uno strumento sciamanico, capace di dinamizzare le energie, intuendone con semplicità la direzione e assimilandone il ritmo.
Questa volta, però non la faremo lunga sulla mostra di Pinksummer, perché a Villa Croce si sta informando un progetto assai speciale e del tutto inedito di Tomas Saraceno, il cui titolo è Cosmic Jive: Tomas Saraceno The Spider Sessions, una mostra curata da Ilaria Bonacossa e Luca Cerizza, accompagnata da un libro altrettanto speciale, a cura di Joseph Grima, pubblicato da Asinello Press, Genova.
Ammesso che qualcuno volesse un consiglio, propedeutico a esperire con maggiore agio la mostra di Villa Croce, consiglieremmo, senza l’ombra di un dubbio, di vedere Prova d’orchestra, diretto da Federico Fellini nel 1979, proiettandoselo, per mimare Strehler, nella placenta evasiva di una stanza buia da telespettatore, tentando di rispondere alla domanda felliniana messa in bocca all’arpista, perché chi suona l’arpa sa che esistono altre dimensioni: “Ma dove va la musica quando non suoni più?”.
L’altro film da consigliare in vista della mostra, sarebbe invece recentissimo, da vedere al cinema, è Only lovers left alive (Solo gli amanti sopravvivono) di Jim Jarmusch, perché potrebbe contare qualcosa sapere che nel cielo sopra alle nostre teste, splende una nana bianca, il cui nucleo raffreddandosi, si è cristallizzato in un diamante gigantesco di trilioni di trilioni di carati. Una nana bianca che suona nell’universo la sua sinfonia purissima.
Un’altra cosa: un amico, a proposito di Saraceno e dei ragni, ci ha consigliato di leggere il libro di Marc Fumaroli Le api e i ragni. La disputa degli antichi e dei moderni, alla luce del quale potremmo azzardare che le modalità di Saraceno, anche quando ibrida le ragnatele, assomigliano più a quelle dell’ ape, che non a quelle del ragno. Di fatto l’autofagia dogmatica moderna del ragno, che trae da se stesso la materia per la tessitura, non appartiene tanto a Saraceno. Le api invece carpiscono dai mille fiori che crescono nella natura, la materia da trasformare in miele e in cera.
Come le api e gli antichi, Saraceno sembra sapere che l’idea di creazione artistica è una fantasia romantica, e che l’opera è un distillato del trovare e del ritrovare, l’opera è il risultato di un processo di elaborazione e di trasformazione del preesistente e che l’umanità contemporanea ad ogni tempo, non è che un nano sulle spalle di un gigante.

DARK COSMIC WEB – TOMAS SARACENO

Photo credits Francesco Cardarelli

Tomas Saraceno – Dark Cosmic Web

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Dark Cosmic Web, la personale di Tomás Saraceno per Pinksummer Goes to Rome, in Via del Vantaggio 17/A a Roma, appare come una lente gravitazionale che ci conduce lungo i filamenti della materia oscura, all’intersezione dei quali si ammassano galassie e mondi. Una ragnatela cosmica estesa miliardi di anni luce, la cui densità filamentosa invisibile, assimilata dall’artista alla serica struttura della ragnatela, costituisce la massa più cospicua di materia nel nostro universo. Un’architettura flessibile che trattiene i corpi celesti, opponendo resistenza all’energia oscura o “quintessenza”, così chiamata dagli astrofisici in onore del grande stagirita: Aristotele in questo modo definì l’etere rotante. Una forza antigravitazionale potente e misteriosa che sembra spingere l’universo verso la rarefazione accelerata, dal “Big Bang” al “Big Strip”, evento quest’ultimo, che provocherebbe la disgregazione di ogni concrezione materica, dal macro-cosmo dei mondi al micro-cosmo delle particelle, lasciando solo il buio e il freddo infiniti della stravagante bassa entropia centrifuga.
Anche nella mostra Dark Cosmic Web, come in tutta la sua opera, Saraceno con i suoi ibridi di ragnatela, effetti causati dalla collaborazione indotta in successione tra ragni di specie diversa, restituisce un modello olonomico del cosmo. Con l’introduzione del suono, presentato per la prima volta nella mostra personale Cosmic Jive (2014), al museo d’arte contemporanea di Villa Croce a Genova, accompagnata da un libro con contributi disciplinari altrettanto screziati, Saraceno ha trasformato lo spazio vuoto dell’universo, in un pieno pervasivo e denso d’informazione vibrazionale. Suoni che disintegrano il tempo lineare come si può distruggere l’illusione generata da un’interferenza, provenendo da un altrove così remoto in termini spazio-temporali, da apparire inimmaginabile. I suoni che Saraceno campiona per creare la sua “sinfonia mondana”, sono quelli carpiti, con strumenti sofisticati da biologo, dai ragni che, per scopi diversi, dalla caccia all’amore, pizzicano la ragnatela come fosse un’arpa, mixati poi, con quelli registrati delle agenzie spaziali. Proprio lo scorso febbraio l’osservatorio Ligo, ha rilevato per la prima volta un’onda gravitazionale, deformazioni della curva spazio-temporale previste dalla teoria della relatività generale di Einstein, proveniente dalla fusione di due buchi neri, avvenuta tra i 600 milioni e 1miliardo e 800 milioni di anni luce fa, il cui spiraleggiare vorticoso l’uno verso l’altro, è giunto a noi veicolato da un suono, che è stato comparato a un cinguettio in crescita fino al sopraggiungere della quiete dell’ atto consumato. Il suono farà vibrare anche la mostra “Dark Cosmic Web”, strappandoci per un istante dalle coordinate cartesiane, come dentro a un déjà vu che lascia intuire istantaneamente la multidimensionalità dell’universo, in cui passato presente e futuro si addensano di necessità, nel buco nero della contemporaneità.
Dopo questa introduzione che tratteggia rozzamente la personale di Tomás Saraceno da Pinksummer Goes to Rome, è con grande piacere e gratitudine che lasciamo la lettura dirigersi su un testo che tratterà finalmente in modo pertinente di materie e energie cosmiche oscure, a cui la mostra si congiunge con l’equilibrio e l’armonia anti-retorici che contraddistingue l’opera di Saraceno , scritto appositamente in occasione di Dark Cosmic Web dall’astrofisico Gianluca Masi.

Cogliamo infine l’occasione per ringraziare Ilaria Bozzi Ferri e Flavio Ferri che ci hanno condotto temporaneamente a Roma con Gate.

La materia cosmica, tra luci e ombre

“Non è tutto oro quello che luccica” (“All that glisters is not gold”). Così si legge, alla fine del XVI Secolo, nelle immortali pagine de “Il Mercante di Venezia” (atto secondo, scena settima) di Shakespeare (1564-1616), che riprende un detto probabilmente più antico. Il tutto mezzo secolo dopo che a Norimberga era stato dato alle stampe il prezioso “De revolutionibus orbium coelestium” di Copernico (1473-1543), con cui il grande polacco consegnò alla storia la propria visione eliocentrica del mondo. Nella seconda metà del XVII Secolo, poi, Isaac Newton (1642-1727) scolpirà nei suoi “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” le leggi della dinamica e la fondamentale, così nobile nel nome, legge della gravitazione universale.
Intorno all’interazione sovrana del cosmo, quella gravitazionale, si costruisce l’imponente edificio della teoria fisica probabilmente più celebre nel mondo moderno, quella della relatività generale, il cui padre Albert Einstein (1879-1955) è un’inconfutabile icona del nostro tempo, diremmo pure un personaggio à-la-page. Fisica della gravità, fisica dei quanti, big bang, espansione dell’Universo: argomenti questi che sono parte, almeno lessicalmente, della nostra cultura. Proprio nella cornice della relatività generale, la cosmologia costruisce, non senza sforzi, i suoi modelli e traccia i propri percorsi interpretativi dell’Universo fisico nel quale siamo immersi.
Un processo evolutivo, quello della nostra conoscenza del Cosmo, che tiene conto di nuovi dati, nuove evidenze, nuovi spunti, tutte le volte che strumenti sempre più audaci e tecnologicamente avanzati catturano qualche inedito dettaglio. Un processo che ci ha costretti molte volte, e senza dubbio continuerà a farlo, a rivedere le nostre convinzioni, le nostre teorie, in certi casi addirittura a smantellarle. Nulla di grave, beninteso. E’ questo il modo proprio d’incedere, quello naturale, della scienza: un suo punto di forza, non una sua debolezza. Si potrebbe quasi chiamare la sua “onestà”.
Non abbiamo però dimenticato che, nell’esordire con questo scritto, abbiamo scomodato il grande Shakespeare, apparentemente così lontano dalla scienza, citandone un frammento che è invero un proverbio. Un detto che stigmatizza il valore, perché talvolta evidentemente forviante, di ciò che brilla, di ciò che è luminoso. La citazione, ben lungi dal voler essere qui un monito o un suggerimento, vuole piuttosto dirigere nella giusta direzione queste nostre considerazioni scientifiche, che appaiono a margine dell’esposizione del lavoro di Tomás Saraceno.
Di quel motto a noi interessa il valore notoriamente attribuito a ciò che luccica, metafora dell’oro… ma non sempre, a quanto pare. Il grande poeta inglese, raccogliendo forse il monito di Esopo (620 a.C.?-564 a.C.), ci ricorda infatti che tale luccichìo può abbagliare, facendoci prendere lucciole per lanterne. Questa vocazione a dare grande valore a ciò che brilla la ritroviamo, su un terreno più propriamente astronomico, nelle parole di Sir Frederick William Herschel (1738-1822), il più grande astronomo osservatore di tutti i tempi, parole oggi assurte a motto della Royal Astronomical Society: “Quicquid nitet notandum”, “tutto ciò che brilla dovrebbe essere osservato”.
Ecco: chissà cosa penserebbero oggi i nostri padri, come riformulerebbero queste loro perle di saggezza se sapessero che molta della preziosissima materia che compone l’Universo non brilla, non luccica, non risplende. Non si propone proprio, sfacciatamente, come “oro gravitazionale”, mimetizzandosi piuttosto contro il velluto nero della notte cosmica. Essa è, semplicemente, materia oscura. C’è, ma non si fa vedere, almeno non ordinariamente, restando invisibile su tutto lo spettro elettromagnetico, luce compresa. Eppure si fa sentire, a modo suo.
Questo modernissimo tema della cosmologia contemporanea è nato circa un secolo fa. I prodromi più convincenti derivano dagli studi di Fritz Zwicky (1898-1974) sugli ammassi di galassie, le cui caratteristiche dinamiche sembravano denunciare una quantità di materia decisamente superiore a quella luminosa, osservabile telescopicamente. Invisibile, dunque, ma dagli effetti gravitazionali ben percettibili e che egli battezzò proprio materia oscura.
Più tardi, si rivelarono decisive le indagini di Vera Rubin (1928) sulle proprietà rotazionali delle stelle nelle galassie. Studiando quelle a spirale, emerse che le stelle periferiche di questi affascinanti sistemi stellari ruotavano attorno al nucleo della galassia ospite più velocemente di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi dalla distribuzione della materia luminosa costituente la galassia stessa, così come visibile al telescopio. Fu naturale invocare un alone di materia oscura tutt’intorno alla galassia, invisibile, ma capace di imprimere il moto rilevato per le stelle osservabili.
Ad oggi conosciamo poi un paio di galassie appena accennate dal punto di vista della materia ordinaria, che potrebbero essere perciò dominate dalla componente oscura.
Anche le fluttuazioni nella radiazione cosmica di fondo ne suggeriscono l’esistenza, al pari dell’importante caso degli ammassi di galassie.
Esse tendono ad organizzarsi in imponenti famiglie, gli ammassi, che arrivano anche a contarne molte migliaia. La massa di questi sistemi può essere misurata sperimentalmente in diversi modi, tra cui l’osservazione dell’emissione X del gas caldo presente nell’ammasso e lo studio della deflessione, da parte dei membri dell’ammasso, della luce proveniente da oggetti posti alle sue spalle. Un effetto, questo, chiamato lente gravitazionale, che si colloca nel quadro previsionale della relatività generale, che prevede la deflessione della luce quale conseguenza della curvatura dello spazio-tempo imposto dalla presenza di massa. Teoria che, in tempi recenti, ha visto infine realizzarsi l’attesa verifica sperimentale di un’altra sua suggestiva previsione, quella delle onde gravitazionali.
Le nostre attuali osservazioni suggeriscono che la materia oscura rappresenti circa il 25 percento della materia presente nell’Universo, contro un ben più modesto 4 percento della materia ordinaria, elettromagneticamente rivelabile. A questo, per completezza, occorre aggiungere il rimanente 70 percento circa, costituito dalla cosiddetta energia oscura, con cui diventerebbe possibile giustificare l’osservata espansione accelerata dell’Universo.
Se la presenza di questa materia oscura pare convincere una buona parte della comunità scientifica, resta del tutto da chiarire una grande questione: da cosa essa sia costituita. Qui le ipotesi si rincorrono, includendo buchi neri, stelle di neutroni e ipotetiche particelle non barioniche.
La ricchezza del tema è tale che la materia oscura viene tecnicamente distinta in cold, warm e hot. La cosmologia oggi considera come modello standard, ovvero come quello che meglio riassume le caratteristiche dell’Universo osservato, il cosiddetto modello Lambda-CDM, dove Lamba è la costante cosmologica (espressione dell’energia oscura) e CDM sta proprio per Cold Dark Matter.
La materia oscura, dunque, ha un ruolo essenziale nel tenere le fila di quelle macrostrutture che noi chiamiamo ammassi di galassie. Alle più vaste scale, essi sembrano come immersi in una sorta di struttura filamentosa, quasi una ragnatela cosmica, una intricata impalcatura entro cui, d’accordo con le simulazioni al calcolatore, stelle e galassie si formano e si evolvono. Tale ragnatela è principalmente costituita dalla materia oscura e le sue maglie si svelano sempre più nitidamente all’occhio indiscreto della scienza.
Lungo i fili di quella tela si arrampica, indomita, la nostra indole vocata alla conoscenza, all’esplorazione, alla scoperta. E se è vero, lo ribadiva Shakespeare, che non tutto ciò che luccica e brilla è ambasciatore di preziosi valori e rivelazioni, ciò che è oscuro, lungi dall’essere sinistro, può ben essere essenziale, indispensabile per l’Universo e fondamentale per noi per decifrarne le trame passate, presenti e future.

Gianluca Masi
Dottore di Ricerca in Astronomia
Virtual Telescope Project e Planetario di Roma

Tomás Saraceno

Nasce a San Miguel de Tucumán (Argentina) nel 1973.

Vive e lavora sul pianeta Terra.

 

ISTRUZIONE
2009
International Space Studies Program, NASA Center Ames, Silicon Valley, California, USA

 

2003-2004
Postgraduate on Art and Architecture, IUAV, Venezia, Italia

 

2001-2003
Staatliche Hochschule für Bildende Künste, Städelschule Frankfurt am Main, Francoforte sul Meno, Germania

 

1999-2000
Postgraduate on Art and Architecture, Escuela Superior de Bellas Artes de la Nación Ernesto de la Carcova, Buenos Aires, Argentina

 

1992-1999
Bachelor of Architecture, UBA – Universidad Nacional de Buenos Aires, Argentina

 

RESIDENZE (SELEZIONE)
2016
Goethe Institut, Londra, Regno Unito

 

2016
RAVE residency, Villa Manin, Udine, Italia

 

2014-2015
Centre National d’Études Spatiales (CNES), Parigi, Francia

 

2012
MIT Center for Art, Science & Technology (CAST), Cambridge, USA

 

2010
Atelier Calder in Saché, Francia, (Recipient of Calder Price and Calder Residency).

 

2009
Walker Art Center, Minneapolis, USA

 

2003-2004
Hessische Kulturstiftung, Rotterdam, Paesi Bassi

 

MOSTRE PERSONALI (SELEZIONE)

2026

TBC, Haus der Kunst, Germania

 

2025

tomàs saracenoi, Neugerriemschneider, Berlino Germania

Conviviality, EXPO2025, Osaka, Giappone

 

2024

ANIMA∞LE, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia

Live(s) on Air, Tanya Bonakdar Gallery, Los Angeles, USA

Complementarities, Red Brick Art Museum, Beijing, Cina
Worldings, Andersen’s Contemporary, Copenaghen, Danimarca

 

2023

Haggerty Museum of Art, Milwaukee, USA
Serpentine Galleries, Serpentine South, the Royal Parks, Londra, Regno Unito
Le Tripostal, Lille, Francia

 

 

2022
Domaine des Etangs, Massignac, Francia (installazione permanente)
Torre Glòries, Barcelona, Spagna (installazione permanente)
Tomás Saraceno: Particular matter(s), The Shed, New York, USA
Tomás Saraceno: Silent Autumn, Tanya Bonakdar, New York, USA

 

2021
AnarcoArcanoAnacroArcano, Neapolis Archaeological Park, Siracusa, Italia
Du sol au soleil, Domaine des Etangs, Massignac, Francia
Cloud Constellation Omega Centauri 3.9, Ordrupgaard, Charlottenlund, Danimarca (installazione permanente)
Movement [49.244811, 4.053926], Ruinart, Reims, Francia (installazione permanente)
Inter+Play Season 2, Towada Art Center, Towada, Giappone

 

2020
Aria, Palazzo Strozzi, Florence, Italia
Songs for the air, Hessischen Landesmuseum, Darmstadt, Germania
Tomas Saraceno: Event Horizon, Cisternerne, Copenhagen, Danimarca
Moving Atmospheres, Garage Museum of Contemporary Art, Mosca, Russia
Stayin Alive, ANOTHER SPACE, New York, USA

 

2019
Algo-r(h)i(y)thms, Esther Shipper Galelry, Berlino, Germania
Tomás Saraceno, Gallery Hiunday, Soeul, Corea del Sud
Tomás Saraceno, Tanya Bonakar Gallery, Los Angeles, USA

 

2018
ON AIR, Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Aerographies, Fosun Foundation, Shanghai, Cina
A Thermodynamic Imaginary, MAAT, Museum of Art, Architecture and Technology, Lisbona, Portogallo
Solar Rhythms, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA
Albedo, Pinksummer, Genova, Italia

 

2017
Gravitational Waves, Z33, Genk, Belgio, a cura di Jan Boelen
Entangled Orbits, Baltimore Museum of Art, Baltimore, Stati Uniti d’America, a cura di Kristen Hileman
Event Horizon, Ruth Benzacar Gallery, Buenos Aires, Argentina
Our Interplanetary Bodies, Asia Culture Centre, Gwangju, Corea del Sud, a cura di Sung Won Kim
Aerosolar Journeys, Museum Haus  Konstruktiv, Zurigo, Svizzera, curated by Sabine Schaschl
How to entangle the universe in a spider web, Museo de Arte Moderno, Buenos Aires, Argentina, a cura di Victoria Noorthoorn
Re-opening In Orbit, K21 Ständehaus, Düsseldorf, Germania
Aerosolar Journeys, Wilhelm-Hack Museum, Ludwigshafen, Germania, a cura di René Zechlin

 

2016
Stillness in Motion. Cloud Cities, SFMOMA, San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco, USA, a cura di Joseph Becker
163,000 Light Years, MARCO, Museum for Contemporary Art, Monterrey, Messico, a cura di Gonzalo Ortega
Solar Bell Ensemble, Contemporary Arts Center, Cincinnati, USA
Aerocene, Esther Schipper, Berlino, Germania
Many suns and worlds, Vanhaerents Art Collection, Bruxelles, Belgio
Dark Cosmic Web, Pinksummer Contemporary Art, Roma, Italia
Cloud City installation, Oklahoma Contemporary Arts Center, Campbell Art Park, Oklahoma City, USA

 

2015
Aerocene, Solutions COP21, Grand Palais, Parigi, Francia, United Nations Climate Change Conference COP21
Aerocene, Espace Muraille, Ginevra, Svizzera
Arachnid Orchestra. Jam Sessions, NTU Centre for Contemporary Art, Singapore, a cura di Ute Meta Bauer and Anca Rujoiu
Becoming Aerosolar, Haus21er, Vienna, Austria, a cura di Mario Codognato
14 Billions (Working Title), SKMU Sørlandets Kunstmuseum, Kristiansand, Norvegia, a cura di Else-Brit Kroneberg
Hybrid solitary… semi-social quintet… on cosmic webs…, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

 

2014
Cosmic Jive, Tomás Saraceno: The Spider Sessions, Villa Croce, Genova, Italia, a cura di Ilaria Bonacossa e Luca Cerizza
Iridescent Planet, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia
Real DMZ Project, Cheorwon Peace Observatory, DMZ, Corea del Sud

 

2013-2016
In Orbit, K21 Ständehaus, Düsseldorf, Germania, a cura di Marion Ackermann and Susanne Meyer-Büser

 

2013
Social .. Quasi Social .. Solitary .. Spiders … On Hybrid Cosmic Webs, Esther Schipper Gallery, Berlino, Germania
Tomás Saraceno, Andersen’s Contemporary, Copenhagen, Danimarca

 

2012
Cloud City, Roof Garden Installation, Metropolitan Museum of Art, New York, Stati Uniti d’America, a cura di Anne Strauss
On Space Time Foam, HangarBicocca, Milano, Italia, a cura di Andrea Lissoni
Cloud Cities, Maison Hermès, Tokyo, Giappone
Tomás Saraceno, Taidehalli Kunsthalle Helsinki, Finlandia
Air-Port-City/Cloud Cities, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

 

2011
Cloud Cities, Hamburger Bahnhof-Museum für Gegenwart, Berlino, Germania, a cura di Britta Schmitz
Cloud-Specific, Kemper Museum of Contemporary Art, St. Louis, Stati Uniti d’America, a cura di Meredith Malone
Cloudy Dunes. When Friedman Meets Bucky On Air-Port-City, MACRO, Museo d’Arte Contemporanea, Roma, Italia
Labor, K20 Grabbeplatz, Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germania

 

2010
Cloud Cities: Connectome, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA
14 Billions (working title), Bonniers Konsthall, Stoccolma, Svezia
Cloud-Cities, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia
Tomás Saraceno, Baltic Centre for contemporary Art, Gateshead, Regno Unito
Sculpture project ROSSMARKT3, Francoforte, Germania
Tomás Saraceno: Lighter than air, Houston Blaffer Gallery, Houston, USA
From Camogli to San Felipe, spiders weaving stars, Fondazione Pierluigi e Natalina Remotti, Camogli, Italia

 

2009
Tomás Saraceno: Lighter than air, Walker Art Center, Minneapolis, USA
Biosphere, Statens Museum for Kunst, Copenaghen, Danimarca (in the framework of the cycle «RETHINK Relations»)
Tomás Saraceno, MUDAM Musée d‘Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo (in the framework of the cycle «Habiter»)
Cloudy House, Andersen’s Contemporary, Berlino, Germania
Tomás Saraceno, Andersen’s Contemporary, Copenaghen, Danimarca

 

2008
Galaxies forming along filaments, like droplets along the strands of a spider webs, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA
Cloudy Dunes, Fondazione Garrone, Genova, Italia

 

2007
Opening, AEREA Christian Larsen, Stoccolma, Svezia
Biosphere MW32 Air-Port-City, Pinksummer Contemporary Art, Genova, Italia
Air-Port-City, De Vleeshal, Middelburg, Paesi Bassi
Microscale, Macroscale and Beyond: Large-Scale Implications of Small-Scale Experiments, Berkeley Art Museum, Berkeley, USA

 

2006
Air-Port-City, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA
Cumulus, Barbican Art Centre, Londra, Regno Unito
On Water, Centre d’Art Santa Monica, Barcellona, Spagna
Cloudy Dunes_Air-Port-City, Attitudes – espace des arts contemporains, Ginevra, Svizzera
Infinitive Actives, Portikus, Francoforte sul Meno, Germania (with personal states of Marjetica Potrc)

 

2004
On-Air, Pinksummer, Genova, Italia

 

2003
In-migration, University of Kaiserslautern, Kaiserslautern, Germania

 

2000
612 Planetas, Parque Planetario, Buenos Aires, Argentina

 

1998
Luces de estrella, Escuela Nacional de Bellas Artes Ernesto de la Carcova, Buenos Aires, Argentina

 

MOSTRE COLLETTIVE (SELEZIONE)

2025

Utopia: Recht auf Hoffnung, Kunstmuseum Wolfsburg, Germany . Curata da Andreas Beitin, Sebastian Mühl e  Dino Steinhof , con Veronika Mehlhart
The Quantum Effect, SMAC San Marco Art Centre, Venezia, Italia. Curata da Daniel Birnbaum e Jacqui Davis
Expo 2025 , Osaka, Giappone. Con un ringraziamento a Tokura Masakazu, Ishige Hiroyuki, Yuko Hasegawa, Hiroaki Miyata e il team EXPO 2025

Dialogo tra Palazzo Foundation e Arte contemporanea, Villa delle Peschiere, Genova, Italia.

 

2024

Mutual Aid: Art in collaboration with nature. Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli, Italia. Curata da Francesco Manacorda and Marianna Vecellio
Deep Distance Tender Touch. Kunst- und Kulturstiftung Opelvillen Rüsselsheim, Germania. Curata da Jochem Hendricks and Dr. Beate Kemfer
Fluss Bad Berlin, Bauakademie Schinkelplatz, Berlino, Germania
The Lives of Animals, Museum van Hedendaagse Kunst Antwerpen (M HKA), Antwerp, Belgiuo. Curata da Joanna Zielińska
Widening the Lens: Photography, Ecology, and the Contemporary Landscape, Carnegie Museum in Pittsburgh, PA, Stati Uniti d’America. Curata da Leers e Keenan Saiz
Luca Massimo Barbero. Un Diavolo Amico, Historical Archives of the Contemporary Arts, La Biennale di Venezia, Italia
Radical Playgrounds, Berliner Festspiele, Berlino, Germania. Curata da Joanna Warsza
Daegu Forum III: Whose Forest, Whose World, Daegu Art Museum, Daegu, Corea del Sud
Time Travelers: Foundations, Transformations, and Expansions, TMA Centennial, Tucson Museum of Art, Arizona, USA

 

2023

Argentina. What the night tells the day, Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, Italia. Curata da Andrés Duprat e Diego Sileo
WORLD FRAMED: Contemporary Drawing Art of the Schering Stiftung. Kupferstichkabinett, Staatliche Museen zu Berlino, Germania. Curata da Jenny Graser
Concerning Nature, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA
Frieze Sculpture, Londra, Regno Unito
Au bout de mes rêves: Cloud Cities: mise-en-Aéroscène, Lille. Curata da Vanhaerents Art Collection
Arachnodrone, MIT Museum, Massachusetts, Stati Uniti d’America. Curata da MIT Center for Art, Science & Technology
Compulsive Desires: On Lithium Extraction and Rebellious Mountains. Galeria Municipal do Porto, Portogallo. Curata da Marina Otero Verzier
Renaissance 3.0, ZKM – Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe, Germania. Curata da Peter Weibel
The power and pleasure of books and possessions. neugerriemschneider, Berlino, Germania
Gedanken spielen Verstecken. Haus Kunst Mitte, Berlino, Germania. Curata da Rebecca Raue
So it appears, Institute for Contemporary Art, Virginia Commonwealth University, Richmond, USA

 

2022

Brain(s), when matter becomes mind. Fundación Telefónica, Madrid, Spain. Curated by Emily Sargent and Ricard Solé
Fetishizing the Future. Utopias of the third dimension. Zeppelin Museum, Friedrichshafen, Germany. A cura di Ina Neddermeyer and Jürgen Bleibler
Musicanimale: le grand bestiaire sonore. Philharmonie de Paris, France. A cura di Marie-Pauline Martin and Olivier Mantei
AIR. Queensland Art Gallery of Modern Art (QAGOMA). Brisbane, Australia. A cura di Geraldine Barlow
Onderkruipsels, Rijksmuseum, Amsterdam, Netherlands. A cura di Jan de Hond and Julia Kantelberg
In the Line of Flight, for Possible Worlds. Deji Art Gallery, Nanjing, China. A cura di Ai Lin and Zhang Ga
Homosphere. Kunsthalle Mainz, Germany. A cura di Stefanie Böttcher
Back to the Roots: Decolonize Nature. WE ARE AIA, Zürich, Switzerland. A cura di Gianni Jetzer and Martina Huber
Unknown Unknowns. Triennale di Milano, Italy, 2022. A cura di Ersilia Vaudo
Un Panorama de este Mundo, Acute Art & Fundación PROA, Buenos Aires, Argentina. A cura di Daniel Birnbaum
Visions: An Outdoor Augmented Reality Art Exhibition, Acute Art & National Gallery Singapore for the Light To Night Exhibition, Singapore. A cura di Daniel Birnbaum

 

2021
Biocenosis21, IUCN World Conservation Congress and La Traverse, Marsiglia, Francia
PANORAMA Procida, curated by Vincenzo de Bellis, ITALICS, Procida, Italia
The Looking Glass, organized by Daniel Birnbaum and Emma Ender, The Shed and Acute Art, New York, USA
IRL, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA
Gropius Bau, Berlino, Germania (online project)
Design Society, Shenzhen, Cina
Back to Nature Villa Borghese, Roma, Italia
Venice Architecture Biennale, Venezia, Italia
Back to Earth, Serpentine Galleries, Londra, Regno Unito AIR-CONDITION
Opera de Nancy, Nancy, Francia

 

2020
Return of the Real, Tanya Bonakdar Gallery, USA
Songs in the Dark, Tanya Bonakdar Gallery, USA
Riga International Biennial of Contemporary Art Art 2, Riga, Lettonia (RIBOCA2)
Schloss Derneburg Museum, Derneburg, Germania

 

2019
Floating Utopias. Art Science Museum, Singapore
58th Art Exhibition La Biennale di Venezia, May you live in interesting times, curated by Ralph Rugoff, Venezia, Italia (upcoming)
Tomorrow is the Question, at ARoS Aarhus Kunstmuseum, Aarhus, Danimarca

 

2018
Foresta Urbana, Piazza Bologni, Palazzo Belmonte Riso, Palermo, Italia
Victor Papanek: The Politics of Design, Vitra Design Musem, Weil am Rhein, Germania
Liquid City, Triennale Bruges, Belgio
Floating Utopias. NGBK, Berlino, Germania

 

2017
Winter Journey, Jardins du Château de Versailles, Francia, a cura di Palais de Tokyo
Into the Cosmos, MAXXI, Rome, Italy, a cura di Hou Hanru
Floating Worlds, Lyon Biennale for Contemporary Art, Francia, a cura di Emma Lavigne
ARoS Triennial, Aarhus, Danimarca
Between Spaces, Center for Art and Public Space, Berlino, Germania, a cura di Katja Assmann
Loose Threads, De León, Bath, Regno Unito
Aerocene at Socle du Monde Biennale, Herning, Danimarca
Aerocene at Antarctic Biennale, Ushuaia, Argentina
Elbphilharmonie Revisited, Deichtorhallen, Hamburg, Germania
Pune Biennale, Pune, India

 

2016
Shanghai Biennial, Shanghai, Cina
Istanbul Design Biennial, Istanbul, Turchia
Spinnen, Senckenberg Museum, Francoforte sul Meno, Germania
Collezionismo Contemporaneo, The Museum of Palazzo Fortuny, Venezia, Italia
Surface and Beyond, Dirimart, Istanbul, Turchia
Meta.morf Biennial, Trondheim, Norvegia
The Calder Prize 2005-2015, Pace Gallery, Londra, Regno Unito
Architecture of Life, UC Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive, Berkeley, USA

 

2015
The State of the Art of Architecture, Chicago Architecture Biennial, Chicago, USA
Space Without Rockets, Rubin Art Center, White Sands, New Mexico, Stati Uniti d’America, a cura di Rob La Frenais
Brève histoire de l’avenir, Musée du Louvre, Parigi, a cura di Jean de Loisy
homecomings: PROJECTIVE SPACE, Berlino, Germania
Le Bord des Mondes, Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Haus-Rucker-Co, Architekturutopie Reloaded, Haus am Waldsee, Berlino, Germania
Pequod, 11 Columbia, Monaco
Cold War Hot Peace, Slought, Philadelphia, USA
Der entfesselte Raum, Gewerbemuseum, Winterthur, Svizzera

 

2014-2017
The Man in the Mirror, Vanhaerents Art Collection, Bruxelles, Belgio

 

2014-2015
Synthesis, Reykjavik Art Museum,  Reykjavik, Islanda
Diese Kunst, Galerie der Stadt Sindelfingen, Sindelfingen, Germania
Haus-Rucker-Co, Architekturutopie Reloaded, Haus am Waldsee, Berlino, Germania

 

2014
The Net: Weaving Webs in Art, Kunsthalle Kiel, Kiel, Germania
INSERT 2014: The Sharp Edge of the Global contemporary, Indira Ghandi Centre of the Arts, Nuova Delhi, India
Kroblyos un groviglio di segni – da Parmigianino a Kentridge, Biennale Disegno di Rimini, Rimini, Italia
Attention Economy, Kunsthalle Wien, Vienna, Austria
Vanitas. Motive des Vergänglichen in der zeitgenössischen Skulptur, Georg Kolbe Museum, Berlino, Germania
City and Nature, Sapporo International Art Festival 2014, Sapporo, Giappone
Lichterfest, K21 Ständehaus, Düsseldorf, Germania
Second | Fourteen Highlight, Salon Kennedy, Francoforte sul Meno, Germania
The Anthropocene Monument, Les Abattoirs, Toulouse, Francia
Between the lines, Tanya Bonakdar Gallery, New York, USA

 

2013
Moving. Norman Foster on Art, Carré d’Art – Musée d’art contemporain de Nimes, Francia
Mobile M+: Inflation!, M+ Museum for Visual Culture, Hong Kong, Cina
Emscherkunst, Zeche Nordstern, Gelsenkirchen/Essen, Germania
Tomás Saraceno, Solar Bell, Portscapes 2, a series of art projects alongside the construction of Maasvlakte2, Rotterdam, Paesi Bassi
What am I doing here, Esbjerg Art Museum, Esbjerg, Danimarca
I know you, Irish Museum of Modern Art, Dublino, Irlanda
Reflets – Un Morceau de Pinksummer Genes, 11 Columbia, Monaco
Novela Festival, Toulouse, Francia
Tomás Saraceno, Flora, Bogotá, Colombia

 

2012
Wir sind alle Astronauten Universum Richard Buckminster Fuller im Spiegel zeitgenössischer Kunst/ We are all astronauts. Universe Richard Buckminster Fuller reflected in contemporary art, Zeppelin Museum Friedrichshafen, Germania
Wonder works – Masterpieces from Danish private collections, Kunsten – Museum of Modern Art Aalborg, Aalborg, Danimarca
Intersections: Science in Contemporary Art, Weizmann Institute of Science, Rehovot, Israele
Nature’s Toolbox: Biodiversity, Art and Invention, the Field Museum, Chicago, USA

 

2011
The Divine Comedy, Harvard Graduate School of Design, Cambridge, USA
20 Jahre Gegenwart, MMK Museum für Moderne Kunst Frankfurt, Francoforte, Germania
Cloud Cities, Perth International Arts Festival, Perth, Australia
Redesigning Nature, Städtische Galerie Bremen, Bremen, Germania
The End of Money, Witte de With, Center for Contemporary Art, Rotterdam, Paesi Bassi
Private/Corporate VI. Die Sammlung Juan & Patricia Vergez, Buenos Aires, Argentina, im Dialog mit der Daimler Kunst Sammlung, Stuttgart/Berlin, Daimler Contemporary, Haus Huth, Berlino, Germania
Wir sind alle Astronauten Universum Richard Buckminster Fuller im Spiegel zeitgenössischer Kunst/ We are all astronauts Universe Richard Buckminster Fuller reflected in contemporary art, MARTA Herford, Herford, Germania
Merz World: Yona Friedman & Tomas Saraceno, Cabaret Voltaire, Zurigo, Svizzera

 

2010
Redesigning Nature, Künstlerhaus Wien, Vienna, Austria, curated by Susanne Witzgall, Florian Matzner, and Iris Meder
Realidad y Utopía, Argentiniens künstlerischer Weg in die Gegenwart, Akademie der Künste, Berlino, Germania
Movin’ Space, KUNSTEN Museum of Modern Art Aalborg, Aalborg, Danimarca
Tales of Resistance and Change. Artists from Argentina, Frankfurter Kunstverein, Francoforte sul meno, Germania
Rethink Contemporary Art and Climate Change, Rogaland Art Museum, Stavanger, Norvegia
Art for the world, World Expo Shanghai, Shanghai, Cina
Afuera, Centro Cultural España Córdoba, Córdoba, Argentina, Art Festival
Radical conceptual – Positionen aus der Sammlung des MMK, MMK, Francoforte sul Meno, Germania
Klimakapseln, Museum für Kunst und Gewerbe, Amburgo, Germania
Languages and Experimentations. Young artists in a contemporary collection, MART, Rovereto, Italia
In Defense of Nature, East Ayrshire Museum, Ayrshire, Scozia, Regno Unito
Bianco e Nero, Udine Art Festival, Udine, Italia
Between here and there: Modern and Contemporary Art from the Permanent Collection, Pérez Art Museum Miami, Miami, USA

 

2009
Fare Mondi – Making Worlds, 53rd Biennale di Venezia, Palazzo delle Esposizioni, Venezia, Italia, curated by Daniel Birnbaum
WANAS 2009: FOOTPRINTS, Wanas Foundation, Knislinge, Svezia
In Defense of Nature, Barbican Art Center, Londra, Regno Unito
Life Forms, Bonniers Konsthall, Stoccolma, Svezia
Labyrinth: Freiheit, Franzensfeste Fortress, Fortezza, Italia
Earth – Art of a Changing World, Royal Academy of Arts, Londra, Regno Unito
Dome Culture in the 21st Century, Art in General, New York, USA
Liverpool Biennial 2008, Liverpool, Regno Unito
Multiverse: Directions for the World, A.L.I., Roma, Italia

 

2008
50 Moons of Saturn, T2 Torino Triennale, Torino, Italia
Peripheral Vision and Collective Body, Museion Bolzano, Bolzano, Italia
Experiment Marathon Reykjavic, Reykjavic Art Museum, Reykjavic, Islanda
Kunst Naturligvis, Esbjerg Kunstmuseum, Esbjerg, Danimarca
We have a dream, Spazio Gerra, Reggio Emilia, Italia
Art Focus 5: Can Art Do More?, Gerusalemme, Israele
ROOMING IN! Claus Andersen visits Patricia Low, Patricia Low Contemporary, Gstaad, Svizzera
Psycho Buildings – Artists and Architecture, Hayward Gallery, Londra, Regno Unito
Sonsbeek 2008: Grandeur, Arnhem, Paesi Bassi
Greenwashing, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia
Megastructure Reloaded, Raumlabor, Berlino, Germania
48°C Public.Art.Ecology, Delhi, India

 

2007
Brave New Worlds, Walker Art Center, Minneapolis, USA
Biennale de Lyon 2007, Lione, Francia
Hector German Oesterheld, La Aventura Continua, Museo de Arte y Memoria, Buenos Aires, Argentina
Poetic Cosmos of the Breath, Air Show Gunpowder Park, Londra, Regno Unito
Still Life Art, Ecology and the Politics of Change, Sharjah Biennal, Sharjah, Emirati Arabi Uniti
On Water, Art Basel, Basel, Svizzera
In Cima alle Stelle. L’Universo tra Arte, Archeologia e Scienza, Aosta, Forte di Bard, Italia
SituazionIsola, a new Urbanism, Isola Art Center, Milano, Italia
Weather Report. Climate Change and Visual Arts, Centro Atlántico de Arte Moderno (CAAM), Las Palmas de Gran Canaria, Spagna
The Domain of the Great Bear 3/3 Kosmische Sehnsucht, Kunstraum München e.V., Monaco di Baviera, Germania

 

2006
On Mobility, Berlin Büro Friedrich, Berlino, Germania
On Mobility, De Appel, Amsterdam, Paesi Bassi
Buenos dias Santiago, Museo de Arte Contemporaneo, Santiago del Cile, Cile
I still believe in miracles*, ARC (Musee d’Art moderne de la Ville de Paris), Parigi, Francia
Reconstruction 1, Sudeley Castle, Gloucestershire, Regno Unito, curated by Mollie Dent-Brocklehurst and Elliott McDonald
Busan Biennale, Busan, Corea del Sud
How to live together, 27th São Paulo Biennial, San Paolo, Brasile
Presented by, Galerie Andreas Huber, Vienna, Austria

 

2005
Luna Park. Fantastic Art, Villa Manin Centre for Contemporary Art, Codroipo, Italia
Dialectic of Hope, First Moscow Biennale of Contemporary Art, Mosca, Russia
The Opening, Andersen’s Contemporary, Copenaghen, Danimarca
Project Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, Paesi Bassi
Pursuit of Happiness, Leidsche Rijn, Paesi Bassi
La Strada, Fuori uso 2005, Pescara, Italia
Sehnsüchtig gleiten Ballone rund um die Welt, Green Light Pavilion, Berlino, Germania

 

2004
What is in my apartment when I’m not there, Berlino, Germania
Open Duende, Duende, Rotterdam, Paesi Bassi
Universal Outstretch, Flaca Gallery, Londra, Regno Unito
Common Property, 6. Werkleitz Biennale, Halle, Germania
ZIM- Zwaanshals in Motion, Rotterdam, Paesi Bassi
Do It. Curated by Hans-Ulrich Obrist. Presented by electronic flux corporation

 

2003
Here we come!!! Kunststudentinnen und Kunststudenten stellen aus, Kunst und Ausstellungshalle der Bundesrepublik Deutschland, Bonn, Germania
Utopia Station, Dreams and Conflicts: The Dictatorship of the Viewer, Biennale Venice, Venezia, Italia
Un-build Cities, Kunstverein Bonn, Bonn, Germania
Art-gentina, The Buena Vista Building, Miami, USA

 

2002
X-position, Architekturzentrum Wien, Vienna, Austria
Peace (end) love istruzioni per la possibilità, Palazzo Bonaguro, Bassano, Italia
Xposition, Berlague Institute, Rotterdam, Paesi Bassi
Next, 8th Venice Biennale of Architecture, Venezia, Italia, curated by Deyan Sudjic.
Mobile HIV/AID Health Clinic for Africa, RIBA, Londra, Regno Unito
El Suelo en Renuncio, Ministerio de fomento Arquería de los Nuevos Ministerios, Madrid, Spagna

 

2001
Real Presence, Tito Museum, Belgrade, Serbia e Montenegro
Neue Welt, Kunstverein Frankfurt, Francoforte sul Meno, Germania
Rundgang, Städelschule, Francoforte sul Meno, Germania

 

1999
City Editing, Fundación proa, Buenos Aires, Argentina
Siglo XX arte y cultura en la Argentina, Centro Cultural Recoleta, Buenos Aires, Argentina

 

1998
Objetos de jóvenes artistas, Centro Cultural Recoleta, Buenos Aires, Argentina

 

INSTALLAZIONI PERMANENTI

2025, The Seeds of Flight , Parkline Place, Sydney, Australia

2024, Cosmic Threads, Planetarium, Copenhagen, Danimarca
2024, Crux Australis 68.0, Ralph S. O’Connor Building for Engineering & Science, Rice University Houston, USA.

2023, Life(s) of Webs : arachnophobias, arachnophilias, and other stories, Palazzo Lanfranchi
2023, Fondazione Matera -Basilicata, Matera, Italia
2023, Cloud Cities: du Sol au Soleil, Domaine des Étangs, Massignac, Francia
2023, Corona Australis 38.39, Fundación Hortensia Herrero, Valencia, Spagna

2022, Zonal Harmonic Constellation 170,000; Zonal Harmonic Constellation 220,000, North Carolina Museum of Art, Raleigh, USA
2022, Tomás Saraceno: Cloud Cities, Mirador Torre Glòries, Barcelona, Spagna
2022, Aerocene: Free the Air. “Orbit -s” For a Post -Fossil Fuel Era, K21 Ständehaus, Düsseldorf, Germany

2021, Awan, 88 Market Street, Singapore
2021, Movement 49.244811, Ruinart, Reims, Francia
2021, Movement 49.053926, Ruinart, Reims, Francia
2021, California Air Resources Board (CARB), Riverside, California, USA

2020, An Open Letter for Invertebrate Rights, Gropius Bau, Berlino, Germania

2019, Cosmic Filament s, Mildred Lane Kemper Art Museum , St. Louis , Missouri, USA
2019, Wolf 359 c/M+M, Denning H ouse, Stanford University, California USA

2019, Sundial for Spatial Echoes, Bauhaus-Museum Weimar, Germania
2017, Gravitational Waves, Z33, Genk, Belgio
2017, Stillness in Motion – 3 Airborne Self-Assemblies, Mapletree, Singapore
2017, Cloud Cities – Nebulous Thresholds, Rollins College, Florida, USA
2017, On Cosmic Clouds, NYU Abu Dhabi Library, Emirati Arabi Uniti
2016, Cloud Cities: HAT-P-12, Taipei, Taiwan
2016, Caelum Dust, University of South Florida, Tampa, USA
2015, Cloud Cities / Air-Port-City, Domaine du Muy, Parc de sculptures contemporaines, Francia
2015, Sundial for Spatial Echoes, Aker Brygge, Oslo, Norvegia
2008, On clouds (Air-Port-City), Towada Arts Center, Towada, Giappone
2007, Flying Garden, EPO Monaco, Germania

 

PUBBLICAZIONI
Saraceno, Tomás. 2018. ON AIR. Carte Blanche à Tomás Saraceno, Palais 28 Le Magazin du Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Saraceno, Tomás. 2017. Flying Plaza. Berlino, Germania: Spector Books
Saraceno, Tomás. 2017. Aerocene. Milano, Italia: SKIRA
Saraceno, Tomás. 2017. Arachnid Orchestra. Jam Sessions. Ed. Ute Meta Bauer. Singapore: NTU Centre for Contemporary Art
Saraceno, Tomás. 2017. Aerosolar Journeys. Ed. Schaschl, Sabine, Zechlin, René. Berlino: Walter König
Saraceno, Tomás. 2016. Tomás Saraceno. 163,000 Light Years. Monterrey: MARCO, Museo de Arte Contemporáneo de Monterrey
Saraceno, Tomás. 2015. Aerocene. Berlino, Germania: Studio Tomás Saraceno
Saraceno, Tomás, and Mario Codognato. 2015. Tomás Saraceno: Becoming Aerosolar. Vienna, Austria: Belvedere
Saraceno, Tomás, and Joseph Grima. 2014. Cosmic Jive: The Spider Sessions. Genova, Italia: Asinello Press
Saraceno, Tomás, Meredith Malone, Igor Marjanović, Inés Katzenstein, and D. L Weaire. 2014. Tomás Saraceno: Cloud Specific. Chicago: University of Chicago Press
Saraceno, Tomás, and Sara Arrhenius. 2011. Tomás Saraceno: 14 Billions (Working Title). Milano, Italia: Skira
Saraceno, Tomás, Marion Ackermann, Daniel Birnbaum, Udo Kittelmann, and Hans Ulrich Obrist. 2011 Cloud Cities. Berlin: Distanz Verlag
Saraceno, Tomás, and Juliane von Herz. 2010. Tomás Saraceno: Cloud Cities/Air-Port-City. Bielefeld: Kerber Verlag

 

PREMI (SELEZIONE)
2019
Golden Madonnina, Design Prize

 

2010
1822-Kunstpreis

 

2009
Alexander Calder Prize

 

2003-2004
Fondo Nacional de las Artes-Argentina/ IUAV Venice-Italy
Hessische Kulturstiftung Award and Residency in Rotterdam

 

2003
Bundeswettbewerb des Bundesministeriums für Bildung und Forschung (1st prize)

 

COLLEZIONI PUBBLICHE (SELEZIONE)
Sammlung KiCo, Kunstmuseum Bonn and Lenbachhaus München, Monaco, Germania
Miami Art Museum, Miami, Florida, USA
Museum für Moderne Kunst, Francoforte sul Meno, Germania
Museum of Modern Art, New York, USA
San Francisco Museum of Modern Art, San Francisco, California, USA
Walker Art Center, Minneapolis, Minnesota, USA
Nationalgalerie, Staatliche Museen zu Berlin, Berlino, Germania
Bonniers Konsthall, Stoccolma, Svezia
The National Gallery of Denmark, Copenaghen, Danimarca
Esbjerg Kunstmusem, Esbjerg, Danimarca
Istanbul Modern Art Museum, Istanbul, Turchia
Hamburger Bahnhof – Museum für Gegenwart, Berlino, Germania
Boros Collection, Berlino, Germania
The Collection of Juan Vergez, Buenos Aires, Argentina
BSI Art Collection, Lugano, Svizzera
Mudam Musée d‘Art Moderne Grand-Duc Jean, Lussemburgo
Fondazione La Gaia, Busca, Italia
Fondazione Pierluigi e Natalina Remotti, Camogli, Italia
Fondazione Morra Greco, Napoli, Italia
Fondazione Edoardo Garrone, Genova, Italia
Lumas Foundation, Zurigo, Svizzera
Reykjavik Art Museum, Reykjavik, Islanda

Libri Tobias Putrih

Lost Cinema
Tobias Putrih, Runa Islam, Milovan Farronato, Naeem Mohaiemen, Igor Spanjol, Angela Vettese
2008
Galleria civica Comune di Modena e Fondazione Cassa di Risparmio di Modena

disponibile online

Tobias Putrih: 99-07
Thom Collins (Author), Elena Filipovic, Elizabeth Guffey, Tobias Putrih
2008
JRP|Ringier & Neuberger Museum
ISBN 978-3905770711

disponibile online

Tobias Putrih & MOS: Without Out
Timothy Hyde, Svetlana Boym, Tobias Putrih , Michael Meredith
2009
MIT List Visual Arts Center
ISBN: 978-0-938437-72-7

disponibile online

Tobias Putrih: Siska, International
Anna Hiddleston-Galloni
2010
Centre Georges Pompidou Service Commercial
ISBN 978-2844264572

disponibile online

LOS PIES DE JUDAS – JORGE PERIS

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Jorge Peris – Los Pies de Judas

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Pinksummer: Perché impieghi sempre almeno tre giorni/una settimana a rispondere alle e-mail?
Ipotesi:
1) Leggi ogni secondo le e-mail ma:
a) rispondi subito solo alle e-mail che ti interessano davvero e in questo senso le comunicazioni di pinksummer non sono per niente una priorità.
b) Rispondi dopo tre giorni/ una settimana alle e-mail di cui ti frega un po’ meno e in questo altro senso pinksummer non sarebbe pienamente una priorità.
c) Rispondi a tutte le e-mail dopo tre giorni/ una settimana? e in questo senso pinksummer potrebbe rientrare almeno un po’ nelle tue priorità.
2) non guardi le e-mail per tre giorni/ una settimana. Si tratta di una forma di: a) controllo b) resistenza c) snobismo.

Jorge Peris: Qual è il tempo giusto per rispondere alle e-mail? Leggo le e-mail ogni due giorni, in certi periodi tutti i giorni, poi ogni tre. Penso, mentre faccio lunghe passeggiate per le risaie con Ethra, la cagna, adesso sono secche, sembra l’Africa, rimarrà così per poco tempo. Cambia sempre il paesaggio qui. Penso alle e-mail, osservo l’albero che vive in terrazzo, inizia a mettere i fiori, un po’ di anni fa con Carlos abbiamo fatto degli innesti: mandarini, aranci, limoni, adesso ci sono tre fiori diversi in un solo albero, dopo rispondo alle e-mail, sono passati tre giorni? Pinksummer … sai bene che in questo momento è la priorità.

P: Abbiamo visto una tua scultura preziosa, una bacchetta magica, in una tua personale dal titolo “Tamaris”, tamerice, curata da Aurélie Voltz, in un castello fiabesco in Francia.
Le bacchette magiche possono cambiare il mondo come una rivoluzione o tendono a narcotizzarlo come Twilight? Cos’è la magia? A cosa serve?

J.P: Le bacchette magiche ricordano che c’è, purtroppo, un mondo da cambiare, per tutta la sofferenza che contiene e sostiene. Penso a volte che solo con un’altra rivoluzione, ancora, di nuovo con una rivoluzione, si possa cambiare questa direzione che ha preso il mondo. La magia è sognare a occhi aperti, è immaginare, sembra facile immaginare, ma non lo è affatto. Certo, la magia talvolta può anche aiutare a sopportare.

P: Parlaci del titolo Tamaris, cosa simboleggia?

J.P: La tamerice è un arbero mediterraneo che penetra le radici in terre molto saline, l’ho visto crescere a un metro dall’acqua, sulla spiaggia; è il titolo dell’ ultimo progetto che ho presentato in un castello molto misterioso in Francia. C’era una grande installazione, degli oggetti, tredici collage. E’ stato come trasportare per la prima volta lo studio in un luogo espositivo, in un museo, esporre prove concluse dopo anni. Come se lo studio fosse una specie di navicella spaziale che si fosse posata in un posto isolato e produttivo, con il suono del mare, lontano, che si sente di notte solo se è incazzato.

P: Per la nostra chimica il sale è cloruro di sodio, per l’alchimia, la chimica di Al, la chimica divina, l’ars regia, è il terzo principio originario insieme a sulphur, il fuoco, l’anima e mercurius, lo spirito. Paracelso definì il sale la qualità o radice del corporeo. Il simbolo del sale nell’antica chimica è un cerchio che rinvia all’eternità, perché non ha né principio né fine; il cerchio del sale, ha una barra orizzontale al centro che simboleggia ciò che ordina e stabilizza il creato, il micro come il macrocosmo.
Per l’immaginazione attiva degli alchimisti il sale, lapis, è Cristo, inteso anche come colui che determina la combinazione armonica.
Il sale essendo incorruttibile preserva dalla corruzione le sostanze organiche, i cibi, forse anche l’anima, considerando che la moglie di Lot, che si voltò per un attimo indietro a guardare le fiamme di Sodoma e Gomorra, fu trasformata in una statua di sale. Il sale blocca in un certo senso il divenire, il progresso, ma preserva dalla corruzione.
Il sale ha una sua efficacia purificatrice, per rimanere nel sacro dell’antico testamento, Eliseo purifica con il sale la sorgente di Gerico perché possa cessare di provocare morte e sterilità.
Il sale ha una sua efficacia distruttiva e, Abimelech, sempre nella Bibbia, dopo aver distrutto la città di Sichem, la cosparge di sale per rendere sterile la sua terra per sempre.
Nel tuo lavoro il sale conserva questa duplicità che potrebbe non rimandare al semplice cloruro di sodio. Racconti del sale?

J.P: Si, il sale per me è un labirinto infinito. Sono sempre stato un po’ fissato con queste cose, come se ne spiegassero altre: Ulisse seminava sulle saline prima di partire per il gran viaggio, o Simondon assimilava il cervello al cosmo passando attraverso la cristallizzazione del sale. La mia sperimentazione con il sale è iniziata con la necessità di purificare, o meglio di disinfettare lo studio di Madrid, che avevo riempito di animali morti, animali mummificati, mummie. Ho coperto tutto di sale, sale a terra, sale sospeso. Ho imparato a osservare come cresce, l’osmosi, le stalattiti curvate per seguire il movimento del pianeta, i cristalli che cambiavano proporzione mantenendo sempre la forma di cubo imperfetto. Come si muove con i cambiamenti di umidità nell’ambiente, cercando l’unione, un solo corpo costituito da tanti cubi. A poco a poco anch’io sono stato coperto di sale. Tutto questo mi portò di colpo a un ricordo primitivo dell’infanzia. Camminavo sulla spiaggia per ore, giorni, coperto di sale, nella luce del pomeriggio, dopo aver lottato a lungo con le onde. Quello è stato uno dei momenti della mia vita in cui mi sono sentito più libero e pieno di speranza, ero un vero pirata, sempre solo, naufrago, senza la necessità di raccontare a nessuno l’esperienza, completamente perso in un paesaggio allucinato, cosmico, senza limiti.

P: Il tuo lavoro richiama l’animismo, l’ilomorfismo, l’atomismo di certe dottrine pre-aritoteliche e neo-platoniche, in cui la morte e la vita sono forze complementari che attuano il divenire, in un certo senso sono un’unica forza. Non muore un bel niente nel mondo creazionale, solo ciò che non sa trasformarsi come l’ego, l’individualismo. Il tuo lavoro si muove tra le polarità del solve et coagula, il concetto di materia in questo senso si delinea come possibilità. Nelle tue opere la possibilità è anche rischio. Il processo non è mai controllato fino in fondo, la materia mantiene sempre la sua autonomia, costruttiva e distruttiva. L’idea è invece più stabile, definisce, controlla.
Dalla formula alchemica per eccellenza della dissoluzione e della coagulazione, il tuo lavoro sussume talvolta la violenza distruttiva, altre l’armonia compositiva, il ritmo matematico proprio della natura, la proporzione aurea e simbolica di certa architettura basica e simbolica.. Il solve tende a eliminare le negatività, le forzature, le ripetizioni coatte della materia per fare in modo che ritrovi una sintesi nuova di zecca nel coagula. Come dire che bisogna avere il coraggio di attraversare il buio, la notte, per vedere l’albeggiare. Ho sempre pensato che il tuo lavoro fosse profondamente politico. Sul piano sociale credi che la rivoluzione sia necessaria per eliminare i vizi plumbei e ritrovare la virtù aurea della democrazia?

J.P: La democrazia, è stato un bel sogno, sembrava quasi reale. Mezzo secolo fa, dopo la Seconda Guerra Mondiale, hanno firmato per i diritti umani, tutto dimenticato. Oggi il fascismo si propaga come i funghi, ma quelli allucinogeni! Sono stato in Cina pochi anni fa, lì il fascismo lo chiamano neoliberismo. Fa paura!, Devono mangiare tutti e sono tanti, siamo tutti predestinati, anche noi, a adorare un dio-diavolo, un re fatto di carta e monete, invisibile, frustrante come tutti i re, come tutti gli dei, come tutti i diavoli, e ciò che abbiamo davanti, la terra, il mare, un fratello, non riusciamo più a vederlo perché siamo dietro a un telefonino, fa ridere, fa più piangere. A Atene migliaia di suicidi e anche in Spagna. La Grecia è stata l’epicentro della nostra civiltà. Angela Merkel andrà all’ inferno per l’eternità: dovrà montare e smontare automobili Audi senza tregua, con le mani sporche seduta sopra una enorme griglia incandescente. Intanto lei sa che l’inferno non esiste, l’universo non è prederminato, è fatto di sorprese, ma forse c’è chi sa per Angela… E’ talmente ovvio ciò che sto dicendo, che può apparire sicuramente banale. Mi aspetto una reazione immediata, piena di speranza, fra un attimo, ci sarà. Schiavi si diventa per paura di perdere quello che si possiede. Non abbiamo bisogno di nulla in questo nostro mondo, solo mangiare e conservare la libertà, pensa ai veri schiavi, senza alternativa, a quelli che muoiono di fame, bimbi! Sono milioni e sono accanto a noi, basta.Bisogna avere il coraggio di attraversare il buio.

P: Los pies de Judas, il titolo della tua personale da pinksummer. Lasciamo scappare i pensieri. Giuda in ebraico significa il prediletto. Gesù durante l’ultima cena si alzò da tavola, si mise un grembiule per iniziare il rito della lavanda dei piedi degli apostoli. Cristo si curvò per lavare i piedi anche del dodicesimo apostolo, Giuda il traditore, quello che mangia il suo pane e ha levato il calcagno contro di lui. Un gesto per ricordare quanto è importante la democrazia nei momenti di rivoluzione: “Non c’è servo più grande del padrone, né apostolo più grande di colui che l’ha mandato. Se comprendete questo e lo mettete in pratica beati voi”. Gesù, di fatto, ce l’ha messa tutta per scardinare le tradizioni politico religiose del giudaismo classico. La morte di Gesù era soteriologicamente prevista, era necessaria alla riuscita della rivoluzione (salvezza?) e, in questo senso, il gesto di Giuda era provvidenziale all’economia salvifica. Giuda essendo il prediletto è stato scelto da Gesù per tradire, per il sacrificio. Nei mazzi antichi dei tarocchi, la carta dell’appeso, era definita la carta del traditore, la carta dell’impiccato o anche la carta di Juda. La carta numero XII degli arcani maggiori rimanda al dodicesimo apostolo. Il volto del traditore, sulla carta, non mostra dolore, ma beatitudine, quasi estasi, è anche contornato dall’aureola, ma porta il prezzo del suo tradimento, le monete. La carta indica accettazione e armonia interiore, capacità di trascendere le convenzioni e guardare il mondo da un punto di vista più spirituale. L’appeso mostra che attraverso il sacrificio del proprio sé emergerà un essere completamente rinnovato. I piedi sono equilibrio,dicono dove e verso chi stiamo camminando. Los pies des Judas si possono immaginare all’altezza dei nostri occhi, delle nostre teste. Ci racconti cosa presenterai da pinksummer e dell’insegnamento di “Meister Zorio”. anche se siamo in Italia, non ti chiederemo nulla.

J.P: Si, il protettore delle cause perse con i piedi sospesi.
Tutto è un passaggio, tutto cambia, si transforma. La medesima cosa può accadere nello stesso tempo in tanti luoghi diversi. Ora siamo in un momento di transizione, un punto e a capo, che lascia intravvedere uno sguardo rivolto al macro, al cosmo che si espande verso il micro, verso il dentro di dentro, un osservatorio, un momento di isolamento, di grande introspezione. Da pinksummer ci sarà un elemento centrale, con un interno caldo, bruciante, per cristallizzare la materia di tutto il corpo, fino alla superficie. Di più non so dire, non so mai dove vanno a finire questi lavori, a un certo punto li abbandono alla loro sorte, continuano a costruirsi e a trasformarsi da soli. Sono il risultato vivo di una azione, di una costruzione che segue le leggi della natura, un cristallo sempre vivo, forse.
Gilberto, lo hai detto, è stato un vero maestro, anche se a lui non piace questa parola. Ho camminato un pezzo di vita accanto a lui, tempo d’ oro.

Jorge Peris

Nato ad Alzira (Valencia) nel 1969.
Vive e lavora a El Palmar (Valencia).

 

MOSTRE PERSONALI

2016
Portal del Angel, Antinori Art Project, San Casciano, Italy

 

2015
Dolmen, Sinfonia nr.7, Magazzino d’Arte Moderna, Rome, Italy

 

2013
Los pies de Judas, pinksummer, Genova, Italy

 

2012
Tamaris, Musée du chateau des ducs de Wutemberg, Montbéliard, France

 

2011
Aladas Almas, La Conservera: Centro de Arte Contemporaneo, Ceuti Murcia, Spain

 

2010
Micro, Aureo, Adela, MACRO, Rome, Italy

 

2009
This Way – waiting for the blackout, Sprovieri Gallery, London, UK
Marte in Gaia e Cosimo vs sotto il monte Sinai, Parascha passo 32, Micamoca, Berlin, Germany.
The Monkey waitin for the White Flamingo, Foksal Gallery Foundation, warsaw

 

2008
E441,Newman Popiashvili gallery, New York, USA

 

2007
Marte in Gaia e Cosimo, Galleria Zero, Milan, Italy
Diamante, Magazzino d’Arte Moderna, Rome, Italy
Egitto in Luigi, MAN, Nuoro, Italy

 

2005
Le Creux de l’enfer, Centre d’art Contemporain, Thiers, France.

 

2004
Esperando el Apagon (Waiting for the Blackout), Sprovieri Gallery, London, UK

 

2003
Jorge Peris versus Volume!, Volume!, Rome, Italy
J.P. versus Dusˇe, Du°m Pánu° Z Kunsˇtátu, Brno, Czech Republic

 

2002
Angle Mort, Espace Public, Paris, France

 

2001
Galleria Otto,Bologna ( in collaboration with giorgio Persano, Turin), Italy

 

2000
Galleria Giorgio Persano, Torino, Italy

 

1999
Surprise Party with Accident, Galerie Saint Eustache, Paris, France

 

MOSTRE COLLETTIVE

2015
Explorations, Musée du château des ducs de Wurtemberg, Montbéliard, France

 

2014
Musée du château des ducs de Wurtemberg, Montbéliard, France
Mediating Landscape, Flip Project Space, Bari, Italy
Krobylos un groviglio di segni. Da Parmigianino a Kentridge – far – fabbrica arte rimini – moderna e contemporanea, Rimini

 

2013
new works #1, Sprovieri, London, UK
The Naturalists, Incontri in Terra di Siena, Tuscany, Italy
Micol Assael, Jorge Peris, Nunzio, Galleria Bonomo Bari, Italy
Encore Plus, Magazzino Arte Moderna, Rome, Italy

 

2012
Straight Up, Family Buisness, New York, USA.

 

2011
Experimental Station. Research and Artistic Phenomena, CA2M Centro de Arte Dos de Mayo, Madrid, Spain/ LABoral Centro de Arte Creaciòn Industrial, Gijòn.

 

2010
During office Hours, VGF Verband Geschlossene Fonds e.V. Berlin, Germany.
Mutiny Seemed a Probability, Fondazione Giuliani per l’arte contemporanea, Rome, Italy

 

2009
Art Basel Miami Beach, Miami, USA
More Love Hours Than Can Ever Be Repaied, Balerie Feinkost, Berlin, Germany

 

2008
Part of the Process 3, Galleria Zero, Milan, Italy
There is No Story to Tell, Tang Contemporary Art, Beijing, China
Greenwashing, Ambiente: Pericoli, Promesse e Perplessità, Fondazione Sandretto Re Rebaudeng, Turin, Italy

 

2007
Tiempo al Tiempo (Taking Time), MACRO, Museo de Arte Contemporaneo de Vigo, Spain
Ping Pang Pong, Centre Internacional d’Art et du Paysage, Ile de Vassiviere, France
Evolution de l’Art, Bratislava, Slovakia
Outlook-Visioni del quotidiano, Palazzo Bricherasio, turin, Italy

 

2006
Fragil, Madrid, Spain
Public, Une rétro-perspective, Espace Public, France

 

2005
Loop, Angelo Mai, Rome, Italy
T1 La Sindrome di Pantagruel, Triennale Torino, Turin, Italy
Nuovo Cinema Paradiso, Spazio Urbano, Vicenza, Italy
Seingallia Dream, Unione Culturale Franco Antonicelli, Palazzo Carignano, Turin, Italy
41° 53’ x 12° 29’, Tra-Monti, Rome, Italy
Take it Furthur!, Andrew Mummery Gallery, London, UK
Factory / Senigallia Dream, Fondazione Adriano Olivetti, Rome, Italy
1420 MHz, Galleria, Zero, Milan, Italy

 

2004
Space Project, Sprovieri Gallery, London, UK
Tank.tv launch show, ICA, London, UK
Premio de videocreacion iberoamericana, Casa de America, Madrid, Spain
Elettricità, Città di Terni prize, Palazzo Primavera, Terni, Italy

 

2003
Prototipi 2, Fondazione Adriano Olivetti, Rome, Italy
Jammed, SMART Project Space, Amsterdam, Holland
Gestell, software y otros dispositivos precarios, Project Rooms, Consorcio de Museos, interarte, valencia, Spain
Great Expectations, Fuori Uso, ferrotel, Pescara, Italy
Doméstico, Madrid, Spain

 

2002
Proyecto calle, Peralta, Cantabria, Spain
EXIT, Nuove Geografie della Creatività Italiana, Fondazione Sandretto re Rebaudengo, Turin, Italy

 

2001
Cittadini e non, Galleria civica d’arte contemporanea, San Martino Valle Caudina (Avellino), Italy
Volo, Cairoli Collage, università of Pavia, Italy
Memorial G.Quaglino III edition, Arengo del Broletto, Novara, Italy
Sistemi Analogici, Otto Gallery, Bologna, Italy

 

2000
Sala Parpallo, Valencia, Spain
BIG, Rassegna Biennale Internazionale di Creatività Giovanile, Turin, Italy
Batofar, Paris, France

 

1999
Chateau de Oiron, France
Galerie Saint Eustache, Paris, France

 

1998
Acciòn documento, Mina Espacio, Bilbao, Spain
Artisti senza vincoli in San Pietro in Vincoli, San Pietro in V

12.11.1972 – GRUPPO A12

Foto inaugurazione © Massimiliano Marchica

Gruppo A12 – 12.11.1972

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Il 12 novembre 1972 a Genova c’erano 85 sale cinematografiche: 4 cinema d’essai, 14 prime visioni, 7 prosecuzioni, 7 seconde visioni, 22 altre visioni, 31 delegazioni. Un numero consistente, se paragonato con le 49 sale concentrate in 24 cinema presenti a Genova oggi.
Lo scarto tra queste cifre è l’indicatore della profonda trasformazione avvenuta non solo nei modi e nelle forme dell’intrattenimento, ma anche nel tessuto urbano della città.
Cosa è accaduto a questi spazi? Cosa sono diventati? Da cosa sono stati sostituiti nella loro funzione di spettacolo e socializzazione? Alcuni esistono ancora, altri sono stati completamente trasformati, divenendo supermercati, banche, grandi magazzini, palestre ed altro ancora.
Il progetto “12.11.1972” parte da questo scarto e da queste interrogativi, costruendo un dispositivo narrativo che testimonia il processo di trasformazione del territorio urbano di Genova, e più in generale della città contemporanea.
Una sorta di macchina del tempo, dove la documentazione dello stato attuale e delle sostituzioni e cambiamenti fisici avvenuti negli edifici che ospitavano e ospitano tuttora le sale, si mescola con il richiamo alle storie che in quei luoghi, il 12 novembre 1972, erano messe in scena.

Intervista Con Il Gruppo A12

Pinksummer: “Perché vi siete chiamati come l’autostrada Genova-Livorno?”

Gruppo A12: “Il gruppo si è formato nel 1993, affittando un enorme ambiente all’interno di un antico palazzo di via Giustiniani, non troppo dissimile dallo spazio della galleria. Per un certo tempo siamo stati definiti come “quelli dello stanzone”, siccome di uno stanzone, in effetti, si trattava. Il nome gruppo A12 è nato nel 1995, un po’ per caso, in un’occasione specifica (una mostra su Ettore Sottsas all’Accademia Ligustica), per avere un’identità più riconoscibile rispetto a interlocutori istituzionali. Il significato era duplice: all’inizio eravamo dodici ed A era l’iniziale di architettura. Inoltre la A12 va verso est e ci piaceva ironizzare con il “Voyage en Orient” realizzato da Le Corbusier.”

P: Quando è nato il gruppo A12 nel 1993 era un momento in cui la res publica appariva super devitalizzata, l’individualismo era sovrano. Come avete scelto di essere un collettivo senza un capo che sviluppa in modo eclettico, ma sistematico e fenomenologico una riflessione sul sociale per eccellenza e talvolta suo malgrado: la città contemporanea?

G. A12:L’individualismo e l’autocompiacimento, almeno per quanto riguarda l’architettura italiana, avevano portato ad un vicolo cieco da cui ancora si fatica ad uscire oggi. Molti dei nostri docenti si riferivano ai loro come “maestri”, implicando una relazione verticale di trasmissione del sapere, se non del genio. Quella era una strada che si era già chiusa da sola, sia per quanto riguarda il modo di lavorare sia dal punto di vista dei contenuti della ricerca. Il gruppo è nato per un insieme probabilmente fortuito di ragioni. La base era un gruppo di persone particolarmente affiatate anche sul piano dell’amicizia personale, già abbastanza abituate a lavorare assieme per aver condiviso numerose esperienze universitarie ed unite dalla voglia di fare e di superare gli orizzonti ristretti che la facoltà di Genova offriva. C’era una vaghissima eredità dei movimenti di protesta universitari, che pochi anni prima si erano esauriti con la Pantera, più della natura collettiva che non delle varie ideologie. La cosa che soprattutto ricercavamo era una forma di dialogo orizzontale e di collaborazione che abolisse la nozione di autore, e che ci permettesse di articolare una attitudine eterogenea ed eclettica rispetto alla città. Sino a quel momento l’insegnamento universitario ci pareva una accumulazione di dogmi contrapposti ed inconciliabili. Ci pareva utile riferirsi alle pratiche intellettuali ed estetiche dell’architettura come ad una scatola di strumenti, tutti ugualmente utili. In quel periodo ci riferivamo spesso alla teoria del “bricoleur” di Claude Levi-Strauss. Lavorare assieme è sembrato uno sbocco abbastanza naturale, forse per pura fortuna la formula ha funzionato, sono stati vinti alcuni concorsi di architettura e questo ci ha dato l’entusiasmo per continuare.

P: A proposito del modo di intendere l’architettura di A12 e Stalker Hans Ulrich Obrist ha parlato di miracolo italiano appena incominciato. Di fatto, il vostro lavoro tende a svincolarsi da ogni intellettualismo utopico per recuperare una dimensione più funzionale dell’architettura. Cosa intendete quando affermate che l’architetto è un tecnico a disposizione della trasformazione della città?

G. A12:Dall’inizio degli anni ’60 il contributo dell’architettura italiana si è concentrato sulla costruzione di grandi teorie sulla città o sulla sua storia. Nello stesso periodo il territorio italiano è stato letteralmente massacrato e le condizioni professionali in cui gli architetti italiani operano si sono trasformate in un inferno. Gli architetti suppostamente colti, si sono ritratti dalla possibilità di agire direttamente sulla trasformazione della città e del territorio, rapidamente sostituiti da soggetti più spregiudicati ed efficaci. Altrove, dove gli architetti hanno continuato ad essere coinvolti attivamente nei processi concreti di trasformazione della città e del territorio, la situazione non è così tragica. Nei nostri lavori cerchiamo di non dimenticare mai che quello che disegniamo diventerà (o almeno così si spera) un pezzo della realtà materiale con cui le persone si devono confrontare quotidianamente. E’ da questo presupposto che tentiamo di sviluppare i nostri progetti, rinunciando almeno in prima istanza a velleità espressive (in questo il fatto di lavorare in gruppo è un meccanismo di compensazione eccellente).

P: Focault sosteneva che in una cultura e a un momento preciso, non esiste che una sola episteme che definisce le condizioni di possibilità di ogni sapere: sia quello che si manifesta in una teoria, sia quello che è investito in una pratica. La fusione di orizzonti a cui porta l’interruzione della fissità disciplinare che caratterizza il vostro fare è una forma di dialettica per recuperare la coscienza del nostro tempo?

G. A12: eeeeh…? cosa? Si’.

P: Ci raccontate cosa presenterete da Pinksummer?

G. A12: Una sorta di macchina del tempo. Proponiamo un dispositivo narrativo che permetta di ricostruire un processo di trasformazione del territorio urbano di Genova. In questo caso la città è scelta come un caso di studio, piuttosto universale. È Genova ma potrebbe essere qualsiasi altra città. Si tratta di una mappatura dei cinema esistenti in città trenta anni fa, e di un’investigazione su quello che sono diventati ora. Allo stesso tempo ci interessa manifestare cosa sia diventato il cinema, come forma di spettacolo, oggi.

P: Avete contestato la teoria dei non luoghi di Augé definendola nostalgica e un po’ snob. In verità questo ci è piaciuto, soprattutto per via dell’abuso. Il progetto “11.12.1972” pur manifestandosi come una mappatura, se vogliamo un po’ cinica o quantomeno descrittiva, dei luoghi che un tempo sono stati cinema di quartiere a Genova, molti dei quali oggi non esistono più sostituiti dalle accentratrici multisale, dalle banche, dai supermercati o dal nulla. Questo progetto non contiene, al di là della constatazione, qualcosa di nostalgico considerando che Genova è la città dove siete nati e cresciuti e magari anche una critica implicita alla progressiva spersonalizzazione e deterritorializzazione dell’intrattenimento?

G. A12: Il gioco della nostalgia sarebbe forse troppo tipicamente genovese, dato che la città permanentemente vive di una memoria di un passato generico, che spesso neppure conosce. Ci interessa manifestare un processo di mutazione dei modi d’uso, delle forme e delle strutture della città, processo che è globale. La scelta di Genova dipende più del fatto che la galleria Pinksummer sia a Genova e meno dal fatto che noi veniamo da qui. Si tratta di una articolazione che è critica, ma che è anche aperta, infatti, il multisala offre comunque un tipo di esperienza e di intrattenimento diverso, che per molti versi è assai più divertente e comodo. Anche il cinema, quando è nato, ha determinato la crisi delle compagnie di teatro di strada o roba simile. Ed in ogni caso la chiusura dei cinema dipende più dalla espansione della televisione e del videoregistratore durante gli anni ’80, che dalla nascita dei cinema multisala. Senza contare che dietro certe trasformazioni ci sono processi economici complessi contro i quali non ha senso fare battaglie a priori e assai meno fondare teorie su un rifiuto della contemporaneità. Si tratta però di verificare se e come la progressiva concentrazione delle funzioni all’interno di pochi grandi contenitori dispersi in periferia, non intacchi alcune delle qualità minori e diffuse proprie dello spazio urbano.

P: Attraverso l’analisi si arriva a una sintesi, quali sono le vostre conclusioni rispetto al progetto partito da una pagina del ’72 del Secolo XIX?

G. A12: La scelta di osservare un solo tipo di manufatto, il cinema, ci ha obbligato a muoverci attraverso tutto il territorio urbano della città. I cinema di seconda visione, parrocchiali e di quartiere erano dispersi ovunque. Avendo esplorato tutte le zone di Genova, abbiamo incontrato la conferma di una crisi profonda della città, di cui difficilmente si intravedono possibilità di risollevarsi. Soprattutto si nota, anche nelle trasformazioni e riqualificazioni urbane più recenti, la mancanza di fantasia e di coraggio. Oltre ad un’idea stereotipata di città d’arte e turismo che coincide solamente con il centro storico e con pochi negozi di souvenir non c’è nulla, mentre basta fare un giro del porto in battello per accorgersi che la grande dimensione industriale di Genova è assai più emozionante di qualsiasi vicolo. Infatti, i silos granari di Ponte Parodi vengono abbattuti, mentre in pieno centro storico si ricostruiscono inutili volumetrie in stile antico (o presunto tale) togliendo quel poco di luce ed aria che le vicissitudini della storia hanno restituito. Il generale processo di sostituzione delle attività industriali o connesse con il porto, sta determinando solamente un nuovo gigantesco territorio del consumo, caratterizzato da enormi contenitori commerciali (tra questi anche i cinema multisala). Muovendosi lungo la costa verso ovest, dal Porto Antico, si può arrivare sino all’ipermercato di Pontedecimo, passando da un centro commerciale ad un altro (Fiumara e Campi sono le tappe intermedie). Genova si sta ripiegando sempre più su se stessa, il centro imbellettato ed i quartieri, anche quelli più signorili, abbandonati al loro destino. In quest’ottica la strategia militare del G8 (con la contrapposizione di zona rossa e terra di nessuno) è perfettamente rispondente all’idea di città che Genova esprime in questo momento.

P: Per l’invito di Pinksummer avete scelto un’immagine tratta da “I mostri” di Dino Risi con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. L’avete considerata solo perché il film era in programmazione a Genova in quel dicembre del ’72 o per quali altri motivi?

G. A12: In realtà non era in programmazione in quel periodo, si tratta quindi di una operazione di puro spiazzamento, così come lo è l’episodio della “vecchia” gettata in piscina che abbiamo scelto. Ci piace però l’autoironia e il fondo di ottimismo che trasuda da un film come “I mostri”: manifesta una capacità ed un interesse per guardare a se stessi, che in generale pare assente nella produzione culturale italiana di oggi.

P: La pagina del Secolo XIX da cui siete partiti diventerà un lavoro?

G. A12: Se per lavoro intendete un “opera” o “pezzo” no, dato che è solo parte del progetto più complesso che presentiamo in galleria da voi. Se intendete che Il Secolo XIX diventerà Il Lavoro (inserto de La Repubblica), nemmeno. Se però trovate qualcuno che se lo vuole comprare a tutti i costi se ne può riparlare.

P: Il curriculum del gruppo A12 è costituito prevalentemente da mostre pubbliche, Pinksummer è una galleria commerciale. Che garanzie può dare un gruppo al collezionismo privato?

G. A12: Diremmo nessuna, ma è una bella scommessa, anche perché nella storia dell’arte moderna e contemporanea, quasi nessun artista agli inizi della sua attività offriva alcun tipo di garanzie al mercato. Inoltre potrebbe accadere che il gruppo vada in pensione prima della nostra morte fisica, quindi le quotazioni aumenterebbero in anticipo.

I membri del Gruppo A12 sono :

Nicoletta Artuso
Andrea Balestrero
Gianandrea Barreca
Antonella Bruzzese
Maddalena De Ferrari
Fabrizio Gallanti
Massimiliano Marchica

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Foto inaugurazione © Andrea Balestrero

Gruppo A12 – Heebies-Jeebies

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Pinksummer: “Abbiamo sempre inteso il lavoro “artistico” di Gruppo A12 come complementare, in senso analitico, a quello di architetti. L’immagine che avete scelto per l’invito della seconda personale da pinksummer dal titolo Heebie Jeebies è il ritratto del filosofo scienziato giansenista Blaise Pascal. Pascal è l’autore del “Saggio sulle coniche” e del “Trattato del vuoto”entrambi volti a provare appunto l’esistenza del vuoto contro la sua negazione da parte degli aristotelici. Pascal affermava che l’uomo, che definiva canna pensante, è smarrito in un orizzonte infinito il cui simbolo è un cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Raccontate perché avete scelto il ritratto di Pascal per l’invito e qual’è il significato del titolo heebie jeebies”.

Gruppo A12: “Partiamo dal titolo che è strettamente legato al tema intorno a cui ruota la mostra, ovvero i malesseri di origine psicologica (fobie nei casi più gravi) legati allo spazio: heebie-jeebies è un termine colloquiale inglese che significa ansia, disagio psicologico. Il termine ha un’origine piuttosto curiosa, essendo stato coniato intorno al 1923 da Billy De Beck un disegnatore di cartoni animati all’epoca assai popolari, tra cui “Barney Google” in cui appunto tale espressione venne utilizzata per la prima volta.
Nel 1926 Heebie jeebies divenne il titolo di un brano jazz di successo, eseguito tra gli altri da Louis Armstrong, alla fine il termine divenne di uso comune e ufficializzato. Il titolo trae dunque origine dalla cultura popolare ed ha un suono buffo, ci divertiva associare ad esso il ritratto austero ed un po’ inquietante di Blaise Pascal, non tanto in riferimento al contenuto dei suoi scritti, ma come caso illustre di fobico spaziale grave. Pare infatti che in seguito ad un incidente in carrozza, Pascal fosse costantemente perseguitato dal terrore di trovarsi sul bordo di un precipizio e che pertanto usasse porre sempre una sedia o altri oggetti ingombranti accanto a sé come protezione. Non sappiamo se vi sia un legame tra le due cose, ma è interessante che una persona che ha dedicato parte della sua vita allo studio del vuoto fosse ossessionata dall’idea di precipitarvi…”

P: Anthony Vidler in “Warped Space” afferma che paura, ansia ed estraniamento e le loro controparti psicologiche, nevrosi e fobie, sono collegate all’estetica dello spazio e in particolare sono endemiche alla metropoli moderna. L’idea di metropoli secondo voi rappresenta una forma di astrazione culturale in antitesi all’idea di natura come stato ideale?

G.A12:Ci sembra più vero il contrario nel senso che il concetto di natura in termini culturali è ricorrente come luogo ideale di fuga e liberazione dalle costrizioni della vita “organizzata”. Età dell’oro, paradiso terrestre, arcadia, panteismo, ecc. hanno accompagnato la storia della cultura occidentale in varie epoche e idee analoghe ricorrono anche in culture differenti.
Anche l’immagine, mediamente piuttosto stereotipata e ottocentesca, che abbiamo della natura, come ci insegna la storia dell’architettura del paesaggio, è quanto di più sofisticatamente artificiale si possa immaginare. Nella natura probabilmente dureremmo assai meno che nelle nostre poco rassicuranti metropoli, tant’è che alcune fobie legate allo spazio, magari provocate dallo “stress della vita moderna”, potrebbero essere riconducibili a ricordi ancestrali legati ad un istinto di sopravvivenza. La natura, quella vera, uccide!
L’estetica dello spazio sembra correlata agli equilibri sociali di un’epoca. La prospettiva rinascimentale in cui tutte le linee convergevano verso un unico punto di fuga è estremamente rassicurante, mentre la sensibilità nevrotica che caratterizza l’architettura dal barocco fino alla modernità, in cui il vuoto si manifesta spesso come nulla, destabilizza. Credete che si possa leggere la psicologia dei tempi attraverso un’attenta analisi architettonica e urbanistica.
Lo spazio costruito è un prodotto culturale come altri. In quanto tale contiene informazioni sulla società che lo ha generato ed è passibile delle più disparate analisi, interpretazioni ed esegesi. Per noi è essenziale non dimenticare che qualsiasi atto analitico è condizionato sia dal suo oggetto che dal soggetto che lo compie.

P: Rispetto al percorso di Gruppo A12, anche solo riflettendo sulla personale da pinksummer del 2002 dal titolo 12-11-1972, incentrata sull’analisi sociale comparativa tra il passato e il presente, a partire dalle trasformazioni e logistiche e di destinazione d’uso delle sale cinematografiche presenti a Genova in quella data, il vostro lavoro sembra presentare uno sviluppo rarefatto in senso filosofico.
Stiamo pensando al labirinto, con tutte le sue implicazioni simboliche, costruito su commissione per il giardino del Kroller Muller e anche, a priori, alla risposta ludica alle nevrosi contemporanee legate allo spazio di heebie-jeebies. Tale sviluppo in senso autonomo è legato alla specificità dei temi trattati o è da intendersi come un progressivo distaccamento dall’imprinting social-urbanistico di Stefano Boeri e più in generale della facoltà di architettura di Genova?

G.A12: Ogni percorso creativo deve trovare necessariamente un’evoluzione altrimenti finisce per cristallizzarsi in maniera. 12-11-72 fa parte di un ciclo di lavori sul tema delle trasformazioni dello spazio urbano basati prevalentemente su operazioni di osservazione e interpretazione più libere ed eterodosse rispetto ai metodi propri della nostra disciplina di origine.
È vero che recentemente nei nostri progetti questi lavori hanno ceduto il posto ad altri: per mantenere alta la spinta alla sperimentazione avremmo dovuto renderli in maniera più sistematica il centro del nostro operare, affrontandoli con un approccio da agenzia di ricerca, mentre ci interessava maggiormente concentrare le nostre energie verso altre forme di riflessione e modi di intervenire sullo spazio urbano e le sue trasformazioni.
Questo non significa necessariamente una caduta di interesse sul tema in sé che magari potrà tornare in forme diverse nei lavori futuri. In realtà comunque, se proprio vogliamo parlare della nostra formazione, hanno pesato in maniera altrettanto rilevante anche altre esperienze ed altri personaggi che ci hanno dato un’impostazione solidamente ancorata alla disciplina architettonica in senso “tradizionale”, che si manifesta principalmente nel metodo con cui affrontiamo ogni progetto. In ogni caso, forse proprio per il fatto di essere un collettivo, non ci risulta sempre facile leggere un’evoluzione così lineare nel nostro percorso.
Senza dubbio vi sono alcuni capisaldi teorici intorno a cui ruota la nostra ricerca, che si è caratterizzata forse in una progressiva tendenza, con il passare degli anni, alla sintesi concettuale, un asciugarsi più che rarefarsi, nel rispetto di un principio di economia (massimo risultato con il minimo impiego di risorse) in senso comunicativo. Il nostro atteggiamento è spesso piuttosto pragmatico, ad esempio nel caso del Kroller Muller il tema simbolico del labirinto era un punto di partenza dato, di cui abbiamo offerto un’interpretazione forse tra le più puramente architettoniche di tutto il nostro lavoro.
Nel caso di heebie-jeebies il tema è coerente con uno dei capisaldi di cui dicevamo, ovvero la centralità del fruitore rispetto alla creazione e trasformazione dello spazio. La questione dei disturbi dello spazio o malattie dello spazio trova origine anche in alcune riflessioni che abbiamo condiviso molti anni fa sul linguaggio architettonico e sulla possibilità di considerare lo spazio come un elemento dotato di un suo significato autonomo. L’aspetto per noi interessante, operando in un contesto complementare, come lo avete definito, rispetto all’architettura è proprio la possibilità di rimescolare le carte ed affrontare certe tematiche con strumenti completamente differenti, “aggirando” gli ostacoli che le certezze disciplinari talvolta costituiscono.

P: Cosa presenterete da pinksummer?

G.A12: Heebie-jeebies è un lavoro incentrato sullo spazio, affrontato partendo dalla sua negazione, ovvero da quelle che possono essere considerate forme di “rifiuto” nei suoi confronti. Quello che ci ha interessato di questo aspetto è la sua sostanziale ambiguità. Da un lato tutti, chi più chi meno, hanno provato l’esperienza di una qualche forma di “disagio” legata alle condizioni spaziali, percependo in questo modo la “potenza” dell’elemento spazio, anche in termini non necessariamente negativi, rispetto alla possibilità di raggiungere effetti architettonici particolarmente efficaci, ampiamente sfruttati da architetture del passato come del presente (senza addentrarsi in ragionamenti complessi sulle spazialità contemporanee, basta ricordare che è uno degli elementi alla base del concetto di “monumentalità”). Dall’altro lato è assai arduo definire in modo netto il limite delle nevrosi prendendo come punto di partenza le caratteristiche dello spazio ed anzi, dal punto di vista clinico, non sembra esserci in termini generali una distinzione precisa tra le fobie legate allo spazio e quelle legate ad altre situazioni od oggetti. L’elemento soggettivo appare quindi in questo caso prevalente.
Ci siamo sforzati di affrontare questi aspetti senza introdurre nel lavoro la medesima ambiguità tra spazio e soggetto. Abbiamo pertanto realizzato una serie di oggetti, molto diversi tra loro, accomunati dal fatto di funzionare come “amuleti” contro le fobie legate allo spazio, facendo ricorso a meccanismi quali la contrapposizione, la distrazione, la compassione, la comprensione.
Un “traccia tempo-spazio” per non perdere la strada e non oltrepassare il limite oltre il quale non ci si può spingere in spazi sovraffollati; una “parete portatile” per non cadere in baratri immaginari; una “camicia di debolezza” per affrontare in due l’angoscia di percorsi ansiogeni; un “correttore di grate” per esorcizzare la vertigine del vuoto; un bracciale/rosario con “ciondoli di difesa” da sgranare per ridurre a icone addomesticabili le diverse paure; un “metro multiplo” per ricondurre a misure note distanze incommensurabili; un “tracciatore” per illuminare con la luce della ragione ostacoli complessi, applicati a spazi della nostra quotidianità od a luoghi specifici, simbolo di condizioni spaziali limite, sono tutti strumenti di un esorcismo compiuto “sullo” spazio “attraverso” i soggetti che lo abitano.
Lo spazio ha caratteri suoi propri, una sua autonomia specifica, ma non si può che leggere e interpretare in relazione a chi lo usa, lo abita, lo percepisce. Le relazioni che si instaurano sono assolutamente personali e spesso insondabili. Come le fobie, e i modi per allontanarle.

GRUPPO A12

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Gruppo A12

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Pinksummer: Drammatica e paurosa l’immagine che avete scelto per l’invito della mostra da pinksummer. Il medesimo angelo, sulla tomba della famiglia Ribaudo al cimitero di Staglieno, scelto dai Joy Division per la copertina del singolo” Love we will tear us apart”. Partiamo da ciò che vi unisce: d’acchito in comune avete Genova e Stefano Boeri, oltre all’architettura in sé. L’imprinting con il genius loci vi ha insegnato solo a darvela a gambe levate? L’approccio sociale (politico?) e sconfinante di Boeri invece?

Baukuh: Al di là della – fin ovvia – associazione con la condizione “terminale” di Genova, città di vecchi e soprattutto con poco interesse per un qualsiasi futuro, l’angelo dei Joy Division lo abbiamo anche scelto un po’ per caso. In certo modo è anche rivelatorio che si tratti di un’immagine di Genova prodotta dal di fuori, che è ormai la nostra condizione. Peraltro nel nostro caso, noi (cinque su sei) non siamo nemmeno di Genova. Abbiamo scelto ad un certo punto di lavorare lì, poi abbiamo preferito muovere lo studio, ora vorremmo (almeno parzialmente) riaprire anche a Genova. Sarà che facciamo gli architetti, ma abbiamo un rapporto molto poco sentimentale con le città. Le città si possono usare, per un po’, poi magari si cambia idea, poi magari si cambia idea un’altra volta. Quanto al genius loci di Genova, detto da gente che viene da fuori, non ci dispiace. Certo, è chiaramente suicida, ma ha una sua grandezza.
Quanto a Stefano Boeri, era una scelta obbligata, non è che ci fossero molte alternative. Non so se avete un’idea della situazione dell’architettura in Italia alla fine degli anni novanta. Quindi anche per chi, come noi, in un certo senso aveva interessi anche piuttosto distanti da quelli di Stefano, era abbastanza inevitabile finire per lavorare con lui. E poi Stefano è una persona estremamente intelligente e generosa, capace di mettere assieme persone molto diverse. E ha il pregio di non considerarsi, lui per primo, un fallito, il che, lavorando con lui, ti dava l’impressione – del tutto eccezionale in quel contesto – che potesse anche darsi il caso che non fossi un fallito nemmeno tu.

Gruppo A12: Siamo due gruppi di architetti, anche questa dimensione di lavoro collettivo, seppure portato avanti con modalità e storie differenti ci accomuna, ma probabilmente anche con la città e con Stefano Boeri abbiamo avuto rapporti molto diversi. La canzone parla di un amore tormentato e Genova non è una città facile. Imparare a vederla un po’ anche con gli occhi di chi ne sta fuori è un esercizio che sarebbe salutare per tutti i genovesi. Quanto a Stefano, lo abbiamo incontrato all’inizio degli anni ’90, noi poco più che ventenni, lui poco più che trentacinquenne al suo primo incarico di insegnamento come professore associato. Sicuramente una ventata di aria fresca in un sistema accademico piuttosto stantio, con in più la capacità di coinvolgerti facendoti sentire alla pari. A12 stava nascendo proprio in quel periodo, da lì sono nate una serie di collaborazioni, anche se con il gruppo in quanto tale non sono proseguite poi così a lungo.

P: Abbiamo letto da qualche parte che dopo la fine del classicismo e il tramonto del modernismo, rispetto all’architettura siamo in un tempo di post-critica, di post-teoria, probabilmente di post e basta (anche nell’arte siamo dentro all”imperativo ” mordi e fuggì” del curatore, un po’ assimilabile al “vendi guadagna e pentiti” della finanza agnostica o becera che sia). In questo senso l’architettura è da intendersi come un mestiere sprofondato nel mero pragmatismo e sempre nello stesso senso la mostra da pinksummer potrebbe essere considerata un’aporia, una impossibilità, un’assurdità, o anche solo una perdita di tempo?

G.A12: In realtà nell’architettura, a fronte della crisi economica che ha colpito in maniera pesantissima il settore immobiliare, e di una disciplina che si è adagiata sugli stilemi di alcuni professionisti di larga fama, ultimamente si assiste a una grande ripresa di interesse per il “disegno”, i progetti “speculativi” (nel senso di speculazione intellettuale, non immobiliare), e tutto ciò che per l’architettura corrisponde abbastanza alla ricerca pura.
Come gruppo si può dire che la maggior parte della nostra attività è stata improntata a questo tipo di ricerca, anche se a causa del nostro atteggiamento molto più pragmatico che teoretico ciò si è tradotto in installazioni effimere invece che testi, diagrammi o grandi tavole disegnate.
Rispetto all’abuso del “post” è probabilmente dovuto a un vizio della critica che non è capace di definire più nulla se non in rapporto a quello che c’è stato prima.

B: A esser sinceri, di pragmatismo/affarismo, al momento ce n’è ben poco. Il mercato immobiliare sembra essere morto per mai più risorgere (e probabilmente non risorgerà, perlomeno nei termini in cui lo abbiamo conosciuto fin qua) per cui, in uno scenario di disoccupazione giovanile attorno al 35% sembra difficile immaginare che si possa essere così impegnati a far soldi da non poter fare una mostra.
Per quanto riguarda invece tutta quella fila di post-qualcosa che dicevate, crediamo che sia una prospettiva che non aiuta molto. Forse è proprio l’assunto di base di tutto il modernismo e postmodernismo eccetera che va messo in discussione. Non possiamo più pensare nei termini di uno sviluppo storico univoco a cui dobbiamo solo restare agganciati, come se lo Zeitgeist viaggiasse sulla motocicletta e noi dovessimo starci attaccati come se fossimo sul sidecar. Direi che Latour ha chiarito a sufficienza che questo tipo di modernità è solo una superstizione.

P: Una domanda scema per Baukuh. A proposito del vostro “Due saggi sull’architettura” ( Sagep editori 2012) abbiamo pensato all’interno di una comparazione assai arbitraria al film di Milos Forman “Amadeus”. Giorgio Grassi è Salieri, poveraccio e Aldo Rossi è il Mozart della storia dell’architettura, poverino?

B: “Amadeus” di Forman è uno dei film più stupidi di tutti i tempi, e Mozart sembra semplicemente uno scemo posseduto da uno spirito superiore che è esattamente quello che NON pensiamo a proposito del lavoro intellettuale. Lavorare è fatica, per tutti, e Mozart non era certo quel demente fortunato che sembra dal film (che riteniamo proprio fascista nel dare un’idea dell’arte di quel tipo).
Quindi la risposta è che Grassi è Salieri e Rossi anche lui è Salieri, ma soprattutto anche Mozart è Salieri, anche perché altrimenti sarebbe solo un pirla.

P: Una domanda per Gruppo A12. A proposito dei vostri interventi al Kröller-Müller Museum e alla Biennale di Venezia Arti Visive del 2003: persiste una differenza sostanziale tra “impianto” o anche “dispositivo architettonico” (cosi abbiamo sentito definire le vostre architetture in quelle occasioni), rispetto all’architettura vera e propria? E se esiste, è solo un problema di temporaneità o anche di responsabilità?

G.A12: Quei termini hanno un significato specifico e sono stati probabilmente utilizzati per descrivere i nostri interventi perché, messi di fronte al progetto di una particolare tipologia architettonica (il padiglione espositivo temporaneo) la nostra risposta è stata assai più ampia di una mera risoluzione del tema architettonico dal punto di vista formale e funzionale. Allargandosi ad una riflessione sulla natura dello spazio collettivo e della condizione urbana. Entrambi quegli interventi possono essere considerati una sorta di manifesto di un’idea di architettura piuttosto precisa, valida in senso generale. La loro natura effimera, su cui molti si sono concentrati è stata per noi del tutto accidentale ed è legata al fatto che, per varie ragioni, quasi solo nel contesto delle esposizioni d’arte contemporanea siamo riusciti a trovare lo spazio per esprimere queste idee.

P: Avete rapporti con l’architettura vernacolare?

G.A12: In qualche modo è impossibile non averne (bene o male anche tutta l’architettura “colta” o “d’autore” ha origine da lì), ma non possiamo dire di avere un interesse specifico per il tema o un particolare “gusto” per l’estetica vernacolare, le tecniche costruttive tradizionali o le architettura spontanee, anche se l’aspetto di alcuni nostri lavori potrebbe sembrare riconducibile ai temi dell’auto-costruzione, che è una delle possibili interpretazioni del termine che usate. Il nostro approccio alla costruzione del progetto, anche nei suoi aspetti formali, è molto più concettuale.

B: No.
Se per “vernacolare” si intende un prodotto di qualche minoranza da compatire, di qualche poveretto a cui gettare un’elemosina per mettersi l’anima in pace, allora è una cosa eticamente disgustosa. Non crediamo per niente alla presunta “architettura senza architetti”, che è sempre e solo architettura fatta da “architetti” (perché tali sono, anche se non hanno il timbro dell’ordine) oppressi, dimenticati, sfruttati. Se questa “architettura senza architetti” ha raggiunto un qualche risultato formale – e spessissimo è andata così – è sempre e solo perché c’era un progetto consapevole, e quindi c’era un architetto, anche se se ne sono perse le tracce.
Se invece per “vernacolare” si intende solo un’estetica “pittoresca”, dove tutto è un po’ più sfumato, un po’ più aggiustato, un po’ più gentile, un po’ più innocuo, quella è semplicemente robaccia.

P: Il superdutch Rem koolhaas curatore della prossima biennale di Venezia, che ne pensate?

G.A12: In linea con la tendenza degli ultimi anni di affidare la direzione della biennale a importanti architetti internazionali invece che a critici o teorici dell’architettura. Sicuramente nel caso di Koolhaas siamo di fronte ad un architetto nella cui attività il peso della ricerca è per lo meno equivalente a quello della professione e ad uno dei personaggi che più radicalmente hanno cambiato il modo di fare architettura degli ultimi 30 anni, quindi siamo curiosi di vedere come affronterà il compito.

B: Koolhaas non c’entra niente con il “Superdutch”, che è il titolo di un libro di Bart Lootsma che forse dieci anni fa faceva incazzare, ma adesso fa solo tenerezza. Peraltro Koolhaas ha sempre detestato quel libro e non lo si può certo rimproverare per “Superdutch”, anzi, forse lo si può rimproverare al contrario per aver infierito contro quel povero cristo di Bart Lootsma, che gli è toccato emigrare in Austria, ma forse non è una questione molto interessante…
Koolhaas sarà un ottimo curatore. Direi che ha diritto di far quello che vuole e che noi ci fidiamo. In generale, di Koolhaas, Gerhard Richter, Derek Walcott e Steve Albini ci fidiamo. Possono fare tutto quello che vogliono.

P: Le città si ammalano e a volte muoiono anche, talvolta accade per cause naturali tipo che i porti s’insabbiano, altre volte è una politica infetta a insabbiarle. Genova sta morendo un po’, non è irrorata da buoni collegamenti, è dissanguata dall’emigrazione costante. Genova è sempre più bella però. L’Architettura, quella vera, quella della città e per la città, non quella prepotente e individualista delle archistars, potrebbe essere una medicina? Ma non è un gatto che si morde la coda? L’architettura della città, della comunità può prescindere da una politica sana?

G.A12: No l’architettura non può essere una medicina per la società. Aldo Rossi, tra una sinfonia e un quartetto, a proposito delle relazioni tra politica e città, ci dice che “la città realizza se stessa attraverso una propria idea di città”. Città, architettura, opera d’arte sono prodotti della società che le esprime. La qualità dell’architettura dipende almeno altrettanto dalla committenza che dagli architetti. Quindi una buona architettura pubblica è possibile solo quando la committenza pubblica (la politica) è consapevole dell’importanza della qualità dello spazio in cui vivono i cittadini, è convinta della necessità di un progetto coerente per ottenerla ed è determinata a superare tutte le difficoltà che dargli concretezza comporta. Ma non c’è nessun legame tra qualità dell’architettura e “sanità” della politica, per come potremmo intenderla noi oggi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato ci accorgiamo che spesso anche regimi corrotti e feroci tiranni hanno prodotto architetture meravigliose.

B: Per la specifica malattia di Genova, l’architettura non può essere una medicina. Solo la politica potrebbe esserlo.

P: Rispetto a questa riflessione che andrete ad annotare in forma di mostra da noi, muovete da approcci speculativi che conducono a esiti differenti. Voi baukuh rimandate a un pragmatismo che ci piace definire impropriamente “effetto farfalla”. Agite pochissimo, ma siete affatto modesti: un fremito di ala appena percettibile, che provoca un ciclone (seppure contenuto e tendenzialmente quantificabile in potenza) di effetti migliorativi dello spazio e di conseguenza della vita in quello spazio. Avete una soluzione e la soluzione cresce e si sviluppa nel ventre dell’architetto.
Mantenendo questo stile inaspettatamente astrologico adatto all’anno appena iniziato, diremmo che Gruppo A12 è cresciuto nutrendosi genuinamente anche e soprattutto di architettura radicale, il vostro linguaggio rivendica la linearità etica modernista, l’utopia è il vostro faro, ma la quadratura cinica del postmoderno non è passata invano, e dunque quella luce che seguite, pur mantenendosi fulgida , incorruttibile e fatata tende a splendere in un mondo alla rovescia, dove il progresso e il mito positivo e positivista dell’eterna giovinezza si schiantano rovinosamente. Voi lo fate schiantate di più amplificando semplicemente il rumore dello schianto. Tendete a non uscire dalla dimensione speculativa, talvolta l’architettura appare un pretesto, ma poi ci si accorge che è la condizione, la pietra fondante. Non avete soluzioni, ma ci viene da pensare che anche se ne aveste qualcuna in tasca vi sembrerebbe ingenuo offrirla, perché non potrebbe essere che parziale rispetto ai problemi che ponete o meglio che la storia pone e sui quali focalizzate per eccesso. In “12/11/1972” la mostra che presentaste nel 2002 da pinksummer, bella, il percorso era dal presente al passato e viceversa, per mostrare e dimostrare come la città possa essere letta come una sorta di diario scritto nell’alfabeto piuttosto oggettivo dell’architettura, in cui vengono annotati, consapevolmente o meno, tutti i cambiamenti della società. Focault entrava dentro al linguaggio e vi dimorava come si potrebbe dimorare dentro a una città di mattoni e cemento in barba alle regole sistemiche di Giorgio Grassi elencate, analizzate e interpretate da baukuh nel loro “Due saggi sull’architettura”. Nel nuovo progetto partite dal presente e il futuro lo deducete (noi sceglieremmo però il verbo evocare).
A Genova comunque vedere le farfalle è improbabile quanto incontrare Tredicino che corre dentro allo stivale delle sette leghe.
Cosa presenterete da pinksummer?

B: Noi presentiamo una cosa molto semplice: un progetto che si intitola “Demolire Genova” e che propone la demolizione dell’1% del volume edificato di una città che negli ultimi venticinque anni ha perso un quarto della sua popolazione e che, allo stesso tempo, vive in una condizione idrogeologica disastrosa. Si tratta di un lavoro che è parte di una ricerca più ampia, che si intitola “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) e che coinvolge anche altri studi di architettura genovesi (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) e che vuole richiamare l’attenzione su un problema e su una possibile opportunità che la città rischia di ignorare. Il progetto è descritto da due grandi disegni che restituiscono la situazione attuale e le trasformazioni proposte utilizzando come caso di studio la valle del Bisagno. Nonostante il titolo volutamente terrificante, “Demolire Genova” suggerisce una politica di demolizioni molto minute, piccoli, cautissimi interventi “chirurgici”. Questa cauta strategia consentirebbe di incrementare la quantità di suoli permeabili, di spazi verdi e di spazi pubblici a disposizione della città. Gli interventi proposti sono deliberatamente poco appariscenti; nei due disegni la differenza tra la situazione attuale e lo scenario proposto è pressoché impercettibile, eppure riteniamo che queste modeste trasformazioni potrebbero riattivare pezzi di città e promuovere quindi trasformazioni più ampie.
In fin dei conti, non ci stanchiamo di ripeterlo: noi siamo realisti. Se c’è una cosa che non ci interessa, sono le utopie. Le cose che proponiamo si possono sempre fare, anche se forse richiedono un piccolo cambiamento di prospettiva.

G.A12: Ritorniamo a rivolgere il nostro sguardo alla città di Genova concentrandoci su un fenomeno generale che qui si presenta in maniera particolarmente evidente: il progressivo invecchiamento della popolazione nella società occidentale. E’ una tendenza che si appresta a raggiungere un punto di soglia critica e ci interessano le possibili conseguenze sull’organizzazione delle città e dei loro spazi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato, di fronte a cambiamenti di questo genere solo le avanguardie artistiche ed il pensiero utopico sono riusciti a proporre visioni dotate di un respiro sufficientemente ampio. Tuttavia, nel loro slancio verso il futuro, tutte le visioni utopiche o radicali hanno sempre posto al loro centro un uomo sano, nel pieno delle sue energie e potenzialità, della sua maturità e delle sue capacità produttive e riproduttive. Cosa succede invece se proviamo a mettere al centro di un’utopia un idealtipico uomo anziano? Un uomo, o una donna, che ha oltrepassato la soglia dei 65 anni e deve fare i conti con una condizione di debolezza se non di malattia? E soprattutto cosa significa costruire una visione urbana per una città dedicata e costruita su misura per questo genere di persone? In mostra presenteremo una raccolta di appunti per il progetto di una nuova utopia urbana, interamente dedicata agli anziani.

P: Una domanda per A12 ispirata da un articolo recentissimo (oggi) apparso sul Domenicale del Sole. Il progetto che andrete a presentare da pinksummer muove dall’idea di statistica e di probabilità per leggere un futuro non proprio radioso. Carlo Rovelli nell’articolo afferma che “La probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza”, e che “Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più”. Rispetto alla propensione della popolazione genovese a invecchiare oltre misura, avete per caso individuato una possibile varianza, quantomeno su scala locale, alla decadenza, che non sia un maremoto, la carestia, la guerra o la pestilenza?

G.A12: Da una rapida indagine su internet apprendiamo che il teorema di Bayes sta alla base dei filtri anti-spam dei programmi e-mail, ovvero è grazie a quel teorema se perdiamo messaggi di importanza vitale, senza riuscire ad evitarci quotidiane proposte di improbabili business da parte di sedicenti ex ministri centroafricani… quindi non siamo granché fiduciosi al riguardo. Tuttavia nel 1999 Nitin Desai, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Sociali, in occasione del lancio dell’Anno Internazionale delle Persone Anziane, affermava: “La longevità è un successo. È qualcosa che gli esseri umani hanno voluto fin dall’anno zero! Il fatto che la stiamo raggiungendo non dovrebbe essere considerato un problema. Dovrebbe essere considerato una conquista.” Noi aggiungiamo che, sempre dall’anno zero, l’apertura al cambiamento ed un atteggiamento progettuale e visionario si sono sempre dimostrati strategie particolarmente efficaci in situazioni difficili.

foto dell’invito cartaceo Massimo Palazzi

Gruppo A12

A12 Associati is a professional partnership of architects that have been working in the field between art and architecture at an international level for almost 20 years, working at very different scales, with architectural, exhibit design and urban projects, installations, design and graphic design, promoting various cultural and research activities.
A12 has been invited to participate to many different art exhibitions and biennials around the world: Barbican Art Gallery in London, Biennial of Athens, Biennial of Bejing, Biennial of Busan in South Korea, Biennial of Istanbul, Biennial of São Paulo, Biennial of Shanghai, Biennial of Venice, CCA of Kitakyushu in Japan, Cittadellarte Fondazione Pistoletto in Biella, Kröller Müller Museum in Otterlo, MAMCO in Genevre, MAXXI in Roma, MNAC in Bucharest, Musée d’Art Moderne de la Ville in Paris, PS1 in New York, Santa Monica Museum of Art in Santa Monica,Triennale of Milano, Villa Manin in Passariano di Codroipo, ZKM in Karlsruhe, ecc.
A12 also develops didactic activities at the Politecnico of Milano, at the Domus Academy and at the Naba in Milano.

Since 2004, the current group members work together under the title of A12 Associates, based in Milan. At present, A12 Associati members are: Andrea Balestrero, Gianandrea Barreca, Antonella Bruzzese, Maddalena De Ferrari, Massimiliano Marchica.

 

SELECTION OF SOLO EXHIBITIONS
2015
Piazza De Carlo, Triennale Live #2, Triennale di Milano, Milano, IT

upgiotto, Ciocca Arte Contemporanea, Milano, IT, con Alessandro Ceresoli

 

2014
upgiotto, sedi varie in Italia, con Alessandro Ceresoli

 

2013
pinksummer, Genova IT.

 

2011
Caravaggio Star Museum, Liceo Artistico Caravaggio, Milano, IT.

 

2010
Giotto, la galeria de comercio, Mexico City (con Alessandro Ceresoli)

 

2008
Deep Garden, Enel Contemporanea, Venezia, IT.

 

2006
Heebiejeebies, Galleria Pinksummer, Genova, IT.

 

2005
Cadavre Esquis, Galleria Sonia Rosso (in collaborazione con Pinksummer) Torino, Italia.

The Lack project 2005 Tensta Konsthall, Spanga, Svezia.

 

2004
Saluti da Pelago progetto in collaborazione con Fondazione Lanfranco Baldi, Pelago, Italia.

 

2003
Geneve, L’Image Habitable, Galleria Attitudes, Ginevra, Svizzera

 

2002
Quartieri Milano, Open Space, Milano, Italia

N 33° 51’ E 130° 47’, Center for Contemporary Art, Kitakyushu, Giappone.

12.11.1972, Galleria Pinksummer, Genova, Italia.

 

SELECTION OF COLLECTIVE EXIBITIONS
2015
Livorno in Contemporanea, Piazza Luogo Pio, Livorno, IT

 

2014
La sovversione del sensibile, Fabbrica del Vapore, Milano, IT

Memoria Abierta, Casa del Lago, Mexico City, Mexico

Se di-segno, Padiglione Esprit Nouveau, Bologna, IT

 

2013
A12/Enrico Piras/Gianpaolo Striano, MARS, Milano, IT

Milano e oltre, Una visione in movimento, Triennale di Milano, Milano, IT

 

2012
Abitare minimo, MAGA, Gallarate (VA), IT

 

2011
Drawing a new memory, Cantieri d’arte, Viterbo, IT.

Garden AT Home, AtCasa in occasione del Salone del Mobile, Milano, IT.

Il Museo Privato. GAMEC, Bergamo, IT.

AILATI, 12^ Biennale di Architettura di Venezia, Padiglione Italia.

 

2009
Do it yourself design, ATCasa, Spazio Rossana Orlandi, Milano, IT.

Radical Nature. Art and Architecture for a Changing Planet 1969–2009, Barbican Art Gallery, London, GB.

Cantieri d’Arte – Visioni Urbane Contemporanee, Viterbo, IT.

 

2008
Dark Yet, Boz2art, Milano, IT. –

Ricostruire con l’arte/Rebuilding with art, Fondazione Remotti, Camogli (GE), IT.

Junkbuilding, Triennale Bovisa, Milano, IT.

 

2007
Delicatessen, Galleria Pinksummer, Genova, IT.

Holland-Italy 10 works of architecture, MAXXI, Roma, IT. –

A scuola con gli artisti, Galleria Civica di Arte Contemporanea, Trento, IT.

 

2006
Group Therapy, Museion Bolzano, IT.

People’s choice, Stecca degli Artigiani, Milano, IT.

Dark Places, Santa Monica Museum of Art, Santa Monica, California, USA.

Biennale di Busan, Busan, South Korea.

 

2005
Vuoto per pieno. Architettura temporanea italiana,Triennale di Milano, Milano.

Architetti italiani under 50,Triennale di Milano, Milano, Italia. Luna Park arte fantastica,Villa Manin, Passariano di Codroipo (UD), Italia.

 

2004
Arte per l’Isola! Centro per l’arte IDA, Stecca degli Artigiani, Milano, Italia.

9° Biennale di Architettura di Venezia, Italia.

Sensi Contemporanei, Sala Murat, Bari, Italia.

Going Public 2004, Modena, Italia.

1° Beijing Biennale of Architecture, Pechino, Cina.

Empowerment/Cantiere Italia, Museo di Arte Contemporanea, Villa Croce, Genova.

 

2003
Artistexture, Art Interventions in Urban Space, Foro Romano, Zara, Croazia.

50° Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Italia

Fragments d’un discours italien, Mamco Ginevra, Svizzera

Arte Pubblica in Italia lo spazio delle relazioni, Fondazione Pistoletto, Biella Italia.

 

2002
“Evens Foundation Prize” con Maarten Loopmans, Evens Foundation, Anversa, Belgio.

Amor Vacui con il progetto Stop-Motion, Open Space, Milano, Italia.

 

2000>2002
Progetto parole, (http://parole.aporee.org). Presentato alle mostre:

VII Mostra Internazionale di Architettura. Biennale di Venezia, Biennale di Venezia, Venezia, Italia

Special Projects, P.S.1, New York, USA

Mutations, arc en rêve, Bordeaux, Francia

Solitude au Musée, Musée d’Art Moderne de Saint Etienne, Saint Ètienne, Francia

Seminario ISEA 2000, Institut Français de Architecture, Parigi, Francia

City, ZKM Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe, Germania (dove ha ricevuto il Premio speciale “internationaler medienkunstpreis 2000”, SWR Südwestrundfunk e ZKM Zentrum für Kunst und Medientechnologie Karlsruhe)

5th Graz Biennial on Media and Architecture, Graz, Austria

XXV Bienal de São Paulo, San Paolo, Brasile

Festival File 2000, São Paulo, Brasile

Europa-América Selección 25a Bienal de São Paulo 2002 Iconografias metropolitanas, Museo de Arte Contemporaneo, Santiago, Cile.

Strategies against Architecture II, Fondazione Teseco, Pisa, Italia.

 

2000
La Ville le Jardin la Memoire, progetto del padiglione temporaneo La Folie, Académie de France, Villa Medici, Roma, Italia.

Manifesta 3, progetto empty/SUMI, Ljubljana, Slovenia.

Fuori uso 2000. The Bridges, art on the highway Lungofiume sud, Pescara, Italia.

Media_city Seoul con il progetto 20,30, con Stefano Boeri, cliostraat, Stalker, Seoul, Corea del Sud.

 

SELECTION OF PROJECTS AND INSTALLATION

2005
Lodron Playground progetto preliminare e definitivo per una piazza dedicata ai bambini a Trento

Sottorete, allestimento nel cortile della fondazione Lazzari, Treviso, Italia

Allestimento della mostra Lo sguardo Italiano, Rotonda della Besana, Milano.

Allestimento della mostra Cina. Prospettive di arte contemporanea, Spazio Oberdan, Milano

Allestimento della Sala Executive (stadio Meazza, Milano) nell’ambito della manifestazione Domus Circular.

 

2004
Lab, progetto per un padiglione temporaneo e sistemazione degli spazi aperti nel parco del Museo Kröller Müller a Otterlo, Olanda.

Allestimento per il convegno Scena Creativa Triennale di Milano.

Allestimento interno del padiglione Hot Spot Italy alla 1° Biennale di Architettura di Pechino

Allestimento della mostra Per fili e per segni Fiera di Genova pad. D.

 

2003
Progetto e realizzazione del nuovo padiglione italiano alla 50° Biennale d’Arte di Venezia, La Zona. Giardini della Biennale di Venezia.

Progetto preliminare, definitivo ed esecutivo per la ristrutturazione del foyer, degli spazi di accesso e degli spazi aperti di pertinenza del Teatro Studio di Scandicci (FI)

Progetto per la riorganizzazione degli spazi e la circolazione interna ed il sistema di comunicazione esterna dei Musei Witte de With e TENT a Rotterdam, Olanda (prima fase realizzata).

 

2002
Concorso internazionale di architettura ad inviti “Seaside Francavilla”. Progetto di riqualificazione del sistema costiero di Francavilla, Italia. Progetto segnalato.

Allestimento della mostra Urgent Painting, Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi, Francia.

 

2001
Allestimento della mostra Uniforme, PittiImmagine Stazione Leopolda, Firenze, Italia.

Allestimento della presentazione del libro Uniforme, Armani via Manzoni, Milano, Italia.

Allestimento della mostra Uniforme, al P.S.1, New York, USA.

Libri Stefania Galegati

Stefania Galegati Shines. The color of the season
Stefania Galegati Shines, Davide Ferri
2011
publisher Silvana Editoriale
acquista on line
ISBN 9788836621392

Stefania Galegati Shines. Mamma non piangere
Stefania Galegati Shines
2009
Purple Press
ISBN 9788895903163

Stefania Galegati
Cloe Piccoli, Anne Ellegood
2005
MACRO, ELECTA
acquista on line

STEFANIA GALEGATI

Stefania Galegati

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Pinksummer: Il tuo lavoro rimanda alla necessita’ di costruire un mondo illusionale; si tratta di un antidoto alla realtà, da cui peraltro muovi?

Stefania Galegati: La differenza e’ puramente logica. Si dice ancora che “il sole sorge”, per esempio. Forse si tratta piuttosto di un antidoto all’abitudine. Credere in una storia implica un gesto di fiducia. Ma anche quando una storia si presenta come falsa, ci affidiamo ad essa.
La fotografia in questo senso e’ utile a trasformare la ‘menzogna’ in verità?
Lo era, fino a quando il fotomontaggio si e’ perfezionato tanto da indurre a dubitare della verita’ delle immagini. E comunque tutti hanno creduto all’uomo sulla luna, nel film Capricorn One l’allunaggio e’ ricostruito in studio, ma nessuno dubita della NASA. Il pubblico vasto non e’ ancora smaliziato: la faccia di Berlusconi e’ una maschera fatta con photoshop, ma a nessuno importa che sia falsa. Importa di piu’ che sia sempre giovane e sorridente. Come ha insegnato l’estetica dei regimi totalitari e’ piu’ efficace affidarsi a un’immagine che alla verita’ che astraiamo dai fatti. Cristo e’ bianco perche’ cosi’ vuole l’iconografia della chiesa occidentale, ma non puo’ essere vero.

P: Da Pinksummer presenti un progetto pittorico. Cosa rappresenta per te la pittura?

S.G: Un mezzo.

P: Descrivi i progetti che realizzerai per Pinksummer.

S.G: Un progetto consiste nelle prime tre opere di una serie. Sono dipinti che rappresentano storie di apparizioni, di fantasmi. Ho cercato di avere racconti diretti, di qualcuno che credesse alla verità della sua esperienza. La pittura era il metodo piu’ economico per tentare una specie di rappresentazione scientifica di fenomeni ancora misteriosi. Le storie di fantasmi fanno paura, anche se nessuno ci crede. Mi interessano i meccanismi mentali che si mettono in moto quando e’ necessario affidarsi a una storia. Non importa che siano fenomeni veri o inventati, ma mi piace che stiano su questo limite. Ho trovato molti racconti di apparizioni luminose che per la scienza sono fulmini globulari, anche se non si sa ancora bene come funzionino.

P: Hai visitato alcuni luoghi in cui si dice avvengano apparizioni; esistono i fantasmi?

S.G: Il Sig. Fusoni ha visto due monaci incappucciati vicino alla certosa di Montebenedetto, in Val di Susa: la certosa e’ disabitata dall’inizio del secolo, a causa di un’alluvione. Vicino a una cappella, all’interno dei ruderi del castello del conte Verde, vicino a Condove e’ apparso più volte un sacerdote che dice messa ed esce quasi strisciando attraverso una porta murata. Alcune persone hanno assicurato di aver visto una figura vestita d’azzurro affacciarsi alle finestre più alte del castello del Catajo, vicino a Padova: pensano che sia Lucrezia Dondi dell’Orologio, uccisa nella stanza da letto nel 1654 da uno spasimante non corrisposto.

P: L’altro progetto?

S.G: Anche il secondo progetto racconta di un incontro. E’ un video in cui il protagonista camminando per la campagna si scontra con un oggetto invisibile. La forma di quest’ultimo viene definita dai movimenti dell’uomo. L’oggetto viene disegnato dai gesti. L’uomo e’ rozzo, ha i lineamenti duri, quelli dati dalle credenze popolari e dai proverbi. L’oggetto e’ essenziale e fortemente presente. L’incontro e’ un po’ imbarazzante, come quando si incontra uno sconosciuto dal dottore. Il possibile dramma contro la demenza della situazione concede un’indecisione tragicomica.

P: Per la mostra “Migrazioni” al Centro per le Arti Contemporanee di Roma hai presentato un piccolo samurai in terracotta con in grembo del potassio 40, una sostanza radioattiva. Il rilevatore geiger e i guardiani della teca tendevano a costruire una situazione di minaccia seppur controllata. Perché sfiori il pubblico con argomenti inquietanti?

S.G: Non sono attirata dalle cose inquietanti in se’. La radioattivita’ diventa inquietante se non si pensa ad essa in maniera scientifica. Lo stesso succede con i fantasmi. Volevo che il samurai fosse un concentrato di energia e per questo e’ radioattivo.

P: Perché nella scultura ‘rischiosa’ hai messo in relazione il concetto di piccolo con l’idea di pericolo?

S.G: In realtà volevo concentrare al massimo le forze del samurai. Gli oggetti sacri e preziosi sono piccoli.

in cooperazione con: Comune di Genova, politiche giovanili, centro della creativita’

STEFANIA GALEGATI

Foto inaugurazione © Stefania Galegati + Paolo Palmieri

Stefania Galegati

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Pinksummer: “La serie Rewind, Le tele dei fantasmi, La spada forgiata col meteorite ferroso, il video in cui Ivano Marescotti si scontra con un’altra dimensione, i nani e il samurai radioattivo. Guardando all’indietro e in prospettiva, il tuo lavoro tende a svelare all’improvviso aspetti misteriosi e in qualche modo inintelligibili della realtà. Tu muovi dal quotidiano per catapultare in una visione del reale che trascende i canoni di razionalità. Credi che la realtà sia il ponte per accedere ad altri mondi possibili o semplicemente t’interessano queste realtà extralogiche per affermare che nulla è scontato?”

S.G: “Queste due possibilità non si escludono l’un l’altra. Mi piace quando la realtà è talmente intensa da collassare su se stessa. Per esempio, quando ho avuto il meteorite in mano la prima volta mi sono emozionata: pensavo al fatto che proveniva da una zona fra Marte e Giove, ma quello che avevo in mano era un pezzo di ferro…”

P: In un epoca in cui l’alterità si afferma prepotentemente attraverso attacchi spettacolari all’occidente o di virus quali la SARS, paure ancestrali tornano a galla come corpi di annegati. Il tuo lavoro sembra affermare una sorta di pessimismo nei confronti del progresso e della conoscenza umana. Il mistero annichilisce il concetto di conoscenza e in qualche modo di difesa: se hai paura dei ladri metti la porta blindata, se hai paura di Dracula ti devi affidare all’aglio o alla croce. Cusano affermava che la nostra conoscenza sta come il poligono al cerchio in cui è inscritto, tanti più lati avrà il poligono tanto più si avvicinerà al cerchio, ma non arriverà mai a coincidere con esso. Conoscere significa fare dei raffronti con oggetti definiti, nel momento in cui è impossibile fare paragoni ci può ancora essere conoscenza?

S.G: Non è nelle intenzioni del lavoro avere un atteggiamento pessimistico nei confronti del progresso o della conoscenza umana. I riferimenti a cose misteriose o pericolose hanno sempre una funzione intrinseca ad ogni singolo lavoro. E comunque non è nelle mie intenzioni fare terrorismo psicologico attraverso il lavoro, ma piuttosto sfruttare criticamente le reazioni psicologiche generalizzate di fronte a certe cose: per esempio, il samurai è radioattivo ma lo è molto meno delle zone bombardate con uranio impoverito; le storie dei fantasmi spariscono nelle tele, il pezzo di meteorite è stato usato per costruire un altro oggetto… insomma c’è sempre una sorta di leggerezza e distanza nel toccare questi temi. Quindi, tornando alla vostra domanda, penso che la conoscenza sia una tendenza indispensabile. Forse dovremmo essere più lucidi e informati per riconoscere che gli eventi che producono fobie collettive, spesso servono a qualcuno molto potente per proteggere ed aumentare il proprio impero. Se penso ai misteri del mondo in questo modo mi viene voglia di cercare di conoscere i motivi della guerra in Iraq, della morte di Enrico Mattei, Moro, la strage di Bologna, Ilaria Alpi, le conseguenze dell’uranio impoverito… bhè potrei andare avanti un bel po’…

P: L’installazione del samurai fa coesistere l’idea di piccolo con quello di potenza e di pericolosità. Nella nostra civiltà quantitativa la forza sta nell’estensione e non nella concentrazione. Si tratta di una critica al materialismo?

S.G: No, il samurai non vuole criticare nessuno. Mi viene chiesto spesso se il samurai ha delle intenzioni politiche, ma no, a me interessa solo il valore aggiunto che può suscitare l’idea di radioattività rispetto all’insieme del lavoro. Anche il fatto che sia piccolo è necessario a se stesso, ad aumentarne la densità.

P: Le tue tele dei fantasmi hanno suscitato molte perplessità fra coloro che conoscono il tuo lavoro, di fatto hanno un che di ingenuo e narrativo che può infastidire. Una volta hai affermato di non voler scalfire in nessun modo la storia della pittura, cosa intendi?

S.G: Usare la pittura è pericoloso perché ha una storia talmente lunga e compiuta e intoccabile. Una buona risposta può essere che non sapete se questi quadri li ho dipinti io o li ho fatti realizzare. Anche le foto della serie rewind sono ingenue rispetto alla storia della fotografia o i video lo sono rispetto alla tv, ma lì nessuno si pone il problema. E’ stato il progetto ad aver bisogno di quel tipo di pittura, volevo che fosse come un racconto ingenuo ma schietto, affaticato e timoroso ma leggero. Quasi che facesse dimenticare i particolari della storia che, in qualche modo, racconta.

P: L’idea di luogo è un concetto intorno al quale ruotano tanti tuoi lavori, tra cui, il progetto che presenterai da pinksummer. Si tratta semplicemente di ricercare la location adatta rispetto al progetto o sono i luoghi a suggerire il progetto?

S.G: Mi pare che si aiutino sempre a vicenda. Il progetto è solo simile all’idea iniziale. E’ stato anche un po’ un caso girare per una via sterrata, dopo giorni che andavo a zonzo a cercare paesaggi, e trovare questo posto. Ho capito subito che era il posto che cercavo.

P: Negli studi del progetto fotografico che presenterai in galleria, il luogo sembra non avere alcun rapporto ontologico con i personaggi che lo percorrono, il paesaggio rimane deserto e la presenza umana è straniante. Perché?

S.G: Perché si tratta di una idea astratta di viaggio, e quello è un luogo di passaggio. I personaggi del resto si adattano a una lentezza e malinconia del luogo. Non succede niente, nessuno fa niente, però c’è un tempo di lettura, anche se lento.

P: Per la realizzazione di quest’ultimo progetto fotografico, quasi una sequenza filmica, hai utilizzato photoshop. Noi abbiamo un forte pregiudizio nei confronti dell’elaborazione digitale della fotografia che è stata utilizzata per ottenere effetti spettacolari e punto. Tu non hai mai elaborato al computer le tue fotografie perché questa volta hai utilizzato photoshop?

S.G: Non bisogna odiare i mezzi. Una volta odiavo l’incisione, poi ho scoperto alcune incisioni molto belle. Odiavo anche photoshop perché era ingannevole, pensavo che non avesse un’etica… però credo che nel 800 anche la nascita della fotografia abbia provocato sentimenti reazionari. Photoshop mi serviva per distorcere quasi impercettibilmente la realtà, perché questa è un’operazione pittorica.

P: Perché nell’invito hai utilizzato l’immagine di L’educazione di un libertino” di Hogart?

S.G: Da qualche anno, ogni tanto riguardo un piccolo catalogo di Hogart. Ha un tempo di lettura molto lento, c’è sempre qualche nuovo personaggio da scoprire e c’è anche una costante decadenza malinconica. Mi sembrava potesse dare una buona via di lettura a questo mio lavoro.

STEFANIA GALEGATI

Foto inaugurazione © Rokma

Stefania Galegati

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La terza mostra di Stefania Galegati da pinksummer è costituita da due video, un’installazione di scritte proiettate a muro, da alcune fotografie tratte dai quaderni delle presenze che si trovano talvolta nelle gallerie d’arte e poi da un librino, attorno al quale, come spiega Galegati di seguito, orbita l’intera mostra: è una storia d’amore per e-mail tra un’artista e un collezionista; una storia intima. Sono lavori che muovono da un’attitudine che potrebbe essere definita la patologia del turista in differita estesa alla quotidianità, una sorta di nevrosi della registrazione che finisce per posticipare il godimento della vacanza al ritorno a casa, quando nell’intimità si riesce finalmente a far propria la vita srotolandone le immagini. Il concetto di intimità viene sviluppato da un progetto prismatico, le cui facce sono collegate da sottili rimandi che muovendo dall’individuale riflettono il collettivo. Il sé sembra ritrovarsi nelle manifestazioni del mondo, e il mondo trova un unico corpo nelle vibrazioni prodotte dalla gente e con esso una sua metafisica elementale. Il sistema dell’appunto, del lavoro per caso ne costituisce la dinamica coerente alleggerita dall’a priori della struttura. Rispetto al comunicato stampa abbiamo scelto di riportare semplicemente alcune e-mail che ci siamo scambiate con l’artista in fase di preparazione della mostra: un “comunicato stampa per caso” è spontaneo e colloquiale.

COMUNICATO STAMPA
Ci racconti, con un po’ di urgenza, la mostra che hai in mente per pinksummer.

Nella mostra da pinksummer vorrei mettere tutta una serie di appunti per caso. Si tratta di una linea che il lavoro ha preso negli ultimi due anni e che fino a ora ho rifiutato di esporre come lavoro vero e proprio… materiale che usavo più per eventi o serate. Ha un peso diverso, nel senso che sono appunti presi in giro, ma pian piano hanno cominciato a diventare parte fondamentale del lavoro, probabilmente sono stata condizionata dal fatto che sono una zingara, ma anche dalla necessità di appropriarmi del mondo in una maniera maniacale e restituirlo facendo da filtro. Insomma, quello che consideravo lavoro vero e proprio si è avvicinato talmente tanto a questa attitudine, e quello che è cominciato come appunti si e’ spostato così tanto verso il lavoro vero e proprio che ora non riesco più a distinguerli. Il progetto avrà diverse forme, avevo anche cominciato dei quadri, ma poi ho capito che devo mettere solo il libro (vedi oltre)… i quadri distoglierebbero l’attenzione dalla “realisticità” di tutte le altre cose. I video e le foto delle scritte serviranno a dare contesto e “veridicità” al libro.
Comunque, vi racconto i lavori: sono video che prendo 24 ore su 24 dovunque io sia e che, in genere, monto ogni 4 – 5 mesi e aggiungo poi la musica. Ognuno acquisisce il suo carattere, che cambia a seconda del mio essere filtro del mondo, a seconda della situazione di vita in cui mi trovo etc. Mostrerei quello fatto principalmente in Argentina, (ma anche Italia, NewYork e Berlino). Si chiama “L’ora del Sud”, ed è diretto a situazioni in cui si sente la necessità di affidarsi a qualcuno o a qualcosa. Sto finendo di montare ora un video che si chiama “Implosion”, è molto ironico, un po’ stupido quasi. Sono situazioni legate a riti e abitudini collettive, una specie di superficie che avvolge il mondo. C’è tanta Italia del calcio, ho raccolto tutte le magliette con scritto Italia in tutto il mondo, e tante chiese assurde. In tutto ciò si sente il caldo.
E’ difficile descrivere questi video senza vederli. (magari uno mostrato a monitor e uno proiettato)
Vorrei poi mostrare le foto delle scritte come diapositive. Le potete vedere sul sito
Ne ho molte, devo selezionarle ben bene. (quindi magari mettere due proiettori di quelli con il caricatore tondo).
Ci sarà una cosa che ho appena cominciato a fare: sono raccolte di foto delle firme dei libri delle gallerie, che qui (New York) si trovano in tutte le gallerie e tutti firmano e fanno anche commenti assurdi. Sono messe insieme a patchwork e il lavoro si chiama “Interesting Congratulation”. Vorrei stamparle, non tanto grandi 40 x 50 o 30 x 40, non so ancora, e’ una cosa ancora un po’ fresca… ci potete trovare la firma di John Baldessarri di fianco a Fire your curator e Andy Warhol…
Una cosa a cui tengo moltissimo è una specie di libricino: è anch’esso un lavoro per caso perché me lo ha passato un’amica, ho cambiato nomi e luoghi… comunque e’ una raccolta di email di una storia d’amore via internet fra un’artista e un collezionista. Ve lo allego.
(attente tutte le persone che lo hanno letto non sono riuscite a fare altro tutto il giorno.)
Siccome non vorrei dargli il carattere del libro, lo stamperò formato a4 e pinzato, vorrei farne una larga distribuzione a basso costo. (Ho anche trovato una traduttrice per farlo in inglese, e al tipo di Printed Matter l’idea e’ piaciuta molto, ma questo è un altro discorso…)
Mi piace che il librino non venga ‘percepito’ in galleria, è una cosa che uno si porta a casa per leggerlo poi.
Questo è più o meno quanto. Ho un po’ paura sul come gestire lo spazio. Anzi appena vi capita mandatemi la piantina della galleria… in effetti mi basta sapere quanti metri per quanti…
Vorrei che saltasse fuori una mostra quasi esageratamente generosa di immagini e suoni, ma allo stesso tempo fatta di leggerezza. Cosa ne pensate?
Ah, poi pensavo all’invito, vorrei mettere un’immagine di Garibaldi, un’altra cosa che ho cominciato a fare, è una raccolta delle immagini delle statue di Garibaldi in giro per il mondo. Ne ho una molto bella di quello lì fuori da voi… ve la allego leggera.
un abbraccio a tutte e due
s

In mostra dunque due video “L’ora del Sud” e “Implosion” (visti ieri) uno su monitor e uno proiettato poi carousel x scritte e foto di album firme delle gallerie. (Sono 10, 27 x 36 cm. ho fatto una prova di stampa ieri per vederle appese e mi sembra una buona dimensione) e poi librino storia d¹amore tra collezionista e artista. Non vediamo l’ora di vederla installata io non vedo l’ora di installarla!!!
Era tanto che non dormivo la notte pensando a una mostra.
l’idea della gommapiuma per sedersi non ci dispiace, il librino come lo presenterai, hai bisogno di un supporto?
veramente non so ancora… dipende un po’ anche dall’effetto del resto dello spazio come interagisce tutto, ma si può decidere all’ultimo minuto se metterli tutti a terra e magari una stampata appesa al muro così che uno può leggersi qualche frase in qua e in là come preview… oppure su un tavolino… in ognuno dei due casi pensavo che ci vorrebbe per l’opening una persona che si occupa della distribuzione… se Nelda avesse voglia… in ogni caso lo terrei al centro dello spazio.
E’ un po’ il fulcro più intimo intorno a cui gira tutta la mostra e attraverso cui si connettono le altre cose. Le dia delle scritte come scrittura, come gesto liberatorio e non solo, fanno un po’ da tramite fra il libro e i video che invece sono più aperti al mondo e meno specifici, ma hanno molti rimandi. Nell’altra direzione le stampe con le firme, che sono un po’ come un sorriso, l’ironia del piccolo inconsapevole mondo dell’arte, la necessità e la ricerca del gossip ma anche quella di lasciare il proprio nome come presenza e anche una sorta di limite fra realtà e fiction, vedrete come tante sono sottili prese per il culo del sistema di per se. Io di fatto ho rubato tutto, in questo caso, mi sono limitata a mettere insieme. Quel che dicevo all’inizio era che il libro è il centro essendo il più delicato: te lo porti via e lui ti porta nell’intimità di due persone reali.
Cosa vuol dire “sono una zingara”?
Vuol dire che non ho casa. L’unica che ho qui a New York e’ la living room di una casa superaffollata, vuol dire chenon ho intimità, mai da due anni… e che ciò probabilmente ha condizionato il lavoro.
Si tratta di materiale non nato come opera d’arte, ma in che senso affermi che si è avvicinato talmente al tuo lavoro che ne hai voluto fare una mostra. Essendo materiale ‘rubato’ e poi editato da me, e’ più vicino all’atteggiamento della fotografia… e’ un limite molto sottile che forse non mi va neanche di andare a comprendere. Ho sempre pensato all’arte in una maniera più purista, come qualcosa che si dovesse astrarre dal mondo, che si dovesse liberare fisicamente dall’immagine del mondo.
Qui forse il risultato è uguale ma il metodo è diverso. Questa mostra è la mia vita quotidiana dell’ultimo anno e mezzo: è accaduto che tutte le cose che mi circondano in una maniera fisica siano diventate materiale su cui lavorare, e il lavoro viene fatto in postproduzione: è come andare a raccogliere le mele per farne una marmellata o una torta o whatever, o invece andare a raccogliere la mela, osservarla, e magari decidere di esporla in un museo per una qualche ragione… scusate l’esempio stupido non è neanche tanto riuscito bene…
Come se invece di rubare le idee dal mondo ne rubassi la fisicità. Non mi è ancora chiaro tutto ciò, per cui forse vi sembrerà confuso questo discorso, a me un po’ confonde, ma credo solo sia perché non ho ancora visto la mostra… ma in sostanza è il metodo di lavoro che mi sembra si sia alleggerito, è diventato quotidiano e mescolato alla vita in maniera quasi indistinguibile per me. Se sono in giro senza camera, ormai mi sento male, come se avessi un terzo occhio che mi segue sempre.
Quando affermi (nella vecchia e-mail) che ti rifai a quei momenti in cui c’è bisogno di affidarsi a qualcuno o a qualcosa credi che alcuni fenomeni di massa, quali calcio o eventi storici tipo i funerali di Giovanni Paolo II, producano vibrazioni emotive simili a quelle indotte dalla psicologia del rituale, e in questo senso sono in qualche modo da intendere come ricerca metasensibile: l’umanità in poche parole cerca dove può, dove riesce, la sua metafisica?
Si, questo si è evidente. E’ un po’ come avere una visione in cui tutto è chiaro e semplice, come succede se pensi il mondo come a un’astronave o come a Gaia (B. Fuller e Asimov, sempre rubo!)… Il mettermi dietro a una camera vuole essere questo stesso atteggiamento di distanza rispetto alle cose. Sembra un contrasto rispetto alla ‘ricchezza’ in termini di quantità di immagini della mostra, ma e’ come prendere distanza dalle cose per esserne parte integrante. Il metodo e’ opposto ma le intenzioni sono le stesse nei quadri delle architetture degli zoo. Ho un’altra citazione bella, ora ve la cerco.
Sentite che bella. “Dalle parti di Miano, poco distante da Scampia, c’erano una decina di Visitors. Erano stati chiamati a raccolta. Uno spiazzo davanti a dei capannoni.
C’ero finito non per caso ma con la presunzione che sentendo l’alito del reale, quello caldo, quello più vero possibile, si possa arrivare a comprendere il fondo delle cose. Non son certo sia fondamentale osservare ed esserci per conoscere le cose, ma è fondamentale esserci perché le cose ti conoscano”. Viene da questo libro di Saviano sulla camorra, pare che in Italia sia diventato famosissimo negli ultimi mesi…
Spesso quando parli del tuo lavoro nomini l’assurdo, intendi quei momenti strani in cui un mondo meno denso, ma non meno reale si rivela.
Stiamo cercando di vedere il movente di questo progetto, rispetto anche a quello che è il tuo lavoro, o almeno a quello che crediamo che sia e che ci piacerebbe che fosse: una forma di evocazione o meglio di rivelazione di un magnetismo, di un’energia sottile e potente che nel tuo disegno arriva sempre per fare inciampare una natura o meglio una esistenza da cui la spiritualità è stata bandita.
Spesso quando parli del tuo lavoro nomini l’assurdo, intendi quei momenti strani in cui un mondo meno denso, ma non meno reale si rivela.
Stiamo cercando di vedere il movente di questo progetto, rispetto anche a quello che è il tuo lavoro, o almeno a quello che crediamo che sia e che ci piacerebbe che fosse: una forma di evocazione o meglio di rivelazione di un magnetismo, di un’energia sottile e potente che nel tuo disegno arriva sempre per fare inciampare una natura o meglio una esistenza da cui la spiritualità è stata bandita.
E’ molto bella questa ultima frase. Mi pare che centriate appieno le intenzioni. Aggiungo che mi piacerebbe dare a questa mostra una forma un po’ astratta in cui ci sono delle linee che ritornano in ogni cosa con un’attenzione diversa.
Ci sono dei rimandi e riferimenti continui fra ognuno di questi lavori che vorrei lasciare scoprire pian piano. Come se si trattasse di un secondo montaggio oltre a quello dei singoli lavori. E i rimandi sono tanti, sia per similarità sia per contrasto: mettere insieme il parco giochi a tema della Terra Santa con la madre nordamericana che non è in grado di spiegare alla figlia che cosa sia successo alle madri di Plaza de Mayo.
La follia dell’inventarsi un credo e una fiducia in un evento sportivo, tanto quanto il jazzista che sputa l’anima sulla batteria, tanto quanto l’inventarsi un possibile amore digitale a distanza e viverlo come se fosse vero… non riesco ad estrapolare un’idea generale dietro a tutto ciò, ma quando collego tutte le cose insieme mi salta fuori un’immagine chiara.
Come un groviglio di nodi che va a formare una palla, se stai distante vedi una palla se ti avvicini vedi solo corda annodata…
allora vi allego il librino, ci vediamo prestissimo
s
Ancora una cosa: Garibaldi.
Garibaldi non e’ un lavoro. non so che farci, un invito intanto. Sto raccogliendo tutte le statue di Garibaldi nel mondo. Parla dell’italianità nello stesso modo del video “Implosion”. Mi interessa il fatto che fosse un rivoluzionario involontario. Lui in fondo voleva solo combattere, ma ha fatto l’Italia.
Mi piace raccogliere cose con cui non so cosa fare, ma sono tutte cose che mi porteranno da qualche altra parte. Nei due video che ci sono in mostra, c’e’ rispettivamente Garibaldi in Plaza Italia a Buenos Aires, e quello di Washington Place a NYC. Nelle diapo delle scritte c’e’ una targa nel mio paese (Bagnocavallo) messa quando Garibaldi passo da lì, in fuga ma festeggiato come un eroe, dai romagnoli.
Col mio amico Marco pensiamo da tanto di farci una tshirt, come quelle di Che Guevara…

STEFANIA GALEGATI

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Stefania Galegati

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Per la quarta personale da pinksummer Stefania Galegati Shines presenta un progetto che esce dalla galleria per fluire sul selciato dei vicoli di Genova dentro alle parole di Rosa Matteucci. Il racconto inedito della scrittrice “Bisogna partire da Odessa per raccontare questa storia d’amore”, composto per il progetto di Stefania Galegati, muove dalla storia di un amore accaduto realmente a Genova durante la seconda guerra mondiale. Il progetto di Stefania Galegati Shines con parole di Rosa Matteucci, dalla scalinata di Palazzo Ducale giungerà a tuffarsi in mare dalle banchine del porto.
In galleria solo un riferimento a questa storia, sarà il manoscritto di Rosa Matteucci.
Una seconda opera è un oggetto che viaggia in una apposita valigia con l’artista. La valigia verrà lasciata in galleria. L’oggetto ogni giorno, negli orari di apertura della mostra, verrà estratto e tenuto in braccio. Non dovrà mai essere appoggiato. Prima della chiusura verrà risistemato nella valigia. L’oggetto è fatto di legno lasciato dal mare sulla spiaggia.
In galleria ci saranno alcuni disegni su carte alimentari che raccontano di architetture, di colonie estive e di ginnastica e anche un piccolo dipinto, che apparentemente non c’entra con il resto.

Segue una conversazione tra Rosa Matteucci e Stefania Galegati Shines con alcuni interventi di pinksummer.

Rosa Matteucci: Perché ti è venuto in mente una storia scritta sul selciato della strada dove i cani fanno pipi?

Stefania Galegati Shines: Camminando ho pensato tante volte che avrei voluto essere accompagnata, immaginavo la stessa stazione radio che esce da case diverse.
rm: Un procedere della vita con una colonna sonora riconducibile al filo di Arianna.

S.G.S: Poi c’è dell’altro: mi è sempre piaciuto leggere sui mezzi di trasporto, viaggiavo in treno e leggevo e accadeva che le storie lette si mescolavano alla vita.

R.M: Tu stavi seduta e leggevi e ciò che leggevi si mescolava con persone che salivano e scendevano dal treno o dall’autobus.

S.G.S: E’ così.

R.M: Mescolavi la parola scritta che per sua natura è qualcosa che rimane, verba volant scripta manent, con un agire fatale, non preordinato, casuale, di persone in movimento. Penso che necessità e caso siano la stessa cosa. Non credo che ci sia il libero arbitrio, che uno possa scegliere di dare una direzione alla propria vita piuttosto che un’altra. Il caso, fato, destino, coincide con la necessità, è quello che ti serve in quel momento, anche se tu non ne sei consapevole. Condividi?

S.G.S: Condivido, però non penso a una volontà superiore… tu?

R.M: Non necessariamente, più che a una volontà superiore penso a un macchinario.

S.G.S: A una sorta di chimica, fisica, a cui noi diamo un senso.

R.M: Una macchina che è anche una legge fisica. Pensa al fascino filosofico, intellettuale e anche religioso della seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia. Si parte da uno stato ideale di quiete, una quiete che via via si annienta perché ogni atto, azione, aumenta l’entropia che è una forza distruttiva, tutto si distrugge e si ritorna a uno stato primitivo di quiete. La nostra vita nel tempo procede in mezzo a questo casino di azioni parole, movimenti.
Però non parliamo di filosofia parliamo di che cos’è una donna oggi. Cosa deve possedere?

S.G.S: Il Bimby? Pensa che quando me lo hai nominato la prima volta su Skype credevo fosse una marca di gelato, lo confondevo con Bindy. Mi sono sbagliata accipicchia! Ho fatto anche una ricerca su Google senza trovare niente.

R.M: Devi cercare Vorwerk

S.G.S: Ok

R.M: È la marca tedesca del micidiale Folletto.

Pinksummer: negli anni ’70 la Vorwerk faceva anche una specie di cuffia…

R.M: Che mettevi in testa e collegavi con il tubo dell’aspirapolvere…

P: La usavi come casco per i bigodini

S.G.S: E’ geniale!

R.M: Ho constatato facendo una sorta di indagine antropologica che quasi tutte le donne contemporanee posseggono questo robot da cucina che si chiama Bimby.

S.G.S: Senti Rosa, ma tu lo desideri questo Bimby?

R.M: No, però mi sento un’esclusa, una paria. Sai perché faccio questo discorso, perché nella mia vita, nella mia biografia, non mi sono mai trovata al posto giusto al momento giusto.
Sono sempre stata cacciata da ognidove: a scuola il banco non l’avevo, non avevo il letto, non avevo le scarpe, non avevo mai niente. Vivo il senso di mancanza come un’equivalente dell’essere rifiutata. Non desidero i beni materiali, ma Bimby mi sembra un’ indispensabile patente, una carta d’identità. Mi sentirei rassicurata di partecipare al consorzio della femmina contemporanea con il Bimby.
Poi c’è un altro dettaglio, perché si chiama Bimby? Si chiama Bimby perché il messaggio subliminale è: tu donna partorisci, hai i bimbi, e dunque hai bisogno di questo robottino che è una specie di governante, di tuttofare. Credo che abbia avuto questa diffusione, proprio perché ha un costo folle; un altro robottino da cucina, che ne so, costa 300 euro, questo costa cinque volte tanto. La suggestione è legata all’idea di maternità: Bimby, c’è il Bimby e con Bimby ogni capriccio viene esaudito. Però in questo caso tu (Stefania) madre non hai il Bimby. Come la mettiamo?

S.G.S: Io madre di fatto non ho il Bimby, però devi sapere cosa uso al posto del Bimby, perché ti farà raccapricciare. Ho un oggetto che si chiama Babypappa, non l’ho neanche comprato, qualcuno me lo ha passato.

R.M: Elettrico?

S.G.S: Elettrico. Odio gli elettrodomestici in genere, ma questo mi è stato dato per far da mangiare ai miei figli quando erano piccoli, prima grattugiavo, facevo tutto a mano, poi per il secondo è arrivato questo oggetto che trita. Ormai sta insieme con i pezzi di scotch.

R.M: Quest’attrezzino che hai trita e basta oppure monta e fa dell’altro?

S.G.S: Trita e basta, è un Bimby in miniatura. In realtà farebbe anche gli omogeneizzati caldi, ma quella funzione non la uso più perché i miei figli sono grandi. Ormai mangiano tutto.

R.M: Sei sfuggita a Bimby, però questo attrezzino Minibimby comunque ce l’hai.

S.G.S: Si, ma questo è un tritatutto, non è un Bimby, è una cosa che vive qui attaccata con lo scotch. Se lo vedessi ti verrebbe la pelle d’oca, però in effetti per tritare è comodo.

R.M: Secondo te in una storia d’amore, perché noi alla fine qui dobbiamo parlare di storie d’amore, ci entra per forza, o di riffe o di raffe, una cosa come il Bimby o quantomeno un attrezzo consimile?

S.G.S: In una storia d’amore c’entra Bimby per forza… Sai con questa storia del Bimby mi hai fatto pensare, ci penso in verità da qualche anno perché posso dire: “ci sono passata”. Tu parlavi della donna di oggi, di cosa ha bisogno. Ebbene credo che la donna d’ oggi si sia liberata dalla schiavitù dell’uomo grazie agli elettrodomestici. E io che li ho sempre odiati fino a rifiutare anche la lavatrice!

R.M: Come lavavi a mano?

S.G.S: Ho passato tre anni a lavare a mano. E dai, e dai. Alla fine lavare è anche un’azione bella.

R.M: Ma anche il lenzuolo. il lenzuolo è faticoso?

S.G.S: Il lenzuolo è faticoso, però il procedimento è bello, mi bagnavo tutta in terrazza: c’è un meccanismo un po’ africano…

R.M: Adesso non lavi più a mano?

S.G.S: A un certo punto ho preso la lavatrice e sai quanto tempo ho adesso. E’ fantastico! Mi sono detta: cavolo penso di nuovo! Il ’68 è coinciso con l’arrivo della lavatrice e la liberazione della donna.

R.M: Tu metti ammorbidente, acchiappa/colore e anticalcare?

S.G.S: No. Dovrei vero?

R.M: Eh si.

S.G.S: Non sono un buon caso, tra un po’ mi sa che di nuovo non avrò più la lavatrice.

R.M: Anch’io sono contraria all’elettrodomestico e alle macchine in genere, perché ho un approccio molto semplice, molto primitivo con le cose. Se potessi starei con le candele, si sta meglio con la candela, però penso che se poi vieni a patti e dici: vabbé avete vinto con l’elettrodomestico, allora bisogna usarlo come va usato, utilizzando ad esempio tutte le funzioni della lavatrice, anche le più folli, tipo quella silenziosa, no-centrifuga, golfino cachemire, bebé, reggipetto, tutte ‘ste cazzate. A questo punto dovrai mettere anche il tuo detersivo di fiducia, avrai un detersivo di fiducia?

S.G.S: Non l’ho ancora trovato sai e tu? Come si chiama?

R.M: Si chiama Felce Azzurra Paglieri

P: Ma è un bagnoschiuma?

R.M: Siete proprio ignoranti. Hanno fatto la linea “Lava Lava Lava”.

S.G.S: Il bagnoschiuma è quello blu?

R.M: Hanno fatto la stessa profumazione per la lavatrice: l’ammorbidente ha lo stesso odore del bagnoschiuma, e io lo verso in quantità sostenute perché così profuma di più. Poi una volta metto la cartina acchiappa/colore, l’altra metto il sacchetto acchiappa/colore con i sali anti/calcare.

S.G.S: Che bello! Non so neanche cosa siano tutte queste cose.

R.M: Poi lavo anche a mano.

S.G.S: Vedi lavi anche a mano, sei una donna antica come me.

R.M: Ho lavato a mano anche cose assurde come le coperte.

S.G.S: Una follia!

R.M: Una volta ho lavato un tappeto in giardino, il cane ha fatto un casino orrendo. Questo tappeto per asciugare ha impiegato otto giorni d’estate, era diventato pesantissimo. A mano ho lavato di tutto: scarpe, cappotti, ho lavato anche un impermeabile, è stato un disastro perché l’impermeabile ha un trattamento antiacqua, un’idrorepellenza che col sapone di Marsiglia si è levata via e ora mi infraccico tutta. Vorrei sentirmi una donna come le altre anche senza Bimby.

S.G.S: Ma infatti secondo me va bene, siamo quattro donne che parlano tra loro e che non hanno Bimby. E’ un buon segno.

R.M: Siamo delle sfigate di nicchia, forse per istinto. C’è un istinto per cui i simili vanno presso i propri simili, fossimo state delle donne realizzate nel lavoro, nella famiglia, nella maternità, avremmo avuto il Bimby! Invece se siamo qua così, siamo delle sfigate invidiose della solidità borghese. Non è solo una solidità esterna, ha una forza di carattere. Con queste famiglie all’apparenza solide ci si può un po’ nascondere, anche se poi le sofferenze spirituali, le paure, forse sfiorano ugualmente. Se però avessi vari Bimby e anche altri elettrodomestici, mi ci nasconderei anch’io e non solo fisicamente.

S.G.S: Hai l’aspirapolvere?

R.M: Si, però non uso il phon, Ho paura del phon come i cani. Mia madre usava il phon e il cane abbaiava.

S.G.S: E’il rumore? A me da fastidio il rumore.

R.M: Ma no, ho paura anche della coperta elettrica, non dormirei mai sotto una coperta elettrica. Anche stamattina che è freddo mi sono lavata i capelli e sono stata un’ora e mezza dentro casa a tamponarli con pezze di lino, e li ho ancora umidi.

S.G.S: Non ti viene mal di testa?

R.M: No non mi viene male, però sto con questi capelli umidi. Ho avuto molta resistenza per il computer, è un altro strumento diabolico moderno e anche per questa cosa che stiamo facendo adesso, con questa finestrina che si vede la faccia tua.

S.G.S: Certo perché non si sente l’odore.

P: Rosa, a ben pensarci, in un tuo romanzo hai scritto che le pulizie di casa salvano la vita.

R.M: Deriva dal fatto che nella mia famiglia, era una famiglia di tradizioni forti, c’era una schiera di persone che puliva: pulivano il giardino, la casa, pulivano tutto e questo pulire mi dava un senso di sicurezza, di stabilità. Poi le cose hanno iniziato a traballare. Sono cresciuta in una casa di campagna che è stata venduta all’asta e negli ultimi mesi, era estate, lì non puliva più nessuno, solo la nonna ha pulito fino alla fine. Si è sfasciato tutto, la casa veniva smembrata, i mobili venivano venduti all’incanto, avevano staccato la corrente elettrica, stavamo con la candela. Ho collegato la fine della mia famiglia con la decadenza della casa. Non la definirei proprio un’ossessione, ma non starei in una casa sporca. Potrebbe essere una casa umidissima, una bicocca con mobilacci, ma deve essere pulita. E’ una virtù femminile saper rendere accogliente la capannetta. Però io sono un’inetta, un’intellettuale, ci sono invece donne che ci sanno fare, sanno pulire con intelligenza.

P: Stefania ci parli ancora del progetto con le parole di Rosa che farai fluire nel mare del porto.

S.G.S: E’ un po’ come un’idea di monumento diverso, il monumento che si fa narrazione. Mi piace anche l’idea di utilizzare il graffito, un linguaggio usato normalmente in maniera illegale. Scrivere sulla città.

R.M: Scrivere per bene in malomodo.

S.G.S: I graffitisti scelgono spesso luoghi brutti per abbellirli.

R.M: La mia valutazione personale dell’azione dei graffitisti è piuttosto variabile. A volte mi disturba.

S.G.S:Il limite è molto sottile, mi piace giocare su questi contrasti. Poi m’interessa la circostanza che il racconto sparirà: questa traccia sulla città, un po’ banale da raccontare forse, ma che è bello percepire sapendo che verrà cancellato dal passaggio quotidiano.

R.M: Rimarrà una storia con i buchi, una lettura ulteriore forse.

S.G.S: Mi ripeti la marca del Bimby?

R.M: Bimby è solo uno, lo fa la Vorwerk, quella del Folletto, poi ci sono delle palle di imitazioni, ma la donna che si voglia definire tale, fronte alta nella società contemporanea, deve avere Bimby.

P: “Ridate smalto alle superfici domestiche con il nuovo miracoloso Ubik”.

Pinksummer e Stefania Galegati Shines ringraziano Giuliano Ballerini, Tania Ballerini, Gabi Curiel De Mattei, Shalom Eugenia De Mattei Graubardt, Cristina Romeo, oltre a Rosa Matteucci.

Pinksummer ringrazia inoltre Stefano Pieri, Andrea Modon, Lorenza Risso dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.

Stefania Galegati

Stefania Galegati Shines nasce a Bagnacavallo (RA) nel 1973.
Vive e lavora in Italia e a New York.

 

MOSTRE PERSONALI

2024

Arcipelago, Vino Vero, a cura di Mara Sartore, Venezia

 

2023

Where is everybody? (con Angelo Leonardo), AterraTerra Lab, Palermo

Storie di fango, installazione permanente, percorso ciclopedonale fra Bagnacavallo e Villa prati (RA) (acquisizione del Museo delle Capuccine, Bagnacavallo)

Where is everybody? (con Angelo Leonardo), Chiesa della Madonna degli studenti, a cura di Kunstschau e Eresie Pellergrine, Lecce

 

2022

GAP, Graffiti Art in Prison, a cura di Laura Barreca, Casa di Reclusione Pagliarelli, Palermo (installazione permanente)

La fila lunga, performance, Biennale Arcipelago Mediterraneo, Piazza Magione, Palermo (con Efi Spirou) a cura di Associazione Meno e Fondazione Merz

Quasi tutto, vent’anni di pratica pittorica, Palazzo Mazzarino, Palermo, con un testo di Daniela Bigi

Primo Tomo di Stefania Galegati, Francesco Pantaleone, Milano, Italia

 

2020
She is land – Isola delle Femmine, Francesco Pantaleone, Palermo, Italia

 

2019

Monumento al cadere 2, Parco delle Cappuccine, Bagnacavallo (RA) (installazione permanente)

 

2018

Modalità aereo, Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Milano a cura di Agata Polizzi
Ritratto di un isola, Quarta Vetrina, Librerie delle Donne, Milano, a cura di Francesca Pasini

 

2017

Monumento al cadere#1, (in)permanent installation at Piazza Indipendenza, Palermo
Rizomata, curated by Antonella Marino, Studio di avvocati associati Malinconico Lenoci Cassa Catalano, Palermo
I modi di dire e della buca, Pinksummer, Genova (installazione con lavori di Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Betty Danon, Agnes Denes, Amelia Etlinger, Maria Lai, Margaret Morton, Giustina Prestento, Greta Schodl e Salette Tavares)

 

2016

Prendersi cura di sé, Spazio Espositivo del Caffè Internazionale (con Marco Raparelli)
Per una storia a Palazzo Branciforte, Palazzo Branciforte, a cura di Antonio Leone con un testo di Giuseppina Torregrossa

 

2015

6x6x5,9, (in)permanent installation ai Cantieri Culturali della Zisa, Palermo, a cura di Paolo Falcone parte del progetto Albero della Cuccagna di Achille Bonito Oliva

 

2014
Bike Ride Story, via Argine Po’, Sermide (MN) Permanent installation, parto of the 48*Suzzura Price

 

2013
Tuttifrutti, Francesco Pantaleone, Palermo

 

2012
Pinksummer, Genova

 

2011
Galleria d’Arte Moderna, Palermo

 

2009
Humans, 29 different locations all over the world

 

2008
Critica in Arte, MAR, Museo della Citta’, Ravenna, by Claudia Casali

 

2007
As a drop of water on the k-way, by Scintilla Robina and Norberto Dalmatah, Uqbar, Berlin (with Marco Raparelli)
Francesco Pantaleone, Palermo
Palazzo Italia, Belgrade, Serbia, by Dobrila Denegri
As a drop of water on the k-way, by Scintilla Robina and Norberto Dalmatah, Careof, Milano (with Marco Raparelli)

 

2006
Pinksummer, Genova
Memoria, Futuraproject, Prague
T293, Napoli

 

2005
Macro, Museum of Contemporary Art, Roma
2005 Bier für öl + ein blinder passagier, Kunstverein Bremerhaven, Germany (with Tatjana Doll – Teufel #2)

 

2003
Pinksummer, Genova

 

2002
Bizart, Shanghai, China

 

2001
Pinksummer, Genova
Studio Massimo De Carlo, Milano

 

2000
Studio 25 (con S. Sabato)

 

1998
Dubmore#3, Spazio Futuro, Roma, curated by Claudia Colasanti (with Piero Cattani)

 

1996
Soste #1, NewSantAndrea, Savona
Salon I, Giò Marconi, Milano, curated by Giacinto di Pietrantonio

 

MOSTRE COLLETTIVE

2025

Sante, a cura di Cuoghi e Corsello, Giardini Margherita, Bologna
Illiminale, Spazio Tempesta, Recanati (MC) a cura di Associazione Osa
Hantu Laut, XI Jatim Biennale, Grosik, Giava Orientale, Indonesia a cura di Ismal Muntaha
Fissare l’arcipelago, a cura di Philippe Terrier-Hermann, Palazzo Sant’Elia, Palermo

 

2024

Solo che amore ti colpisca, a cura di Helga Marsala, Real Albergo delle Povere

 

2023

Systema naturae #3, Onthecontemporary, a cura di Anne Guillot, Caltanissetta
Come casa, FPAC, Palermo a cura di Agata Polizzi

 

2022

Biennale Arcipelago Mediterraneo, Palazzo Sant’Elia, Palermo, (con Efi Spyrou)
Gaze Off, mostra a cura di Franco Marinotti e Diego Tognola, fiera, Lugano, Svizzera

 

2021

Home sweet home. Esplorazioni dell’abitare a cura di Paolo Mele, Alessandra Pioselli, Davide Quadrio e Claudio Zecchi, Kora, Palazzo De Gualtieris, Castrignano de’ Greci (LE)
All’ombra del gelso in fiore prima che i frutti macchino, Villa Iblea, Modica (RG), a cura di Phillppe Terrier-Hernan
Life and herstories (autobiografia come dialogo), (con Chiara Camoni) a cura di Daria Filardo, Villa Romana, Firenze
Europa Enterprise, a cura di Danijela Dugandžić & Jelena Petrović, Cité Internationale des Arts, Parigi

 

2020

Visions in the making, a cura di Myna Mukherjee e Davide Quadrio, IIC, Delhi
La rivoluzione siamo noi, by Alberto Fiz, XNL Piacenza Contemporanea, Piacenza
Quando non aveva nome il cielo, Casa Balat, Testa dell’Acqua, Noto, a cura di Ignazio Mortellaro and Francesco Pantaleone
Non Giudicare, a cura di Viola Emaldi, Complesso di San Francesco, Bagnacavallo (RA)
Waves between us, a cura di Alison Karasyk, Camille Regli, Katie Simpson, Palazzo Re Rebaudengo, Guarene d’Alba (con il collettivo Femminote)

 

2019

Vetrine di libertà, Fabbrica del Vapore, Milano, a cura di Francesca Pasini
Amore e Rivoluzione, via del Mandrione, Roma a cura di Fulvio Chimento
Circolare, Sagra di Baggio, iniziativa del Pac, Milano a cura di Eva Marisaldi and Enrico Serotti
Il tempo invecchia in fretta, FusionArtGallery, Turin, a cura di Zara Audiello
Elogio della fragilità, Docks Dora, Turin, a cura di A. Cattani, M. Banfo, S. Ravelli
Open studio, BAM, Mediterranean Archipelago Biennal, a cura di Beatrice Merz

 

2018

Sguardi, Palazzo Drago, SisalArtPlace, a cura di Francesco Pantaleone e Mario Gorni
Media Art Festival, MAXXI, Roma, a cura di Fondazione Mondo Digitale
Marka, territori di confine, Other size gallery, Milano a cura di di Maria Savarese
Unlearning Barcelona, Istituto Italiano di Cultura, Barcellona a cura di Maria Rosa Sossai

 

2017

P-Art-y, a cura di Lorenzo Bruni, Palazzo Bernaroli, Bologna
Sulla sensualità, un’indagine trasversale declinata il 13 voci, Studi Festival, Milano
On the Road, Galleria Pio Monti, Roma
Performance, a cura di Pietro Gaglianò, Fondazione Malvina Menegaz, Castelbasso (Teramo)
Convitto Art Lab al Convitto naz. Falcone, Palermo a cura di Fondazione Orestiadi
MagioneWe, Scuola Ferrara, Palermo, a cura di CLAC

 

2016

Contemporanea: Collezioni 2006/2016, GAM, Palermo
Avviso di Garanzia, Fuori Uso, Pescara, a cura di Giacinto di Pietrantonio e Simone Ciglia

 

2015
Still life remix, Cantine Antinori, loc. Bargino by Ilaria Bonacossa
Nuovi codici, Palazzo Stanga, Cremona, invited by Davide Quadrio
Ce l’ho / Mi manca, Museo Fondazione Mandralisca, Cefalu’, by Agata Polizzi
Glitch, Ocat, Shanghai, by Davide Giannella
Le declinazioni della pittura, PFAC gallery, Palermo

 

2014
Personal Food on Sale, Piazza Pasolini, Bologna invited by Marco Scotti
Stanze / Rooms – me Collectors Room, Berlin
There is no place like home, Via Aurelia Antica 425, Roma, by Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno Giuseppe Pietroniro, Marco Raparelli
Glitch, Interferenze fra arte e cinema in Italia, PAC, Milano, by Davide Giannella
Poetical Politics, Cantieri Culturali della Zisa, Palermo by Paolo Falcone
Home Theatre, MAAM, Metropoliz, Roma, invitata da Davide Ricco
Non basta ricordare, opere dalla collezione, MAXXI, Roma, a cura di Hou Hanru

 

2013
Ipercorpo, Ex deposito ATR, Forlì, invitata da Davide Ferri
Le Ragioni della Pittura, Esiti e prospettive di un medium, Palazzo De Sanctis, Borgo Medievale di Castelbasso (TE) a cura di Laura Cherubini e Eugenio Viola
Party with us, ten years after, a cura di Valentina Bruschi, FPAC, Palermo

 

2012
Da Zero a Cento, a cura di Cristiana Perrella con la Fondazione Golinelli, Palazzo Re Enzo, Bologna e Museo della Triennale, Milano
Voglio soltanto essere amato, EX3, Centro per l’arte contemporanea, Firenze
Cu avi lingua passa u mari, Palermo Pride, Villa Pantelleria, Palermo, by Francesco Pantaleone
Errore tecnico, strategia dei sentimenti, Lugo contemporanea.12, Lugo di Romagna (RA)
Palermo Felicissima, Shanghai Biennale, Shanghai, China, by Laura Barreca
Fuoriclasse, Galleria Arte Moderna, Milano, by Luca Cerizza
Premio Cairo, Museo della Permanente, Milano, invited by Lorenzo Bruni

 

2011
Posso errare ma non di core, Galleria Comunale d’Arte Contermporanea di Monfalcone, Monfalcone
Premio Maretti, Valerio Riva Memorial, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato
Wunsch Ordnung/Desiderio Ordine, Austellungsraum Klingental, Basel; Chiesa dei Crociferi, Palermo, by Andrea Roca, Cecile Hummel and Francesco Pantaleone

 

2010
Finzioni, videoracconti contemporanei, Museo internazionale della marionette Antonio Pasqualino, Palermo, by Paola Nicita
Casabianca, Casabianca, Zola Predosa (BO) by Anteo Radovan
Videoreport Italia

2008/09
Galleria d’Arte Contemporanea di Monfalcone, by Andrea Bruciati

 

2009
The buffer zone, American Academy, Rome, by Cecilia Canziani and Lexi Eberspacher 2009 Premio Terna 02 Terawatt, Tempio di Adriano, Roma
Usine de reve, 26cc, Roma
Videotrony Volume 1, Trony Centro Commerciale Le Ginestre – Via Gugliemo Marconi – Tremestieri Etneo Trony – Via Giacomo Leopardi 52 – Catania, Trony Centro Commerciale Il Giardino – Avola, by Raffaella Leone Erbematte
Passaggi in Sicilia La collezione di Riso. E oltre, Riso Museo d’arte contemporanea, Palermo by Valentina Bruschi e Paolo Falcone
Lago film fest, Treviso, invited by Saul Marcadent
Through the looking glass, Pinksummer, Genova by Chiara Alinovi
Fuoridisé – Roberto Pagnani – tracce di un collezionista, Casa Rossini, Lugo (RA) by Stefania Vecchi

 

2008
Videoreport Italia 2006-07, Galleria Civica, Monfalcone 2008 Identities in touch, Waseda University, Tokyo, by Michiyo Miyake
Arrivi e partenze. Italia. Mole vanvitelliana, Ancona, by Alberto Fiz
The Unfair fair, Loto Arte, by Cecilia Canziani and Vincent Honore’, Roma
Loop diverse, Barcelona, by Patrizia Monzani

 

2007
FairPlay, Kino Babylon, Berlin, invited by Pelin Uran
Dopofestival, Festival del cinema, Pesaro by Antonio Pezzuto and Adrienne Drake
OU ? – Scènes du Sud (Espagne, Italie, Portugal), Carre’ d’art, Musee d’art contemporain, NImes, by Francoise Cohen
Domestic Irony, Museion, Bolzano, by Letizia Ragaglia
Hallucination, Mass media arts in Seoul, Seoul, Korea 2007 Clearly Invisible, An (invisible) Archive, Centre d’Art Santa Monica, Barcelona, by Filipa Ramos
Cinemarte, Neverending Cinema, Cinema Lumiere, Bologna
Idea, Archivio di stato, Torino, by Laura Cherubini e Giorgio Verzotti
Idea, ISTITUTO NAZIONALE PER LA GRAFICA – PALAZZO FONTANA DI TREVI , Roma, by Laura Cherubini e Giorgio Verzotti 2006 3500 cm2 , American Academy, Roma by Lorenzo Benedetti 2006 3500 cm2 , Assab-one, Milano by Lorenzo Benedetti
Collezionami, Cittadella della cultura, Bari

 

2006
Blueroom, 3500 cm² # 30, Rialto Santambrogio, Roma by Lorenzo Benedetti
Il diavolo del focolare, Palazzo della Triennale, Milano by Claudia Gian Ferrari
Written city, public spaces, Frascati (RM)
Young Italian Artists At The Turn Of The Millennium, Galleria Continua, Bejing, China
Neverending cinema, Galleria Civica di Arte Contemporanea, Trento, a project by Zimmerfrei

 

2005
LOOP, Angelo Mai, Roma, by Lorenzo Benedetti and Francesco Stocchi
RomaPoesia, Fondazione Baruchello, Roma
MODERN TIMES volume 1, MAN, Museo arte provincia di Nuoro, Nuoro, by Maria Rosa Sossai
Fragments of time by Camilla Pignatti Morano, Yellow Bird Gallery, Newburgh, New York
Generations of Art. 10 anni alla Far by Giorgio Verzotti, Fondazione Ratti, San Francesco Church, Como
Premio Mario Razzano, Museo del Sannio, Rocca dei Rettori, Benevento
U_Move, by Andrea Bruciati, Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Monfalcone (GO)
Bidibidobidiboo, by Francesco Bonami, Palazzo Re Rebaudengo,Guarene d Alba (CN)

 

2004
Our personal vision, Futura, Prague, curated by Paola Capata
Visa for thirteen, PS1 Contemporary Art Center, a MoMa affiliate, New York, curated by Jimena Blasquez
Vernice, Villa Manin, Udine, curated by Francesco Bonami
Dollhouse, New York, curated by Tatjana Doll and Tim Trantenroth
World Wide Video Festival, Post CS, Amsterdam
VideoZone 2, the 2nd International video-Art biennal in Israel, Centre of Contemporary Art, Tel Aviv

 

2003
Far away so close, Tour Fromage, Aosta, curated by Barbara Casavecchia
Premio Furla, Fondazione Querini Stampalia, Venezia, curated by Chiara Bertola
L’épreuve de l’étranger -Nuit Blanche, École Nationale Supérieure des Beaux-Arts, Paris,curated by Stefano Chiodi

 

2002
Verso il futuro, Museo del Corso, Roma
Exit, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, curated by Francesco Bonami
Polyphonix40, Centre George Pompidou, Paris
Video, Studio Massimo De Carlo, Milano
At least begin to make an end, W139, Amsterdam, curated by Ann Demesteer
Impatto! meteoriti, comete, asteroidi, Palazzo Bagatti Valsecchi, Milano, curated by Globo – divulgazione scientifica
Filmaker, Spazio Oberdan, Milano
New italian space, MART, Trento, curated by Giorgio Verzotti, Giovanna Nicoletti, Fabio Cavallucci

 

2001
8/8, Villa delle Rose, Bologna, invited by Serena Simoni
Dinamiche della vita dell’arte, Galleria d’arte moderna e contemporanea, Bergamo, curated by Giacinto di Pietrantonio
Leggerezza, Bard College, Annandale On Hudson – New York, invited by Ilaria Bonacossa
Magic and loss, Lux Centre, London, curated by Cristiana Perrella e Luca Cerizza
Play, Open-space, Milano, a cura di Gigiotto del Vecchio
Italian Studio Program 2000-2002,Palazzo delle Esposizioni, Roma
Boom!, Ex-manifattura tabacchi, Firenze, curated by Gianfranco Maraniello e Luca Cerizza
Premio Michetti,Francavilla al Mare (PE), curated by Angela Vettese
Watou Poëziezomer,Watou, Belgio, curated by Ann Demesteer e Pier Luigi Tazzi
Necessity of relationship,Galleria Civica, Trento, curated by Fabio Cavallucci

 

2000
Junge aus italien kunst, Documenta Halle, Kassel, Germany
Germinazioni, Salara, Bologna
Premio per la giovane arte italiana, CAC, Rome
On the bubble, Analix Forever, Geneve, Suisse
Atmosfere metropolitane – Milano, Open -Space, Milano, curated by Roberto Pinto
Fondazione Ado Furlan, Pordenone

 

1999
Incursioni, Link, Bologna, curated by Luca Vitone
Anarchitecture, De Appel, Amsterdam, Holland
On the bubble, T19 gallery, Wien, curated by Luca Cerizza
On the bubble, Studio Massimo De Carlo, Milano, curated by Luca Cerizza

 

1998
a questo punto, Galleria Bevilacqua La Masa, Venezia
Prigionieri, C/O Care Of, Cusano Milanino (MI), curated by Guido Molinari 1998 Area, Caroline+Salvatore Ala, Milano
Il Punto, Galleria Continua, San Gimignano (SI), curated by Elio Grazioli
Subway, Piola underground station, Milano, curated by Roberto Pinto
Fuori Uso – Opera Nuova, Mercato Ortofrutticolo, Pescara, curated by Laura Cherubini
San Zenone, Ex-Chiesa San Zenone, Campione d’Italia, Suisse
Periscopio, Cascina Nuova, Rozzano (MI), curated by Angela Madesani

 

1997
L’eredità ?, Stanze, Casa Masaccio, San Giovanni Valdarno (AR), curated by Luca Cerizza
Modi e luoghi, La Posteria, Milano, curated by Roberto Pinto
Fuori Uso In Provincia, Mercato Globale, Ex-Colonia Stella Maris, Montesilvano (PE)
Aperto Italia’97, Palazzo Lucarini, Trevi (PG), invited by Luca Cerizza
Ultima Generazione, invited by Serena Simoni, Pescherie della Rocca, Lugo(RA)
Jingle Bells, Massimo De Carlo, Milano, curated by Uwe Swarzer
Brave New Worlds, curated by Alessandra Galasso, www.undo.net

 

1996
GPO, Kingston University, London
Narrative Art 1970-1990, Palazzo Rasponi-Murat, Ravenna
Cuoricini, NewSantAndrea, Savona

 

1995
Transatlantico, ViaFarini, Milano, curated by Giacinto di Pietrantonio and Alberto Garutti

 

1994
We’re moving, ViaFarini, Milano, curated by Roberto Daolio and Alberto Garutti

Libri Baukuh

Panorama
Baukuh
2013
Baukuh
buy it online
info: limited edition of 50 copies

Baukuh. Due saggi sull’architettura
Baukuh
2012
Sagep editori
buy it online
ISBN 978-88-6373-191-0

Baukuh. 100 piante
Baukuh
2008
De Ferrari

Libri Mariana Castillo Deball

Ixiptla Volume V Amarantus
Mariana Castillo Deball
2023
Bom Dia Boa Tarde Boa Noite
ISBN: 978-3-96436-046-5

disponibile online

Mariana Castillo Deball: Parergon – Berlin, Hamburger Bahnhof
Kirsty Bell, Dario Gamboni, Melanie Roumiguière.
2014- 2015
Verlag Der Buchhandlung Walther Koenig

disponibile online

Ixiptla volume 1
Mariana Castillo Deball, Kythzia Barrera, Maria Gaida, Moosje M. Goosen, Pablo Katchadjian, Paula López Caballero, Federico Navarrete Linares, Victoria Novelo Oppenheim, Sandra Rozental, Carlos Sandoval, Adam T. Sellen, Anna Szaflarski
2014
Bom Dia Boe Tarde Boa Noite
ISBN 978-3-943514-25-4

disponibile online

Mariana Castillo Deball: Finding Oneself Outside: Uncomfortable Objects
Mariana Castillo Deball
2000
Bom Dia, Boa Tarde, Boa Noite.
ISBN 978-3-943514-05-6

disponibile online

Uncomfortable Objects – Mariana Castillo Deball
Mariana Castillo Deball, Jimena Canales, Laurent Bartholdi, Abraham Cruzvillegas, Mario Bellatin, Daniel Saldaña, Victoria Cirlot
2012
Bom Dia Bom Tarde Bom Noite publishers
ISBN 978-3-943514-10-0
info: Published on the occasion of the exhibition Zurich Art Prize 2012: Mariana Castillo Deball Museum Haus Konstruktiv, Zurich, September 27 – November 18, 2012.

disponibile online

Never Odd or Even
Mariana Castillo Deball, Mario Bellatin, Koen Brams, Abraham Cruzvillegas, Santiago da Silva, Tim Etchells, Carla Faesler, Dario Gamboni, Dora García, Moosje Goosen, Alejandro Jodorowsky and Pascale Montandon, Irene Kopelman, Adriana Lara, Pablo León de la Barra, Jesse Lerner, Juana Lomeli, Valeria Luiselli, Raimundas Malašauskas, Antoni Muntadas, Sophie Nys, Manuel Raeder, Eran Schaerf and Eva Meyer, Sergio Taborda and Heriberto Yépez
2012
Bom Dia Boa Tarde Boa Noite
ISBN 978-3-00-035970-5

disponibile online

Mariana Castillo Deball & Roy Wagner Coyote Anthropology: A Conversation in Words and Drawings
Mariana Castillo Deball, Roy Wagner
2011
ISBN 978-3-7757-2873-7

disponibile online

Kaleidoscopic eye
Mariana Castillo Deball, Dario Gamboni
2009
Kunst Halle Sankt Gallen

disponibile online

Estas Ruinas que ves/These Ruins you see
Mariana Castillo Deball
2008
Sternberg Press
ISBN 978-1933128467

disponibile online

Libri Plamen Dejanoff

Plamen Dejanoff – plamen. Literatur kunst leben
Agnes Husslein-Arco, Maximilian Geymüller, Plamen Dejanoff
2015
21er Haus
ISBN 978-3-902805-84-3

disponibile online

Plamen Dejanoff
Nicolas Bourriaud, Antonia Majaca, Mihnea Mircan
2008
JRP | Ringier
ISBN: 978-3-905701-58-6

disponibile online

The Quarantine Series Book
Jan Christensen, Alain Declercq, Plamen Dejanoff, Juul Hondius
2005
Artimo
ISBN 978-9085460251

disponibile online

Plamen Dejanoff: Planets of Comparison
Plamen Dejanoff, Antonia Majača, Eldbert Kob, Kuhn/Malvezzi, Mazelaygue/Vadriìot, Wiederin/Konzett, Jan Winkelmann
2005
Revolver, Frankfurt am Main, Germany

Plamen Dejanoff

È nato a Sofia (Bulgaria) nel 1970.
Vive a Vienna.

 

ISTRUZIONE

1989-1991 Academy of Fine Art, Sofia, Bulgaria

1992-1997 Academy of Fine Art, Vienna, Austria

1995-1996 MAK Center For Art & Architecture, Los Angeles, Stati Uniti d’America

1997-1998 Monbusho, Musashino Art University, Tokyo, Giappone

1999-2000 Iaspis, Stoccolma, Svezia

 

MOSTRE PERSONALI

2026

Heritage Project, Credo Bonum Foundation, Sofia Bulgaria
Heritage Project, Stephan Stoyanov Collection, Sofia Bulgaria
Heritage Project (United), Kunsthaus Graz & Credo Bonum Foundation Sofia, Graz Austria, Sofia Bulgaria

2024

Plamen Dejanoff, Pinksummer, Milano, Italia

Plamen Dejanoff, Pinksummer, Genova, Italia

Plamen Dejanoff, Heritage Project (Collection & Webstage), Universalmuseum Joanneum, Graz, Austria

Heritage Project (Construction & General Rehearsal), Plamen Dejanoff Foundation, Veliko Tarnovo, Bulgaria

 

2023

Plamen Dejanoff, Heritage Project, Kunsthaus Graz, Graz, Austria

Heritage Project, Plamen Dejanoff Foundation, Arbanasi, Bulgaria

 

2022

Home Exhibition I, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition II, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition III, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

 

2021

Home Exhibition I, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition II, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition III, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition IV, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition V, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition VI, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition VII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition VIII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition IX, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition X, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition XI, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition XII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

 

2020

Home Exhibition I, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition II, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition III, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition IV, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition V, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition VI, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition VII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition VIII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition IX, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Home Exhibition X, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

 

2019

Plamen Dejanoff, Layr, Roma, Italia

The Bronze House, Plamen Dejanoff Foundation, Arbanasi, Bulgaria

 

2018

Plamen Dejanoff, The Bronze House, Kunsthalle, Vienna, Austria

Plamen Dejanoff, The Bronze House, SGHG Sofia City Art Gallery, Sofia, Bulgaria

The Bronze House, Plamen Dejanoff Foundation, Sofia, Bulgaria

 

2017

Plamen Dejanoff,  NAK Neuer Aachener Kunstverein, Aquisgrana, Germania

Plamen Dejanoff, Foundation Requirement, FLUCA Austrian Cultural Pavilion, Plovdiv, Bulgaria

Plamen Dejanoff, Austrian Sculpture Park, Unterpremstätten, Austria

Plamen Dejanoff, SGHG Sofia City Art Gallery, Sofia, Bulgaria

Plamen Dejanoff, The Bronze House, National Academy of Art, Sofia, Bulgaria

Plamen Dejanoff, The Bronze House, Layr, Roma, Italia

 

2016

Plamen Dejanoff, Galerie Emanuel Layr, Vienna, Austria

Plamen Dejanoff, Foundation Requirement, Galerie Nicola von Senger, Zurigo, Svizzera

Plamen Dejanoff, MAM Mario Mauroner Contemporary Art, Vienna, Austria

Plamen Dejanoff, LAUBA Center for Contemporary Art, Zagabria, Croazia

 

2015
Foundation Requirement , 21er Haus Museum für zeitgenössische Kunst, Vienna, Austria
Foundation Requirements, Pinksummer, Genova, Italia
Foundation Requirement, ICA Institut fo Contemporary Art, Sofia, Bulgaria
Artelier Collection, Graz, Austria
Gallery Emanuel Layr, Vienna, Austria

 

2014
Ursula Blickle Foundation, Kraichtal, Germania

 

2013
Galerie Emanuel Layr, Vienna, Austria
CMS, Sofia, Bulgaria

 

2012
MAMBO Museo d ́Arte Moderna di Bologna, Bologna, Italia
FRAC Fonds régional d’art contemporain Champagne-Ardenne, Reims, Francia
Galerie Emanuel Layr, Vienna, Austria

 

2011
Kunstverein in Hamburg, Amburgo, Germania
CMS, Vienna, Austria
HafenCity, Amburgo, Germania

 

2010
MAK Österreichisches Museum für angewandte Kunst in Wien, Vienna, Austria
Pinksummer, Genova, Italia

 

2009
Firma London, Berlino, Germania

 

2008
Galerie Nicola Von Senger, Zurigo, Svizzera
Uszynska Schaufenster, Vienna, Austria

 

2007
Michelle Nicole Fine Arts, Zurigo, Svizzera
Jan Winkelmann, Berlino, Germania
Izola Art Center, Milano, Italia
Schloss Wendlinghausen, Dörentrup, Germania

 

2006
MUMOK Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien, Vienna, Austria
ESAD/La Shaufferie, Strasburgo, Francia
Galerie Meyer Kainer, Vienna, Austria
Pinksummer, Genova, Italia

 

2005
Jan Winkelmann, Berlino, Germania
Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova, Italia
Galeria Miroslav Kraljavic, Zagabria, Croazia
Gallery Space for Contemporary Arts, Bratislava, Slovacchia

 

2004
La Salle de Bains, Lione, Francia

 

2003
Quarantine Series, Amsterdam, Paesi Bassi
Jan Winkelmann, Düsseldorf, Germania
JRP Editions, Ginevra, Svizzera

 

2002
Palais de Tokyo, Parigi, Francia
Tomato S.A., Lugano, Svizzera
Galería Javier López, Madrid, Spagna
Pinksummer, Genova, Italia

 

2001
MAK Galerie, Museum für Angewandte Kunst, Vienna, Austria
Siemens Arts Program, Monaco di Baviera, Germania
Air de Paris, Parigi, Francia
Tomio Koyama Gallery, Tokyo, Giappone

 

2000
Galerie Meyer Kainer, Vienna, Austria
Projectroom, Museum of Contemporary Art, Zagabria, Croazia

 

1999
Ynglingagatan 1, Stoccolma, Svezia
Galerie Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
L’ELAC, l’espace lausannois d’art contemporain, Losanna, Svizzera

 

1998
Tomio Koyama Gallery, Tokyo, Giappone
Galerie der Stadt Wels, Wels, Austria
Le Consortium, Dijon, Francia

 

1997
Air de Paris, Parigi, Francia
Raum Aktueller Kunst, Vienna, Austria
Kunstverein/Villa Franck, Ludwigsburg, Germania

 

MOSTRE COLLETTIVE SELEZIONATE

2024

NAK Annual Editions 1992-2024, Neuer Aachener Kunstverein, Aquisgrana, Germania

 

2023

Im Zeitraffer. Ein Blick ins Archiv des Kunsthauses, Kunsthaus Graz, Graz, Austria

 

2022

New Space Show, Layr, Vienna, Austria

Café Del Mar, Galerie Gabriele Senn, Vienna, Austria

Collection I, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection II,Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

3. International Home Biennial, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

 

2021

Was sein wird. Von der Zukunft zu den Zukünften, Kunsthaus Graz, Graz, Austria

Threesome #6, FPAC Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo, Italia

Collection I, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection II, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection III, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection IV, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection V, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection VI, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection VII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection VIII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection IX, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection X, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection XI, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

2. International Home Biennial, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

 

2020

Kunst ⇆ Handwerk Zwischen Tradition, Diskurs Und Technologien, Kestner Gesellschaft, Hannover, Germania

Collection I, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Kunst ⇆ Handwerk Zwischen Tradition, Diskurs Und Technologien, GfZK, Leipzig, Germania

Collection II, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection III, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection IV, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection V, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection VI, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection VII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection VIII, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Collection IX, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

Light After Darkness, MAM Mario Mauroner Contemporary Art, Salzburg, Austria

1. International Home Biennial, Plamen Dejanoff Foundation, Vienna, Austria

 

2019

Kunst ⇆ Handwerk Zwischen Tradition, Diskurs Und Technologien, Kunsthaus Graz, Austria

Zu viel ist nicht genug! Die Schenkung “Sammlung Artelier” – Universalmuseum Joanneum, Graz, Austria

 

2018

Collection – Musée d’Art Contemporain Lyon, Lione, Francia

kunst.porzellan.kunst, Palais Dorotheum & Augarten Museum Vienna, Austria

Black Mirror, MAM Mario Mauroner Contemporary Art, Salzburg, Austria

Pinksummer goes to Palermo, Pinksummer, Palermo, Italy

Black Mirror  Part II,  MAM Mario Mauroner Contemporary Art, Vienna, Austria

 

2017

In/On the Way: Migrations of Fear, KGLU, Slovenj Gradec, Slovenia

Oh…, MUMOK Museum moderner Kunst Stiftung Ludwig Wien, Vienna, Austria

Les Objets Domestiquent, FRAC Nord-Pas de Calais, Dunkerque, Francia

The Present Order Part Three – GfZK Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania

La décroissance, pour une économie esthétique – CAP Le Centre d’Arts Plastiques de Saint-Fons, Saint-Fons, Francia

The Present Order Part Two – GfZK Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania

A Show Without A Title But In The Holiday Spirit, ICA The Institute of Contemporary Art, Sofia, Bulgaria

NAK Benefiz Auktion, Neuer Aachener Kunstverein, Aachen, Germania

Beyond the Box. Sammlung Dohmen, Leopold Hoesch Museum, Düren, Germania

Balak #7, Balak Espace Temporaire d’Art Contemporain, Charleville Mézières, Francia

Publishing as an Artistic Toolbox: 1989–2017, Kunsthalle Wien Museumsquartier, Vienna, Austria

Don’t Look Like A Line, Pinksummer, Genova, Italia

Le travail à l’œuvre / L’alternative, FRAC Champagne-Ardenne, Reims, Francia

Migrations of Fear, Forum Stadtpark, Graz, Austria

 

2016

Manifesta 11. European Biennial of Contemporary Art, Zurigo, Svizzera

Franz West Artist Club, 21er Haus, Vienna, Austria

The Present Order, GfZK, Lipsia, Germania

La Ville, Au Loin, FRAC Centre Fonds Régional d‘Art Contemporain de la Region Centre, Orléans, Francia

Anti-musée Rétrospective des galeries fermées, Fri Art, Fribourg, Svizzera

The Peacock, Grazer Kunstverein, Graz, Austria

NAK Benefizauktion, Neuer Aachener Kunstverein, Aquisgrana, Germania

Collection Gallery & Friends (20 Years), Galerie Mirko Mayer / m-projects, Colonia, Germania

Cabaret der Künstler, Zunfthaus Voltaire / Cabaret Voltaire, Zurigo, Svizzera

 

2015

Andy Warhol sul comò, Museo d‘Arte di Villa Croce, Genova, Italia

Flirting with Strangers, Belvedere 21, Vienna, Austria

48 Drawings, Spike Berlin, Berlino, Germania

The Vacancy, Crone Berlino, Germania

 

2014

Special Guest (Parabol) Kunstverein in Hamburg, Amburgo, Germania

We Fragment, Collecte and Narrate, Leopold Hoesch Museum, Düren, Düren

Ökonomie der Aufmerksamkeit, Kunsthalle Wien, Vienna, Austria

Sammlung Lenikus, Kunstraum Innsbruck, Innsbruck, Austria

Bildmeister, Altes Zollamt, Vienna, Austria

Les éditions, FRAC Champagne-Ardenne, Reims, Francia

Lotte Sonnenstein: BILDMEISTER extended, Temporäre Halle für Kunst, Linz, Austria

A Stone, A Word Activated By, Bickle Raum, Vienna, Austria

Cover-Up, Galerie Krinzinger, Vienna, Austria

 

2013

Le Futur commence ici, Frac Nord-Pas de Calais, Dunkerque, Francia

Experience Pommery, Une Odyssee: 30 ans du FRAC Champagen-Ardenne, Reims, Francia

Curated by, Why Painting Now, Galerie Krinzinger, Vienna, Austria

Plamen Dejanoff / Karen Kilimnik / Hans Peter Feldmann, Windsor Collection, Windsor, Vienna, Austria

Contemporary Practices at the Beginning of the 21st Century, SGHG Sofia City Art, Gallery, Sofia, Bulgaria

Fotos – Österreichische Fotografien von 1930ern bis heute, 21er Haus, Vienna, Austria

 

2012

Moment Ynglingagatan 1, Moderna Museet, Stoccolma, Svezia

Nuove Acquisizioni – Matthew Day Jackson, Plamen Dejanoff & de Rijke deRooij, MAMBO Museo d‘Arte Moderna di Bologna, Bologna, Italia

Jahresgaben, Grazer Kunstverein, Graz, Austria

Editionen, MUMOK Museum moderner Kunst Stiftung Ludwig, Vienna, Austria

Post Tenebras Lux – Eine Übersichtsausstellung, Galerie Nicola von Senger, Zurigo, Svizzera

 

2011

Biennale di Venezia – 54. International Art Exhibition, La Biennale di Venezia, Venice, Italia

The Avantgarde: Specters of the Nineties, Marres – Centre for Contemporary Culture, Maastricht, Paesi Bassi

Hirschfaktor. Die Kunst des Zitierens, ZKM Museum für Neue Kunst, KarlsruheKarlsruhe, Germania

Sequel 2, Artelier Collection, Graz, Austria

Car Cculture – Meiden der Mobilität, ZKM Museum für Neue Kunst, Karlsruhe, Germania

 

2010
Erased Walls – Mediation Biennale, Poznan, Polonia
Konstellationen – Sammeln für ein neues jahrhundert, MUMOK Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig, Vienna, Austria
Destrøy Design – Aarhus Kunstbygning – Center for Contemporary Art, Aarhus, Danimarca
PUZZLE – Die Sammlungsausstellung 2010 – Galerie für Zeitgenössische Kunst, GfZK, Lipsia, Germania
Destroy Design – MUDAC – Musée de design es d`arts appliques contemporains, Losanna, Svizzera
LA PUNTA DELL´ICEBERG – Villa Croce, Museo d´Arte Contemporanea, Genova, Italia
Sequel 1, Artelier Collection, Graz, Austria
Originalfunktional – Wiener Art Foundation, Vienna, Austria

 

2009
SOCIAL CRITICISM 1993-2005, an Art Historical Exposé, Kalmar Konstmuseum, Kalmar, Svezia
Sehnsucht nach dem Abbild, Das Portrait im Wandel der Zeit, Kunsthalle Krems, Austria
“The Artist” WDW Witte de With, Center for Contemporary Art, Rotterdam, Paesi Bassi

 

2008
Art & Entrepreneurship, Phillips de Pury & Company, Londra, Refno Unito
Design’In présente Living Box, Hangar à bananes, Nantes / Frac des Pays de la Loire, Carquefou, Francia
Art & Entrepreneurship, Chelsea Art Museum New York, New York, Stati Uniti d’America
IMAGES, FORDE Espace d’art contemporain, Ginevra, Svizzera
Art & Entrepreneurship, Global Art Forum/Art Dubai, Dubai, Emirati Arabi Uniti
Art & Entrepreneurship, Center for Contemporary Art, Mosca, Russia

 

2007
Meisterwerke aus der Sammlung, Kunsthalle zu Kiel, Kiel, Germania
Deutsche Geschichten, GFZK Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania
M.tel Award NDK, Sofia, Bulgaria
Souffle, Kunstraum Innsbruck, Insbruck, Austria
Black Star, Pinacoteca di Savona, Savona, Italia
Images, Spike/Into Positions, Vienna, Austria
Made In – Assab One, Milano, Italia

 

2006
6st Shanghai Biennale, Museum of Modern Art, Shanghai, Cina
SEE History 2006. Schätze bilden, Kunsthalle zu Kiel, Kiel, Germania
FASTER! BIGGER! BETTER!, ZKM, Karlsruhe, Germania
Capolavoro, Centro per le Arti Contemporanee Palazzo di Primavera, Terni, Italia
Prospective Sites, Roaling Boards, Vienna, Austria
Runaway, Gallery Priestor for Contemporary Arts, Bratislava, Slovacchia
Nefertiti, 2nd Biennale for Contemporary Art, Shumen, Bulgaria
Jrp|Ringier, Christophe Daviet-Thery, Parigi, Francia
Let’s Paint, MQ Museums Quarttier Arena 21, Vienna, Austria

 

2005
Cochabitats, Gallery Ghislaine Hussenot, Parigi, Francia
Criss-Cross-Alphabet, MSU Museum of Contemporary Art, Zagabria, Croazia
Drive, GAM Galleria d’Arte Moderna, Bologna, Italia
Exit, Ausstieg aus dem Bild, ZKM Museum für Neue Kunst, Karlsruhe, Germania
Slices Of Life (Blueprints Of The Self In Painting), Austrian Cultural Forum, New York, Stati Uniti d’America
The Quarantine Series Book, Quarantine Series, Amsterdam, Paesi Bassi
Among Global Players, Fox Academy, Copenhagen, Danimarca
Portraits, Galerie Meyer Kainer, Vienna, Austria
Coloured Environmental Design (Art & Design in The Daily Life), Stedelijk Museum, Aalst, Belgio

 

2004
Stock Zero – Opera, MNAC Museum National de Arta Contemporana, Bucarest, Romania
Noch Einen Wunsch, Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania
Arredare la casa abitare il museo, Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova, Italia
Europas Zukunft, Galerie für Zeitgenössische Kunst/B.V.K./alpha 2000, Lipsia, Germania
Challenge, Gallery Priestor, Bratislava, Slovacchia
Who ́s to follow?, De Appel Foundation, Amsterdam, Paesi bassi
Trafic d’influences, Tri Postal, Lille, Francia

 

2003
Money for Nothing, Artspace, Auckland, Nuova Zelanda
1. Prague Biennale, Praga, Repubblica Ceca
Deluxe, Monasterio de Prado, Valladolid, Spagna
Dessinez avec Desiree, Galerie Meyer-Keiner, Vienna, Austria
2nd Ceramic Biennale, Albisola Superiore, Italia
The Collection, Centro de Arte Contemporaneo, Malaga, Spagna
Money for Nothing, City Gallery Wellington, Wellington, Nuova Zelanda

 

2002
Art & Economy, Deichtorhallen, Amburgo, Germania
Uncommon Denominator, MASS MoCA, North Adams, Massachusetts, Stati Uniti d’America
Deluxe, Sala de Exposiciones de Plaza de España, Madrid, Francia
windsor.collection, Stazione Leopolda, Firenze, Italia
JRP Editions, Galerie Choakri Brahms, Berlino, Germania
Die Sammlung als Labor, Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania
There is a Light that never goes out, Villa Galvani, Pordenone, Italia
Ideas for Living, Inkijk, Amsterdam, Paesi Bassi
S.O.S, MAK Museum für Angewandte Kunst, Vienna, Austria
JRP Editions, Gallery Joao Graca, Lisbona, Portogallo
TRANS-POSITIONS – Centre d’Art Passerelle, Brest, Francia

 

2001
2. Berlin Biennale, KW, Berlino, Germania
1st International Biennial, National Gallery, Tirana, Albania
Encounters, Tokyo Opera City Art Gallery, Tokyo, Giappone
The Constructing of an Image (Germany), Palazzo de la Pappese, Siena, Italia
windsor.collection, NRW Forum Kultur und Wirtchaft, Düsseldorf, Germania
Social Hackers, Centre d ́edition contemporain, Ginevra, Svizzera
Objekte, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna, Austria
Das Diskursive Museum, MAK Museum für Angewandte Kunst, Vienna, Austria
Black Silver & Gold, Galerie du Bellay, Mont Saint Aignan, Francia
Home Sweet Home, Kunsthaus /Jahresmuseum, Mürzzuschlag, Austria
Test The World, MAK Museum für Angewandte Kunst, Vienna, Austria

 

2000
Worthless (Invaluable), Moderna Galerija, Ljubljana, Slovenia
Contacts, FRI-ART Centre d ́Art Contemporain, Fribourg, Svizzera
Democracy, Royal College of Art, Londra, Regno Unito
Plan B, De Appel Foundation, Amsterdam, Paesi Bassi
Trance_actions, Gallery Art & Essai, Rennes, Francia
windsor.collection, Philomene Magers Monika Sprüth, Monaco di Baviera, Germania
Unhomely Home, Kunstverein, Wolfburg, Germania
Aussendienst, Kunstverein/Stadt Hamburg, Amburgo, Germania
The World is Not Enough, Galerie Mehdi Chouakri, Berlino, Germania
Thanks, Air de Paris, Parigi, Francia
Fuori Uso. Under the Bridges, Pescara, Italia
Milch von Ultrablauen Strom, Kunsthalle Krems, Krems, Austria
Zeitwenden – Ausblick, Museum Moderne Kunst, 20er Haus, Vienna, Austria
After the Wall, Museum Ludwig, Budapest, Ungheria
Acquisitions 96-98, FRAC Nord Pas-de-Calais, Dunkerque, Francia
Bonjour Chez Vous, Espace Jules Verne, Bretigny sur Orge, Francia
Sabotage, Verein Shed im Eisenwerk, Frauenfeld, svizzera
Social Hackers, Gallery MUU, Helsinki, Finlandia
Négociations, CRAC Centre Régional d’Art Contemporain, Séte, Francia
After the Wall, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania
Collection 2000, Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania
Project #0004, Friedrich Petzel Gallery, New York, Stati Uniti d’America

 

1999
1st International Biennial, Melbourne, Australia
Ideas For Living, Gallery Micheline Szwajcer, Anversa, Belgio
This is Yesterday, Centro Andaluz de Arte Contemporaneo, Siviglia
Expanded Design, Salzburger Kunstverein, Salzburg, Austria
Dream City, Kunstverein München, Monaco di Baviera, Germania
And/Or, Grazer Kunstverein, Graz, Austria
Publi©Domain, 3. Österreichische, Austria
Triennale zur Fotografie, Graz, Austria
Hinter dem Lärm – Galerie Grita Insam, Vienna, Austria
Oficina Europea, GAM Galeria de Arte Moderna Bologna, Italia
Zeitwenden – Ausblick, Kunstmuseum, Bonn, Germania
Neuerwerbungen, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna, Austria
Le Capital: tableaux, diagrammes & bureaux d ́études, CRAC Centre Régional d’Art Contemporain, Séte, Francia
I know what you did last summer, Air de Paris, Parigi, Francia
After the Wall, Moderna Museet, Stoccolma, Svezia
Rue Louise Weiss – Abbaye St André – Centre d’art contemporain Meymac, Meymac, Francia

 

1998
Fast Forward 2: Trade Marks, Kunstverein Hamburg, Amburgo, Germania
Ontom, Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania
Maxis Midis & Minis, Künstlerhaus Palais Thurn & Taxis, Bregenz, Austria
Remarks on Interventive Tendencies, DCA Danish Contemporary Art, Copenhagen, Danimarca
Life Style, KUB Kunsthaus, Bregenz, Austria
Weather Everything, Galerie für Zeitgenössische Kunst, Lipsia, Germania
Kunst ohne Unikat – Artelier Contemporary, Graz, Austria
La Tabla, Air de Paris, Parigi, Francia
Kunst ohne Unikat – Neue Galerie Graz – Joanneum, Graz, Austria
Le Consortium.Coll, Centre Georges Pompidou, Parigi, Francia

 

1997
Enter: Audience/Artist/Institution, Kunstmuseum Lucerne, Lucerna, Svizzera
x-squared, Wiener Secession, Vienna, Austria
Dramatically Different, Le Magasin, Grenoble, Francia
Medium of Exchange, CCH Congress Center Hamburg, Amburgo, Germania
Bon Année, Air de Paris, Parigi, Francia
6. International Biennal of Cairo, Il Cairo, Egitto

 

1996
The Garage Project, MAK Center for Art and Architecture, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Junge Szene, Wiener Secesion, Vienna, Austria
East International, Sainsbury Center for Visual Arts/Norwich Gallery, Norwich, Regno Unito
Chance (3 Days in the Desert with Jean Baudrillard), Whiskey Pete’s Casino, Las Vegas, Stati Uniti d’America
Affairs, Institut für Gegenwartskunst, Vienna, Austria

 

1995
Final Projects, Schindler House MAK Center for Art and Architecture, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Werkstatquartier, OK Offenes Kulturhaus, Linz, Austria

Mariana Castillo Deball – Tamoanchan

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Pinksummer: Pierre Hadot affermava che è stolto giudicare come se si fosse i padroni della storia e citava Agostino quando diceva che chi giudica gli uomini non si limita a conoscerli, ma pretende che siano diversi da come sono. Cézanne, diceva che è il nostro egoismo che si riflette in ciò che percepiamo e Bergson elevava la veritas aesthetica come modello delle filosofia, insegnando a percepire fuori dall’asservimento dell’abitudine, come Roger Caillois ha suggerito nel suo trattatato Estétique generalisée. Tamoanchan, attraverso la ri-presentazione o meglio l’attualizzazione, di un mito e di un simbolo, appare un riconoscimento di appartenenza non più specifico a una civiltà, ma universale, che riconosce la natura come primo artefice.
Tamoanchan è una rappresentazione dell’albero cosmologico, dell’axis mundi della tradizione mesoamericana, ma anche l’immagine primaria del fitomorfismo creazionale comune a tutte le religioni. L’albero che congiunge il cielo al mondo sotterraneo contiene la metafora della caduta e la nostalgia ascensionale radicata all’immaginario simbolico dell’intera umanità. Come ti rapporti con questo archetipo della tradizione? Quale connessione esiste tra la mappa terrestre tramandataci da Hernan Cortés presentata all’Hamburger Banhof e la mappa celeste di Tamoanchan?

Mariana Castillo Deball: Tamoachan è il grande albero cosmico, le sue radici affondano nel mondo degli inferi e la sua chioma si innalza in cielo. Una nebbia lo copre alla base. I fiori incoronano i suoi rami. I due tronchi attorcigliati come in una spirale sono le due forze opposte che combattono per produrre il tempo.
Tamoanchan è uno nel centro dell’universo. È quattro in quanto insieme dei poli che dividono il Cielo dagli inferi. È cinque nell’insieme.
Tamoanchan è la metà dell’albero cosmico. Le sue radici profonde conformano il mondo della morte, da dove sorge la forza della rigenerazione. È anche uno dei due tronchi attorti: quello freddo, scuro e umido.
L’altra metà dell’albero forma i rami della luce e del fuoco dove si posano gli uccelli, le anime delle divinità celesti. Dal fogliame spuntano e scivolano i fiori dei diversi destini. Questo è anche il tronco caldo.
Tamoanchan, complessivamente, è guerra, sesso e tempo.
Le esplorazioni di Pedro Aramillas e José R. Perez nei limiti della vecchia città di Teotihuacan, hanno portato alla luce una serie di murali datati tra il 550 e 650 d.C.
Il murale di Tamoanchan/Tlalocan è uno dei più pregevoli. Nella parte superiore sorge, monumentale, un albero con un doppio tronco attorto su se stesso. È un albero carico di fiori di diverso tipo. Forse sono fiori ubriachi. Fiori che disturbano e trasformano i cuori umani. Dai fiori scende il nettare. I rami sono coperti di insetti, ragni e uccelli. È, senza dubbio, l’Albero.
Una figura enigmatica siede ai piedi dell’albero. È antropomorfa, ma le sue fattezze hanno prodotto diverse interpretazioni. Caso ha considerato che fosse Tlaloc il dio della pioggia che porta una maschera; Kubler ha parlato di un’immagine di culto femminile, non necessariamente una divinità; Miller ha proposto che la figura fosse di spalle; Sejourné ha considerato che nel personaggio si combinino elementi del dio della pioggia e di quello del fuoco e Pasztory, nello studio più vasto finora prodotto, sostiene che è androgino, che la scena è Tamoachan, che la figura è disposta in cima a una montagna e che contiene gli elementi della pioggia che Sejourné ha menzionato.
Ma c’è di più. Le due metà dell’albero hanno elementi opposti. Su una metà ci sono conchiglie, lumache, pesci, tutti elementi dell’acqua e del freddo. L’altra metà presenta fiori, minerali e elementi caldi.
Tra i rami freddi possiamo vedere insetti che salgono, farfalle che volano verso la parte superiore. Sui rami caldi ci sono ragni che tessono la loro tela e uno di loro sta chiaramente scendendo appeso a un filo al centro dell’immagine. Il ragno scende; ma è importante non solo perché sta andando giù. Pasztory ci fornisce un’altra intelligente associazione: il ragno è collegato alla polvere e alla siccità. Le forze che ascendono e discendono nell’albero sono collegate con il ciclo agricolo.
Troviamo ancora in questa immagine, sia nella figura che nell’albero, la lotta delle forze opposte.
Il murale di Tamoanchan è ancora oggi nella sua collocazione originaria a Tepantitla, nel sito archeologico aperto ai visitatori. Alcune parti del murale sono danneggiate, tanto che l’immagine non è completamente visibile, ma ci sono state parecchie ricostruzioni in altre collocazioni e documenti. Da pinksummer, il pavimento dello spazio espositivo mostra l’immagine ricostruita che non esiste tutta insieme, mentre sulle pareti sono presentati una serie di lavori su carta, stampati direttamente dal pavimento, che rappresentano le aree ancora visibili nel sito originale.

P: Città Del Messico sorge sulle ceneri di Tenochtitlan, l’antica capitale dell’impero nahuatl o azteco, di fatto azteco è un termine assai più tardo, coniato dal geografo Alexander von Humboldt, per distinguere la popolazione precolombiana dei messicani moderni.
Sembra che Tenochtitlan fosse stata fondata su un’isola al centro del lago Texcoco e considerata una città sacra al pari di Gerusalemme.
Ci viene in mente Distanza e Menzogna l’opera in cui il calco della tua mano in porcellana come battaglio, sottende all’impossibilità gestuale di bussare alla Storia, informata da un specchio che può solo riflettere il presente o frantumarsi. La mappa di Tenochtitlan, tramandata da Cortés e ripresentata nella mostra a Berlino, è una riverberazione secolare di Tamoanchan, dove la mitopoiesi pittografica colloca l’avvio al ciclo del tempo?

M. C. D.: Nel lavoro precedentemente esposto all’Hamburger Bahnhof a Berlino quest’anno ho fatto il primo pavimento in legno basato su quella che è nota come la pianta di Tenochtitlan di Norimberga.
Nel 1521, una lettera e due mappe arrivarono in Spagna per il re spagnolo. Questa era la seconda delle tre lettere che il conquistador Hernán Cortés inviò per descrivere la capitale Azteca Tenochtitlan che lui e i suoi uomini avevano scoperto e stavano per conquistare. La pianta principale era un’illustrazione dettagliata di questa città e l’altra mappa era uno schizzo della vicina costa del golfo Messicano. La mappa principale sembra riflettere la descrizione del conquistador di Tenochtitlan come una metropoli incantata, un gioiello che sorge al centro di un lago azzurro – una civiltà organizzata e ricca, ma anche una società idolatra incentrata sul sacrificio rituale invece che sulla luce della cristianità.
Tale descrizione di Tenochtitlan non servì solo a giustificare il costoso sforzo coloniale Spagnolo presso il re Carlo V; la pubblicazione del 1524 della mappa e la traduzione latina della lettera a Norimberga accese l’immaginazione e il cercò il supporto di un più ampio pubblico Europeo. Questa mappa fu la prima e la più diffusa immagine che gli Europei hanno avuto di Tenochtitlan e resta una delle poche mappe che abbiamo dell’impero Azteco pre-coloniale.
Alcuni archeologhi ora credono che questa mappa sia il risultato di molte copie che connettono il percorso dal Messico a Norimberga attraverso la Spagna, e del resto credono anche che la mappa originale sia stata disegnata da un artista indigeno. La rappresentazione delle file di case e della capitale dell’isola al centro di un lago circolare non solo deve essere trovata nella tradizione della cartografia europea, ma anche in quella Azteca. La mappa mostra anche particolari non menzionati nelle lettere di Cortés che tracciano riferimenti storici e religiosi Aztechi a quel tempo incomprensibili per gli Europei.

P: Hai sempre avuto un rapporto curioso, sfumato di ironia, manifestata talvolta nel paradosso, rispetto all’episteme e al dogma rigoroso tendente a abilitare il giudizio e a avvalorarne la veridicità attraverso il metodo. Ora ci hai condotto dentro alla topografia lussureggiante e mitopoietica di Tamoanchan, mostrandoci la capacità ordinatrice cosmetica del sacro, che per natura si oppone al caos e alle circostanze del divenire. Qui al meccanicismo opaco del progresso si sostituisce la dinamica rotatoria della ciclicità. Nel vegetalismo cosmogonico di Tamoanchan, l’arte della divinazione appare quasi probabile, come se lo slancio della natura, delle sue forme, fossero permeate di intelligibilità, come se l’assurdo potesse avesse una legge. Il codice fiorentino conservato nella biblioteca medicea laurenziana, rimanda l’etimologia simbolica di Tamoanchan al significato di “scendere a casa”. E’ azzardato intendere questo scendere a casa dell’uomo, come una prospettiva escatologica immanente a madre natura? Come ti poni di fronte al sacro e al magico?

M. C. D.:Tamoanchan è l’asse dell’universo e dell’insieme degli alberi cosmici. È dove è accaduto il peccato. Gli dei hanno messo insieme sostanze opposte, hanno dato origine al sesso e con questo alla creazione di un altro spazio, altri esseri, un altro tempo: il tempo umano. Per la loro azione peccaminosa, gli dei sono stati puniti: esiliati nel mondo della morte e sulla superficie della terra. Gli dei hanno iniziato una nuova forma d’esistenza: trasformati, hanno dato origine agli esseri di questo mondo; ma già infettati dalla morte, una conseguenza del sesso. La loro esistenza sarebbe stata limitata nel tempo, limitata nello spazio, limitata nelle loro percezioni. Avrebbero avuto in cambio la possibilità di riprodursi.

P: Tutto il tuo lavoro è attraversato dalla necessità di dare una consistenza materica all’astrazione, una fisicità al pensiero. Il tuo lavoro rimanda al concetto di traduzione, che implica l’idea di far passare, di condurre al di là, implica l’idea di percorso, di viaggio. Quando si intraprende un viaggio ci si lascia qualcosa alle spalle e si trova qualcosa di nuovo, di altro. Tradurre nel suo significato originario di condurre al di là, rimanda anche al verbo tradire inteso anche come consegnare trasmettere.
Perché ci hai consegnato queste cartografie trasmesse/tradite da percorrere?

M. C. D. : A volte uso il termine “possessione”, riferendomi al modo in cui mi rapporto con l’appropriazione, calandomi in modalità di lavoro diverse e cercando di seguirle. A volte può essere un esperimento formale, come quando provo a replicare la tecnica della scagliola. A volte si tratta di un approccio più intellettuale o narrativo, con cui provo a cogliere un certo modo di descrivere le cose, o di studiarle o di guardarle. Provo a assumere diversi punti di vista e diversi modi di relazionarmi al mondo. Questo comincia sempre con una domanda molto specifica, nel caso della mostra da pinksummer, è una domanda su come un oggetto sopravvive oltre se stesso; non è solo la cosa in sé, ma sono anche i fantasmi e le repliche che questo oggetto genera. Così poi mi concentro su questo problema e vedo come gente diversa si è avvicinata a questo oggetto dai loro differenti punti di vista. Forse è un esercizio di concentrazione. Penso che sia anche ritrovarmi in ciò che penso sia giusto, o reale o corretto. Adotto la posizione dell’oggetto e seguo il suo percorso.
Questa domanda mi fa pensare ancora allo storico Carlo Ginzburg. Uno dei suoi metodi di lavoro è denominato straniamento – usa lo straniamento come mezzo. Prova a ricollocarsi, a immaginare di essere un cavallo o un coniglio per capire qualcosa più chiaramente. Se penso a questo rispetto al mio approccio al Messico la cosa potrebbe essere applicabile, perché quando hai a che fare con la tua identità culturale puoi essere facilmente etichettato; potresti dire “sono un’artista donna messicana” o “sono un’artista donna messicana della donna che non vive in Messico ma che fa lavori sul Messico”. Ci sono tante cose in cui potrei essere intrappolata, quindi cerco sempre di fare attenzione per sfuggire a questi preconcetti. L’identità culturale del Messico è così forte e ha tanti livelli, così penso di essere come un giocatore di scacchi: sto provando sempre a cambiare la mia posizione

Mariana Castillo Deball

Nata a Città del Messico nel 1975.
Vive e lavora a Berlino.

 

EDUCAZIONE

2002-2003 Postgraduate program Jan Van Eyck Academie, Maastricht, Paesi Bassi

1998- 1999 MA Philosophy. Iberoamerican University, Messico

1993- 1997 MA Fine art. National University of Mexico, Messico

 

MOSTRE PERSONALI

2026

Ella es la luna and she lights the darkness, Neues Museum Nürnberg, Germania

Feathered Changes, Los Angeles County Museum of Art (LACMA), Los Angeles, USA

 

2025

Stringing Beads, Dortmunder Kunstverein, Dortmund, Germania

Martha Hellion – Hojas Sueltas Ediciones Sin Límites, a cura di Mariana Castillo Deball e Manuel Raeder, Museo Experimental El Eco, Città del Messico, Messico

 

2024

Vùjá de – Paper Thresholds, Galerie Barbara Wien, Berlino, Germania

The Flames Leave a Feathered Mark, ASU Art Museum Arizona State University, Tempe, Arizona, Stati Uniti

Firesong for the bees, a tree of clay, Brugge Triennial, Bruges, Belgio

 

2022

In a Convex Mirror, Pinksummer, Genova, Italia

Amarantus Artium, Artium Museoa Vitoria-Gasteiz, Spagna

Roman Rubbish, Bloomberg SPACE, Londra, Regno Unito

Amarantus MUAC, Città del Messico, Messico

 

2021

Amarantus. Museum für Gegenwartkunst Siegen, Germania

Amarantus, MUAC Mexico City, Città del Messico, Messico
Amarantus, Artium Museum (Centro-Museo Vasco de Arte Contemporáneo), Araba, Spagna
Walking through the town I followed a pattern on the pavement that became the magnified silhouette of a woman’s profile, England’s Creative Coast, Regno Unito (commission with Towner Eastbourne)

 

2020

Mariana Castillo Deball. England’s Creative Coast, Towner Eastbourne, Regno Unito

Between making and knowing something, Modern Art Oxford, Oxford, Regno Unito

 

2019
Replaying Life’s Tape, Monash University Museum of Art, Caulfield, Australia
Mariana Castillo Deball, a solo exhibition, Witte de With, Rotterdam, Paesi Bassi
Mariana Castillo Deball: Finding Oneself Outside, New Museum, New York, Stati Uniti d’America

 

2018
Amparo Museum Puebla, Puebla, Messico
SCAD Museum of Art, Savannah College of Art and Design, Savannah Georgia, Stati Uniti d’America
Barbara Wien Gallery, Berlino, Germania
Magical fatalism Opera about desire and nostalgia, Alumnos 47, Città del Messico, Messico
Statues Also die, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia

 

2017
Them inside the skin, Mendes Wood DM, Bruxelles, Belgio
Pleasures of association, & poissons, such as love —, Galerie Wedding, Berlino, Germania
Sharjah Biennial 13 Tamawuj, Sharjah, Emirati Arabi Uniti
Mimbres pottery kill hole sequence, Kadist, Parigi, Francia
The tortoise and other footraces between unequal contestants, Pinksummer, Roma, Italia

 

2016
Feathered Changes, Serpent Disappearances, Walter and McBean Galleries, San Francisco Art Institute, San Francisco, Stati Uniti d’America

 

2015
Reliefpfeiler, Barbara Wien Gallery, Berlino, Germania
Chronotropo, Musée Régional D’art Contemporain Languedoc-Roussillon, Sérignan, Francia
¿Quién medirá el espacio, quién me dirá el momento?, Museo de Arte Contemporáneo de Oaxaca MACO, Oaxaca, Messico

 

2014
Parergon, Hamburger Bahnhof – Museum für Gegenwart, Berlino, Germania
Vista de Ojos, Kurimanzutto, Città del Messico, Messico
Moi-Peau, Kunsthalle Lisbona, Portogallo

 

2013
Tamoanchan, Pinksummer, Genova, Italia
Palavra e pedra solta não têm volta, Mendes Wood, San Paolo, Brasile
What we caught we threw away, what we didn’t catch we kept, CCA Glasgow, Scozia, Regno Unito
What we caught we threw away, what we didn’t catch we kept, Chisenhale Gallery London, Londra, Regno Unito
TEOR/éTica, San José, Costa Rica

 

2012
Zurich art prize, Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera

 

2011
We are silently illiterate, Galerie Wien Lukatsch, Berlino, Germania
Este desorden construido, autoriza geológicas sorpresas a la memoria mas abandonada, Museo experimental, El Eco, Città del Messico, Messico
Figures don‘t lie but liars can figure, Pinksummer, Genova, Italia

 

2010
Between you and the image of you that reaches me. Museum of Latin American Art, Long beach, California, Stati Uniti d’America
Solo show, SCHAU ORT Elisabeth Kaufmann + Christiane Büntgen, Zurigo, Svizzera

 

2009
Kaleidoscopic Eye, Kunst Halle Sankt Gallen, Svizzera

 

2008
DO UT DES. Objectif_exhibitions, Anversa, Belgio
Nobody was tomorrow. Galerie Wien Lukatsch, Berlino, Germania

 

2006
Estas Ruinas que ves. Museum of contemporary Art Carrillo Gil, Città del Messico, Messico

 

2005
Time takes no time in a story. Adamski gallery, Aachen, Germania

 

2004
Institute of Chance. Prix de Rome. Stedelijk Museum, Amsterdam, Paesi Bassi
Never odd or Even. Marres, Center for contemporary art, Maastricht, Paesi Bassi

2003
Interlude: The reader’s traces. Intervention in the National library a Parigi, Public library a New York and the National library a Berlino. Contributions by: Paul Elliman, Hubert Czerepok, Dario Gamboni, Raimundas Malasauskas, Harry Mathews, Peter Piller, Manuel Raeder, Steve Rushton, Enrique Vila-Matas
To look for a needle in a haystack. Stephan Adamsky gallery, Aachen, Germania
Nine chains to the moon. Jan van Eyck Academie, Maastricht, Paesi Bassi

 

2002
The wall and the books: 987 words stolen from a library. Library and gallery space Jan van Eyck Academy. Maastricht, Paesi Bassi
Stochastic Archives. Sala de Arte Público Siqueiros, Città del Messico, Messico

 

MOSTRE COLLETTIVE

2024

Fictions: Narrativity in Contemporary Art, MAZ, Zapopan, Jal., MX

Pre-Architecture, CIVA, Brussels, Belgio

Forgive Us Our Trespasses, HKW, Berlino, Germania

Tangente, Festival for Contemporary Culture, St. Pölten, Austria

Dibújame un mapa de lo que no verás, Casa del Lago Juan José Arreola UNAM, Messico

Indigenous Histories, Kode, Bergen, Norvegia

The Paradoxes of Internationalism (As narrated by the Museo Tamayo Collection) Part II, Museo Tamayo, Città del Messico, Messico

Spaces of Possibility, Triennale di Bruges, Belgio

Ten Thousand Suns, The 24th Biennale di Sydney, Australia

Rituals of Daily Life, Collegium, Arevalo, Spagna

 

2023

lnto Nature: Time Horizons, Borger-Odoorn, Paesi Bassi: 29 luglio – 29 ottobre 2023

Linhas Tortas, Mendes Wood DM San Paolo, Brasile

Imaginario Coyolxauhqui, Museo del banco de Mexico, Città del Messico
El fin de los tiempos: Narrativas del fin de un Mundo en el imaginario mexicano, Museo de Antropología, Città del Messico

 

2022
As Hardly Found in the Art of Tropical Architecture, Architectural Association, Londra, Regno Unito

Ceremony (Burial of an Undead World), Haus Kulturen der Welt, Berlino, Germania

Hasta que los cantos broten (Until The Songs Spring), Padiglione messicano alla 59sima mostra d’arte internazionale della Biennale di Venezia, Italia. A cura di Catalina Lozano e Mauricio Marcín.

Publishing practices, Archive books, SAAVY, Berlino, Germania
mixed up with others before we even begin, MUMOK, Vienna, Austria. A cura di Franz Thalmair

 

2019
Time for Fragments – Works from the Marx Collection and the Collection of the Nationalgalerie, Hamburger Bahnhof – Museum für Gegenwart, Berlino, Germania

 

2018
6th Biennale Gherdëina, Gherdëina, Italia
Rogerio Duarte Marginalia 1, Museo Jumex, Città del Messico, Messico
Magical fatalism Opera about desire and nostalgia, Alumnos 47, Città del Messico, Messico
Statues Also die, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, Italia

 

2017
A Universal History of Infamy, LACMA, Los Angeles, Stati Uniti d’America
Neither., Mendes Wood DM, Bruxelles, Belgio
Recouvrir, ensabler, copier, traduire, restituer, Kadist Foundation, Parigi, Francia
Soil and Stones, Souls and Songs, Parasite, Hong Kong, Cina
Sharjah Biennial 13, Sharjah, Emirati Arabi Uniti
Proyecto líquido. Deseo, Alumnos 47, Città del Messico, Messico
Beyond the Box. Sammlung Dohmen, Leopold-Hoesch-Museum, Düren, Germania
Touch Base, Studio Flotti, Berlino, Germania
Lecturas de un territorio fracturado, Museum Amparo, Puebla, Messico
While I was also Listening To …, La criée – centre d‘art contemporain, Rennes, Francia
The Politics of Archeology (working title), Kadist, Parigi, Francia
Tamawuj, Sharjah Biennial 13, Sharjah, Emirati Arabi Uniti
Universal History of Infamy, LACMA, Los Angeles, Stati Uniti d’America

 

2016
¿Cómo vivir mejor con menos?, Bienal FEMSA, Monterrey, Messico
Incerteza Viva, 32nd São Paolo Biennial, Brasile
Proyecto líquido. Deseo, Alumnos 47, Città del Messico, Messico
rainbow caravan, Aichi Triennale, Nagoya City Art Museum, Giappone
SITElines2016. Much wider than a line, SITE Santa Fe, Stati Uniti d’America
In The Belly of the Whale, Witte de With Center for Contemporary Art, Rotterdam, Paesi Bassi
Liverpool Biennale, Liverpool, Regno Unito
30th Anniversary Grazer Kunstverein, Graz, Austria

Under the Same Sun, The South London Gallery, Londra, Regno Unito
Unresolved, De Appel Art Centre, Amsterdam, Paesi Bassi
All Heritage is Poetry, Fórum Fundaçao Eugénio de Almeida, Portogallo
Another Reality. After Lina Bo Bardi, Stroom Den Haag, Paesi Bassi
Riddle of the Burial Grounds, Anversa, Belgio
El orden Natural de las Cosas, Museo Jumex, Città del Messico, Messico

 

2015
The Art of Preservation, Draiflessen Collection, Mettingen, Germania
Under the Same Sun: Art from Latin America Today, Museo Jumex, Città del Messico, Messico
Objetos Frontera, CA2M, Madrid, Spagna
Riddle of the Burial Ground, Project Arts Centre, Dublino, Irlanda
Ce qui ne sert pas s’oublie, CAPC Musée d’Art Contemporain de Bordeaux, Francia
Sebald Variations, CCCB Centre de Cultura Contemporania de Barcellona, Spagna
The Parliament of Things, Firstsite, Colchester, Regno Unito
Beyond Borders
, Fifth edition of Beaufort, Triennial of Contemporary Art by the Sea, Berlino, Germania
Biennial of the Americas, Denver, Colorado, Stati Uniti d’America
Panorama, The High Line, New York, Stati Uniti d’America

 

2014
¡Puro mexicano! Tres momentos de creación, MUNAL, Città del Messico, Messico
Under the Same Sun: Art from Latin America Today, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Stati Uniti d’America
Der Leone Have Sept Cabeças, CRAC Alsace, Altkirch, Francia
8th Berlin Biennale for Contemporary Art, Berlino, Germanua
Playgrounds Reinventar la plaza, Museo Reina Sofia, Madrid, Spagna
Les Mots Bleus – Biennale de Belleville 3, Parigi, Francia
TransVisible, 19 Bienal Paiz Guatemala – Artecentro Graciela Andrade de Paiz, Città del Guatemala, Guatemala
Post / Postminimal – Kunstmuseum St.Gallen, San Gallo, Svizzera
Future Perfect, Contemporary Art From Germany – Centre for Contemporary Art Ujazdowski Castle, Varsavia, Polonia
Bibliologie – FRAC – Haute-Normandie, Sotteville-lès-Rouen, Francia

 

2013
Preis der Nationalgalerie für junge Kunst, Hamburger Bahnhof, Berlino, Germania
how to write II, Galerie Wien Lukatsch, Berlino, Germania
The Way of the Shovel, MCA Chicago, Stati Uniti d’America
Future Perfect, Kunstverein Francoforte sul Meno, Germania
Arqueológicas, Matadero, Madrid, Spagna

 

2012
dOCUMENTA (13), Kassel, Germania
Serpentine Gallery Memory Marathon, Londra, Regno Unito
Lieber Aby Warburg, Was tun mit Bildern, Museum für Gegenwartskunst Siegen, Siegen, Germania
Olinka, or Where Movement Is Created, Museo Rufino Tamayo, Città del Messico, Messico
Life Is Elsewhere, Galerie im Körnerpark, Distretto di Neukölln, Germania
LA IDEA DE AMÉRICA LATINA, Centro Andaluz de Arte Contemporáneo, Siviglia, Spagna
Nos hicimos la ilusión de avanzar directamente, Espai Cultural de Barcelona, Barcellona, Spagna
Colección: el crimen fundacional, MUCA Roma, Città del Messico, Messico
Un ojo, dos ojos, tres ojos, Mariana Castillo Deball/Irene Kopelman (Uqbar), Casa Vecina, Città del Messico, Messico
Never odd or Even, Museum of contemporary art, Roskilde, Danimarca
Printin’, curated by Ellen Gallagher and Sarah Suzuki, Museum of Modern Art, New York, Stati Uniti d’America
Resisting the present, Musée d’Art moderne de la Ville de Parigi, Francia
Esquemas para una Oda Tropical, Galeria Luisa Strina, Rio de Janeiro, Brasile

 

2011
The Future Lasts Forever, Gävle Konstcentrum, Gävle, Svezia
Never odd or Even, Grimm Museum, Berlino, Germania
Section Folklorique / Cabinet de Curiosités, Zeeuws Museum, Zelanda, Paesi Bassi
La Vie Mode d’Emploi (Life A User’s Manual), Meessen De Clercq, Bruxelles, Belgio
Homo Ludens, Motive Gallery, Amsterdam, Paesi Bassi
Resisting the present, Museo Amparo, Puebla, Messico
The Eye is a Lonely Hunter – Images of Humankind, 4. Fotofestival Mannheim Heidelberg Ludwigshafen, Germania
Inanimate beings, La Casa Encendida, Madrid, Spagna
Magical Consciousness, Arnolfini, Bristol, Regno Unito
What about this, Galerie Andreas Huber, Vienna, Austria
INCIDENTES DE VIAJE ESPEJO EN YUCATÁN Y OTROS LUGARES, Museo Tamayo, Città del Messico, Messico
Fleeting Stories/Historias Fugaces, LABoral, Gijón, Spagna
54th Venice Biennale Illuminations, Venezia, Italia
Amikejo 2 – men-show, Mariana Castillo Deball/Irene Kopelman (Uqbar), MUSAC Museo de Arte Contemporaneo de Castilla y León, León, Spagna
Shadowboxing, Royal College of Art: Curating Contemporary Art MA, Londra, Regno Unito
AEther – Une proposition de Christoph Keller, Centre Pompidou, Parigi, Francia

 

2010
Ars viva award, History, Kölnischer Kunstverein, Cologne, DE; Migros Museum, Zurigo, Svizzera
No Soul For Sale, Festival of independents, presenting with Peep-Hole. Tate Modern, Londra, Regno Unito
Ginger Goodwin Way, OR gallery, Vancouver, Canada
For the blind man in the dark room looking for the black cat that isn’t there, Touring exhibition: Museum of Contemporary Art a Detroit (Stati Uniti d’America); ICA, Londra. (Regno Unito); de Appel, Amsterdam (Paesi Bassi); Culturgest, Lisbon (Portogallo)
The Heart of the Thing Is the Thing We Don’t Know, James Galley, CUNY Graduate Center, New York, Stati Uniti d’America

 

2009
Ars viva award, History, Museum Wiesbaden, Wiesbaden, Germania
This place you see has no size at all…, Kadist Art Foundation, Parigi, Francia
El Patio de mi casa, Cordova, Spagna
Athens biennial, Heaven, Atene, Grecia
The Happy Interval, Tulips & Roses, Vilnius, Lituania
What are we going to do after we’ve done what we’re doing to do next?, MACBA, Contemporary Art Museum, Barcellona, Spagna
Paper exhibition, Artist space, New York, Stati Uniti d’America
The Malady of Writing, MACBA Contemporary Art Museum, Barcellona, Spagna
A Fantasy for Allan Kaprow, Contemporary Image Collective, Il Cairo, Egitto
For the blind man in the dark room looking for the black cat that isn’t there, Contemporary art museum Saint Louis, Missouri, Stati Uniti d’America
Performa, Lectures and exhibition at Cabinet Magazine Space, New York, Stati Uniti d’America
Sequelism: Part 3, Arnolfini, Bristol, Regno Unito
Extranjeros en la cultura y en la tecnología, Espacio Fundación Telefónica, Buenos Aires, Argentina
Chapter 2 (the repetition), Parc Culturel de Rentilly, Bussy-Saint-Martin, Francia

 

2008
22nd Ateliers Internationaux, Frac des Pays de la Loire, Carquefou, Francia
Galeria Sentimental, Tensta konsthall, Stoccolma, Svezia
Salon of the revolution, 29th Youth Salon, Zagabria, Croazia
One of these things is not like the other things, 1/9 unosunove, Roma, Italia
Manifesta 7, Rovereto, Italia. In collaboration with Irene Kopelman, Uqbar
Shanghai Biennial, Shanghai, Cina
Blackboxing at artistspace, (screening) New York, Stati Uniti d’America
Master Humphrey’s Clock, De appel, Amsterdam, Paesi Bassi
Sensitive Timelines, 26cc, Roma, Italia
Object, The Undeniable Success Of Operations, SMBA, Amsterdam, Paesi Bassi
Seven Times Two or Three, CUBITT, London, Regno Unito
Selective Knowledge, The National Bank of Greece Cultural Foundation/MIET, Atene, Grecia

 

2007
A for Alibi, De appel, Amsterdam, Paesi Bassi
Transacciones Filosóficas, Historical Observatory, Cordova, Argentina
The Book, Heidelberg Kunstverein, Heidelberg, Germania
Extraordinary Rendition, NoguerasBlachard, Barcellona, Spagna
The last piece of John Fare, GB Agency, Parigi, Francia
Blackboxing, Project, Dublino, Irlanda
24th Memorial Nadežda Petrovic, Cacak, Serbia

 

2006
Just in Time, Stedelijk Museum, Amsterdam, Paesi Bassi
10 Defining Experiments, Cisneros Fontanals Art Foundation, Miami, Stati Uniti d’America
Concerning knowledge, BAK, Utrecht, Paesi Bassi
Resonances, Stuk, Leuven, Belgium, and Artis, ‘s-Hertogenbosch, Paesi Bassi
A place in Time, Campr Street, San Antonio, Texas, Stati Uniti d’America
Redo/Undo, Kunsthalle Fridericianum, Kassel, Germania
Mercury in Retrograde, De Appel, Amsterdam, Paesi Bassi
Friends and Enemies, Gagosian Gallery, Berlino, Germania

 

2005
“Today, November 20”, If I can’t dance – I don’t want to be part of your revolution. Production in sequences Leida, Paesi Bassi
Tropical Abstraction, Stedelijk Bureau, Amsterdam, Paesi Bassi
BMW, 9th Baltic Triennial of Art, Contemporary art center Vilnius, Vilnius, Lituania
“Blackboxing”, If I can’t dance – I don’t want to be part of your revolution. Production in sequences, Utrecht, Paesi Bassi
5ª Bienal de Artes Visuales del Mercosur, Porto Alegre, Brasile

 

2004
Bucket Brigade. Firehouse Center for Contemporary art, Burlington, Vermont, Stati Uniti d’America
Black Friday. Galerie Kamm, Berlino, Germania
GPB 2004, Galeri Pastor Bonus, Exteresa Arte Actual, Città del Messico, Messico
Valenzuela y Klenner Arte Contemporaneo, Bogotá, Colombia
Fotogalleriet, Oslo, Norvegia

 

2003
Outside of a Dog: Paperbacks and Other Books by Artists, Baltic, International center for contemporary art Gateshead, Gateshead, Regno Unito
“24/7”. New York – Vilnius, CAC, Vilnus, Lituania
20 million mexicans can’t be wrong, Southampton gallery, Southampton Regno Unito
En un mar en el que no se nada. Paris Photo, Project Room, Parigi, Francia
Aparentemente Sublime. Museum of Modern art, Città del Messico, Messico
every piece is the show luxe projects, New York, Stati Uniti d’America

 

2002
PULPA. Arte, literatura, moda, diseño y algo más Centro de Arte Contemporáneo Wifredo Lam., L’Avana, Cuba
Titel folgt Neuer Aachener Kunstverein, Aquisgrana, Germania
Volkskrant Regular (True Type) de Volkskrant, Amsterdam, Paesi Bassi
Bonnefanten magazine, Maastricht, Paesi Bassi
A to Z. Museum in progress, Vienna, Austria

 

2001
Registro/Registre, Galeria Banyoles, Spagna
Se rendre a l’evidence, Centre Culturel du Mexique, Parigi, Francia
XI Bienal Internacional, Vila Nova de Cerveira, Portogallo

 

2000
Los libros de otros, Museo de la ciudad de México, Città del Messico, Messico
Gráfica actual, Instituto de artes gráficas de Oaxaca, Oaxaca, Messico
Exposición colectiva, MUCA, Roma, Italia

 

1999
City editings. ZMVM: Zona Metropolitana del valle de México, Instituto Goethe, Buenos Aires, Argentina
El arte de los libros de artista: Homenaje a Ulises Carrión, Biblioteca México, Messico
Exhibición de cortometrajes. Centro de la imagen, Città del Messico, Messico

 

PREMI

2015 Premio ARCO Comunidad de Madrid para jóvenes artistas, Madrid, Spagna

 

2013 First Prize, Preis der Nationalgalerie für junge Kunst, Berlino, Germania

 

2012 Zurich Art Prize, Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera

 

2009 Ars-viva award, History, Germania

 

2004 Prix de Rome/first prize, Amsterdam, Paesi Bassi

 

2002 Grant for postgraduate studies CONACULTA (National Council for the culture and arts), Messico

 

2001 Young artists Grant. National Council for the culture and arts, Messico

 

RESIDENZE D’ARTISTA

2016 18th Street Art Centre, Los Angeles, Stati Uniti d’America

 

2012 Cove Park, Henry Moore Foundation, Scozia, Regno Unito

 

2011 DAAD residency, Berlino, Germania

 

2010 Capacete, San Paolo, Brasile. Residency July–October, 2010

 

2009 Capacete, Rio de Janeiro, Brasile. Residency March-June, 2009

 

2008 22e ateliers internationaux of Frac des Pays de la Loire, Francia

 

2006 Cisneros Fontanals Art Foundation, Miami, Stati Uniti d’America

 

2001 Grant Unesco/Ashberg. Vila Nova de Cerveira, Portogallo

 

PUBBLICAZIONI

Mariana Castillo Deball. Parergon, exhibition catalogue for Nationalgalerie – Staatliche Museen zu Berlin, ed. By Melanie Roumiguière, Verlag der Buchhandlung Walther König, Colonia, Germania, 2014

Ixiptla is a journal on trajectories of Anthropology, edited by Mariana Castillo Deball, published at bom dia boa tarde boa noite:
Vol. I (English) was published on the occasion of Expedite Expression, 8th Berlin Biennale for Contemporary Art, Berlino, Germania, 2014
Vol. II (English and German) was published on the occasion of Parergon, Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart, Berlino, Germania, 2014
Vol. III (Spanish) was published on the occasion of Who will measure the space, who will tell me the time?, Museo de Arte Contemporáneo de Oaxaca, Messico 2015

Uncomfortable Objects, Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera, 2012
Finding Oneself Outside: Published on the occasion of dOCUMENTA (13), bom dia boa tarde boa noite, 2012
Never odd or Even, Volume II, bom dia boa tarde boa noite, 2011
Coyote Anthropology: A Conversation in Words and Drawings, Mariana Castillo Deball & Roy Wagner, Series: dOCUMENTA (13): 100 Notizen – 100 Gedanken No. 024. Hatje Cantz, 2011
Philosophical Transactions, Uqbar Foundation, 2009
Kaleidoscopic Eye, Kunsthalle Sankt Gallen, San Gallo, Svizzera, 2009
Fuga di un piano. Manifesta 7, Rovereto, Italia, 2008
Estas Ruinas que ves/These Ruins you see. Museo Carrillo Gil/CONACULTA, Messico, 2008
A for Alibi, Uqbar Foundation/Sternberg press, 2007
Today: November 30, 2006. Newspaper
Today: November 20, 2005. Newspaper
Interlude: The reader’s traces. Jan van Eyck Academie / revolver, 2005
Never odd or Even. Marres, center for contemporary art/revolver, 2005
An interview with a goalkeeper about chance, intelligence and humour, Jan van Eyck Academie, 2003
Time containers. Hochschule für bildende Künste, Amburgo, Germania, 2004
Rocket scientists breakfast. Contribution for D-magazine, 2003
An interview with a goalkeeper about chance, intelligence and humour, Jan van Eyck Academie. In the context of the show To look for a needle in a haystack, 2003
No one can win against kipple. In collaboration with Hubert Czerepok. Maastricht, NL: Jan van Eyck Academie

 

2003
Interlude: The reader’s traces. Poster and inserts in the context of the library project. Contributions by: Paul Elliman, Dario Gamboni, Raimundas Malasauskas, Harry Mathews, Peter Piller, Manuel Raeder, Steve Rushton, Enrique Vila-Matas, 2003
Penser/Classer. Edited by the Jan van Eyck Academie, 2002
Monuments Vilnius In Early Edition of the 24/7 newspaper (exh. cat.: 24/7 Wilno – Nueva York, Visa Para). Vilnius. LT: Contemporary Art Centre (CAC)
Monuments or souvernirs. In Proceeding #1: DAKAR 5-19/05/2002 (pp. 136-141). Maastricht, NL: Jan van Eyck Academie
Artist’s books. Edition with Martha Hellion and Issa Maria Benítez, Turner, 2003

 

CONFERENZE/ TALK/ INSEGNAMENTI

2016
Lecture event with Mathew Robb, Kadist Art Foundation, San Francisco, Stati Uniti d’America
Lecture, Miércoles de SOMA, SOMA, Città del Messico, Messico

since 2015
Sculpture professor at the Academy of Fine Arts Muenster

 

2015
Lecture, San Francisco Art Institute, San Francisco, Stati Uniti d’America

 

2013
Conversation with Chris Gosden, Chisenhale Gallery, Londra, Regno Unito
Screening and lecture, CCA, Glasgow, Regno Unito

 

2012
Memory Marathon, Serpentine Gallery, 2012
Dialogue, Bice Curiger and Mariana Castillo Deball, Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera
Guest tutoring, Piet Zwart Institute, Rotterdam, Paesi Bassi
Dialogue zur Kunst und Architektur, Cabaret Voltaire, Zurigo, Svizzera with Laurent Bartholdi, from Mathematics Institute Göttingen
Prodoc Art&Science, discussion with Dario Gamboni, Nina Zschocke and phd students, Museum Haus Konstruktiv, Zurigo, Svizzera
Never odd or Even, performance, dOCUMENTA, Kassel, Germania
08.06.12 Abraham Cruzvillegas and Mariam Ghani
26.07.12 with Mario Bellatin, Michael Portnoy and Eva Scharrer
14.09.12 with Marcos Lutyens and Anna Szaflarski
Blackbox, dOCUMENTA, Kassel, Germania, Michael Taussig, Paul Chan and Mariana Deball
Lecture, Staatliche Akademie der Bildenden Künste Karlsruhe, Germania
Lecture, Fondazione march, Padova, Italia
Never odd or Even, performance, SOMA, Città del Messico, Messico
26.01.12 Maia Fernandez Miret and Daniel Saldaña

 

2011
Never odd or Even, performance, Grimmuseum, Berlino, Germania
01.10.11 Ana Teixeira Pinto and Armando Andrade Tudela
22.10.11 Sophie Goltz and Ingo Niermann
Lecture, UdK Seminar Ariane Beyn, Berlino, Germania

 

2010
Map Marathon, Serpentine Gallery, London. In collaboration with Amalia Pica
Lecture, No Soul For Sale, Tate Modern, Londra, Regno Unito
Lecture, AAMAM/Capacete, San Paolo, Brasile 2010
Workshop together with Irene Kopelman. Within the exhibition The Malady of Writing, MACBA, Barcellona, Spagna
Seeing and Naming, Honours Class Seminar, Institute for Practice-based Research in the Arts, The Hague, Paesi Bassi
Workshop, Master of art in public sphere (MAPS), Ginevra, Svizzera

 

2009
Roger Caillois and the ‘kaleidoscopic intelligence’, Lecture. Université de Genève, unité d’histoire de l’art, Ginevra, Svizzera
ACTUALITE DE LA RECHERCHE. MA d’histoire de l’art, prof. Dario Gamboni Workshop, Master of art in public sphere (MAPS). Geneva, Sankt Gallen
Philosophical Transactions, Book presentation, Centro Cultural España Córdoba-Buenos Aires, Argentina Uqbar (Irene Kopelman, Mariana Castillo Deball)
Sobre a insconstancia da alma salvagem, Workshop and Lecture. Capacete, Rio de Janeiro, Brasile
Libre Tiraje: Primer Encuentro de gráfica y escritura. Lecture. Oaxaca, Messico
Un ojo, dos ojos y tres ojos, Workshop together with Irene Kopelman. CAAM, Canarie, Spagna

 

2008
Hacia una ecuación personal/Towards a personal equation, lecure in the context of the coloquium:
Extranjeros en la cultura y en la tecnología, Espacio Fundación Telefónica de Buenos Aires, Argentina
Estas Ruinas que ves/These Ruins you see, book presentation. Museo Carrillo Gil, Città del Messico. With: Jesse Lerner, Renato Gonzalez Mello, Manuel Raeder and Adam Sellen

 

2007
Storytelling, Seminar by Uqbar (Kopelman, Deball), for the MA students of the PZ Intitute, Rotterdam, Paesi Bassi
November 2007–January 2008
Memories Encased: Collecting and Inventing Our Cultural Memory, Symposium, October 9, 10, 11, 2007 in Mérida, Yucatán, Messico. National University
Contemporary Archaeology, Workshop for the students at the School of Arts, Mérida, Yucatán, Messico

 

2006
Concerning Knowledge Production, BAK, Utrecht, Paesi Bassi
Libraries and Contemporary Art, Conference, in collaboration with Dario Gamboni, Bibliotheque National de Francia, Parigi
A for Alibi. Symposium. Universiteits Museum, Utrecht, Paesi Bassi

 

2005
Curating the library, DeSingel, Anversa, Belgio
Blackboxing, Espacio 111, Città del Messico, Messico
Interlude: the reader’s traces. Booklaunch – lecture. Stedelijk Museum, Amsterdam, Paesi Bassi
Never Odd or Even. Lecture, Marres, center for contemporary art
International Summer School in the History of Science, University Museum, Utrecht, 3–16 July 2005

 

2004
Institute of Chance. Lecture in the context of the series “Contemporary history” Marres, center for contemporary art, Maastricht, Paesi Bassi
Time containers. Workshop. Hochschule für bildende Künste, Amburgo, Germania. In collaboration with Manuel Raeder

 

2003
Monday Night. 16 Beaver. New York, Stati Uniti d’America
Souvenirs or Monuments Launch of Proceeding #1: Dakar 5–19/05/2002. Amsterdam, Paesi Bassi: Stedelijk Museum/Jan van Eyck Academie

 

COLLEZIONI PUBBLICHE

LACMA, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles, Stati Uniti d’America
JUMEX Collection, Città del Messico, Messico
Castello di Rivoli, Torino, Italia
CA2M (Centro de Arte Dos de Mayo) , Móstoles, Madrid, Spagna
Guggenheim Museum, New York, Stati Uniti d’America
Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid, Spagna
ifa (Institut für Auslandsbeziehungen) Stoccarda, Germania
Museum of Modern Art, New York, Stati Uniti d’America
Kunsthalle St. Gallen, San Gallo, Svizzara
The Fundación Cisneros/colección Patricia Phelps de Cisneros (FC/CPPC), Caracas/New York (Venezuela, Stati Uniti d’America)
Museo Amparo, Puebla, Messico
Museum für Gegenwartskunst Siegen, Germania
Kadist Art Foundation, San Francisco, Stati Uniti d’America

Guy Ben-Ner – Soundtrack

pinksummer-invitation-card-soundtrack-guy-ben-ner

Spazio temporaneo aggiunto Piazza Matteotti 46R

Fu la scorsa estate che Guy Ben-Ner ci scrisse mettendoci a parte circa l’idea fondante del suo nuovo film Soundtrack, il cui working title era Parasites. Ben-Ner voleva muovere da un ready made, parte della colonna sonora di La guerra dei mondi di Steven Spielberg del 2005, per costruire il divenire delle immagini nella cornice che più connota la sua produzione di filmaker, la dimensione familiare e domestica.
Ci venne subito in mente che Slavoj Žižek aveva citato il medesimo film di Spielberg nella disamina sul mito ideologico della famiglia in In difesa delle cause perse. Il filosofo sloveno in quel saggio afferma che ogni narrazione riguardante la famiglia è un’operazione fondamentalmente ideologica e, in questo senso, il cinema hollywoodiano, definito “macchina ideologica per eccellenza”, è un esempio cristallino. Žižek osserva che tutto nella produzione hollywoodiana, dagli asteroidi alla Rivoluzione di Ottobre, è trasportato dentro alla dimensione edipica della famiglia. Per mettere in atto la mistificazione, il codice tipico di Hollywood intreccia due trame: una apparentemente maggiore a spettro sociale più ampio, l’altra d’interesse umano. In genere la prima trama è una catastrofe che minaccia di distruggere l’umanità, mentre l’altra è centrata su un dramma familiare. Secondo Žižek questo secondo intreccio è ciò di cui realmente tratta la narrazione. In La guerra dei mondi Žižek sostiene che l’invasione aliena è solo un pretesto utile a risvegliare gli istinti paterni e a riguadagnare il rispetto dei suoi figli al personaggio interpretato da Tom Cruise, un padre divorziato lavoratore che fino all’attacco alieno trascurava i suoi bambini. La minaccia esterna si dissolve sempre per incanto nel lieto fine, non appena il nodo familiare si risolve. La minaccia spettacolarizzata, in questo senso, conclude Žižek, non è altro che l’estensione metaforica di un problema privato.
In fondo ci poteva stare aprioristicamente, che Guy Ben-ner portando a casa la colonna sonora di La guerra dei mondi, avesse ristabilito, con l’umorismo che lo connota, l’ordine gerarchico che compete rispetto ai due intrecci, sottolineando in questo modo la mistificazione ideologizzante. Eravamo invece fuori strada, ce ne siamo accorte guardando Soundtrack e prima ancora il frame scelto da Ben-Ner per l’invito di pinksummer. In quell’immagine, secca e impeccabile, quasi geometrica, si vede riflesso sull’esterno del vetro dell’appartamento in cui l’artista ha girato la parte maggiore del film, probabilmente il suo appartamento, un caccia intercettore immerso in un cielo di un grigio azzurro catodico. E’davvero strano, ma quell’immagine dell’aereo che compare, mediato dal vetro diaframmatico come da un monitor, pur sottendendo la guerra, magari quel genere di guerre che vengono chiamate da un po’ di tempo preventive contro il terrorismo, appare lì quasi rassicurante. Non a caso, poco prima, la giovane comparsa nella lavanderia a gettoni, dove l’artista che interpreta il personaggio principale, era andato a recuperare il calzino dimenticato della figlia, lamenta l’assenza di aerei e elicotteri nel cielo di Tel Aviv. Il ragazzo della lavanderia sottolinea come lo stato di eccezione, il vuoto di diritto, centrato dalla governance planetaria, sui concetti complementari di sicurezza e terrore, sia ovunque, ma forse a Tel Aviv più concretamente, in qualche modo la nuova forma di normalità. Non è un caso che anche i ragazzi, i figli maggiori dell’artista, nel film e nella vita, rientrando a casa trovando il disastro e il padre in preda al panico, guardandosi tra loro stupiti senza capire e nella necessità di dare una forma alla paura paterna, chiedano se si tratti di un attacco terroristico. Il padre risponde che non è di attacco terroristico che si tratta, alludendo piuttosto alla minaccia di qualcosa di indefinito che viene da altrove. I ragazzi nel tentativo disperato di razionalizzare, insistono per sapere se l’indefinibile terrore provenga dall’Europa, un luogo certo sulla cartina geografica. Il padre si spazientisce abdicando al dovere di spiegare. Ben- Ner in questo film sembra rifarsi all’ ontologia politica della contemporaneità che induce attraverso i media, la televisione, una paura metafisica e irrazionale che viene da profondità remote (non dal cielo), sovranazionali e senza luogo, inenarrabili e inermizzanti. L’idea di azione in Soundtrack è dettata da quell’altrove e non è in alcun modo conforme al senso empirico, è assurda e contagiosa. Il film potrebbe essere sottotitolato forse necessitas legem non habet, non importa poi se la necessità non è reale, ma meramente astratta. Michel Focault afferma che per la biopolitica degli stati contemporanei la posta più alta in gioco è la nuda vita, quella vita biologica che dall’antichità greca alla modernità ha rappresentato il fondamento negativo del potere: l’esclusa. In quel tempo il luogo della vita nuda era la casa e il luogo della vita pubblica e dunque della politica era la città. Soundtrack racconta forse dell’abolizione della vita nuda e dei suoi effetti sulla verticalizzazione della politica non partecipata. Da qui quel recupero del valore della regressione, sul finale, in cui tutti, adulti e bambini invocano istericamente il ritorno della madre o meglio della mamma.

Guy Ben-Ner

Guy Ben-Ner, nato nel 1969 a Ramat Gan (Israele), è un video artista israeliano.

Vive e lavora a Tel Aviv, Berlino e New York City.

 

EDUCAZIONE

1994-97

Hamidrasha, B.E.D art teachers school, Kalmania, Israele

 

2001-03

Columbia University, MFA, New York, USA

 

PREMI

2008

Sandberg Prize, Israel Museum, Israele

 

2007

DAAD, Berlin (for 2006)- Residency, Berlino, Germania

KunstFilm Biennale, Koeln 2007, Colonia, Germania

 

2005

Principal prize, the 51st International Short Film Festival, Oberhausen, Germania

 

2003

the Rema Hort Mann Foundation Art Grant, New York, USA

 

2002

The Caroline Newhouse Sculpture Fellowship, New York, USA

 

2001

The Givon- Tel Aviv Museum prize, Israele

 

1994

The Kiepfer-Wolf prize for a young artist, Israele

 

MOSTRE COLLETTIVE (SELEZIONATE)

2023

Room by Room: Concepts, Themes, and Artists in The Rachofsky Collection, The Warehouse Dallas Art Foundation, Dallas, TX, USA

 

2019

Sadie Coles HQ, Londra, Regno Unito

 

2017

Escape Artists, Pinksummer, Genova, Italia

 

2016

Escape Artists, Sommer Contemporary Art, Tel Aviv, Israele

 

2014

Manifesta 10, the state Hermitage Museum, San Pietroburgo, Russia

Family matters, CCCS, Firenze, Italia

Room Service, saatliche kunsthalle Baden-Baden, Germania

Arena, CCA, Znaki Czasu, Torun, Polonia

 

2013

Image Employment, MoMA PS1, New York, USA

Besser Scheiten, Hamburger Kunsthalle, Amburgo, Germania

Homebodies, Museum of contemporary art Chicago, Chicago, USA

Le Pont, MAC Musees d’art Contemporain, Marsiglia, Francia

Porosites, Centre d’Art le LAIT, Albi, Francia

The Readymade Centennial, Haifa museum of art, Haifa, Israele

WYSIWYG: What you see is what you get, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv, Israele

The Kids are all right, Weatherspoon Art Museum, Greensboro, NC, USA

The Ghost of Architecture: Recent and promised Gifts, Henry Art Gallery, Seattle, USA

Aquatopia, Nottingham Contemporary, Nottingham, Regno Unito

 

2012

Künstlerkinder von Runge bis Richter, von Dix bis Picasso – Kunsthalle in Emden, Emden, Germania

Phänomen Wohlstand – Motorenhalle – riesa efau. Kultur Forum Dresden, Dresda, Germania

Project 35 – Kunsthaus CentrePasquArt – Centre d’Art, Biel/Bienne, Biel, Svizzera

The Weight of Lives I’m Not Living – Artspeak, Vancouver, BC, Canada

beyond time- international video art today, kulturhuset, Stoccolma, Svezia

Da zero a cento, le nuove età della vita – Triennale Bovisa, Milano, Italia

Here In Your Space, grand central art center, Santa Ana, California, USA

Family talk, Futura, Praga, Repubblica Ceca

Idea is the object, D’amelio gallery, New York, USA

stage Presence- theatricality in art & Media, SFMoMA, San Francisco, California, USA

 

2011

Blowing on a Hairy Shoulder / Grief Hunters, a cura di Doron Rabina, Institute of Contemporary Art, University of Pensylavania, Pensylavania, USA

Life : A User’s Manual, a cura di aya Miron, Israel Museum, Gerusalemme, Israele

Possession, a cura di Gentili Apri, TAF, The Art Foundation, Atene, Grecia

Museum Night, Musée cantonal des Beaux – Arts, Louisanne, Svizzera

Project 35, Pratt Manhattan gallery, New York, USA

Family Matters, Cade Fine Art Center Gallery, party of Anne Arundel Community College, Maryland, USA

Common Love, Aesthetics of Becoming: Columbia university MFA Alumni , New York, USA

Seventh Dream of Teenage Heaven, Bureau For Open Culture, North Adams, Massachusetts, USA

 

2010

Bilder in Bewegung, Museum Ludwig, Koeln, Germania

Kunstfilmbiennale Koeln, KW, Berlino, Germania

Adaptation, Philbrook museum, Tulsa, OK, USA

Project 35 international video, NOMA, New Orleans, USA

videozone, CCA, Tel Aviv, Israele

1st Ural Industrial biennial, Yekaterinburg, Russia

Res Publica, Moscow Museum of Modern Art, Mosca, Russia

Real Life, Oakville, ON, Canada

Morality act 3, Witte de Witte, Rotterdam, Paesi Bassi

Remote vision, Arts Santa Monica, Barcelona, Spagna

Fair Use, Glass Curtain Gallery, Chicago, IL, USA

 

2008

Liverpool Biennial, Tate Liverpool, Regno Unito

Shanghai Biennial, Cina

Joy of everyday life, Tower Mito, Mito, Giappone

Laughing in a foreign language, The Hayward gallery, Londra, Regno Unito

all inclusive, Frankfurter Schirn, Germania

Adaptation, The Smart Museum, Chicago, USA

The puppet show, ICA, Philadelphia, USA

worlds on video, CCCS, Firenze, Italia

Drei Farben-rot, Rohkunstbau, Berlino, Germania

Scenes de sud, Musee d’art Contemporain, Nimes, Francia

L’impresa dell’arte, Pan, Napoli, Italia

 

2007

Skulptur Projekte Munster 07, Munster, Germania

History will repeat itselF, HMKV, Dortmund and KW, Berlino, Germania

Bird watching, Foreman art gallery, bishops university, Quebec, Canada

 

2006

Video Venice, Adelaide art festival, Australia

Homesick, Akureyri Art Museum, Islanda

Holyland: Diaspora and the Desert, Heared Museum, Phoenix, Arizona, USA

Dream and Trauma, Haus Der Kulturen Der Welt, Berlino, Germania

radical closeure – 52nd international short film festival, Oberhausen, Germania

Guy Ben-Ner, Misaki Kawai, Take floor, Tokyo, Giappone

 

2005

Greater NY, P.S.1, New York, USA

who is the protagonist, Guild & Greyshkul, New York, USA

Brooklyn, Futura, Praga, Repubblica Ceca

 

2004

Moby Dick At MoMA QNS Lobby Projections, New York, USA

video X, momenta, Brooklyn, New York, USA

video lounge – Vox Populi, Philadelphia, USA

Becoming father- becoming infant, The Bronx museum, New York, USA

storytelling, George Eastman house, Rochester, USA

Realismusstudio- tainment, NGBK, Berlino, Germania

Art Focus, Gerusalemme, Israele

wild boy, premiers, MoMA, USA

Video Zone 2, Israele

 

2003

Brewster 2003, Site-specific art event, Brewster, Yor

 

2002

Enough about me, Momenta Art, Brooklyn, New York, USA

 

2001

Video one, Hifa museum, Hifa, Israele

New Israel video art, Tel Aviv cinema-tech, Tel Aviv, Israele

Hifa cinema-tech, Israele

Men at home, Kalisher gallery, Tel Aviv, Israele

The 33rd year- Artists against the occupation, Beit h’aam, Tel Aviv & Um el Phahem, Tel Aviv, Israele

House hold, the Israel Museum, Gerusalemme, Israele

 

2000

Video marathon, Art In General, New York, USA

Israeli video art, the Tel Aviv cinema-tech, Israele

ZimZum, Heidelberger Kunstverein, Germania

 

1999

Israeli Video art, the Tel Aviv cinema-tech, Tel Aviv, Israele

Berkeley’s island, Hagada hasmalit, Tel Aviv, Israele

 

1998

L’art dans le mond, passage de Retz, Parigi, Francia

Double ravage, Centre Re’gional d’art contemporian, Sète, Francia

Good kids-bad kids, the Israel museum, Gerusalemme, Israele

 

MOSTRE PERSONALI

2024

We’ve lost, Kunstmuseum Luzern, Lucerna, Svizzera

 

2023

Retrospective, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv, Israele

Meet me. Tie me. Wet me., Sommer Contemporary Art, Tel Aviv, Israele

 

2019

Solo exhibition, Sadie Coles HQ, Londra, Gran Bretagna

 

2017

Escape Artists, Pinksummer, Genova, Italia

 

2016

Escape Artists, Sommer Contemporary Art, Tel Aviv, Israele

 

2014

Soundtrack, Postmasters, New York, USA

Guy Ben Ner/ at home, Anderson gallery, Richmond, USA

 

2013

Soundtrack, pinksummer Gallery, Genova, Italia

Sommer gallery’ Tel Aviv, Israele

aspect Ration Gallery, Chicago, USA

 

2012

Guy Ben-Ner – Konrad Fischer Galerie – Berlin, Berlino, Germania

Guy Ben-Ner- Stealing beauty- Media/Retail space- MOCCA, Canada

Guy Ben Ner, The IBB Videolounge, Berlinishe Gallery, Berlino, Germania

 

2011

Name Dropping, Gimpel Fils Gallery, Londra, Regno Unito

Spies, Site Gallery, Sheffield, Regno Unito

 

2010

Flying lessons, Konrad Fischer gallery, Duesseldorf, Germania

Second Nature, Postmasters gallery, New York, USA

 

2009

Thursday the 12th, MasMOCA, USA

Museo de Arte Carrillo Gil, Città del Messico, Messico

Second nature, Konrad Fischer Gallery, Berlino, Germania

Second nature, pinksummer Gallery , Genova, Italia

 

2008

Real Life, Ron Mueck/Guy Ben Ner, National Gallery of Canada, Ottawa, Canada

Stealing Beauty, NYA Kalmar Kunstmuseum, Svezia

Stealing Beauty, Postmasters gallery, New York, USA

Wild Boy, Objectif, Antwerp, Belgio

Instructions included, Zacheta- National Gallery of Art in Warsaw, Varsavia, Polonia

Cinema Arsenal, Berlino, Geramania

impact event, Impact, Utrecht , Olanda

 

2007

Musee D’art Contemporain de Montreal, Montreal, Canada

Stealing beauty, Gimple Fils gallery, Londra, Regno Unito

Stealing Beauty, DAAD Gallery, Berlino, Germania

Kunsthalle Wien, ursula blickle videolounge, Vienna, Austria

Portrait, 53rd international short film festival, Oberhausen, Germania

KunstFilm Biennale, Colonia, Germania

 

2006

Galerie Nathalie Obadia, Parigi, Francia

Treehouse kit, Postmasters gallery, New York, USA

Wild Boy, Konrad Fischer gallery, Dusseldorf, Germania

Guy Ben-Ner: Selected works 1999-2004, Centre for Contemporary Photography, Melbourne, Australia

Self portrait as a family man, CAC, Tel Aviv, Israele

 

2005

The Israeli Pavilion, The Venice Biennial, Venezia, Italia

Wild boy, Postmasters, New York, USA

Honey, I shrunk the kids”, Contemporary Arts Center, Cincinnati, Ohio, USA

Wild Boy, International short film festival Detmonld, Germania

Wild Boy, the 51st International Short Film Festival, Oberhausen, Germania

 

2003

Elia- a story of an Ostrich chick, the Hertzeliya Museum, Israele

Moby Dick, Postmasters gallery, New York, USA

 

2001

The trilogy, A screening at the Hertzeliya Museum of Art, Hertzeliya, Israele

 

1998

20% more for free, Julie M gallery, Tel Aviv, Israele

 

1995

Wet me, The Hertzeliya Museum, Hertzeliya, Israele

Selected Screenings

Baukuh

pinksummer-gruppo-a12-baukuh-invitation-card

Pinksummer: Drammatica e paurosa l’immagine che avete scelto per l’invito della mostra da pinksummer. Il medesimo angelo, sulla tomba della famiglia Ribaudo al cimitero di Staglieno, scelto dai Joy Division per la copertina del singolo” Love we will tear us apart”. Partiamo da ciò che vi unisce: d’acchito in comune avete Genova e Stefano Boeri, oltre all’architettura in sé. L’imprinting con il genius loci vi ha insegnato solo a darvela a gambe levate? L’approccio sociale (politico?) e sconfinante di Boeri invece?

Baukuh: Al di là della – fin ovvia – associazione con la condizione “terminale” di Genova, città di vecchi e soprattutto con poco interesse per un qualsiasi futuro, l’angelo dei Joy Division lo abbiamo anche scelto un po’ per caso. In certo modo è anche rivelatorio che si tratti di un’immagine di Genova prodotta dal di fuori, che è ormai la nostra condizione. Peraltro nel nostro caso, noi (cinque su sei) non siamo nemmeno di Genova. Abbiamo scelto ad un certo punto di lavorare lì, poi abbiamo preferito muovere lo studio, ora vorremmo (almeno parzialmente) riaprire anche a Genova. Sarà che facciamo gli architetti, ma abbiamo un rapporto molto poco sentimentale con le città. Le città si possono usare, per un po’, poi magari si cambia idea, poi magari si cambia idea un’altra volta. Quanto al genius loci di Genova, detto da gente che viene da fuori, non ci dispiace. Certo, è chiaramente suicida, ma ha una sua grandezza.
Quanto a Stefano Boeri, era una scelta obbligata, non è che ci fossero molte alternative. Non so se avete un’idea della situazione dell’architettura in Italia alla fine degli anni novanta. Quindi anche per chi, come noi, in un certo senso aveva interessi anche piuttosto distanti da quelli di Stefano, era abbastanza inevitabile finire per lavorare con lui. E poi Stefano è una persona estremamente intelligente e generosa, capace di mettere assieme persone molto diverse. E ha il pregio di non considerarsi, lui per primo, un fallito, il che, lavorando con lui, ti dava l’impressione – del tutto eccezionale in quel contesto – che potesse anche darsi il caso che non fossi un fallito nemmeno tu.

Gruppo A12: Siamo due gruppi di architetti, anche questa dimensione di lavoro collettivo, seppure portato avanti con modalità e storie differenti ci accomuna, ma probabilmente anche con la città e con Stefano Boeri abbiamo avuto rapporti molto diversi. La canzone parla di un amore tormentato e Genova non è una città facile. Imparare a vederla un po’ anche con gli occhi di chi ne sta fuori è un esercizio che sarebbe salutare per tutti i genovesi. Quanto a Stefano, lo abbiamo incontrato all’inizio degli anni ’90, noi poco più che ventenni, lui poco più che trentacinquenne al suo primo incarico di insegnamento come professore associato. Sicuramente una ventata di aria fresca in un sistema accademico piuttosto stantio, con in più la capacità di coinvolgerti facendoti sentire alla pari. A12 stava nascendo proprio in quel periodo, da lì sono nate una serie di collaborazioni, anche se con il gruppo in quanto tale non sono proseguite poi così a lungo.

P: Abbiamo letto da qualche parte che dopo la fine del classicismo e il tramonto del modernismo, rispetto all’architettura siamo in un tempo di post-critica, di post-teoria, probabilmente di post e basta (anche nell’arte siamo dentro all”imperativo ” mordi e fuggì” del curatore, un po’ assimilabile al “vendi guadagna e pentiti” della finanza agnostica o becera che sia). In questo senso l’architettura è da intendersi come un mestiere sprofondato nel mero pragmatismo e sempre nello stesso senso la mostra da pinksummer potrebbe essere considerata un’aporia, una impossibilità, un’assurdità, o anche solo una perdita di tempo?

G.A12: In realtà nell’architettura, a fronte della crisi economica che ha colpito in maniera pesantissima il settore immobiliare, e di una disciplina che si è adagiata sugli stilemi di alcuni professionisti di larga fama, ultimamente si assiste a una grande ripresa di interesse per il “disegno”, i progetti “speculativi” (nel senso di speculazione intellettuale, non immobiliare), e tutto ciò che per l’architettura corrisponde abbastanza alla ricerca pura.
Come gruppo si può dire che la maggior parte della nostra attività è stata improntata a questo tipo di ricerca, anche se a causa del nostro atteggiamento molto più pragmatico che teoretico ciò si è tradotto in installazioni effimere invece che testi, diagrammi o grandi tavole disegnate.
Rispetto all’abuso del “post” è probabilmente dovuto a un vizio della critica che non è capace di definire più nulla se non in rapporto a quello che c’è stato prima.

B: A esser sinceri, di pragmatismo/affarismo, al momento ce n’è ben poco. Il mercato immobiliare sembra essere morto per mai più risorgere (e probabilmente non risorgerà, perlomeno nei termini in cui lo abbiamo conosciuto fin qua) per cui, in uno scenario di disoccupazione giovanile attorno al 35% sembra difficile immaginare che si possa essere così impegnati a far soldi da non poter fare una mostra.
Per quanto riguarda invece tutta quella fila di post-qualcosa che dicevate, crediamo che sia una prospettiva che non aiuta molto. Forse è proprio l’assunto di base di tutto il modernismo e postmodernismo eccetera che va messo in discussione. Non possiamo più pensare nei termini di uno sviluppo storico univoco a cui dobbiamo solo restare agganciati, come se lo Zeitgeist viaggiasse sulla motocicletta e noi dovessimo starci attaccati come se fossimo sul sidecar. Direi che Latour ha chiarito a sufficienza che questo tipo di modernità è solo una superstizione.

P: Una domanda scema per Baukuh. A proposito del vostro “Due saggi sull’architettura” ( Sagep editori 2012) abbiamo pensato all’interno di una comparazione assai arbitraria al film di Milos Forman “Amadeus”. Giorgio Grassi è Salieri, poveraccio e Aldo Rossi è il Mozart della storia dell’architettura, poverino?

B: “Amadeus” di Forman è uno dei film più stupidi di tutti i tempi, e Mozart sembra semplicemente uno scemo posseduto da uno spirito superiore che è esattamente quello che NON pensiamo a proposito del lavoro intellettuale. Lavorare è fatica, per tutti, e Mozart non era certo quel demente fortunato che sembra dal film (che riteniamo proprio fascista nel dare un’idea dell’arte di quel tipo).
Quindi la risposta è che Grassi è Salieri e Rossi anche lui è Salieri, ma soprattutto anche Mozart è Salieri, anche perché altrimenti sarebbe solo un pirla.

P: Una domanda per Gruppo A12. A proposito dei vostri interventi al Kröller-Müller Museum e alla Biennale di Venezia Arti Visive del 2003: persiste una differenza sostanziale tra “impianto” o anche “dispositivo architettonico” (cosi abbiamo sentito definire le vostre architetture in quelle occasioni), rispetto all’architettura vera e propria? E se esiste, è solo un problema di temporaneità o anche di responsabilità?

G.A12: Quei termini hanno un significato specifico e sono stati probabilmente utilizzati per descrivere i nostri interventi perché, messi di fronte al progetto di una particolare tipologia architettonica (il padiglione espositivo temporaneo) la nostra risposta è stata assai più ampia di una mera risoluzione del tema architettonico dal punto di vista formale e funzionale. Allargandosi ad una riflessione sulla natura dello spazio collettivo e della condizione urbana. Entrambi quegli interventi possono essere considerati una sorta di manifesto di un’idea di architettura piuttosto precisa, valida in senso generale. La loro natura effimera, su cui molti si sono concentrati è stata per noi del tutto accidentale ed è legata al fatto che, per varie ragioni, quasi solo nel contesto delle esposizioni d’arte contemporanea siamo riusciti a trovare lo spazio per esprimere queste idee.

P: Avete rapporti con l’architettura vernacolare?

G.A12: In qualche modo è impossibile non averne (bene o male anche tutta l’architettura “colta” o “d’autore” ha origine da lì), ma non possiamo dire di avere un interesse specifico per il tema o un particolare “gusto” per l’estetica vernacolare, le tecniche costruttive tradizionali o le architettura spontanee, anche se l’aspetto di alcuni nostri lavori potrebbe sembrare riconducibile ai temi dell’auto-costruzione, che è una delle possibili interpretazioni del termine che usate. Il nostro approccio alla costruzione del progetto, anche nei suoi aspetti formali, è molto più concettuale.

B: No.
Se per “vernacolare” si intende un prodotto di qualche minoranza da compatire, di qualche poveretto a cui gettare un’elemosina per mettersi l’anima in pace, allora è una cosa eticamente disgustosa. Non crediamo per niente alla presunta “architettura senza architetti”, che è sempre e solo architettura fatta da “architetti” (perché tali sono, anche se non hanno il timbro dell’ordine) oppressi, dimenticati, sfruttati. Se questa “architettura senza architetti” ha raggiunto un qualche risultato formale – e spessissimo è andata così – è sempre e solo perché c’era un progetto consapevole, e quindi c’era un architetto, anche se se ne sono perse le tracce.
Se invece per “vernacolare” si intende solo un’estetica “pittoresca”, dove tutto è un po’ più sfumato, un po’ più aggiustato, un po’ più gentile, un po’ più innocuo, quella è semplicemente robaccia.

P: Il superdutch Rem koolhaas curatore della prossima biennale di Venezia, che ne pensate?

G.A12: In linea con la tendenza degli ultimi anni di affidare la direzione della biennale a importanti architetti internazionali invece che a critici o teorici dell’architettura. Sicuramente nel caso di Koolhaas siamo di fronte ad un architetto nella cui attività il peso della ricerca è per lo meno equivalente a quello della professione e ad uno dei personaggi che più radicalmente hanno cambiato il modo di fare architettura degli ultimi 30 anni, quindi siamo curiosi di vedere come affronterà il compito.

B: Koolhaas non c’entra niente con il “Superdutch”, che è il titolo di un libro di Bart Lootsma che forse dieci anni fa faceva incazzare, ma adesso fa solo tenerezza. Peraltro Koolhaas ha sempre detestato quel libro e non lo si può certo rimproverare per “Superdutch”, anzi, forse lo si può rimproverare al contrario per aver infierito contro quel povero cristo di Bart Lootsma, che gli è toccato emigrare in Austria, ma forse non è una questione molto interessante…
Koolhaas sarà un ottimo curatore. Direi che ha diritto di far quello che vuole e che noi ci fidiamo. In generale, di Koolhaas, Gerhard Richter, Derek Walcott e Steve Albini ci fidiamo. Possono fare tutto quello che vogliono.

P: Le città si ammalano e a volte muoiono anche, talvolta accade per cause naturali tipo che i porti s’insabbiano, altre volte è una politica infetta a insabbiarle. Genova sta morendo un po’, non è irrorata da buoni collegamenti, è dissanguata dall’emigrazione costante. Genova è sempre più bella però. L’Architettura, quella vera, quella della città e per la città, non quella prepotente e individualista delle archistars, potrebbe essere una medicina? Ma non è un gatto che si morde la coda? L’architettura della città, della comunità può prescindere da una politica sana?

G.A12: No l’architettura non può essere una medicina per la società. Aldo Rossi, tra una sinfonia e un quartetto, a proposito delle relazioni tra politica e città, ci dice che “la città realizza se stessa attraverso una propria idea di città”. Città, architettura, opera d’arte sono prodotti della società che le esprime. La qualità dell’architettura dipende almeno altrettanto dalla committenza che dagli architetti. Quindi una buona architettura pubblica è possibile solo quando la committenza pubblica (la politica) è consapevole dell’importanza della qualità dello spazio in cui vivono i cittadini, è convinta della necessità di un progetto coerente per ottenerla ed è determinata a superare tutte le difficoltà che dargli concretezza comporta. Ma non c’è nessun legame tra qualità dell’architettura e “sanità” della politica, per come potremmo intenderla noi oggi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato ci accorgiamo che spesso anche regimi corrotti e feroci tiranni hanno prodotto architetture meravigliose.

B: Per la specifica malattia di Genova, l’architettura non può essere una medicina. Solo la politica potrebbe esserlo.

P: Rispetto a questa riflessione che andrete ad annotare in forma di mostra da noi, muovete da approcci speculativi che conducono a esiti differenti. Voi baukuh rimandate a un pragmatismo che ci piace definire impropriamente “effetto farfalla”. Agite pochissimo, ma siete affatto modesti: un fremito di ala appena percettibile, che provoca un ciclone (seppure contenuto e tendenzialmente quantificabile in potenza) di effetti migliorativi dello spazio e di conseguenza della vita in quello spazio. Avete una soluzione e la soluzione cresce e si sviluppa nel ventre dell’architetto.
Mantenendo questo stile inaspettatamente astrologico adatto all’anno appena iniziato, diremmo che Gruppo A12 è cresciuto nutrendosi genuinamente anche e soprattutto di architettura radicale, il vostro linguaggio rivendica la linearità etica modernista, l’utopia è il vostro faro, ma la quadratura cinica del postmoderno non è passata invano, e dunque quella luce che seguite, pur mantenendosi fulgida , incorruttibile e fatata tende a splendere in un mondo alla rovescia, dove il progresso e il mito positivo e positivista dell’eterna giovinezza si schiantano rovinosamente. Voi lo fate schiantate di più amplificando semplicemente il rumore dello schianto. Tendete a non uscire dalla dimensione speculativa, talvolta l’architettura appare un pretesto, ma poi ci si accorge che è la condizione, la pietra fondante. Non avete soluzioni, ma ci viene da pensare che anche se ne aveste qualcuna in tasca vi sembrerebbe ingenuo offrirla, perché non potrebbe essere che parziale rispetto ai problemi che ponete o meglio che la storia pone e sui quali focalizzate per eccesso. In “12/11/1972” la mostra che presentaste nel 2002 da pinksummer, bella, il percorso era dal presente al passato e viceversa, per mostrare e dimostrare come la città possa essere letta come una sorta di diario scritto nell’alfabeto piuttosto oggettivo dell’architettura, in cui vengono annotati, consapevolmente o meno, tutti i cambiamenti della società. Focault entrava dentro al linguaggio e vi dimorava come si potrebbe dimorare dentro a una città di mattoni e cemento in barba alle regole sistemiche di Giorgio Grassi elencate, analizzate e interpretate da baukuh nel loro “Due saggi sull’architettura”. Nel nuovo progetto partite dal presente e il futuro lo deducete (noi sceglieremmo però il verbo evocare).
A Genova comunque vedere le farfalle è improbabile quanto incontrare Tredicino che corre dentro allo stivale delle sette leghe.
Cosa presenterete da pinksummer?

B: Noi presentiamo una cosa molto semplice: un progetto che si intitola “Demolire Genova” e che propone la demolizione dell’1% del volume edificato di una città che negli ultimi venticinque anni ha perso un quarto della sua popolazione e che, allo stesso tempo, vive in una condizione idrogeologica disastrosa. Si tratta di un lavoro che è parte di una ricerca più ampia, che si intitola “Genova meno uno percento” (www.genovamenounopercento.it) e che coinvolge anche altri studi di architettura genovesi (Gosplan, OBR, Sp10, Una2) e che vuole richiamare l’attenzione su un problema e su una possibile opportunità che la città rischia di ignorare. Il progetto è descritto da due grandi disegni che restituiscono la situazione attuale e le trasformazioni proposte utilizzando come caso di studio la valle del Bisagno. Nonostante il titolo volutamente terrificante, “Demolire Genova” suggerisce una politica di demolizioni molto minute, piccoli, cautissimi interventi “chirurgici”. Questa cauta strategia consentirebbe di incrementare la quantità di suoli permeabili, di spazi verdi e di spazi pubblici a disposizione della città. Gli interventi proposti sono deliberatamente poco appariscenti; nei due disegni la differenza tra la situazione attuale e lo scenario proposto è pressoché impercettibile, eppure riteniamo che queste modeste trasformazioni potrebbero riattivare pezzi di città e promuovere quindi trasformazioni più ampie.
In fin dei conti, non ci stanchiamo di ripeterlo: noi siamo realisti. Se c’è una cosa che non ci interessa, sono le utopie. Le cose che proponiamo si possono sempre fare, anche se forse richiedono un piccolo cambiamento di prospettiva.

G.A12: Ritorniamo a rivolgere il nostro sguardo alla città di Genova concentrandoci su un fenomeno generale che qui si presenta in maniera particolarmente evidente: il progressivo invecchiamento della popolazione nella società occidentale. E’ una tendenza che si appresta a raggiungere un punto di soglia critica e ci interessano le possibili conseguenze sull’organizzazione delle città e dei loro spazi. Se rivolgiamo lo sguardo al passato, di fronte a cambiamenti di questo genere solo le avanguardie artistiche ed il pensiero utopico sono riusciti a proporre visioni dotate di un respiro sufficientemente ampio. Tuttavia, nel loro slancio verso il futuro, tutte le visioni utopiche o radicali hanno sempre posto al loro centro un uomo sano, nel pieno delle sue energie e potenzialità, della sua maturità e delle sue capacità produttive e riproduttive. Cosa succede invece se proviamo a mettere al centro di un’utopia un idealtipico uomo anziano? Un uomo, o una donna, che ha oltrepassato la soglia dei 65 anni e deve fare i conti con una condizione di debolezza se non di malattia? E soprattutto cosa significa costruire una visione urbana per una città dedicata e costruita su misura per questo genere di persone? In mostra presenteremo una raccolta di appunti per il progetto di una nuova utopia urbana, interamente dedicata agli anziani.

P: Una domanda per A12 ispirata da un articolo recentissimo (oggi) apparso sul Domenicale del Sole. Il progetto che andrete a presentare da pinksummer muove dall’idea di statistica e di probabilità per leggere un futuro non proprio radioso. Carlo Rovelli nell’articolo afferma che “La probabilità è la gestione oculata e razionale della nostra ignoranza”, e che “Il teorema di Bayes fornisce una formula per calcolare come cambia la probabilità da attribuire a un evento, quando vengo a sapere qualcosa di più”. Rispetto alla propensione della popolazione genovese a invecchiare oltre misura, avete per caso individuato una possibile varianza, quantomeno su scala locale, alla decadenza, che non sia un maremoto, la carestia, la guerra o la pestilenza?

G.A12: Da una rapida indagine su internet apprendiamo che il teorema di Bayes sta alla base dei filtri anti-spam dei programmi e-mail, ovvero è grazie a quel teorema se perdiamo messaggi di importanza vitale, senza riuscire ad evitarci quotidiane proposte di improbabili business da parte di sedicenti ex ministri centroafricani… quindi non siamo granché fiduciosi al riguardo. Tuttavia nel 1999 Nitin Desai, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Sociali, in occasione del lancio dell’Anno Internazionale delle Persone Anziane, affermava: “La longevità è un successo. È qualcosa che gli esseri umani hanno voluto fin dall’anno zero! Il fatto che la stiamo raggiungendo non dovrebbe essere considerato un problema. Dovrebbe essere considerato una conquista.” Noi aggiungiamo che, sempre dall’anno zero, l’apertura al cambiamento ed un atteggiamento progettuale e visionario si sono sempre dimostrati strategie particolarmente efficaci in situazioni difficili.

Gruppo A12 – Baukuk | Immagini

Foto inaugurazione © Francesco Cardarelli

Baukuh

Baukuh è uno studio associato di architettura fondato nel gennaio del 2004 e composto da Paolo Carpi, Silvia Lupi, Vittorio Pizzigoni, Giacomo Summa, Pier Paolo Tamburelli e Andrea Zanderigo. baukuh ha sede a Milano. Baukuh produce architettura.

 

I meccanismi di produzione dei progetti sono indipendenti da gusti personali. Nessun membro di baukuh è mai singolarmente responsabile per i progetti realizzati. Lavorando senza una struttura gerarchica e senza dogmi stilistici, baukuh produce architettura attraverso un processo progettuale razionale ed esplicito, basato su un patrimonio comune: tutta l’architettura del passato. A partire da questo patrimonio è possibile risolvere qualsiasi problema architettonico.

 

Baukuh ha vinto concorsi internazionali di architettura (Amsterdam 2003, Budapest 2003, Pavia 2006, Genova 2009, Milano 2011), ha redatto piani (Amsterdam 2004-08, Venezia 2007), ha progettato e realizzato edifici pubblici (Brugnato 2007, Milano 2011-in corso) e residenze (Tirana 2007-09). baukuh ha esposto i suoi progetti alla Biennale di Rotterdam (2007 e 2012) e alla Biennale di Venezia (2008, 2011) ed è stato nominato per il premio Chernikov (2006, 2008, 2010) e per il premio Ordos (2009).

Amy O’Neill

“I am interested in the Tournament of Roses and specifically its floats for their temporary status as monuments of popular culture because their guise is so ridiculously whimsical in contrast to the propaganda that is transmitted (a very powerful thing)”.
Questa semplice frase di Amy O’Neill sul tema che ha ispirato il nuovo progetto che presenterà da pinksummer, contiene l’essenza del suo lavoro, volto a scoprire i resti di un barocco delirante che in passato ha costituito l’espressione della concezione popolare del mondo e della vita.
Il Tournement of the Roses è una parata che si tiene ogni anno, dal 1890, a Pasadina’s Valley in California, organizzata inizialmente dal locale circolo dei cacciatori, un membro del quale sembra avesse assistito alla Battaglia dei Fiori del carnevale di Nizza.
Nel corso del tempo i carri tematici, interamente costituiti da fiori, hanno assunto una connotazione fortemente nazionalistica di stampo idilliaco/commerciale, con titoli del tipo “American the Beautiful”, e sono stati sponsorizzati a fini propagandistici da compagnie quali Kodak, Union Oil Company of California, Panda Express Gourmet Chinese Fast Foods, per citarne alcune. In poche parole, rovesciando le riflessioni di Goethe sul carnevale romano, il Tournement of the Roses di Pasadina’s Valley ha cessato di essere uno spettacolo che il popolo offre a se stesso, per trasformarsi in una festa offerta al popolo e per cui ci si aspetta che il popolo manifesti riconoscenza comprando e consumando i prodotti che vi si reclamizzano.
In generale l’aspetto del lavoro di Amy O’Neill è decisamente poco letterario, opponendosi all’estetica dominante del cool o perlomeno del sublime, assomiglia in arte a quello che può rappresentare il paradosso in logica.
Gli chalets svizzeri della O’Neill, guarniti di cornice rustica in pino massello, che vedemmo forse per la prima volta alla fiera di Basilea, sono eseguiti con la perizia artigianale del produttore di souvenir, caricati di tipico, ma si tratta di una tipicità che colorando il mondo con toni troppo accesi finisce per negarlo.
Il lavoro di Amy O’Neill, un’americana che vive a Ginevra, ruota intorno alla cultura di serie b, che non va confusa con il fascino esercitato dal kitsch in sé e per sé sull’intellettuale snob, ma è piuttosto una dissertazione filologica sul folclore, condotta visivamente con grande efficacia, che si tratti di disegni o di grandi installazioni, che si rifaccia al folclore svizzero o a quello della vasta provincia americana delle “no-man’s land of highways and small-town”.
Il folclore è inteso dalla O’Neill, all’interno della sua particolare indagine sull’evoluzione dei costumi, come una progressiva riduzione e imbastardimento del realismo grottesco che con le sue forme mostruose, temporanee e fluttuanti si manifestava sulla piazza e rappresentava l’espressione autentica della piazza per esorcizzare la paura. Quando la cultura popolare si scatenava ai margini dell’ufficialità, nelle proprie isole spaziali e temporali, si opponeva con tutta la sua carica dirompente all’autorità dominante relativizzando verità e gerarchie.
Di quei carnevali e di quelle fiere non rimane che l’involucro iperbolico della parodia, il dramma e l’ironia vibrano solo nelle rappresentazioni della O’Neill, mentre constata che anche ricercando nelle sacche dei folclori locali non esiste più una concezione dualistica del mondo e della vita, quella del popolo, al più è l’economia a sdoppiarsi e a farsi mitica e fiabesca per rivolgersi al basso reddito, al pubblico popolare.

CHECK YOUR TOTEM – ALIS / FILLIOL

Opening Photography ©Francesco Cardarelli

Alis / Filliol – Check your Totem

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Pinksummer: Partiamo dal titolo della personale da pinksummer, Check your Totem. James Frazer afferma che «il totem non è altro che un ripostiglio in cui l’uomo custodisce la propria vita», una sorta di cassaforte, nascosta, dell’anima. Pare, però, che nelle società totemiche (selvagge? primitive?) non troppo dogmatiche, gli uomini potessero avere tante anime quante gliene servivano, una per sé, una per il clan eccetera. E, addirittura, le anime potevano essere anche scambiate. Soprattutto accadeva nelle cerimonie di iniziazione, di morte e di resurrezione, ma poteva succedere anche a caccia che qualcuno si scambiasse l’anima con quella del suo totem.
In Totem e Tabù Sigmund Freud assimila, o meglio compara, i taboo delle società totemiche all’ambivalenza della rimozione di certi pazienti nevrotici.
Di fatto, leggendo il vostro titolo, abbiamo pensato un po’ a Roberto Cuoghi. Ci raccontate del titolo per ora?

Alis/Filliol: Check your totem è una frase entrata nello slang U.S.A. nel 2010 dopo l’uscita del film Inception da cui è tratta. La pellicola di fantascienza narra di un mondo dove i protagonisti hanno la possibilità di entrare all’interno dei sogni delle persone per sottrarre informazioni altrimenti irraggiungibili. Ognuno di loro possiede una sorta di amuleto definito “totem”; un oggetto dotato di una particolarità nota soltanto all’individuo che lo porta con sé e serve al suo possessore per capire in che sogno si trovi, il proprio o quello di un altro. Si tratta di un oggetto in grado di definire in quale realtà il protagonista sta vivendo.
Nello slang statunitense la frase viene pronunciata in senso sarcastico, rivolta, ad esempio, a un amico colto in un momento di spaesamento rispetto al contesto in cui si trova.
Al di là della sua origine cinematografica, ci ha colpito il fatto che questa frase sia diventata parte del linguaggio comune, unendo lontani richiami ancestrali al quotidiano contemporaneo.
Il totem porta con sé una vastità di specifiche particolari scomparse o presenti che sembrano sottrarsi ad ogni tentativo di comprensione totalizzante, come se l’origine dell’umanità provenisse dallo stesso serbatoio ideale di cui il totem è la figura cardine.
Più che il tentativo di illustrarne un’origine antropologica, psicologica o filosofica, noi siamo interessati alla percezione della presenza fisica del totem, alla sua immagine sottratta. La sua illusione come unica possibile sostanza reale.

P: Vi definite scultori. Muovendo dal modo in cui Ejzenstein usa la scultura in Ottobre, Rosalind Krauss afferma che la scultura, come ogni arte, ma a noi viene da aggiungere, forse più di ogni altra arte, è fondamentalmente ideologica.
Qual’è il vostro atteggiamento verso la scultura in questo senso? Non è poi un paradosso rispetto alla scultura, l’arte che realizza l’immagine nelle tre dimensioni, assoluta e risolta in sé, essere due?

A/F: Il bello di un film nel quale compare una scultura è che la si guarda con gli occhi del regista. È lui infatti che l’ha scelta come soggetto, a maggior ragione se l’ha fatta realizzare appositamente. La selezione in fase di ripresa di una parte di essa a discapito del tutto, piuttosto che l’inquadratura dell’intera scultura da una certa angolazione, nel proprio spazio, circondata da persone, è una scelta inevitabilmente significativa, autoriale.
Per noi, in quanto scultori, è fondamentale la dimensione di immanenza, quella che il mezzo filmico tende a far scomparire a favore della visione immersiva nello spazio/sogno del regista demiurgo. È l’articolazione che interessa il rapporto tra corpo, spazio e limite. La scultura è un limite fisico che si frappone al moto del corpo come un ostacolo. Il fascino di questo limite, di questo confine, è che non ha sviluppo lineare ma è piuttosto un centro. In quanto tale può essere circondato. Ciò che caratterizza maggiormente la scultura come nucleo, come centro, e che ci affascina, è il suo carattere di impenetrabilità. Lo sguardo rimbalza sulla scultura e ritorna al corpo vincolandolo al presente.
L’incontro con la scultura non è solo quello con un corpo alieno che riflette per contrasto la nostra singolarità. Ciò che si può osservare è la solidificazione parossistica tra due forme opposte di mobilità: quella immobile della sostanza densa dell’oggetto-scultura e quella iper-mobile del sistema instabile che l’ha formato.
Il nostro sodalizio è un piccolo corpo sociale formato da due persone, che ha la necessità di potersi solidificare, ribadendo se stesso e replicandosi all’infinito, al pari di quanto fanno incessantemente i grandi corpi sociali.

P: Rimanendo ancora sul totemismo e sulla natura ideologica della scultura, accade, è accaduto recentemente in Siria e in Libia, che quando viene destituito un dittatore, il popolo rimuove immediatamente e in modo violento la sua effigie in forma di statua dalle piazze. Il furore catartico con cui i popoli attuano tale “deposizione” ci ha sempre fatto pensare a una sorta di memoria apotropaica del deicidio praticato dai popoli primitivi. Rimuovendo la scultura, si allontana il male e la sofferenza che in essa sono stati trasferiti. Antropologicamente, di fatto, la scultura tende a far scomparire i confini tra il fisico e il mentale, tra il materico e l’immateriale. Questo accade semplicemente perché la scultura, almeno quando si fa monumento, significa nell’esterno? nel pubblico? Quando si può definire una scultura monumento?

A/F: Dal nostro punto di vista, ogni segno è un oggetto, come, ad esempio la parola. Ogni pensiero, ancor prima di essere espresso, è parte della vita mentale stessa, come se, invece di essere autonomo godesse della dipendenza del piccolo caos vitale con cui è a contatto. Un pensiero pronunciato si separa dal legame che lo rendeva in grado di manifestarsi come “vivo” (cioè come un’estensione della mente, un’effimera penisola) e cade nel mondo esterno diventando oggetto. Perciò si può facilmente comprendere il sentimento di estraneità rispetto a ciò che noi stessi diciamo anche subito dopo averlo detto. Si avverte come illusorio il fatto di poterci credere fino in fondo. Si è tentati di cedere al fatto che l’unico “fondo” possibile sia l’incontro con l’altro.
Il legame per così dire empatico, che unisce un’idea a una matrice originaria, è lo stesso che lega il monumento celebrativo a una ideologia nonché l’ideologia alla matrice vitale stessa. È come se l’ideologia fosse un lembo del pensiero, cioè contenesse già in sé una volontà di autonomia che la farà inevitabilmente ricadere nel mondo degli oggetti. Così il monumento pur esibendo una volontà di potere rivendica nel contempo un’assenza: l’assenza della matrice che l’ha costruito nel momento stesso in cui viene costruito.
Il monumento riassume fisicamente in sé il giudizio attribuitogli a posteriori.
A proposito della natura ideologica della scultura verrebbe quindi da chiedersi se non sia piuttosto l’ideologia ad avere una natura oggettuale.

P: Quando abbiamo visto Mofo, la solenne e ambivalente scultura che avete presentato la scorsa primavera nella Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo, abbiamo pensato che potesse essere informata dal fallimento di una tensione potente, intima, che spingeva verso il monumento, bloccata da un’impossibilità più forte, esterna, maligna, di matrice storico-sociologica. Mofo si è addensata prematuramente dentro a un destino di liquefazione perenne. Mofo alla fine è un mostro che trattiene la traccia di una bellezza fattasi struggente. Pensando al vostro lavoro, ma anche a quello di Thomas Houseago, seppure altro per strumenti e modalità, verrebbe da dire, parafrasando in modo poco fedele Goya, che il sonno della politica o quantomeno della res publica, ai nostri giorni, genera mostri. Che dite?

A/F: Siamo perfettamente d’accordo con il vostro rimando a Goya. É una frase che tra noi ricorre spesso.
Vista alla luce della vostra interpretazione, ci viene da riflettere sulla traduzione di res publica come “cosa pubblica” ed è interessante notare come essa sia per sua stessa definizione anzitutto una “cosa”, un oggetto. La società, così come la intendiamo noi, non può far altro che produrre oggetti; ossia riprodurre se stessa. “Res publica” sembra avvicinare due parole che sono l’una il contenitore dell’altra. É come se l’unità “cosa” raccogliesse il molteplice dentro di sé conferendogli corpo. Un mostro societario che ci fa pensare immediatamente al famoso film di Carpenter che non a caso s’intitola The Thing.

P: Vi definiremmo scultori induttivi. Nella scultura abbiamo sempre assimilato l’intagliato, agito sulla materia dura, che implica l’eliminazione del superfluo per scoprire la forma, al procedimento dialettico deduttivo che procede dall’universale al particolare. Un procedimento assoluto che non lascia arbitrio alla materia intesa come mera causa materiale, opacità corporea, carcere dell’anima per esagerare. Il modellato, viceversa, agito su materie plastiche, è un metodo empirico che dal particolare tende a raggiungere la forma, intesa come finalità della materia, ordine a cui la materia tende in sé, pertanto lo scultore diventa quasi un medium, un driver. Il modellato ha una sensibilità demiurgica che aggiunge essere dove mancava, riconoscendo così alla materia, come all’emozione fugace, una dignità. La parola emozione ci ha condotto subito a Medardo. Ci avete fatto ragionare un po’ sulla scultura e ci sentiamo più obsolete del solito. Ma le sculture a neve persa non sono un portare al parossismo il libero arbitrio della materia, e in un certo senso anche giocare pesante alla deresponsabilizzazione del soggetto, voi? Cosa c’entra Mofo con le sculture a neve persa? Che Mofo rappresenti l’irriducibilità inconscia del soggetto scultore/scultore?

A/F: Per definire il nostro lavoro ci piace dire da dove veniamo e soprattutto dove siamo: dentro alla scultura.
Ciò significa essere un po’ fissati, anche per la storia stessa della disciplina.
In secondo luogo significa che c’è un sapere tecnico, all’interno del quale ogni volta ci immergiamo. Esso riguarda le metodologie di realizzazione: dal modellato, alla costruzione di calchi, alla fusione in metallo, ecc. È una sapienza che si è sviluppata lentamente, quasi una storia a parte. Anzi si potrebbe dire che le diverse società succedutesi vi abbiano fatto riferimento solo per direzionarne le finalità produttive.
Per noi si tratta di fare un’esperienza fisica della tecnica, per rileggerla con i limiti che ci appartengono e le visioni che andiamo strutturando.
Se si è dentro alla scultura poi è impossibile vederne l’esterno, la si abita come un edificio del quale non conosciamo i confini, la forma esatta. È come in quei thriller nei quali la ripresa in soggettiva ci fa vedere con gli occhi dell’assassino, ma noi non abbiamo idea di quale sia il suo/nostro volto, possiamo solo intuirlo. La forma si rivela solo nel momento in cui cambia la prospettiva, si esce, ci si distacca. In molti nostri lavori è importante questa dimensione di cecità e successiva rivelazione della forma data dal cambio di prospettiva. Si osserva l’oggetto estratto dal suo stampo. E questo vale per le Fusione a neve persa ma vale altrettanto per Mofo. Per entrambi si tratta di colare materiale semiliquido, cera o poliuretano, all’interno di uno stampo instabile. E in seguito portarne alla luce i pezzi, scavandoli come si trattasse di ritrovamenti archeologici.
A noi interessa la progressione, portarci dietro delle esperienze, anche nel senso di trovare delle figure. L’obiettivo di tutto il nostro lavoro è la dimensione estetica, il mostro irriducibile del reale che ricerchiamo man mano, risultato dopo risultato.
Essendo poi in due a lavorare su un’unica scultura, concepiamo quelle più grandi le vediamo come un’unità costituita da più parti. Quasi un nostro autoritratto.

P: Raccontateci di Scraper e della vostra attività performativa. L’immaginario filmico ha fortemente influenzato il vostro modo “alieno” di alterare il corpo come lo spazio?

A/F: Scraper è un lavoro del 2011. Per realizzarlo abbiamo lavorato all’interno di una cava d’argilla. L’azienda che si occupa dell’estrazione dell’argilla e la successiva produzione di mattoni per l’edilizia in quel momento aveva bloccato la produzione e gli operai erano in cassa integrazione. Tutto era immobile. Gli scrapers sono i macchinari utilizzati per raccogliere l’argilla. Ci sono apparsi subito come dei colossi a riposo (misurano all’incirca cinque metri d’altezza, quattro di larghezza e tredici di lunghezza). Abbiamo allora deciso di utilizzare il periodo della cassa integrazione per ricoprire uno di essi con l’argilla della cava. É stato un lavoro intenso distribuito nel periodo della cassa integrazione. Questa dimensione sospesa ci ha dato modo di concentrarci sulla scultura come semplice modellato. Abbiamo trasfigurato i volumi della macchina in una sua aberrazione formale. La superficie era l’unico aspetto su cui confrontarci e la cava stessa era un susseguirsi incessante di superfici.
Per quanto riguarda la nostra attività performativa, abbiamo sempre inteso la nostra presenza fisica che agisce sulla materia come una sorta di interferenza visiva per un ipotetico pubblico. Alla fine ciò che conta per noi è l’oggetto ed è importante preservare la sua autonomia. Nel caso di Scraper abbiamo lavorato per costruire un elemento alieno che abitasse sotto la pelle del paesaggio, rendendo lo spazio intorno ad esso in grado di assorbirlo senza consumarlo. L’immaginario filmico per noi è molto importante perchè ridefinisce il sentimento della realtà e quindi dello spazio.

P: Cosa presenterete da pinksummer?

A/F: Noi sappiamo che ci sarà Scraper, la nuova scultura Mofocracy. Stiamo riflettendo se inserire o meno un’altra piccola scultura.